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martedì 15 dicembre 2020

Tripel de Garre

Birra, cioccolato e merletti sono le cose che non potrete evitare di acquistare nel corso di una visita a Brugge. A noi interessa ovviamente la prima: il libro “Around Bruges in 80 Beers” (l’ultima edizione è  del 2013, purtroppo) vi dà solo una vaga idea dell’offerta che la splendida e affollata città delle fiandre offre.  Anche Brugge non sfugge al cliché delle “trappole per turisti della birra”: chi cerca semplicemente una birra d’abbazia o una bella triplo malto non avrà problemi a soddisfare la propria voglia con spine e bottiglie di marchi industriali o di beerfirm. Il Beer Wall  sarà una delizia per i vostri occhi e i piccoli negozietti del centro storico saranno un pericolo per il vostro portafoglio. Uno dei vantaggi di recarsi in Belgio è di poter acquistare bottiglie a prezzi irrisori, se paragonati a quelli italiani: bene, non fate allora acquisti a Brugge e dirigetevi in qualche Drankenwinkel nei dintorni. Ma Brugge può stupire anche gli appassionati di birra meno ingenui: è sorprendente scoprire come in un normale negozietto di generi alimentari potete comprare una bottiglia di quella rara Westvleteren che i (furbi) monaci vendono esclusivamente al proprio monastero previa prenotazione.
Come ogni meta turistica anche Brugge ha i suoi tesori nascosti e in questo caso l’aggettivo nascosto è più che mai appropriato. Non capiterete mai davanti alla Staminee De Garre per caso, nonostante si trovi in linea d’aria a poche decine di metri dal Grote Mark, la piazza principale. Per raggiungere questo piccolo bar/birreria dovete infatti imboccare un minuscolo vicolo, una specie di passaggio segreto che parte da un piccolo arco di Breidelstraat. La mappe di Google non vi aiuteranno ma le difficoltà nel riuscire a raggiungerlo sono parte integrante della gratificante esperienza De Garre: una volta messi i piedi sul lastricato di ciottoli, spesso umidi, come per magia non avvertirete più il brulichio delle vie più trafficante che avete appena abbandonato. Un ultimo dubbio vi assalirà anche dopo aver imboccato il vicolo: dove si trova il locale? La risposta che state cercando è davanti a voi, quell’anonima porta in cima a quei pochi scalini che sembrerebbero essere solo l’ingresso di un palazzo costruito nel 1700. 
Il locale è piccolo, con pochi tavolini e posti a sedere: oltre dai locali è frequentato da un numero sempre crescente di appassionati provenienti da ogni parte del mondo. Andateci presto se volete essere sicuri di trovare posto e godere delle calde pareti in mattoni a vista, dei lampadari in ferro battuto e del legno che adorna  balaustra e pavimenti delle piccole sale ai piani superiori. E’ un salto indietro nel tempo.  Ad attirarvi qui non è certo l’offerta delle quattro spine (monopolio del birrificio Van Steenberge: Tripel van de Garre, Baptist Witbier, Gulden Draak e Gulden Draak Quadrupel ) o del menù che include circa 150 bottiglie ma nessuna rarità particolare. E neppure il benvenuto che lo staff vi riserverà, tipicamente belga: occasionalmente amichevole, più probabilmente un po’ seccato dalla vostra presenza, soprattutto quando il locale è pieno: evitate di fare troppe domande e siate autosufficienti nella scelta.  La “cucina”  offre solamente qualche snack freddo e informale, il bar serve superalcolici, vino ma anche caffè, tè e cioccolata calda. 
A farvi cercare il vicoletto De Garre è la birra della casa, la Tripel van de Garre: è una delle tante birre che il birrificio Van Steenberge, moderno e completamente automatizzato, produce per conto terzi: locali, distributori, importatori, beer firm. Ricetta originale? Rietichettatura di qualche altra Tripel? Non lo sapremo mai, ma non è questo che conta. E’ importante il modo in cui ve la spillano e ve la portano, in quel bicchiere dalla base tozza che pare più adatto ad un distillato. Lei arriva con un schiuma cremosissima e indissolubile, che vi accompagnerà senza battere ciglio sino al termine della bevuta. Ad affiancarla una piccola ciotola di vetro con alcuni pezzi di formaggio, infilzati da un paio di stecchini di legno. Il tutto vi sarà servito su di un vassoio tondo adornato da un’imitazione in plastica di un merletto. Pensate al paradosso: arrivate in Belgio, patria di tanti piccoli produttori di birra, del lambic, delle Flanders Red e vi ritrovate a bere quella che è sostanzialmente una beerfirm, una birra nata a tavolino. Eppure funziona. L’atmosfera è unica, il servizio rigoroso ma impeccabile, la magia prende forma e voi di dimenticate di tutto il resto. 
Si dice che alla Staminee vi sia concesso di  berne al massimo tre a testa, per poi lasciare il posto ad altri: considerata la gradazione alcolica delle etichette normalmente presenti alle spine, potete comunque prendervela molto comoda. 

La birra.

La Tripel de Garre è (era) disponibile solo alla Staminee, con l’eccezione di un numero limitato di bottiglie magnum (1,5 litri) per l’asporto.  Negli ultimi anni sono stati però avvistati fusti anche in alcuni locali all’estero, inclusa Italia, nell'improbabile tentativo di replicare la magia. Non ci vedo nulla di strano e non è mia intenzione fare il moralizzatore indignandomi che questa birra sia fruibile anche lontano dalla sua casa; qualsiasi appassionato sa quanto la birra sia più buona quando non viaggia e viene bevuta nel luogo in cui viene fatta. A voi scegliere se ordinarla o no. A far “indignare” ulteriormente i puristi qualche tempo fa sono poi apparse in molti paesi europei anche delle più pratiche bottiglie da 33 centilitri. 
Il suo colore è un limpido oro antico, con qualche riflessi ramato: la schiuma biancastra è generosa e abbastanza compatta, ma non sono riuscito a replicare la scultura plasmata dalla spina della Staminee. Al naso emergono profumi di coriandolo, mela e scorza d’arancia, accenni di banana, miele e pasticceria, un pizzico di pepe bianco e qualche ricordo floreale. Al palato scorre piuttosto bene ed è sospinta da una buona carbonazione; la sua gradazione alcolica  (11%) è se non ricordo male leggermente inferiore rispetto a quella in fusto (11.5%). Biscotto, miele, un po’ di canditi ma non troppi, una  delicata speziatura e richiami alla pasticceria guidano una bevuta dove l’alcool parte in sordina (assecondando la “diabolica” tradizione delle letali Strong Ales belghe) per poi alzare progressivamente la testa. La classica domanda da fare agli amici che portate per la prima volta da De Garre è: ”indovina quanti gradi fa questa birra?” .  La risposta di solito oscilla intorno al numero 7: nel caso di questa bottiglia io mi spingerei sicuramente sino al numero 9, ma non ci si può certo lamentare della sua bevibilità. Il suo percorso termina con una punta amaricante di curaçao, lievemente terrosa: cerca di chiudere secca ma  le manca un po' d'acidità e c’è una patina zuccherina che rimane un po’ troppo appiccicata al palato. 
Tecnicamente è una Tripel ben fatta, una delle tante che Van Steenberge sa fare: ma a dispetto della sua gradazione alcolica non riesce a scaldare il cuore.  In sottofondo immagino quel Bolero di Ravel che spesso suona da De Garre quando arriva l’orario di chiusura; in questo caso però la danza della giovane gitana sul tavolo non riesce a sedurre chi è seduto ai tavoli della taverna in Andalusia. 
Formato 33 cl., alc. 11%, lotto 29IT, scad. 29/09/2023, prezzo indicativo 5 Euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 28 novembre 2018

De Halve Maan Straffe Hendrik Wild 2015

La Brouwerij Halve Maan venne fondata nella splendida città belga nel 1856 da Leon Maes,  conosciuto anche come Henri I, capostipite della famiglia che ancora oggi la guida. Il marchio Straffe Hendrik fu inventato nel 1981 da Veronica Maes per celebrare la statua eretta a Bruges di St. Arnoldus, patrono di tutti i birrai; la birra (una Tripel) divenne molto popolare e si dice che il sindaco di Bruges l'avesse fatta divenire la bevanda ufficiale di tutte le ""celebrazioni"". Il calo dei consumi e le conseguenti difficoltà economiche costrinsero la famiglia Maes a cedere il marchio, nel 1988, alla Riva NV. E mentre la Riva era impegnata a fare altri acquisti (nel 2001 comprò anche la Liefmans), a Bruges Xavier Vanneste, figlio di Veronica Maes, si occupava della ristrutturazione e dell'ammodernamento della Halve Maan, che culminò nel lancio della Brugse Zot (2005). 
Nel 2007 la Riva dichiarò fallimento, ed i suoi marchi furono rilevati dalla Duvel Moortgat; l'anno successivo, Xavier riuscì a riacquistare dalla Duvel il brand Straffe Hendrik, riportandolo a casa. Brugge riebbe così la sua tripel: ""per me fu molto importante riprendere il marchio, dopo esattamente venti anni. Straffe Hendrik (“Henri il forte”) parla della dinastia della famiglia Maes, nella quale ci sono stati ben cinque Henri che hanno prodotto birra a Bruges"". Xavier adattò la ricetta originale agli impianti più moderni e capienti, che consentirono anche la nascita di una seconda  Straffe. Nel 2010 fu infatti lanciata la Quadrupel, una sostanziosa Belgian Strong Ale dall'importante contenuto alcolico (11%), seguita nel 2014 dalla Straffe Hendrik Wild, ovvero una tripel rifermentata con brettanomiceti.

La birra.
Viene proposta al pubblico per la prima volta nell’aprile del 2014 la versione “wild” della tripel Straffe Hendrik: i brettanomiceti vengono utilizzati per la rifermentazione nelle bottiglie che maturano per tre mesi nel magazzino del birrificio prima di essere messe in vendita. La ricetta della tripel annovera un mix di sei diverse varietà di malto, luppoli Saaz e Styrian. Da allora la Straffe Hendrik Wild viene prodotta ogni anno; vediamo che effetto hanno avuto sul millesimo  2015 i tre anni passati in cantina. 
Il suo colore è un arancio piuttosto velato, mentre l’esuberante schiuma pannosa è tipica espressione dei lieviti selvaggi, assoluti protagonisti al naso: cuoio, sudore e  pelle di salame disegnano un profilo “funky”  nel quale c’è davvero poco spazio per i ricordi sbiaditi di una tripel, ovvero biscotto e frutta candita. Molte, forse troppe bollicine rendono la bevuta molto vivace ma un po’ ruvida: ai brettanomiceti il compito di renderla molto secca e di nascondere l’alcool (9%) in maniera quasi diabolica. Il gusto rispecchia completamente l’aroma e il risultato non rientra particolarmente nelle mie corde: tanto funky, cuoio e terra, qualche nota pepata, mancano quei contrappunti e quei contrasti che dovrebbero provenire dalla componente tripel, quasi completamente sparita. Solo nel finale l’alcool mette la testa fuori dal guscio riscaldando gli ultimi istanti di una birra che mi pare troppo monocorde e noiosa, priva di spunti.
Formato 33 cl., alc. 9%, lotto 2015, scad. 09/03/2020

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 19 luglio 2018

Il Conte Gelo Lavalanga

Terzo incontro sul blog con il Birrificio Conte Gelo, operativo dal 2014 a Vigevano in Lomellina,  zona ad elevata concentrazione birraria: il nome che può sembrare alquanto particolare in realtà è  l’unione dei cognomi dei due proprietari, Paola e Andrea (Conte-Gelo). Entrambi appassionati birrofili e beer-hunter, hanno abbozzato a metà 2013 il progetto per aprire un proprio birrificio, idea che si è poi concretizzata ad ottobre 2014.  In sala cottura c’è Davide Marinoni, homebrewer (con alle spalle corsi di degustazione Unionbirrai  I° e II° livello) che è poi passato nel mondo dei professionisti con un periodo di apprendistato da Bad Attitude ed un’esperienza al BQ di Milano.  Dopo l’imperial stout Kamchatka e la Golden Ale Gragnola è il momento di stappare una bottiglia di  Lavalanga, la tripel della casa, prodotta dal 2014. 
L’ispirazione anche in questo caso non poteva essere che lei, la “madre di tutte le tripel”, ovvero sua maestà Westmalle:  zucchero candito, malti chiari e lievito trappist, 9.5% ABV.  Il rigore della tradizione è spezzato dall’aggiunta di un po’ di scorza d’arancia in bollitura, licenza “poetica” che il  Conte Gelo ha voluto prendersi.  In etichetta una caricatura di uno del proprietari del birrificio, Andrea Gelo, inseguito dalla massa nevosa della valanga. Una tripel può senz’altro riscaldarvi dal freddo, ma può anche essere una pericolosa slavina che si abbatte su di voi se esagerate nella quantità.

La birra.
Nel bicchiere è di un luminoso color arancio, leggermente velato; la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso una delicata speziatura introduce profumi di biscotto e zucchero candito, frutta secca a guscio, frutta candita: c’è un buon livello di pulizia ma l’intensità non è particolarmente elevata.  Al palato è morbida e scorre abbastanza bene, nonostante una gradazione alcolica “pericolosa”:  qualche bollicina in più per il mio gusto personale le donerebbe maggior vitalità. Coerente con l’aroma, la bevuta ripropone biscotto, frutta sciroppata (albicocca, pesca) e candita, un tocco di miele: l’alcool non è nascosto in modo subdolo come nei migliori esemplari di scuola belga ma non alza mai la testa più del dovuto. Il finale è abbastanza secco, delicatamente speziato e con un leggerissimo tocco amaricante di scorza d’arancia. Buona interpretazione di stile per questa  Lavalanga, alla quale manca un po’ di espressività e, in alcuni passaggi, sembra procedere un po' con il freno a mano  tirato; a mio giudizio una maggiore secchezza e acidità  potrebbero donarle una quella freschezza e facilità di bevuta fondamentale per trasformare una tripel in una pericolosa arma di distruzione, come ad esempio questa.
Ringrazio il birrificio per avermi inviato una bottiglia d’assaggiare.
Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 3217, scadenza 01/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 maggio 2018

Nix Malle

Torniamo a parlare di Nix Beer, nuovo progetto dell’instancabile birraio Nicola Grande, in arte Nix: dopo le esperienze al birrificio al Birrificio Settimo (ex Siebter Himmel) e al Birrificio Etnia, questa volta scende in campo in prima persona con la propria beer firm utilizzando il proprio soprannome e il proprio volto stilizzato sulle etichette. Nix Beer debutta a maggio del 2017 con cinque etichette tutte ispirate alla tradizione belga, quella con cui il birraio Nix ha già dimostrato di sapersi ben destreggiare nelle esperienze precedenti. Dopo la Xelles (una “hoppy blond ale” leggere e moderna) assaggiata qualche settimana fa, è il momento di alzare l’asticella e stappare Malle, la tripel della casa. 
Se il nome scelto vi può sembrare strano ad una lettura superficiale, basta poco per collegarlo a quella che è considerata “la madre di tutte le tripel”, ovvero la Westmalle. Malle è una municipalità (15.000 abitanti) che si trova ad una quarantina di chilometri di Anversa e che comprende i villaggi di Oostmalle e Westmalle, dove si trova l'abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore. Della Westmalle Tripel ne avevamo già parlato in questa occasione: venne sviluppata da frate Thomas assieme al consulente birraio Hendrik Verlinden, proprietario del birrificio Drie Linden, per festeggiare nel 1934 l’inaugurazione del nuovo birrificio del monastero che allora produceva solo due birre scure, Extra Gersten e Dubbel Bruin. 
Verlinden viene considerato da Michael Jackson come l'artefice della prima tripel belga, lanciata nel 1932 con il nome di Witkap Pater: l’aver anticipato di qualche anno quella di Westmalle non le è comunque bastato per guadagnarsi l’appellativo di “madre di tutte le tripel”.

La birra.
Rientriamo in Italia e stappiamo la Malle di Nix. Ringrazio innanzitutto il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato la bottiglia d’assaggiare. Il bicchiere si colora di arancio, velato ma luminoso, e si colma con una generosa testa di schiuma pannosa e compatta, dall'ottima persistenza. Una delicata speziatura che richiama il pepe bianco ed il coriandolo apre un naso pulito e ricco di biscotto e pasticceria, scorza d'arancia candita. E' una tripel con vivaci bollicine, come da manuale, corpo medio e una buona scorrevolezza se confrontata con l'importante gradazione alcolica (9.7%). Il gusto prosegue in linea retta il percorso aromatico riproponendo biscotto e frutta candita gialla, una delicata speziatura e un finale amaro dall'intensità abbastanza  sostenuta per lo stile, nel quale trovano posto note terrose e di scorza d'arancia. Il retrogusto è di nuovo dolce, ricco canditi e frutta sotto spirito. C'è un ottimo equilibrio, favorito da una bella secchezza e da una gradevole acidità che stempera il dolce: non fosse per la componente etilica, la si potrebbe quasi definire una birra sorprendentemente rinfrescante. Niente da eccepire per quel che riguarda pulizia e finezza, qualche appunto invece devo invece farlo proprio per quel che riguarda l'alcool che non è subdolamente nascosto come nei migliori esempi belgi. Non presenta una grossa asperità ma indubbiamente rallenta il ritmo di bevuta di quella che è comunque un'ottima interpretazione della tradizione belga. Per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., alc. 9.7%, lotto 6417, scad. 28/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 7 dicembre 2016

Les 3 Fourquets Lupulus

Ritorna sul blog la Brasserie Les 3 Fourquets che si trova a Gouvy (provincia del Lussemburgo belga), a soli 15 chilometri di distanza da Achouffe. Lo fondano Chris Bauweraerts e il cognato Pierre Goubron, gli stessi che il 27 agosto del 1982 produssero i primi 50 litri (!) di “La Chouffe” birra d’esordio della Brasserie d'Achouffe. Il birrificio raggiunse in un ventennio dimensioni importanti, arrivando a produrre più di 20.000 barili l’anno prima di essere ceduto nel settembre del 2006  alla  Duvel-Moortgat. 
Chiusa la parentesi Achouffe, Bauweraerts e Goubron, decidono di continuare a produrre birra in un nuovo progetto di dimensioni più modeste e, soprattutto, dai ritmi produttivi meno frenetici di quelli richiesti dall’industria; negli edifici di proprietà a Gouvy, a soli 15 chilometri di distanza da Achouffe, aprono un ristorante affidandolo al talentuoso chef Gilles Poncin, proveniente dalla cucina del “La Pomme Cannelle" di  Houffalize.  Contestualmente nasce anche la Microbrasserie Les 3 Fourquets, inizialmente con lo scopo di produrre semplicemente i fusti di birra necessari per soddisfare il consumo della Brasserie, per poi passare in un secondo tempo alle bottiglie. Arrivano così La  Bleuette (fruit beer al mirtillo), La Boquette (Bock), la Béole (Belgian Strong Ale), La Celisette (ovviamente una Witbier), La  Fourquette (Hefeweizen) e la La Pilsette  (Pilsener) ma  è stata la gamma Lupulus quella che sino ad oggi ha dato notorietà a Les 3 Fourquets:  birre dedicate al lupo che un tempo abitava la regione delle Ardenne, ma il riferimento è ovviamente anche al luppolo, ovvero Humulus Lupulus. Si va dall’invernale Hibernatus, alla Lupulus Brune passando per le più leggere ”Lupulus Fructus”, “Lupulus HopEra” e “Lupulus Printemps”.  
All’appello sul blog mancava la flagship Lupulus, una Tripel/Belgian Strong Ale che ha inaugurato il marchio nel 2008: a questa lacuna ha provveduto il negozio Iperdrink inviandomi una bottiglia d’assaggiare.

La birra.
Di colore arancio, con qualche riflesso dorato, è velata e forma un’abbondante testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Profumi floreali ed una delicata speziatura danno il benvenuto aromatico: seguono frutta candita (albicocca, scorza d’arancia), qualche accenno di banana e di biscotto, zucchero candito. Un profilo semplice ma intenso ed elegante, molto pulito. Al palato riesce a nascondere l’alcool (8.5%) in modo subdolo come forse solo i belgi sanno fare: corpo medio, molte bollicine a renderla vivace, scorre pericolosamente mostrando buona corrispondenza con l’aroma. Il dolce del biscotto e del miele, dell’arancia candita e della frutta a pasta gialla è ben bilanciato da un’ottima attenuazione e da una leggera acidità; chiude con un tocco d’amaro terroso appena percepibile, mentre il retrogusto è di nuovo dolce e riscaldato dal calore della frutta sotto spirito che ben s’abbina ad una delicata nota pepata del lievito. 
Una Tripel ben fatta nella quale il lievito ha lavorato piuttosto bene,  molto pulita ed elegante, che si beve senza nessuna difficoltà: relativamente pochi elementi in gioco ma è un altro di quei casi in cui la semplicità paga e regala una bevuta molto soddisfacente. Se volete, la potete acquistare qui.
Formato: 75 cl., alc. 8.5%, lotto 3, scad. 12/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 10 novembre 2016

Het Kapittel Watou Abt

Ritorniamo oggi in Belgio per fare sosta al birrificio Van Eecke, qui la sua storia nel dettaglio.  Ci troviamo nelle Fiandre Occidentali del Belgio, vicino al confine francese, una regione famosa per la coltivazione del luppolo (Poperinge) ma anche per le robuste Dark Strong Ales che vengono prodotte in un raggio di soli venti chilometri. E' qui che nascono alcune delle migliori rappresentanti (al mondo!) di questo stile: le Westvleteren, le St. Bernardus e, in tempi più recenti, quelle di De Struise. 
Ci sono fonti discordanti sulla data di nascita della gamma Kapittel di Van Eecke: c'è chi sostiene sia nata negli anni ’60, chi nel 1948 per competere con le vicine birre di St. Sixtus/Westvleteren, che in quel periodo erano appena state appaltate alla vicina St. Bernardus. Di certo vi è indubbiamente l’intenzione monastica (il nome scelto fa riferimento al  "capitolo", ovvero il luogo del monastero in cui si riunivano l'abate ed il priore) e il fatto che sia stata pensata ed elaborata dal birraio Jan Van Gysegem (1931-2003) a quel tempo alle dipendenze di Albert Van Eecke. 
La scura Kapittel Prior (9%), primogenite della seria, è stata per lungo tempo la birra più alcolica di Van Eecke fino all’arrivo della chiara Abt (10%) dedicata all’abate e quindi al titolo che spetta al superiore di na comunità monastica. Stando a quanto racconta il birrificio, abati e vescovi erano gli unici ai quali era consentito bere queste birre dall’elevato contenuto alcolico: ai monaci venivano concesse solo in alcuni speciali giorni di festa.

La birra.
Due varietà di luppolo (probabilmente provenienti dalla vicina Poperinge) e quattro di malto: ecco tutto quello che viene dato a sapere sulla Kapittel Abt,  una tripel ovviamente rifermentata in bottiglia che il birrificio dichiara in grado d’invecchiare sino a venti anni. 
Di colore ramato con qualche riflesso oro, forma un impeccabile cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Una delicata speziatura (pepe?) al naso dà il benvenuto in un aroma caldo e dolce nel quale trovano posto canditi (arancia, albicocca), miele, biscotto e zucchero a velo. Qualche accenno di frutta secca per un bouquet pulito dalla discreta intensità. Carbonazione e corpo medi garantiscono una facilità di bevuta di tutto rispetto per un ABV a doppia cifra: morbida al palato, segue l'aroma con buona corrispondenza. Miele e biscotto, frutta candita e pesca sciroppata, zucchero candito; il dolce è ben bilanciato da una leggera acidità finale e, soprattutto, da una buona attenuazione.  L'alcool è sotto controllo facendosi sentire quanto basta, ovvero soprattutto nel retrogusto, caldo e morbido, nel quale si fa accompagnare dalla frutta candita. Tripel pulita e molto ben fatta, riscalda e rincuora lasciandosi bere senza troppo impegno: un'altra birra solida e convincente da Van Eecke che potete bere subito oppure dimenticare in cantina per qualche anno. 
Formato; 33 cl., alc. 10%, lotto A1, scad. 12/2017, pagata 1.40 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 settembre 2016

Oud Beersel Bersalis Tripel

Bersalis Tripel, ovvero una birra che va oltre le sue semplici caratteristiche organolettiche ed una bevuta densa di significati. La storia ve l'avevo giù raccontata in questa occasione: si parte dal 1882, anno in cui Henri Vandervelden apre un birrificio nel paese di Beersel, alle porte di Brussels, e si finisce nel 2002 quando Danny Draps, pronipote del fondatore, decide di sospendere un'attività ormai poco redditizia e che necessitava di grossi investimenti per poter continuare. 
Mentre il mondo del lambic non si capacita per la scomparsa di un altro degli storici produttori, un appassionato decide di darsi da fare. Gert Christians non può credere che presto dovrà rinunciare alla sua abitudine quasi quotidiana di bere una Beersel Oude Geuze ai tavoli del Le Zageman di Brussels e, assieme all'amico Roland De Bus, decide di acquistare il marchio nel 2003.
In assenza dei fondi necessari per far ripartire il birrificio Gert decide che la cosa più importante e far sapere al mondo che Oud Beersel è rinato dalle proprie ceneri. Per questo scopo nel 2005 realizza la Bersalis Tripel presso gli impianti della Brouwerij Huyghe, con una ricetta che volutamente include il frumento, quasi un ponte immaginario che potesse traghettare il passato (lambic) verso il futuro. In questa bella intervista Christians dice anche di utilizzare lieviti selvaggi, ma credo si riferisca alla versione Oak Aged della Tripel. 
I fondi ricavati dalla vendita della birra costituirono il supporto finanziario necessario al rilancio di Oud Beersel: la produzione non è ancora ripartita, Gert ha preferito investire nelle vasche di fermentazione e nelle botti necessarie per l'invecchiamento del lambic che viene attualmente prodotto presso gli impianti di Frank Boon, da sempre "angelo custode" di Beersel. Christians ci tiene però a specificare che "non compriamo lambic da altri, semplicemente produciamo il mosto presso un altro birrificio, ovviamente seguendone la ricetta e la preparazione. Attualmente ci collochiamo a metà tra produttori e assemblatori". 

La birra.
All'aspetto è di colore oro antico, leggermente velato con una bella festa di schiuma bianca cremosa e compatta, "croccante", dall'ottima persistenza. L'aroma, pulito e di discreta intensità si compone di miele, canditi (arancia e albicocca), una leggerissima speziatura (pepe, coriandolo) e profumi di zucchero candito, biscotto al burro. I parametri dello stile sono rispettati anche in bocca con una vivace carbonazione, un corpo medio e l'alcool nascosto in quel modo subdolo in cui i belgi eccellono: ne risulta una tripel facile da bere, quasi scorrevole che presenta il conto a fine serata. Perfettamente coerente col naso, al palato è ovviamente il dolce a guidare con zucchero e canditi, biscotto e miele, ben bilanciati dalle vivaci bollicine e da una perfetta attenuazione. Bisogna attendere che la birra si scaldi per avvistare una parvenza amaricante terrosa a fine corsa, dettaglio irrilevante: il palato si à già messo comodo ad assaporare il retrogusto dolce e morbido di frutta sotto spirito. Una Tripel pulita, precisa e scolastica che si lascia comunque bere bene senza sforzo alcuno: l'intensità dei sapori potrebbe essere maggiore, non ci sono troppe emozioni nel bicchiere, non c'è molta personalità ma accontentandosi, anche in questo contesto, se se ne ricava una discreta soddisfazione.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, IBU 21 (?), lotto 03 14300, scad. 10/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 4 giugno 2016

Dieu du Ciel L'Herbe à Détourne

E' sempre un piacere stappare una bottiglia di Dieu du Ciel, birrificio canadese già ospitato sul blog con grande soddisfazione. Sono Jean-François Gravel, Patricia Lirette e Stéphane Ostiguy, compagni di studi (microbiologia), a fondarlo nel 1998 a Montreal; dei tre è Jean-François ad essere stato contagiato dalla passione per l'homebrewing dal padrino e dai libri di Charles Papazian. L'inaugurazione avviene nell'agosto del 1988, quando un ex-ristorante russo all’angolo di Rue Laurier e Rue Clark viene convertito in brewpub: "Dieu De Ciel!" sarebbe stata l’esclamazione di Jean-François dopo aver assaggiato la sua prima birra prodotta in casa.  Patricia Lirette lasciò la società nel 2006, rimpiazzata (anche nell’azionariato) dal birraio Luc Boivin, esperienza decennale alla Les Brasseurs du Nord. 
Boivin e la moglie Isabelle Charbonneau formarono la Dieu Du Ciel Microbrewery Inc., un primo passo del  necessario processo di espansione visto che la produzione nei modesti locali del  brewpub di Montreal non poteva più essere incrementata e non c'era neppure lo spazio per installare una linea d’imbottigliamento.
Venne trovato un nuovo edificio (16.000 metri quadri) a St. Jerome, 60 chilometri a nord di Montreal, vicino a casa di Luc ed Isabelle,  inaugurato nel 2007 con un potenziale produttivo di 3500 hl. Nello stesso anno vennero finalmente distribuite le prime bottiglie, mentre nel 2008, attiguo al nuovo birrificio, fu inaugurato un brewpub-fotocopia di quello di Montreal; attualmente gli impianti di St. Jerome producono circa 13000 ettolitri. Nel 2010 Bouvin ha lasciato Dieu Du Ciel per fondare in Quebec la Microbrasserie des Beaux Prés. 

La birra.
L'Herbe à Détourne è una produzione stagionale di Dieu Du Ciel, commercializzata per la prima volta nel maggio 2010 e da allora disponibile una volta l'anno, solitamente in primavera. Si tratta di una "new world Triple", il che significa che ad una classica Tripel belga viene aggiunta un'abbondante luppolatura di Citra. Secondo una (a me sconosciuta) leggenda, l'herbe à détourne sarebbe una pianta capace di far perdere il senso d'orientamento a chiunque la calpesti. La splendida etichetta realizzata da Yannick Brousseau, fido collaboratore del birrificio, cerca di comunicare con immagini quanto appena esposto, raffigurando un uomo con gli occhi coperti dalle ramificazioni della pianta.
Nel bicchiere si presenta di color arancio, piuttosto velato, con una cremosa testa di schiuma bianca, compatta e molto persistente. L'aroma è uno splendido biglietto da visita nel quale c'è una convivenza molto ben riuscita tra gli esteri fruttati (banana), le spezie (pepe) del lievito e la generosa luppolatura che elargisce fresche e fragranti profumi di pompelmo, arancia, mango, passion fruit e melone cantalupo. In sottofondo si scorgono tracce di una classica Tripel con lo zucchero candito e la scorza d'arancia candita. Il mouthfeel è quello classico belga; corpo medio, carbonazione vivace, birra dalla gradazione alcolica importante (10.2%) che tuttavia scorre senza grossi intoppi. La bevuta segue abbastanza fedelmente l'aroma, con una partenza ricca di frutta tropicale (ananas, mango, passion fruit) sostenuta dalla base maltata di pane, miele e biscotto; il gusto rispetta maggiormente i canoni stilistici di una Tripel, con una buona presenza di canditi e di zucchero a velo. L'amaro è praticamente impercettibile, sono l'acidità del frumento e la componente etilica ad asciugare il dolce mantenendo un ottimo equilibrio. L'alcool, è lui l'unico cruccio di questa birra: entra in scena con prepotenza a 3/4 della bevuta togliendo a questa birra quella "beviblità assassina" tipica delle migliori Tripel belghe: riscalda molto, sopratutto nel finale, facendo perdere qualche punto a quella che rimane comunque un'ottima birra, rispettosa degli elevatissimi standard di pulizia e di eleganza che ho trovato in tutte le produzioni Dieu Du Ciel. 
Formato: 34,1 cl., alc. 10.2%, lotto 17 12:14, imbott. 04/02//2016, 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 maggio 2016

Unibroue La Fin du Monde

André Dion e Serge Racine acquistano nel 1990 il 75% della Brasserie Massawippi di Lennoxville, Canada, che si trovava in difficoltà finanziarie arrivando poi al 100% l'anno successivo e creando contemporaneamente la società Unibroue. L'idea di Dion è di realizzare in Quebec quelle birre delle quali si era innamorato in Belgio: ad aiutarlo chiama come consulente il birraio fiammingo Gino Vantieghem per creare una linea di birre rifermentate in bottiglia. La prima nata è la Blanche de Chambly, una witbier che diventerà col tempo anche la Unibroue più popolare e venduta; il cantante e attore canadese Robert Charlebois se ne innamora e fa un'offerta per rilevare il birrificio, ma ottiene solamente un'importante quota societaria. Il suo investimento permette al birrificio di spostarsi nella nuova sede di Chambly, dove tutt'ora si  trova, e di iniziare un progressivo ma regolare piano di espansione. 
Nel 1999 al posto di Vantieghem arriva come consulente Paul Arnott, precedente collaboratore dei trappisti di Chimay. Nel 2003 viene assunto anche Jerry Vietz per iniziare la produzione di distillati, ma l'anno successivo la Unibroue viene acquistata dal birrificio canadese Sleeman, che si trova in Ontario. I birrofili francofoni del Quebec non sono entusiasti di sapere che il loro amato birrificio è ora di proprietà degli "odiati inglesi" dell'Ontario, ma la loro preoccupazione dura solo 24 mesi perché nell'ottobre del 2006 i giapponesi di Sapporo acquistano Sleeman per 400 milioni di dollari e quindi anche Unibroue. Nel frattempo il programma di distillati era stato soppresso e Jerry Vietz era stato nominato "head brewer", ruolo che ricopre ancora oggi. Sapporo è il più antico birrificio commerciale giapponese ancora attivo ed operante dal 1876, con oltre seicentomila ettolitri prodotti ogni anno; attualmente Unibroue ne produce invece 180.000.

La birra.
E' datato febbraio 1994 il debutto de La Fin du Monde: da allora  la tripel di Unibroue ha portato a casa una cinquantina di medaglie in svariati concorsi. Al di là del valore che questi premi hanno, si tratta della birra canadese più medaglietta in assoluto; secondo quanto dichiara il birraio Jerry Vietz viene prodotta utilizzando coriandolo e scorza d'arancia. Il nome fa riferimento al tempo in cui le Americhe erano ancora un territorio inesplorato dagli europei, i quali pensavano che il mondo finisse in mezzo all'oceano Atlantico.
Nel bicchiere è perfettamente dorata, leggermente velata e forma un generoso e compatto cappello di schiuma bianchissima e cremosa, dall'ottima persistenza. L'ottimo aspetto trova immediata corrispondenza nell'aroma, pulitissimo e di buona intensità: c'è una delicata speziatura (coriandolo, forse chiodo di garofano) che avvolge i canditi, la polpa d'arancia, le note di pane e di miele, il curaçao, la frutta secca ed un accenno di banana. I profumi sono vivaci e queste sensazioni si travasano immediatamente al palato, con una carbonazione sostenuta che caratterizza tutta la bevuta, rendendola vitale e scattante; il corpo è medio. Il gusto riparte del dolce del miele e dello zucchero candito, per poi attraversare la frutta sciroppata (pesca, albicocca) e quella candita, il tutto avvolto da una leggerissima speziatura che richiama l'aroma. Non c'è di fatto amaro, ma c'è un'impressionante attenuazione che asciuga il palato lasciandolo quasi fresco: sembra quasi un controsenso, ma è una birra dal tenore alcolico elevato (9%) nascosto in modo surreale, con il risultato di una facilità di bevuta quasi paragonabile ad una "session beer"; c'è solamente un velo di tepore etilico nel retrogusto  di frutta sotto spirito e candita. Grandissimo equilibrio, eleganza e pulizia ineccepibili, una tripel sorprendente dove ogni cosa è al posto giusto. Una pericolosa arma a disposizione di chi vuole farvi ubriacare: fatevi qualche bicchiere senza che ve ne sia rivelata la gradazione alcolica e arriverete davvero "alla fine del mondo".
Formato: 34,1 cl., alc. 9%, IBU 19, lotto F23150904Q B, imbott. 06/2015.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 24 aprile 2016

Nieuwhuys Alpaïde Blond (Cuvée van de Generaal)

Hoegaarden è oggi un  comune con circa 6000 abitanti nelle Fiandre ma era un tempo un florido centro di produzione di birra: nel diciottesimo secolo, quando la popolazione era un terzo di quella odierna, erano attivi una trentina di birrifici ma nel 1914 ne erano rimasti solamente sei. L'ultimo a chiudere i battenti nel 1957 era stato Tomsin e fu solo grazie all'intraprendenza di Pierre Celis, un lattaio che da giovane aveva lavorato proprio da Tomsin, che Hoegaarden ritrovò una birra di frumento da bere al posto di quelle lager che avevano ormai conquistato quasi tutto il mercato.
Il nuovo birrificio inaugurato da Celis nel 1966 ebbe un buon successo sino al 1985, anno in cui andò distrutto da un incendio; la vicina Stella Artois di Lovanio aiutò Celis nella ricostruzione mettendo il capitale in cambio del 45% delle quote societarie. Ma nel 1988 Stella Artois e Brasserie Piedboeuf formarono il colosso belga Interbrew che diede alla birra di frumento di Celis il nome di Hoegaarden e iniziò a far pressioni per ridurre i costi di produzione: dopo un breve resistenza, nel 1990 il sessantacinquenne Celis cedette definitivamente il birrificio. Nel 2005 la AB-InBev (ex Interbrew) rese pubblica la decisione di chiudere lo stabilimento di Hoegaarden in quanto non più economicamente sostenibile e di spostarne la produzione in altri stabilimenti a Liegi:  la gente di Hoegaarden fece sentire la propria voce, i consumatori lamentavano che i primi lotti provenienti da Liegi non erano qualitativamente all'altezza e nell'autunno del 2007  la InBev ritornò sui propri passi annunciando un piano d'investimenti da 60 milioni di Euro per rilanciare l'ex birrificio di Celis. 
Proprio in quel periodo in cui Hoegaarden stava per restare di nuovo senza produttori di birra, Jan De Wachter e Mieke De Backer inaugurano il microbirrificio 'tNieuwhuys. Jan era stato "costretto" ad imparare a farsi la birra da solo negli anni in cui aveva vissuto in Sud Africa: da bere c'erano solo Lager industriali e lui voleva qualcosa di più forte. Rientrato in Belgio, compra casa proprio a Hoegaarden e inizia quasi per gioco a produrre la Alpaïde, una robusta (10%) Dark Strong Ale.  I volumi crescono e nel 2009 c'è il trasloco dal minuscolo brewpub a locali più grandi e, sopratutto, arriva la prima Witbier di frumento chiamata Huardis (l'antico nome latino di Hoegaarden). La birra nasce come produzione occasionale per festeggiare l'inaugurazione del nuovo birrificio: la introduce al pubblico Jean Blaute (cantante, attore e autore della breve serie televisiva Tournée Générale nella quale esplora la cultura della birra in Belgio) ma c'è sopratutto l'emozionante presenza di Pierre Celis, su una sedia a rotelle, al quale viene dato da bere il primo sorso della nuova Witbier prodotta a Hoegaarden. 
Oltre alla Huardis (oggi entrata in produzione stabilmente), Nieuwhuys produce due Alpaïde (scura e chiara), la tripel Kelkske e la belgian ale Rosdel.

La birra.
Ammetto l'acquisto "errato" in un negozio di Lovanio: volevo la Alpaïde "scura", mi sono trovato invece con la Blond nota anche come Cuvée van de Generaal, che dovrebbe anche essere l'ultima nata  (2010) in casa Nieuwhuys. Alpaïde immagino sia una dedica alla Contessa Alpeide di Hoegaarden.
Dorata e velata, forma nel bicchiere una perfetta e generosissima testa di schiuma bianca, compatta, molto cremosa e quasi indissolubile. L'aroma mette in evidenza crackers, miele e cereali, zucchero candito, frutta sciroppata e una presenza fenolica che regala spezie (pepe, coriandolo?) ma anche qualche nota meno gradevole di plastica. Il gusto ripercorre sostanzialmente gli stessi passi, con una partenza piuttosto dolce (canditi, miele, frutta sciroppata) che viene parzialmente stemperata dalle vivaci bollicine e da un'ottima attenuazione. Completano il gusto biscotto e spezie, c'è un lieve DMS ma sopratutto non convince molto la chiusura amaricante, un po' sgraziata anche nella sua leggerezza. L'alcool (8.5%)  è invece nascosto benissimo - alla belga - facendosi sentire solo nel retrogusto di frutta sotto spirito. Non male questa Alpaïde Blond, benché un po' avara di emozioni: la bottiglia in questione presenta qualche lieve difetto che deteriora un po' la piacevolezza di quella che appare come  una strong ale ben attenuata e subdolamente facile da bere.
Formato: 33 cl. alc. 8.5%, scad. 8/12/2017, 1.90 Euro (beershop, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 30 novembre 2015

NovaBirra Big Nose Triple

Secondo appuntamento con NovaBirra, beerfirm belga fondata da Emanuele Corazzini, rientrato in Belgio dopo sei anni passati negli Stati Uniti, per dare vita al suo progetto inaugurato nel 2008 in quel di Braine-l'Alleud (una trentina di chilometri a sud di Brussels) come un “Atelier de Brassage” dove poter comprare e degustare birre, partecipare a laboratori e soprattutto imparare l’homebrewing. Accannto a queste attività  NovaBirra realizza le proprie ricette su di un impianto pilota e produce poi altrove in volumi più consistenti. 
Dopo la saison Li P'tite Gayoûle ecco la Tripel  “Big Nose” che dovrebbe essere stata realizzata presso gli impianti di De Ranke, anche se l’etichetta non fa chiarezza in questo senso. “Triple” non solo per il riferimento allo stile interpretato ma anche riguardo ai numero di malti (Pilsner, Pale Ale e Monaco) e luppoli (Nugget, Willamette e dry-hopping di Triskel) utilizzati. 
All’aspetto si presenta quasi limpida e ramata, con qualche riflesso dorato: la schiuma biancastra è assolutamente perfetta nella sua trama fine, nella sua cremosità, nella sua compattezza e persistenza. La messa in bottiglia dovrebbe risalire all’ottobre 2014 e i dodici mesi passati non sono di certo l’ideale per apprezzare il dry-hopping che è all’orgine del nome scelto (Big Nose): l’aroma è pulito e mantiene comunque un’ottima intensità, quello che viene a mancare è ovviamente la fragranza. Sentori floreali e di miele, marmellata d’arancia amara, frutta candita, biscotto ed una delicata speziatura che suggerisce il pepe ed il coriandolo.
Specchio quasi fedele dell'aroma, il gusto ripropone biscotto e miele, caramello, frutta candita, marmellata d'agrumi e zucchero candito. La bevuta è piuttosto dolce e la generosa luppolatura non più fresca aggiunge probabilmente altro carico; c'è comunque una discreta secchezza e un amaro finale intenso quanto basta per riportare equilibrio, anche se le note vegetali non impressionano per raffinatezza. In conclusione rimane un morbido ma ben avvertibile alcool warming, quasi un ammonimento a non fidarsi della facilità di bevuta e a non sottovalutare una birra che, come spesso accade quando si parla di Belgio, nasconde molto bene la propria gradazione alcolica dichiarata. Vivacemente carbonata ma ugualmente morbida e gradevole in bocca, questa Tripel dal corpo medio e dal "grosso naso" paga un po' lo scorrere del tempo ma si difende ancora molto bene, risultando alla fine una birra ben fatta, molto pulita, intensa e facile da bere al tempo stesso, con un generoso profilo luppolo che sicuramente meritava d'essere apprezzato parecchi mesi fa.
Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto 26T1 OKT14, scad, 21/10/2019, pagata 2.50 Euro (food store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 19 novembre 2015

Westmalle Tripel

Nel giugno del 1794 una decina di monaci francesi si stabiliscono nei boschi di Kempen, sulla vecchia strada che collegava Anversa con Turnhout, con il progetto di costruire un’abbazia basata sul progetto di  Notre Dame de la Grande Trappe. L’imminente rivoluzione francese li costrinse però all’esilio in Germania sino al 1802, quando fecero ritorno a Westmalle per iniziarne la (ri)costruzione; l’inizio della produzione di birra sembra risalire al 1836, con la nomina di Padre Bonaventura Hermans – un ex farmacista e quindi esperto di erbe - come birraio. Al solito la birra era riservata inizialmente per il consumo dei frati e degli ospiti del monastero, e solo a partire dal 1860 iniziano le occasionali vendite all’esterno; nel corso della prima guerra mondiale i tedeschi s’appropriarono di tutti gli impianti del birrificio, che fu ricostruito solamente nel 1920. In questo periodo Westmalle produceva due birre scure chiamate Extra Gersten e Dubbel Bruin; alcuni problemi di qualità su quest’ultima avevano spinto i frati a chiedere la consulenza di Hendrik Verlinden, ingegnere birrario e proprietario del birrificio Drie Linden.  
Verlinden viene considerato da Michael Jackson come l'artefice della prima "tripel" belga, lanciata nel 1932 con il nome di Witkap Pater. Facile ipotizzare che ci sia la sua mano anche dietro alla ricetta della Westmalle Tripel,  una strong ale “chiara” la cui ricetta viene abbozzata assieme al frate Thomas a partire dal 1931 per  poi debuttare nel 1934 durante i festeggiamenti per l’inaugurazione del nuovo birrificio del monastero.  La ricetta fu sensibilmente ritoccata negli anni ’50, quando fu leggermente aumentata la quantità di luppolo utilizzato; oggi la Tripel ha scalzato la scura Dubbel ed è diventata la birra più venduta dai monaci di Westmalle, occupando il 60% della produzione.
Attualmente i monaci continuano a supervisionare la produzione della birra e tre di loro sono membri del consiglio direttivo; in sala cottura non è più presente il fratello Thomas – ritiratosi all’età di 70 anni  - che ha passato il testimone al birraio Jan Adriaensen, collaboratore di Westmalle sin dagli anni ’80 e  anche di St. Sixtus-Westvleteren ed Achel. 
La Tripel di Westmalle  (la “madre” di tutte le Tripel, non me ne voglia la Witkap) ha oggi 81 anni, ma non li dimostra affatto e continua a splendere nel suo luminoso color dorato, leggermente velato, sul quale si forma un solidissimo “cappello” di schiuma bianca e cremosa, compatta, molto persistente. Perfetta nella sua sobrietà. L’aroma mantiene il rigore monastico, lontano da quelle esplosioni di profumi (spesso un po’ cafone) che spesso incontriamo oggi. Un’eleganza fragrante e quasi discreta, fatta di fiori bianchi, zucchero candito, cereali, miele, arancia e pesca candita, un tocco di fieno, una delicatissima speziatura proveniente dal lievito. Al palato si presenta perfetta, con corpo medio ed un vivace carbonatazione che non preclude assolutamente una sensazione quasi morbida in bocca. La bevuta inizia con una freschezza fruttata sorprendente per una Tripel dal contenuto alcolico elevato (9.5%), per passare poi al dolce della frutta candita (albicocca, arancia e pesca), del pane e del miele sino alla delicatissima chiusura amaricante che oscilla tra l'erbaceo ed il terroso; il tutto all'insegna dell'equilibrio più assoluto. Impressionano sia la secchezza che il modo in cui l'alcool è nascosto quasi sino alla fine, consentendo una bevuta agile e quasi "veloce" per poi rallentare il tempo nel retrogusto, un caldo abbraccio etilico ricco di frutta sotto spirito. Pulitissima e fragrante, caratterizzata da una facilità di bevuta quasi omicida, la Tripel di Westmalle non si può altro che definire un classico senza tempo, ancora attuale, ancora straordinario, ancora da prendere a modello ogni qualvolta abbiate voglia di bere (o di realizzare tra le mura domestiche) una tripel.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 3 030472, scad. 05/08/2017, 1.45 Euro (supermercato, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 novembre 2015

De Dolle Dulle Teve

Non ci si deve aggrappare  a  troppe certezze o chiamare in causa la "normalità" quando si ha a che fare con il birrificio belga De Dolle guidato dall'eclettico Kris Herteleer. Si narra così che all'origine dell'originale nome di questa birra ci fosse un'amichevole conversazione tra Kris e il proprietario di un café-ristorante di Bruges, nel corso della quale stavano discutendo la ricetta di una nuova birra. L'incontro si prolungò più del previsto e la moglie del proprietario iniziò a tempestarlo di telefonate affinché tornasse a casa. Quando lui apostrofò  al telefono la moglie chiamandola "Dulle Teve" (espressione dialettale delle fiandre occidentali che corrisponde più o meno a "cagna/puttana pazza/furiosa"), Kris Hertleer esclamò di aver trovato il nome per la birra che stava per nascere.  L'etichetta, una delle poche non disegnate da Hertleer, viene realizzata dall'artista di Bruges Peter Six; al collo della bottiglia gli improbabili papillon che il birraio "pazzo" spesso indossa.
La Dulle Teve debutta nel 1993 e viene oggi prodotta - tra l'altro - con luppolo EK Goldings e zucchero candito. Il nome scelto ("Mad Bitch" ) ha ovviamente creato qualche problemino per l'esportazione negli Stati Uniti, dove è stata semplicemente rinominata "Triple".
Nel bicchiere si presenta di colore arancio opalescente con sfumature dorate e piccole particelle di lievito in sospensione; la bianca schiuma è esuberante e compatta, cremosissima, molto persistente.  Il naso porta in dote fiori bianchi, profumi di mela al forno, miele, canditi, marzapane, frutta a pasta gialla, pera e una suggestione di ananas, zucchero candito.
Guardando l'etichetta saresti portato a pensare d'avere nel bicchiere una "stronza", una "cagna" che abbia per morderti, ma non c'è niente di più errato. L'inizio è quasi carezzevole, con un freschezza di frutta (arancia, pesca e mango, mela) quasi inconcepibile per una birra che dichiara 10 gradi alcolici in percentuale. Il gusto è ricco e dolce di pane, miele, un tocco biscottato, canditi: l'alcool inizia nascondendosi per poi iniziare una splendida progressione, in un morbido crescendo che lo porta prima a stemperare il dolce e poi a diventare un delicato ma intenso protagonista del retrogusto, ricco di frutta sotto spirito. Non vi è praticamente traccia evidente d'amaro, eppure la birra riesce a non essere assolutamente troppo dolce grazie ad una superba attenuazione. La bevibilità (10%!) è quasi criminale, le bollicine sono inizialmente un po' in eccesso ma basta lasciarle evaporare un po' per poter godere di quell'ingresso in bocca quasi cremoso che ti porta inizialmente a credere di avere nel bicchiere quasi una "session beer".
Dalle Teve è una stupenda Tripel, che ti saluta con una carezza per poi mandarti al tappeto alla fine del bicchiere, come solo una "Mad Bitch" saprebbe fare. Lotto (scad APR2017) in stato di grazia, non fatevi scappare la bottiglia se l'adocchiate in giro.
Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 30, scad. 04/2017, 2.20 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 29 ottobre 2015

Zundert Trappist

L’estate del 2013 vedeva l’annuncio della nascita del nono birrificio trappista al mondo, il secondo in territorio olandese: si  tratta dei monaci dell’Abbazia Maria Toevlucht (ovvero “il rifugio di Maria”), nella località  Klein-Zundert, poco lontano dal confine con il Belgio. 
Il monastero sorse all’interno della fattoria De Kievit, acquisita dal signor Van Dongen dallo stato olandese per poi darla in affitto al fattore Bart Nouws. Nel 1899, alla morte di Van Dongen, gli eredi decisero di donare il terreno e gli edifici all’abbazia di Koningshoeven (La Trappe): da qui arrivarono due monaci e, il 24 Maggio del 1900, fu inaugurata la cappella del nuovo monastero nel quale una dozzina di monaci iniziarono a dedicarsi all’agricoltura, all’allevamento e alla vendita di prodotti caseari. Gli edifici attuali, che rimpiazzano la vecchia fattoria, risalgono al 1950 ma ci sono stati ulteriori ammodernamenti nel periodo 2002-2005.  
Negli ultimi venti anni il monaci si sono visti costretti a modificare le proprie attività, alcune di esse non più redditizie, e trovare nuovi metodi di autosostentamento: dalla fine degli anni ’60 è possibile pernottare all’interno del monastero e partecipare ai rituali di preghiera;  nel 1996 fu sospesa la produzione di caseari, nel 2009 terminò quella agricola e tutto il bestiame fu venduto. I terreni di proprietà del monastero furono affidati in gestione alla Natuurmonumenten, società olandese che si occupa di preservare siti naturalistici; nello stesso anno i monaci deliberarono che un nuovo potenziale mezzo di autofinanziamento era la costruzione di un birrificio. Dopotutto, a soli trenta chilometri di distanza ci sono i fratelli "belgi" trappisti di Westmalle, poco più in la quelli di Achel e, per restare in territorio olandese, La Trappe/ Koningshoeven: ed è proprio qui che due monaci di Zundert vengono inviati per imparare a fare la birra. Nel frattempo il sindaco di Zendert dà il suo benestare all’avvio dei lavori della costruzione del birrificio; allo studio d’architettura Oomen Architecten spetta il compito di studiarne la collocazione all’interno dei locali che un tempo ospitavano la fattoria; gli impianti sono invece forniti dai tedeschi di JBT.  I lavori iniziano il 24 ottobre 2012 e a fine giugno 2013 il birrificio è pronto ad entrare in funzione: si parte con una sola birra  che viene chiamata Zundert Trappist e le cui prime bottiglie arrivano sugli scaffali in dicembre.  
E’ ambrata, leggermente velata, e forma un bel cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso una buona pulizia ed una discreta fragranza che si compone di profumi floreali, spezie (coriandolo?), suggestioni dolci di fragola e ciliegia, miele, pane e croissant, zucchero a velo.  Una “golosità” che si ripropone anche in bocca, con un gusto piuttosto dolce di biscotto e miele, pasticceria, zucchero candito e caramello, accenni di marzapane: sono le vivaci bollicine a stemperare un po’ la dolcezza, bilanciata poi da un finale lievemente amaricante (mandorla, erbaceo) e abbastanza asciutto. Il mouthfeel è ottimo, nonostante l’alta carbonazione questa Zundert non risulta affatto spigolosa ma è quasi morbida al palato. L’alcool (8%) mette fuori la testa dal nascondiglio solamente nel retrogusto, riscaldando un po’ il corpo (e l’animo) del bevitore con note  di frutta sotto spirito a concludere una bevuta soddisfacente che lascia un buon ricordo di sé. 
Un esordio già di buon livello quello dei frati trappisti di Zundert, con una Tripel intensa ma di facile bevuta  che, nonostante la giovane età, non sfigura affatto al confronto con le "storiche" trappiste. 
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 02BO 08:21, scad. 02/02/2017, pagata 2.29 Euro (supermercato, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 13 marzo 2015

De Molen Heen & Weer

Non mi capita molto spesso di bere De Molen, il birrificio fondato nel 2004 da Menno Oliver a a Bodegraven, Paesi Bassi, nel centro di un ipotetico triangolo che ha come vertici Amsterdam, Utrecht e Rotterdam; quando l’ho incontrato alla spina, le bevute sono state tutte più o meno soddisfacenti.
Non posso dire lo stesso per le bottiglie; ripercorrendo a ritroso l’elenco di De Molen sul blog, devo risalire sino al 2011 per registrare le positive Op & Top, Lente Hop ed Amerikaans ma dopo di loro ci sono stati sempre dei problemi più o meno evidenti. Solo discreta la Super Charged Saison realizzata con Hoppin Frog (lotto 2012), godibile ma con gushing e bollicine in abbondanza la Triple Stout SSS (lotto 17/02/2010), disastrosa invece la Rasputin imbottigliata il 13/09/2012.
Faccio un nuovo tentativo con una bottiglia, questa volta del 2014. Si tratta di una Tripel chiamata Heen & Weer che significa semplicemente “avanti e indietro”; il birrificio olandese non è mai stato particolarmente brillante nella scelta dei nomi delle proprie birre, il che può essere anche comprensibile quando se ne sfornano diverse centinaia.
Ma nel caso di questa birra la scelta – o per lo meno la sua motivazione – è abbastanza risibile e forse non era il caso di riverlarla. Cito testualmente: “il nostro birrificio è diviso in due. Ad un’estremità del centro del paese ci sono il birrificio ed il ristorante, mentre dalla parte opposta si trovano due edifici che utilizziamo come magazzino e deposito. Qui è dove le nostre birre fermentano e maturano e vengono conservate sino al momento della spedizione in giro per il mondo. Dopo aver prodotto la birra, i fermentatori pieni vengono portati dal birrificio al magazzino con un muletto. E i fermentatori vuoti vengono riportati al birrificio. Quindi andiamo continuamente “avanti e indietro” con le birre”.
Heen & Weer, quindi, una Abbey Tripel speziata con coriandolo e luppolata con Premiant e Saaz che si presenta di colore ambrato opaco piuttosto carico, con qualche venatura ramata; la schiuma ocra è compatta e cremosa ed ha una buona persistenza. Al naso, piuttosto dolce, banana matura, ciliegia, zucchero caramellato, miele e biscotto; in sottofondo c’è la speziatura di coriandolo e alcuni sentori che ricordano quasi una torta all’arancia. C’è anche però una leggera presenza di verdure cotte.  Al palato arriva un po’ troppo carente di bollicine per lo stile; il corpo è medio e la consistenza oleosa. Il gusto è sciropposo e molto dolce, con canditi, miele, uvetta che dominano la base maltata di biscotto e leggero caramello; la bevuta non è particolarmente impegnativa e l’alccol (9.2%) è molto ben controllato ma fallisce nell’asciugare almeno in parte la deriva dolciona che caratterizza questa Tripel. Inutile anche il timido amaro erbaceo finale, non particolarmente raffinato:  ne viene fuori una birra stucchevole, e troppo poco attenuata, opulente ma un po’ cafona, poco elegante, per nulla vivace (carbonata) e non particolarmente pulita. Devo purtroppo registrare un’altra mezza delusione in bottiglia, signor De Molen.
Formato: 33 cl., alc.  9.2%, IBU 42, imbott. 19/02/2014, scad. 19/02/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 30 novembre 2014

Pleine Lune Triple

Anche in Francia - con le dovute proporzioni - è in atto una piccola craft beer revolution. Di microbirrifici la Francia ne ha sempre avuti, ma le loro produzioni non andavano oltre la classica offerta "blanche/bionda/ambrata/scura" con risultati, tranne che in pochissimi casi, ben lontani dall'eccellenza. Da qualche anno anche i microbirrifici francesi hanno scoperto (a voi decidere se sia un bene o un male…) le APA e le IPA, le Imperial Stout, i luppoli americani, soprattutto. Sembra un po' di rivedere quanto accadde in Italia quattro-cinque anni fa: spuntano nuovi produttori, con passione e voglia di fare. La costanza produttiva e la qualità invece sono ancora abbastanza altalenanti e - ripetendo quanto detto prima -ben lontane dell'eccellenza; chi segue il blog con regolarità avrà avuto occasione di leggerlo. 
Diamo tempo al movimento francese, e chissà che tra qualche anno non ci regali qualche grande soddisfazione. Per il momento, si vede già qualche effetto positivo che consiste nell'ampliamento dell'offerta: se fino a qualche anno fa Parigi era una specie di deserto birrario (vi bastavano le dita di una mano per elencare i posti meritevoli di essere segnalati), adesso la situazione è profondamente cambiata: si aprono beershops, bar con una buona selezione di birre, e, prossimamente, anche un birrificio dove potrete portare la vostra ricetta e produrre la vostra birra. Beer firm? In Italia ne sappiamo qualcosa.
Vi ho già presentato la Brasserie Artisanale de la Pleine Lune in questa occasione: taglio corto, quindi, e passo alla quarta birra di questo birrificio che si trova un centinaio di chilometri a sud di Lione. Dopo tre birre americaneggianti  (facili da fare, in teoria) e non particolarmente entusiasmanti, ecco la prova del Belgio: una triple. Prova superata? No.
Colore arancio carico opaco, con riflessi ambrati; la schiuma è biancastra, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Naso molto dolce, con caramello, canditi e - soprattutto - molta marmellata d'arancia; il bouquet si completa con sentori di zucchero candito, qualche sfumatura floreale ma anche di cartone bagnato. Al palato s'avverte subito la mancanza di qualche bollicina in più che avrebbe senz'altro aiutato a smussare un po' il dolce di questa Tripel/Triple. Il corpo è medio-pieno, e fortunatamente il gusto è meno dolce di quanto l'aroma facesse immaginare: su una base di biscotto e di caramello sale in cattedra l'alcool, mentre gli attesi canditi e frutti a pasta gialla vengono rilegati in secondo piano. L'alcool potrebbe avere la funzione positiva di "asciugare" il dolce della birra, ma in questo bicchiere ce n'è davvero troppo, ed il gusto ne risente in maniera negativa. Finisce con un'inattesa secchezza ed una lieve astringenza, ma sopratutto con un finale troppo acquoso per una birra dal contenuto alcolico importante. Bevuta che non raggiunge la sufficienza, birra poco gradevole e slegata e tanto lavoro ancora da fare.
Formato: 33 cl, alc. 8.3%, scad. 28/12/2018, pagata 3.90 Euro (beershop, Francia).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 7 ottobre 2014

Reinaert Tripel

Oggi dici “De Proef” e la mente corre subito alle beerfirm/brewfirm, a quelle centinaia di birrai (o di commissionanti) senza impianti che ogni anno si rivolgono a questo birrificio belga per produrre la propria birra. Difficile tenere il conto di quante ne vengono prodotte, nel 2010 c’erano in funzione due impianti (dell’italiana Velo) ciascuno dei quali consentiva di produrre dalle tre e alle cinque cotte per giorno. Nella sesta edizione della Good Beer Guide Belgium (2009), Tim Webb arrivò a contare almeno 1200 diverse produzioni commerciali realizzate da De Proef, ammettendo anche di aver poi smesso di catalogarle. Credo che il numero sia drasticamente aumentato, da allora.
Difficile anche reperire molte informazioni in Internet; il birrificio non è visibile se non dopo una lunga attesa (ed un lungo corteggiamento) ed il fondatore Dirk Naudts non rilascia molte interviste. Esperto birraio, Dirk ha svolto in precedenza l’attività di importatore/esportatore di birre belghe ed ha insegnato (propagazione dei lieviti) per oltre un decennio al KAHO di  Sint-Lieven, nei dintorni di Gent. Nel suo passato anche un’esperienza triennale come birraio alla Brouwerij Roman di Oudenaarde. Nel 1996 fonda la De Proef Brouwerij, partendo con un impianto da soli dieci ettolitri: il nome scelto (Proef) può indicare sia “prova”, “assaggio” che “gusto”: la propria mission non è affatto un mistero ed il sito internet lo dichiara subito:  “the “proef” brewery is specifically equipped for the development and production of beers for third parties”.  A loro si possono (o meglio, si potevano un tempo) rivolgere tutti, birrai privi di impianto con o senza le proprie ricette, birrifici che vogliono effettuare degli esperimenti su piccola scala o che hanno momentanei problemi di capacità produttiva, semplici privati che hanno voglia e disponibilità economica di farsi fare una birra per poi magari regalarla ad amici e parenti. Ma De Proef è anche un “laboratorio produttivo” per gli studenti della scuola per mastri birrai di Gent.  
Negli ultimi anni le cose sono probabilmente cambiate e,  per farsi produrre una birra da De Proef, oggi c’è probabilmente una lunga lista d'attesa: è noto che una gran parte della produzione di Mikkeller (ed anche To Øl) avvenga da De Proef, dove tra l’altro lo “gipsy brewer” danese ha anche depositato in pianta stabile diverse botti in legno. Nell’unica intervista che ho trovato disponibile in rete,  Dirk Naudts ammette che lavorare con così tanti birrai “ospiti” ha contribuito ad ampliare enormemente la sua conoscenza e la sua esperienza: “IPA, Porter e  Stouts non sono coì popolari in Belgio, e quindi trovarmi a doverle produrre è sempre una cosa molto interessante per me”. Condizione fondamentale, e perseguita quasi maniacalmente da De Proef, è la pulizia:  “quando hai dei brettanomiceti in un fermentatore ed una pils ceca in quello accanto, devi stare molto, molto attento”, sottolinea Naudts.   
Ma De Proef non produce solamente per conto terzi. Ha anche un proprio marchio, Reinaert, che viene commercializzato dalla società “parallela” Andelot. Sono quattro le birre stabilmente prodotte, una Amber, una strong dark ale chiamata Grand Cru, una Flemish Wild Ale (chiamata anche Flemish Primitive) un una Tripel che andiamo ad assaggiare. Una piccola curiosità: Tim Webb e Joris Pattyn la includono nel loro libro 100 Belgian Beers To Try Before You Die, pur ammettendo di essere in disaccordo sulla scelta. Favorevole Tim Webb, contrario Pattyn che la considera solo "una delle tante Tripel di fattura industriale".
Molto semplice e non particolarmente attraente l'etichetta, che però presenta l'interessante (e condivisibile!) motto Drink matig maar regelmatig, ovvero "bevi moderatamente ma regolarmente". Una birra al giorno, insomma.  La Reinaert Tripel è di colore arancio, velato, con un bel cappello di schiuma bianca, croccante e pannosa, molto persistente. L'aroma è speziato, avverto qualche traccia di coriandolo, pepe e di noce moscata, ma soprattutto polpa d'arancia, marmellata d'arancia amara, zucchero a velo, qualche sentore di pasticceria. Gradevole in bocca, con un corpo medio ed una decisa carbonazione: il gusto apre con note di biscotto e di brioche, arancia candita, pesca sciroppata. La marcata dolcezza viene ben stemperata dalle vivaci bollicine, l'alcool (9%) è magistralmente nascosto ed è solo a fine bevuta che si avverte un morbido tepore etilico. C'è anche una leggera nota amaricante vegetale che aiuta a bilanciare una bevuta piuttosto dolce che non si rivela attenuata quanto una Westmalle, tanto per darvi un paragone. La birra è comunque pulita e ben fatta, molto gradevole: l'esecuzione dello spartito (ricetta) risulta tuttavia un po' fredda e meccanica e, pur facendosi apprezzare, strappa l'applauso senza però arrivare a toccare le corde del cuore.
Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto non riportato, scad. 25/06/2015.