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martedì 16 giugno 2020

Ceres Mosaic IPA


L’industria danese ama il Mosaic?  Si potrebbe quasi dire di sì: dopo la Faxe Mosaic IPA il colosso Royal Unibrew piazza sugli scaffali dei supermercati la Ceres Mosaic IPA, sfruttando il suo marchio più popolare sul nostro territorio. Ricordo brevemente che la Unibrew nacque nel 1989 dalla fusione di Faxe, Jyske Bryggerier e marchi posseduti per cercare di contrastare il gigante Carlsberg.  Ceres è uno di questi marchi ma si trovano pochissime notizie storiche su quel birrificio fondato ad Aarhus nel 1856 da Malthe Conrad Lottrup e poi passato attraverso diverse acquisizioni: sappiamo per certo che gli impianti furono definitivamente chiusi nel 2008  in quanto non più ritenuti idonei agli standard imposti dalla casa madre. Sarebbero stati necessari troppi investimenti per riammodernarli. La produzione della gamma Ceres affidata al birrificio Albani, dal 2000 parte di Unibrew e fondato nel 1859 ad Odense dal birraio (nonché farmacista) Theodor Ludvig Schiøtz. 
Faxe e Ceres sono due marchi di Unibrew ed entrambi producono una Mosaic IPA dalla stessa gradazione alcolica (5.7%): non posso dire che sia la stessa identica bevanda ma evidentemente l’ufficio marketing ha deciso che il mercato italiano aveva bisogno di quel prodotto. Quello che sembra invece essere certo è che la Ceres Mosaic IPA è una rebranding della Albani IPA, marchio con zero appeal (e peraltro non presente) sul mercato italiano. La Albani Mosaic IPA esiste da maggio 2016 quando fu presentata sulla Odense Aafart, una crociera fluviale: evento coerente con il (falso) mito delle IPA nate in Inghilterra per essere esportate via nave alle colonie indiane. 
Alla Norden Gylden IPA saponosa e ricca di rosmarino, la Ceres affianca ora la più tradizionale Mosaic IPA: lattina blu elettrico, la scritta “cinquanta sfumature di IPA” in bella evidenza, “bitter, fresh, fruity”. In teoria c’è tutto quello che ci dovrebbe essere e il suo debutto sul mercato italiano è avvenuto nel febbraio del 2019 assieme alle sorelle Ceres Okologisk e Strong Ale “nel nuovo formato lattina cool”.

La birra.

Nel bicchiere è ramata e perfettamente limpida: schiuma compatta, cremosa, buona persistenza. L’aroma è davvero fruttato: accenni di tropicale, i frutti di bosco tipici del Mosaic, c’è anche una lieve presenza floreale. La fragranza è invece assente: marmellata piuttosto che frutta fresca e a complicare le cose c’è una poco piacevole presenza metallica. La sua scorrevolezza è tutto sommato buona, anche se da una birra industriale mi sarei aspettato una consistenza palatale un po’ più leggera. Potrei fermarmi qui perché l’aroma è l’unico aspetto quasi decente di una IPA che al palato si risolve in un profilo dolce di caramello leggermente biscottato e metallico cui fa seguito un finale amaro, vegetale, piuttosto triste e sgraziato. Bitter? Un po’. Fresh e fruity? Per niente. L’alcool (5.7%) si sente bene e contribuisce ad azzerare il suo potere rinfrescante, a meno che non vogliate berla appena tirata fuori dal frigorifero.  Birra abbastanza inutile e spenta, filtrata e pastorizzata, quindi già “morta” all’origine: anche se costa poco e la si trova ad 1 euro non fa venir voglia di ripetere l’esperienza. Nessuna sorpresa, insomma.

Formato 33 cl., alc. 5.7%, lotto H1927, scad. 09/06/2021, prezzo indicativo 0,99-1,50 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 12 febbraio 2020

Amager Double Black Mash 2018

Del birrificio danese Amager, fondato sull’omonima isola danese nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm nel 2007, abbiamo parlato svariate volte. Qui trovate un'ampia carrellata di birre.  Per chi è interessato il birrificio offre oggi visite guidate dal lunedì al sabato per gruppi di almeno 10 persone: il tour dura un paio d’ore e comprende quattro assaggi di birre e qualche snack.  Chi ha un po’ più d’appetito può invece scegliere per un paio di menù supplementari proposti a 23 o 31 Euro. Amager non dispone tuttavia di una vera e propria taproom e non può servire le birre come se fosse un bar: al di fuori della visita guidata resterete quindi con il bicchiere vuoto. Potete tuttavia acquistare bottiglie e merchandising da portare a casa. 
Il birrificio si trova in un’anonima zona industriale: se non volete sobbarcarvi i trenta minuti di viaggio in pullman da Copenhagen potete in alternativa dirigervi alla più comoda Amager Bryghus Taproom (Nørre Voldgade 27) che si trova in pieno centro, ad un solo chilometro dal pittoresco Nyhavn. E’ aperta ogni giorno a partire dalle ore 14, venerdì e sabato da mezzogiorno: troverete una quindicina di spine, la metà delle quali dedicate a birrifici ospiti, con la possibilità di fare un beer-flight di cinque assaggi a 100 corone (13 euro), prezzo abbastanza equo se confrontato alla media della capitale danese. Le alternative per bere in città non mancano assolutamente, a voi la scelta su dove orientarvi.

La birra.
Nata nel 2013, l’Imperial Stout Double Black Mash (12%) è l’ammiraglia scura di Amager: “prendi una cosa già buona e rendila migliore – ecco la filosofia dietro questa birra. Questa massiccia Imperial Stout era già potente dopo il primo ammostamento, ma abbiamo pensato di andare oltre e farne un secondo, raddoppiando la quantità degli ingredienti. Abbiamo raggiunto lo scopo? Sta a voi deciderlo. Se vi piace grossa e nera sicuramente questa è la birra che fa per voi”.  La Double Black Mash è una produzione stagionale che viene messa in vendita ogni inverno: la ricetta dovrebbe prevedere (condizionale d’obbligo) malti Pilsner, Pale, Munich, Roasted, Carahell, Melanoidin, Light chocolate, Caraaroma, Crystal e Black, luppoli Cascade e Chinook. 
Sontuosamente nera come le tenebre, forma un’appetitosa testa di schiuma “abbronzata”, cremosa e compatta. L’aroma sacrifica eleganza e finezza a favore dell’intensità: melassa, fruit cake, liquirizia, qualche tostatura, remoti accenni di cioccolato. Ma è solo un preambolo alla vera festa che sta per iniziare: mouthfeel perfetto, pieno, denso e cremoso. Immaginate che qualcuno vi accarezzi il palato con uno scampolo di velluto: è quello che vorrei idealmente trovare in ogni Imperial Stout. La bevuta scende maggiormente in profondità rispetto all’aroma, riproponendolo e impreziosendolo di ulteriori elementi: si parte dal dolce (fruit cake, melassa, liquirizia) per poi virare in una bella ed intensa progressione amara ricca di caffè, tostature, cioccolato fondente, tabacco. Anche i luppoli si fanno sentire mentre l’alcool potenzia una birra la cui scia finale di alcool-cioccolato-caffè sembra non voler finire mai. Le si perdona volentieri qualche imprecisione, qualche lieve accenno di carne/salsa di soia, qualche pecca nella pulizia e nella definizione. Imperial Stout sontuosa, tra quelle europee che più si avvicinano agli standard qualitativi dei migliori esemplari americani. Se amate lo stile, non fatevela assolutamente scappare.
Formato 50 cl., alc. 12%, lotto 1777, scad. 03/2023, prezzo indicativo 10-12 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 22 marzo 2019

Alefarm Kaleidoscopic Octopus

Del birrificio Alefarm, uno degli astri nascenti della scena danese, vi avevo già parlato nel 2017: da allora sono già avvenuti grossi cambiamenti, a partire dall’addio del co-fondatore (e birraio) Andreas Skytt Larsen che qualche mese fa ha lasciato il comando all’amico e co-fondatore Kasper Tidemann, ora aiutato dalla moglie Britt van Slyck. E nel 2018 è avvenuto anche il trasferimento da  Køge a Greve, trenta chilometri a sud di Copenhagen, dove a maggio è entrato in funzione il nuovo impianto da 20 ettolitri che ha permesso di produrre circa 1400 ettolitri all’anno, buona parte dei quali destinati all’export. Un bel salto in avanti per un birrificio che aveva chiuso il 2017 a quota 120 distribuendo le proprie birre quasi solo in Danimarca. 
Andreas Skytt Larsen aveva aperto Alefarm per produrre quasi esclusivamente piccoli lotti di saison/farmhouse ale con lieviti selvaggi e batteri; la nuova gestione Tidemann ha invece dato priorità alle lattine e ha spostato momentaneamente il focus su IPA e DIPA che evidentemente consentono di far quadrare meglio i conti. La strategia commerciale è quella ben nota: sfornare una novità dietro l’altra per assecondare quello che chiede la gente. Poco importa se novità significhi solo cambiare il mix di luppoli in una IPA; l’importante è che sulla lattina ci sia un’etichetta diversa. In sei mesi ne sono già arrivate oltre cinquanta,  tutte ideate da Dan Johnstone, Brand Manager. Ogni settimana potete anche acquistare le novità direttamente dal negozio on-line del birrificio. Tidemann promette comunque che a breve Alefarm tornerà ad essere operativa anche nella produzione di birre acide. A questo scopo è arrivato il birraio Joseph Freund che vanta esperienze presso Jolly Pumpkin e Monkish Brewing negli USA e  Beavertown in Inghilterra. Sempre da Beavertown è arrivato in agosto Mark Walewski: a lui il compito di elaborare continue variazioni sul tema APA, IPA, DIPA e dintorni, ovviamente torbide come vuole la moda. Nei progetti futuri di  Tidemann c’è l’apertura di una vera e propria taproom nel birrificio e il sogno di un Alefarm Bar in centro a Copenhagen.

La birra.
“Uno dei nostri obiettivi del 2019 è di esplorare, sperimentare e migliorare le ricette di alcune delle nostre birre più popolari, come ad esempio la Kaleidoscopic Octopus.  E’ una Double IPA per la quale abbiamo utilizzato la più grande quantità di luppoli in doppio dry-hopping: cinque chili di Cascade nel whirpool e cinquanta chili di Mosaic, Simcoe e Citra nel fermentatore”. 
Protocollo NEIPA rispettato: nel bicchiere assomiglia ad un torbido succo di frutta e la schiuma , benché un po’ scomposta, mostra una buona persistenza. Intensità ed irriverenza non le mancano: l’aroma è un esplosivo cocktail di frutta tropicale nel quale individuo ananas, mango, pompelmo, arancia. Come spesso accade in queste birre finezza ed eleganza non sono le caratteristiche principali. La scarsa definizione non impedisce tuttavia di godere di un piacevolissimo aroma tropicaleggiante, anche se un po’ cafone. Al palato è piuttosto ingombrante, chewy o masticabile che dir si voglia: non è una Double IPA da corsa, insomma. Si sorseggia comunque con piacere anche se le manca un po’ di morbidezza: le sottili ma generose (per lo stile) bollicine remano un po’ contro. Per quel che riguarda il gusto valgono le stesse considerazioni dell’aroma: è un gradevole succo di frutta tropicale, anche se meno intenso rispetto all’aroma. La messa in lattina dovrebbe risalire alla prima settimana di febbraio e il tempo l’ha probabilmente ammorbidita smussandone le asperità: non c’è quel tanto temuto “bruciore/grattino” e il breve passaggio amaro finale non fa danni pur lasciando una curiosa sensazione vegetale, “verde”. Se cercate pulizia, finezza e precisione dovete rivolgervi altrove; lo stile non aiuta ma onestamente ho bevuto NEIPA che gestivano questo aspetto in maniera assai migliore. Detto questo il risultato soddisfa pienamente la voglia di succo di frutta e di stare alla moda. Non ci trovo particolari spunti emotivi o tecnici: è una buona birra che probabilmente domani avrò già dimenticato. Ma questo non è importante visto che la prossima settimana Alefarm ne avrà già messa in vendita una nuova, diversa ma al tempo stesso uguale.
Formato 50 cl., alc. 8%, scad. 31/07/2019, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 15 febbraio 2019

Dry & Bitter Double Dippy Doo

Del birrificio danese Dry & Bitter abbiamo già parlato in più di un’occasione. Alla guida ci sono Søren Wagner e Jay Pollard, proprietari anche del noto beer bar di Copenhagen chiamato Fermentoren,  24 spine tutte dedicate al craft e una succursale aperta di recente ad Aarhus. Nel 2015 i due soci rilevarono anche il birrificio Ølkollektivet che produce per moltissime beer firm danesi ed ora lo utilizzano, oltre che per realizzare le birre destinate al Fermentoren, anche per il loro marchio Dry & Bitter, lanciato nello stesso anno. Da notare che Wagner possiede già un'altra beefirm, Croocked Moon. 
IPA e dintorni la fanno da padrone nel portfolio di un birrificio che opera in una città molto attenta alle mode: in questo senso sorprendeva, fino a pochi mesi fa, la completa assenza del sotto-stile di IPA più in voga al momento, ovvero il New England/Hazy/Juicy. Una mancanza alla quale Dry & Bitter ha rimediato solo lo scorso novembre quando sono arrivate quasi contemporaneamente le Double NEIPA Juicy Gotcha Krazy, realizzata in collaborazione con gli americani di Interboro Spirits & Ales, e la Double Dippy Doo. Qualche settimana fa ha invece debuttato la NEIPA /JU:-DAB/  (6.3%) e, prossimamente, sarà disponibile la NEIPA Yoga Dog, collaborazione con il birrificio italiano Vento Forte.

La birra.
E' arrivata il  15 novembre 2018 alle spine del Dispensary e di altri bar selezionati a Copenhagen la NEIPA Double Dippy Doo: Citra e Simcoe sono i luppoli protagonisti di una birra la cui ricetta annovera anche una buona percentuale di avena e frumento. I due dinosauri protagonisti della grafica alle spine sono stati sostituiti, sull’etichetta delle lattine, da una serie di psichedeliche montagne, o forse onde sonore? 
Nel bicchiere assomiglia visivamente ad un torbido succo alla frutta, pera nello specifico: arancio pallido, schiuma scomposta ma dalla buona persistenza. L’aroma non lo definirei esattamente elegante o raffinato ma c’è quell’esplosività, quella sfacciataggine che t’aspetti di trovare in questo tipo di birre: un carattere tropicaleggiante non troppo definito nel quale emergono soprattutto ananas e mango, affiancati da arancia e mandarino. Il protocollo NEIPA prevede anche una sensazione palatale morbida e quasi masticabile, obiettivo in questo caso raggiunto solo a metà. C’è effettivamente una che di  chewy/masticabile ma è ingombrante piuttosto che vellutato o setoso: d’accordo, è una Double IPA (7.5%) e nessuno vorrebbe tracannarla, ma si potrebbe onestamente fare di meglio. Neppure il gusto mi convince del tutto: ci trovo la stessa scarsa definizione dell’aroma ma con un’intensità minore. La prima parte della bevuta è un gradevole tappeto tropicale dolce che pian piano va sfumando in un finale leggermente aspro di frutta acerba; la chiusura è abbastanza secca, l’amaro resinoso è molto delicato ma riesce tuttavia a provocare un leggero bruciore al palato. 
Ad un mese dalla messa in lattina la freschezza di questa Double Dippy Doo è fuori discussione ma il risultato è solo discreto, soprattutto in bocca: non c’è quell’intensità fruttata e sfacciata tale da poterle perdonare la scarsa pulizia e il lieve “effetto pellet” finale. Per entrare nell’olimpo delle NEIPA europee c’è ancora da lavorare.
Formato 44 cl., alc. 7.5%, imbott. 16/01/2019, scad. 16/07/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 8 gennaio 2019

Alefarm Solemn Cycle

Del birrificio Alefarm, uno degli astri nascenti della scena danese, vi avevo già parlato nel 2017: da allora sono già avvenuti grossi cambiamenti, a partire dall’addio del co-fondatore (e birraio) Andreas Skytt Larsen che qualche mese fa ha lasciato il comando all’amico e co-fondatore Kasper Tidemann, ora aiutato dalla moglie Britt van Slyck. E nel 2018 è avvenuto anche il trasferimento da  Køge a Greve, trenta chilometri a sud di Copenhagen, dove a maggio è entrato in funzione il nuovo impianto da 20 ettolitri che ha permesso di produrre circa 1400 ettolitri all’anno, buona parte dei quali destinati all’export. Un bel salto in avanti per un birrificio che aveva chiuso il 2017 a quota 120 distribuendo le proprie birre quasi solo in Danimarca. Il nuovo corso inaugurato da Tidemann ha dato priorità alle lattine e ha spostato momentaneamente il focus su IPA e DIPA, realizzate quasi ogni volta con un diverso mix di luppoli: in sei mesi sono già arrivate una cinquantina di diverse etichette (tutte ideate da Dan Johnstone, Brand Manager)  per soddisfare la voglia di novità di beergeeks ed appassionati.  Andreas Skytt Larsen aveva aperto Alefarm per produrre quasi esclusivamente piccoli lotti di saison/farmhouse ale con lieviti selvaggi e batteri: Tidemann promette che a breve il nuovo birrificio sarà operativo anche in questo ambito. A questo scopo è arrivato il birraio Joseph Freund che vanta esperienze presso Jolly Pumpkin e Monkish Brewing negli USA e  Beavertown in Inghilterra. Sempre da Beavertown è arrivato in agosto Mark Walewski: a lui il compito di sfornare continuamente variazioni sul tema APA, IPA, DIPA e dintorni, ovviamente torbide come vuole la moda. Nei progetti futuri di  Tidemann c’è l’apertura di una vera e propria taproom nel birrificio e il sogno di un Alefarm Bar in centro a Copenhagen.

La birra.
Alefarm non è molto prolifico per quel che riguarda le birre scure. In tre anni ne sono state prodotte solamente una manciata ma, assicura Tidemann, le cose stanno per cambiare; alla fine di ottobre 2018 è arrivata la prima stout dai nuovi impianti di Greve, chiamata Solemn Cycle (7.8%). La ricetta prevede aggiunta di lattosio, fiocchi d’avena e caffè brasiliano; nelle intenzioni questa sarà la prima di una serie di varianti con differenti ingredienti e futuri invecchiamenti in botte. 
Si presenta vestita di nero, la schiuma è cremosa e piuttosto persistente ma un po’ scomposta. Il caffè macinato, elegante e pulito, è indiscusso protagonista dell’aroma: in sottofondo c’è qualche nota di tabacco, orzo tostato, accenni di frutta sotto spirito.  Ottime promesse che non vengono tuttavia mantenute al palato, a partire da un mouthfeel un po’ insoddisfacente, addirittura sfuggente in alcuni passaggi nonostante l’utilizzo di avena e lattosio. Il gusto è meno pulito e preciso: il dolce di caramello e lattosio/cioccolatte preparano il terreno per l’arrivo delle tostature e del caffè, quest’ultimo meno evidente e definito rispetto all’aroma. I sapori sono un po’ slegati tra di loro e il finale, nel quale t’aspetteresti un bel carico di caffelatte, è addirittura calante. C’è anche spazio per qualche nota terrosa e di tabacco, mentre l’alcool è ben nascosto facilitando la velocità di bevuta: il risultato è godibile ma lascia parecchi rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, partendo dall’aroma. La prima Milk Stout di Alefarm è discreta ma necessita di migliorare per quel che riguarda pulizia, rotondità e precisione.  
Formato 50 cl., alc. 7.8%, scad. 23/10/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 29 dicembre 2018

To Øl Jule Mælk

Per la seconda e ultima birra del Natale 2018 andiamo in Danimarca da To Øl, beerfirm e ora parzialmente birrificio (grazie al brewpub Brus di Copenhagen) fondata dai due allievi di Mikkeller,  Tobias Emil Jensen e Tore Gynther; al timone è rimasto oggi solamente quest'ultimo, aiutato dagli investimenti portati da altri soci che nel 2017 hanno rilevato la quota di Jensen.  
To Øl, come molti altri birrifici danesi, mantiene viva la tradizione delle birre natalizie con un'offerta piuttosto ampia. Per il 2018 sono state realizzate 1 Ton of Christmas (8,1% Berliner Weisse con ciliegie, prugne e ribes rosse),  3Xmas (4,7% Triple Dry Hopped IPA), Blizzard (In A Beer Mug - 6,0% Winter Wheat IPA),  Frost Bite (6,0% Pale Ale
con scorza d'arancia e aghi di pino)  Fuck Art – Winter Is Coming (8,0% Tripel con cardamomo, coriandolo e scorza d'arancia), My Honningkage Is Bigger Than Yours (12,3% Barley Wine speziato con zenzero, cannella, cardamomo e noce moscata),  Santa Gose F&#%! It All (4,0% Gose con frutto della passione, guaiava e mango), Santa’s Secret: Mochaccino Messiah Double Shot (8,0% Brown Ale con  caffè, cannella e cardamomo), Santastique 2018 (4,7% Belgian Wit Ale con brettanomiceti), Shameless Santa 2018 (10,5% Belgian Ale con cannella, anice stellato, cardamomo e liquirizia),  Snowball (8,0 % Saison).
E se tutto questo non vi basta potete sempre riscaldare le fredde serata di dicembre con l'ammiraglia della casa, la potente (15%) imperial stout chiamata Jule Mælk, "il latte di Natale". Oltre alla versione "standard"  ne esistono ovviamente diverse varianti barricate: Cognac, Islay Whisky, Rum e Tequila quelle commercializzate sino ad ora, ma ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna.

La birra.
Niente spezie (fortunatamente, aggiungo io) nella ricetta di questa massiccia Imperial Stout che oltre al lattosio vede un ricco parterre di malti (Chocolate, Dark Crystal, Melanoidin, Pale, Roasted Barley, Smoked e Special B), zucchero Cassonade, luppoli Sorachi Ace, Tettnanger e Tomohawk. "In Danimarca amiamo le birre di Natale e passiamo la maggior parte del mese di dicembre a bere birre di Natale in accompagnamento all'anatra grassa, all'arrosto di maiale, al cavolo rosso e all'aringa marinata in aceto".
Nel bicchiere è minacciosamente nera con un'imponente testa di schiuma cremosa, compatta e dall'ottima persistenza: viene quasi voglia di mangiarla con un cucchiaino. Purtroppo l'aroma, poco intenso e confuso, è inversamente proporzionale alla bellezza estetica: emerge il dolce della melassa e dello zucchero caramellato, in sottofondo una curiosa nota aspra richiama la marasca. Le montagne russe ci riportano in alto quando la birra tocca il palato: corpo pieno, poche bollicine, mouthfeel oleoso, viscoso ma incredibilmente morbido, come una carezza che non ti aspetteresti da una birra da 15 gradi. Il gusto non è un inno alla pulizia ed alla precisione ma è un piccolo passo in avanti rispetto alla pochezza aromatica. Caramello, melassa, liquirizia dolce, prugna e uvetta sotto spirito e di nuovo un ricordo aspro di marasca; in secondo piano spunta il dolce del lattosio e del cioccolato. Non c'è nessun accenno di tostato e di torrefatto, la bevuta è dolce ma non stucchevole grazie all'intervento dell'alcool che riesce quasi ad asciugare il palato dai residui zuccherini. La componente etilica è evidente in ogni istante della bevuta, ma non è questo il problema principale del "latte di Natale" di To Øl: quello che colpisce maggiormente è la sua scarsa definizione e la mancanza di profondità. Un agglomerato dolce, confuso e difficile da decifrare, che non fa venire molta voglia di festeggiare: gradevole in piccolissime dosi e per pochissimi minuti.
Formato 37.5 cl., alc. 15%, scad. 30/08/2027, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 15 novembre 2018

Amager / Modern Times Black Nordic Skies

Il birrificio danese Amager celebra ogni anno il 4 di luglio con l’Amerikanerdag, un weekend nel quale gli Stati Uniti sono protagonisti a trecentosessanta gradi con birra, cibo, musica rockabilly ed esibizioni motoristiche. Per l’occasione vengono anche rivelate offerte per la prima volta al pubblico una serie di birre che il birrificio fondato nel nel 2006 da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm ha realizzato assieme a colleghi statunitensi: sovente molti di loro si  trovano Copenhagen qualche mese prima per partecipare alla Mikkeller  Beer Celebration. 
A luglio 2018 sono quindi arrivate sette nuove collaborazioni, tutte nel nuovo formato da 33 centilitri che Amager ha da poco iniziato ad utilizzare. Con Other Half (New York) è stata realizzata la Heavy Mental, una Double Dry-hopped Imperial IPA  (9.4%); assieme a Mikerphone (Chicago) la  All Shoo Up, una Double Dry-Hopped Vanilla Milkshake IPA  (7%);  KCBC  - Kings County Brewers Collective (New York) ha sfornato la Viking Tango Time, una Double Dry- Hopped Rye IPA  (7%);  da Coppertail Brewing  (Tampa, Florida) è arrivata Kiss Of The Coppertail, una Florida-Style IPA  (6,5%). Con Pipeworks (Chicago) ci si è invece cimentati con  Electric Rattlesnæke, un Oaked Dark Barley Wine (9%) mentre il frutto della collaborazione con TRVE Brewing (True Heavy Metal Brewery, Colorado) è stata una Farmohouse Ale con mela cotogna (6%); dalla California sono infine arrivati i ragazzi di Modern Times per realizzare una imperial stout al caffè.

La birra.
Vi risparmio la lettura della storia del Cavaliere Solitario riportata sul retro dell’etichetta e passo dritto al sodo. Black Nordic Skies è un’imperial stout (10%) la cui ricetta prevede malti Pilsner, Pale, Munich, Chocolate, Low Chocolate e Special B, luppoli Columbus e Citra, lievito UK e caffè di imprecisata provenienza; da notare che Modern Times a San Diego produce anche il proprio marchio di caffè. 
Il suo colore è coerente con il nome: nera e impenetrabile alla vista mentre la schiuma, benché cremosa e compatta, è di dimensioni abbastanza modeste e poco persistente.  L’aroma è intenso e pulito, dominato dal caffè in chicchi ed espresso; c’è giusto lo spazio per qualche nota terrosa, di orzo tostato e di cacao amaro in sottofondo. Il corpo è medio-pieno, la consistenza è oleosa e leggermente viscosa ma la sua morbidezza è un po’ disturbata dalle bollicine. Anche al palato c’è caffè in abbondanza, accompagnato da quella liquirizia che non può mancare in una stout danese, tostature, cacao amaro  e qualche estero fruttato (prugna, uvetta); la bevuta è intensa ed offre una maggior complessità rispetto all’aroma, pur risultando meno pulita e meno definita. L’alcool potenzia e riscalda ogni sorso senza strafare, si chiude con l’amaro del torrefatto e del luppolo seguito da una lunga scia di caffè “corretto”. Livello indubbiamente alto ma anche qualche imprecisione in questa imperial stout prodotta a quattro mani da due stelle del firmamento brassicolo europeo ed americano; le “critiche” sono un atto dovuto sulla carta, per godersela è sufficiente rilassarsi in poltrona con il bicchiere tra le mani.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto 1858, scad. 01/07/2023, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 30 ottobre 2018

Mikkeller Årh Hvad?! & To Øl Fuck Art - This is Architecture


Potrei iniziare chiamando in causa “La guerra dei Cloni”, noto concorso per homebrewers che si tiene nel luglio di ogni anno al birrificio Baladin di Piozzo: i concorrenti devono presentare una birra ispirata ad una precisa produzione commerciale e replicarla il più fedelmente possibile.  Clonazioni, tributi, emulazioni: c’è una birra belga che in questo campo forse non ha eguali. Parliamo di quella, l’unica, prodotta dietro le mura dell’Abbazia di Notre-Dame d’Orval: non si contano gli homebrewers ed i birrai che hanno cercato di replicare il “goût d'Orval”. AI brettanomiceti, inoculati al momento dell’imbottigliamento, il compito di modificarlo nel corso degli anni: alla vostra preferenza la scelta di berla giovane o dopo qualche anno di cantina.
Mikkeller, birraio zingaro e con qualche dimora fissa tra Stati Uniti ed Europa, non ha mai nascosto il suo amore per l’Orval  (6.2%) e a lei si è ispirato in più di un’occasione, a partire da un clone del 2007  per arrivare alle più famose It’s Alive (8%) e soprattutto Årh Hvad?! (6.8%). Ed è stata proprio quest’ultima, distribuita per un periodo del 2015 anche nei supermercati belgi Delhaize, ad avergli creato qualche grattacapo non tanto per la birra ma per aver replicato in etichetta il logo esagonale dell’International Trappist Association sostituendo la scritta “authentic trappist product” con  “authentic mikkeller product”. Le minacce dei frati convinsero Mikkeller a cambiare il nome della birra da Årh Hvad?!  (“che cosa?” in danese) a Hva Såå?! (“e allora”?) rimuovendo il clone del logo trappista; da quanto capisco la birra è poi tornata a chiamarsi Årh Hvad?!, parole che pronunciate in danese suonano come “Or-val”. Le due birre sono poi state commercializzate anche in diverse edizioni barricate: Chardonnay, Grand Marnier, Sauternes a Saint-Emilio.

Le birre.
Malto Pale, una piccola percentuale di Caramello, luppoli Hallertauer Hallerau (Germania), Strisselspalt (Alsazia) e Styrian Golding (Slovenia): questo è quello che i frati rivelano sulle ricetta della Orval originale. Della  Årh Hvad?! di Mikkeller ne sappiamo ancora meno, se non che nel corso della sua produzione viene luppolata quattro volte con luppolo Styrian Goldings. A tre anni dalla messa in bottiglia si presenta di color ambrato con riflessi ramati e dorati: la generosa schiuma pannosa è abbastanza compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma si apre con una poco gradevole nota di solvente e di medicinale, alla quale fanno seguito i tipici odori dei brettanomiceti: cuoio, muffa, cantina. L’inizio non è dei migliori e il gusto si risolleva solo in parte dal baratro: la partenza è dolce di caramello, biscotto e una componente fruttata non ben identificata: fin qui la luce, poi arriva il buio di un’ondata amara, medicinale e terrosa, abbastanza sgradevole alla quale s’accompagnano note di plastica bruciata e medicinale.  Birra che è invecchiata davvero male e che era meglio aver bevuto da giovane.

Discepoli del loro ex-professore al liceo Mikkel Borg Bjergsø, Tobias Emil Jensen e Tore Gynth hanno seguito su scala minore le orme di Mikkeller mettendo in piedi prima la  beerfirm To Øl e poi il brewpub BRUS a Copenhagen; Jensen ha di recente abbandonato la nave che è ora guidata dal solo Tore Gynth. To Øl ha dedicato alla tradizione belga la serie di birre chiamata “Fuck Art”, nella quale non poteva certamente mancare un tributo all’Orval, nello specifico chiamato This is Architecture (5%) . Il riferimento non è tuttavia esplicito e To Øl parla solo di una Farmhouse Pale Ale brettata e rinfrescante.  In etichetta c’è il Ryugyong Hotel, grattacielo di 105 piani ubicato a Pyongyang, Corea del Nord: niente di più lontano dalla tranquilla campagna belga e dai boschi che circondano l’abbazia d’Orval.  Il motivo della scelta è che “la birra è minimalista come il grattacielo”. La sua ricetta include malti Cara Pils, Pilsner, Melanoidin, fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Simcoe e Tettnanger. Siamo dunque molto lontani dalla Orval ma, come vedremo, il risultato è molto più fedele all’originale di quello ottenuto da Mikkeller; anche questa bottiglia è datata 2015 e anche lei è stata prodotta da De Proef in Belgio. 
Il suo colore è oro antico, con riflessi ramati,  l’esuberante schiuma pannosa sembra quasi indistruttibile. Al naso ci sono gradevoli profumi floreali, qualche accenno di ananas e limone, un tocco rustico di paglia e di cuoio. Al palato è vivacemente carbonata, ruspante e scorre con ottima facilità:  note biscottate e caramellate introducono un fruttato dolce che ricorda la polpa dell’arancia subito incalzato dal funky dei brettanomiceti: la chiusura è abbastanza secca e l’amaro terroso è un appena disturbato da una leggera presenza medicinale e di solvente, sebbene in quantità irrisorie rispetto alla Årh Hvad. Nel bicchiere non ci sono le emozioni delle migliori bottiglie d’Orval ma la birra è piacevole e facile da bere e s’intravede a tratti il gusto d’Orval:  in questo caso gli allievi  To Øl hanno sicuramente superato il maestro Mikkeller  ma lei, “la birra della trota con l’anello in bocca”, è ancora là, inarrivabile.
Nel dettaglio:
Mikkeller Årh Hvad?!, 33 cl., alc. 6,8%, scad. 04/03/2025, pagata 1,99 € (supermercato, Belgio)
To Øl Fuck Art - This is Architecture, 33 cl., alc. 5%, scad. 05/05/2020, pagata 4,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 4 ottobre 2018

Faxe Mosaic IPA

La Craft Beer Revolution non ha portato solamente benefici a noi appassionati ma ha anche involontariamente contribuito a creare dei piccoli “mostri”.  Mi riferisco ai tentativi dei grandi birrifici industriali e delle multinazionali di realizzare dei prodotti “crafty”: è “colpa” della birra artigianale se oggi abbiamo sugli scaffali dei supermercati le IPA di Moretti, Poretti e Ceres, tanto per citarne alcune! 
Per molti anni nel mio immaginario (e a quanto leggo non solo nel mio)  la Faxe è stata la “birra dell’autogrill”: la trovavo quasi solo lì, perennemente in offerta nella sua esagerata lattina da un litro. Decenni fa, quando per me la birra era solo un liquido giallo col quale inebriarsi, la Faxe rappresentava una variante esotica e ricercata rispetto alla più diffuse birre danesi Ceres e Carlsberg: incontrare occasionalmente il lattinone da un litro anche al supermercato era un evento gioioso. 
Dietro “alla birra dell’autogrill” c’è però una storia da raccontare: Faxe è un comune della Zelanda, Danimarca, dove nel 1901 Nikoline and Conrad Nielsen fondarono la Fakse Dampbryggeri; dopo la morte del marito, avvenuta nel 1914, la vedova Nielsen cambiò il nome in Faxe Bryggeri e continuò a gestire il birrificio con ottimi risultati grazie alla produzione di lager e strong lager, queste ultime destinate principalmente all’esportazione verso la vicina Germania. Nel 1956 Faxe fu trasformata in una società per azioni la cui maggioranza passò nelle mani dei tre figli di Nikoline e, a partire dal 1960, del nipote Bent Bryde-Nielsen: i suoi investimenti consentirono all’azienda di espandersi e di ottenere un grande successo nel ventennio 1970-1980, soprattutto con l’esportazione in Svezia e Germania del “Grande Danese” (così veniva reclamizzata la lattina da un litro) e alla produzione di soft drinks (Faxe Kondi).  Nel 1989 avvenne la fusione con la Jyske Bryggerier (Ceres, Urban e Thor) per formare la Royal Unibrew secondo maggior produttore danese dietro al colosso Carlsberg; alla fine degli anni 90 vennero inglobati anche i birrifici delle ex-repubbliche baltiche Vilniaus Tauras, Kalnapilis e Lāčplēša Alus. Oggi Royal Unibrew produce quasi 5 milioni di ettolitri l’anno ed ha una forte presenza in Danimarca, Finlandia, Italia (soprattutto con la Ceres Strong Ale), Germania, Lituania, Estonia e Lettonia. Alla guida della divisione “craft & specialty beers”, che attualmente vale il 2% dell’intero fatturato, c’è una vecchia conoscenza: Anders Kissmeyer. Al nostro paese sono destinate le gamme Nørden/Ceres e Polar Monkey; all’inizio dell’estate è arrivata un po’ in sordina anche la Faxe IPA.

La birra.
Il marchio Faxe non dovrebbe accendere entusiasmi tra gli appassionati di birra artigianale, anche se affiancato dalle parole magiche IPA, Mosaic e IBU, le ultime due sconosciute alla stragrande maggioranza di coloro che acquisteranno questa lattina. Il problema è sempre il solito, ovvero il prezzo: immaginate di organizzare una grigliata tra amici e di volerla annaffiare con litri di buona birra. L’opzione “vera artigianale” è molto, troppo cara, direi inaffrontabile. Escludete anche a priori la classica lager scialba e insapore.  Ci sono queste lattine da mezzo litro che costano 1,50 Euro: possono essere un’alternativa ?  
La IPA di Faxe, prodotta con “generose quantità di luppolo Mosaic” (sic) è di un limpido color oro antico: schiuma ineccepibilmente compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non è ovviamente un manifesto di fragranza e freschezza ma tutto sommato è accettabile; marmellata d’agrumi, resina, caramello, c’è anche qualche suggestione di quei frutti di bosco tipici del Mosaic e di alcool. La bevuta prosegue in linea retta senza nessuna sorpresa: si passa dal dolcione biscotto - caramello -  marmellata a un tocco amaro resinoso e vegetale che pungola il palato, sospinto da una percezione dell’alcool (5.7%) molto più elevata di quanto dichiarato. E’ la birra del vichingo, che credevate? Il retrogusto è accondiscendente e ovviamente dolciastro, le manca secchezza, freschezza e fragranza ma nel complesso non è così disastrosa come pensavo e soprattutto priva di quelle sfumature ematiche/metalliche spesso presenti nelle lattine di Faxe. Si beve e meglio di altre IPA industriali, in primis della sorella Ceres al rosmarino: peccato per quella fastidiosa nota etilica. Non la disdegnerei come accompagnamento quantitativo (anziché qualitativo) dell’ipotesi grigliata descritta in precedenza. 
Ovviamente se volete bere una “vera” IPA fatta come dio comanda non dovete cercarla in questa lattina: la qualità si paga (spesso troppo) e in questo caso bisogna accontentarsi. Le alternative low cost oggi non mancano, supermercati e discount sono pieni di proposte alternative alle costose “artigianali”: alcune sono meno peggio di altre e questa IPA di Faxe mi sembra potersi giocare la sua partita. Sul fondo della lattina è anche stampigliata la data di nascita, quindi dateci un'occhio prima dell'acquisto: io ho avuto la fortuna di trovare un esemplare con poco più di un mese di vita.
Formato 50 cl., alc. 5.7%, IBU 45, lotto 23/05/2018, scadenza 21/08/2019, prezzo 1,49 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 15 febbraio 2018

Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Cocoa

Chiudiamo questa piccola rassegna di birre allo sciroppo d’acero ritornano al punto di partenza, ovvero da quel Mikkeller con il quale l’avevamo aperta ovvero la Beer Geek Vanilla Maple Shake: una birra che mi era piaciuta nonostante non ami alla follia queste “pastry stout” o birre-dessert.
La lattina di oggi è una delle ultime declinazioni sul tema “Beer Geek” che arrivano dal quartiere della beerfirm-birrificio più famosa al mondo: Beer Geek Vanilla Maple Cocoa.  Sparisce la parola “shake” ma il lattosio è ugualmente presente nella ricetta assieme ad avena, caffè aromatizzato all’acero (1%) fave di cacao (1%), sciroppo d’acero (0.7%), vaniglia (0.5%).  Mi aspettavo quindi una birra abbastanza simile alla Beer Geek Vanilla Maple Shake con magari l’elemento cioccolato più in evidenza: c’è la componente “dessert” ma rimane anche ben percepibile la birra. Non è invece quello che accade con la sua sorella al cioccolato, nella quale purtroppo della birra si perdono le tracce.

La  birra.
Nel bicchiere è tuttavia bella e golosa: nera con una generosa e compatta testa di schiuma cremosa, compatta e dalla ottima persistenza. Davvero notevole se si considera la gradazione alcolica (13%) e l’utilizzo in ricetta di ingredienti “aggiunti” che a volta non aiutano la formazione di schiuma. L’aroma è tanto esuberante e sfacciato quanto dozzinale e privo di una qualsiasi eleganza:  vaniglia e cioccolato dominano il palcoscenico, ma invece che la patisserie di qualità evoca uno dei tanti snacks industriali. Aggiungeteci frutta secca, caramello e un caffè (in capsula, ovviamente) e ottenete un agglomerato molto dolce e non troppo pulito nel quale lo sciroppo d’acero si perde e non si fa notare. La sensazione palatale è piuttosto morbida: non ci sono viscosità eccessive e la birra si può sorseggiare come una sorta di soffice mousse liquida. 
Il gusto è fotocopia dell’amaro, in tutte le sue caratteristiche: sfacciato, esagerato e cafone nella sua dolcezza da snack industriale al cioccolato, caramello e vaniglia; intensa ma molto poco definita e neppure troppo pulita. L’alcool riscalda con vigore ogni sorso contribuendo ad asciugare un po’ la birra, l’amaro finale anziché da caffè e tostature proviene dai luppoli: una breve tregua prima di un retrogusto-dessert. Sciroppo d’acero non pervenuto neppure al palato, o forse sono io che non sono riuscito ad estrapolarlo dalla massa dolce. E’ una lattina da mezzo litro ma per me dieci centilitri bastano e avanzano:se la Beer Geek Vanilla Maple Shake aveva secondo me ancora un senso, riuscendo a trovare una sorta di compromesso tra birra e dessert, la Beer Geek Vanilla Maple Cocoa si spinge ben oltre il punto di non ritorno. Quindi se amate le Omnipollate e le birre (?) di quel genere fateci un pensiero,  magari riuscirete ad apprezzarla: se invece amate la birra, restatene alla larga.
Formato 50 cl., alc. 13%, imbott. 31/10/2017, scad. 31/10/2027, prezzo indicativo 12-14 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 febbraio 2018

Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Shake

Quella di oggi è la prima di una piccola serie di birre che hanno come protagonista lo sciroppo d’acero, ingrediente che se non erro in Italia non è ancora stato utilizzato (preferiamo il miele) ma che negli Stati Uniti è non di rado usato per aromatizzare alcune birre, soprattutto stout e porter. Non si può ancora parlare di moda, ma i beergeeks iniziano a ricercare queste birre e anche alcuni birrifici europei hanno colto la palla al balzo; tra questi non poteva ovviamente mancare Mikkeller, l’instancabile beerfirm (ma ora anche birrificio, in USA e Danimarca) sempre attento alle richieste del mercato e sempre pronto a far uscire birre nuove. 
Il palcoscenico sul quale far entrare in scena lo sciroppo d’acero è la Beer Geek Breakfast, una delle birre che dal 2006 hanno contribuito in maniera determinante al successo del marchio danese: con poco sforzo si aggiunge ad una ricetta “vincente” un altro dei tanti ingredienti che nel corso degli anni ne hanno ormai ne generato numero incontrollabile di varianti. Beer Geek Weasel  (con il pregiato caffè indonesiano Kopi Luwak), le varie Beer Geek Dessert (caffè e altri ingredienti dolci), le Beer Geek Shake (caffè, altri ingredienti dolci e lattosio) quasi tutte anche disponibili in diverse edizioni invecchiate in botte. 

La birra.
La Beer Geek Vanilla Shake che avevo bevuto tre anni fa non mi aveva particolarmente entusiasmato; della stessa serie fanno parte la Beer Geek Cocoa Shake e, dal giugno dello scorso anno, la Beer Geek Vanilla Maple Shake: avena e  lattosio hanno il compito di creare una sensazione palatale che ricordi quella di un frappè (shake). La ricetta si completa poi con caffè (1%), vaniglia (0.7%) e sciroppo d’acero (0.9%). E' prodotta in Norvegia al birrificio Lervig. Il suo debutto avviene nel weekend del 23-24 giugno presso alcuni locali di Mikkeller, un fusto a testa: Mikkeller Bar Viktoriagade, Mikkeller & Friends, Mikkeller Bar Aarhus, Mikkeller Baghaven, Haven Bar KBH,  Hyggestund, WarPigs Brewpub.
Si presenta vestita di nero e l’importante gradazione alcolica (13%) non le impedisce di generare comunque una modesta testa di schiuma, abbastanza compatta anche se non molto persistente. Sciroppo d’acero, vaniglia e cioccolato al latte dominano l’aroma con intensità e pulizia: l’eleganza non è la sua caratteristica principale, ma ho visto di peggio in queste birre-dessert. Non riesce a trovare spazio il caffè e anche al palato è il dolce a dominare. La sua consistenza è morbida e cremosa, senza essere eccessivamente viscosa: una scelta azzeccata visto che una birra così alcolica e carica d’ingredienti non è esattamente facile da ingurgitare. Melassa, caramello, vaniglia e cioccolato al latte scolpiscono una bevuta dolce nella quale lo sciroppo d’acero è meno evidente rispetto all’aroma: proprio quando il tutto sembra essere troppo, c’è una virata improvvisa verso l’amaro del caffè, delle tostature e, sotto, sotto della resina del luppolo. L’alcool non si nasconde, riscalda con vigore ogni sorso e contribuisce in parte ad asciugare la birra: è lui ad accompagnare caffè e cioccolato amaro in quei titoli di coda che sembrano quasi non aver mai fine. 
La Vanilla Maple Shake di Mikkeller è una birra dessert che riesce a non essere cafona come molte altre sue colleghe e trova una sorta di equilibrio interiore: ricca e potente, non da bere ma da sorseggiare in piccole dosi. Nel bicchiere c’è tanta roba e il troppo alla lunga può stancare:  se non amate alla follia lo stile, meglio condividerla con qualcuno anche se si tratta solo di trentatré centilitri; se invece amate le pastry (imperial) stout, prendetevela comoda e passate con lei tutta la serata, è una birra che vale senz’altro la pena di provare. Ma cercate di evitare di mangiare un dessert prima di prendere il bicchiere in mano.
Formato 33 cl., alc. 13%, imbott. 24/05/2017, scad. 24/05/2027, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 24 gennaio 2018

Munkebo Mikrobryg Ægir Russian Imperial Stout

In Danimarca, in un vecchio mulino del 1962 nei pressi di Kerteminde, è operativa dalla fine del 2013 la Munkebo Mikrobryg che tuttavia, a dispetto del nome, non dispone ancora di impianti produttivi propri;  la città di Odense si trova ad una quindicina di chilometri, Copenhagen a 160. A fondarla è Claus Christensen, laureato in biologia e un dottorato di ricerca in Scienze della Salute all’Università di Copenhagen: dopo una breve esperienza nel ramo commerciale di una multinazionale, Claus ha lavorato come assistente birraio presso i danesi della Midfyn, spostandosi poi in Germania alla Camba Bavaria dove è rimasto per 7 mesi. A luglio 2013 è rientrato in Danimarca per dare vita al progetto Munkebo, che prende il nome dall’omonimo sobborgo un cui si trova: nei campi che circondano il mulino Christensen ha iniziato anche a coltivare luppolo e, da ex-biologo, ha egli stesso isolato da un ape quattro ceppi di lievito. 
Ad aiutarlo ci sono Marie-Louise Pulawska Legh-Smith, che si occupa della parte amministrativa, e il grafico Thomas Bjerregaard Bonde. Non c’è molta chiarezza sul dove vengono prodotte le birre ma mi sembra di capire che sino al 2016 Christensen si è appoggiato alla Grauballe Bryghus di Silkeborg, per poi “delocalizzare” la produzione in Polonia presso il birrificio ReCraft: sono una cinquantina le etichette realizzate in tre anni d’attività.

La birra.
Ægir, nome mitologico scandinavo del gigante re del mare e nventore della birra secondo la mitologia nordica: parola già nota ai birrofili in quanto nome di un birrificio scandinavo. Ecco invece un link per chi volessere approfondire l'argomento "vichinghi e birra". 
La Ægir di Munkebo è una imperial stout la cui ricetta prevede malti Vienna, Monaco, Special B, orzo tostato, Cara 120 e Black; luppoli Northern Brewer e E.K. Goldings,  lievito american ale. La bottiglia in questione credo sia datata 2015 e la birra si presenta nera, con un discreto cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta. L’aroma non è molto intenso e non brilla per eleganza, ma regala ugualmente dolci profumi di fruit cake e prugna disidratata, sciroppo di frutti bosco, liquirizia; in sottofondo leggeri accenni di carne e salsa di soia.  Quando si parla di Imperial Stout scandinave si pensa spesso ad un liquido denso e viscoso che ricorda l’olio motore, ma non è questo il caso: il corpo è medio, poche bollicine, la consistenza è morbida e “leggera”, quasi vellutata. Pane nero, melassa,  fruit cake, prugna e quell’immancabile liquirizia tanto amata nel nord dell’Europa disegnano una bevuta che parte dolce per poi essere bilanciata un finale amaro, di buona intensità, nel quale s’incontrano caffè e tostature, ricordi di cioccolato fondente, terra e tabacco/cenere. L’alcool è abbastanza ben nascosto e apporta solo un delicato tepore, la bevuta mostra ampi margini di miglioramento per quel che riguarda eleganza e pulizia ma è nel complesso abbastanza soddisfacente, se non si hanno grosse aspettative.
Formato 33 cl., alc. 9.4%, IBU 80, lotto 15.131, scad. 01/12/2020.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 31 dicembre 2017

Warpigs Ominous Drip

Il 2017 è giunto agli sgoccioli e per salutarlo ci vuole una grande birra che faccia serata da sola: grande nel formato e nella gradazione alcolica, la imperial stout Ominous Drip di Warpigs sembrerebbe avere il potenziale per l'occasione.
Warpigs è un brewpub a Copenhagen nato dall'unione delle forze di Mikkeller e Three Floyds, birrificio dell'Indiana (USA): l'avevamo incontrato qualche mese fa.  Inaugurato ad aprile 2015, l'impianto BrauKon da 10 ettolitri con potenziale annuo da 250.000 litri è stato guidato sino allo scorso settembre da Kyle Wolak, birraio americano "prestato" dai Three Floyds. Wolak è rientrato negli Stati Uniti per andare a lavorare presso Hill Farmstead, in Vermont, e head brewer è stata nominata la birraia Lan-Xin Foo, sua assistente sin dall'apertura e, in precedenza, operativa sugli impianti pilota dove Mikkeller testa le proprie ricette prima di produrle su grande scala. 
Nel frattempo Warpigs ha anche debuttato nel continente americano, con le ricette danesi che vengono realizzate sugli impianti della Great Central Brewing  (Chicago) e della Wisconsin Brewing: è da anni che si vocifera sull'apertura di un brewpub a Chicago da parte di Three Floyds, chissà che l'idea non venga invece realizzata con il marchio Warpigs.

La birra.
Omnious Drip è una massiccia imperial stout (11.4%) che viene commercializzata per la prima volta all'inizio del 2017; la sua ricetta, tra altri ingredienti non specificati, prevede avena, zucchero di canna e zucchero candito belga.
Nel bicchiere si presenta completamente nera con un piccolo ma cremoso e compatto cappello di schiuma color nocciola, dalla buona persistenza. L'aroma è intenso e opulente, un dessert nel quale abbondano zucchero candito, melassa, fruit cake, caffè e cioccolato: l'eleganza non è la sua caratteristica principale ma si fa perdonare per la sua ricchezza, enfatizzata da una netta nota alcolica con non intende nascondersi. Il corpo è quasi pieno, l'avena le dona una morbidezza palatale cremosa che non sconfina in quel denso "petrolio" tipico di molte imperial stout scandinave. Il gusto riprende la ricchezza e la dolcezza dell'aroma, riproponendo melassa, fruit cake, frutta sotto spirito, cioccolato: l'alcool riscalda con vigore ogni sorso, obbligando ad un lento ma piacevole sorseggiare e contribuisce a bilanciare la dolcezza, asciugandola. Il finale amaro è corto e caratterizzato più della noti pungenti del luppolo che dalle tostature e dal caffè, nel retrogusto c'è anche una punta di carne affumicata. 
Imperial stout esuberante ed esagerata, un botto di fine anno: tutto molto bene, l'amaro finale un po' sgraziato le fa perdere qualche punto ma è una birra capace di fare serata, da gustarsi senza fretta, prendendosi tutto il tempo necessario: la bottiglia da 75 può soddisfare tranquillamente 3-4 persone, a piccole dosi. Qualche altro mese di cantina le avrebbe probabilmente giovato, ma anche così è una bevuta che soddisfa e appaga.
Formato 75 cl., alc. 11.4%, scad. 14/12/2021, prezzo indicativo 18.00-20.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 28 dicembre 2017

Dry & Bitter As Seen On TV


Tra i protagonisti dell'anno che sta per concludersi mi sembra doveroso includere anche il birrificio danese Dry & Bitter, che continua a sfornare birre di ottima qualità e che arrivano in Italia piuttosto fresche.  
La sua storia, abbastanza contorta, l'avevo cercata di ricostruire qui: alla guida ci sono Søren Wagner e Jay Pollard, proprietari anche del noto beer bar di Copenhagen chiamato Fermentoren,  24 spine tutte dedicate al craft e una succursale aperta di recente ad Aarhus. Nel 2015 i due soci rilevano anche il birrificio Ølkollektivet che produce per moltissime beer firm danesi e lo utilizzano, oltre che per realizzare le birre destinate al Fermentoren, anche per lanciare il loro marchio Dry & Bitter. Da notare che Wagner possiede già un'altra beefirm, Croocked Moon.
Dopo un avvio scoppiettante, con cinquanta diverse birre realizzate in poco più di un anno di vita, i ragazzi di Copenhagen hanno rallentato leggermente il ritmo e oggi ne annoverano un'ottantina, con IPA e dintorni sempre a farla da padrone. Tra le loro birre di maggior successo vi è infatti la serie delle Bale Ale, cinque diverse single-hop Session IPA; di questo sotto stile fanno anche parte la Myrcia Dreams, realizzata inizialmente assieme agli inglesi di Buxton e la collaborazione con Cloudwater chiamata Draining The Swamp.
Non bastassero, a luglio 2017 Dry & Bitter ha presentato al Fermentoren i primi fusti di As Seen on TV, Session IPA che promette grazie all'utilizzo di avena e frumento, un corpo molto più sostenuto di quello che vi aspettereste. Non sono stati precisati gli altri ingredienti.

La birra.
Nel bicchiere è di un bel arancio pallido, velato e sormontato da una cremosa e compatta schiuma biancastra, molto persistente. Il naso è fresco e presenta un bel cesto di frutta composto sopratutto da cedro e pompelmo che relegano in sottofondo pesca, ananas e mango. Bene pulizia e intensità, l'ampiezza dello spettro aromatico è buona ma potrebbe essere migliore. Il mouthfeel è effettivamente sorprendente, considerando che si parla di una session beer (4.2%): corpo medio, consistenza cremosa e morbida, leggermente chewy. La gratificazione edonistica è garantita, ne viene un po' penalizzata la velocità di bevuta: è una birra facile ma che gioco forza si sorseggia (ad alta frequenza) anziché tracannare. Il gusto è di una intensità impressionante, quello che vorresti sempre trovare in birre dalla bassa gradazione alcolica. E' una Session IPA molto fruttata ma che non sconfina nel territorio del juicy, benché ne voglia riproporre la sensazione palatale: il dolce sottofondo di mango, ananas e pesca supporta un amaro elegante e di buona intensità caratterizzato da resina e un po' di pompelmo, protagonisti anche di un finale piuttosto lungo. 
Ottima pulizia e  grande secchezza in una birra che regala intensità di profumi e sapori, accompagnandoli con poco alcool: tutto quello che ci dev'essere in una "session". Livello alto, birra molto ben riuscita, avesse anche un prezzo "sessionabile" sarebbe perfetta. 
Formato: 33 cl., alc. 4.2%, imbott. 10/11/2017, scad. 10/05/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.


lunedì 18 dicembre 2017

Amager La Santa Muerte

Nuestra Señora de la Santa Muerte, divinità messicana dall’origine controversa che alcuni fanno risalire al periodo precolombiano ma della quale si ha un ricostruzione storica documentata (ma incerta) solo a partire dal diciottesimo secolo. Il suo culto ha iniziato però a diffondersi rapidamente alla fine degli anni ’90 e pare coinvolga oggi quasi dieci milioni di fedeli in Messico e America Latina. Nell’ottobre 2002 l’arcivescovo della Chiesa Cattolica a Città del Messico, David Romo Guillèn, provò a ottenere lo status di associazione religiosa per il culto della Santa Morte e per la sua “Iglesia Católica Tradicional MÉX-USA”, ma la sua richiesta fu respinta e il vescovo lo rimosse dall’incarico: sarebbe un controsenso teologico adorare quella morte che Cristo sconfisse. 
La  clandestinità del culto contribuì a far crescere attorno alla Santa Muerte la leggenda di "protettrice dei criminali" e i giornali spesso la dipingono legata agli ambienti del narcotraffico. Ma La Niña Blanca (o Flaquita o  Hermana Blanca, altri nomi con la quale viene chiamata): “non è solo la “santa dei narcos,” ma piuttosto della povera gente, degli abbandonati e di chiunque si senta precario e insicuro nella difficilissima società messicana: gli stessi narcos come i poliziotti, ma anche i carcerati, i venditori, le casalinghe, le donne delle pulizie, i disoccupati.  L’idea di base è che la morte equivale alla giustizia assoluta perché non fa distinzioni sociali.” 
Nata come statua, oggi la Santa Muerta trova la sua rappresentazione iconografica più diffusa nella forma del tatuaggio, simbolo perenne di devozione sulla pelle. Per la maggior parte  sono giovani con meno di 30 anni e provenienti dalle zone più povere del paese: portano con sé doni di ogni tipo: candele, cibo, bottiglie di tequila, sigarette e anche marijuana, che lasciano ai piedi della statua per chiederle favori e benedizioni. 
La Santa Muerte è rappresentata come uno scheletro vestito di una tunica, i cui colori si riferiscono ai diversi poteri che le vengono attributi: il “nero per la protezione dai pericoli, verde appoggio nei problemi legali, il giallo aiuto con le questioni di denaro, il rosso intercessione nelle questioni d’amore; e c’è anche una versione policroma, con sette colori, quindi “tuttofare”, con sette poteri. Spessissimo tiene in mano una falce e regge il globo terracqueo, ma è rappresentata anche con una bilancia, accompagnata da un gufo, alata, con una clessidra, con arco e frecce; si conoscono pure versioni in motocicletta, nella posa della Pietà di Michelangelo, e persino incinta!”

La birra.
Dal  Messico spostiamoci alla Danimarca dove quelli del birrificio danese Amager assicurano di aver assistito a celebrazioni della Santa Morte, nei giorni successivi ad Halloween, anche nella isolata area naturalistica di Kalvebod Fælled che si trova a pochi chilometri di distanza.  Qualcuno dice di aver trovato su quel terreno ossa di animali e umane. Se non ci credete, andate voi stessi a verificare: e se vi manca il coraggio per farlo, bevete questa bottiglia di Imperial Stout che vi aiuterà e vi proteggerà. 
La ricetta recita malti Pilsner, Crystal 150, Caraaroma, Chocolate, Black e orzo tostato; luppoli Herkules, Columbus e Simcoe; zucchero Demerara e miele: la Santa Muerte apparve per la prima volta a dicembre 2015 solo in fusto e l’anno successivo venne poi proposta in bottiglia. 
Nel bicchiere è assolutamente nera e forma un cremoso e compatto cappello di schiuma beige dall’ottima persistenza.  L’aroma offre un dolce benvenuto di miele e zucchero candito, orzo tostato, toffee e qualche nota fruttata che richiama soprattutto i cosiddetti “dark fruits” (prugna, mora, mirtillo..); non c’è molta complessità ma il bouquet è pulito e intenso. Stessa cosa si può dire del gusto, un po’ poco preciso nel quale i singoli elementi sono sono ben definiti ma che nel complesso risulta assolutamente gradevole. Il dolce quasi sciropposo miele e toffee fa da collante tra liquirizia e caffè, uvetta, frutti di bosco, qualche suggestione di creme brulée; la bevuta è poi bilanciata da un finale nel quale emerge soprattutto l’amaro del torrefatto. L'ottima sensazione palatale è oleosa e quasi vellutata, corpo tra medio e pieno: nel bicchiere non c'è il classico "catrame" scandinavo, per intenderci. L’alcool (10%) riscalda con criterio, diffondendo il suo tepore ad ogni sorso senza mai essere d’intralcio: è sicuramente l’imperial stout più dolce tra quelle proposte da Amager, che solitamente non lesina tostature e luppoli. Si chiude con una lunga scia etilica di caffè zuccherato e frutta sotto spirito capace di tenervi compagnia per molti minuti. 
Formato: 50 cl., alc.10%, lotto 1434, scad.  01/10/2018, prezzo indicativo 9,00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 ottobre 2017

Mikkeller Monks Elixir 2013 vs. To Øl Fuck Art - This is Advertising 2013

Il maestro (Mikkel Borg Bjergsø) e gli allievi (Tobias Emil Jensen e Tore Gynth):  un rapporto iniziato nel 2005 quando i due ragazzi, allora sedicenni, si ritrovarono Borg Bjergsø come insegnante di matematica e fisica e, previa autorizzazione, utilizzarono tutti insieme la cucina scolastica per fare i loro esperimenti di homebrewing. Borg Bjergsø in quello stesso anno lasciò la vita accademica per dedicarsi alla birra a tempo pieno aprendo la beerfirm Mikkeller: Jensen e Gynth lo seguirono con qualche anno di ritardo, nel 2010, con la beer firm To Øl che debuttò realizzando una birra collaborativa proprio con l’ex professore, la  Overall IIPA.
In questi sette anni le carriere delle due beerfirm hanno avuto un percorso simile, sebbene quella di Mikkeller sia cresciuta di più e più in fretta, guardando soprattutto al di fuori dei confini europei. Nel nostro continente entrambi hanno prodotto la maggioranza delle proprie birre in Belgio da De Proef, entrambi ora hanno un brewpub a Copenhagen (Warpigs per Mikkeller, BRUS per To Øl) e un webshop sul quale vendono merchandising, birre proprie e di birrifici “amici”, entrambi hanno iniziato ad utilizzare il formato lattina. Mikkeller e To Øl hanno poi diversi interessi in comune, tra i quali il Mikkeller & friends  (locale +  Bottle Shop)  a Copenhagen. Lo scorso anno Tobias Emil Jensen ha abbandonato To Øl per dedicarsi ad altri non specificati progetti. 

Le birre.
Che i sopracitati protagonisti amino il Belgio non è un segreto:  Mikkeller da sempre mette la Orval in cima alle sue preferenze e ha realizzato diverse birre ispirandosi a lei. To Øl ha lanciato qualche anno fa la serie “Fuck Art”  nella quale la tradizione belga viene rivisitata in chiave moderna. 
Mettiamo allora a confronto due di queste birre, entrambe prodotte in Belgio da De Proef nel 2013; due “quadrpuel” (o “belgian strong ales”, se preferite) che guardano a due classici trappisti senza tempo: Rochefort 10 e Westvleteren 12.  
Mikkeller propone la sua Monks Elixir (10%), rinominata per il mercato americano (e credo ormai anche per quello europeo) Monk’s Brew, con una differente etichetta. To Øl risponde con meno romanticismo cancellando qualsiasi legame con il mondo monastico: Fuck Art - This is Advertising (11.3%)  è il nome scelto.  Curioso come il contenuto alcolico delle loro due quadrupel – quasi a non volersi far concorrenza -  rifletta quello delle due grandi trappiste Westvleteren (10.2%) e Rochefort (11.3%). 
All’aspetto entrambe si vestono con la classica tonaca di frate, ma la To Øl è molto più torbida; la sua schiuma è perfettamente cremosa con compattezza e finezza superiori a quella di Mikkeller. L’aroma della Monks Elixir è pulito, ricco e complesso, molto intenso: pera, uvetta, datteri e fichi, accenni di ciliegia, amaretto, biscotto al burro, mela al forno e marzapane, una sorta di dessert leggermente speziato e bagnato nell’alcool.  La This is Advertising si muove sullo stesso percorso ma lo fa con minor pulizia e finezza, mettendo la componente etilica in primo piano: anche gli esteri fruttati (uvetta e datteri, pera) rimangono nelle retrovie lasciando spazio a zucchero candito e biscotto, spezie, marzapane.  Per quel che riguarda il mouthfeel è di nuovo la Monks Elixir a farsi preferire: corpo medio, bollicine ancora vivaci dopo quattro anni di cantina, e una buona scorrevolezza la palato; molto più “ingombrante“ risulta invece la quadrupel di To Øl, pastosa, a tratti al confine del masticabile.
Entrambe le birre danno comunque il meglio di sé al naso, offrendo un gusto molto meno espressivo e ricco: se la cava sicuramente meglio la Monks Elixir, dolce di caramello e biscotto, uvetta e  datteri, una delicata speziatura. Il dolce è ben asciugato dal alcool e da un'ottima attenuazione; termina con una lunga scia calda di frutta sotto spirito. This is Advertising gioca la sua partita sul canovaccio biscotto, caramello e pasticceria, zucchero candito, un tocco di spezie: non ci sono quasi esteri fruttati, la componente etilica è molto in evidenza e a tratti quasi brucia, rallentando la bevuta. Nel finale spunta anche una nota americante terrosa, completamente assente nella quadrupel di Mikkeller. 
La "sfida" viene vinta in scioltezza dalla Monks Elixir: il livello non è quello delle grandi trappiste ma si tratta di una quadrupel puilta e ben fatta che tiene sotto controllo la componente etilica mostrando almeno un paio di gradi in meno di quelli dichiarati. Delude l'interpretazione di To Øl, una bomba maltata e zuccherata, abbastanza ben attenuata ma assai poco caratterizzata dal lievito. L'alcool non viene supportato da un'adeguata complessità e la noia aleggia sul bordo del bicchiere. 
Nel dettaglio:
Monks Elixir, formato 33 cl., alc. 10%, scad. 22/11/2018
Fuck Art - This is Advertising, formato 33 cl., alc. 11.3%, scad. 17/04/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.