Visualizzazione post con etichetta To Øl. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta To Øl. Mostra tutti i post

sabato 29 dicembre 2018

To Øl Jule Mælk

Per la seconda e ultima birra del Natale 2018 andiamo in Danimarca da To Øl, beerfirm e ora parzialmente birrificio (grazie al brewpub Brus di Copenhagen) fondata dai due allievi di Mikkeller,  Tobias Emil Jensen e Tore Gynther; al timone è rimasto oggi solamente quest'ultimo, aiutato dagli investimenti portati da altri soci che nel 2017 hanno rilevato la quota di Jensen.  
To Øl, come molti altri birrifici danesi, mantiene viva la tradizione delle birre natalizie con un'offerta piuttosto ampia. Per il 2018 sono state realizzate 1 Ton of Christmas (8,1% Berliner Weisse con ciliegie, prugne e ribes rosse),  3Xmas (4,7% Triple Dry Hopped IPA), Blizzard (In A Beer Mug - 6,0% Winter Wheat IPA),  Frost Bite (6,0% Pale Ale
con scorza d'arancia e aghi di pino)  Fuck Art – Winter Is Coming (8,0% Tripel con cardamomo, coriandolo e scorza d'arancia), My Honningkage Is Bigger Than Yours (12,3% Barley Wine speziato con zenzero, cannella, cardamomo e noce moscata),  Santa Gose F&#%! It All (4,0% Gose con frutto della passione, guaiava e mango), Santa’s Secret: Mochaccino Messiah Double Shot (8,0% Brown Ale con  caffè, cannella e cardamomo), Santastique 2018 (4,7% Belgian Wit Ale con brettanomiceti), Shameless Santa 2018 (10,5% Belgian Ale con cannella, anice stellato, cardamomo e liquirizia),  Snowball (8,0 % Saison).
E se tutto questo non vi basta potete sempre riscaldare le fredde serata di dicembre con l'ammiraglia della casa, la potente (15%) imperial stout chiamata Jule Mælk, "il latte di Natale". Oltre alla versione "standard"  ne esistono ovviamente diverse varianti barricate: Cognac, Islay Whisky, Rum e Tequila quelle commercializzate sino ad ora, ma ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna.

La birra.
Niente spezie (fortunatamente, aggiungo io) nella ricetta di questa massiccia Imperial Stout che oltre al lattosio vede un ricco parterre di malti (Chocolate, Dark Crystal, Melanoidin, Pale, Roasted Barley, Smoked e Special B), zucchero Cassonade, luppoli Sorachi Ace, Tettnanger e Tomohawk. "In Danimarca amiamo le birre di Natale e passiamo la maggior parte del mese di dicembre a bere birre di Natale in accompagnamento all'anatra grassa, all'arrosto di maiale, al cavolo rosso e all'aringa marinata in aceto".
Nel bicchiere è minacciosamente nera con un'imponente testa di schiuma cremosa, compatta e dall'ottima persistenza: viene quasi voglia di mangiarla con un cucchiaino. Purtroppo l'aroma, poco intenso e confuso, è inversamente proporzionale alla bellezza estetica: emerge il dolce della melassa e dello zucchero caramellato, in sottofondo una curiosa nota aspra richiama la marasca. Le montagne russe ci riportano in alto quando la birra tocca il palato: corpo pieno, poche bollicine, mouthfeel oleoso, viscoso ma incredibilmente morbido, come una carezza che non ti aspetteresti da una birra da 15 gradi. Il gusto non è un inno alla pulizia ed alla precisione ma è un piccolo passo in avanti rispetto alla pochezza aromatica. Caramello, melassa, liquirizia dolce, prugna e uvetta sotto spirito e di nuovo un ricordo aspro di marasca; in secondo piano spunta il dolce del lattosio e del cioccolato. Non c'è nessun accenno di tostato e di torrefatto, la bevuta è dolce ma non stucchevole grazie all'intervento dell'alcool che riesce quasi ad asciugare il palato dai residui zuccherini. La componente etilica è evidente in ogni istante della bevuta, ma non è questo il problema principale del "latte di Natale" di To Øl: quello che colpisce maggiormente è la sua scarsa definizione e la mancanza di profondità. Un agglomerato dolce, confuso e difficile da decifrare, che non fa venire molta voglia di festeggiare: gradevole in piccolissime dosi e per pochissimi minuti.
Formato 37.5 cl., alc. 15%, scad. 30/08/2027, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 30 ottobre 2018

Mikkeller Årh Hvad?! & To Øl Fuck Art - This is Architecture


Potrei iniziare chiamando in causa “La guerra dei Cloni”, noto concorso per homebrewers che si tiene nel luglio di ogni anno al birrificio Baladin di Piozzo: i concorrenti devono presentare una birra ispirata ad una precisa produzione commerciale e replicarla il più fedelmente possibile.  Clonazioni, tributi, emulazioni: c’è una birra belga che in questo campo forse non ha eguali. Parliamo di quella, l’unica, prodotta dietro le mura dell’Abbazia di Notre-Dame d’Orval: non si contano gli homebrewers ed i birrai che hanno cercato di replicare il “goût d'Orval”. AI brettanomiceti, inoculati al momento dell’imbottigliamento, il compito di modificarlo nel corso degli anni: alla vostra preferenza la scelta di berla giovane o dopo qualche anno di cantina.
Mikkeller, birraio zingaro e con qualche dimora fissa tra Stati Uniti ed Europa, non ha mai nascosto il suo amore per l’Orval  (6.2%) e a lei si è ispirato in più di un’occasione, a partire da un clone del 2007  per arrivare alle più famose It’s Alive (8%) e soprattutto Årh Hvad?! (6.8%). Ed è stata proprio quest’ultima, distribuita per un periodo del 2015 anche nei supermercati belgi Delhaize, ad avergli creato qualche grattacapo non tanto per la birra ma per aver replicato in etichetta il logo esagonale dell’International Trappist Association sostituendo la scritta “authentic trappist product” con  “authentic mikkeller product”. Le minacce dei frati convinsero Mikkeller a cambiare il nome della birra da Årh Hvad?!  (“che cosa?” in danese) a Hva Såå?! (“e allora”?) rimuovendo il clone del logo trappista; da quanto capisco la birra è poi tornata a chiamarsi Årh Hvad?!, parole che pronunciate in danese suonano come “Or-val”. Le due birre sono poi state commercializzate anche in diverse edizioni barricate: Chardonnay, Grand Marnier, Sauternes a Saint-Emilio.

Le birre.
Malto Pale, una piccola percentuale di Caramello, luppoli Hallertauer Hallerau (Germania), Strisselspalt (Alsazia) e Styrian Golding (Slovenia): questo è quello che i frati rivelano sulle ricetta della Orval originale. Della  Årh Hvad?! di Mikkeller ne sappiamo ancora meno, se non che nel corso della sua produzione viene luppolata quattro volte con luppolo Styrian Goldings. A tre anni dalla messa in bottiglia si presenta di color ambrato con riflessi ramati e dorati: la generosa schiuma pannosa è abbastanza compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma si apre con una poco gradevole nota di solvente e di medicinale, alla quale fanno seguito i tipici odori dei brettanomiceti: cuoio, muffa, cantina. L’inizio non è dei migliori e il gusto si risolleva solo in parte dal baratro: la partenza è dolce di caramello, biscotto e una componente fruttata non ben identificata: fin qui la luce, poi arriva il buio di un’ondata amara, medicinale e terrosa, abbastanza sgradevole alla quale s’accompagnano note di plastica bruciata e medicinale.  Birra che è invecchiata davvero male e che era meglio aver bevuto da giovane.

Discepoli del loro ex-professore al liceo Mikkel Borg Bjergsø, Tobias Emil Jensen e Tore Gynth hanno seguito su scala minore le orme di Mikkeller mettendo in piedi prima la  beerfirm To Øl e poi il brewpub BRUS a Copenhagen; Jensen ha di recente abbandonato la nave che è ora guidata dal solo Tore Gynth. To Øl ha dedicato alla tradizione belga la serie di birre chiamata “Fuck Art”, nella quale non poteva certamente mancare un tributo all’Orval, nello specifico chiamato This is Architecture (5%) . Il riferimento non è tuttavia esplicito e To Øl parla solo di una Farmhouse Pale Ale brettata e rinfrescante.  In etichetta c’è il Ryugyong Hotel, grattacielo di 105 piani ubicato a Pyongyang, Corea del Nord: niente di più lontano dalla tranquilla campagna belga e dai boschi che circondano l’abbazia d’Orval.  Il motivo della scelta è che “la birra è minimalista come il grattacielo”. La sua ricetta include malti Cara Pils, Pilsner, Melanoidin, fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Simcoe e Tettnanger. Siamo dunque molto lontani dalla Orval ma, come vedremo, il risultato è molto più fedele all’originale di quello ottenuto da Mikkeller; anche questa bottiglia è datata 2015 e anche lei è stata prodotta da De Proef in Belgio. 
Il suo colore è oro antico, con riflessi ramati,  l’esuberante schiuma pannosa sembra quasi indistruttibile. Al naso ci sono gradevoli profumi floreali, qualche accenno di ananas e limone, un tocco rustico di paglia e di cuoio. Al palato è vivacemente carbonata, ruspante e scorre con ottima facilità:  note biscottate e caramellate introducono un fruttato dolce che ricorda la polpa dell’arancia subito incalzato dal funky dei brettanomiceti: la chiusura è abbastanza secca e l’amaro terroso è un appena disturbato da una leggera presenza medicinale e di solvente, sebbene in quantità irrisorie rispetto alla Årh Hvad. Nel bicchiere non ci sono le emozioni delle migliori bottiglie d’Orval ma la birra è piacevole e facile da bere e s’intravede a tratti il gusto d’Orval:  in questo caso gli allievi  To Øl hanno sicuramente superato il maestro Mikkeller  ma lei, “la birra della trota con l’anello in bocca”, è ancora là, inarrivabile.
Nel dettaglio:
Mikkeller Årh Hvad?!, 33 cl., alc. 6,8%, scad. 04/03/2025, pagata 1,99 € (supermercato, Belgio)
To Øl Fuck Art - This is Architecture, 33 cl., alc. 5%, scad. 05/05/2020, pagata 4,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 ottobre 2017

Mikkeller Monks Elixir 2013 vs. To Øl Fuck Art - This is Advertising 2013

Il maestro (Mikkel Borg Bjergsø) e gli allievi (Tobias Emil Jensen e Tore Gynth):  un rapporto iniziato nel 2005 quando i due ragazzi, allora sedicenni, si ritrovarono Borg Bjergsø come insegnante di matematica e fisica e, previa autorizzazione, utilizzarono tutti insieme la cucina scolastica per fare i loro esperimenti di homebrewing. Borg Bjergsø in quello stesso anno lasciò la vita accademica per dedicarsi alla birra a tempo pieno aprendo la beerfirm Mikkeller: Jensen e Gynth lo seguirono con qualche anno di ritardo, nel 2010, con la beer firm To Øl che debuttò realizzando una birra collaborativa proprio con l’ex professore, la  Overall IIPA.
In questi sette anni le carriere delle due beerfirm hanno avuto un percorso simile, sebbene quella di Mikkeller sia cresciuta di più e più in fretta, guardando soprattutto al di fuori dei confini europei. Nel nostro continente entrambi hanno prodotto la maggioranza delle proprie birre in Belgio da De Proef, entrambi ora hanno un brewpub a Copenhagen (Warpigs per Mikkeller, BRUS per To Øl) e un webshop sul quale vendono merchandising, birre proprie e di birrifici “amici”, entrambi hanno iniziato ad utilizzare il formato lattina. Mikkeller e To Øl hanno poi diversi interessi in comune, tra i quali il Mikkeller & friends  (locale +  Bottle Shop)  a Copenhagen. Lo scorso anno Tobias Emil Jensen ha abbandonato To Øl per dedicarsi ad altri non specificati progetti. 

Le birre.
Che i sopracitati protagonisti amino il Belgio non è un segreto:  Mikkeller da sempre mette la Orval in cima alle sue preferenze e ha realizzato diverse birre ispirandosi a lei. To Øl ha lanciato qualche anno fa la serie “Fuck Art”  nella quale la tradizione belga viene rivisitata in chiave moderna. 
Mettiamo allora a confronto due di queste birre, entrambe prodotte in Belgio da De Proef nel 2013; due “quadrpuel” (o “belgian strong ales”, se preferite) che guardano a due classici trappisti senza tempo: Rochefort 10 e Westvleteren 12.  
Mikkeller propone la sua Monks Elixir (10%), rinominata per il mercato americano (e credo ormai anche per quello europeo) Monk’s Brew, con una differente etichetta. To Øl risponde con meno romanticismo cancellando qualsiasi legame con il mondo monastico: Fuck Art - This is Advertising (11.3%)  è il nome scelto.  Curioso come il contenuto alcolico delle loro due quadrupel – quasi a non volersi far concorrenza -  rifletta quello delle due grandi trappiste Westvleteren (10.2%) e Rochefort (11.3%). 
All’aspetto entrambe si vestono con la classica tonaca di frate, ma la To Øl è molto più torbida; la sua schiuma è perfettamente cremosa con compattezza e finezza superiori a quella di Mikkeller. L’aroma della Monks Elixir è pulito, ricco e complesso, molto intenso: pera, uvetta, datteri e fichi, accenni di ciliegia, amaretto, biscotto al burro, mela al forno e marzapane, una sorta di dessert leggermente speziato e bagnato nell’alcool.  La This is Advertising si muove sullo stesso percorso ma lo fa con minor pulizia e finezza, mettendo la componente etilica in primo piano: anche gli esteri fruttati (uvetta e datteri, pera) rimangono nelle retrovie lasciando spazio a zucchero candito e biscotto, spezie, marzapane.  Per quel che riguarda il mouthfeel è di nuovo la Monks Elixir a farsi preferire: corpo medio, bollicine ancora vivaci dopo quattro anni di cantina, e una buona scorrevolezza la palato; molto più “ingombrante“ risulta invece la quadrupel di To Øl, pastosa, a tratti al confine del masticabile.
Entrambe le birre danno comunque il meglio di sé al naso, offrendo un gusto molto meno espressivo e ricco: se la cava sicuramente meglio la Monks Elixir, dolce di caramello e biscotto, uvetta e  datteri, una delicata speziatura. Il dolce è ben asciugato dal alcool e da un'ottima attenuazione; termina con una lunga scia calda di frutta sotto spirito. This is Advertising gioca la sua partita sul canovaccio biscotto, caramello e pasticceria, zucchero candito, un tocco di spezie: non ci sono quasi esteri fruttati, la componente etilica è molto in evidenza e a tratti quasi brucia, rallentando la bevuta. Nel finale spunta anche una nota americante terrosa, completamente assente nella quadrupel di Mikkeller. 
La "sfida" viene vinta in scioltezza dalla Monks Elixir: il livello non è quello delle grandi trappiste ma si tratta di una quadrupel puilta e ben fatta che tiene sotto controllo la componente etilica mostrando almeno un paio di gradi in meno di quelli dichiarati. Delude l'interpretazione di To Øl, una bomba maltata e zuccherata, abbastanza ben attenuata ma assai poco caratterizzata dal lievito. L'alcool non viene supportato da un'adeguata complessità e la noia aleggia sul bordo del bicchiere. 
Nel dettaglio:
Monks Elixir, formato 33 cl., alc. 10%, scad. 22/11/2018
Fuck Art - This is Advertising, formato 33 cl., alc. 11.3%, scad. 17/04/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 21 agosto 2015

To Øl Sesson

A febbraio 2014 la beerfirm danese  To Øl (la loro storia la trovate qui) annuncia la nascita della loro Session Series: la serie altro non fa che cavalcare la moda attuale della "sessionabilità", diametralmente opposta a quella dell'"imperializzazione" che invece dilagava qualche anno fa. Si parte con tre birre che - a guardarci bene - più che delle innovative "session" non sono altro che birre leggere per definizione: l'APA Sofia King Pale (4.7%), la Hope Love Pils (4.5%) e la Cloud 9 Wit (4.6%).  Insomma, sbandierare come "session" una Pils è un po' come gridare di aver scoperto l'acqua calda.
Le etichette, come spiegano i danesi, sono state volutamente semplificate da Kasper Ledet, il loro grafico di fiducia, per trasmettere anche visivamente la "facilità" di fruizione di queste birre. Ampio spazio ai caratteri Gill Sans ed immagini quasi ridotte al minimo. 
Alle tre "session" iniziali se ne aggiunge più tardi una quarta chiamata "Sesson", una parola che fonde al suo interno "session" e "saison". Anche qui ci sarebbe qualcosa da dire su come sia ridondante specificare "session saison"; sappiamo che le Saison erano le birre che nel diciannovesimo secolo erano prodotte alla fine della stagione fredda e destinate ad essere poi bevute in estate, durante il duro lavoro estivo nei campi, in quanto più sicure e salubri dell'acqua che era spesso portatrice di malattie ed infezioni. In assenza della refrigerazione, per farle "durare" qualche mese più del solito venivano abbondantemente luppolate ed anche il contenuto alcolico era leggermente superiore alla norma; bisogna però considerare che a quel tempo una birra dal contenuto alcolico in percentuale del 4% era già considerata "forte". 
Come inoltre fa notare Phil Markowski nel libro Farmhouse Ales, è probabile che sino alla prima guerra mondiale coesistessero almeno due tipi di "saison". Quelle che venivano bevute di giorno nei campi, per dissetarsi e rinfrescarsi durante il lavoro, con un contenuto alcolico normalmente inferiore al 2.5% e quelle di qualità "superiore" (ovvero più alcoliche) che venivano bevute al termine della giornata lavorativa. 
La Sesson di To Øl vede un dry-hopping di Vic Secret (Australia) ed Amarillo; nessuna novità neppure qui, visto che era pratica diffusa (stiamo sempre parlando del secolo XIX) praticare il dry-hopping dei cask per "ringiovanire" queste birre prodotte qualche mese addietro prima di essere spedite al consumatore. 
Nel bicchiere arriva di colore oro pallido, leggermente velato e con un abbondante cappello di schiuma bianca e pannosa, dall'ottima persistenza. L'aroma vede gli agrumi in primo piano (lime, limone, mandarino e arancia) seguiti da sentori floreali, un accenno dolce di frutta tropicale e rustico di paglia; c'è anche la leggerissima acidità donata dal frumento, per un aroma pulito e ancora discretamente fresco. La "sessionabilità" viene perseguita al palato soprattutto attraverso la leggerezza del corpo e la consistenza acquosa, con un'impeccabile scorrevolezza ed una vivace carbonazione; ne soffre un po' l'intensità dei sapori. Leggero imbocco di crackers e di miele, il dolce della polpa d'arancia e qualche suggestione di canditi per un finale che arriva piuttosto in anticipo, con un amaro pulito e gradevole composto da note erbacee e di scorza d'agrumi. La secchezza è quella giusta, assicurando un ottimo potere dissetante e rinfrescante che - raffreddando il palato - dimentica però di scaldare il cuore. Birra molto pulita e "perfettina", eseguita con precisione chirurgica dal fido De Proef a scapito di quelle imperfezioni "rustiche" spesso responsabili di quelle emozioni che le grandi Saison riescono a dare. 
L'importatore italiano la definisce curiosamente un tributo alla Saison Dupont Cuvéé Dry Hopping; non so se questa informazione sia arrivata direttamente dal produttore, ma andiamoci piano ad avvicinare irrispettosamente il profano al sacro.
Formato: 33 cl., alc. 4.6%, scad. 30/03/2017, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 24 aprile 2015

To Øl Yeastus Christus


Ammetto  che mi sarebbe piaciuto assaggiarle tutte e tre assieme, queste birre della beerfirm danese To Øl, per fare un po’ il giochino del “trova la differenza”.  Tre Saison o Farmhouse Ales, come va un po’ di moda chiamarle adesso, tutte abbondantemente luppolate e tutte rifermentate in bottiglia con i Bretta(nomiceti) che vanno altrettanto di moda adesso: Snowball Saison 8%, Sans Frontière 7% e Yeastus Christus 7.4%. Il caso ha voluto che le assaggiassi a distanza di parecchio tempo, rendendo quindi impossibile un (malizioso) confronto: rimane solo in me il ricordo di tre birre “molto simili” tra di loro, assecondando le strategie di marketing di To Øl. Novità, novità e novità, poco importa se ciò significa solo leggere variazioni della stessa ricetta. 
Veniamo dunque alla novità, almeno per quel che mi riguarda, visto che questa Yeastus Christus ha in realtà debuttato nell’estate del 2013, vestita da un’etichetta (de gustibus) che racconta frammenti della vita di Cristo e realizzata come al solito da Kasper Ledet.  Il birrificio la descrive “farcita di luppoli e batteri lattici. E’ vivo Gesù? Non lo sappiamo. Ha avuto dei discendenti che oggi sono ancora vivi) Non lo sappiamo. Ma siccome Dio ha creato ogni cosa, potete chiamare questa birra una collaborazione on Dio.” Di questa creazione quasi divina ne esiste anche una versione “SuperSour”, che viene invecchiata 9 mesi in botti ex-Chardonnay. 
Il colore si trova tra l’arancio ed il ramato, opaco: la schiuma che si forma è generosa e compatta, a trama fine e cremosa, color avorio, molto persistente. Al naso di questa “Farmhouse IPA“ prevale nettamente la luppolatura, azzerando completamente l’espressività del lievito saison. C’è in evidenza l’ananas (questo potrebbe provenire dai Brettanomiceti), parte di una piaciona, ruffiana e ricca macedonia che comprende melone retato, fragola, pesca, albicocca. Il gusto si muove sugli stessi binari, con una base maltata (biscotto) a sorreggere la generosa impalcatura fruttata (di nuovo ananas e melone, pesca, arancio) che in questo caso risulta anche zuccherina. Il dolce è comunque ben bilanciato dall’acidità, c’à una vivace carbonazione a movimentare la bevuta, che però risulta forse un pelino più pesante del dovuto; insomma, Yeastus Christus non ha la bevibilità assassina di un’altra Belgian Ale brettata ed ben luppolata come ad esempio la Orval. Il carattere rustico o “farmhouse” che dir si voglia arriva un po’ troppo tardi, a fine corsa, nell’amaro che chiude il percorso: un po’ terroso e ruvido, ma subito ingentilito dalla scorza del limone e dall'erbaceo ed impreziosito dal pepe. Una birra pulita al naso ed in bocca ma che si perde un po' nell'anonimato, anche all'interno dello stesso sterminato portfolio di To ØL, senza regalare grosse emozioni: di quelle  che se te le trovi nel bicchiere le bevi con gusto, ma che poi non le torni a cercare
Formato: 33 cl., alc. 7.4%, lotto non riportato, scad. 23/06/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 marzo 2015

To Øl Goliat Imperial Stout

Golia di Gat, il gigante più famoso di tutti i tempi e protagonista del celebre episodio narrato nell’Antico Testamento:  intorno all’anno 1000 a.C.,  l’esercito dei Filistei che combatteva contro Israele annoverava tra le sue file un invincibile guerriero, alto “sei cubiti e un palmo” (tre metri e mezzo circa) ed  armato di una  lancia con una punta del peso di cinque chili. Ogni giorno Golia lanciava la sua sfida agli israeliani: l’esito finale della guerra doveva essere deciso da una sfida “singola” tra di lui ed un campione dell’esercito nemico. Nessuno osò però accettare la proposta del gigante, sino all’arrivo del pastorello Davide.  Ancora troppo giovane per combattere nell’esercito del Re Saul, ma già in grado di difendere il proprio gregge da orsi, lupi ed altri predatori, egli chiese ugualmente di poter affrontare Golia; il Re, colpito da tanto coraggio, gli fornì elmo di bronzo, corazza e spada ma se le vede rifiutare. Davide preferì raccogliere cinque sassi in un torrente ed affrontare Golia con la propria fionda;  una volta trovatosi di fronte al gigante, fu rapidissimo nello scagliare un sasso contro la fronte di Golia che cadde al suolo tramortito. Davide gli sfilò la spada e lo uccise, decapitandolo: la sua testa fu portata in trionfo a Gerusalemme.
Goliat è anche il nome scelto dai danesi di To Øl  per una “gigantesca”, come la definiscono loro, Imperial Stout prodotta con malti scuri imprecisati, orzo tostato, zucchero bruno di canna (cassonade), fiocchi d’avena e caffè “gourmet” (sic). Etichetta abbastanza minimalista, un po’ in controtendenza a quelle solitamente utilizzate dalla beer-firm danese. L’enfasi è tutta sulla parola Goliat che giganteggia, per l’appunto, al centro della composizione grafica. 
Aspetto indubbiamente maestoso: assolutamente nera, con una sontuosa testa di schiuma marrone abbastanza compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è immediatamente “boozy” (etilico), ma superato questo primo scoglio si possono scoprire il caffè in grani, la liquirizia, lo zucchero candito, la frutta sotto spirito; più in secondo piano c’è qualche sentore di liquirizia e di tabacco. L’intensità è buona, mentre la finezza non è esattamente ai massimi livelli. Niente da eccepire invece per quel che riguarda la sensazione al palato: corpo pieno, poche bollicine, birra molto morbida e cremosa, quasi masticabile. Ne deriva una bevibilità chiaramente limitata: caffè, liquirizia, tostature intense, qualche nota di cioccolato amaro e di caramello leggermente bruciato; presente anche una lievissima nota salmastra, peraltro avvertibile, con più difficoltà, anche al naso. L’alcool (10.1%) non fa sconti, ed il sorseggiare si dilata nel tempo; il gusto non è particolarmente complesso ma in bocca c’è un buon livello di pulizia ed anche di eleganza. L’acidità del caffè alleggerisce per qualche attimo il palato, mentre il gusto relativamente semplice rende un po' meno sopportabile del previsto la presenza dell'alcool, che forse necessitava di essere affiancata da un po' più di elementi di contorno. Intenso e molto lungo il retrogusto: caffè, alcool, tostature ed un accenno di tabacco. 
Imperial Stout piuttosto impegnativa, indubbiamente buona e soddisfacente, ma - almeno nel mio caso - avara di emozioni: l'unica che fa ogni tanto capolino è la noia, anche se in proporzione assolutamente tollerabile.  Certo, ci si potrebbe anche quasi divertire a fare il gioco "trova le differenze" con quest'altra birra di To Øl bevuta qualche settimana fa; o semplicemente domandarsi se era davvero necessario avere due birre così simili nella propria gamma di prodotti. 
Formato: 37.5 cl., alc. 10.1%, scad. 10/01/2017, pagata 8.90 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 28 febbraio 2015

To Øl Fall of Man

Nuovo appuntamento con la beerfirm danese To Øl, ovvero Tobias Emil Jensen e Tore Gynther, allievi al liceo di Mikkel Borg Bjergsø, alias Mikkeller, che a quel tempo lavorava ancora come insegnante. Nel 2010 i due ragazzi danesi hanno deciso di seguire le orme del loro maestro, mettendo in piedi la loro beerfirm ed una partnership commerciale - con Mikkeller - dalle molteplici implicazioni.
Difficile pensare a dei nomi interessanti per le proprie birre, quando se ne producono a centinaia ed ogni anno si sfornano diverse novità; Fall of Man, "la caduta dell'uomo" è quello scelto per una massiccia Imperial Porter prodotta con caffè, cacao e vaniglia. Se qualcuno ancora fosse convinto che ci sia differenza tra Imperial Porter ed Imperial Stout, provi a bere questa birra e si toglierà anche l'ultimo dubbio.
L'etichetta a pelle di serpente disegnata dal fido Kasper Ledet dà un'indicazione abbastanza chiara su cosa ci sia dietro dal nome di questa birra: il riferimento alla biblica "caduta dell'uomo",  al serpente tentatore, che convince Eva a cibarsi del frutto proibito insinuando che lei ed Adamo meritavano di più del giardino dell'Eden: dovevano aspirare ad essere degli dei.
Facciamo piuttosto "cadere" la birra nel bicchiere: splendida, assolutamente nera, con una bella testa di schiuma beige, compatta e cremosa, molto persistente. 
Al naso troviamo caffè, cioccolato amaro, fruit cake e caffè in grani; in secondo piano sentori di cenere, liquirizia e vaniglia, alcool. Bene la pulizia, buona l'intensità, ottima la sensazione palatale, quella che vorrei sempre trovare in una Imperial Stout/porter: corpo pieno, poche bollicine, birra cremosa, vellutata e morbida, avvolgente. Il gusto è dominato dal caffè e dal torrefatto, con qualche "interferenza" di liquirizia, cioccolato e, in tono ancora minore, di vaniglia; c'è anche una leggera nota salmastra. Il finale è lunghissimo ed amaro di caffè, tostature e liquirizia, ma la pulizia non è tuttavia impeccabile. L'alcool (11.4%) si sente adeguatamente, dispensando un discreto calore - soprattutto nel retrogusto -  che non va mai sopra le righe; Fall Of Man è una Imperial Porter/Stout da sorseggiare lentamente in tutta tranquillità, per concludere la giornata con buona soddisfazione. La sua qualità migliore rimane senza dubbio il mouthfeel, quasi lussurioso; per il resto soffre un po' del "marchio di fabbrica" De Proef: birre ben fatte, (quasi) senza difetti, piacevoli da bere ma un po' carenti di anima. 
Formato: 33 cl., alc. 11.4%, lotto L1, scad. 15/04/2024, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 febbraio 2015

Buxton / To Øl Collateral Carnage

La prima collaborazione tra Buxton Brewery e la beerfirm danese To Øl risale a maggio 2013; Tobias Emil Jensen si reca una settimana in Inghilterra per alcune collaborazioni. Il punto di ritrovo è il pub Marble Arch di Manchester dove i birrai accettano l'ospitalità di Marble, birrificio inglese, per discutere davanti a qualche pinta di birra. Tobias è appena tornato da Magic Rock, dove ha realizzato una saison collaborativa chiamata The Juggler. 
Nel caso di Buxton, la collaborazione con To Øl porta un duplice risultato:  nascono la Collaboration Carnage (o Samarbejds Ødelæggelse, in danese) un'American IPA, e la Sky Mountain, una Berliner Weisse. 
Nel 2014 viene realizzata una nuova birra collaborativa o, per dirla con le parole dei birrai, un "effetto collaterale della Collaboration Carnage": nasce la muscolosa American Strong Ale chiamata Collateral Carnage.
All'aspetto è di un bell'ambrato carico, con riflessi ramati, leggermente velato; la schiuma color avorio è fine, cremosa e molto persistente. I tre mesi di vita della bottiglia si riflettono sull'aroma: ancora pungente e ben fresco, con una notevole intensità composta da aghi di pino ma soprattutto frutta: tropicale (mango, ananas, passion fruit), melone retato, pompelmo e pesca. In sottofondo ci sono anche lievi sentori di Big Babol, floreali e di marmellata d'agrumi.
Ottima la sensazione palatale: è una birra dal corpo pieno, con poche bollicine e molto morbida, forse un po' "ingombrante" in bocca ma stiamo comunque parlando di una birra muscolosa e parecchio alcolica (9.1%), che va sorseggiata. Gusto pulito e ben bilanciato, a partire dalla base maltata di biscotto e caramello molto ben integrata con il dolce della frutta  tropicale (mango e ananas) e, in maniera minore, dei canditi. La bevuta è però subito equilibrata da un amaro resinoso, "pizzichino", quasi balsamico, che morde subito ai lati della lingua; il livello di percezione dell'alcool è quello giusto: né troppo, né troppo poco, riscaldando quando serve, senza mai andare oltre le righe. Chiude discretamente secca, lasciando una lunga scia amara resinosa, intensa e elegante, ben spalleggiata da un discreto warming etilico di frutta sotto spirito.
Niente da eccepire su quanto c'è nel bicchiere: birra solida e pulita, molto ben fatta, che si sorseggia con buona soddisfazione e senza nessuna difficoltà. Non mi ha però trasmesso particolari emozioni, e non so che cosa aggiunga di nuovo al già ampio portfolio di Buxton e a quello, ancora più vasto, di To Øl: bevendola ho consapevolmente assecondato quella che sta diventano ormai la regola numero uno del marketing del mondo della "craft beer".  Far uscire sempre qualcosa di nuovo, one-shot, esperimenti, collaborazioni… perché sono ormai più quelli che corrono dietro alla novità di quelli che ritornano a bere regolarmente la stessa ottima birra. Io stesso mi rendo conto di essere dentro a questo circolo vizioso, in parte per via del blog: per lo meno questa è stata una buona bevuta.
Formato: 33 cl., alc. 9.1%, imbott. 18/11/2014, scad. 18/11/2015.

giovedì 25 dicembre 2014

To Øl Shameless Santa 2013

Nel vasto portfolio brassicolo della beerfirm danese To Øl non potevano certo mancare diverse proposte natalizie; ci sono i pesi "leggeri", come la saison invernale (?) Snowball  e una APA (Frost Bite) prodotta con aghi di pino e scorza d'arancio. E poi c'è il peso massimo Jule Mælk, una robustissima imperial stout (15%!).  A metà strada si colloca invece la birra natalizia che più delle altre guarda alla tradizione belga: una classica strong ale (Shameless Santa), disponibile anche in versione barricata con il nome di Shamelessly Barrel Aged. 
I due birrai zingari danesi la definiscono una Belgian Strong Red Ale, qualsiasi cosa ciò voglia dire: l'uso abbondante di malti caramellati (ecco il riferimento alle Red Ale) s'incontra con un lievito belga molto attenuante che, secondo le note dell'importatore italiano, viene fatto fermentare a 28-30°C per sviluppare note fruttate e speziate in abbondanza. La luppolatura è affidata a Mandarina e Calypso.  
Perché si chiama "il Babbo Natale spudorato"? Perché secondo To Øl non è assolutamente vero che a lui piaccia andare in giro a distribuire i regali; lui preferirebbe di gran lunga starsene comodo in poltrona, ad inzuppare il pane nella fondue ed a mangiare cioccolato sorseggiando (ovviamente) la Shameless Santa.
Edizione 2013, vestita tra l'ambrato ed il tonaca di frate, velato; testa di schiuma a trama fine, compatta e cremosa, color ocra, molto persistente. L'aroma apre con gradevoli sentori di pasticceria, di meringa e zucchero a velo, per poi passare alla frutta candita (cedro, arancio) e ad una delicata speziatura, dalla quale emerge il coriandolo. Completano il bouquet la marmellata d'arance ed il caramello. L'inizio abbastanza promettente non trova però adeguati riscontri in bocca, dove la birra è molto meno interessante: se la giocano caramello e canditi, supportati da un robusto warming di frutta sottospirito (uvetta). Rimane da annotare la presenza di zucchero candito e di una discreta acidità che, a fine corsa, alleggerisce un po' una birra abbastanza impegnativa, dal corpo medio e poco carbonata; chiude con un retrogusto piuttosto etilico, anche se morbido, che riscalda a colpi di frutta sotto spirito. Disponibile (al momento) solo nel generoso formato da 75 cl., la Shameless Santa si fa sorseggiare con discreta soddisfazione anche se la noia fa ogni tanto capolino dal bordo del bicchiere. Bene l'aroma, che richiama il periodo natalizio con i suoi dolci, meno emozionante il gusto che è comunque pulito e che riesce a bilanciare il suo dolce con una lieve acidità ed un robusto calore etilico.
Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto 2013, scad. 10/09/2018, pagata 16.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 18 ottobre 2014

To Øl/Mikkeller Ov-ral Wild Yeast IIPA

Dopo averli avuti come allievi al liceo, Mikkeller ha tenuto a battesimo l'esordio di Tobias Emil Jensen e Tore Gynth, alias To Øl, nel business della birra con una double IPA collaborative chiamata Overall IIPA. La birra del debutto ha poi due sequel: ad uno viene aggiunto del caffè (Sleep Over Coffee IIPA) e all'altro vengono aggiunti lieviti selvaggi (brettanomiceti) per la rifermentazione in bottiglia. 
Avevo parlato di Orval giusto ieri, con il tributo fattole da Toccalmatto e Prairie, e rieccomi ad affrontare il tema; questa Ov-ral Wild Yeast IIPA non rappresenta certo un tentativo di replicare la birra trappista, ma i due birrai zingari danesi non si sono fatti scappare l'occasione di giocare con le parole e trasformare l'Overall originale in una parola che richiama l'Orval e l'utilizzo dei brettanomiceti. Da notare che anche Mikkeller ha realizzato una birra-tributo all'Orval, chiamandola It's Alive.
La ricetta della Ov-ral IIPA prevede una generosa luppolatura di Simcoe, Centennial, Amarillo e, oltre ai malti non specificati, fiocchi di avena. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato, con sfumature ramate, opaco; impeccabile la schiuma, ocra, compatta e cremosa, fine, molto persistente. Il benvenuto è di frutta tropicale (ananas e mango) con pompelmo ed arancio; la pulizia è molto alta, l'intensità è buona mentre la freschezza non è purtroppo allo stesso livello e gli agrumi assumono la forma di una marmellata piuttosto che di un frutto appena aperto. 
L'alcool (10.5%) si fa sentire sin da subito, assieme a sentori di caramello e di biscotto. Ammetto di non amare particolarmente le birre in cui l'alcool alza troppo la testa (fatta eccezione forse per qualche Imperial Stout) e purtroppo in questa Ov-ral IIPA di alcool se ne sente davvero tanto. Visto il rimando all'Orval mi sarei aspettato per lo meno una Double IPA "subdola" dall'alcool molto ben nascosto che ti presenta il conto solamente alla fine del bicchiere. Ma qui la bevuta inizia invece in salita sin dai primi passi e procede piccoli sorsi, con note di biscotto, caramello e marmellata d'agrumi, qualche traccia di frutta tropicale ed un finale amaro abbastanza intenso, resinoso e terroso. La birra è solida, ben fatta, molto pulita e mette in mostra i muscoli a discapito della bevibilità, obbligando ad un lento sorseggiare che dopo un po' si trasforma in noia, visto che il gusto non offre una complessità tale da favorire la cosiddetta "meditazione" o contemplazione. Rimango abbastanza perplesso dall'utilizzo di lieviti selvaggi in una Double IPA (ed anche nelle IPA): i brettanomiceti hanno bisogno di tempo (mesi) per farsi notare mentre qualsiasi Double IPA andrebbe bevuta fresca. Non so che ceppo di Brettanomiceti sia stato usato ma, considerata l'assenza completa delle "puzze" tipiche dei "bretta" Lambicus e Bruxellensis, la mia ipotesi va in direzione dei Claussenii. Mi è sembrata comunque una birra abbastanza inutile, anche se ben fatta, dalla bevibilità davvero limitata e quindi la negazione della Orval stessa. Ma, in uno sterminato portfolio brassicolo come quello di To Øl e Mikkeller, qualche passo falso può anche capitare.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, scad. 09/07/2016, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

domenica 21 settembre 2014

Brewfist / To Øl Space Frontier

Collaborazioni, collaborazioni, collaborazioni: anno particolarmente intenso per il birrificio Brewfist di Codogno: Spaghetti Western con gli americani di Prairie, Beautifil & Strange con De Molen, MILD I'd like to drink con Ducato, Toccalmatto e De Molen, Space Frontier con la beerfirm danese To Øl.
Potete in generale guardare alle collaborazioni con occhio "puro", ossia come un'occasione per confrontarsi e scambiarsi opinioni ed esperienze tra i birrai; oppure potete alzare il sopracciglio con diffidenza, pensando soprattutto al marketing ed alla strategia di creare sempre birre nuove, per attirare l'attenzione dei beer geeks annunciando qualcosa di irripetibile, una "one shot" che spesso però viene poi puntualmente replicata. Il (mio) sopracciglio si alza però quasi automaticamente quando il risultato di una collaborazione è una (l'ennesima) India Pale Ale, quasi non ce ne fossero già abbastanza in giro; questo è quello che è scaturito da una serata "To Øl" al Terminal 1 di Brewfist, lo scorso gennaio
Per fortuna questa IPA porta almeno con sé un elemento inusuale, ovvero il mosto d'uva, che affianca il malto Pilsner, l'avena e la luppolatura di Citra e Mosaic; la birra prende il nome di Space Frontier, andando così idealmente a dare vita ad un nuovo episodio della saga delle "Frontier" di To ØL. La collaboration viene ovviamente presentata al Terminal 1 di Brewfist a Marzo 2014; si tratta quindi di una birra che ha circa sei mesi di vita alle spalle. 
Nel bicchiere è di un dorato molto pallido, velato, che dà forma ad una schiuma dalle dimensioni piuttosto modeste, bianca, cremosa ma molto poco persistente. L'aroma è ancora abbastanza fresco, con una bella pulizia che regala aspri sentori di lime, limone ed uva bianca, fiori bianchi e ribes bianco; l'unica dolcezza, alquanto in secondo piano, è quella degli agrumi canditi. Il suo biglietto da visita sembra essere quello di una birra estiva, particolarmente secca, molto rinfrescante e dissetante, ed il gusto non tradisce le aspettative: lievissima base di crackers, e poi anche in bocca converge sui binari del cedro, del limone, dell'uva bianca e del ribes con un timidissimo sottofondo dolce (suggestione di miele? frutta tropicale). Man mano che la birra si scalda l'asprezza viene un po' stemperata, dal limone/lime ci si sposta sul pompelmo; corpo medio, carbonata  e watery quanto basta, trova un bel compromesso tra morbidezza al palato e necessità di essere molto scorrevole. Finisce molto attenuata, con un retrogusto zesty che non lesina scorza d'agrumi gialli e una nota amara di nocciolo di pesca. Space Frontier potrebbe essere una birra spiccatamente adatta ai giorni più caldi dell'anno, pulita e ben fatta, profumata e rinfrescante, leggermente vinosa; tuttavia la sua decisa caratterizzazione (aspra, quasi acerba, estremamente fruttata) la rende molto accattivante ad un primo assaggio ma - almeno per quel che mi riguarda - non ne berrei un litro. Terminato l'effetto dissetante del primo bicchiere, che evapora con grande rapidità, le mie papille gustative sono ormai sature e vanno alla ricerca di qualcosa di più bilanciato con cui passare il resto della serata. Detto questo, se vi capita a portata di mano, è senz'altro una birra che merita di essere assaggiata.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 80, lotto 4153, scad. 30/04/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

giovedì 11 settembre 2014

To Øl Sans Frontière

Sono già sette i componenti della famiglia "Frontier" della beerfirm danese To Øl, che vi ho presentato qui. Forse diventa anche difficile inventarsi dei nuovi nomi, continuando a sfornare nuove birre in continuazione, e così l'idea della "serie" può venire in aiuto in caso di mancanza di creatività che comunque, almeno dal punto di vista linguistico, sembra ancora non mancare ai due allievi di Mikkeller. La saga inizia con la "semplice" IPA First Frontier (idealmente la prima birra di una serata), per poi passare alla Final Frontier, una muscolosa Double IPA. Ma sono arrivate anche la Space Frontier (in collaborazione con Brewfist), la Baltic Frontier (con olivello spinoso) e la Southern Frontier (una APA con aggiunta di mais). Le ultime due della famiglia "Frontier" rappresentano invece una deviazione dagli stili anglosassoni, entrando invece in territorio belga, dove peraltro la maggior parte di queste birre viene prodotta (De Proef). 
Ecco quindi due Sans Frontière, una "normale" ed una poi invecchiata in botte. Mi limito alla prima versione, una Belgian Ale generosamente luppolata con luppoli europei e poi rifermentata in bottiglia con (i modaioli) brettanomiceti. Il dubbio che hai con queste birre è sempre lo stesso: berle giovani, per meglio gustarne il profilo luppolato, o lasciarle in cantina per permettere ai brettanomiceti di "diventare adulti" e di far meglio sentire la voce? Costasse come un Orval, sarebbe giusto comprarne almeno un paio e fare entrambe le cose: ma il prezzo non rende molto economico l'esperimento, e questa volta scelgo di lasciarla in cantina per un anno circa. In etichetta una frase (Heaven knows no frontiers, and I see heaven in your eyes)  dalla canzone No Frontiers degli irlandesi The Corrs,  gruppo che ebbe un buon successo alla fine degli anni 90 grazie (anche? soprattutto?) all'aspetto estetico delle tre sorelle Corr.
Anyway..  all'aspetto questa Sans Frontière si presenta di color ambrato con sfumature ramate, con un cappello di schiuma ocra, un po' grossolana, cremosa e dalla media persistenza. Al naso c'è una leggera nota pepata, che introduce un bouquet di frutta secca, caramello, terra umida, marmellata d'agrumi e qualche lieve sentore floreale. L'ingresso in bocca è maltato (biscotto, frutta secca, caramello) seguito da note più dolci di marmellata d'agrumi; c'è una lieve acidità prima del finale amaro, di mandorla e di terra. L'idea di To Øl era quella di creare una Belgian Ale rustica grazie all'apporto dei brettanomiceti; la birra ha una buona intensità ma alla domanda "la ricompreresti ?", risponderei senz'altro di no. Il risultato più che rustico mi sembra un po' confuso: l'abbondante luppolatura ormai divenuta marmellata non si sposa benissimo con l'amaro terroso, e l'equilibrio che (immagino) la birra avesse da giovane è andato perduto senza poi mantenersi nel tempo. Probabilmente andava bevuta da giovane; i "bretta" ci saranno anche, non lo metto in dubbio, ma la loro presenza mi sa più di marketing che di sostanza. Se il risultato era quello di replicare una Orval, credo che non sia andato a buon fine.
Formato: 75 cl., alc. 7%, scad. 23/05/2017, pagata 10.00 Euro (beershop, Italia).

lunedì 19 maggio 2014

To Øl Black Ball Porter

To Øl numero sette, che viene ospitata sulle pagine del blog; la beerfirm danese ha ormai quasi raggiunto il maestro Mikkeller come diffusione nella nostra penisola, con birre che si trovano in tutti i beershop. Non intendo aggiungere altro fuoco sulla polemica birrifici vs. beerfirm che sta animando le discussioni brassicole di questi giorni sia in Italia che all'estero. Da consumatore preferisco concentrarmi su quello che è contenuto all'interno della bottiglia e, un volta che in etichetta viene data completa trasparenza sul luogo in cui la birra viene prodotta (senza dover per forza decifrare un codice accisa o una partita Iva e, aggiungo io, possibilmente indicando la data di imbottigliamento !), penso che sia la qualità del prodotto a fare la giusta selezione naturale, premiando i buoni produttori e, pian piano, sterminando i cattivi. Del resto, meglio una birra di ottimo livello prodotta da una beerfirm che una pessima birra prodotta da un birrfiicio vero e proprio. Ecco, magari, giusto per una questione di onestà verso i consumatori, se siete una beerfirm evitate di chiamarvi "Birrificio XX".
La porter di To Øl non brilla di originalità per il nome scelto: quante birre scure (porter o stout, se siete tra quelli che sostengono che ci sia differenza tra i due stili) richiamano la famosa palla da biliardo nera, numero otto?  Per lo meno i danesi hanno l'accortezza di non fotografarcela in etichetta, facendo una scelta più minimale e richiamando il biliardo solamente per la forma della "cornice" che circonda il nome della birra e che rappresenta il perimetro di un tavolo da biliardo. 
L'etichetta non riporta il luogo dove la birra viene prodotta, ma è il sito ufficiale della beerfirm a dichiararlo: si tratta del fido De Proef, in Belgio; la ricetta di questa "hoppy porter" prevede malti affumicati, chocolate, cara munich e brown, fiocchi d'avena, zucchero di canna (cassonade) ed un mix di luppoli che non viene rivelato. Nel bicchiere è perfetta e maestosa, di colore praticamente nero, con una crema di schiuma compatta e soffice, beige, molto persistente. L'aroma non è particolarmente complesso ma è molto pulito ed elegante, soprattutto per quel che riguarda i profumi di caffè in grani; a corollario ci sono orzo tostato, leggerissime note di cioccolato e di cenere. Il biglietto da visita (l'aspetto visivo) trova piena corrispondenza in bocca: è una (robust) porter cremosa e vellutata, dal corpo medio e molto poco carbonata. La scorrevolezza è indubbiamente un po' sacrificata a favore di una morbidezza davvero godibilissima; grande intensità nel gusto, con abbondanza di tostature e di caffè, cioccolato amaro e qualche nota più dolce di caramello che cerca di bilanciare. Oltre all'acidità di malti scuri c'è anche una generosa luppolatura che, a fine corsa, svolge quella necessaria azione di alleggerimento per asciugare il palato e dare qualche istante di tregua, prima che la corsa riparta in un retrogusto molto lungo ed intenso, carico di caffè e di tostature. Ma quello che rimane impresso nella memoria di chi la beve è senza dubbio il morbidissimo "mouthfeel", denso, cremoso, quasi una mousse liquida. E poco importa (al sottoscritto) se la bevuta è meno scorrevole del previsto;  del resto stiamo parlando di una porter "robusta" (8%) che non è stata pensata per essere bevuta in maniera seriale. E allora "keep calm e sorseggiala", magari in abbinamento ad un dessert o anche sul divano, nell'immediato dopo cena, in solitudine; personalmente le preferisco ancora delle porter ugualmente cremose ma meno sature di  tostature e di caffè, come ad esempio quella di Founders, ma se non vi spaventa il DNA scandinavo (che sovente coincide con il catrame), questa Black Ball è da provare non appena vi capita a tiro.
Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 28/10/2015, pagata 4,00 Euro (beershop, Italia).

lunedì 5 maggio 2014

To Øl Black Malts & Body Salts Black Coffee IIPA

Continuano a sfornare nuove birre i due danesi di To Øl, sulla scia del loro maestro (e non solo in senso figurato) Mikkeller, come già visto in questa occasione. In Italia godono di un'ottima distribuzione, e il belga De Proef assicura loro la giusta costanza qualitativa che ha portato la stragrande maggioranza delle loro birre ad ottenere punteggi superiori a 90/100 su Ratebeer, per quello che conta e per quella che può essere l'influenza del marketing sul beer-rating: non fa eccezione la birra di oggi, dal lungo nome  "Black Malts & Body Salts Black Coffee IIPA" che si becca un 100/100.  
Tobias Emil Jensen e Tore Gynth, alias To Øl, dichiarano di aver studiato diversi esempi di Black IPA in commercio, e di essere giunti alla conclusione che si possano suddividere in due categorie: la prima prende ispirazione della "normali" India Pale Ale, con la differenza che i malti "caramellati" vengono sostituiti da quelli tostati come Carafa e Chocolate, che portano in dote acidità e dolcezza che ben si sposa con le note di "pino" e resinose dei luppoli. I malti sono relegati in secondo piano, fornendo comunque delle leggere ma interessanti sfumature all'amaro fornito dai luppoli. La seconda categoria racchiude birre che s'ispirano ad una "normale " Stout, nella quale però i malti caramellati vengono sostituiti dai luppoli, che sono in grado di fornire una certa "dolcezza" a bilanciare in modo diverso l'amaro dei malti tostati. Se la prima categoria era, per To Øl, rappresentata dalla Black Maria, la seconda chiama invece in causa la Black Malts & Body Salts Black Coffee IIPA, dove ai malti tostati viene affiancata un'abbondante luppolatura di Simcoe e Tettnanger. Per completare la ricetta, fiocchi d'avena e caffè francese.
La (opinione personale) bruttezza dell'etichetta si perdona facilmente non appena versata la birra nel bicchiere: l'aspetto, sontuoso, è quello di una densa Imperial Stout. Schiuma generosa, cremosissima, compatta e fine, molto persistente, quasi una soffice mousse da mangiare con il cucchiaino. Il naso offre uno strano mix di caffè in grani con sentori di mandarino, liquirizia e mango, melone; la sua pulizia è indiscutibile, la sua gradevolezza è invece ovviamente soggetta al gusto personale. La sensazione palatale rispecchia l'aspetto: birra molto morbida, vellutata, dal corpo medio, con un carbonazione abbastanza modesta. S'inizia con un imbocco sorprendentemente dolce di frutta tropicale (mango e melone) con la componente "scura" che si fa desiderare per qualche istante: si parte da qualche nota tostata, quindi terrosa, per un progressivo intensificarsi nel quale la birra si tinge definitivamente di nero con caffè, liquirizia e cioccolato amaro, con qualche reminiscenza luppolata resinosa. Ma è soprattutto sorprendente il modo in cui i quasi 10 gradi alcolici sono nascosti e con la (relativa) velocità con cui questa Black Malts sparisce dal bicchiere, al punto da dubitare quasi di quanto viene dichiarato in etichetta dal produttore. C'è un sostanziale bell'equilibrio tra le due componenti, in uno stile da sempre abbastanza controverso che sembra essere stato creato proprio per generare discussioni tra detrattori ed affezionati. Resta tutto sommato una buona bevuta, birra solida e ben fatta; se l'aroma non è esplosivo ma molto pulito, il gusto quasi contraccambia con maggiore intensità ma un po' meno pulizia. Sicuramente da provare, se vi capita a tiro.
Formato: 33 cl., alc. 9.9%, scad. 29/05/2018, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

lunedì 4 novembre 2013

To Øl Raid Beer

Di certo i due danesi di To Øl (Tobias Emil Jensen e Tore Gynth) non fanno molto per scrollarsi di dosso il fantasma del loro famoso mentore Mikkeller (tra l'altro loro professore al liceo, come detto qui). Stesso modello di business adottato (quello del birraio zingaro, senza impianti), stesso produttore privilegiato (il belga De Proef) ed un portafoglio di birre che attinge passo dopo passo a quanto fatto dal più famoso Mikkel Borg Bjergsø. Se Mikkeller aveva stravolto lo stile lager, tradizionalmente associato a blandi prodotti industriali, infarcendolo di luppoli americani e creando la American Dream, i due allievi prendono in prestito l'idea e creano la loro Raid Beer. L'assonanza rimanda chiaramente a Ratebeer; non sappiamo se la birra sia un tributo alla comunità di beer geeks più famosa al mondo, o se sia una sua parodia. Fatto sta che i birrai hanno anche creato un apposito sito ( www.raidbeer.com ) dove potete inserire e dare un voto a praticamente qualsiasi cosa, come le Pamela Andersons Tits ad esempio.  Questa lager  (stiamo parlando di una bassa fermentazione, quindi) passa per un bouquet luppolato fatto di Simcoe, Citra, Nelson Sauvin e Centennial ed una percentuale di fiocchi d'avena per dare un po' più di morbidezza palatale. Chiude la descrizione dell'etichetta la frase "a volte da ubriachi si vedono le cose in maniera migliore".
Colore ramato (o ambrato scarico), opalescente; schiuma biancastra, molto fine e compatta, cremosa. L'aroma è ovviamente ruffiano come da protocollo (nessuna sorpresa in questo) pulito e fresco, ricco di pompelmo, mandarino, lime, lychee e qualche sentore floreale ed una leggera nota pepata. Leggera ma molto gradevole in bocca, watery senza mai risultare annacquata o sfuggente, mediamente carbonata. Invece dell'atteso gusto tutto agrumi e zero corpo, l'imbocco ha una discreta base maltata, anche se non molto "fragrante" (biscotto, lieve caramello) seguito da un bel carico di frutta: arancia (quasi marmellata), pompelmo, frutti tropicali dolci (mango, passion fruit). Il risultato è un atteso e poco sorprendente cocktail di frutta, pulito e ben eseguito, che asseconda perfettamente la tendenza attuale di birre facili da bere, molto secche, fruttatissime, con un finale tutto zesty (scorza d'agrumi). Non fa eccezione questa Raid Beer, una birra molto ben eseguita (come De Proef sa fare) ed  irresistibile in una afosa giornata estiva. L'avevamo infatti comprata qualche mese fa, ma ci è rimasta in frigorifero un po' più lungo del previsto. Il risultato è senz'altro gradevole ma, bevuta in Novembre, più che godere del refrigerio ci viene da pensare: ma una birra così, quante volte l'abbiamo già assaggiata negli ultimi tempi ?  
Medaglia d'oro al Beer & Whisky Festival 2012 di Stoccolma. Formato: 33 cl.. alc. 5.2%, scad. 24/01/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 16 ottobre 2013

To Øl Reparationsbajer

Dopo una serie  di bevute abbastanza intense e “scure” (Alaskan Smoked Porter, Samuel’s Smith Imperial Stout e St. Bernardus Prior 8), è il momento di una birra quasi defaticante, da bere senza troppi pensieri. Casca a fagiolo questa  Reparationsbajer della beer-firm danese To Øl.  Non è il caso di prenderli sul serio, ma i due allievi di Mikkeller (vedi qui) dichiarano esplicitamente di aver passato qualche anno nel ricercare la ricetta per la perfetta “birra del recupero”, dove per recupero s’intende il riprendersi da un tour de force etilico del weekend ed essere pronti ad affrontare la settimana lavorativa. Studi empirici hanno dimostrato ai due danesi come la birra perfetta per “riprendersi” è un’American Pale Ale con Amarillo, Centennial e Nelson Sauvin; la ricetta, tra l’altro, prevede anche l’utilizzo di fiocchi d’avena. Il risultato viene messo in pratica dal solito De Proef (Belgio) ed ottiene per due anni consecutivi (2011 e 2012) la medaglia d’oro al Beer & Whisky Festival di Stoccolma. Parecchio brutta l’etichetta, meglio versare subito nel bicchiere: color rame/ambra chiaro, opaco e schiuma ocra dalla buona persistenza, cremosa.  Ancora fresco il naso, pulito, con un bel mix di pompelmo e frutta tropicale (mango, papaya, passion fruit), con qualche tocco di lampone. Niente sorprese in bocca, ci aspettavamo una di quelle birre un po’ ruffiane, molto secche e ricche di scorza di agrumi, e così è. Leggera base maltata (biscotto) bell’equilibrio fruttato che richiama l’aroma (agrumi e tropicale), intenso e pulito, e un finale amaro, di media intensità, quasi completamente “zesty” con qualche leggera nota erbacea. Molto gradevole al palato, scorrevole e morbida, senza nessuna deriva acquosa; mediamente carbonata, è un'American Pale Ale che si beve con grande facilità. Non si differenzia molto da tante altre sue sorelle "contemporanee": poco corpo (in questo caso un po' di più della media), tanta scorza d'agrume, grande secchezza, naso ruffiano ed elevato potere dissetante. Non ci sorprende più di tanto, non ci emoziona, ma è comunque un gran bel bere se non stappate birre simili da qualche tempo o se siete in cerca di refrigerio in una calda giornata estiva.
Formato: 33 cl., alc. 5.8%, scad. 24/01/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).


giovedì 19 settembre 2013

To Øl Snowball Saison

To Øl, birrificio zingaro danese, ve lo abbiamo già presentato in questa occasione. Passiamo quindi senza indugi a stappare questa Snowball Saison che Tobias Emil Jensen e Tore Gynth, allievi di Mikkeller al liceo ed anche nell'ambito del "gipsy brewing", hanno realizzato in Belgio presso gli impianti del solito De Proef.  Snowball, ovvero palla di neve, non ha nessun significato nascosto: si tratta infatti di una saison invernale, che i To Øl propongono come alternativa alle solite dolci birre natalizie. Etichetta assolutamente in danese (alla faccia delle leggi italiane), nessun aiuto da parte dell'importatore o del rivenditore; ricorriamo al sito internet per decifrare la lista degli ingredienti: oltre ad acqua, malto e lievito, ci sono fiocchi d'avena, zucchero candito, luppoli Simoce, Amarillo, Tettnanger ed Hallertauer; viene poi rifermentata in bottiglia con l'aggiunta di brettanomiceti, seguendo quella che sta un po' diventando l'ultima moda. E' di colore arancio scuro, leggermente velato, e forma un generoso cappello di schiuma, bianca, cremosa, dalla buona persistenza. Aroma ruffiano e piacione, figlio di un generoso dry-hopping, con un bel mix di agrumi (pompelmo) e tropicale (mango, ananas); in secondo piano una lieve speziatura (pepe) ed una timida nota rustica (o "funky") per dirla all'anglosassone. Man mano che la birra si scalda, funzionale quindi alla sua fruizione in inverno, emerge una calda nota etilica. Ottima in bocca, molto morbida e gradevole, con un corpo medio, una discreta carbonazione ed una consistenza abbastanza snella che la fa scendere rapidamente. Di "bretta", per dire la verità, davvero nessuna traccia: è piuttosto una saison molto fruttata, più piaciona che rustica, che ti accoglie con una base di biscotto sulla quale emergono delle succose note di pompelmo e di tropicale, per continuare il percorso annunciato dall'aroma. Per trovare un po' di "rusticità" bisogna attendere sino alla fine, quando arriva l'amaro, un bel mix di note erbacee, vegetali e terrose. L'alcool è ben nascosto mettendo la testa fuori dal guscio solamente nel retrogusto, riscaldandolo con un po' di tepore. Birra molto fruttata e maliziosa, che conquista e si beve facilmente, ma che delude chi si aspettava una vera "farmhouse ale". Bottiglia nemmeno troppo giovane (la scadenza 2014 ci fa pensare ad almeno già un anno o due di vita) che ancora non ha cambiato i freschi denti da latte con quelli più "sporchi" dei brettanomiceti. Comunque, rimane una bella bevuta. Formato: 75 cl., alc. 8%, scad. 08/2014, pagata 11,00 Euro (beershop, Italia).

domenica 7 luglio 2013

To Øl First Frontier IPA

Ve li abbiamo presentati in questa occasione i due "allievi"'di Mikkeller, anch'essi birrai zingari senza impianti propri. Questa First Frontier inaugura una mini serie di birre che hanno come tema la "frontiera". Se questa "prima frontiera" è un'american IPA (warrior, simcoe e centennial i luppoli), l'ultima frontiera  di To Øl non puó essere altro che una Double IPA; completa la serie una Sans Frontiere, una saison molto luppolata che vede anche l'utilizzo di brettanomiceti. Iniziamo dal principio, da questa IPA brassata negli impianti dello stakanovista De Proef che, ormai, si puó ritenere a tutti gli effetti il "miglior birrificio danese" (cit.). Deliberatamente "povera" di malto, dichiarano i due creatori della ricetta, con solamente un pochino di malto caramello ed avena a fare da contorno ed a colorarla di un pallido arancio, opaco; la schiuma, biancastra, è abbondante, cremosa, molto persistente. Naso pulito ed elegante, anche se non particolarmente pronunciato: pompelmo, lime e varie declinazioni d'agrume ne compongono l'ossatura, lasciando emergere qualche nota più dolce di pesca gialla solo quando la birra si scalda. Nessun colpo di scena in bocca: ancora agrumi, più scorza che polpa, per una IPA secchissima e molto rinfrescante che trabocca di pompelmo e limone/lime. Dissetante, leggermente astringente, ha un corpo leggero ed una carbonatazione vivace; alcool (7.1%) non pervenuto, grande scorrevolezza al palato. Chiude ovviamente zesty, amara; molto pulita, porta in dote un notevole livello di ruffianeria che la rende molto piaciona al primo incontro, ma forse due pinte di questa spremuta di agrumi potrebbero essere troppe. Un bel giochino insomma, che però rischia di stancare presto. Per trentatré centilitri, comunque, va (molto) bene così. Formato 33 cl., alc. 7.1%, scad. 20/03/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

sabato 18 maggio 2013

To Øl Black Maria

To Øl” ovvero “due birre” (in danese) ma anche due ex-homebrewer ora birrai “zingari”, senza impianti propri. Sono Tobias Emil Jensen e Tore Gynth che nel 2005 al liceo si ritrovano come insegnante di matematica e fisica un tale Mikkel Borg Bjergsø, alias Mikkeller.  La direzione scolastica li autorizza ad utilizzare la cucina fuori dagli orari accademici e così si ritrovano, principalmente di notte, a far parte di un piccolo gruppo di aspiranti birrai-scolari guidati da Mikkel. Mentre il loro professore nello stesso anno abbandona rapidamente la vita accademica per dedicarsi a tempo pieno alla birra e diventare Mikkeller, i due studenti partono solamente nel 2010 perché, a loro dire, quando avevano 16 anni "la birra non era esattamente la loro priorità".  E partono ricalcando il modello di business del loro mentiore, ovvero quello di essere birrai vagabondi. Il battesimo d’esordio lo tiene ovviamente Mikkeller, con una birra collaborativa tra due birrai-non-birrai (!), la  Overall IIPA, che porta loro un po’ di notorietà, necessaria a passare dai 5300 litri prodotti nel 2010 ai 124300 del 2012. Nel 2013 Ratebeer li mette tra i 50 migliori birrifici al mondo, a voi decidere se sia giusto includere in tale classifica gente che sì, va bene, realizza ricette sulla carta ma se le fa poi produrre da qualcun altro. Quell’altro è soprattutto De Proef, birrificio belga molto richiesto ed impegnato, che probabilmente ha trovato per loro posto "in agenda" proprio grazie all'intercessione (leggasi fatturato) del cliente "abituale" Mikkeller. Ed in società con l'ex insegnamente hanno anche aperto il secondo Mikkeller bar a Copenhagen, il Mikkeller & friends: quaranta spine (ed il privilegio, dicono, di essere l'unico luogo al di fuori degli Stati Uniti dove potete bere Three Floyds alla spina), 200 bottiglie in carta, ed un adiacente beershop nel vibrante quartiere di Nørrebro. Insomma, non vi annoierete a Copenhagen. Nel frattempo, in nemmeno tre anni di vita To Øl ha messo in circolazione una trentina di birre, incluse le immancabili versioni "barrel-aged". Evitiamo per il momento i passaggi in legno, e soffermiamoci su una più regolare Black IPA, chiamata Black Maria. La copertina un po' surreale è un collage di quattro fotografie scattate nel cortile interno della stazione di Polizia di Copenhagen; la birra stessa è dedicata (non proprio affettuosamente, crediamo) al comandante di polizia Bjarne. In copertina anche una citazione da The Guns of Brixton dei Clash, dal mitico doppio album London Calling:  No Need For The Black Maria – Good Bye to the Brixton Sun”, dove però al posto "del sole di Brixton" troviamo "il sole dell'est". L'etichetta dell'importatore italiano sbriga la pratica ingredienti un po' troppo velocemente, ma oltre ad acqua, lieviti, malto (Carafa, caramel e chocolate) e luppolo (Columbus, Centennial, Galaxy e Cascade) ci sono anche lattosio e fiocchi d'avena.  Ed è effettivamente nera, questa black IPA; la schiuma che si forma, color nocciola, finissima e cremosa, molto compatta, è praticamente indissolubile. L'apparenza in questo caso non inganna: eccezionale anche l'aroma, forte, pulitissimo, fresco e molto raffinato. Sentori quasi balsamici di aghi di pino, pompelmo appena tagliato; in secondo piano frutta  tropicale e, man mano che la birra si scalda, emerge la leggera presenza di tostature. Affondiamo le labbra nella schiuma, per assaporare una birra dalla sontuosa sensazione palatale: corpo medio-pieno, morbidissima, quasi vellutata, mediamente carbonata. L'inizio è fruttato (pompelmo ed arancio, polpa) con un crescendo d'amaro intenso ma molto pulito ed armonioso, con una leggera prevalenza della componente vegetale/resinosa rispetto a quella torrefatta. Si capovolgono le percentuali nel retrogusto, con caffè e tostature più in evidenza rispetto alla parte vegetale. Alcool (8.1%) assolutamente non pervenuto, livello di amaro importante ed intenso, ma dosato con grande eleganza, senza mai strafare, "raschiare" o "asfaltare" il palato; birra solidissima, ma molto facile da bere. Che odiate o no i "birrai zingari", questa è una signora birra; i due ex-allievi ora soci in affari di Mikkeller l'hanno davvero pensata bene, o qualcuno l'ha realizzata in modo impeccabile per loro.  La sostanza rimane comunque la stessa. Formato: 33 cl., alc. 8.1%, scad. 12/02/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).