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giovedì 3 settembre 2020

BrewDog Indie Pale Ale

Quando si parla di un birrificio si dovrebbe parlare solo di birra ma nel caso di BrewDog le cose sono state sempre diverse. All’inizio c’erano le birre, ma gli scozzesi hanno rapidamente iniziato a far parlare di sé per le loro provocazioni, per le irriverenti operazioni di marketing e per altre iniziative nelle quali la birra era stata relegata in secondo piano. Una strategia che era forse necessaria in un primo periodo per rompere l’establishment della birra industriale inglese e che ha indubbiamente portato successo: BrewDog si dichiara ancora paladino dell’indipendenza e della Craft Beer nonostante abbia ormai raggiunto dimensioni ragguardevoli: un beer-hotel in Ohio (USA), una linea aerea, altri due piccoli hotel in Scozia, una cinquantina di BrewDog bar sparsi in tutto il mondo e cinque siti produttivi sparsi in Scozia (due ad Ellon), Germania (l’ex Stone Berlin), USA (Columbus, Ohio) e Australia.  
Ho incontrato per la prima volta BrewDog nel 2010 ed allora il mio palato era indubbiamente diverso: la mia esposizione alla birra artigianale era ancora limitata e le birre BrewDog mi sembravano estreme, potenti, aggressive. Esattamente quello che ti aspetti da un birrificio che proclama il punk e la rivoluzione. Mi sembravano o lo erano davvero?  Poi la rivoluzione di BrewDog si è espansa: per far girare gli impianti sempre più grandi è necessario vendere tanta birra e per farlo è necessario andare a pescare sempre più nel territorio dominato dalle anonime birre industriali. Portare i consumatori verso la più costosa Craft Beer non è semplice: bisogna conquistare il loro palato senza spaventarlo con prodotti estremi o troppo diversi da quelli che sono abituati a consumare. Le birre di BrewDog sono progressivamente divenute sempre più docili, le ricette sono state modificate e ammorbidite per avvicinarsi con più facilità ai consumatori. La loro birra più  iconica, la Punk IPA, è l’esempio perfetto. 
Le BrewDog degli ultimi anni mi sono sembrate sempre più anonime e un lontano ricordo di quello che erano.  Personalmente ho perso interesse verso il birrificio scozzese e probabilmente lo hanno fatto tanti altri appassionati della vecchia guardia. Un piccolo prezzo da pagare per poter continuare a crescere a e diventare una grande porta d’accesso per passare dal mondo industriale a quello artigianale? Certo, anche se per i vecchi nostalgici trovare una spina BrewDog in mezzo a tante industriali può ancora essere un’ancora di salvezza, in attesa di tempi migliori.

La birra.
E’ esattamente in quest’ottica che venne annunciata a gennaio del 2018 la nascita della nuova Indie Pale Ale. Non India, ma Indie: independent. Una “pale ale per il ventunesimo secolo, la nostra interpretazione della perfetta gateway beer: studiata per essere facile da comprare e da bere in ogni occasione. Una birra Ideale per chi voglia espandere i propri orizzonti: la utilizzeremo come trampolino di lancio carico di luppolo nel mondo della birra artigianale. La Indie Pale Ale è al tempo stesso un campanello d’allarme e uno squillo di tromba. La birra artigianale continuerà ad avanzare nel mercato solo se sarà accessibile a tutti: questa birra è la nuova arma per combattere le birre industriale insapori. Perché crediamo che una volta si sia attraversato il cancello non si posso più tornare indietro”. 
Per fare questo BrewDog progetta una nuova Pale Ale (4.2%) con malti biscotto e caramello, luppoli Columbus, Cascade e Simcoe.  Nel giorno del suo debutto, 11 gennaio, chiunque avesse taggato BrewDog con l’hashtag #DrinkIndie avrebbe avuto due mezze pinte di birra offerte nei vari BrewDog bar.  
Nel bicchiere si presenta di color dorato, leggermente velato, mentre la schiuma è  cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Pane, miele e cereali; l’aroma è tutt’altro che luppolato. Un po’ di mela verde completa un quadro poco entusiasmante e le molte poche bollicine non aiutano a riportare un po’ di entusiasmo a chi beve il primo sorso. La bevuta è figlia dell’aroma è quindi sono protagonisti i malti, dovrei dire: in realtà l’intensità è davvero ai minimi termini e quindi parlare di protagonismo è fuori luogo.  Un po’ d’amaro, nella forma di frutta secca a guscio, arriva alla fine di un percorso anonimo e deludente.  Ma è una chiusura poco secca e quindi poco dissetante, con una leggera patina dolciastra che rimane avvolta al palato.  
Ben vengano birre entry level per portare i bevitori di birra industriale dall’altra parte della barricata, ma questa lattina di Indie Pale Ale è equiparabile proprio ad un banale e insapore prodotto industriale, noioso e privo di carattere. Meglio allora risparmiare qualche centesimo e restare tra la braccia dell’industria. Siamo nel 2020 e si deve pretendere di più anche da una semplice gateway beer. Non so se la birra sia stata maltratta dalla distribuzione, ma l’impressione è che sia una delle tante anonime e deludenti birre alle quali ormai BrewDog ci ha purtroppo abituato.
Formato 33 cl., alc. 4.2%, lotto 03029 50,  scad. 11/09/2021, prezzo indicativo 2.00 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 26 marzo 2020

Tempest Red Eye Bourbon Barrel


Sta facendo proprio un bel percorso di crescita il birrificio scozzese Tempest, fondato nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, a poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada dove Gavin stava lavorando come cuoco;  fu l'incontro con la craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trovava in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequentò un corso professionale per la produzione della birra e, rientrata in Scozia, la coppia ha aperto il gastropub The Cobbles a Kelso: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continuava con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra fatta sul posto.   
Nell’aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, nacque Tempest Brewing Company: si  parte  con un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate dall’industria casearia che viene poi sostituito due volte per aumentare la produzione. Quello attuale (30 hl) si trova nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, inaugurata nel 2015. Partito timidamente con una piccola gamma di stili classici, Tempest ha pian piano allargato i suoi orizzonti dimostrando di voler stare al passo coi tempi: nel 2018 sono arrivate le prime lattine, prima nel classico formato in inglese da 44 centilitri e, a partire allo scorso gennaio, in quello da 33 che è stato anche accompagnato da un restyling grafico delle etichette. 
Per qualche strano motivo ho bevuto sino ad ora molte poche birre “quotidiane” di Tempest privilegiando invece quelle dal contenuto alcolico piuttosto robusto: mi prometto di esplorare al più presto il lato più’ easy del birrificio scozzese ma anche la birra di oggi picchia forte. E’ arrivata lo scorso novembre 2019 e si chiama  Red Eye Flight Bourbon Barrel: è la versione potenziata della Red Eye Flight, robusta porter al caffè (7.4%) della quale vi avevo parlato in questa occasione. Non so se quest’ultima sia ancora prodotta, il sito del birrificio attualmente non la elenca tra le birre disponibili.

La birra.
Il termine "red eye flight" viene usato in inglese per indicare quei voli aerei che partono la sera tardi, verso mezzanotte, ed arrivano a destino all’alba con una durata di solito inferiore alle sei ore, quelle che consentirebbero un normale periodo di sonno/riposo;  gli “occhi rossi” sono appunto quelli dei passeggeri stanchi e assonnati.  La Red Eye Flight Mocha Porter veniva prodotta con caffè brasiliano e polvere di cacao, mentre per la sua versione Barrel Aged (nove mesi in botti ex-bourbon) è stata utilizzata una varietà proveniente dall’isola di Sumatra (Indonesia). La ricetta si completa con malti Golden Promise, Chocolate, Monaco e Crystal, avena e frumento, luppolo Columbus, lievito California Ale: i chicchi di caffè e le fave di cacao sono state infuse all’interno delle botti e ulteriore caffè è stato aggiunto prima della messa in fusto/bottiglia.  
Non è forse completamente nera ma ci manca davvero poco: la schiuma è cremosa, fine, compatta ed ha buona persistenza. L’aroma è intenso, pulito e molto espressivo: il caffè è protagonista ma lascia che sul palcoscenico appaiano anche profumi terrosi e di tabacco, cioccolato fondente, fondi di caffè, legno e cenere, bourbon, qualche accenno di vaniglia. Difficile chiedere di più. Si potrebbe invece alzare l'asticella del mouthfeel: okay, è una imperial porter e chi crede fermamente nella differenza tra porter e stout sa di aspettarsi un po’ più di leggerezza. In effetti non ci sono particolari densità o viscosità, la birra è gradevole ma qualche carezza in più l’avrebbe resa ancor più memorabile. Il livello di questa Red Eye Bourbon Barrel è comunque elevatissimo molto elevato: senz’altro tra le migliori imperial porter/stout al caffè barricate europee che mi sia capitato d’assaggiare. La bevuta è ricca di caramello, frutta sotto spirito e bourbon, componenti molto ben amalgamate con le loro controparti amare di caffè, tostature e cioccolato fondente. L’alcool (12%) è dosato come meglio non si potrebbe: è una birra che scalda senza far male e che si sorseggia con enorme piacere. Chiude con delicate suggestioni di vaniglia e una lunghissima scia di caffè corretto al bourbon. Una sorta di KBS scozzese (non a caso usano la stessa varietà di  caffè), ma ancor più elegante e sincera: birra riuscitissima, comprare subito. 
Formato 33 cl., alc. 12%, lotto 11/2019, scad. 12/2024, prezzo indicativo 7,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 febbraio 2020

BrewDog Off Duty King

E’ stato uno dei principali protagonisti della craft beer revolution nel Regno Unito ma oggi per me è onestamente difficile associare il nome BrewDog alla parola “artigianale”. Il birrificio non ha ceduto quote a nessuna multinazionale (la maggioranza è posseduta dalla TSG Consumer Partners, private equity) ma ha sviluppato un modello di business che, per quel che mi riguarda, mi ricorda molto più quello di una grande impresa: un beer-hotel in Ohio (USA), una linea aerea, altri due piccoli hotel in Scozia, una cinquantina di BrewDog bar sparsi in tutto il mondo e cinque siti produttivi sparsi tra Scozia (due ad Ellon), Germania (l’ex Stone Berlin), USA (Columbus, Ohio) e Austrialia (Brisbane). 
I due fondatori, gli ex-punk James Watt e Martin Dickie, non sono più birrai ma imprenditori che hanno scelto di privilegiare la quantità sulla qualità: BrewDog si trova quasi ovunque e nel corso degli anni ha modificato i propri prodotti per cercare di raggiungere il maggior numero di persone. La loro birra simbolo, la Punk IPA, è oggi un prodotto completamente diverso da quello che era nato nel 2007 e che si era fatto largo con campagne pubblicitarie provocatorie e aggressive; la Punk IPA è oggi una birra docile e facile da bere che non riesce più come una volta a stupire il palato di chi è già abituato a bere prodotti artigianali. BrewDog ha indubbiamente avuto il merito di contribuire alla diffusione della birra artigianale ed è ancora oggi una valida alternativa ai prodotti industriali ma la scena craft offre alternative molto più allettanti per gli appassionati. Per tutti gli altri, BrewDog può ancora rappresentare una porta d’accesso per passare dal mondo industriale a quello artigianale.
Quel che è certo è che in Scozia non stanno mai fermi: nelle scorse settimane è stato lanciato il manifesto ”ecologista” BrewdogTomorrow che vuole promuovere il riciclo delle lattine, la trasformazione delle birre venuta male in distillato/Vodka (sai che novità) e l’invito all’homebrewing (ovviamente usando i kit di BrewDog) per evitare d’inquinare andando a berla o a comprarla in giro. Il birrificio ha inoltre annunciato che investirà un milione sterline in ricerca e iniziative di tipo ecologico. Il tutto sarà accompagnato da un completo restyling di grafiche ed etichette, quest’ultime sempre meno punk.

La birra.
Dal punto di vista brassicolo vale ancora la pena andare a cercare BrewDog o conviene lasciare che sia lui a trovare voi, dai bar agli scaffali dei supermercati? Ci sarebbe in teoria la “Small Batch Series” il cui nome indica esattamente la direzione opposta a quella presa dal birrificio di Ellon: parliamo principalmente di birre acide e invecchiamenti in botte.  Una delle ultime arrivate in questo “catalogo” è la Off Duty King, una Export (imperial) Stout invecchiata per sei mesi in cask di whisky scozzese ed ulteriori sei mesi in botti che avevano in precedenza contenuto whiskey di segale: in questo caso oltre al cereale è anche la vocale “E” a fare la differenza. Dalla Scozia ci di sposta in Irlanda o negli Stati Uniti, non ci è dato a sapere. BrewDog ci comunica che per la produzione dell’imperial stout sono state impiegate sette diverse varietà di malto e sei di luppolo: è stata messa in vendita nella prima settimana di dicembre 2019. 
Il suo vestito è di colore ebano scuro, la schiuma è generosa, compatta ed ha buona persistenza. L’aroma è davvero un bel biglietto da visita: whisky, melassa, liquirizia, vaniglia, legno, fruit cake, accenni di cioccolato, fudge, uvetta e prugna disidratata: l’intensità è discreta ma c’è profondità e soprattutto un buon livello di pulizia. Purtroppo le belle notizie finiscono qui: la Off Duty King non mantiene le splendide promesse a partire da un mouthfeel troppo leggero per una birra che dichiara in etichetta 13.2%. Ma sarei anche ben disposto a perdonare questo vizio se il gusto mi rappresentasse anche solo il 50% dell’aroma: la bevuta è invece un lento incedere marcatamente caratterizzato dal distillato con qualche concessione alla frutta sotto spirito, al caramello, quasi alla cola. Niente rullo di tamburi finale: è una birra che si congeda quasi in sordina, senza nessun accenno di caffè o torrefatto. Rimane una scia mediamente lunga di whisky come ricordo di una imperial stout non difficile da sorseggiare ma poco profonda e molto noiosa. Un’occasione mancata ad un costo che non vale assolutamente il prezzo del biglietto. 
Formato 33 cl., alc. 13.2%,  lotto 1911065C, scad. 11/21/2029, pagata 8,50 sterline (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 ottobre 2019

Tempest In The Dark We Die

Il destino è stato crudele ma forse non casuale: le Black IPA erano nate come un divertissement, a partire da quell’ossimoro (Black-Pale) contenuto nel loro stesso nome, e in quanto nonsense hanno avuto vita relativamente breve.  La loro popolarità negli Stati Uniti, mercato che le ha inventate, è durata un lustro (2009-2014) obbligando in quegli anni praticamente ogni birrificio ad averne una nel proprio portfolio: oggi nessuno o quasi le vuole più. Potremmo considerare il 29 gennaio 2015 la data della morte delle Black IPA: quel giorno il birrificio americano Stone Brewing annunciò che a causa della scarse vendite la propria Sublimely Self Righteous Ale, Black IPA molto ben riuscita che per anni aveva dominato le classifiche del beer-rating, sarebbe andata in pensione. In teoria non sarebbe una grande perdita: dopo tutto per definizione le Black IPA dovevano essere in tutto e per tutto delle IPA, eccetto che per il colore e quindi inutili. Ma spesso i birrifici non riuscivano a realizzare completamente quella illusione ottica ed il risultato erano delle IPA ibride e piacevolmente complesse che presentavano accenni di caffè, torrefatto, cioccolato.  Beergeeks ed appassionati amavano discuterne davanti al bicchiere: era davvero una Black IPA? O una porter molto luppolata? Una Cascadian Dark Ale? 
Il birrificio scozzese Tempest, che abbiamo già incontrato in numerose occasioni, è attivo dal 2010 ed ha prodotto la sua prima Black IPA, In The Dark We Live, nel 2013: in Europa siamo sempre un po’ indietro rispetto agli USA e la richiesta per le Black IPA è andata scemando con qualche anno di ritardo. Alla Tempest non si sono però persi d’animo ed hanno cercato di rivitalizzare uno stile ormai decaduto: nel 2017 è infatti arrivata In The Dark We Live Fruit Edition, con aggiunta di ribes nero, more e lamponi neri e, da buoni testardi (scozzesi), nel maggio del 2019 hanno replicato.

La birra.
In The Dark We Live è/era una Black IPA già di suo piuttosto robusta (7.2%). Per la sorella maggiore In The Dark We Die in Scozia hanno alzato ulteriormente l’asticella portando l’ABV in doppia cifra (10%). La ricetta è stata solo leggermente modificata nei malti (Pale, Munich, Carafa, Caramalt) ed è stato effettuato un Double Dry Hopping stranamente non sbandierato in etichetta; i luppoli sono gli stessi della sorella minore, ovvero Mosaic, Columbus e Simcoe.  
Non è completamente nera ma poco ci manca; la schiuma è cremosa e compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma, pulito, ancora intenso e pungente, è resinoso e terroso, balsamico: a portare un po’ di luce nel buio ci sono accenni di frutti di bosco e di marmellata d’agrumi. Il mouthfeel è il vero punta di forza di questa potente Imperial Black IPA: molto morbido, quasi vellutato, un’inaspettata carezza che cerca d’ammansire una birra dura che picchia subito forte con il suo amaro resinoso e terroso. Caramello e frutti di bosco sono le deboli ma imprescindibili fondamenta che sorreggono una poderosa impalcatura amara dalla quale, nel finale, spunta anche qualche accenno di caffè e di cioccolato. L’alcool parte quasi in sordina per poi rivelare tutto il suo contenuto a fine corsa riscaldando il palato e potenziando le pungenti note pepate dei luppoli. 
In un periodo in cui spopolano le birre dolci (New England IPA, Pastry Stout) è un piacere tornare indietro nel tempo a quando i birrifici si sfidavano a colpi di IBU: non raggiunge vette elevate ma questa  In The Dark We Die di Tempest è una roccia la cui scalata regala grandi soddisfazioni. Pulita, precisa, potente: una birra per uomini duri, si diceva un tempo. La Old School non va più di moda ma è ancora capace di stupire: un po’ come quando tirate fuori dal ripostiglio uno dei giocattoli della vostra infanzia.
Formato 33 cl., alc. 10%, IBU 65, lotto 728, scad. 05/2020, prezzo indicativo 5.50-6.00 (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 5 aprile 2019

Tempest All The Leaves Are Brown Bourbon Barrel

La Imperial Brown Ale con aggiunta di sciroppo d’acero All The Leaves Are Brown prodotta dal birrificio scozzese Tempest è stata forse la più bella sorpresa del 2018: ve ne avevo parlato qui. A settembre 2017 Tempest venne invitato a partecipare al Borefts Beer Festival organizzato in Olanda dal birrificio De Molen; ai partecipanti è solitamente richiesto di produrre almeno una birra a tema con il festival, che in quell’anno riguardava il Flower Power: “vogliamo più pace, amore e felicità nel mondo, e anche noi con la craft beer possiamo collaborare. Ai birrai lasciamo ampio spazio interpretativo: usate ingredienti (fiori?) che facciano sentire alla gente più amore, pace e felicità. I luppoli possono essere utilizzati ma non contano”.  Per l’occasione Tempest realizzò  una Imperial Brown Ale (10.5%) con sciroppo d’acero e, dopo il festival, qualche fusto della All The Leaves Are Brown apparve alla Oktoberfest che alla fine di ogni settembre il birrificio Tempest organizza presso la propria sede.  I mille partecipanti votarono proprio quella imperial brown ale come la migliore tra le birre presenti all’evento e la settimana successiva la birra fu anche imbottigliata e finalmente distribuita in tutta Europa.

La birra.
La Barrel-Aged All The Leaves Are Brown presenta qualche piccola variazione rispetto alla versione base: i malti sono gli stessi (Golden Promise, Brown e Chocolate) mentre i luppoli “nobili” sono sostituiti da varietà americane. Il contenuto alcolico in percentuale sale da 10.5 a 11.2; la birra è stata invecchiata per sei mesi in cask che avevano in precedenza ospitato bourbon Heaven Hill ed è stata poi rifermentata con aggiunta di sciroppo d’acero (Grado A). 
Nel bicchiere si presenta di color ebano con una schiuma abbastanza compatta e discreta persistenza. Al naso sciroppo d’acero, biscotto e caramello, un filo di fumo, note di bourbon e legno, vaniglia, prugna e datteri disidratati. Intenso, caldo e avvolgente. Le “coccole” continuano al palato: è una birra morbida, poco carbonata e dal corpo medio-pieno che in alcuni passaggi risulta quasi vellutata. Il gusto ricalca perfettamente l’aroma, con la stessa intensità e pulizia: la bevuta è dolce (e non potrebbe essere altrimenti) ma risulta alla fine più bilanciata rispetto alla versione base. Merito del bourbon protagonista di un finale lungo e caldo nel quale la componente etilica contribuisce in maniera determinante ad "asciugare" i dolce; e c’è anche spazio per qualche suggestione di cioccolato.  Evoluzione logica e potenziata di una ottima birra che non delude le aspettative: a voler essere pignoli si potrebbe notare che l’apporto del passaggio in botte non è molto profondo ma il risultato è comunque degno di nota e regala grosse soddisfazioni e più di una emozione. 
Una birra perfetta proprio per quella stagione dell’anno in cui tutte le foglie sono marroni.
Formato 33 cl., alc. 11.2%, lotto 554, scad. 01/09/2023, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 17 settembre 2018

Fyne Ales Jarl

Fyne Ales viene fondata nel 2001 da Jonny e Tuggy Delap in un edificio inutilizzato della loro fattoria di Achadunan, nell’Argyllshire: siamo a 70 chilometri a nord-ovest di Glasgow, in Scozia. Nel 2009 il fondatore Jonny viene improvvisamente a mancare ed il suo ruolo viene preso dal figlio Jamie: è lui ad inaugurare l’anno successivo il FyneFest, un piccolo festival con musica dal vivo, cibo e birra che diventa un appuntamento annuale capace di radunare qualche migliaio di persone nel cortile del birrificio.   Alla guida dell’impianto c’è oggi l’esperto birraio Malcolm Downie, diplomato all’Università Heriot-Watt di Edinburgo ed esperienza progessionali presso Wells & Youngs, Belhaven e Balmer.
Nel 2014 i Delap hanno completato un importante piano d’espansione da 2 milioni di sterline culminato con la messa in funzione di un nuovo impianto da 65 ettolitri in quella che un tempo era la stalla per le pecore; dai 7500 ettolitri l’anno si è arrivati ai 10.000 del 2017 ottenuti producendo 50 diverse birre, 40 delle quali nuove ricette.  
Il vecchio impianto (16 HL) è ancora in attività e viene oggi utilizzato per lotti sperimentali e, soprattutto, per la produzione della gamma Origins Brewing inaugurata alla fine dello scorso anno. Invecchiamenti in botte, fermentazioni miste e spontanee, lieviti selvaggi, aggiunte di frutta: l’ispirazione – dicono dalla Scozia – è venuta da alcuni viaggi negli Stati Uniti in visita a birrifici come Jester King, Allagash e Hill Farmstead.  Queste le quattro birre del debutto: Pandora (una saison a fermentazione mista con mirtilli), Kilkerran Wee Heavy (scotch ale invecchiata in botti di whisky), Amphora (grape ale fermentata in botti ex-vino con aggiunta di ciliegie) e  Goodnight, Summer (birra acida prodotta con frumento, camomilla e invecchiata  con uvaspina).

La birra.
Jarl è una “hoppy blonde session ale” prodotta per la prima volta in occasione del FyneFest 2010,  festival che il birrificio organizza tutti gli anni. La sua ricetta prevede malto Maris Otter Extra Pale, frumento non maltato e un solo luppolo, il Citra, a quel tempo ancora abbastanza poco diffuso tra i birrifici inglesi.  La birra ottenne un enorme successo, entrò subito in produzione regolare e nel 2012 fu eletta per la prima volta Champion Bottle Beer of Scotland dal SIBA: è attualmente la birra più venduta da Fyne.  Deve il suo nome a degli antichi conti norvegesi (Jarls) che nel dodicesimo secolo possedevano i terreni circostanti al birrificio. 
Una bella testa di schiuma candida e cremosa “protegge” il liquido dorato e leggermente velato. Al naso c’è qualche nota biscottata e di cereali ma sono soprattutto lemongrass e agrumi a conquistarsi un palcoscenico pulito ma non molto intenso. E’ al palato che si rivela pienamente la forza ed il carattere di questa session beer (3.8%) da bere senza sosta. Ancora crackers e qualche accenno di biscotto, agrumi, lemongrass, frutta a pasta gialla: la bevuta è perfettamente equilibrata, il finale è secco e preciso, l’amaro zesty è della giusta intensità per ripulire il palato in attesa di un nuovo sorso. Nonostante il protagonista sia il luppolo americano Citra, nel bicchiere c’è una Golden Ale quasi rispettosa della tradizione UK: nessun estremismo, nessuna voglia di stupire o di strafare. Jarl è una session ale da manuale, pulita, intensa ma facilissima da bere: dovrebbe essere scontato, ma non lo è. Una birra che non stanca mai, capace di accompagnarvi per una sera intera, per un giorno intero.
Formato 50 cl., alc. 3.8%, IBU 40, lotto 1001 1146, scad. 01/07/2019, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 28 maggio 2018

Harviestoun Old Engine Oil Engineer's Reserve

Inizia nel 1986 l’avventura del birrificio scozzese Harviestoun fondato da Ken Brooker, un ex-homebrewer che coltivava questo sogno da almeno tre anni. Con pochissimi fondi a disposizione Brooker riesce a ristrutturare una vecchia fattoria a Dollarfield e a riciclare/riconvertire attrezzature di seconda (o terza) mano: il tino di ammostamento era stato usato in precedenza da un produttore di marmellate, il bollitore veniva invece utilizzato nella sua vita precedente per la tintura della lana. Un topo, divenuto poi il logo aziendale, sembra essere la sua unica compagnia  nelle giornate passate in sala cottura: il debutto avviene con la Harviestoun Real Ale. 
I primi investimenti per gli indispensabili ammodernamenti iniziano nel 1989, quando il birrificio si dota finalmente di un vero e proprio impianto per la produzione della birra; il successo della Schiehallion Lager, che ottiene numerosi riconoscimenti da parte del CAMRA e della Bitter & Twisted convincono Brooker a fare ulteriori investimenti e a portare in sala cottura il birraio inglese Stuart Cail che ancora oggi riveste il ruolo di Head Brewer. Nel 2000 debutta la porter Old Engine Oil, nata per partecipare al bando organizzato dalla catena di supermercati Tesco: la birra si piazza al primo posto ed inizia così ad essere distribuita in tutti i loro punti venditae.  Sarà lei la base di partenza per altre birre di successo del birrificio scozzese che vengono espressamente richieste dall’importatore americano: la serie delle Ola Dubh, invecchiate in botti di whisky e la Engineers' Reserve, versione potenziata della Old Engine Oil. Nel 2004 debutta la nuova sede operativa di Alva, a poche miglia di distanza da quella originale, dove entra in funzione il nuovo impianto da 60 barili:  dopo neppure due anni Harviestoun viene acquistato dalla Caledonian Brewing Company che a sua volta, nel 2008, viene venduta alla  Scottish & Newcastle da poco divenuta di proprietà Heineken. Nell’accordo commerciale viene tuttavia esclusa la Harviestoun che viene invece rilevata da un gruppo di azionisti che fuoriescono dalla Caledonian:  Stephen Crawley (già vecchio azionista di Harviestoun), Sandy Orr e Donald MacDonald.  Dopo solo due anni Harviestoun ritorna ad essere un birrificio indipendente e continua a crescere: nel 2009 i cask vengono affiancati anche dai fusti in acciaio e  nel 2016 arrivano anche le prime lattine.

La birra.
La Old Engine Oil Engineer's Reserve nasce su specifica richiesta dell’importatore americano  B. United International: il titolare Matthias Neidhart apprezzava molto la Old Engine Oil (6%) ma pensava che fosse un po’ troppo debole per i palati degli americani. A questo scopo fu quindi elaborata una ricetta più robusta (9.5%) che utilizza lo stesso mix di malti e di luppoli (Fuggles, East Kent Goldings  e Galena).
Il liquido non è esattamente denso come l'olio motore ma un po' lo ricorda: prossimo al nero, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Una discreta intensità permette d'apprezzare i profumi delle tostature e del caffè, del pane nero, della liquirizia e del tabacco. Al palato c'è una leggera viscosità ed è una coltre morbida quella che avvolge il palato ad ogni sorso: poche bollicine, sensazione tattile ottima e non particolarmente ingombrante. Nera (o quasi) alla vista, nera al naso e ancora più nera al gusto: la Old Engine Oil Engineer's Reserve è una black ale (o imperial porter) che non fa sconti e prende subito con decisione la strada dell'amaro e del torrefatto, con una generosa luppolatura a incrementare ulteriormente la dose. La componente dolce, che chiama in causa caramello ed esteri fruttati, è solamente a supporto e rimane nelle retrovie. Nel finale emergono ricami di cacao amaro, tabacco e liquirizia: l'alcool riscalda senza eccessi e il sorseggiarla non richiedere particolari sforzi. 
Una birra pensata per il mercato americano e che ricorda per alcuni aspetti proprio interpretazioni americane  "dure e pure" di imperial stout/porter, per palati forti: penso ad esempio alla Yeti di Great Divide o alla Ten Fidy di Oskar Blues. Birre che battono con vigore sul tasto del torrefatto e rincarano la dose con una generosa luppolatura: le manca profondità ma questa Old Engine Oil Engineer's Reserve è intensa e ben fatta, una bevuta di livello anche se avara nel regalare emozioni.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 1902, scad. 01/03/2019, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 9 febbraio 2018

Tempest All The Leaves Are Brown

Eccoci al secondo appuntamento con “birra e sciroppo d’acero”; dopo la Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Shake di ieri spostiamoci dalla Scandinavia alla Scozia per andare dal birrificio Tempest, incontrato sul blog in più di un’occasione. 
A settembre 2017 Tempest venne invitato a partecipare al Borefts Beer Festival organizzato in Olanda dal birrificio De Molen; ai partecipanti è solitamente richiesto di produrre almeno una birra “a tema” con il festival, che in quell’anno riguarda il Flower Power: “vogliamo più pace, amore e felicità nel mondo, e anche noi con la craft beer possiamo collaborare. Ai birrai lasciamo ampio spazio interpretativo: usate ingredienti (fiori?) che facciano sentire alla gente più amore, pace e felicità. I luppoli possono essere utilizzati ma non contano”. 
Per l’occasione Tempest realizza una Imperial Brown Ale (10.5%) con sciroppo d’acero; oltre a questa birra l’offerta del birrificio scozzese al Borefts si completa con Pale Armadillo Session IPA, Mango Berlinner, Loral IPL, Harvest IPA, Brave New World IPA, The Old Fashioned (aged Imperial Rye) e la Bourbon Barrel-aged Mexicake  imperial stout. 
Dopo il debutto olandese, qualche fusto della All The Leaves Are Brown appare all’Oktoberfest che alla fine di settembre il birrificio Tempest organizza presso la propria sede; 15 sterline il prezzo d’ingresso che comprende bicchiere, una birra e intrattenimento musicale. I mille partecipanti voteranno proprio l’imperial brown ale come la migliore tra le birre presenti all’evento. La settimana successiva All The Leaves Are Brown viene anche imbottigliata e messa in vendita in quantità limitate.

La birra.
Malti Golden Promise, Brown e Chocolate, luppoli “nobili”, sciroppo d’acero: questa la ricetta semplice di una potente brown ale che si colora di ebano scuro e forma una modesta testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta. Lo sciroppo d’acero non si nasconde: immaginate di inzupparvi dentro pezzetti di pane e fragranti biscotti, uvetta e prugna. C’è anche qualche profumo di toffee e terroso.  Il bouquet è dolce e caldo, un ideale riparo dalle intemperie dei rigidi autunni scozzesi: il mouthfeel segue queste linee guida e coccola il palato con morbidezza, poche bollicine, un corpo medio che non ostacola lo scorrimento. L’autunno evoca il calore dei colori del fogliame e quello dei primi caminetti che vengono accesi per riscaldarsi: nel bicchiere c’è tutto questo, e anche di più. Una vigorosa componente etilica riscalda ad ogni sorso il dolce di sciroppo d’acero, biscotto e toffee, frutta sotto spirito: a bilanciare c’è qualche nota amaricante terrosa e di pane tostato, persino suggestioni di caffè e cioccolato. Sciroppo d’acero e frutta sotto spirito sono il lunghissimo finale con il quale si congeda una imperial brown ale pulita ed elegante, intensa, bilanciata, non difficile da sorseggiare, emozionante. Sciroppo d'acero in evidenza ma perfettamente amalgamato con tutti gli altri elementi per un risultato eccellente: birra assolutamente riuscita, da comprare senza indugio.
Formato 33 cl., alc. 10.5%, IBU 50, lotto 00461, scad. 02/10/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 8 gennaio 2018

Swannay Barrel Aged Orkney Porter (Isle of Arran)

Inauguriamo il 2018 con il debutto del birrificio scozzese Swannay, operativo a Birsay, isole Orcadi: il fondatore è Rob Hill, birraio con venticinque anni di esperienza presso la Orkney Brewery e la Moorhouse's Brewery. Nel 2005 Hill ha dato fondo a tutti i suoi risparmi per acquistare l'ex caseificio Swannay Farms ed installarci un piccolo impianto di seconda mano da sei ettolitri; nasce così la Highland Brewing Company che debutta con la Scapa Special, una Pale Ale ancora oggi prodotta tutto l’anno. 
Nel 2010 Rob viene affiancato dal figlio Lewis che, terminati gli studi universitari, decide di impegnarsi nell’azienda di famiglia: per l’occasione viene commissionato un nuovo impianto da 23 ettolitri che consente di far fronte all’incremento di domanda del mercato. Il 50% della birra prodotta viene venduta in cask, il resto equamente diviso tra fusti e bottiglie.  Nel 2015 la Highland Brewing Company viene rinominata Swannay Brewery per rinforzare il legame con il territorio: il rebranding riceve un finanziamento da 120.000 sterline dalla Highlands and Islands Enterprise, organizzazione governativa scozzese. “Le isole Orcadi sono un luogo speciale dove vengono prodotte alcune tra le eccellenze alimentari del Regno Unito, e noi vogliamo usare le nostre radici locali per promuovere i prodotti in tutto il mondo”, dice Hill. 
La gamma Swannay si basa su otto birre prodotte tutto l’anno: oltre alla già citata Scapa Special c’è la bitter Island Hopping, la Orkney (English) IPA,  la (American) Pale Ale, la Duke (American) IPA, la Double IPA Orkney Blast. Vi sono poi due birre sviluppate da Lewis, il figlio di Rob, che non nasconde il suo amore per le luppolature moderne: la Muckle IPA e la Banyan session IPA. 
A completamento della gamma alcune produzioni stagionali e occasionali, come ad esempio le “Big Beers” dall’alto contenuto alcolico: assaggiamone una.

La birra.
Nel 2014 un lotto di Orkney Porter (9%) è stato messo ad invecchiare per 18 mesi  in cask che avevano contenuto in precedenza Orkney Bere, un whisky prodotto dalla distilleria Isle of Arran utilizzando una varietà d’orzo (Bere) considerata tra le più antiche colture di cereali in Gran Bretagna e, in questo caso, coltivato sulle isole Orcadi; a quanto leggo si tratta di un cereale a basso rendimento rispetto alle varietà “moderne” ma capace di produrre un grist più denso e ricco. La ricetta della porter prevede malti Maris Otter, Brown, Chocolate e Roasted, luppoli Brambling X, Hallertauer Northern Brewer , E.K. Goldings. Le bottiglie sono tecnicamente “scadute” a ottobre 2017 ma, assicura il birrificio sul proprio sito, “sono ancora buonissime”
Il suo colore è un ebano piuttosto intenso che s’avvicina al nero: la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, è di dimensioni modeste e si dissolve abbastanza rapidamente. L’aroma è discretamente intenso e, benché pulito, necessita di attenzione per essere apprezzato in tutte le sue sfumature: quello che inizialmente sembra semplicemente whisky rivela interessanti sfaccettature che chiamano in causa legno e vanglia, carne, tostature, frutta sotto spirito, indizi di  tabacco. Al palato è una imperial porter dal corpo medio che ha un ingresso leggermente oleoso e tende un po’ ad assottigliarsi strada facendo: la bevibilità ne trae ovviamente beneficio, ma una maggior consistenza “tattile” le avrebbe sicuramente giovato. Il passaggio in botte è evidentissimo, ma pensate ad un whisky depurato della sua componente “boozy” o alcolica che dir si voglia; la bevuta si poggia su delicati toni biscottati e tostati ma chiama presto in causa il dolce della vaniglia, dell’uvetta e della prugna sotto spirito. Nel finale c’è anche il momento per qualche delicata suggestione di caffè e cioccolato, mentre il breve passaggio amaricante sembra richiamare più il legno delle tostature. 
Birra molto pulita, con l’alcool (10.5%) che non disturba assolutamente il lento e piacevole sorseggiare: la sensazione – tocca ripetermi – è quella di gustarsi un whisky depurato della sua componente etilica e arricchito da reminiscenze di una porter.  Per apprezzarla appieno dovrete probabilmente uscire dai soliti schemi di una imperial porter invecchiata in botte di whisky dove è la birra al centro del palcoscenico: qui le proporzioni si ribaltano ma il passaggio in botte riesce ad essere dominante ed elegantissimo al tempo stesso. Un piccolo gioiello (e ve lo dice uno che non ama il whisky) che splende lontano dai riflettori e dall’hype: meglio così.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, lotto 4300, scad. 10/2017.



NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 6 ottobre 2017

Tempest Double Shuck

L’abbondanza lungo le coste dell’Inghilterra avevano reso le ostriche nella seconda metà del diciottesimo secolo “il pasto dei poveri”:  per un penny se ne potevano acquistare quattro, ovviamente accompagnate da quella che era la bevanda più diffusa (e più economica) nelle public houses. Porter/Stout e ostriche divennero quindi il pasto tipico per migliaia di lavoratori, creando quell’involontario abbinamento gastronomico che ancora oggi conosciamo. La disponibilità di ostriche si ridusse drasticamente nel secolo successivo ed il mollusco riprese ad avere quello “status di pregio” che gli era stato riconosciuto dai romani sin dal primo secolo dopo Cristo: un simbolo di femminilità, nascita e suggestione afrodisiaca. 
Non si hanno invece notizie precise riguardo la nascita della prima Oyster Stout: ad inizio del ventesimo secolo è noto che la Colchester Brewing Company produceva una Oyster Feast Stout in occasione della festa annuale che celebrava il raccolto di ostriche nei pressi del fiume Colne. E’ probabile che molte altre Oyster Stout – nessuna delle quali utilizzava realmente ostriche – siano nate per queste occasioni. E’ altresì provato che per un certo periodo l’estratto di guscio di ostrica fu usato nella produzione della birra come agente chiarificante, e quindi con una motivazione tutt’altro che gastronomica. La Oyster Stout di Marston, oggi rinominata Pearl Jet, fu probabilmente la Oyster Stout più diffusa e di maggior successo, ma anche lei non conteneva nessuna ostrica.

La birra.
Vere ostriche sono invece state utilizzate dal birrificio scozzese Tempest (qui la loro storia) per produrre Double Shuck, una massiccia imperial stout (11%); per 2000 litri di mosto sono state impiegate 200 ostriche provenienti dall’isola di Lindisfarne e aggiunte a fine bollitura assieme a della paprika affumicata, a ricordare quelle ostriche affumicate che potete talvolta assaggiare negli Osyter Bar. Le ostriche erano state in precedenza bollite per 90 minuti; la ricetta fu realizzata per la prima volta nel luglio 2015 e prevede l’utilizzo del luppolo neozelandese Waimea, mentre per la rifermentazione in bottiglia viene utilizzato lievito champagne. Il termine “shuck” in inglese significa “guscio” ma con “to shuck” si indica anche “l’aprire le ostriche con un coltello", ovvero quello che hanno fatto i due birrai di Tempest per ben duecento volte in quel pomeriggio di luglio.  L’etichetta è invece opera di Zuzana Kerdova.
Si presenta completamente nera e nel bicchiere forma un piccolo cappello di schiuma beige, cremosa e abbastanza compatta, dalla discreta persistenza. Carne affumicata, orzo tostato, fondi di caffè e liquirizia formano un aroma che si completa con note minerali; l'intensità è notevole, mentre pulizia e eleganza sono soltanto discrete. Il corpo, tra il medio e il pieno, è quello necessario a reggere una birra imponente: ci sono tuttavia un po' troppe bollicine per lo stile a rendere la bevuta meno morbida di quello che potrebbe essere. Al gusto l'affumicato è molto meno in evidenza rispetto all'aroma: è un'imperial stout ben bilanciata tra caramello, liquirizia, caffè e tostature, con queste ultime che aumentano d'intensità nel finale e vengono affiancate dall'amaro della resina. Una quasi impercettibile nota salina fa ogni tanto capolino, ma è sopratutto la componente minerale ad essere avvertita; la paprika, oltre all'affumicato, apporta un delicato calore che emerge sopratutto negli ultimi istanti della bevuta. E' un'imperial stout intensa ma non immune da imprecisioni, soprattutto per quel che riguarda pulizia ed eleganza; l'alcool è presente ma non disturba e la birra si sorseggia senza grosse difficoltà. Di spazio per migliorare ce n'è: bene ma non benissimo, considerando il prezzo del biglietto che si colloca in fascia alta.
Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto 000331, scad. 16/11/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 giugno 2017

Fierce Beer: Café Racer & Peanut Riot

Apre le porte a maggio 2016 il primo microbirrificio di Aberdeen, Scozia: lo fondano Dave Grant e David McHardy due ex-homebrewers che si conoscono ad un corso di Brewing Technology a Sunderland. Per venticinque anni Grant ha lavorato nel settore petrolifero girando il mondo, mentre McHardy  vanta un’esperienza decennale in un’azienda di sistemi di navigazione marittimi: con le rispettive liquidazioni e l’aiuto di altri investitori i due soci raccolgono 250.000 sterline per acquistare un impianto che viene sistemato nel Kirkhill Industrial Estate di Aberdeen. 
Nell’anno che precede l’apertura McHardy fa esperienza presso la WooHa Brewing Company mentre Grant continua a produrre la birra sul piccolo impianto di casa distribuendo i primi fusti a ristoranti e pub, tra i quali anche il BrewDog di Aberdeen. Con l’aiuto di Louise Grant nel ruolo di commerciale, la neonata Fierce Beer produce nei primi mesi di vita 500 ettolitri e imbottiglia (a mano) 80.000 bottiglie: a novembre l’ingresso in società di altri soci operanti nel settore delle bevande e della ristorazione consentono di acquistare nuovi fermentatori, un'imbottigliatrice ed  un'etichettatrice. La Lidl ordina per il mercato del Regno Unito 2500 bottiglie della Ginga Ninja, una Pale Ale aromatizzata allo zenzero: oltre che nei pub e nei beershop, le Fierce arrivano anche sugli scaffali dei supermercati Aldi e Tesco. 
In poco un anno di vita sono quasi già cinquanta le etichette prodotte, molte delle quali “one shot” mai più ripetute. Il birrificio le suddivide in quattro categorie: Hoppy (APA, IPA e altre birre luppolate), Fruity (birre con aggiunta di frutta e birre acide), Dark  (stout e porter)  e stagionali. Le singolari etichette, i cui soggetti a bocca aperta mi ricordano alcuni dipinti di Francis Bacon, sono opera dello studio Hampton Associates di Aberdeen.

Le birre.
Dal già ampio portfolio di Fierce ecco due porter che credo rappresentino due varianti della stessa ricetta base. Partiamo dalla Café Racer, una porter prodotta con luppolo Chinook, vaniglia, caffè, malto, frumento, avena e lattosio: nera, genera una bella testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Al naso la vaniglia ruba la scena al caffelatte, mentre in sottofondo s’avvertono note di cioccolato al latte: l’aroma è pulito e intenso ma il “dessert” che si forma ricorda più uno snack industriale che la raffinata pasticceria. C’è un leggero eccesso di bollicine che disturba un po’ quella sensazione palatale molto morbida e cremosa creata dall’utilizzo di avena e lattosio;  il caffè e le tostature rimangono nelle retrovie anche nel gusto, rapido ad incamminarsi sulla strada dolce di caramello, vaniglia e cioccolato al latte:  quel poco di caffelatte che si avverte non basta a portare equilibrio in una birra che fa emergere deboli tostature solamente nel retrogusto e che secondo me ne meriterebbe invece qualcuna di più. L’alcool (6.5%) è molto ben nascosto e complessivamente questa porter è pulita, intensa e si beve con grande facilità e buona soddisfazione, se vi piacciono i dolci: in questo senso è allora un po’ fuorviante il nome Café Racer, visto che sono vaniglia e lattosio a guidare le danze. 

Nella Peanut Riot arachidi tostate e sale rimpiazzano vaniglia, caffè e lattosio: è tra le birre preferite dei proprietari di Fierce. Anche lei è nera mente dimensioni, compattezza e persistenza della schiuma sono leggermente penalizzati dall'olio delle arachidi. Arachidi che danno il benvenuto al naso in maniera piuttosto elegante: sono affiancate da caramello brunito, orzo tostato, un tocco di caffè e da una lieve nota salina. L'intensità è discreta, pulizia e finezza ci sono. Al palato risulta meno cremosa della sorella al caffè ma beneficia di una carbonazione molto contenuta che riesce a renderla ugualmente morbida e scorrevole. Il gusto è un po' meno pulito dell'aroma, le arachidi scompaiono per lasciare le redini in mano a caramello e tostature, accenni di caffè e cioccolato, un tocco di sale nel finale. Anche qui l'alcool è ben nascosto, la bevuta è molto bilanciata e sarebbe senz'altro valorizzata da un maggior pulizia; le tostature finali sono ben dosate e nel complesso mi sembra una buona porter, leggermente inferiore alla Café Racer ma ugualmente godibile e senza nessun impressione d'artificiosità per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti.

Nel dettaglio:
Cafe Racer, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 20, scad. 30/12/2015, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop)
Peanut Riot, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 94, scad. 28/02/2018, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 13 febbraio 2017

Tempest Mexicake

Credo sia ancora presto per parlare di “tendenza”, ma certo è che vi sono sempre più birrifici che stanno trasformando producend “torte messicane al cioccolato” in forma liquida.  Non sono riuscito a scoprire quale sia stata la prima Imperial Stout prodotta con aggiunta dei tipici ingredienti della “Mexican Cake” o del “Pastel de chocolate mexicano”: cioccolato, cannella, vaniglia e peperoncino.  La prima a raggiungere un certo hype tra i beergeeks fu la Westbrook Mexican Cake, ma moltissimi birrifici americani hanno realizzato delle varianti speciali delle proprie imperial stout – spesso disponibili solo alla spina e solo presso la taproom – arricchendole con il tipico bouquet di spezie del dolce messicano.  
Il “Pastel de chocolate mexicano” in realtà prende origine da una bevanda conosciuta già ai tempi dei Maya e degli Aztechi; così almeno dichiara Clay Gordon, esperto di cioccolato, nel suo libro Discover Chocolate. Queste popolazioni coltivavano il cacao e con le fave realizzavano una bevanda il cui amaro veniva bilanciato utilizzando spezie ed erbe autoctone come vaniglia e peperoncino; zucchero e cannella furono introdotte solo successivamente in seguito all’arrivo degli Europei. Dalla bevanda si è poi passati alla torta. 
Ritornando alla birra, in Europa siamo arrivati ovviamente un po’ più tardi rispetto agli americani; tra i birrifici del nostro continente che si sono cimentati nella realizzazione di una “mexicake stout” ci sono gli scozzesi di Tempest, di quali vi avevo parlato più dettagliatamente in questa occasione. La ricetta della loro potente (11% ABV) Mexicake prevedere malti Golden Promise, Chocolate, Roasted Barley, Caramel, Munich e avena; il luppolo è il Columbus e il lievito il California Ale. La speziatura vede l’utilizzo di cannella, vaniglia, cacao, peperoncini Mulato e Chipotle; la birra, accompagnata dalla bella etichetta realizzata da Zuzana Gibb, fa il suo debutto a maggio 2016, quando il birrificio annuncia provocatoriamente di aver realizzato “una birra per l’estate, leggera e da gustare seduti sotto al sole”.

La birra.
Non è nera ma poco ci manca: la cremosa schiuma color cappuccino non è molto generosa ma abbastanza compatta e persistente. Anche se pulito, l’aroma non è quell’esplosione di profumi che t’aspetteresti da una birra così potente e – nelle intenzioni – ricca di spezie. Tostature, vaniglia e cioccolato sono accompagnate da un’avvertibile nota etilica; in sottofondo appare la cannella ed anche la componente piccante risponde presente all’appello. Al palato risulta meno ingombrante del previsto: il corpo è più medio che pieno, la consistenza leggermente oleosa. La carbonazione contenuta le permette di scorrere ad un buon ritmo ed il gusto compensa ampiamente la relativa avarizia dell’aroma: il dolce di caramello e vaniglia (molta!) s’accompagna all’amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato fondente, l’alcool si fa sentire senza mai andare oltre le righe. La sua presenza è tuttavia fondamentale a fine bevuta, quando entra in gioco il piccante del peperoncino: i due elementi s’incontrano e si sostengono a vicenda, apportando un bel calore che riscalda tutto il retrogusto, amaro di tostature e caffè. Il livello del peperoncino è tranquillamente tollerabile anche per chi – come me – non lo ama troppo e non mangia quasi mai piccante; la cannella (altra spezia che non amo molto) è avvertibile in piccole dosi solo al naso. 
La Mexicake di Tempeste si muove sul confine della birra-dessert restandone però intelligentemente al di qua: l'imperial stout di base c'è è ed è la caratteristica dominante, gli orpelli sono giustamente in secondo piano. Potente e pulita, solida e ben fatta: un bel bere se vi piace questa tipologia di birre.
Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto 000274, scad. 01/08/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 gennaio 2017

BrewDog Elvis Juice

Nasce come prototipo a metà 2015 la prima IPA al pompelmo di BrewDog chiamata Elvis Juice. Al solito, i bevitori sono invitati ad esprimere la propria preferenza scegliendo, tra le varie bottiglie sperimentali che ogni anno il birrificio scozzese realizza, quali dovrebbero entrare in produzione stabile. Questa prima versione prevede malti Extra Pale, Monaco ed una luppolatura di Amarillo, Simcoe, Centennial e Magnum; oltre al pompelmo, viene anche aggiunta l’arancia rossa. 
La birra risulta uno dei prototipi vincitori e a marzo 2016 i primi fusti arrivano nei vari BrewDog bar; il debutto non poteva che essere alla “BrewDog”, ovvero eccentrico: si parla di Grapefruit Pay.  Dal 4 marzo chiunque si presenti al bancone con un pompelmo  in mano riceverà gratuitamente una mezza pinta di Elvis Juice, con il limite di una a testa.; i pompelmi raccolti saranno poi utilizzato per produrre un nuovo lotto di birra.  La ricetta definitiva viene leggermente modificata: malti Extra Pale e Cara, luppoli: Magnum, Amarillo, Simcoe, Citra e Mosaic. 
E’ tutto? Ovviamente no, quando c’è di mezzo BrewDog anche una semplice IPA al pompelmo diventa un caso di ben più vaste proporzioni. Alle Elvis Presley Enterprises (EPE), azienda nata per occuparsi della gestione del patrimonio della The Elvis Presley Trust, fondazione creata nel 1979 alla morte del cantante,  non piace molto l’idea che il birrificio possa sfruttare il nome Elvis per una birra. Lo scorso ottobre 2016 è partita un'azione legale dagli Stati Uniti che credo sia ancora in corso. 
La risposta dei fondatori di BrewDog James Watt e Martin Dickie è ancora una volta singolare: entrambi firmano un atto unilaterale per cambiare il proprio nome in Elvis. Il nuovo Elvis Watt dichiara: “abbiamo fatto notare agli avvocati della fondazione Presley che il nome Elvis non è una loro esclusiva. Per sottolineare l’amore che proviamo verso la nostra IPA al pompelmo, abbiamo cambiato i nostri nomi; da oggi la Elvis Juice è dedicata a noi, i birrai un tempo chiamati James e Martin. Potremmo persino iniziare un’azione legale contro il sig. Presley per aver utilizzato i nostri nomi sui suoi dischi senza il nostro permesso”. Ed Elvis Dickie aggiunge: “suggeriamo alle Elvis Presley Enterprises di indirizzare la loro attenzione verso un’altra potenziale fonte di reddito: un birrificio che produce una birra chiamandola “The King of beer” (Budweiser, nda.)”. 
Ed in quel secondo weekend di ottobre 2016, a qualsiasi persona chiamata Elvis che si presenti munita di carta d’identità in un BrewDog bar del Regno Unito venne offerta una mezza pinta di Elvis Juice.

La birra.
Il suo colore, leggermente velato, si trova tra l'arancio ed il ramato, con riflessi dorati: la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma mette ovviamente in evidenza il pompelmo, ma non c'è una dittatura: emergono profumi floreali e di frutta tropicale, sopratutto mango. In sottofondo un po' di caramello ed anche qualche meno gradevole nota saponosa; intensità e freschezza non brillano, ma nel complesso è un bouquet gradevole. Il gusto mostra buona corrispondenza con l'aroma: caramello e biscotto costituiscono la base maltata, molto discreta, sulla quale si sviluppa un percorso che parte da un lieve fruttato tropicale e vira poi deciso sul pompelmo. Pensate ad un frutto spremuto e zuccherato senza parsimonia. Il pompelmo prosegue la sua corsa facendo un po' a spallate  con l'amaro finale, un po' resinoso e vegetale, non molto elegante: i due elementi sembrano quasi respingersi anziché amalgamarsi. Sparito l'amaro, ritorna il pompelmo.
C'è poi sempre quella patina leggermente dolciastra (no, non il diacetile) che avvolge il palato a fine bevuta, un tema ricorrente in quasi tutte le BrewDog che mi capita occasionalmente d'assaggiare: ne risulta una birra più accomodante ma poco secca e che perde una buona parte del suo potere dissetante e rinfrescante. Il risultato complessivo è discreto, anche se ben lontano dall'eccellenza: tanti per darvi un termine di paragone, la High Wire Grapefruit di Magic Rock viaggia su ben altri livelli qualitativi. 
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 40, lotto 160767, scad. 29/10/2017, pagata 2.79 Euro (supermercato, Austria).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 gennaio 2017

Tempest Red Eye Flight Mocha Porter

Ritorna sul blog il birrificio scozzese Tempest che avevamo incontrato lo scorso anno con una buona Amber Ale. Viene fondato nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada dove Gavin stava lavorando come cuoco in quella che oggi è chiamata Whistler Brewing Company; è l'incontro con la craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trasferisce in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequenta anche un corso professionale per la produzione della birra e poi la coppia rientra in Scozia per aprire a Kelso il gastropub The Cobbles: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continua con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra locale.  
Ad aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, fonda la Tempest Brewing Company che dispone di un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate proprio dall’industria casearia. Ad aiutarlo arriva come business manager Allan Rice, uno scozzese con esperienza alla Stewart Brewing di Edimburgo e – come Gavin -  in Canada e Nuova Zelanda; dopo un primo upgrade ad un impianto da 16 hl, per soddisfare la crescente domanda si è reso necessario nel 2015 il trasferimento nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 30 hl al quale ha anche fatto seguito il completo restyling di tutte le etichette. 

La birra.
Red Eye Flight è una robusta (7.4%) porter  prodotta con caffè brasiliano proveniente dalla Fazenda Pantano e tostato dalla Steampunk Coffee Roasters di North Berwick. Il termine "red eye flight" viene usato in inglese per indicare quei voli aerei che partono la sera tardi, verso mezzanotte, ed arrivano a destino all’alba con una durata di solito inferiore alle sei ore, quelle che consentirebbero un normale periodo di sonno/riposo;  gli “occhi rossi” sono appunto quelli causati ai passeggeri dalla stanchezza derivante da questi viaggi notturni.
La ricetta prevede fiocchi d’avena, malto Golden Promise ed un mix non specificato di altri sette malti scuri, chicchi di caffè, polvere di cacao e luppolo Columbus. All'aspetto è praticamente nera e forma un bel cappello di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Al naso, con discreta intensità ma con pulizia ed eleganza si fanno subito notare i profumi del caffè, sia in chicchi che in forma liquida/espresso; il corollario comprende lievi esteri fruttati (mirtillo), accenni di cuoio/pelle e di tabacco. Il caffè è protagonista anche in bocca, sostenuto da un'impalcatura che prevede il dolce del caramello e della  liquirizia a supporto delle abbondanti tostature; una bevuta nera di colore e nera di fatto, stemperata da una gradevole acidità. L'alcool si fa sentire solamente nel finale andando a rinforzare un retrogusto lungo e ricco di caffè, tostature e qualche accenno di cioccolato amaro. 
L'eleganza del gusto è senz'altro migliorabile ma questa Red Eye Flight è una porter semplice e monotematica che soddisfa gli amanti del caffè: intensa ma facile da bere, scorre senza intoppi scomparendo dal bicchiere prima del previsto. Buona per risvegliarsi, per la colazione o anche per concludere la serata in tutta tranquillità.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 50, lotto 000228, scad. 04/04/2017, prezzo indicartivo 3.50/4.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 1 dicembre 2016

Traquair House Ale

Traquair è un maniero nel piccolo paese di Innerleithen, 50 chilometri a sud di Edimburgo, Scozia. Pare che sia la casa ininterrottamente abitata  più antica di tutta la Scozia: le sue origini sono sconosciute, sebbene le prime prove certe dell'esistenza di un fabbricato in quel luogo risalgano al 1107. Nel castello trovava ovviamente spazio un birrificio che veniva utilizzato per le necessità domestiche e che fu utilizzato sino agli inizi del 1800.  
Gli impianti sono rimasti poi in disuso sino al 1965, quando Peter Maxwell Stuart, ventesimo Laird di Traquair ne scopre l’esistenza durante alcuni lavori di ristrutturazione: con l’aiuto di Sandy Hunter, a quel tempo del birrificio Belhaven, decide di riprendere la produzione.  Alla sua morte, nel 1990, gli succedono la moglie Flora e la figlia Catherine; nel 1997 Traquair diventa una società a responsabilità limitata. La produzione attuale si attesta intorno ai 600-700 barili l'anno, utilizzando ancora i vecchi tini di fermentazioni di quercia. Sono circa 6 le birre prodotte regolarmente, con qualche birra celebrativa prodotta occasionalmente. 
Negli ultimi ventotto anni la produzione di Traquair è stata affidata al birraio Ian Cameron che lo scorso febbraio è andato in pensione lasciando il posto a Frank Smith, da oltre vent’anni al suo fianco, e al suo nuovo assistente Ross Doherty.Cameron, perito elettronico, era stato assunto a Trauqair nel 1970 per fare lavori occasionali e poi definitivamente come giardiniere iniziando di tanto in tanto ad affiancare Lord Maxwell al birrificio arrivando ad occuparsene in toto a partire dal 1988.

La birra.
Traquair House Ale, letteralmente “la birra della casa” è stata la prima birra prodotta a Traquair nel 1965 e ancora oggi matura nei vecchi tini di quercia. Splendida nel bicchiere, di colore tonaca di frate con intense e limpide venature rosso rubino ed una compatta schiuma color crema dalla discreta persistenza. Caramello, ciliegia, pane nero e uvetta danno il benvenuto al naso, dolce e di buona intensità: più in secondo piano profumi di biscotto, crostata di prugna, lievi tostature. Il gusto prosegue nella stessa direzione alzando l’asticella dell’intensità: gli stessi elementi ritornano a formare una bevuta dolce ma bilanciata, facile e sorretta da un leggero alcool warning in sottofondo. Corpo medio e poche bollicine rendono il mouthfeel morbido mentre al palato  s’aggiungono lievi note di pane tostato e interessanti note di vino liquoroso e di legno; chiude con una buona attenuazione che asciuga bene il dolce ed un accenno d’amaro terroso. Morbido e delicatamente caldo, dolce di frutta sotto spirito è il retrogusto di una Scotch Ale (o Wee Heavy) ben fatta e soddisfacente, molto pulita, quasi un “piccolo liquore” da bersi in tutta tranquillità. Si trova ogni tanto anche nei supermercati ad un rapporto qualità prezzo da non lasciarsi sfuggire.
Formato: 33 cl., alc. 7.2%, lotto 2304, scad. 01/12/2018, pagata 2.70 Euro (supermercato, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 17 giugno 2016

Tempest A Face With No Name

Tempest Brewing Company viene fondata nel 2010 dallo scozzese Gavin Meiklejohn e dalla moglie neozelandese Annika a Kelso, Scozia, poche miglia dal confine sud-orientale con l’Inghilterra. I due si erano conosciuti alla fine degli anni ’90 in Canada (Whistler, British Columbia) dove Gavin stava lavorando come cuoco in quella che oggi è chiamata Whistler Brewing Company; è l'incontro con la a craft beer revolution statunitense a spingerlo verso l’homebrewing nel periodo in cui si trasferisce in Nuova Zelanda assieme alla futura moglie per continuare il suo percorso di chef. A Sidney frequenta anche un corso professionale per la produzione della birra e poi la coppia rientra in Scozia per aprire a Kelso il gastropub The Cobbles: nei momenti di pausa dalla cucina, Gavin continua con l’homebrewing sotto la  spinta dalle richieste sempre più pressanti dei clienti che desideravano bere una birra locale. 
Ad aprile 2010, nei locali un tempo occupati da un caseificio, fonda la Tempest Brewing Company che dispone di un impianto da 800 litri in parte costruito recuperando attrezzature usate proprio dall’industria casearia. Ad aiutarlo arriva come business manager Allan Rice, uno scozzese con esperienza alla Stewart Brewing di Edimburgo e – come Gavin -  in Canada e Nuova Zelanda; dopo un primo upgrade ad un impianto da 16 hl, per soddisfare la crescente domanda si è reso necessario nel 2015 il trasferimento nella nuova sede al Tweedbank Industrial Estate di Galashiels, ad una ventina di chilometri da Kelso, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 30 hl al quale ha anche fatto seguito il completo restyling di tutte le etichette. 
Gavin e Annika hanno scelto di focalizzarsi sulla produzione di birra affidando in gestione/affitto il pub Cobbles a Luca e Olivia Becattelli: il locale continua comunque a funzionare come una specie di Brewery Tap di Tempest, che al momento ne è sprovvisto. Nello scorso maggio il British Institute of Innkeeping Awards ha nominato Tempest “birrificio scozzese dell’anno”.

La birra.
La IPA Brave New World e la Pale Ale  Long White Cloud sono le Tempest di maggior successo:  il debutto sul blog avviene però con  amber ale abbondantemente luppolata chiamata A Face With No Name, basata su di una ricetta formulata da Gavin ai tempi dell’homebrewing nella propria cucina, con le materie prime che aveva a disposizione in quel momento e chiamata Bastard Child.  La versione attuale rielaborata prevede malti  Golden Promise,  Amber, Vienna, Carared e Crystal T50, luppoli Cascade, Centennial e Green Bullet; i beer-raters di Ratebeer la eleggono tra le cinquanta migliori Amber Ale al mondo, per quel che conta.
All'aspetto è di un bell'ambrato con intense venature rossastre, e forma un compatto e cremoso cappello di schiuma ocra dall'ottima persistenza. Sono i luppoli a dare il benvenuto al naso con i loro profumi di resina, pino e, più in secondo piano, di pompelmo, passion fruit e terrosi; i malti non stanno comunque a guardare, contribuendo con note di biscotto e di quel nutty che riesco a tradurre solo con "frutta secca". L'ottima pulizia permette di apprezzare quello che sembra essere un incontro tra Stati Uniti e Regno Unito. Il percorso prosegue al palato con un ottimo mouthfeel, morbido, scorrevole e con poche bollicine: qui sono i malti ad inaugurare la bevuta (biscotto, caramello, frutta secca) formando una base solida ma non ingombrante che, dopo un rapido passaggio dolce di frutta tropicale, porta ad una bella chiusura amara che chiude perfettamente il cerchio laddove era iniziato: resina, pino, terra. L'alcool (6%) è molto ben nascosto e la facilità di bevuta è ottima; pulizia ed eleganza ci sono, la freschezza è ancora presente e permette di apprezzare il retrogusto amaro, intenso-ma-con-giudizio, di un'ottima Amber Ale dal profilo americaneggiante che non dimentica però di guardare ogni tanto alla propria terra di origine. Particolarmente azzeccata, secondo me, la scelta di non indulgere nel fruttatone tropicale in presenza di una base maltata già ricca di per sé, scegliendo poi di bilanciarla con resina e terra piuttosto che con il solito amaro della scorza d'agrumi. Non siamo al livello di questa Amber Ale, ma si beve ugualmente bene,
Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 50, lotto 214, scad. 01/03/2017, 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.