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martedì 10 novembre 2020

Trillium Brewing Company: Dot Ave Double IPA, Vicinity Double IPA, Arnold Arboretum IPA, Double Dry Hopped Stillings Street IPA, Fort Point Pale Ale Galaxy Dry Hopped

Il birrificio Trillium apre i battenti a marzo del 2013 a Fort Point, ex distretto industriale di Boston, con l’intento di volersi ispirare ad altri birrifici agricoli del New England, il più famoso dei quali è ovviamente Hill Farmstead: l’ultima apertura di un birrificio a Boston risaliva al 1986.  A rompere la quiete brassicola della capitale del Massachusetts ci pensano Jean-Claude e Esther Tetreault, da poco sposi e genitori: Jean-Claude, prolifico homebrewer, sognava e progettava da tempo di aprire un birrificio anche se non esattamente a Boston.  Già nel 2009, sul suo blog personale si possono vedere nome e logo di quel birrificio casalingo destinato poi al successo commerciale: le prime bottiglie etichettate furono recapitate agli inviati al matrimonio. Jean-Claude è appassionato anche di botanica e sceglie il nome del fiore Trillium come simbolo di quello che vuole ottenere con le proprie birre“bellezza effimera, equilibrio, semplicità, senso di appartenenza”.
 Tetreault pensano inizialmente di stabilirsi in altre città del Massachusetts  ad alta densità birraria, come Chelsea o Everett, ma si presenta una bella occasione nel distretto di Fort Point a Boston; i locali al numero 369 di Congress Street vengono individuati già nel 2011 ma ci vogliono 14 mesi solo per ottenere tutti i permessi necessari, dalle autorità e dalla comunità di residenti, per iniziare i lavori di ristrutturazione e installare un impianto da 12 ettolitri: “e c’è gente di Boston che ci ha detto di essersi meravigliata del fatto che ci sia voluto così poco tempo”, ricorda Jean-ClaudeEsther ama le IPA di The Alchemist e di Port Brewing, Jean-Claude le saison di Jolly Pumpkin, Allagash e Hill Farmstead: Trillium debutta con la Farmhouse Ale (6.4%), l’American Wheat Adam, la Red Rye Ale Wakerobin, la Fort Point Pale Ale e la Porter Pot & Kettle. 
Nel frattempo i beergeeks americani hanno scoperto le NEIPA, le IPA del New England, e tutti vogliono berle: i birrifici che le producono sono piccoli, le lattine sono distribuite solo localmente e la scarsità dell’offerta fa impazzire la richiesta, alimentando scambi e mercato secondario.  il Vermont ha aperto la strada con The Alchemist, Hill Farmstead e Lawson's Finest Liquids, ma ora sono entrati in campo altri giocatori negli stati vicini. Nel Massachusetts ad esempio c’è l’astro nascente Tree House: al resto ci pensano i social network. Tetreault è bravo ad intercettare quella nicchia di mercato e le sue NEIPA diventano rapidamente famose: impegnato a gestire le file di beergeeks fuori dalla porta si dimentica di chiedere il rinnovo della propria licenza. O forse no. Fatto sta che le autorità di Boston dicono di non aver mai ricevuto nessuna richiesta e, al terzo sollecito privo di risposta, mandano la polizia. A novembre del 2014 la produzione di Trillium viene sospesa e i beergeerks si trovano improvvisamente fuori dalla porta del birrificio senza poter riempire i loro preziosi glowers. Alcuni di loro iniziano a mandare email di protesta alle autorità competenti e nel frattempo supportano l’amato birrificio acquistando tutto il merchandising disponibile. Dopo un mese le parti trovano un accordo e la birra riprende a scorrere. 
Non sarà l’unica macchia nella carriera del birrificio di Boston, che nel 2015 inaugura il nuovo sito produttivo con taproom di Canton, trenta chilometri a sud di Boston:  la produzione annua passa da 3.000 ad un potenziale di  40.000 ettolitri, la location di Fort Point viene destinata alla produzione di birre acide.  L’espansione di Trillium continua nel 2017 con l’apertura di un Beer Garden estivo al Rose Kennedy Greenway, sul Waterfront di Boston, che diviene operativo ogni estate. L’anno successivo i Tetreault annunciano di aver acquistato a North Stonington, Connecticut, il terreno dover far nascere quel birrificio agricolo che avevano immaginato sin dall’inizio, la Trillium Farm & Brewery: il progetto, ancora in costruzione, prevede la realizzazione di un birrificio, un ristorante ed un’azienda agricola in grado di rifornirlo. Alla fine dello stesso anno viene inaugurato a Boston un ristorante-brewpub su tre piani con impianto da dieci barili.
La bravura di Trillium è stata quella di essere riuscita a vendere quasi tutta la propria produzione in autonomia, senza distributori, con enormi margini di profitto: si stima che il 95% dei 21.000 ettolitri prodotti nel 2017, venduti direttamente al pubblico, abbiamo generato ricavi per oltre 20 milioni di dollari. Il passaparola e i social network ne hanno decretato il successo: nel 2016 Ratebeer celebrava Trillium come terzo miglior birrificio al mondo, includendo sei IPA, una DIPA e sei Pale Ale tra le migliori 15 birre al mondo delle rispettive categorie. Ma i social network hanno tirato fuori alcuni scheletri dall’armadio: nel novembre del 2018 un post anonimo sul forum di Beer Advocate di un dipendente denunciava pratiche scorrette ed illegali, in parte poi ammesse dai Tetreault con un comunicato ufficiale. Potete trovare i dettagli in questo articolo in italiano su Fermento Birra. Mentre i beergeeks continuavano a fare la fila fuori dal birrificio per comprare i 4 pack di Trillium a 22 dollari (un prezzo altissimo per gli standard statunitensi), i Tetreault non avevano concesso a molti dipendenti gli aumenti e i benefici promessi; molti di loro erano stati spostati da Fort Point al Beer Garden con uno stipendio ridotto da 8 a 5 dollari all’ora, per fare lo stesso lavoro.  Spacciavano come barricate delle birre che non avevano mai visto nessuna botte, riciclavano resti di birra ossidata e invendibile, mescolati a frutta, per i Beer Slushy, riempivano i growler da asporto quasi solo con la fondazza dei fermentatori.

Le birre.

E’ stata una grossa sorpresa vedere arrivare lattine di Trillium  nel nostro continente, tutte con più o meno un mese di vita sulle spalle. Occasione da non lasciarsi sfuggire per provare birre normalmente reperibili solo in loco o tramite scambio con altri appassionati. 

Dot Ave Double IPA: nel 2013 Trillium lanciava Congress Street, la prima di una serie di IPA single-hop chiamate con il nome delle strade del distretto di Fort Point; un’operazione analoga veniva fatta qualche anno dopo con le Double IPA, passando dalle strade ai più lunghi viali (Avenue). Tra queste vi è Dot Ave (8.2%), ovvero Dorchester Avenue, viale di Boston inaugurato nel 1805. La sua ricetta prevede malti American 2-row, frumento (White e Flaked), luppoli Nelson Sauvin e CTZ. Visivamente è un torbido succo d’arancia, la schiuma è abbastanza compatta ed ha buona ritenzione. Il dank è dominatore assoluto dell’aroma: netto e pulito, speziato  ed 
affiancato da qualche ricordo di aglio. Mouthfeel ottimo: soffice e cremoso, a tratti quasi impalpabile. Mango, melone e pesca sono il biglietto d’accesso ad una bevuta  che s’incanala subito sul dank e sul resinoso-vegetale, molto intenso. L’alcool è molto ben nascosto, la frutta tropicale riaffiora nel retrogusto a portate un po’ di sollievo in una birra che è in pratica una pianta di marijuana. Sorprendentemente amara, priva di spigoli e di hopburn, è ben fatta nel suo genere: ma se voglio una DIPA che picchia forte, per me niente batte la cara vecchia scuola West Coast. Prezzo al birrificio? 20 dollari per un 4 pack: più tasse, ovviamente.

Vicinity è un’altra Double IPA (8%) che fu prodotta in origine per il primo compleanno del Row 34, un oyster-bar con buona selezione di birre artigianali. La sua ricetta prevede malti Pilsner, Flaked Wheat, C-15, luppoli Galaxy, Citra e Columbus. Questa volta il succo di frutta è alla pesca, almeno nel look: schiuma biancastra, grossolana, poco persistente. Aroma splendido, ampio e pulito, ricco di suggestioni che variano all’innalzarsi della temperatura nel bicchiere: albicocca, ananas, papaia, frutti di bosco, arancia, pompelmo, mandarino, melone e potrei andare ancora avanti. Il mouthfeel è morbido ma non mi regala quella straordinaria sensazione della Dot Ave: il gusto purtroppo non riesce a replicare neppure la metà del giardino delle meraviglie aromatico. C’è quella generale sensazione “tropicale” di molte NEIPA dal profilo poco definito, un po’ di agrumi, un finale resinoso-vegetale pungente con un pizzico di hopburn.  Si beve bene ma il suo punto di forza è indubbiamente l’aroma: potrei sniffarla per ore. Anche questo 4 pack costa 20 dollari alla fonte.

Arnold Arboretum (7%): questa IPA deve il suo insolito nome all’omonimo centro di ricerca della Harvard University di Boston, famoso per la sua collezione di alberi e arbusti ornamentali provenienti dall'Asia. Il centro si trova all’interno di un complesso di parchi e corsi d’acqua chiamato Emerald Necklace, nome usato da Trillium per raggruppare un’altra serie di birre a tema. Malti American 2-Row, Flaked Wheat, C-15, luppoli Citra e Galaxy, 17 dollari il 4 pack. Nel bicchiere è di color oro antico, molto velato ma luminoso: schiuma compatta e persistente. L’aroma non è esplosivo ma è molto gradevole, pulito ed elegante: ananas, lychee, melone, mandarino, arancia. Al palato è “moderatamente juicy”: si avverte qualche tocco di panificato e biscottato, il dolce di mango e ananas a bilanciare un finale resinoso e pepato di buona intensità. Anche lei è più interessante e complessa al naso che in bocca, ma per lo meno riesce a mantenere lo stesso livello di pulizia e definizione. Bella IPA, ben fatta e facile da bere che però non mi provoca nessuna visione mistica.

Double Dry Hopped Stillings Street IPA (7,2%): versione amplificata (DDH) della Stillings, ovviamente dalla serie delle Street IPA. La compongono malti American 2-row,  White Wheat, destrine, destrosio, luppoli Columbus e Nelson Sauvin, quest’ultimo in doppia dose. Il colore di questo succo di frutta è a metà strada tra la pesca e l’arancia. Il Nelson si presenta subito con netti profumi di uva e kiwi, uvaspina; in secondo piano note dank, passion fruit, anana. Aroma particolare, intenso e pulito: a me piace molto, ma non se non amate il Nelson potreste non gradire. Il mouthfeel è soffice, leggermente chewy, estremamente appagante. La bevuta è molto succosa e ricalca l’aroma, con l’alternanza tra l’asprezza di  uva e kiwi (mi raccomando non sbucciatelo), passion fruit, ribes e uvaspina  e la dolcezza di mango e ananas. Molto secca, chiude con un breve tocco amaro resinoso-vegetale privo di hopburn. Per me è una birra molto ben riuscita, pulita ed intensa, priva di spigoli: la consiglierei però solo ai fans del Nelson.

Chiudiamo questa rassegna con la Fort Point Pale Ale (6.6%), una delle birre con le quali Trillium ha debuttato nel 2013; nel beer-rating è ancora stabilmente in cima alle classifiche della propria categoria. Il suo successo ne ha fatto proliferare una lunga serie di varianti che si differenziano per il metodo di luppolatura (DH, DDH)  e per il luppolo utilizzato. In Europa è arrivata la Galaxy Dry Hopped Fort Point: American 2-row Barley, White Wheat, C-15, maltodestrine, luppoli Columbus e ovviamente Galaxy.  American Pale Ale piuttosto esosa anche alla fonte: 15 dollari il 4 pack. In etichetta ci sono gli iconici lampioni Congress Street. Nel bicchiere è un torbido ma luminoso succo d’arancia, la schiuma è cremosa, compatta e piuttosto persistente. Il naso oscilla tra note zesty e di frutta tropicale, soprattutto mango e ananas: un aroma fresco e pulito ma migliorabile per quel che riguarda intensità e definizione. La sensazione palatale è ancora una volta perfetta: birra morbida e cremosa, leggermente chewy ma scorrevolissima. E del lotto è la birra di Trillium più simile ad una classica birra, ovvero quel juicy “moderato” che piace a me. Pane, qualche accenno biscottato, frutta tropicale dolce, un bel finale secco e zesty, leggermente resinoso-erbaceo. Una bella APA moderna, generosamente fruttata ma non estrema, intensa ma facilissima da bere, assolutamente priva di spigoli. Non è un mostro di precisione e definizione: appunto zelante ma necessario, visto il blasone del birrificio.

Nel dettaglio: 
Dot Ave Double IPA, 47,3cl., alc. 8.2%, lotto 06/10/2020, prezzo indicativo 13.00 Euro
Vicinity Double IPA, 47,3 cl., alc. 8%, lotto 23/09/2020, prezzo indicativo 14.00 Euro
Arnold Arboretum IPA, 47,3 cl., alc. 7%, lotto 21/09/2020, prezzo indicativo 12.00 Euro
DDH Stillings Street IPA, 47,3 cl., alc. 7.2%, lotto 09/10/2020, prezzo indicativo 13.00 Euro
Fort Point Pale Ale - Galaxy Dry Hopped, 47,3 cl., alc. 6.6%, lotto 05/10/2020, prezzo indicativo 11.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 26 ottobre 2020

Other Half Brewing: Triple Cream, DDH Half Citra + Galaxy, DDH Small Citra Everything, DDH Space Dream & DDH Small Green Everything


Dopo aver studiato Fermentation Science alla Oregon State University, Sam Richardson ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come birraio prima al brewpub The Rake di Seattle e poi al birrificio Pyramid di Portland.  Mentre si trovava sulla costa ad est a far visita ai genitori della moglie, Richardson risponde ad un annuncio del birrificio Greenpoint Beer Works di Brooklyn che cercava un birraio, ed ottiene il posto trasferendosi con tutta la famiglia. Alla Greenpoint incontra Matt Monahan, un ex-cuoco stanco degli orari imposti dal mondo della ristorazione: era diventato padre e pensava che lavorando come birraio avrebbe potuto conciliare meglio lavoro e famiglia. I due diventano amici e utilizzano gli impianti della Greenpoint – birrificio che opera soprattutto per conto terzi - per produrre quattro birre destinate alle spine di un ristorante pop-up di Andrew Burman, un vecchio conoscente di Monahan. Le birre ottengono grande successo, la voce si sparge, Richardson e Monahan ricevono richieste da altri operatori di settore che vogliono delle birre per i loro locali. 
I due amici capiscono che ci sono delle opportunità e vorrebbero mettersi in proprio, ma il problema principale sono i costi della Grande Mela: ci mettono quasi due anni per trovare una location dal prezzo accettabile nel quartiere di Carroll Gardens, a Brooklyn, sotto ai piloni della Gowanus Expressway, grazie ad un annuncio su Craigslist“siamo stati fortunati – ricorda Monahan – questo spazio era completamente vuoto ed aveva quindi un costo accessibile. Abbiamo installato l’impianto, costruito una cella frigo e ricavato una piccola taproom dove c’era un piccolo ufficio”
Nel gennaio del 2014 Richardson, Monahan e Burman lasciano Greenpoint e lanciano il birrificio Other Half: “l’altra metà”, quella artigianale,  dell’industria. L’idea è di concentrarsi su IPA e birre luppolate, puntando tutto sulla loro freschezza: “abbiamo centinaia di clienti, bar e ristoranti che sono nel raggio di dieci chilometri a cui possiamo consegnare la birra in un’ora. Alla sera i pub possono attaccare il fusto di una birra che alla mattina era ancora nei nostri fermentatori”. Le birre di Richardson sono buone e la loro freschezza le valorizza al massimo: il debutto avviene con la Doug Cascadian Dark Ale (un omaggio al suo nord-ovest) , la Other Half IPA e una Imperial Stout.  Ricorda Richardson: “sono cresciuto sulla costa ad ovest e volevo quindi fare una West Coast IPA; quando iniziammo a New York c’erano molte IPA ma erano tutte abbastanza anonime e blande”. Ma il 2014 è anche l’anno in cui il New England spinge la California giù dal trono della Craft Beer: The Alchemist, Trillium e Tree House spodestano i grandi birrifici di San Diego e dintorni in cima alla lista dei desideri dei beergeeks. 
Richardson è attento ed è bravo ad intercettare quella fetta di mercato realizzando All Green Everything, probabilmente la prima New England IPA prodotta a New York“mi accorsi che la gente era interessata a quello stile e le nostre IPA un po’ già ci assomigliavano. Non ho mai detto di averle inventate io, ma siamo stati tra i primi a farle e siamo divenuti famosi per quelle”
Ma c’è un altro fattore determinantealla fine del 2014 viene approvato il Craft New York Act, una legge che consente ai birrifici di vendere direttamente al pubblico lattine e bottiglie senza essere obbligati a passare tramite un distributore. Per Other Half è una grande opportunità di incrementare i propri margini, e per i beergeeks newyorkesi di fare quello che i loro amici fanno in molti stati americani: gli appostamenti fuori dal birrificio nel giorno della messa in vendita delle birre.  Con pochissimo budget per marketing e pubblicità, Other Half si affida ai social media ed al passaparola tra gli appassionati; dopo due anni, all’inizio del 2017, il New York Times regala ad Other Half quella pubblicità che qualsiasi birrificio vorrebbe: un articolo che descrive la pazzia di centinaia di beergeeks disposti a sfidare il freddo e restare in fila undici ore per riuscire ad accaparrarsi qualche four pack di Green Diamonds o All Green Everything.  Nello stesso anno Other Half amplia la propria taproom per meglio accogliere le migliaia di persone (appassionati e curiosi) che nel weekend affollano Carroll Gardens;  il magazzino viene spostato in un altro edificio dello stesso isolato.
Nell’agosto del 2018 Richardson e soci annunciano 
di avere acquistato per  660.000 dollari gli edifici abbandonati del birrificio Nedloh a East Bloomfield, nei dintorni di Rochester, non lontano dalle rive del Lago Ontario.  Oltre ad aumentare la produzione portandola da 11.000 a 16.00 ettolitri, il nuovo birrificio doveva anche dare il via alla produzione di birre acide: per l’occasione viene reclutato Eric Salazar, birraio con esperienza ventennale alla New Belgium, Colorado, in cerca d’occupazione in quella zona. Ma dopo nove mesi Salazar è ancora con le mani in mano in quanto barili e foeders in legno non sono mai arrivati; i tre Other Half stanno infatti progettando l’apertura di altre succursali a Brooklyn e Washington e hanno deciso di posticipare la produzione di sour e wild ales.  Salazar se ne va mentre Monahan presenta la seconda location a Domino Park, Brooklyn, sotto al Ponte di Williamsburg; l’emergenza Covid-19 ne ha fatto slittare l’inaugurazione che dovrebbe avvenire proprio in queste settimane (ottobre 2020).   
Stesse tempistiche anche per Other Half Washington, D.C.: gli impianti del nuovo birrificio nella città natale di Burman e Monahan (2000 metri quadri) sono già operativi mentre la taproom con 900 posti a sedere e  beer garden da 800 metri quadri potrebbe essere riaperta in questi giorni. “Siamo entusiasti di poter aumentare la produzione delle nostre IPA  – ha detto Monahan – ma con questo impianto potremo anche produrre imperial stout e barley wine molto più potenti e anche molte basse fermentazioni”.

Le birre.

Buone notizie per gli appassionati europei: in ottobre una selezione di lattine è arrivata anche nel nostro continente, dopo poco più di un mese di viaggio.  L’aumentata capacità produttiva di Other Half e, immagino, un calo della domanda domestica dovuta al Covid lo hanno reso possibile. Vediamole rapidamente in ordine di ABV decrescente cercando di rispondere alla solita domanda: “is the hype real?”. Le birre sono state tutte prodotte sull’impianto di Brooklyn e non su quello di Rochester: per i beergeeks anche questo è un dettaglio importante.  
Partiamo dalla Double NEIPA Triple Cream (10%) il cui nome fa riferimento alla cremosità donatole dall’avena e al triplo dry-hopping. Citra, Eukanot, Khatu, Wai-Iti sono i luppoli utilizzati, mentre per l’ultimo dry-hopping sono stati usati Galaxy e Citra Lupulin in polvere. Visivamente simile ad un torbido succo di frutta all’albicocca, ha una bella schiuma cremosa e compatta. Mango, albicocca, pesca percoca e papaia formano una macedonia di frutta molto matura nella quale ci finisce anche qualche frammento di pompelmo. Il gusto è coerente, dolce ma non troppo, merito di una chiusura sorprendente secca che fa il miracolo in assenza pressochè totale di amaro. S’avverte giusto uno zic resinoso. Il corpo è quasi pieno, è una birra masticabile ma non particolarmente cremosa.  L’alcool si sente solamente a fine corsa ma il suo maggior pregio è la completa mancanza di quegli spigoli e di quelle incrinature (hop burn) che spesso affliggono il mondo delle NEIPA. Impalcatura ineccepibile, birra molto buona e pulita: nonostante questo le Double NEIPA raramente riescono ad emozionarmi e questa non fa eccezione. Colpa mia.

Passiamo alla DDH Citra + Galaxy, altra Imperial IPA (8.5%) dove imperversano Citra, Galaxy e luppolina di Citra. Visivamente identica alla sorella maggiore, ha un profilo aromatico abbastanza simile nel quale emergono pesca, albicocca, papaia e mango. Definizione e precisione potrebbero però essere migliori. Al palato si ha la sensazione di sorseggiare un succo di frutta tropicaleggiante, le bollicine sono un po’ più presenti del dovuto e quindi il mouthfeel NEIPA ne risulta un po’ penalizzato all’inizio. L’alcool è ben gestito ma è maggiormente in evidenza rispetto alla Triple Cream, soprattutto nel finale: chiude con un amaro resinoso/vegetale piuttosto educato, che non lascia nessun grattino. Double NEIPA ben fatta, di nuovo avara di emozioni e non impeccabile per quel che riguarda definizione e pulizia.

Continuiamo a percorre la scala ABV scendendo a 6.5% con la IPA Small Citra Everything; questa single-hop è di color arancio, torbido ma luminoso: anche in questo caso la schiuma è cremosa, compatta e molto persistente, cosa che non accade sempre nelle NEIPA.  E Citra sia: arancia, mandarino, pompelmo dominano un aroma nel quale avverto anche qualche nota di ananas. In questo caso la pulizia è maggiore dell’intensità e i profumi non sono esplosivi. Non si tratta tuttavia di un succo di frutta sfacciato: si riesce ancora a percepire l’elemento birra (pane, crackers) prima di un finale zesty, a tutta scorza d’agrumi. Sarebbe una birra piuttosto gradevole ma c’è una nota amara vegetale, piuttosto pesante, che non rientra esattamente nella mie corde. Questione di gusti. Non amo le IPA mono-Citra, in particolare per quel che riguarda l’amaro che quel luppolo impartisce: avesse un bel finale resinoso in stile West Coast guadagnerebbe un paio di punti.

Space Dream è invece una IPA (6%) nel quale il Galaxy è affiancato da lattosio ed avena per darle un mouthfeel lussureggiante: operazione riuscita solo in parte, la birra è solida e chewy ma non particolarmente morbida. Pesca, mango, ananas, arancia  e pompelmo sono affiancate da qualche suggestione di panna donata dal lattosio. Anche Space Dream mantiene le parvenze di una birra, dietro alla sembianze “Juicy”: non è una NEIPA estrema e sfacciata, peccato che il gusto sia meno definito e preciso rispetto all’aroma. Il testimone passa dalla frutta tropicale agli agrumi in un finale nel quale è protagonista il pompelmo, affiancato da una nota amara resinosa che non gratta e che lascia una scia abbastanza breve. Nessuna Madonna, ma senz’altro una bella bevuta.

Chiudiamo questa breve rassegna con Small Green Everything (4.8%), sorellina della più famosa Double IPA All Green Everything, una delle prime NEIPA prodotte da Other Half e una delle birre che hanno contribuito al suo successo. Il suo colore velato oscilla tra il dorato e l’arancio, mentre al naso c’è un bouquet abbastanza intenso e pulito composto da note dank, arancia, pompelmo e frutta tropicale. Pane e crackers, frutta tropicale dolce, finale amaro che oscilla tra zesty, dank e resinoso:  ci sono tutte le caratteristiche per una (Session) IPA moderna e l’esecuzione di Other Half è convincente. Alcool fantasma, grande facilità di bevuta, buona presenza palatale, finale secco, amaro educato ed abbastanza persistente. Potere della semplicità: se siete un po’ fuori moda e amate la birra che sa di birra, questa è senz’altro la Other Half che vi consiglierei di bere tra quelle arrivate in Europa.
Non mi soffermerei troppo sul  fattore prezzo. Vale la pena spendere 25 euro al litro per una IPA (4.8%)?  Ovviamente no, ma se siete beergeeks incalliti o grandi appassionati è un’occasione ghiotta per provare delle birre che potreste altrimenti bere solo a New York. Il viaggio vi costerebbe di più, e chissà quando potrete farlo.  Per chi invece ama soltanto bere una buona NEIPA, ci sono alternative altrettanto valide in Italia e in Europa: non vi bastano i già (tanti)  12-15 euro al litro ?

Nel dettaglio
Triple Cream, 47,3 cl., alc. 10%, lotto 03/09/2020,  prezzo indicativo 14,00 euro (beershop)
DDH Half Citra + Galaxy, 47,3 cl., alc. 8.5%, lotto 01/09/2020, prezzo indicativo 13,00 euro (beershop)
DDH  Small Citra Everything, 47.3 cl., alc. 6.5%, lotto 07/09/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Space Dream, 47.3 cl., alc. 6%, lotto 31/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)
DDH Small Green Everything,  , 47.3 cl., alc. 4.8%, lotto 27/08/2020, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 24 giugno 2020

Avery IPA & Avery The Maharaja Imperial India Pale Ale


Del birrificio Avery di Denver, Colorado, vi avevo già parlato in un paio di occasioni:  la sua storia è simile a quella di tanti altri protagonisti della craft beer revolution americana. Un ex-homebrewer apre un piccolo birrificio proponendo ai clienti birre troppo diverse da quelle che sono abituati a bere, spesso “troppo amare”.  Pian piano queste birre insolite conquistano sempre più palati ed il piccolo birrificio non riesce a soddisfare la domanda dei clienti: inizia allora ad espandersi in maniera caotica, spesso prendendo in affitto piccoli locali adiacenti a quello dove già opera fino a decidersi a fare un investimento milionario, costruirsi una nuova casa su misura e distribuire le proprie birre in buona parte degli Stati Uniti. 
E’ esattamente quello che ha fatto Adam Avery, ex-homebrewer che nel 1993 ha aperto il suo birrificio a  Denver, in una zona commerciale tra meccanici d’auto e altri piccoli negozi e nel 2015 ha completato un ambizioso piano di espansione da ventisette milioni di dollari e un potenziale di 120.000 ettolitri all’anno. Le vendite non sono però mai decollate e Avery ha avuto le stesse difficoltà che hanno incontrato molti protagonisti storici della craft beer revolution americana.  Un mercato che cresce più lentamente e, al suo interno, la concorrenza di tanti nuovi piccoli birrifici locali che rubano vendite ai grandi, grazie anche ad una maggior flessibilità che permette di soddisfare la costante richiesta di qualcosa di nuovo da bere dei clienti. Avery ha dovuto cercare dei partner disponibili ad immettere la liquidità necessaria per andare avanti e ridurre l’esposizione debitoria con le banche. Non si sono fatti sfuggire l’occasione quelli spagnoli della Mahou San Miguel che nel 2014 avevano già rilevato il 30% del birrificio Founders: lo stesso è accaduto con Avery a marzo del 2018. Alla  fine del 2019 Adam Avery ha ceduto alla  Mahou un ulteriore 40% ed oggi possiede quindi solamente il 30% del birrificio che aveva fondato. 
Per chi (come me) segue da almeno un decennio la birra artigianale il nome Avery  (come Founders, del resto) era uno di quelli sulla lista dei desideri. Le birre di Avery sono sempre arrivate in Europa con il contagocce e qualche anno fa si riusciva a trovare qualche bottiglia delle loro massicce edizioni invecchiate in botte. Dal mio punto di vista è quindi abbastanza sconvolgente trovare oggi le lattine di Avery non solo nei beershop italiani ma anche sugli scaffali dei supermercati: merito (o colpa) dell’acquisizione di Mahou. Consoliamoci con la possibilità di assaggiare oggi, con una decina d’anni di ritardo (e quattro mesi di viaggio) un pezzo di storia  della craft beer revolution a stelle e strisce, anche se Avery non è più un birrificio artigianale.  Avvertenza: le lattine di Avery che sono arrivate di recente in Italia nate alla metà dello scorso febbraio: a voi decidere se è il caso di procedere o no all’acquisto.

La birre.
Nel 1993, anno del debutto, erano tre le birre prodotte da Avery: la Redpoint Amber Ale, la Ellie’s Brown Ale e la Out of Bounds Stout. Tre anni dopo Adam provava a testare il palato dei propri clienti introducendo una birra molto diversa, ovvero piuttosto amara, che lui amava bere tra le mura domestiche: in quell’anno il birrificio acquistò anche la sua prima imbottigliatrice automatica e quella di Avery fu la prima IPA del Colorado ad essere confezionata e distribuita. Le reazioni dei clienti furono inizialmente tutt’altro che positive ma Adam non smise di produrla e dopo qualche anno la IPA diventò la birra più venduta di Avery, spodestando dal trono la Ellie’s Brown Ale. 
La sua formula si basava sulla ”regola dei 4C”, ovvero luppoli Columbus, Centennial, Cascade e Chinook. I malti sono Monaco, C-120 e 2-Row; la ricetta è stata poi aggiornata introducendo un dry-hopping di Idaho 7 e Simcoe. Peccato sia cambiata anche l’etichetta, un tempo raffigurante una vecchia cartina geografica che indicava la rotta dall’Inghilterra verso le indie: oggi sulla lattina domina solamente un grosso cono di luppolo.
  Il suo colore è solare, piuttosto luminoso, con leggere sfumature che tendono all’arancio; la schiuma biancastra è cremosa e compatta. L’aroma non offre granché; avverto note floreali, crosta di pance, accenni di resina. Probabile che il dry-hopping di questa lattina nata quattro mesi fa sia già evaporato. Fortunatamente la bevuta fa notevoli passi in avanti: pane, caramello e accenni biscottati formano una base dolce che viene subito incalzata dall’amaro resinoso e vegetale, di buona intensità e persistenza. L’alcool (6.5%) è ben nascosto, il mouthfeel è morbido, piuttosto gradevole e consente un’ottima scorrevolezza. L’ispirazione di Adam Avery erano le IPA della non (troppo) lontana West Coast, ma di dank e pompelmo in questa lattina ne è rimasto un po’ troppo poco. C’è un bell’equilibrio ma non è una birra priva di spunti e non particolarmente vivace sulla quale hanno evidentemente pesato molto i quattro mesi di viaggio intercontinentale. Non l’ho mai bevuta fresca e quindi non posso fare paragoni: questa IPA di Avery si beve comunque con discreto piacere, e se la trovate nei supermercato a poco più di due euro può essere un compromesso qualità-prezzo anche accettabile. 

Ci sono voluti quasi dieci anni ad Avery per cimentarsi con una Double IPA: è infatti arrivata solamente nel 2004, in concomitanza con i festeggiamenti dell’undicesimo compleanno bagnati dalla Eleven Anniversary Ale, una Double IPA basata sul barley wine Hog Heaven che il birrificio del Colorado produceva dal 1997. Ricorda Adam: “dopo averlo prodotto per così tanti anni ci chiedevamo come potevamo alzare l’asticella. Il Barley Wine era delizioso e volevamo vedere se riuscivamo a farne una versione più potente ed estremamente luppolata: nacque Eleven (9%), la birra dell’anniversario e ci piacque così tanto che sentimmo il bisogno di dover produrre una Imperial IPA almeno una volta all’anno”.  
Maharaja (10%) è il nome scelto per una birra disponibile all’inizio solamente in estate, da marzo ad agosto, e parte della Dictator series di Avery: il  Maharaja andava a far compagnia allo Zar (Csar Imperial Stout) e alla Kaiser Imperial Lager. Oggi la Maharaja è invece disponibile tutto l’anno, anche lei in una nuova veste grafica che personalmente mi fa un po’ rimpiangere quella di un tempo.  Columbus, Simcoe, Centennial  e Chinook sono i protagonist di una ricetta poi aggiornata con il dry-hopping di Idaho 7, Vic Secret e Simcoe. I malti sono Two-row barley, Caramel 120L e  Victory. Sembra passato un secolo, ma non molti anni fa la Maharaja di Avery era tra le classiche Imperial IPA americane che ogni appassionato avrebbe dovuto e voluto assaggiare. 
Si veste di un bel color dorato carico d’arancio, la schiuma biancastra è compatta ed ha buona ritenzione. Pompelmo, arancia, resina, suggestioni di frutta tropicale e di alcool compongono un bouquet di media intensità ma piuttosto pulito. Sono piacevolmente sorpreso per una birra che ha quattro mesi di vita e arriva dagli Stati Uniti: sensazioni positive anche per quel che riguarda il mouthfeel, pieno, morbido e avvolgente. Difficile chiedere di meglio ad una classica DIPA. La bevuta è prevalentemente amara, resinosa e pungente, con l’alcool ad enfatizzare quest’ultimo aspetto: a bilanciare troviamo il dolce dei malti che sposa tonalità biscottate e caramellate, con una punta di miele e di arancia/pompelmo zuccherato. La Maharaja è potente e morde ancora con i suoi denti affilati, sfociando in una chiusura abbastanza secca e un finale amaro lungo e intenso. Se amate l’amaro e volete una birra dura e pungente, il Maharaja è pronto a soddisfare le vostre voglie: le lattine arrivate di recente in Italia sono ancora in buona forma, affrettatevi ad assaggiare questo pezzo di storia della US Craft Beer Revolution.
Nel dettaglio:
Avery IPA, formato 35,5 cl., alc. 6,5%, lotto 14/02/2020, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)
The Maharaja, formato 35,5 cl., alc 10%, IBU 102, lotto 17/02/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 14 maggio 2020

Alder Beer Co.: Gretna, Green Lobster # 2 & Death On 2 Legs


Prima homebrewer, poi collaboratore occasionale di un birrificio, birraio ed infine imprenditore: questo il percorso fatto in una decina d’anno da Marco Valeriani, nome che tra gli appassionati non ha certo bisogno di presentazioni. Per i profani cerco di riassumere in breve:  nel 2008 Valeriani partecipava al “Concorso per Homebrewers XMAS” organizzato da Unionbirrai presso il Birrificio Italiano, la sua Double IPA si posizionava agli ultimi posti della classifica della giuria ma ai primi di quella popolare. L’anno successivo l’homebrewer iniziava una collaborazione saltuaria con il Birrificio Menaresta: nascevano La West Coast Double IPA La Verguenza  (a burlarsi proprio della “vergogna” dell’ultimo posto di quel concorso), le sue varianti Summer e XMAS, la Black IPA Due di Picche e la Hoppy Koelsch GIB, chiamata con il suo stesso soprannome. 
Valeriani non impiegò molto tempo a scalare le classifiche di gradimento nazionali quando si parla di luppolo: arrivarono le prime medaglie nei concorsi di Unionbirrai ed ADB e a partire dal 2012 il birraio entrò in pianta stabile nell’organico di Menaresta per restarvi sino alla fine del 2014 quando si trasferì a pilotare l’ammiraglia del nuovissimo birrificio Hammer, un progetto ambizioso con un impianto importante (20 hl) che debuttava a maggio 2015. Per Valeriani era la definitiva consacrazione che lo porterà, caso unico sino ad ora, a vincere per due volte il titolo di Birraio dell’Anno (2016 e 2018): ma in quel 20 gennaio 2019 in cui alzava al cielo il secondo trofeo iniziavano a circolare le voci, confermate a stretto giro di posta, del suo congedo da Hammer per mettersi finalmente in proprio e aprire un brewpub in Brianza.  E’  la sfida più difficile, quella in cui non basta essere un ottimo birraio ma bisogna anche essere un buon imprenditore, e soprattutto “la realizzazione di un sogno che ho da quando ho iniziato a fare birra anni fa. Ci ho pensato sempre in questi anni, ma fino a oggi non mi ero mai sentito pronto, sentivo di non possedere la necessaria esperienza. Ho preferito farmi le ossa, imparare, viaggiare molto, conoscere tanti birrai e visitare tanti birrifici nel mondo e scambiare idee ed opinioni”. 
Tutto era pronto da luglio ma la burocrazia ha fatto slittare l’inaugurazione della Alder Beer Co. al 12 ottobre: siamo a Seregno, una ventina di chilometri a nord di Milano. Valeriani dispone dello stesso impianto EasyBrau Impiantinox che utilizzava da Hammer, ma dalla capacità dimezzata (10 ettolitri) e con le dovute personalizzazioni, affiancato da sei maturatori da 2500 litri e due più piccoli da 1000. Valeriani è socio assieme al padre ed al fratello: “Alder è una parola inglese che significa ontano, un albero che qui in Brianza è molto diffuso… ma se devo dirla tutta la scelta è stata quasi casuale. Volevamo chiamarlo Valeriani ma, anche dopo diverse prove grafiche, non ci ha convinto fino in fondo. Dopo due mesi di ricerca è spuntata questa parola, ed è stato un caso che avesse anche un significato legato al territorio. Ma mi piace la pronuncia, è una parola inglese, ma sembra un po’ tedesca, e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono. Poi il nome è semplice, facile da pronunciare e da scrivere, ed è corto”. 
La taproom con nove spine e una quarantina di posti a sedere tra banconi e sgabelli è il cuore di un brewpub ancora senza cucina:  la sala produzione è a vista e per sfamarsi si può ricorrere al delivery o ai take away nei dintorni.  Alder punta a vendere il più possibile tramite la taproom e distribuire personalmente i fusti, mentre le lattine sono disponibili solo per l’acquisto in loco: “vorremmo dare unicità al posto, se qualcuno vuole la lattina se la viene a prendere in birrificio. L’idea, quantomeno iniziale, è di non avere distribuzione, ma di vendere tutto direttamente, considerando anche i volumi esigui che produrremo. Voglio andare solo dai clienti che rispettano il prodotto e che sanno come trattarlo.  Per questo all’inizio farò anche il commerciale, perché conosco bene il mercato, i clienti. Voglio sapere dove va la mia birra, chi la vende e come”.   Non più birraio,  quindi ma responsabile di produzione a supervisionare un assistente nell’attesa che il  giro d’affari consenta di assumere un birraio esperto:  per Marco Valeriani è davvero una sfida che lo coinvolge a 360 gradi.

Le birre.
L’emergenza Covid-19 ha costretto Alder a rivedere i propri piani per sopravvivere: chiusa la taproom a tempo indeterminato, chiusi pub e locali a cui vendere i fusti, le lattine al momento sono l’unica opzione per restare a galla e il birrificio ha iniziato a consegnarle a domicilio nei dintorni e a spedirle in tutta Italia. 
Gretna (5.3%) è una delle quattro birre disponibili sin dal giorno di debutto di Alder: un’American Pale Ale prodotta con Citra e Simcoe, malti Golden Promise, Pils e Monaco e lievito inglese.  Gli appassionati di Stephen King riconosceranno il nome della città immaginaria del Maine in cui fu ambientato il racconto La Vendetta di Culo di Lardo Hogan. Dorata, leggermente velata: al naso arrivano profumi di cedro, pompelmo, arancia, mango e pesca, qualche accenno floreale e resinoso/dank. Pulita ed elegante, scorre bene ma è forse dal punto di vista tattile un po’ più pesante del previsto: pane e cereali, un fruttato elegante che ammicca al tropicale, cedro, pompelmo e un finale abbastanza secco che si snoda su note resinose e vegetali. Semplice ma non per questo banale, la Gretna di Alder ha un bel carattere e una gran bella intensità: pochi fronzoli, moderna ma non modaiola. E’ una di quelle birre che potresti bere tutta la sera senza mai stancarti. 

Non so se ci sia di nuovo qualche legame con il Maine nel nome Green Lobster scelto da Alder per la propria serie di IPA sperimentali con la quale “testare luppoli sperimentali o miscele mai utilizzate”: il Maine è la patria delle aragoste ma anche parte di quel New England che negli ultimi anni ha stravolto il concetto di American IPA. Lo scorso febbraio aveva debuttato la Green Lobster #1  (malti Golden Promise, Pilsner e Cara, luppoli HBC522 e Mosaic) e ad aprile è arrivata la numero 2 (6.4%):  stesso parterre di malti ma diverso mix di luppoli: Nelson Sauvin, Simcoe e Mosaic. I maligni diranno “l’ennesima IPA”? Vero, ma si sa che oggi il mercato ha costantemente bisogno di novità da dare ai clienti.  Il suo look si mantiene però a debita distanza dalla moda e c’è sempre un pezzo di California West Coast ad ispirare la mano di Valeriani. Chi fa l’equazione New England = torbidi succhi di frutta sbaglia o non hai mai assaggiato The Alchemist, ad esempio. E la Green Lobster è infatti dorata e velata. L’aroma è pulito ma non molto intenso e ci mette un po’ ad aprirsi: in primo piano agrumi, pompelmo, mango e pesca ma il Nelson Sauvin le dona anche i suoi tipici richiami all’uva bianca e al vegetale. A bollire nella pentola c’è finita anche dell’avena ed il mouthfeel ne trae vantaggio: IPA molto morbida, leggermente cremosa. Pane e cereali, miele, frutta a pasta gialla, accenni di uva e un bel finale amaro resinoso-vegetale caratterizzano una bevuta intensa, pulita e ben bilanciata che ho dovuto però far scaldare un po’ più del dovuto per apprezzarla a pieno. 

Chiudiamo in crescendo con la Double IPA della casa che ha debuttato lo scorso novembre. Valeriani scherza col suo recente passato chiamando di nuovo in causa la musica dei Queen nel cimentarsi nello stile che lo ha reso famoso in Italia: dopo la Killer Queen (8%)  fatta da Hammer ecco la Death on 2 Legs (8.2%), brano contenuto nell’album A Night at the Opera.  Se Simcoe, Chinook, Centennial, Columbus, Citra ed Amarillo erano i protagonisti della Killer, la nuova Double IPA di Alder mette in campo “solo” Simcoe, Citra e l’ormai irrinunciabile Mosaic. Il suo color oro leggermente anticato è quasi limpido, mentre il naso è un po’ incerto e sottotono. Mango, passion fruit, dank, un po’ di cereale: un bouquet gradevole ma poco ampio e soprattutto privo di quella esplosività che vorresti trovare in una DIPA. Anche in bocca mi sembra una birra che viaggia con il freno a mano un po’ tirato: miele, pane, un leggero tropicale e un amaro resinoso di buona intensità e durata. Rispetto ai miei ricordi della Killer Queen l’amaro è più predominante, la chiusura è ben attenuata, l’alcool è sotto controllo e anche qui il riferimento è ovviamente la West e non la East Coast statunitense.  C’è il tipico equilibrio della scuola Valeriani ma nel complesso trovo questa Death on 2 Legs un po’ timida e con poco carattere, nonostante sia gradevole e abbia solo un mese di vita:  forse un lotto o una lattina non al massimo della forma? 
Le aspettative su Alder sono alte, e non potrebbe essere altrimenti, soprattutto quando si parla di luppolo: equilibrio e pulizia sono le caratteristiche che accomunano queste tre birre (e che ogni birra al mondo dovrebbe possedere).  A poco più di sei mesi dall’inaugurazione il livello è indubbiamente alto ma c’è spazio per migliorare, e sarebbe strano il contrario.
Nel dettaglio
Gretna, 40 cl., alc. 5,3%,  lotto  14/04/2020 L072B, scad.  14/08/2020, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)
Green Lobster # 2, 40 cl., alc. 6.4%, lotto 09/04/2020 L052B, scad. 09/08/2020, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)
Death On 2 Legs, 40 cl., alc. 8.2%, lotto 02/04/2020 L050B, scad.  02/08/2020, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 2 marzo 2020

Basqueland Brewing Project: Palmtree Piñata IPA, All That Glitters NEIPA, Mucho Caliente Double NEIPA


Il primo ad arrivare a San Sebastián è stato  Kevin Patricio, un americano classe 1975 di origine filippina nato nel Maryland e trasferitosi nei Paesi Baschi per motivi sentimentali. Sfruttando la sua esperienza come cuoco a New York Kevin apre nel 2011 le porte del La Madame, un ristorante con ottima selezione di cocktail:  San Sebastián è una piccola capitale gastronomica  che vanta il maggior numero di stelle Michelin pro capite al mondo, i Paesi Baschi e la Rioja Alavesa sfoggiano una tradizione vinicola importantissima. Ma al ristoratore americano manca ancora qualcosa, un pezzo di casa: quella birra artigianale che negli Stati Uniti ha provocato una rivoluzione. Kevin ne discute assieme al proprio fornitore di vino Benjamin Rozzi, un altro americano (Ohio) che lavora nei Paesi Basch: i due abbozzano senza crederci troppo una piccola carta delle birre da proporre ai clienti del ristorante utilizzando le poche artigianali disponibili nella zona. In poche settimane nove clienti su dieci alla Madame ordinano birra artigianale anziché industriale. Patricio e Rozzi vedono un grosso potenziale e provano a portare un pezzo di craft beer americana anche nei Paesi Baschi: nessuno di loro ha però esperienza nlla produzione e quindi decidono di affidarsi ad un amico  di Rozzi, il birraio Benjamin Matz che sembra perfetto: californiano (San Diego), biondo, classe 1979, amante del surf e con esperienze presso Pizza Port e Stone Brewing prima di trasferirsi in Messico alla Wendlandt. Ricorda Matz: “a Ben feci solo due domande: c’è l’Oceano? Ci sono le onde? Sì? Allora forse vengo”. 
I tre americani fondano Basqueland Brewing Project che debutta come beerfirm nel febbraio del 2014. “Siamo partiti con delle birre facili da bere e dal basso contenuto alcolico in modo da non sconvolgere il palato di coloro che si avvicinavano alla birra artigianale” (una Blanche -Belgian Blonde Ale, la Aupa All United Pale Ale e la Arraun Amber Ale) ma “abbiamo subito scoperto che stavamo sottostimando i nostri clienti. Ad una festa di matrimonio portammo sette cartoni di una delle nostre birre sperimentali, pensando che sarebbe stata ignorata dalla gente impegnata a bere vino e bollicine. Ma le donne, alcune di loro dell’età di 75 anni, si contendevano le bottiglie di birra. In quel fine settimana conoscemmo anche due dei nostri principali finanziatori per l’acquisto dei nostri impianti”. 
Basqueland  opera infatti come beerfirm per poco più di un anno e a settembre 2015 diventa birrificio a tutti gli effetti con l’inaugurazione dell’impianto a Hernani, dieci chilometri a sud di San Sebastián e un milione di dollari d’investimento. Il 2016 si chiude con 160.000 litri di birra prodotti. Il contabirre di Untappd segna oggi quota 113: a dominare sono IPA, Session IPA, NEIPA e Double IPA, oggi distribuite in tutta Europa rigorosamente in lattina.

La birra.
Passiamo in rassegna tre luppolate di Basqueland. Partiamo da  Palmtree Piñata (6%), classica West Coast IPA, stile che oggi si è dovuto inchinare alla moda del New England: purtroppo, aggiungo io. Per l’occasione sono stati usati Amarillo, Mosaic e Cryo Columbus, anche in dry-hopping. Colore perfettamente californiano, tra il dorato e l’arancio, schiuma biancastra compatta e persistente. L’aroma è poco intenso, poco variegato e si dovrebbe pretendere di più: domina il carattere dank, in sottofondo s’avverte qualche traccia di pompelmo. Per fortuna la bevuta fa qualche passo in avanti: pane, miele, leggeri richiami dolci di frutta tropicale e un bell’amaro finale dank-resinoso che ci porta finalmente sulla West Coast. Intensità e pulizia sono ad un buon livello, la personalità un po’ latita e ci vorrebbe un po’ più di enfasi per quel che riguarda l’accoppiata tropicale-pompelmo, pur senza avventurarsi in territorio New England. Benino, ma ci sono ampi margini di miglioramento.

Spostiamoci sull’altra costa, quella che va oggi di moda, per stappare una lattina di All That Glitters (6%), NEIPA che vede come protagonisti Mosaic, Citra e Vic Secret. Nel bicchiere ricorda un bel succo di frutta ACE, la schiuma è abbastanza compatta e anche la ritenzione è tutto sommato soddisfacente. Il naso è molto intenso, sfacciato: un’esplosione dolce di mango, papaia, ananas, pesca percoca, arancia zuccherata. C’è anche una controparte aspra di passion fruit, pompelmo, lime e limone. L’aroma è la massima espressione di questa DDH NEIPA il cui carattere fruttato al palato non riesce a mantenere lo stesso livello di potenza e di espressività. Non ci si piò comunque lamentare: mango e ananas non mancano, gli agrumi bilanciano il dolce e nel finale c’è anche una breve incursione amara resinosa. NEIPA ben fatta e molto godibile, con pochissimi spigoli e con l’alcool nascosto benissimo.

Chiudiamo con i fuochi della Mucho Caliente, Double NEIPA (8%) e collaborazione con un nome alla moda della scena craft newyorkese: Finback. Per l’occasione sono stati usati Citra, Azacca e Vic Secret. E’ un succo di frutta alla pesca sul quale si forma una testa di schiuma biancastra. Mango, ananas, pesca, albicocca e papaia formano un naso dolce ed intenso che viene disturbato da qualche leggerissimo accenno di cipolla. La sensazione palatale è ottima: corpo medio, la sensazione “chewy” è molto morbida, setosa, quasi impalpabile. Anche in questa birra il gusto non eguaglia l’aroma ma si mantiene comunque a livelli elevati: manca un po' di definizione e la bevuta si risolve in una sensazione  tropicale dolce molto godibile alla quale si contrappone un breve passaggio amaricante resinoso finale di buona intensità che a voler essere pignoli gratta un pochino in gola. Niente di grave. L’alcool si fa sentire solo in questa fase e lascia un delicato tepore, timida avvisaglia di una gradazione alcolica molto ben mascherata. Una Double NEIPA molto ben fatta, intensa e facile da bere, che gestisce con buona maestria i passaggi delicati dello stile. Promossa in pieno. 
I lettori del blog di lunga durata forse ricorderanno che in questi anni non ho mai nutrito un grande amore per la birra artigianale proveniente dalla penisola iberica. Niente di personale, si tratta(va) solo di un movimento che stava muovendo i primi passi e che era ancora un po’ acerbo; non vedevo la necessità di andare a cercare birre che mi riportavano al livello della scena italiana di un decennio fa. Vedo che in Spagna stanno facendo grossi progressi, anche se a dirla tutto bisogna notare come molti dei birrifici che stanno avendo successo sono guidati da birrai americani. 
Nel dettaglio:
Palmtree Piñata, 44 cl., alc. 6%, IBU 62, lotto 194605, scad. 12/2020, 7.00 euro (beershop)
All That Glitters, 44 cl., alc. 6%, IBU 30, lotto 194802, scad. 12/2020, 7.00 euro (beershop)
Mucho Caliente, 44 cl., alc. 8%, IBU 25, lotto 195006, scad. 12/2020, 8.00 euro (beershop)
Prezzi indicativi.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 15 gennaio 2020

Lawson's Finest Sip of Sunshine IPA

La storia l’avrete già sentita più di una volta: un homebrewer di lunga data che dopo molti anni (venti, in questo caso) di attività tra le mura domestiche è stato convinto da famigliari e amici a trasformare il proprio hobby in una professione. Il protagonista questa volta si chiama Sean Lawson, impiegato a tempo pieno nella forestale del Vermont che nel 2008 accese il proprio impiantino da 1 barile (117 litri) in un capanno adiacente alla propria abitazione a Warren, innanzitutto per provare se diventare un birraio a tempo pieno era qualcosa che poteva piacergli. Nei dieci anni successivi all’inaugurazione il microbirrificio Lawson's Finest Liquids è passato dal vendere le proprie birre con una bancarella al mercatino degli agricoltori ad essere uno degli oggetti del desiderio dei beergeeks americani e non solo. Ad aiutarlo la moglie Karen, laureata in Scienze della Pubblica Amministrazione. 
Le IPA e la birre allo sciroppo d’acero realizzate da Lawson ottengono sempre più successo e dopo tre anni (2011) avviene l’upgrade ad un impianto da 8 ettolitri. Nei piani dei Lawson c’era in verità l’apertura di un brewpub ma l’avere una figlia piccola e un’altra in arrivo hanno consigliato di procedere con cautela e rimandare il grande salto: il piccolo aumento della produzione consente tuttavia a più persone di assaggiare le birre e la Double Sunshine DIPA diventa rapidamente uno dei desideri dei beergeeks. Grazie al successo di The Alchemist e Hill Farmstead  il Vermont birrario è improvvisamente sotto i riflettori ed iniziano a formarsi file di 50-60 persone davanti ai negozi, soprattutto al General Store di Warren e alle bancarelle dei mercatini ai quali Lawson consegna personalmente le bottiglie. 
"Sapevo che esisteva il contoterzismodice Seanma pensavo che non avrei mai potuto affidare a qualcun altro la produzione delle mie birre. Ma dall’altro lato ero davvero stanco di dover dire ‘no’ a tutti gli appassionati e a tutti i distributori che le volevano”. Nel 2013 Lawson raggiunge un accordo soddisfacente con il birrificio Two Roads di Stratford, nel Connecticut: piena autonomia sulla scelta della materie prima e diretta supervisione sul birraio incaricato di effettuare le cotte. Per non confondere i propri clienti Sean decide di appaltare alla Two Roads delle etichette diverse da quelle che sta realizzando in Vermont. Il debutto avviene con una birra che vuole emulare, pur differenziandosi, la famosa Double Sunshine:  nasce la Sip Of Sunshine, una nuova Double IPA che, grazie alla più vasta distribuzione, fa crescere ulteriormente la notorietà di Lawson’s.  Sean ci tiene a sottolineare che “la trasparenza è uno dei nostri valori fondamentali. Per me è importante far sapere alla gente dove vengono prodotte le nostre birre; non ho mai voluto nascondere che la facciamo in Connecticut e, infatti, lo dichiariamo apertamente. Non solo, sulle lattine c’è scritto anche che viene prodotta alla Two Roads Brewing Co.”
Per assistere all’apertura del nuovo birrificio/brewpub con annessa taproom e negozio bisogna attendere l’autunno del 2018: i Lawson si spostano a Waitsfield, ad una quindicina di chilometri di distanza, sempre nella Mad River Valley. Duecento posti a sedere, molto legno, ampie vetrate, pietra e candelabri, un enorme camino, menu caratterizzato da formaggi, insaccati e soprattutto un nuovo impianto da 35 ettolitri.   Una cinquantina i posti di lavoro creati: “speriamo di aiutare la valledice Karena fronteggiare i periodi di bassa stagione turistica; in maggio e in novembre tutto è fermo e la maggior parte dei ristoranti chiude. Nei nostri piani la gente dovrebbe venire da noi solo per un paio di drink accompagnandoli con qualche boccone e poi andare a mangiare in altri ristoranti”.   Per l’occasione è stato anche effettuato l’intero restyling delle etichette, che erano ancora quelle fatte in casa da Sean, da parte di Kerrin Parkinson della Select Design di Burlington.

La birra.
Le ricetta della Sip of Sunshine non è mai stata rivelata ma i due luppoli (cryo) che la caratterizzano maggiormente sono Citra e Mosaic. I soliti appassionati polemici lamentano che la birra, ora che viene prodotta presso la Two Roads in Connecticut, non è più quella di un tempo.  “Ma è stata sempre e solo prodotta lì – ribadisce Lawson.  La Double Sunshine che veniva ed è ancora prodotta in Vermont. Le due ricette sono leggermente diverse, soprattutto per quel che riguarda la luppolatura. La Sip of Sunshine è un po’ più leggera al palato e quindi ancora più pericolosa da bere”.  Assieme a The Alchemist, Lawson è uno dei protagonisti del successo birrario del New England ma, come abbiamo visto per la Heady Topper, è errato paragonare le loro birre alle torbide NEIPA prodotte da Trillium o Tree House: qualcuno le ha già riclassificate come “Old School NEIPA”, ovvero IPA d’ispirazione West Coast ma prodotte in New England. E Sean Lawson concorda.
In effetti nel bicchiere è solo leggermente velata: il suo colore corrisponde al suo nome ed è solare, tra il dorato e l’arancio, con una testa di schiuma biancastra compatta e cremosa. L’aroma è una dolce macedonia tropicale, piuttosto zuccherina, quasi candita: mango, passion fruit, ananas, qualche accenno di arancia zuccherata. L’intensità è discreta ma la fragranza, a due mesi e mezzo dalla messa in lattina, lascia un po’ a desiderare. La sensazione palatale è invece ottima: leggermente morbida, poche bollicine e poco ingombrante. E’ una Double IPA che si beve con grande facilità, pulita e bilanciata tra malti (biscotto, miele) e il fruttato tropicale donato dai luppoli; c’è qualche accenno di marmellata d’arancia e un finale amaro che si  dibatte tra vegetale e resinoso, di discreta intensità ma breve durata. Molto bilanciata, precisa, intensa e soprattutto piuttosto facile da bere nonostante il contenuto alcolico (8%): la Sip of Sunshine di Lawson non fa gridare al miracolo e mostra già stanchezza, pur restando piuttosto piacevole da bere. Difficile quindi dare un giudizio veritiero. Rimane la sorpresa di averla trovata nel frigorifero di un BrewDog bar di Londra: prezzo del biglietto un po’ caro (8,50 sterline) ed il gioco di averla provata, a queste condizioni, non vale proprio la candela. 
Formato 47,3 cl., alc. 8%, imbott. 25/10/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 3 dicembre 2019

Founders Barrel Runner

Ecco l’ultimo tassello della Barrel Aged Series 2018 del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre barricate provenienti da un’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi. Al termine dell’invecchiamento i barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti prima del confezionamento. La Barrel Aged Series 2018 è stata inaugurata come al solito dalla imperial stout KBS (marzo) seguita da Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (maggio), Barrel Runner (giugno), Curmudgeon’s Better Half (agosto) e CBS (novembre).  Le trovate tutte sul blog. 
Mancava Barrel Runner, una Imperial Red IPA (11.1%)  luppolata con abbondanti quantità di Mosaic e poi invecchiata in botti che avevano ospitato in precedenza rum: ha debuttato a giugno 2018, dapprima alla spina delle due taproom di Founders e in seguito è stata distribuita in bottiglia. I prezzi americani? Quindici dollari per il 4 pack e 12 dollari per la bottiglia da 75 centilitri, tasse escluse ovviamente. Il birraio Jeremy Kosmicki dichiara di essersi ispirato ai cosiddetti tiki cocktails: “ne bevo più di quanto dovrei e hanno ispirato questa birra. Il carattere tropicale donato dal Mosaic, il rum e il legno: aggiungete un ombrellino nel bicchiere ed avrete la birra perfetta da bere a bordo piscina”.  Barrel Runner è anche la prima esperienza di Founders con botti di rum. 
E i Tiki cocktails? Pare siano stati inventati da Ernest Gantt che negli anni ’30 possedeva in California il bar Don the Beachcomber. Gnatt era arrivato dal Texas e il suo amore per le spiagge era così forte che qualche anno dopo cambiò legalmente il proprio nome in Donn Beach; qui ideò alcuni cocktail esotici a base di rum, miele e sciroppi e il suo locale era adornato di souvenir provenienti dai suoi frequenti viaggi nei tropici. Al ritorno dalla seconda guerra mondiale Gnatt si trasferì alle isole Hawaii per aprire quello che viene considerato l’archetipo del Tiki Bar, chiamato Waikiki Beach: palme, maschere hawaiane, una pioggerella artificiale perenne sul tetto e uno storno addestrato a ripetere la frase “dammi una birra, stupido!”. 
Don era solito servire i propri cocktail in classici bicchieri di vetro; i Tiki Bar utilizzano invece  oggi le tazze Tiki in ceramica che rappresentano i volti di alcune divinità; la leggenda vuole che dento ogni tazza si celi uno spirito. I tiki cocktails originali erano realizzati blendando diverse varietà di rum con liquori all’arancia (Triple sec, Grand Marnier, Cointreau), sciroppi (Falernum, Fassionola, orzata) e bitter: oggi gli stessi locali servono dei cocktails molto più docili e fruttati che cercano invece di nascondere il sapore dei distillati. La quintessenza del tiki cocktails è probabilmente il Mai Tai: rum chiaro e scuro, Curaçao, sciroppo d'orzata e succo di lime. Si dice sia stato inventato nel 1944  da Victor Bergeron al Trader Vic’s bar di Oakland, California, ma i rivali del Don the Beachcomber ne rivendicano la creazione – con una ricetta differente -  facendola risalire al 1933.

La birra.
Arancio, ambrato carico, piuttosto velato: nel bicchiere si forma anche una buona testa di schiuma cremosa e compatta. La componente etilica è subito evidente al naso: il rum è assoluto protagonista e i profumi di frutta tropicale e agrumi della Imperial Red Ale rimangono confinati nelle retrovie. L’intensità è notevole ma lo spettro aromatico risulta abbastanza ridotto e monocorde. La bevuta si muove sugli stessi binari senza deviazioni: la Barrel Runner di Founders picchia duro e forse vuole volutamente replicare i tiki cockatils originali, quelli “per uomini veri”. Il distillato la segna da capo a coda e il sorseggiare è un lento percorso che richiede frequenti pause defaticanti: lentamente il palato s’abitua e le cose vanno un po’ meglio, ma ad oltre un anno dalla messa in bottiglia la componente etilica è ancora prevaricante. L’accompagna una generale sensazione tropicale: per ovvi motivi (Barrel Aged) non è frutta fresca. E’ una il cui dolce viene perfettamente asciugato dall’alcool e da una nota amara resinosa-vegetale conclusiva che, benché funzionale allo scopo, personalmente mi sembra un po’ fuori contesto: quasi per miracolo il palato si trova comunque pulito e pronto a ricominciare. Per il mio gusto non è sicuramente la miglior Barrel Aged di Founders: molto segnata dalla botte, dimostra molto più alcool di quello che dichiara. Buona ma -riprendendo le parole del birraio - non è esattamente la birra che vorrei bere a bordo di una piscina.
Formato 35.5 cl., alc. 11.1%, IBU 55, imbott. 05/2018, scad. 26/05/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 22 novembre 2019

Ritual LAB / Stigbergets / O/O Freya

Se lo si confronta con le annate precedenti  il 2019 che si sta concludendo è stato ricco di collaborazioni  per il birrificio Ritual Lab di Formello (Roma); qualche settimana fa vi avevo parlato della Four Brothers, una Baltic Porter realizzata assieme agli olandesi di  De Moersleutel. A gennaio era invece arrivata Tangie, una saison al succo di mandarino prodotta con Oxbow Brewing Company e  Jester King Brewery e qualche settimana fa ha debuttato Goosebumps, Gose con aggiunta di melograno concepita con gli svedesi di  Wizard Brewing. 
Restiamo in questa nazione perché è da qui che a inizio ottobre arrivarono a Roma, complice la manifestazione EurHop, i birrari protagonisti di una nuova collaborazione: Stigbergets Bryggeri e O/O Brewing, ovvero due tra i produttori più apprezzati del movimento craft europeo. Per chi non lo sapesse, i due birrifici svedesi hanno condiviso assieme buona parte della loro storia: Stigbergets è balzato in cima alle classifiche del beer-rating europeo grazie alle NEIPA prodotte dal birraio Olle Andersson che al tempo stesso realizzava sugli stessi impianti anche le birre della propria beerfirm O/O.  Nel settembre del 2017 Andersson ha abbandonato Stigbergets per dedicarsi a tempio pieno ad O/O, nel frattempo si era dotata di impianti propri; è stato sostituito dai birrai Lucas Monryd e Andreas Görts, peraltro anche loro  già titolari di un’altra beerfirm svedese, All In Brewing, che ha iniziato a produrre sugli impianti di Stigbergets.

La birra.
Freya è forse la divinità norrena più popolare: è la bellissima dea dell'amore, della fecondità e della lussuria. Nel nostro caso Freya assume invece le sembianza di una Double IPA (8%) prodotta con una generosa luppolatura sulla quale non sono stati rivelati dettagli. 
Nel bicchiere assomiglia ad un torbido succo di pesca, la schiuma biancastra e abbastanza compatta ha una discreta persistenza. Mango, arancia, mandarino, pompelmo, papaya e potenzialmente qualsiasi altro frutto i vostri sensi vi suggeriscono vanno a formare un aroma molto pulito e intenso, piuttosto elegante e definito, dolce ma non stucchevole. Vi manca “l’effetto marijuana”, quel carattere dank che le NEIPA moderne hanno ormai perso per strada? Qui lo troverete senza dovervi sforzare di cercarlo. La sensazione palatale è morbida, leggermente chewy come vorrebbe lo stile NEIPA, ma non ingombrante: la sua scorrevolezza non è da record ma non ci si può lamentare. Il gusto richiama l’aroma alternando frutta tropicale dolce e leggermente più acerba/aspra: ne risulta una Double NEIPA abbastanza secca che chiude il suo percorso con un finale amaro resinoso-dank di buona intensità, anche se non di lunga durata. Ed è solo in questo frangente che l’alcool fa sentire un po’ la sua presenza.
Freya viaggia su livelli alti, e non poteva essere altrimenti visto i birrai coinvolti: NEIPA molto ben fatta nella quale il fruttatone tropicale viene bilanciato da un amaro importante che ricorda un po’ la vecchia scuola. Per chi detesta i succhi di frutta, questa è ancora una birra che sa di birra: correte a berla finché è fresca.
Formato 33 cl., alc. 8%, lotto 68, scad. 01/06/2020, prezzo indicativo 5.50-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 9 settembre 2019

MC77 Billycock

Rieccoci a parlare di MC77, birrificio marchigiano guidato da Cecilia Scisciani e Matteo Pomposini: nato come beerfirm nel 2012, divenuto birrificio dopo pochi mesi e vincitore alla categoria “emergenti” all’edizione 2015 di Birra dell’Anno. Dopo le difficoltà causate dal terremoto che ha colpito l’Italia centrale nel 2016 la produzione è ripartita nei primi mesi del 2017 nella nuova sede di Caccamo di Serrapetrona (MC). Da allora il percorso di crescita è ripreso senza più fermarsi e ai riconoscimenti per le birre “classiche” sono arrivati anche quelli nelle categorie più alla moda, ovvero quelle luppolate e torbide altresì note come New England IPA (NEIPA). Oggi MC77 è uno dei produttori italiani che secondo me meglio interpreta questo sottostile: con intelligenza e moderazione, senza estremismi, senza esagerare per stupire ad ogni costo. La prima cosa che colpisce delle NEIPA è  il loro aspetto esteriore, l’abbigliamento: opalescenti, questi torbide, simili ad un succo di frutta. Ed è forse proprio per questo motivo che MC77 ha scelto nomi che rimandano al vestiario: Il vestito di velluto (Velvet Suit), il cravattino (BowTie) e ora la bombetta. E’ questo il nome scelto per l’ultima Double NEIPA di casa MC77 che se non erro ha debuttato lo scorso aprile. 
La bombetta nacque nella secondo metà del diciannovesimo secolo in Inghilterra: fu Edward Coke, soldato e politico inglese, a chiedere alla ditta Lock & Co. Di St. James di realizzare un cappello basso e rigido da utilizzare durante le battute di caccia a cavallo al posto dell’ingombrante cilindro che spesso colpiva i rami più bassi degli alberi. Si narra che Edward Coke calpestò la bombetta un paio di volte per testarne la robustezza, prima di decidersi all’acquisto. Il cappello (Billy Coke, o Billycock) deve quindi il suo nome al signor Coke; qualche anno dopo fu il cappellaio Thomas William Bowler a produrlo su ampia scala ed il cappello prese il nome di “bowler”. All’inizio del ventesimo secolo il cilindro era ancora il cappello elegante per eccellenza ma la bombetta si era  diffusa rapidamente dapprima tra la Working Class e successivamente tra i lavoratori del settore finanziario, i cosiddetti City Gents. Impossibile non ricordare Sir Winston Churchill, icona in bombetta del ventesimo secolo.  E che dire di Charlie Chaplin, Stanlio e Ollio o alcuni dipinti che René Magritte ha dedicato a questo copricapo? Ricordate il banchiere del film Mary Poppins? I drughi di Arancia Meccanica?  E la bombetta tagliente lanciata da Oddjob nel film 007 Goldfinger?

La birra.
E’ nata ad aprile ma la sua ricetta è sottoposta a leggeri aggiustamenti ad ogni lotto, soprattutto per quel che riguarda la luppolatura: quello più recente dovrebbe ospitare Galaxy, Citra, Mosaic e Simcoe. Il lievito è London Ale 3, la gradazione alcolica ha subito un leggero ritocco da 7.8 a 8%. 
Il suo aspetto è opalescente quanto basta e non si ha l’impressione di avere un torbido succo di frutta nel bicchiere. L’aroma è fresco e fruttato ma non sfacciato: mango, papaia ed altre sensazioni tropicaleggianti sono affiancate da profumi di agrumi e, ancora più in sottofondo, di cipolla. La sensazione palatale è un buon compromesso tra le corpose velleità dello stile NEIPA e la necessità di mantenere comunque una buona scorrevolezza. Frutta tropicale, albicocca e pesca dominano anche al palato ma si ha sempre e comunque la sensazione di bere una birra: ci sono davvero pochi spigoli, l’amaro finale resinoso è intenso quanto basta a bilanciare dolce e non reclama nessun ruolo da protagonista. L’alcool è abbastanza ben gestito, anche se ci percepisce da subito che nel bicchiere c’è una birra dalla robusta gradazione alcolica: su questo aspetto si poteva forse fare di meglio. In apertura ho fatto riferimento a interpretazioni “educate” dello stile New England da parte di MC77, e anche questa Billycock non fa eccezione: pulita, intensa, ben fatta. Si beve davvero con grande piacere.
Formato 33 cl., alc. 8%, lotto 61, imbott. 04/08/2019, scad. 04/12/2019, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.