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venerdì 11 settembre 2020

Bierol The Padawan

Del birrificio austriaco Bierol vi avevo già parlato in questa occasioneBierol, ovvero Bier and Tyrol, birra e tirolo; la regione dell’Austria non è certamente una destinazione ricercata dagli appassionati di birra artigianale, ma anche qui qualcosa sta lentamente cambiando. Ad Innsbruck i due locali del Tribaun rappresentano una bella oasi nel deserto e a Schwoich, settanta chilometri più a nord, vicino ai monti del Kaiser, è attivo dal 2014 il microbirrificio Bierol fondato da Christoph Bichler e Maximilian Karner. In realtà il padre di Bichler possedeva dal 2004 un impianto da 10 ettolitri nella stesso edificio rurale con annessa una piccola locanda-ristorante, lo Stöfflbräu: produceva le classiche helles  e weizen che la gente si aspettava di trovare. La morte improvvisa del suo birraio e un sostituto non all’altezza provocarono la chiusura del business. Il figlio Christoph non era molto interessato a proseguire l’attività del padre e si era dedicato a studiare legge; nel corso di una vacanza negli Stati Uniti assaggia però alcune IPA che cambiano completamente la sua concezione di birra.
Al ritorno trasmette il suo entusiasmo all’amico Maximilian Karner convincendolo ad andare a Monaco di Baviera ad un festival di birra artigianale per fargli assaggiare qualcosa di simile a quello che aveva bevuto in America. Dopo quell’esperienza i due amici si trovano d'accordo: perché non provare a rimettere in funzione l’impianto da 10 ettolitri del padre di Christoph che giace inutilizzato da nove anni? Nessuno dei due ha mai fatto la birra ma c’è il vecchio Bichler ad aiutarli a muovere i primi passi, ci sono i libri e c’è internet. Nel 2014 nasce Bierol alla quale si unisce  Marko Nikolic, commerciale e beer sommelier: la prima birra prodotta è una Lager ambrata con dry-hopping di Cascade chiamata Number One seguita dalla Mountain (Double) Pale Ale che risulterà essere la birra più votata dal pubblico del primo Craft Bier Festival di Vienna.  Da allora Bierol in quasi sei anni d’attività ha già realizzato 166 diverse etichette.  Potete assaggiarle direttamente alla fonte presso la Taproom & Restaurant che si trova adiacente agli impianti ed è gestita da Caroline Bichler, sorella di Christoph; otto spine affiancate dalla cucina dello chef Thomas Moser, coerente con le birre moderne che Bierol produce: non aspettatevi di mangiare Schnitzel, Gröstl e Kaiserschmarrn.  Qualche mese fa Maximilian Karner ha abbandonato il birrificio. 

La birra.
Gli appassionati di Star Wars avranno già rizzato le orecchie ma alla Bierol giurano che il nome scelto per questa loro  American Pale Ale non è assolutamente ispirato alla famosa saga.  Padawan non è colui che ha iniziato un addestramento sotto la guida di un Maestro Jedi ma semplicemente una “Pale Ale Doing Alright Without A Name”, ovvero una Pale Ale che sta bene anche senza nome. Il curioso acronimo fu scelto nel 2014 nel corso di un sondaggio online col quale il birrificio chiedeva suggerimenti per una Pale Ale ancora priva di nome.  La sua ricetta prevede malti Pilsner, Carahell, frumento, fiocchi d’avena e luppoli Mosaic e Citra a guidare le danze.  
Il suo colore ricorda quello  di un succo di frutta: la schiuma risente un po’ di questo voler essere contemporaneo e non è molto compatta. Sorvolando sull’estetica, c’è un bell’aroma, fresco e pulito, ricco di litchi, mango, ananas, arancio e pompelmo; in secondo piano profumi floreali e leggermente vegetali/resinosi. Un ottimo biglietto da visita.  L’avena le dona una bella morbidezza al palato che è tuttavia un po’ disturbata da un eccesso di bollicine, in questa bottiglia. Bierol la definisce “una birra per l’estate” e non posso che confermare: molto fruttata ma priva di inutili esagerazioni, prosegue il suo percorso tra agrumi e frutta tropicale in maniera un po’ meno definita rispetto all’aroma, caratteristica alla quale queste birre sottoposte a generosi DDH (Double Dry Hopping) ci hanno ormai abituato. La bevuta non è affatto deludente, tutt’altro: bella intensità, ottima secchezza, un finale amaro piuttosto delicato e corto che si sviluppa tra vegetale e resina senza mai grattare in gola. Ci vuole più tempo a descriverla che a berla. Dopo El Patron, un’altra ottima birra da Bierol: Padawan è una Pale Ale moderna e alla moda ma realizzata raziocinio e intelligenza. Ottima bevibilità, livello alto: siete in Tirolo e vi siete stancati di bere helles e weizen? Bierol è la risposta alla vostra domanda. 
Formato 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 706707, scad, 21/01/2021, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 27 agosto 2020

Ottakringer BrauWerk Big Easy Session IPA

Il birrificio Ottakringer fu fondato nel 1837 nell’omonimo (Ottakring) sobborgo di Vienna, un tempo semplice agglomerato di un centinaio di case e oggi divenuto il sedicesimo distretto della capitale: nella sua storia ha cambiato innumerevoli proprietari, è sopravvissuto a due guerre, è stato più volte ricostruito ed è oggi l’unica azienda austriaca nel settore bevande ad essere quotata in borsa.  La Ottakringer Getränke AG è posseduta al 94% dalle famiglie austriache Menz, Wenckheim, Trauttenberg e Pfusterschmid che nel 2009 hanno riacquistato un considerevoli numero di azioni dalla multinazionale Heinieken, operante in territorio austriaco con i marchi Zipfer, Gösser e Puntigamer attraverso la Brau Union.  Birra propria, distribuzione di marchi altrui (Budweiser) e acqua minerale (Vöslauer) hanno consentito alla Ottakringer di fatturare nel 2018 circa  80 milioni di euro: la produzione di birra è di circa 500.000 ettolitri l’anno, con una quota di mercato domestico  del 6%. 
Per cercare di conquistare nuovi clienti anche Ottakringer, come altri grandi marchi austriaci, ha iniziato a fare l’occhiolino al craft, creando nel 2014 la propria divisione BrauWerk, uno spin-off dedicato a produrre piccoli lotti su impianto dedicato che vanno soprattutto al di fuori dalla tradizione austriaca. Al marchio BrauWerk, caratterizzato da grafiche moderne, è seguito il Beer Base Vienna, un locale che si trova in Ottakringer Plants, adiacente al birrificio. Definirlo solo un bar (aperto lo scorso aprile) sarebbe molto riduttivo: oltre alle spine e alle bottiglie da acquistare, il Beer Base Vienna promette di mostrarvi il mondo BrauWerk a 360 gradi con corsi di degustazione, visite guidate all’impianto e la possibilità utilizzarlo per produrre le proprie ricette. La gamma BrauWerk include attualmente numerose etichette stagionali ed alcune birre disponibili tutto l’anno: tra queste la Belgian Ale Sunbeam, la Big Easy Session IPA, la Porter Black & Proud, la Lager Native Tongue e  la Pils alla menta Mint the Gap. Una Belgian Dubbel è invece stata utilizzata come base per i primi  passaggi in botte denominati Barrel Born.

La birra.

Lo ammetto: il nome Ottakringer non suscita in me particolari entusiasmi, anche se si tratta di un birrificio ancora indipendente e non posseduto da una multinazionale: le Ottakringer bevute nel corso di svariati viaggi in territorio austriaco non mi hanno mai lasciato nessun ricordo. Tentiamo la sorte con lo spin-off BrauWerk e la sua Big Easy Session IPA  dallo scorso giugno disponibile anche in qualche supermercato italiano ad un prezzo piuttosto interessante se paragonato alle altre birre artigianali o presunte tali.
Di colore ambrato velato, forma una testa di schiuma ocra un po’ scomposta ma dalla buona resistenza. Biscotto, caramello, note resinose: l’aroma non è fresco né fragrante ma mostra comunque buona intensità e pulizia. E’ una birra che al palato dimostra molto più di quello che dichiara come contenuto alcolico (4.3%): non mi riferisco tanto alla percezione dell’alcool ma alla consistenza tattile, che ne penalizza un po’ la scorrevolezza in un paese dove la tradizione vuole che la birra sia leggera come l’acqua. La bevuta mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, sviluppandosi in una struttura rigorosa e classica, lontana da qualsiasi moda e scandita dal dolce del caramello e del biscotto al quale fa seguito un  amaro resinoso nel quale trova posto anche un po’ di frutta secca a guscio. Vale lo stesso discorso fatto riguardo all’aroma: per una session beer l’intensità è degna di nota ma  fragranza e vivacità non sono le caratteristiche principali di questa lattina. Notevole anche la presenza di sedimento sul fondo, a testimoniare come alla Ottakringer abbiano davvero voluto fare un prodotto assimilabile al craft. Una IPA versione 1.0, simile a quelle che giravano  dalle nostre parti 8-10  anni fa. Il risultato è ampiamente sufficiente ed anche gradevole, se volete fare un salto indietro nel tempo e non mettete la freschezza tra le vostre priorità: da Ottakringer mi aspettavo sinceramente di peggio.
Formato 33 cl., alc. 4.3%, IBU 47, Lotto 022282, scad. 01/02/2021, Prezzo indicative 1,99 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 13 febbraio 2019

Tux 1280 Mountain Porter

Tux-Lanersbach, comune tirolese e stazione sciistica nel distretto di Schwaz nel quale risiedono circa 2000 abitanti, oltre a numerosi turisti:  tra questi anche gli inglesi Neil Vousden e Tim Jones, che dopo aver soggiornato per quasi vent’anni in inverno a Tux per divertimento hanno deciso di venirci a vivere con le rispettive famiglia lavorando nel settore alberghiero e nel soccorso alpino.  Neil porta con sé anche le pentole e tutto il necessario per continuare anche in Austria il suo hobby dell’homebrewing, monopolizzando la cucina di casa al punto da provocare le ira della moglie; gli esperimenti continuano allora nel seminterrato della casa di Tim. 
Nell’autunno del 2016 debutta il microbirrificio Tuxertal Brauerei che, trovandosi a 1280 metri sul livello del livello, dichiara di essere “il più alto” birrificio dell’Austria. Impiantino da 1000 litri, distribuzione di fusti principalmente nei ristoranti e nei locali dei dintorni, imbottigliamento ed etichettatura manuale: il tutto viene svolto da Vousden e Jones nel dopo-lavoro. Nella primavera del 2017 la capacità è stata raddoppiata. La  gamma Tux 1280 è composta da cinque birre ad alta fermentazione, nessuna rappresentativa della tradizione tedesca: American Pale Ale, Amber Ale, Porter, Fruit beer ai lamponi e Witbier.

La birra.
Tux 1280 Mountain Porter: l’etichetta elenca luppoli Eask Kent Goldings e Fuggles, cioccolato e vaniglia.  Nel bicchiere è quasi nera, la schiuma è cremosa è abbastanza compatta, anche se poco generosa. Al naso emergono profumi di caffè e tostature, accenni di tabacco: c’è un buon livello di pulizia, mentre per quel che riguarda ampiezza dello spettro aromatico e finezza  ci sarebbero ampi margini di miglioramento. Ma non sono quelli i veri problemi di questa Mountain Porter: purtroppo la bevuta è debole, con pericolose derive acquose ed un gusto a tratti quasi inesistente. Si parte benino con un ingresso di caffè e tostature la cui intensità crolla in verticale per scomparire in un finale completamente acquoso che riesce ad essere anche leggermente astringente. Quel poco che c’è non riesce neppure a replicare la discreta pulizia dell’aroma: sinceramente faccio davvero fatica a finire il bicchiere di questa porter che – spiace a dirlo – sembra quasi acqua di colore scuro. Bottiglia o lotto sfortunato, per quello che trovo nel bicchiere c’è davvero tanto, tanto lavoro da fare. 
Formato 33 cl., alc. 5.4%, scad. 05/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 20 gennaio 2019

Bierol El Patrón (Prototype Single Hop Mosaic)

Bierol, ovvero Bier and Tyrol, birra e tirolo; la regione dell’Austria non è certamente nota per essere una destinazione ricercata dagli appassionati di birra artigianale, ma anche la sua tranquillità si sta lentamente agitando. Ad Innsbruck i due locali del Tribaun rappresentano una bella oasi nel deserto e a Schwoich, settanta chilometri più a nord, vicino ai monti del Kaiser, è attivo dal 2014 il microbirrificio Bierol fondato da Christoph Bichler e Maximilian Karner. 
In realtà il padre di Bichler possedeva dal 2004 un impianto da 10 ettolitri nella stesso edificio rurale con annessa una piccola locanda-ristorante, lo Stöfflbräu: produceva le classiche helles  e weizen che la gente si aspettava di trovare. La morte improvvisa del suo birraio e un sostituto non all’altezza provocarono la chiusura del business. Il figlio Christoph non era molto interessato a proseguire l’attività del padre e si era dedicato a studiare legge; nel corso di una vacanza negli Stati Uniti assaggia però alcune IPA che cambiano completamente la sua concezione di birra. Al ritorno trasmette il suo entusiasmo all’amico Maximilian Karner convincendolo ad andare a Monaco di Baviera ad un festival di birra artigianale per fargli assaggiare qualcosa di simile a quello che aveva bevuto in America. Dopo quell’esperienza i due amici si trovano d'accordo: perché non provare a rimettere in funzione l’impianto da 10 ettolitri del padre di Christoph che giace inutilizzato da nove anni? Nessuno dei due ha mai fatto la birra ma c’è il vecchio Bichler ad aiutarli a muovere i primi passi, ci sono i libri e c’è internet. Nel 2014 nasce Bierol alla quale si unisce  Marko Nikolic, commerciale e beer sommelier: la prima birra prodotta è una Lager ambrata con dry-hopping di Cascade chiamata Number One seguita dalla Mountain (Double) Pale Ale che risulterà essere la birra più votata dal pubblico del primo Craft Bier Festival di Vienna. Arrivano anche la Padawan (Pale Ale Doing Alright Without A Name, con luppolo Mosaic) e la Going Hazel Nuts Porter, prodotta con nocciole tostate.
Potete assaggiare direttamente alla fonte le birre presso la locanda Stöfflhof che si trova adiacente agli impianti ed è gestita da Caroline Bichler, sorella di Christoph; musica e classica cucina tirolese affiancate da otto spine dalle quali però non sgorgano le classiche birre tirolesi.

La birra.
El Patron non è più un nome particolarmente originale per una birra, basta scorrere il database di Untappd o Ratebeer per rendersene conto, anche se forse non tutte fanno riferimento al defunto Pablo Emilio Escobar Gaviria, il più famoso narcotrafficante di tutti i tempi.  Alla Bierol non lasciano dubbi e ne mettono il ritratto direttamente in etichetta. La El Patrón di Bierol (8.5%) è una Double IPA prodotta per la prima volta nel maggio del 2017, evoluzione (ovvero ancora più luppolo) della prima Double IPA prodotta a Schwoich chiamata El Presidente. Ne esistono anche un paio di varianti “prototipali” prodotte con un solo luppolo: Citra e Mosaic, ed è quest’ultima che andiamo ad assaggiare. 
Il suo colore si colloca tra il dorato e l’arancio pallido ed è piuttosto velato; la schiuma è cremosa e compatta, con un’ottima ritenzione. Al naso emergono freschi profumi di cedro, pompelmo e arancia, floreali, mango e frutta tropicale; intensità e pulizia sono ad un livello piuttosto buono, manca forse un po’ di definizione. Al palato è morbida e scorre con pericolosa facilità, rispettosa della tradizione austriaca: pane, miele, mango, pesca e dolci agrumi formano una bevuta fruttata che non scivola verso gli estremismi del Juicy. La chiusura è secca e c'è un amaro resinoso, di buona intensità ma breve durata, a ripulire perfettamente il palato; l'alcool esce solo a fine corsa, rinforzando l'amaro e riscaldando il retrogusto. Ammetto di essere partito abbastanza prevenuto a causa di molte IPA austriache bevute in passato, timide e poche convincenti, ma che bella sorpresa questa  El Patron! Pulita, intensa, bilanciata, ancora abbastanza fresca: pensate ad una DIPA della West Coast con un bel carattere fruttato e "moderno". Per quel che mi riguarda non sfigura assolutamente con nessuna delle migliori rappresentanti europee di categoria. 
Formato 33 cl., ala. 8.2%, lotto 22.10.2018, scad. 22.04.2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 ottobre 2018

Bierschmiede Amboss Imperial Stout

Bierschmiede, il fabbro della birra: è il mestiere un tempo svolto dal padre che Mario Scheckenberger ha individuato come nome giusto per il proprio microbirrificio inaugurato a Steinbach am Attersee, Austria, nel luglio del 2015. Scheckenberger proviene da sedici anni di homebrewing nel corso dei quali ha ottenuto con una Citra Pils il primo posto al concorso nazionale Staatsmeisterschaft der Haus und Kleinbrauer del 2013, ora rinominato Austrian Beer Challenge, dedicato alle produzioni casalinghe e dei piccoli birrifici; in un capanno di legno nel giardino di casa aveva installato un impiantino da 50 litri di seconda mano proveniente dalla Argus-Bräu. 
Dopo oltre una trentina di birre realizzate tra le mura domestiche a nome ScheckiBräu, nel luglio del 2015 Scheckenberger lascia il proprio lavoro all’ufficio marketing della Brau Union per lanciare la Bierschmiede: l’impianto da 10 ettolitri trova posto in un ex circolo ricreativo di Steinbach, sulle rive dell’Attersee. Sono quasi una decina le birre prodotte, i cui nomi sono tutti in qualche modo collegati al mestiere del fabbro:  Werkstück (il pezzo grezzo sul quale si abbatte il martello) è una Märzen prodotta con luppolo Celeja,  Meisterstück (il capolavoro) è una Pils con Celeja e Citra, Rotglut (incandescenza rossa) è una Dunkel con una piccola percentuale di malto di segale, la Weißglut  (incandescenza bianca) una classica Hefeweizen, Zunder (la calamina, se non erro) una Rauchbier, Hammer (il martello) è una Baltic Porter e Amboss, l’incudine, un’Imperial Stout. 
Alla Braustub'n, taverna con vista sugl’impianti, potete bere tutte le birre di Bierschmiede affiancando loro una buona scelta di prodotti regionali; è aperta  giovedì a sabato dalle 17 alle 23; negli stessi giorni, se non riuscite ad aspettare le cinque del pomeriggio, potete acquistare bottiglie d’asporto e merchandising nel punto vendita chiamato s'Gschäft'l.

La birra.
Amboss, l’incudine, è alla pari del martello lo strumento prediletto dal fabbro: logico che il nome sia stato riservato all’ammiraglia della casa, ovvero una potente imperial stout (9.6%) prodotta con sei diversi tipi di malto e tre luppoli.  Allontaniamoci quindi dalla tradizione tedesca per stappare questa birra che credo sia disponibile solamente nel periodo invernale. 
Nel bicchiere è quasi nera e forma una bella testa di schiuma cremosa, abbastanza compatta e dall’ottima persistenza. L’aroma non è un inno alla pulizia ed alla finezza ma è comunque gradevole: tostature di orzo e di pane, un filo di fumo, esteri fruttati che richiamano uvetta, prugna e ciliegia. La scuola tedesca vuole birre sempre facili da bere ed è quindi inutile cercare particolari viscosità nelle loro interpretazioni di questo stile:  l’Amboss non fa eccezioni ma regala comunque un mouthfeel gradevole e morbido, quasi vellutato, che avvolge delicatamente il palato con poche bollicine. La bevuta inizia dal dolce di caramello e frutta sciroppata disidratata (uvetta e prugne) per poi evolvere rapidamente in un rapido crescendo amaro ricco di tostature e fondi di caffè nel quale anche il luppolo fa sentire la sua presenza con note terrose. L’alcool risponde presente senza gridare, portando quel calore necessario a riscaldare le fredde serate d’inverno:  la birra è bilanciata ma non del tutto armonica, con le componenti dolce e amaro che sembrano viaggiare su binari paralleli senza mai incontrarsi.  Eleganza e pulizia sono migliorabili ma nel complesso “l’incudine” di Bierschmiede è una Imperial Stout intensa e gradevole, se la si colloca nel contesto austriaco; per aspirare invece “all’eccellenza internazionale”, la strada da fare è ancora piuttosto lunga.
Formato 33 cl., alc. 9.6%, scadenza 03/05/2019, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

domenica 6 maggio 2018

Schlägl Doppel Bock

La produzione di birra all'interno del monastero austriaco di Schlägl, fondato dai Premostratensi nel 1218, è documentata a partire dal 1580, ma è sicuramente iniziata molto prima. Il birrificio era inizialmente posizionato all'interno nelle cucine e nel 1865 gli impianti furono spostati in un edificio precedentemente adibito a granaio: è qui, nella Stiftskeller, dove oggi potete mangiare e assaggiare tutte le birre della Stiftsbrauerei Schlägl ("il birrificio dell'Abbazia di Schlägl"). Nel 1954 la produzione è stata trasferita in un più moderno edificio al di fuori del perimetro del monastero: un trasloco necessario per aumentare la capacità e dotarsi di una moderna linea d'imbottigliamento che confeziona anche le birre prodotte dall'unico birrificio trappista, Stift Engelszell.
Il birrificio è ancora di proprietà dell'Abbazia di Schlägl ed è oggi guidato dal birraio Reinhard Bayer; la fa ovviamente da padrone la tradizione tedesca  (con  le helles Urquell e Kristall, Zwickl e Pils) ma ci sono anche aperture al Belgio, alle cosiddette "birra d'abbazia". Su di un piccolo impianto pilota viene infatti prodotta ogni anno una Belgian Strong Ale; lo stesso impianto viene anche utilizzato per produrre "Bierspezialitäten" che guardano al mercato craft: etichette più moderne, IPA ma non solo, visto che . La gamma include anche una birra affumicata, una weizen, una dunkel, una saison e alcuni affinamenti in botte. 
Il monastero produce anche cinque varietà di limonata ed un brandy ottenuto distillando quella Doppelbock che andiamo ad assaggiare.

La birra.
La Doppelbock di Schlägl  è una produzione invernale disponibile ogni anno a partire da novembre; si presenta di color oro antico, limpido, su quale si forma un cremoso cappello di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso pane e biscotto, miele, cereali, frutta secca a guscio: in sottofondo spuntano profumi di amaretto e un leggero diacetile. Ottima la sensazione palatale: pur senza risultare ingombrante è una doppelbock che scorre bene regalando sensazioni morbide, avvolgenti. Il gusto presenta una buona corrispondenza con l'aroma, proponendo una bevuta ricca di pane, miele, biscotto e frutta secca: l'alcool (8.5%) non fa sconti e si sente anche più del dichiarato, risultando alla lunga un po' fastidioso. Il finale non è impeccabile, con un leggero amaro terra e di frutta secca un po' sgraziato e di un'intensità che non t'aspetteresti di trovare in una doppelbock. Qualche imprecisione, un po' di diacetile e qualche passaggio non troppo convincente in una birra discreta, che riscalda il corpo ma alla fine del bicchiere lascia un po' freddo lo spirito.
Formato 33 cl., alc. 8.5%, lotto 23110912, scad. 23/05/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 5 aprile 2018

Loncium Weizenbock

Il birrificio Loncium l’avevamo incontrato per la prima volta giusto un anno fa con la (poco convincente) Carinthipa. Viene fondato a Kötschach-Mauthen, comune austriaco di 2000 abitanti in Carinzia ad una decina di chilometri dal confine italiano sul passo del Monte Croce Carnico. Alla guida ci sono Alois Planner e il socio Klaus Feistritzer: un secolo fa i bisnonni di Planner gestivano un birrificio ma Alois è dovuto ripartire da zero iniziando a fare la birra nella cucina dei propri genitori utilizzando il  vecchio pentolone della nonna e dei pannolini come filtro. Nel 2007 l’hobby è diventato una professione grazie ad un impiantino da 5 ettolitri. Attualmente il birrificio (200 mq) trova spazio nei locali dell'albergo Gasthaus Edelweiß da sei generazioni nella mani della famiglia Planner: oggi rinominato Bierhotel Loncium, dispone di una cinquantina di camere e – per quel che c’interessa – di un impianto della Rolec da 20 ettolitri inaugurato nel 2013.  
Il birrificio, che prende il suo nome da quello di un vicino insediamento romano, affianca alle classiche birre della tradizione tedesca anche stili anglosassoni per una gamma composta da una dozzina di etichette.  Loncium mette anche a disposizione il proprio impianto per conto terzi e realizza attualmente la maggior parte delle birre della beerfirm viennese Next Level Brewing.

La birra.
La Carinthipa assaggiata l’anno scorso era stata abbastanza deludente, vediamo se il birrificio austriaco si trova più a suo agio con la tradizione tedesca. Parliamo di una weizenbock la cui ricetta prevede ingredienti biologici come malto Pilsner, Vienna, Carahell, frumento e Caraweizen: i luppoli sono Tradition e Spalter Select. 
Si presenta di color ambrato piuttosto carico, la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. Banana matura e caramello disegnano un aroma dolce e speziato dal chiodo di garofano; i fenoli si portano dietro però anche qualche odore meno gradevole di plastica bruciata. Non ci sono molte bollicine a movimentare una bevuta che risulta tuttavia gradevole e quasi morbida: caramello e banana guidano le danze, chiudendo gli occhi si può immaginare anche il mango, mentre le spezie fanno un passo indietro. Nel finale emerge un leggerissima nota di pane tostato, l’alcool si fa notare solamente alla fine del percorso, apportando un delicato calore. Qualche piccolo problemino al naso ma nel complesso la Weizenbock di Loncium è una bevuta bilanciata gradevole e piuttosto agevole, anche se il rapporto qualità prezzo non gioca a suo favore, soprattutto per gli standard austriaci e tedeschi.
Formato 33 cl, alc. 6.8%, IBU 18, lotto 8492 1671, scad. 15/12/2018, prezzo indicativo 3.00 euro (beershop, Austria)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 6 marzo 2018

Edelweiss Gamsbock

Kaltenhausen sarebbe il birrificio più antico di Salisburgo, con una data di nascita che risale al 1475 quando fu fondato da Johann Elsenhaimer. Alla sua morte l’azienda venne acquisita (1489) dal principe-arcivescovo Leonhard von Keutschach per poi passare, con la fine del Sacro Romano Impero, sotto il diretto controllo dell’imperatore Francesco I; Kaltenhausen continuò ad essere il maggior produttore di birra del salisburghese. Nel 1815 fu acquistato dalla famiglia nobile bavarese Arco-Zinneberg che ne controllò la proprietà sino al 1901, quando la Gräflich Arco-Zinneberg'sche Brauhaus Kaltenhausen fu ceduta alla Deutsche Bank che la rinominò Aktiengesellschaft Brauerei Kaltenhausen. Il declino economico della società era tuttavia in atto e la prima guerra mondiale non fece che peggiorare le cose; nel 1921 ci fu la fusione con altri tre birrifici della regione (Brauerei Gmunden, Linzer Aktienbrauerei, Poschacher Brauerei e Wieselburger Aktienbrauerei) e la nuova nata Brau AG cercò inutilmente di arrestare la crescita del birrificio Stiegl, ormai diventato il maggior produttore del salisburghese.  
Il secondo dopoguerra vede una serie infinita di acquisizioni di altri birrifici minori e operatori del beverage (succhi di frutta, acque minerali), nonché di hotel e ristoranti: come sempre i birrifici incorporati vengono poi chiusi e la produzione dei marchi sopravvissuti trasferita altrove. Facciamo ora un salto al 1998 quando la Brau AG, a seguito di ulteriori incorporazioni con birrifici della Stiria, diventa la Brau Union Österreich AG, ad oggi maggior produttore di birra austriaco: nel 2003 il gruppo viene acquistato  dalla Heineken. Sino al 2010 alcuni marchi storici del vecchio birrificio Kaltenhausen, come  Kaiser ed Edelweiss, sono stati ancora realizzati sui vecchi impianti di  Kaltenhausen: nel 2011 Heineken ha licenziato una decina di dipendenti ed ha trasferito la produzione sugli impianti dei birrifici Zipf e Wieselburg. Il sito di Kaltenhausen  è oggi utilizzato solamente per imbottigliare; all’interno dell’ex-birrificio è tuttavia ancora in funzione un microimpianto automatizzato (12 hl) che rifornisce il ristorante Braugasthof Hofbräu Kaltenhausen e produce alcune bottiglie destinate al mercato “craft”.

La birra.
Non vi racconterò delle varie medaglie d’oro la Edelweiss Gamsbock ha raccolto nel corso degli anni in vari concorsi europei; è forse più interessante sapere che con una quota di mercato del 44% il marchio  Edelweiss è da anni la birra di frumento più venduta sul territorio austriaco, disponibile come Weissbier classica, non filtrata (Kristallklar), Dunkel, analcolica e la più sostanziosa Weizenbock (7.1%) che viene solitamente prodotta nei mesi di ottobre-novembre. 
All’aspetto è di colore dorato, piuttosto velato: la generosa schiuma pannosa è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. Tutto ok al naso, con i tipici profumi dello stile: banana, chiodo di garofano, bubblegum e in sottofondo anche qualche nota di crosta di pane.  Al palato c’è la grande scorrevolezza tipica della tradizione tedesca; una weizenbock dalla robusta gradazione alcolica richiederebbe però anche un po’ di sostanza e morbidezza, e questa Gamsbock non delude. Il gusto segue fedelmente l’aroma riproponendo la banana matura, il pane e il chiodo di garofano, un accenno di caramello. A bilanciare il dolce non c’è amaro ma l’acidità del frumento, nel finale una delicata nota alcolica cerca di risollevare un po’ un’intensità in fase calante. Pulita e precisa,  questa Edelweiss Gamsbock non regala emozioni (o forse è lo stile a non regalarmele in generale) ma svolge il suo dignitosissimo lavoro. Nota di merito in quanto prodotto industriale: in questo caso si beve abbastanza bere spendendo poco. 
Formato 50 cl., alc. 7.1%, lotto 354 H7 18:55, scad. 01/05/2018, pagata 1,21 euro (supermercato, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 27 febbraio 2018

Bevog Zo Session IPA

Dopo una lunga serie di birre invernali piuttosto robuste e pesanti, soprattutto per quel che riguarda la gradazione alcolica, prendiamoci una pausa defaticante. Session IPA, sottostile che evidentemente piace molto al birrificio austriaco-sloveno Bevog, presenza abbastanza frequente sul blog.  Tutto inizia nell’agosto 2015 quando la session IPA chiamata This Mess (4.5%) viene realizzata in occasione del decimo compleanno dell’etichetta discografica slovena God Bless This Mess. 
Sempre nell’ambito delle “Who Cares Editions”, ovvero birre occasionali e/o prototipali con le quali si cerca di capire il feedback da parte di chi le beve, al fine di valutarne l'entrata in produzione stabile, arriva a marzo 2016 la molto ben riuscita Freezbee Beer Session IPA (4.4%) che abbiamo ospitato in questa occasione. A maggio 2017 una Session IPA fa finalmente il suo ingresso tra le birre che vengono prodotte regolarmente tutto l’anno: è la Zo (4.3%).  A settembre arriva invece Panikka, Session IPA ancora più leggera (3.8%) realizzata per il club culturale sloveno MIKK, dove i membri del birrificio ammettono di passare la maggior parte del proprio tempo libero.

La birra.
Bevog non è solito fornire molte notizie sulle proprie birre e sulle belle grafiche che adornano le lattine; anche la Session Ipa Zo non fa eccezione. Nessuna informazione se non che viene utilizzato un imprecisato mix di luppoli americani ed australiani.
Il suo colore è un dorato piuttosto velato, nel bicchiere si forma una testa di schiuma bianca cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma è piuttosto gradevole, ci sono profumi floreali che ben si sposano con quelli di mango e passion fruit, arancia e pompelmo; l’intensità è discreta, pulizia ed eleganza rispondono presente. Molto bene. Anche la sensazione palatale è buona, senza quegli eccessi acquosi che a volte si riscontrano in queste birre “sessionabili”: la luppolatura è dosata con intelligenza in modo da non annientare completamente la componente maltata. Pane e crackers in sottofondo sorreggono il dolce della frutta tropicale e l’amaro del pompelmo. La giusta quantità di bollicine le dona vitalità, il finale è abbastanza secco e caratterizzato da un amaro di media intensità nel quale s’incontrano note terrose e di resina. Ignoro la data di produzione di questa lattina, ma nel bicchiere c’è ancora una gratificante freschezza. 
Grande facilità di bevuta, com’è giusto che sia, buona intensità di sapori e aromi, equilibrio: una birra da bere ad oltranza che non vuole stupire e catturare l’attenzione, ma solo accompagnare pinta dopo pinta una serata, senza mai annientare il palato. Missione compiuta.
Formato 33 cl.,  alc. 4.3%, lotto 765A, scad. 24/07/2018, pagata 2.50 euro (beershop, Austria)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 5 febbraio 2018

Pinzga' Zwickl & Obertrumer Original Zwickl

Oggi doppio appuntamento con la birra austriaca, in particolare con due Zwickl che rappresentano anche il debutto sul blog di altrettanti birrifici. Apriamo le danze con  Pinzgau Bräu, microbirrificio a Bruck an der Glocknerstraße, nel salisburghese: lo fonda Hans-Peter Hochstaffl, un ex meccanico di auto che ha poi iniziato a lavorare presso un distributore di bevande e si è “convertito” all’homebrewing. 
A una cena di lavoro conobbe il birraio del birrificio Die Weisse di Salisburgo che gli offrì di svolgere un periodo di praticantato. Dopo averlo terminato, Hochstaffl ha conseguito il diploma di mastro birraio ed è rimasto a lavorare al Die Weiss per tredici anni, coltivando sempre il sogno di riuscire a mettersi in proprio. Sogno che si è realizzato nell’ottobre del 2015 quando Hochstaffl ha messo in funzione il proprio impianto da 10 hl da lui stesso assemblato utilizzando parti nuove e di seconda mano, come ad esempio la linea d’imbottigliamento proveniente dal Belgio. Ad aiutarlo la moglie Martina che si occupa della parte amministrativa e un aiuto-birraio part-time: era da quarant’anni, da quando aveva chiuso il birrificio Blattl di Saalfelden, che nel Pinzgau non si produceva birra. Sono attualmente sei le birre prodotte: una Zwickl, un’ambrata (Phönix aus der Asche) prodotta con malto torbato in ricordo dell’incendio che distrusse l’edificio che ora ospita il birrificio, una Weizen, una Dunkelweizen, una Pale Ale con Summit e Cascade, e l’analcolica Non Promillo.

La birra.

Pinzga' Zwickl è la birra di maggior successo di Hochstaffl, a cavallo tra tradizione (ovviamente non filtrata) ed innovazione, visto che la sua ricetta prevede anche il luppolo Citra. Nel bicchiere è dorata, leggermente velata e forma uno splendido cappello di schiuma pannosa e compatta, dall’ottima persistenza. Citra non pervenuto all’aroma dove c’è però un bouquet tradizionale, pulito e fragrante:  fiori, pane e cereali, qualche accenno di mela verde. Elementi che ritroviamo anche al palato a comporre una bevuta facile e veloce, fragrante e abbastanza pulita: oltre a pane e cereali s’avverte anche qualche leggera nota di biscotto e miele, mentre la chiusura finale amaricante (vegetale) sarebbe molto più elegante se non sconfinasse un po’ nella gomma bruciata. L’intensità è molto buona, soprattutto se paragonata alle tante lager industriali che purtroppo dominano il mercato austriaco: scorrevolezza e facilità di bevuta non sono affatto in discussione ma quello che mi colpisce in positivo è il suo carattere un po’ spigoloso e ruspante, che le dona personalità e cuore. Ovvero quello che cerchiamo in un cosiddetto “prodotto artigianale”. Zwickl per me promossa in pieno, e poco importa se il Citra non è pervenuto; l’etichetta neppure lo sbandiera. 


Restiamo nella regione di Salisburgo e spostiamoci a Obertrum am See, dove dal 1601 esiste la Privatbrauerei Josef Sigl, oggi rinominata Trumer Privatbrauerei. La  famiglia Sigl ne detiene il controllo da allora e, fatto abbastanza curioso, quasi tutti i proprietari che si sono succeduti si chiamano Josef: a loro il compito di ricostruire il birrificio dalle devastazioni della campagna Napoleonica e dalle rovine della prima e seconda guerra mondiale. Dal 1985 al timone di comando c’è Josef Sigl VII, diplomato birraio a Weihenstephan e a Vienna: è lui il responsabile dell’aspetto moderno che oggi ha il birrificio e del “Trumer world” un’esperienza birraria a 360 gradi: visite guidate assieme a un beer sommelier, corsi di degustazione, abbinamenti cibo-birra alla Braugasthof, assaggio di vintage provenienti dalla cantina privata di Sigl e, in occasioni speciali, l’assaggio della Trumer Pils che sgorga direttamente da una fontana al centro di Obertrum.  Dopo aver venduto il marchio Weizengold al birrificio Stiegl di Salisburgo, la Trumer Privatbrauerei è oggi soprattutto concentrata sulla Trumer Pils, una birra molto diffusa in Austria che viene anche replicata negli Stati Uniti (con materie prime importate) nel birrificio Trumer di Berkeley, California, inaugurato nel 2004 in partnership con Carlos Alvarez, magnate proprietario della Gambrinus Company.

La birra.
Conoscendo la Trumer Pils non avevo grossa aspettative su questa Obertrumer Original Zwickl, ma le cose non sono andate così male, anzi: è dorata e velata, con un impeccabile cappello di schiuma compatta, pannosa e molto persistente. L’aroma è pulito e abbastanza fragrante: pane, cereali, fiori, qualche accenno di miele millefiori. Il gusto non è un monumento all’intensità ma ripropone con buona pulizia e fragranza gli stessi elementi per una bevuta facile e dissetante, spensierata, gradevole. L’amaro erbaceo/terroso finale è di minore intensità se paragonato alla Pinzga'  Zwickl ma soprattutto risulta più elegante limitando di molto l’effetto “gomma bruciata”.  La scorrevolezza è ottima e anche in questa bottiglia c’è un qualcosina di rustico, carattere che non t’aspetteresti per un prodotto di un birrificio commerciale:  la sua etichetta “quasi artigianale”, così lontana da quella della Trumer Pils, è in questo caso sincera. Le manca il cuore, ma svolge la sua funzione con onestà e dignità. A tre euro al litro.
Nel dettaglio:
Pinzga' Zwickl, 50 cl., alc. 5.1%, lotto 5, scad. 01/05/2018, 2,65 Euro (beershop, Austria)
Obertrumer Original, 50 cl., alc. 4.8%, scad. 15/05/2018, 1,68 Euro (beershop, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 25 gennaio 2018

Next Level Brewing / Loncium Monster Juice

Next Level è una beerfirm viennese fondata nel 2015 da Johannes Grohs e  Alexander Beinhauer: si definiscono due beer sommelier che hanno alle spalle studi in campo economico (Grohs) e biotecnologie (Beinhauer).  
Si sono conosciuti frequentando la scene dell’homebrewing della capitale austriaca, dove Alexander Beinhauer ha ottenuto molti riconoscimenti in vari concorsi.  La beerfirm si reca a produrre su impianti di diversi birrifici austriaci, ma ultimamente sembra aver trovato dimora fissa presso la Privatbrauerei Loncium, che abbiamo incontrato in questa occasione: una ventina le birre prodotte nei due anni di attività.  E proprio assieme al birrificio Loncium Next Level ha realizzato una New England IPA:  Monster Juice, questo il nome per una Double IPA “leggera”  (7.1%) alla quale sono stati aggiunti 200 chili di purea di albicocca  La collaborazione è avvenuta a settembre 2017, giusto in tempo per avere la birra pronta per l’Halloween Monster Party che si è tenuto a fine ottobre al Beer Store di Vienna
L’albicocca è un frutto che viene usato con buon successo nella produzione di birre acide, funzionerà nel contesto di una (Juicy) India Pale Ale ?  Scopriamolo.

La birra.
Il suo aspetto non è esattamente quello di una New England IPA: il colore dorato è appena velato e in superficie si forma una cremosa e compatta testa di schiuma, dalla buona persistenza. Il segreto dell'hazy è custodito nella purea d'albicocca che è finita sul fondo della bottiglia: versandola nel bicchiere otterrete una sorta di NEIPA ma anche una birra piuttosto sgradevole alla vista.
Al naso c'è ovviamente l'albicocca, affiancata da qualche lieve profumo di frutta tropicale, ananas e passion fruit, biscotto. C'è pulizia ma l'intensità è piuttosto modesta e lo spettro del bouquet aromatico è alquanto ristretto. La sensazione palatale non cerca di emulare il mouthfeel di una "juicy IPA" ma è comunque gradevole e morbido: corpo medio, poche bollicine, alcool ben nascosto e un gusto che rivela però una convivenza non troppo ben riuscita tra il dolce del tropicale e l'asprezza e acidità dell'albicocca. Gli elementi sembrano respingersi anziché legarsi. Biscotto e caramello fanno una breve  comparsa nelle retrovie e nel finale c'è una timida note americane erbacea. 
Nel complesso è una IPA pulita e dotata di una buona secchezza, facile da bere e abbastanza intensa: non ha molto a che fare col New England e per il mio gusto personale non trovo particolarmente azzeccato l'uso dell'albicocca in una birra di questo tipo. 
Formato 33 cl., alc. 7.1%, lotto 945600815, scad. 22/05/2018, prezzo indicativo 3.50-4.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 15 gennaio 2018

Brew Age Alpha Tier New England IPA

Ritorna sul blog Brew Age, beerfirm austriaca che avevamo incontrato qualche tempo da con due birre non molto convincenti ma probabilmente penalizzate dall’assenza di freschezza. 
La craft beer revolution si sta espandendo in Austria e alcuni birrifici cercano già di stare al passo con le tendenze internazionali: quella attualmente più in voga è ovviamente quella delle New England IPA. Un sottostile molto discusso la cui realizzazione non è così semplice e i risultati possono essere disastrosi, soprattutto per chi le beve.  Brew Age, i cui uffici di Vienna in Mittelgasse 4 dispongono anche di un piccolo beershop nel quale potete acquistare a buoni prezzi le bottiglie, ha deciso di correre il rischio. La beerfirm fondata  da Johannes Kugler (birraio),  Michael  e Thomas Mauer (commerciali) e Raphael Schröer (amministrazione) si cimenta con il “juicy” per la prima volta nel giugno del 2017, quando realizza la Juicebumps assieme al birrificio Bierol. Non so se si tratti in assoluto della prima NEIPA austriaca, ma a quanto leggo la birra ottiene un buon successo e va subito esaurita: ciò basta a convincere Brew Age, poche settimane dopo, a propone la propria NEIPA, credo realizzata come al solito sugli impianti  del birrificio Gusswerk. L’Alpha Tier, questo il nome scelto, debutta in fusto  a fine giugno all'Home Café di Vienna, locale che ora mostra nel proprio logo lo stesso animale dell'etichetta della birra, ed è seguita a breve distanza dalle bottiglie.

La birra.
Malti Pilsner, Vienna e Monaco, avena, luppoli Amarillo, Centennial, Citra, Mosaic. Il protocollo NEIPA viene perfettamente rispettato per quel che riguarda l’aspetto: arancio opalescente, schiuma biancastra abbastanza compatta e dalla buona persistenza. L’aroma non è l’esplosione tropicale che spesso caratterizza le Juicy IPA ma c’è comunque quel dolce cocktail di frutta che vi dev’essere: nello specifico abbiamo arancio, pompelmo, mango e ananas. C’è pulizia, c’è ancora freschezza e l’aroma è gradevole anche se non incolla le narici al bicchiere. 
Lo stesso si può dire del gusto, che lo ricalca quasi fedelmente: è una NEIPA che si beve bene, senza picchi ma anche senza quelle spigolature che a volte danno un po’ fastidio. Il dolce di mango e ananas guida le danze, fa capolino un po’ di pompelmo, l’amaro resinoso finale è delicatissimo e di breve durata, quasi inavvertibile: l’alcool (5.6%) non è pervenuto. La sensazione palatale è morbida, gradevole e non particolarmente ingombrante: la scorrevolezza ne trae giovamento, la pressoché assenza d’amaro la rende quasi levigata e priva di qualsiasi “effetto pellet”. Il risultato è senz’altro positivo: è una NEIPA succosa, pulita ed educata, ma un po’ ingessata e che procede con il freno a mano un po' tirato. Una caratteristica tuttavia che ritrovo anche in molte IPA (senza scomodare il juicy) realizzate da birrifici tedeschi o austriaci: non ci sono estremismi, non ci sono spunti espressivi o emotivi, tutto è un po’ ovattato ma nel complesso gradevole. 
Anche in assenza di fuochi artificiali si può quindi bere con gusto: a voi scegliere se adagiarvi in questa sicurezza o se ricercare itinerari più arditi, anche a costo d’affrontare qualche asperità.
Formato: 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 73017050, scad. 24/08/2018, prezzo indicativo 2.80 Euro (beershop, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 21 dicembre 2017

Schloss Eggenberg Samichlaus 2009

Nel dicembre del 1998 Michael Jackson lamentava la morte di Santa Claus ovvero Samichlaus in Schwyzerdütsch, il tedesco parlato in Svizzera. La birra Samichlaus, che si era guadagna una citazione nel Guinness dei Primati in quanto bassa fermentazione più alcolica al mondo (14%) e che  veniva prodotta il 6 dicembre di ogni anno per essere poi messa in vendita dopo dodici mesi, non sarebbe più stata commercializzata. Il birrificio svizzero Hürlimann che la produceva era stato acquistato dal rivale Feldschlösschen che considerava la Samichlaus troppo laboriosa da realizzare e troppo poco redditizia. 
Ci vollero due anni e la mobilitazione di appassionati ed esperti (Michael Jackson a Robert Protz su tutti) per vederla riapparire: gli austriaci della Brauerei Schloss Eggenberg avevano trovato nel 1999 l’accordo per l’acquisizione della ricetta e del marchio e l’avevano prodotta in sordina per poi metterla in commercio, dopo la solita maturazione di 12 mesi, il 20 ottobre 2000, lo stesso anno in cui la Feldschlösschen venne acquistata dalla Carlsberg.  La Samichlaus andava così ad affiancare un’altra birra “potente” già prodotta da Schloss Eggenberg, la Urbock 23 (9.6%). 
La cotta di questa birra avveniva tradizionalmente la sera del 6 dicembre, vigilia del giorno in cui in Svizzera viene celebrato San Nicola; dopo le tre settimane di fermentazione la Samichlaus era trasferita a maturare per dieci mesi nei tini d’acciaio che si trovavano nelle cantine del birrificio Hürlimann; secondo Jackson la birra veniva di tanto in tanto trasferita da un tino all’altro per far ripartire la fermentazione secondaria. Il primo lotto fu prodotto nel 1980 utilizzando malti Pilsner, Monaco e Roasted, luppoli svizzeri e tedeschi (Perle, Magnum e Spalter Select); a quanto pare oggi il luppolo svizzero è stato sostituito da una varietà proveniente dalla Austria settentrionale (www.hopfenbau.at). 
Sin dall’inizio alla Hürlimann si trovarono in difficoltà nel rendere una birra così alcolica di quel colore chiaro desiderato; per molti anni ne realizzarono due versioni, chiara e scura, per poi abbandonare definitivamente la prima.  Un’idea che invece è stata ripresa dagli austriaci della Eggenberg, birrificio dal 1803 nelle mani della famiglia Forstinger / Stöhr: oggi la Samichlaus  oltre che nella versione “classic” è disponibile come “Helles”  e “Schwarzes”, anche’esse – dicono – prodotte il 6 dicembre e maturate poi per dieci mesi. Classic e Helles vengono anche commercializzate in versione barrique, ex-Chardonnay austriaco.

La birra.
Come detto la Samichlaus arriva sugli scaffali dopo aver già compiuto quasi un anno, ma è una birra che non teme lo scorrere del tempo e che potete tranquillamente dimenticarvi in cantina anche ben oltre la data di scadenza impressa sull’etichetta. La dimostrazione lo è questa bottiglia del 2009 che andiamo a stappare: ricordo che il millesimo riportato in etichetta si riferisce all’anno in cui la birra viene imbottigliata, quindi la birra in questione è stata prodotta a dicembre 2008. 
Il suo colore è uno splendido ambrato, piuttosto carico e limpido, arricchito da venature color rubino e rame: la schiuma è di dimensioni piuttosto modeste e rapida a dissiparsi. All'età di otto anni l’aroma non è di certo il suo punto di forzà: intensità piuttosto dimessa con alcool e un’evidente ossidazione (cartone bagnato) a dominare una dolcezza di fondo che si esprime soprattutto nel caramello. Fortunatamente al palato è tutta un’altra musica, a partire da un mouthfeel ancora pieno e morbido che non mostra grossi cedimenti. La Samichlaus è una birra per certi versi estrema ma non squilibrata, nella sua grande dolcezza: il gusto è ancora incredibilmente ricco di frutta sotto spirito, ciliegia e prugna, fichi e uvetta,  la bevuta è sciropposa ma non stucchevole, con l’alcool che riesce in qualche modo a contrastare la dolcezza ad ogni sorso. Prendetevela comoda, sedetevi in poltrona riscaldando il bicchiere con le mani e abbinateci del cioccolato fondente; emergeranno suggestioni di vini fortificati come porto, sherry o madeira, a voi lasciarvi guidare dal potere evocativo. Una birra calda e – a otto anni dalla mesa in bottiglia -  ancora potente, da bere in quelle piccole dosi che riescono comunque a dare soddisfazioni, a patto che il dolce non vi faccia paura e che non la vogliate bere tutti i giorni.
Formato 33 cl., alc. 14%, lotto 008908, scad. 03/2015, pagata 1,99 (supermercato, Austria).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 12 ottobre 2017

Bevog Ond Smoked Porter

Torniamo a parlare di Bevog, birrificio in territorio austriaco (Bad Radkersburg) ma guidato dallo sloveno Vasja Golar che ha bypassato la lenta burocrazia del suo paese spostandosi a produrre a tre chilometri da casa (Gornja Radgona) in Austria.  Dal 2013 Bevog ha visto una crescita costante che lo ha portato nel 2016 a produrre circa 7000 ettolitri con il suo impianto da 15 hl.  Negli ultimi mesi il birrificio è stato molto impegnato a rinfrescare il proprio internet e a suddividere la propria gamma produttiva tra birre prodotte tutto l’anno, birre occasionali, stagionali e “prototipali” racchiuse sotto la Who Cares Editions e  invecchiamenti in botte, questi ultimi raggruppati nella categoria “Paper Bag”, in quanto le bottiglie sono incartate. Le birre prodotte  tutto l’anno è rappresentata da tante strane creature o mostri dai nomi singolari:  Tak, Ond, Kramah, Baja, Deetz e Rudeen. Inutile chiedersi il significato di questi nomi, che secondo quanto dichiara Golar non significano assolutamente nulla ma corrispondono a quelli che avevo dato alle proprie birre nel corso degli esperimenti casalinghi; le strane creature rappresentate in etichetta, a metà strada tra mitologico, fantastico ed fumetto sono realizzate dall’artista croato Filip Burburan, ispirato da alcuni scritti del nonno di  Golar, un poeta/scrittore abbastanza conosciuto a Gornja Radgona. 
Dopo la natalizia Brown Snowball Coconut Porter e la Baja Oatmeal Stout è il momento di stappare un’altra birra scura di Bevog: una robusta porter affumicata che viene prodotta con un mix di luppoli sloveni e americani.

La birra.
L’aspetto è invitante, il bicchiere si tinge di nero sul quale si forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’affumicato entra subito in gioco dominando l’aroma con i suoi profumi piuttosto grassi che ricordano quelli della carne, con qualche sconfinamento meno gradevole nella gomma bruciata: in sottofondo un po’ di caffelatte e frutti di bosco. Anche in bocca c’è qualcosa da sistemare, a partire dalla sensazione palatale non particolarmente morbida e un po’ spigolosa, nonostante la carbonazione non sia particolarmente elevata: il corpo è medio, ma in alcuni passaggi la birra sempre un po' slegata. Al gusto l’affumicato è molto meno dominante e la bevuta viene guidata da tostature vigorose ma ruvide, caramello brunito e caffè; l'alcool è ben nascosto, nel finale l'affumicato si fa più presente e accompagna un amaro piuttosto energico composto da tostature, fondi di caffè e note terrose. L'intensità è davvero notevole ma in quanto a pulizia ed eleganza ci sono ampi margini di miglioramento in questa smoked porter di Bevog, soprattuto per quel che riguarda tostature e affumicato: il risultato è solo discreto e non al livello di altre produzioni del birrificio austriaco.

Formato: 33 cl., alc. 6.3%, IBU 43, scad. 10/11/2017, prezzo indicative 3.50-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 2 maggio 2017

Bevog Baja Oatmeal Stout

E’ sempre un piacere ospitare Bevog, birrificio in territorio austriaco (Bad Radkersburg) ma guidato dallo sloveno Vasja Golar che ha bypassato la lenta burocrazia del suo paese spostandosi a produrre a tre chilometri da casa (Gornja Radgona) in Austria.  Dal 2013 Bevog ha visto una crescita costante che lo ha portato nel 2016 a produrre circa 7000 ettolitri con il suo impianto da 15 hl. 
Negli ultimi mesi il birrificio ha fatto un restyling del proprio sito  per rendere più chiaro il modo in cui è suddivisa la gamma produttiva: la Monster Line comprende le birre disponibili tutto l’anno, ovvero Tak, Ond, Kramah, Baja, Deetz e Rudeen. Inutile chiedersi il significato di questi nomi, che secondo quanto dichiara Golar non significano assolutamente nulla ma corrispondono a quelli che avevo dato alle proprie birre nel corso degli esperimenti casalinghi; le etichette propongono invece delle strane creature a metà strada tra il mitologico, il fantastico ed il fumetto e sono realizzate dall’artista croato Filip Burburan, ispirato da alcuni scritti del nonno di  Golar, un poeta/scrittore abbastanza conosciuto a Gornja Radgona. 
Sotto l’ombrello della Who Cares Editions rientrano invece le birre che vengono realizzate di tanto in tanto: possono essere prodotti stagionali o prototipali, questi ultimi con lo scopo di valutare il feedback dei clienti e decidere se tornarli a riproporre in futuro.  I (pochi, fin’ora) invecchiamenti in botte sono invece stati raggruppati nella gamma Paper Bag, in quanto le bottiglie sono incartate. 
Alcune birre della Monster Line sono anche disponibili presso la Grande Distribuzione austriaca ma, devo purtroppo ammettere, le lattine che mi sono capitate tra le mani non erano certamente un elogio alla freschezza.

La birra.
E’ per ancora disponibile solo in bottiglia la Otameal Stout chiamata Baja, ovvero prodotta con una percentuale d’avena. Nera e impenetrabile alla luce, genera una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma predilige la semplicità e lo fa con grande pulizia ed anche eleganza: orzo tostato, pane tostato e caffè si dividono il palcoscenico, lasciando al naso il divertimento di scorgere in secondo piano accenni di cuoio, pelle, tabacco. Poche bollicine, corpo medio, una leggera carezza al palato grazie all’utilizzo di avena: quella di Bevog è una stout pulita e piuttosto bilanciata che scorre senza intoppi rivelando un’ottima intensità fatta di orzo tostato e caffè, qualche accenno di liquirizia e cioccolato, ben bilanciati dal dolce del caramello e da una lieve acidità donata dai malti scuri. Nel finale s’intensifica un po’ l’amaro del caffè e delle tostature a completare una stout davvero ben fatta e pulita, semplice ed essenziale, intensa e facile da bere al tempi stesso. Per essere soddisfatti a volte basta davvero poco e questo ne è un esempio. 
Nel dettaglio: formato 33 cl., alc. 5.8%, IBU 29, scad. 13/09/2017, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 12 aprile 2017

Stiegl Stieglbock 2016

Fondato a Salisburgo nel 1492 come Bräuhaus an der Gstätten, finì in seguito per assumere il nome con il quale lo chiamava abitualmente la gente: Das Haus Bey der Stiegen, ovvero “la casa vicino agli scalini”, con riferimento ad una piccola serie di gradini che si trovavano adiacenti all’edificio. Abbreviato il nome in Stiegl, nel 1863 il birrificio traslocò nel quartiere periferico di Maxglan sotto la guida del nuovo proprietario Josef Schreiner che promosse un ambizioso piano di espansione. Una decina di anni dopo (1875) il birrificio venne distrutto da un grosso incendio e ricostruito in pochi mesi: chi non si riprese dalla tragedia fu Schreiner, deceduto nel 1880. L’attuale proprietaria di Stiegl, la famiglia Huemer-Kiener, è scesa in campo nel 1887 ed ha sapientemente guidato il birrificio attraverso i momenti difficili delle due guerre mondiali.  
Nel 1912 a Salisburgo erano operativi ben 174 produttori di birra dei quali Stiegl era il maggiore, con il record di 130.000 ettolitri raggiunto nel 1914: il consumo pro-capite per ogni cittadino era stimato intorno ai 200 litri all’anno. La prima guerra mondiale bloccò di fatto una produzione che riuscì a ripartire piuttosto lentamente solamente nel 1920 a causa della scarsità delle materie prime. Le confische e i danni provocati dal secondo conflitto misero di nuovo in ginocchio un’azienda che nel 1946 fu in grado di produrre solamente 67.000 litri di una birra molto leggera (2.5%);  ci vollero oltre due anni (e l’aiuto delle materie prime importate dai militari americani) per poter spillare una birra “normale” a Salisburgo. Ma è solamente negli anni ’60 che Stiegl riesce a ritornare ai volumi prodotti prima delle due guerre. Nel 2005 viene inaugurato il nuovo birrificio a Salisburgo che oggi dà lavoro a circa 600 persone.

La birra.
Appuntamento fisso del mese di dicembre è quello con la Stieglbock, una birra dedicata ai mesi più freddi dell’anno e relative festività; la presentazione avviene solitamente a Salisburgo nel corso della Stieglbockbier-Festes, un evento benefico che ha lo scopo di raccogliere fondi e destinarli a diverse iniziative. La bock viene prodotta in agosto e poi lasciata maturare sino a dicembre. 
Nel bicchiere è perfettamente limpida e di un intenso colore dorato; la biancastra schiuma è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso biscotto e pane, qualche nota di miele e di frutta secca, un accenno burroso: fragranza e finezza non sono proprio di casa ma tutto sommato i profumi sono dignitosi nella loro sufficienza, anche se di intensità piuttosto modesta. Bene invece la sensazione palatale: è una birra che sostiene il suo contenuto alcolico (7%) con un corpo medio ed una consistenza morbida senza nessuna deriva acquosa. Il gusto segue fedelmente l’aroma mettendo però in campo una maggiore intensità: biscotto un po’ burroso, crosta di pane, accenni di caramello e miele formano un carattere dolce ben riscaldato da una delicata presenza etilica che accompagna tutta la bevuta, chiusa da un brevissimo passaggio di mandorla amara. 
Devo ammettere che quello che c’è nel bicchiere non è affatto male se contestualizzato come prodotto da un birrificio industriale: non c’è fragranza e non regala nessuna emozione, ma è una birra comunque priva di difetti, discretamente intensa e che costa poco più di 2 euro al litro. Direi che ci si può accontentare, se capita nel bicchiere. 
Formato:  50 cl., alc. 7%, lotto 16 L271A1 H, scad. 27/03/2017, pagata 1,18 Euro (supermercato, Austria).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 1 aprile 2017

Wurmhöringer Märzen Bier

Risalgono al 1632 le prime testimonianze della presenza di un birrificio nella cittadina austriaca di Altheim, una sessantina di chilometri a nord di Salisburgo, a due passi dal confine con la Germania. 
A fondare il birrificio che si trovava in origine nella piazza del mercato fu la famiglia Wöckl che nel 1652 la cedette alla famiglia Splinder. Nel 1884 Josef Spindler morì improvvisamente di tifo e sua moglie Maria si risposò  l'anno successivo con Josef Wurmhöringer, uno dei dipendenti del birrificio. In seguito al loro matrimonio, nel 1885 la birreria venne rinominata Privatbrauerei Wurmhöringer ed è ancora oggi nella mani della stessa famiglia. A Josef sono succeduti Franz e Johanna Wurmhöringer (1963) e poi il figlio Franz, che guida l'azienda dal 1989.
La gamma di birre proposta è rigorosamente rispettosa della tradizione tedesca senza nessuna eccezione: Märzen, Bock, Lager, Keller, Zwickl, Radler ed una Pils venduta in un'inquietante bottiglia blu. 
Nella piazza di Altheim potete ancora mangiare e bere tutte queste birre alla Braugasthof aperta da martedì a giovedì dalle 10 a mezzanotte, venerdì, sabato, domenica e lunedì dalle 10 alle 14.

La birra.
Wurmhöringer Märzen, oggi rinominata Premium Märzen e con un'etichetta diversa rispetta a quella che avevo incontrato sette anni fa. Perfettamente dorata, forma un perfetto cappello di schiuma bianca, cremosa, fine e compatta, dalla buona persistenza. 
Al naso cereali e crosta di pane, leggeri profumi floreali, un tocco biscottato ed una leggerissima nota metallica disegnano un'aroma poco intenso e, soprattutto, privo di qualsiasi fragranza. La sostanza non cambia di molto in bocca: nel bicchiere c'è una birra piuttosto acquosa il cui gusto ricalca in pieno l'aroma. Pane, miele ed un tocco di biscotto caratterizzando una bevuta dolce che viene bilanciata da un tocco d'amaro erbaceo, molto poco elegante. Il corpo è tra il medio ed il leggero, la carbonazione è piuttosto bassa: c'è una leggera nota di cartone bagnato ma il punto davvero dolente è la completa mancanza di fragranza in una birra che ovviamente si beve con facilità ma senza nessuna emozione o soddisfazione. 
Formato: 50 cl., alc. 5%, scad, 24/05/2017, prezzo 0.63 Euro (supermercato, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 marzo 2017

Zipfer: Meisterwerke 2016 Pils Calypso & Meisterwerke 2016 Pale Ale Calypso

Torniamo in Austria ad affrontare le birre “crafty”, ovvero prodotti industriali che emulano quelli artigianali cercando d’intrufolarsi nello stesso segmento di mercato, spesso a prezzi più competitivi. Vi avevo parlato qualche tempo fa dell’offerta di Stiegl, birrificio dai grandi numeri ma ancora in mano ad un famiglia, la Huemer-Kiener. 
Un altro dei grandi giocatori sul mercato domestico austriaco è il marchio Zipfer, birrificio fondato nel 1842 da Friedrich Hofmann nella città austriaca – ovviamente – chiamata Zipf; il birrificio non ebbe gran successo e nel 1858 fu acquistato a prezzo di “saldo” dal banchiere Franz Schaup. Questa famiglia lo controllò sino al 1970, riuscendo a sopravvivere ai disastri delle due guerre mondiali; in quell’anno avvenne la fusione con il brrificio Brau AG, già proprietario di diversi altri marchi austriaci. La Brau AG continuò ad accorparsi con altri birrifici cambiando nome ad ogni operazione:  la denominazione attuale Brau Union Österreich AG risale al 1993 quando avvenne la fusione con la Steirerbrau. La Brau Union venne fagocitata nel 2003 dal gruppo Heineken per 769 milioni di euro: si formò allora  il più grande produttore di birra dell'Europa centrale ed orientale, che oggi controlla il  60% del mercato austriaco (nove milioni di ettolitri circa) con sette siti produttivi e una quindicina di marchi tra i quali, oltre a quelli di Heineken, ci sono Edelweiss, Gösser, Kaiser, Puntigamer, Reininghaus, Schladminger, Schlossgold, Schwechater, Wieselburger e Zipfer: praticamente quasi tutto quello che trovate da bere nel locali dell'Austria! 
A settembre 2016 Zipfer annuncia la nascita di due ambiziose Meisterwerke, ovvero "capolavori": due birre prodotte in autunno con una varietà di luppolo appena raccolta, nel caso specifico l'americano Calypso, che viene utilizzata per il dry-hopping.

Le birre.
Partiamo con una Pils dorata e perfettamente limpida che forma un bel cappello di schiuma fine, bianca e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma non brilla per intensità o finezza ma è nel complesso pulito: profumi erbacei, qualche remoto ricordo d'agrumi, cereali ed una delicatissima speziatura. Bene la sensazione palatale, scorrevole e morbida: il "pericolo acquosità" che affligge molte birre industriali é scampato. Il gusto segue fedelmente l'aroma nel riproporre pane e cereali, un tocco di miele e di agrumi, un finale amaro erbaceo  delicatamente speziato dalla discreta intensità. Abbastanza secca, pulita e bilanciata, non regala molte emozioni ed è priva di quella fragranza che vorresti sempre trovare in una pils. Una pils scolastica e precisa con un lieve carattere agrumato conferitole dal luppolo americano; l'intensità complessiva è buona, direi quasi quasi una piacevole sorpresa per quello che è un prodotto industriale. 

L'American Pale Ale si presenta di un colore dorato un po' più carico e leggermente velato; la schiuma è generosa e perfettamente cremosa e compatta. Il naso predilige la delicatezza all'intensità,   purtroppo la freschezza lo ha già abbandonato: profumi floreali e di marmellata d'agrumi provano a replicare il bouquet dell'American Pale Ale per eccellenza, la Sierra Nevada. Anche questa Zipfer è piuttosto gradevole al palato: corpo e carbonazione nella media, mouthfeel morbido ma forse un pochino pesante a livello tattile. Caramello, biscotto e cereali formano una base maltata che rimane in secondo piano lasciando il palcoscenico al pompelmo. Anche qui c'è una buona intensità che non è tuttavia valorizzata dalla necessaria fragranza e freschezza: dopo tutto dovrebbero essere ormai sei i mesi passati dalla messa in bottiglia. Un po' deludente il finale, dove l'amaro vegetale e terroso, di modesta intensità, si mostra molto meno elegante di tutto quello che l'ha preceduto.
Nel complesso anche questa crafty industriale non è affatto disastrosa come alcuni prodotti simili che si trovano sugli scaffali dei supermercati italiani. L'intensità è tutto sommato buona, non ci sono ovviamente emozioni ma alla fine il prodotto risulta molto più godibile di alcune "vere" artigianali austriache che s'incontrano nella stessa sezione delle "craft biere" dei supermercati austriaci. Elemento che dovrebbe fare riflettere visto che la differenza di prezzo, al contrario di quanto avviene in Italia, non è così ampia rispetto ai prodotti dei microbirrifici. Tra le due Zipfer Meisterwerke la pils mi sembra comunque un gradino sopra rispetto all'American Pale Ale.

Nel dettaglio:
Pils Calypso, 33 cl., alc. 5.2%, IBU 33, lotto 374G2, scad. 06/2017, 1.39 Euro (supermercato, Austria)
Pale Ale Calypso, 33 cl., alc. 5.4%, IBU 35, lotto 372G2, scad. 06/2017, 1.39 Euro (supermercato, Austria)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.