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giovedì 9 gennaio 2020

Dogfish Head Oak-Aged Vanilla World Wide Stout

Dogfish Head, attivo dal 1995, è uno dei pionieri della Craft Beer americana e lo abbiamo incontrato sul blog in più di un’occasione, nonostante le sue birre siano sempre arrivate in Europa col contagocce. Anche Sam Calagione, fondatore ed uno dei personaggi più carismatici del movimento statunitense, ha dovuto fare i conti con un mercato che in vent’anni è profondamente cambiato:  lo scorso maggio Dogfish ha annunciato la fusione con un altro pezzo di storia della birra artigianale a stelle e strisce, ovvero la Boston Beer Company proprietaria di marchi come Samuel Adams, Angry Orchard Hard Cider, Twisted Tea, and Truly Spiked & Sparkling.  La fusione  - o la vendita a Boston, se preferite -  ha creato un nuovo gruppo del valore stimato di 300 milioni di dollari guidato da Dave Burwick (CEO di Boston). Sam Calagione avrà un posto nel consiglio d’amministrazione: lui e sua moglie hanno ricevuto in cambio 406.000 azioni (circa 130 milioni di dollari) che lo rendono il maggior azionista assieme a Jim Cock, fondatore di Boston Beer Company.   Il 2019 si è chiuso per Dogfish con una produzione di circa 350.000 ettolitri di birra. 
In 25 anni di carriera Calagione ha trasformato un piccolo brewpub in uno dei microbirrifici artigianali più famosi della scena americana: oggi per Dogfish lavorano circa 400 persone nel birrificio, nei ristoranti Tasting Room & Kitchen (6 Cannery Village Center, Milton, DE), Brewings & Eats (320 Rehoboth Ave., Rehoboth Beach, DE), Chesapeake & Maine (316 Rehoboth Ave., Rehoboth Beach, DE) e nell’albergo Dogfish Inn che si trova nel centro di Lewes. Birraio e innovatore (il “Continual Hopping”, il Randall, il primo e controverso bicchiere da IPA), imprenditore  (socio nella Birreria di Eataly a New York), attore (la serie Brew Masters trasmessa nel 2010 da Discovery Channel) e scrittore (Extreme Brewing: An Enthusiast's Guide to Brewing Craft Beer at Home): tra queste birre “estreme” rientra anche il primato per la birra più alcolica al mondo che Dogfish Head ha detenuto per qualche anno.

La birra.
Era l’inverno del 1999 quando la World Wide Stout di Dogfish conquistava quel primato  contendendoselo a colpi di ABV proprio con una birra della Boston Beer Company, la Utopia di Sam Adams. La sfida andò avanti per qualche anno e si concluse con una versione di World Wide Stout al 23.5% superata definitivamente nel 2007 dalla Utopia al 25.6%: Calagione abbandonò poi la competizione abbassando l’ABV tra il 16 ed il 18% lasciando che l’assurda gara alla birra più alcolica al mondo si spostasse nel continente europeo “Anche le nostre birre più estreme, come la 120 Minutes IPA e la World Wide Stout, sono comunque riconducibili in qualche modo a categorie di birre: non credo che la gente possa dire lo stesso nel bere la Utopia di Sam Adams.  La prima parola che ti viene in mente bevendola è liquore, non birra: è buonissima ma alla cieca non diresti mai di avere nel bicchiere una birra”. 
Calagione, che solitamente ama divulgare al pubblico le proprie tecniche produttive, non è mai voluto scendere troppo nei dettagli sulla World Wide Stout: “non voglio rivelare nulla su come vengono prodotte le nostre birre con ABV superiore al 12%, ci abbiamo messo troppi anni per affinare la tecnica”. Sembra tuttavia che il primo lotto del 1999 sia stato prodotto utilizzando sette diversi ceppi di lievito poi ridotti a quattro: belga, champagne, ale e un lievito particolarmente adatto a gestire l’elevato contenuto alcolico.  
Inizialmente la World Wide Stout era venduta in bottiglie da 75 centilitri (18 dollari) e negli anni ne sono state ovviamente prodotte numerose varianti: assaggiamone una delle ultime, quella invecchiata in botti di rovere con aggiunta di baccelli di vaniglia del Madagascar che ha debuttato nel luglio del 2017. Il suo colore è un ebano scuro tendente al nero, la schiuma è più che dignitosa se si considera l’elevata gradazione alcolica (16%). Il naso è intenso e caldo, marcatamente etilico: frutta sotto spirito, prugna disidratata e uvetta. Il bello è rilegato un po’ in secondo piano: accenni di legno e vaniglia, carne, torrefatto, vino fortificato. Al palato è quasi piena, leggermente oleosa, non ingombrante ma caratterizzata da una presenza etilica davvero predominante che sembra addirittura superiore a quanto dichiarato in etichetta. E’ birra ma bisogna sorseggiarla come un liquore e, soprattutto, lasciarla nel bicchiere per un po’ e attendere che raggiunga la temperatura ambiente. Solo a questo punto l’alcool s’ammorbidisce lasciando emergere frutta disidratata e vaniglia a comporre una bevuta dolce che viene immediatamente asciugata dall’alcool: il climax si fa attendere ed arriva giusto a fine corsa, con un bellissimo finale caldo e avvolgente nel quale l’alcool abbraccia torrefatto e cioccolato, con un tocco d’affumicato. 
Birra imponente e da piccole dosi, molto impegnativa, che richiede tempo ma regala buone soddisfazioni: meglio condividere con qualcuno anche la bottiglia da 35 centilitri.  Il birrificio la consiglia in abbinamento con cervo arrosto, coscia d’agnello, cheesecake o mousse al cioccolato.
Formato 35,5 cl., alc. 16%, IBU 70, imbott. 16/06/2017, pagata 8,25 dollari

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 18 novembre 2014

Dogfish Head Sixty-One

La storia della nascita della Sixty-One IPA del birrificio statunitense Dogfish Head non è delle più incoraggianti, almeno per me:  si narra che i pranzi e le riunioni tra Sam Calagione ed i suoi amici erano di solito “annaffiati” con generose quantità di 60 Minute IPA, una delle flagship beer del birrificio del Delaware; ma Calagione, appassionato bevitore di Syrah (vitigno a bacca rossa) ha un giorno l’idea di fare una specie di blend, versando un po’ di vino in una pinta di birra; a quanto pare il risultato di questa creazione (o aberrazione, a seconda dei punti di vista) piacque molto, al punto che viene messa a punto una vera e propria ricetta per realizzare una versione alternativa della 60 Minute IPA rinominata 61, dove quell’uno in più indica l’ingrediente aggiunto, ovvero il mosto di uve Syrah californiane. 
La birra entra a far parte del “core range” (prodotte tutto l’anno)  di Dogfish, immutato dal 2007, a partire da marzo 2013. Non è il primo matrimonio che si consuma tra vino e birra: Dogfish annovera già la Noble Rot (una saison prodotta con succo di uva non fermentato), la Raison d’Etre  (uvetta), la Mida’s Touch  (uva moscato) e la Red and White (con succo di Pinot nero).  
L’etichetta ripropone il classico schema Dogfish, ma presenta una particolarità: è disegnata da Calagione utilizzando degli “acquerelli” speciali, dove i pigmenti di colore verde e rosso sono stati mescolati non all’acqua ma alla birra ed al vino. E, siccome la birra ben si abbinerebbe al cioccolato, lo sfondo marrone è stato dipinto con del cioccolato fuso. Et voilà.   
Bottiglia non molto fresca (luglio 2014) che ho colpevolmente dimenticato in frigorifero per qualche settimana di troppo. 
Si presenta di color ambrato, con delle vivaci sfumature che richiamano il rosso ed anche il rosa: la schiuma è un bianco sporcato di rosa, fine, poco persistente. L’aroma è vinoso ed aspro, con qualche sfumatura dolce di pesca, frutta secca e floreale (rosa), non c'è molto altro. Se l’inizio non è molto promettente, il gusto lascia ugualmente perplessi: c’è una base di crackers, qualche leggera nota di caramello e di marmellata d’agrumi, l’asprezza dell’uva contrapposta alla dolcezza della fragola e di qualche altro frutto di bosco. E’ molto pulita e bilanciata, poco carbonata, gradevole al palato, con corpo medio. L’equilibrio che ho appena chiamato in causa è quello tra dolce e amaro,  perché nell’incontro tra vino e birra la lotta è impari: senz’altro la bottiglia poco giovane avrà perso un po’ l’apporto dei luppoli, ma della India Pale Ale sbandierata in etichetta  c’è davvero poco, se si eccettua una timida nota amaricante di scorza d’agrumi che arriva proprio alla fine. L’impressione che ho avuto, più che di una birra “compiuta”, è  di bere un bicchiere di vino allungato con una quantità imprecisata di birra, una sorta di miscelato neppure riuscito particolarmente bene. 
Degli altri “incontri” tra vino e birra realizzati da Dogfish ho avuto l’occasione di assaggiare solo Mida’s Touch e Raison d’Etre, entrambe molto più “sensate” e gradevoli di questa Sixty-One che davvero (e mi assumo io la “colpa”, tanto…) non sono riuscito a capire, neppure se progettata appositamente per gli abbinamenti gastronomici consigliati come cotoletta di maiale alla griglia, sushi, frutti di bosco e panna, torta di mele, formaggio gruviera e gouda non invecchiato. Ma c’è anche un abbinamento “musicale” consolatorio: Bonnie “Prince” Billy  ha scritto una canzone chiamata Sixty-One che potete acquistare allo spaccio del birrificio assieme ad un 4 pack.      
Una bevuta che fa rimpiangere le grandi (!) birre al mosto d'uva prodotte da alcuni birrifici italiani (Montegioco, Barley, Loverbeer e Birra del Borgo, per citare quelle che mi hanno maggiormente  impressionato); e se proprio vogliamo fare un confronto più diretto (con chi scrive IPA in etichetta) allora scommetto senza esitazioni su  quella di Brewfist
Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, lotto 11/07/2014, pagata 2.40 Euro (supermercato, USA).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 15 febbraio 2014

Dogfish Head 120 Minute IPA

Non solo birraio ed imprenditore, ma anche prolifico scrittore, Sam Calagione pubblica nel 2006 il libro "Extreme Brewing: An Enthusiast's Guide to Brewing Craft Beer at Home". Il concetto di "birre estreme" è difficile da generalizzare: nel suo libro Calagione si riferisce soprattutto alla creazione di birre con ingredienti inusuali (spezie, frutta, ortaggi, erbe..), ma si può senz'altro definire anche estrema una birra dal contenuto alcolico del 20%. Nata nel 2003, è stata per lungo tempo la Imperial IPA più alcolica al mondo, prima di venir superata nel 2010 dalla Sink The Bismarck di Brewdog (41%); più recentemente è stata sorpassata anche dalla Octo-Pyroclastic Black IPA del birrificio francese Fleurac. Nel frattempo (2009), Sam Calagione aveva fatto alcuni accorgimenti sulla ricetta abbassando l'ABV da 20% a 18%. Difficile anche incasellarla in uno stile: nonostante l'etichetta dica "IPA", dopo averla bevuta vi rendete conto che non sarebbe neppure appropriato catalogarla come American Strong Ale o come American Barley Wine.
Nel corso della bollitura,  che dura appunto 120 minuti, la birra viene continuamente luppolata. Segue un continuo dry-hopping che avviene, quotidianamente, per tutto il mese in cui la birra riposa nel fermentatore; terminata questa fase, la birra viene lasciata maturare per un altro mese assieme a dei coni di luppolo. La potete bere fresca, come andrebbe normalmente fatto con tutte le birre molto luppolate, oppure anche invecchiare ("per oltre un decennio", assicura Calagione) come si può fare con le birre di una certa gradazione alcolica.
Passo al caso specifico, una bottiglia del 2012 (Febbraio, credo) che ha dunque compiuto due anni dall'imbottigliamento. All'aspetto è di colore oro antico con riflessi ambrati, praticamente limpida; notevole che (a 18%, non riportati in etichetta, tra l'altro) si formi ugualmente un discreto cappello di schiuma, biancastra, un po' grossolana ma dalla discreta persistenza. Se l'aspetto è un bel biglietto da visita, l'aroma non si rivela per nulla entusiasmante: è pulito ma abbastanza dimesso; c'è subito un incontro con l'alcool (bourbon), caramello, frutta candita e marmellata d'arancia. In bocca è ricchissima, viscosa ed opulente, con il corpo pieno e solo lievemente carbonata. La presenza di alcool è molto ben sopportabile; inutile negarla, c'è e si sente, scalda, ma non è mai particolarmente invadente. In grande evidenza i malti, con note di biscotto, toffee e caramello, frutta candita, soprattutto agrumi. Dopo due anni è ovviamente rimasto poco dell'abbondante luppolatura e la bevuta è inevitabilmente dolce, con un residuo amaro/resinoso che, anzichè rendere la birra amara, va a bilanciare la dolcezza della imponente base maltata. In questo senso è davvero sorprendente l'equilibrio che questa birra riesce a mantenere nonostante l'evidente evoluzione che ha subito. Chiude con un lungo retrogusto maltato, morbido, caldo ed etilico (bourbon) con un lieve presenza di frutta sotto spirito. Non c'è tuttavia molta complessità, gli elementi in gioco sono sempre quelli, anche se molto puliti e ben dosati; si sorseggia quindi senza particolare impegno ma con una leggera noia, soprattutto se la bottiglia è tutta per voi,  e lentamente iniziare ad avvertire l'effetto dell'alcool. Non l'ho mai bevuta fresca, ma a due anni d'età mi sembra una birra che si trova un po' in una terra di nessuno; perso l'amaro di gioventù, non ha ancora assunto quelle caratteristiche interessanti (vinose, marsalate, ossidate) tipiche del passaggio del tempo.
Calagione la consiglia in abbinamento alle mandorle affumicate (?), a carne affumicata, agnello alla griglia e gingersnaps (biscotti allo zenzero). Per l'immancabile il video di presentazione realizzato da Sam Calagione, andate qui. Per invece tentare di replicarla a casa, con le vostre pentole, vi consiglio di dare un'occhiata qui. Non ha probabilmente molto senso confrontarla con le due sorelle minori, la 60 e la 90 Minute IPA, visto che la 120 è una birra completamente diversa. Dovessi comunque scegliere tra le tre, la preferenza va in assoluto alla 90 Minute, e non per il luogo in cui l'ho bevuta per la prima volta.
Formato: 35.5 cl., alc. 18%, IBU 120, lotto 2012F.

mercoledì 23 ottobre 2013

Dogfish Head Midas Touch

Non sono molte le Dogfish Head che arrivano in Italia, visto che il birrificio americano già non riesce a soddisfare tutta la domanda domestica. Tutta via Sam Calagione, fondatore di Dogfish, è anche socio della Birreria che si trova all'interno della filiale di New York di Eataly. Grazie a questo canale preferenziale sono arrivate negli ultimi tempi in Italia un paio di bottiglie: la Indian Brown Ale e la Midas Touch. Per introdurre questa birra bisogna fare un lunghissimo salto indietro nel tempo, quando un re chiamato Mida (non quello delle leggenda) governava all'incirca 2700 anni da la Frigia, una regione dell'Anatolia centrale che oggi corrisponde indicativamente alla Turchia. La sua tomba, che fu scoperta nel 1950,  conteneva un numero impressionante di vasi (bicchieri) risalenti all'età del ferro. Una quarantina d'anni dopo il ritrovamento, l'archeologo americano Patrick McGovern dichiarò che i residui contenuti in quei vasi erano di bevande alcoliche: orzo, miele, uva. McGovern cercò un birrificio disponibile a ricreare una birra contenente quegli ingredienti da bere nel corso di una celebrazione di Mida. A Sam piace subito l'idea di produrre una birra che contenesse miele ed uva, ed ecco che la Mida's Touch - commercializzata per la prima volta a Marzo del 1999 - entra nella produzione stabile del birrificio del Delaware. Oltre ai giù citati miele ed uva (moscato), Calagione aggiunge lo zafferano.
Si presenta di colore oro carico, leggermente velato; la schiuma è un po' grossolana, di dimensioni modeste, biancastra e poco persistente. Aroma pulito, dolce, con spiccati sentori di miele d'acacia, zafferano, uva passa, leggera pesca. Rotonda ed avvolgente in bocca, dal corpo pieno e poco carbonata, si mantiene molto dolce con un bel carico di frutta candita, zucchero di canna, miele, biscotto al burro, uva passa ed albicocca sciroppata. Soprattutto quando raggiunge la temperatura ambiente è a tratti reminescente di un vino liquoroso; ha però un finale sorprendentemente secco, che ripulisce il palato del dolce evitando quindi l'effetto stucchevolezza. Chiude morbida, con un retrogusto etilico caldo ed armonioso, di frutta secca (albicocca ed uvetta). Molto pulita, si beve molto bene nonostante una gradazione alcolica importante (9%) ed è quasi naturale pensare ad un suo abbinamento con dei formaggi stagionati o piccanti. Calagione la consiglia inoltre (paragonandola ad un Sauternes) con piatti d'influenza asiatica, risotto, curry, pesce e tacchino al forno. Immancabile il suo contributo video. Palati amanti del dolce fatevi avanti, questa intensa e morbida birra è per voi. 
Formato: 35.5 cl., alc. 9%, IBU 12, lotto 29/06/2012, pagata 4.70 Euro (food store, Italia).

venerdì 21 giugno 2013

Saison du BUFF

Chiudiamo il piccolo “trittico” delle saison con una birra un po’ speciale: la Saison du BUFF, ovvero una collaborazione tra Sam Calagione (Dogfish Head – Delaware), Greg Koch (Stone Brewing Co. - California) e Bill Covaleski (Victory Brewing Co. - Pennsylvania).  L’idea per questa birra risale addirittura al 2003, quando i tre birrai sopra citati formano la BUFF Alliance (Brewers United for Freedom of Flavor), ovvero un’associazione che intendeva diffondere la passione e il senso d’appartenenza alla scena della birra artigianale americana. E’ però solamente nel 2010 che dalle parole si passa ai fatti, ed i tre birrai si trovano al sole della California per elaborare la ricetta di una birra one-shot, la Saison du BUFF.  La prima birra viene brassata alla Stone, e poi replicata da ciascun birrificio presso i propri impianti; nel 2012 i birrai decidono che è il momento di  tornare a farla: a Marzo 2012 viene commercializzata la Dogfish, ad Aprile quella di Victory e, il 18 Giugno la produzione Stone. Questa volta i birrai riescono a reperire tutte le erbe necessarie (prezzemolo, salvia, rosmarino e timo) presso la Stone Farms, l’azienda agricola di proprietà del birrificio che rifornisce di materie prime biologiche lo Stone Bistro & Garden. Per l'occasione viene anche registrato un breve video promozionale. La ricetta viene pubblicata sul libro The Craft of Stone Brewing Co., che racconta i primi 15 anni di vita dal birrificio fondato da Greg Koch e Steve Wagner. Per chi fosse interessato, la può trovare qui.   E' di un bel color oro, quasi limpido; la schiuma, bianca, ha trama fine, e cremosa ed ha buona persistenza. Al naso il primo impatto è di agrumi, mandarino, lime/limone (c'è un dry-hopping di Citra) che ben presto si mescolano a note insolite di salvia e rosmarino e, più in secondo piano, di prezzemolo. Ad un anno di distanza dall'imbottigliamento l'aroma non può essere molto forte, ma è molto pulito, ben equilibrato tra i vari elementi, lievemente rustico, permettendo di individuare le diverse erbe utilizzate nella ricetta. Ottima la sensazione palatale: corpo medio, con una carbonazione forse un po' troppo bassa per lo stile ma che regala comunque una grande sensazione di rotondità e di morbidezza. Il gusto continua in linea retta il percorso aromatico: dopo un ingresso di pane, troviamo frutta dolce (pesca, mango e polpa d'arancio) con, a bilanciare, un amaro  morbido, rinfrescante,  prevalentemente vegetale/erbaceo che ripropone salvia, timo e rosmarino. L'alcool (7.7%) è nascosto in una maniera impressionante; questa Saison du BUFF ha una bevibilità quasi commuovente, un bel profilo secco, dissetante e rinfrescante; il mix di erbe annunciato in etichetta ci aveva un po' "spaventato" (sembrava un po' di leggere il tubetto di una crema rinfrescante), ma il loro sapiente dosaggio aggiunge complessità ad una birra solida che si divincola tra note di frutta (agrumi/tropicale) ed erbacee, con una grande eleganza che forse ne sacrificà un po' il lato rustico. Il birrificio la consiglia in abbinamento con: tortino di granchio, gamberi grigliati, hummus, pollo arrosto, salmone grigliato, ceasar salad, tikka masala. Formato: 35.5 cl., alc. 7.7%, IBU 52,  lotto 02/05/2012, pagata 2.50 Euro (birrificio, USA).

domenica 12 maggio 2013

Dogfish Head Indian Brown Ale

Dogfish Head è un birrificio che non riesce a soddisfare tutta la domanda "domestica", e che ha già deciso in passato di tagliare la distribuzione in alcuni stati americani; sono quindi pochissime le occasioni di trovare in Italia le birre di Sam Calagione. Tuttavia, come forse saprete, Sam è socio d'affari nella "Birreria" presente all'interno della filiale di New York di Eataly, assieme a Leonardo Di Vincenzo, Teo Musso e, ovviamente, Oscar Farinetti. Proprio questo legame ha dunque consentito all'Italia di avere una corsia privilegiata (?) e ottenere alcune birre altrimenti reperibili solamente con il contagocce fuori dal territorio americano. Saprete forse anche che Calagione ha già collaborato con Birra del Borgo (la birra My Antonia) ed è proprio il birrificio di Leonardo Di Vincenzo - come segnala l'etichetta appiccicata sul collo della bottiglia - ad effettuare l'importazione. Arrivarono in Italia per la prima volta a Luglio dell'anno scorso, per celebrare con le dovute maniere l'inaugurazione della "Birreria" italiana, quella installata dentro il nuovo Eataly di Roma. A quel tempo era possibile berle solamente ai tavoli di Eataly, ad un prezzo "da passamontagna" (10 Euro cadauna). Quasi un anno dopo, Eataly ha un po' allentato la cinghia, rendendole disponibile sugli scaffali, anche per l'asporto, a prezzi molto più accettabili. Tra quelle tre birre del vernissage c'era anche questa Indian Brown Ale, che Sam Calagione definisce  come un incrocio tra un'american brown ale, una scotch ale ed una IPA.  E' in produzione dal dicembre del 1999, disponibile tutto l'anno. E' dì un bel  colore marrone scuro, molto intenso, con riflessi rossastri; la schiuma è molto persistente, beige, fine e cremosa. La nostra bottiglia è nata nell'Agosto del 2012; al naso non c'è quindi ovviamente rimasto molto di quel dry-hopping con il quale la Indian Brown Ale viene brassata; l'aroma è comunque ugualmente interessante, complesso, pulito e raffinato. In evidenza cioccolato, caffè, tostature, sentori terrosi, prugne disidratate, zucchero di canna, melassa. Il gusto non si discosta di molto, riproponendo note di tostatura, caffè, leggero cioccolato, uvetta, prugne secche. Ha un corpo medio, una carbonazione contenuta ed è molto gradevole e morbida in bocca, lasciandosi bere molto facilmente. Alcool non pervenuto, appagante retrogusto lungo e morbido di caffè e di cioccolato. Intensa e solida, il bicchiere è vuoto e noi siamo molto soddisfatti. Abbinamenti consigliati da Sam: insalate condite con vinagrette di aceto balsamico, carni affumicate, selvaggina, spezzatino, costine brasate, prosciutto. Formato: 35.5 cl., alc. 7.2%, IBU 50, lotto 30/08/2012, pagata: 2.90 Euro (Eataly).

lunedì 10 settembre 2012

Dogfish Head 90 Minute IPA

Visto che di Dogfish Head abbiamo parlato in dettaglio pochi giorni fa, passiamo subito a concentrarci sulla 90 Minute IPA. Prodotta per la prima volta ad Aprile 2001, è la birra che vede il debutto del “continuous hopping” inventato da Sam Calagione, tecnica poi estesa alla sorelle "60" e "120 Minute IPA". Per tutti i 90 minuti della bollitura, la birra viene luppolata alla frequenza di una gettata al minuto. In aggiunta, viene effettuato un dry-hopping durante la maturazione con un meccanismo (una specie di Randall), elaborato da Calagione e chiamato “Me So Hoppy”. Sul sito del birrificio trovate anche le istruzioni nel caso vogliate costruirvi da soli un marchingegno simile; vi segnaliamo inoltre anche questo video auto-esplicativo. Si presenta di color ambra, carico, praticamente limpido; la schiuma è fine e cremosa, molto persistente. Aroma pulitissimo, ancora molto fresco (la bottiglia ha circa tre mesi di “vita”), ricco di aghi di pino, pompelmo e arancio, qualche sentore floreale e caramello. Il meglio però deve ancora venire; l’arrivo in bocca è davvero eccezionale, birra molto morbida, quasi cremosa, dal corpo pieno e dalla carbonazione media. Anche il gusto è estremamente pulito, con una facilità di bevuta impressionante; increduli, leggiamo che l’etichetta recita ABV 9%; si apre con una base di biscotto cui fanno seguito note dolci di frutta sotto spirito (pompelmo ed albicocca). Ad equilibrare, in modo esemplare, un amaro vegetale e resinoso, leggermente pepato, davvero molto gradevole. Nonostante all’apparenza sembri una IPA massiccia (90 IBU e, come detto, 9% di vol,. alcolico), il grande pregio di questa birra è l’assoluta facilità di bevuta e, soprattutto, il grande equilibrio tra gli elementi. Nessun estremismo, nessun amaro che azzera le papille gustative; l’alcool si avverte solamente quando la birra s’avvicina alla temperatura ambiente, riscaldando il palato in modo elegante e morbido, ed aggiungendo qualche nota che ricorda il whisky al lungo retrogusto amaro pieno di resina. Grande birra, solida, pulitissima e ben costruita, almeno qualche spanna sopra la sua sorella “minore” 60 Minute IPA. Calagione la consiglia in abbinamento con braciole di maiale, manzo, pesce alla griglia, focaccia, zuppa di piselli, formaggio Stilton. Formato: 35.5 ml., alc. 9%, 90 IBU, imbottigliata il 23/05/2012, scad, non indicata, prezzo 2.91 Euro ( $ 3.49)

giovedì 6 settembre 2012

Dogfish Head 60 Minute IPA

Dogfish Head, un nome abbastanza noto in Italia, soprattutto per le diverse collaborazioni avvenute negli anni tra Sam Calagione (deus-ex-machina del birrificio americano fondato nel 1995, nel Delaware) e Leonardo di Vincenzo/Birra del Borgo. Citiamo soprattutto l’ottima My Antonia, ma anche la compartecipazione al progetto Eataly New York con brewpub annesso. Calagione rimane tutt’oggi uno dei personaggi più carismatici della scena USA, avendo anche realizzato la serie televisiva Brew Masters per Discovery Channel e scritto diversi libri; nei primi anni 90 mentre lavorava in un bar di Manhattan avviene il suo incontro con le birre   "di qualità" (Sierra Nevada, Chimay). Scatta in lui la passione e la voglia di dedicarsi dapprima all'homebrewing, fino a decidere di lasciare gli studi alla Columbia University per lavorare come apprendista alla Shipyard Brewery (Portland, Maine). Dopo un anno e mezzo, Sam si sposta assieme a sua moglie Mariah nel Delaware, nel paese dove lei è nata; recupera con mezzi di fortuna un piccolo impianto usato ed inizia a produrre in casa piccoli lotti di birra che egli stesso s'incarica poi di distribuire nei  bar e nei ristoranti della zona. Lentamente le birre iniziano ad essere apprezzate e richieste, ed è tempo di allargarsi. Sam acquista i locali di una vecchia fabbrica di yogurth e li converte in birrificio, con ristorante annesso. E' il 1997 ma - racconta Calagione - il vero punto di svolta avviene nel 2011; sino ad allora erano gli incassi del ristorante a tenere in vita il birrificio. Mentre molti birrifici artigianali sono costretti a chiudere, Sam corre il rischio, decide d'investire ancora e riesce ad aggiudicarsi per 200.000 dollari gli impianti  (valore 1 milione di dollari) della fallita Ortlieb's Brewery di Philadelphia. La nuova linea produttiva garantisce la costanza e la qualità che Sam cercava, e da allora la Dogfish Head cresce incessantemente del 40/50 % l'anno. Se vi state facendo delle domande sull'origine del nome, sappiate che Dogfish Head è una piccola sporgenza di terra che affiora nell'oceano sulla costa del Maine, dove Calagione è nato; il suo significato si deve al fatto che le trappole messe in quel punto dai pescatori di aragoste solitamente finiscono per catturare più pescecani che crostacei.
Nasce nel febbraio del 2003 la 60 Minute IPA, sorella minore della 90 Minute; l'etichetta che recita "continuously hopped" si riferisce al fatto che, nel corso della bollitura (60 minuti) vengono fatte 60 aggiunte di luppolo, quindi una al minuto. In questo video potete vedere una veloce presentazione della birra fatta dal mediatico Calagione. Birra tutta "giocata" sul numero sei, con anche 60 unità d'amaro ed il 6% di volume alcolico.  Nel bicchiere è di color oro, molto intenso, praticamente limpido; la schiuma bianca, fine e cremosa, non è molto generosa ma ha una buona persistenza.  La bottiglia da noi degustata non era esattamente freschissima (maggio 2012) ma neppure particolarmente datata. L'aroma non è molto pronunciato; sentori floreali, note quasi terrose di luppolo ed una componente aggrumata che richiama più il limone che il pompelmo. Molto beverina e scorrevole in bocca, decisamente "watery" senza mai essere sfuggente, con una carbonazione media ed un corpo medio. La base di malto (pane) è molto leggera, ed il gusto vira subito verso un bel profilo luppolato leggermente "pepato" con sentori terrosi, erbacei e, in secondo piano, di agrumi (limone). Il finale, che prosegue nella stessa direzione erbacea/terrosa, è abbastanza intenso ma corto. Molto secca, pulita e morbida in bocca, è una IPA molto bilanciata e beverina; proviene dalla East Coast americana, quindi dalla parte opposta dove noi l'abbiamo bevuta, una West Coast dove prevalgono birre molto più amare, intense, piene di frutti tropicali e per certi versi "estreme". Per il contesto in cui l'abbiamo bevuta ci ha forse lasciato un po' delusi, ma si tratta senz'altro di un'ottima birra, estremamente facile da bere.  Calagione la consiglia in abbinamento a cibo piccante, pesto, salmone grigliato, pizza, cheddar stagionato. Formato: 35,5 cl., alc. 6%, 60 IBU, lotto 24/05/2012, prezzo 1,66 Euro ($ 1,99).

martedì 23 novembre 2010

Dogfish Head Raison D'Etre

Sam Calagione e la sua Dogfish Head Craft Brewery possono senz’altro considerarsi uno dei primissimi protagonisti – a metà degli anni ’90 – della birra artigianale americana. Vi rimandiamo ad altri siti per approfondire l’interessante storia di questo birrificio che rimane uno dei protagonisti dell’american craft brewing . La Raison D'Etre è stata commercializzata per la prima volta a Marzo del 1998; si tratta di una ale d’ispirazione belga prodotta con zucchero da canna ed uva passa verde. Il colore è un meraviglioso ambrato, appena velato, con riflessi rosso rubino. Schiuma oca, non molto generosa, che svanisce rapidamente lasciando un bel pizzo nel bicchiere. Naso complesso, con frutta sotto spirito (uvetta, prugne), malto tostato, caramello e lieviti “belgi”. Il corpo è da medio a pieno, con bassa carbonatazione. E’ una birra molto secca che mantiene però una bella morbidezza al palato, mostrando una gradazione alcolica decisamente inferiore a quella dichiarata (8%). Malto tostato, caramello. frutta secca ed alcool per una birra che rimane abbastanza dolce (gli IBU dichiarati sono 36) e – in un certo senso – vinosa. L’amaro arriva solamente a fine corsa, poco pronunciato, ad equilibrare un prodotto comunque dominato da malti e frutta. Pensata da Sam Calagione come una birra da pasto, a sostituire il vino in abbinamento con la classica bistecca, diremmo che sembra svolgere egregiamente il compito. Buona, ed interessante. Degustata in bottiglia da 354 ml., 4 €.

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english summary:
Pours an amazing amber/red color with a small and quickly collapsing off-white head. Complex nose with fruits (raisins, green plums), roasted malt, caramel and Belgian yeast. Body is from medium to full, with low carbonation. A very dry but smooth on the palate beer, with flavor of roasted malt, caramel and dried fruits. Quite on the sweet side and with an 8% ABV well hidden. A bitter-ish aftertaste comes to balance. Good and interesting stuff. 35,4 cl. bottle, 4 €.