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mercoledì 19 dicembre 2018

Mikkeller NYC Magic Skyway

I numeri dell’impero Mikkeller sono pressappoco questi: sei locations negli Stati Uniti, venti in Danimarca, nove negli altri paesi Europei e cinque in Asia (Tailandia, Taiwan, Corea del Sud e Tokyo). La lista comprende soprattutto bar e ristoranti ma vi sono anche i due birrifici americani e quello di Copenaghen (Baghaven) dedicato alla produzione di birre con lieviti selvaggi. Ma restiamo in territorio statunitense: Mikkel Borg Bjergsø rilevò nell’aprile 2016 a San Diego il vecchio birrificio di Alesmith e in partnership con loro diede vita a Mikkeller San Diego. 
A luglio 2017 fu annunciata la nascita di Mikkeller New York Cityall’interno della vasta e prestigiosa cornice dello stadio di baseball Citi Field, casa dei New York Metz, nel Queens. Qualche mese prima Mikkeller aveva anticipato l’operazione realizzando a San Diego due birre (Henry Hops e  Say Hey Sally) destinate esclusivamente ai bar dello stadio. Mikkeller NYC opera con un impianto da 24 ettolitri nei 1000 metri quadrati di spazio che ospitano anche ristorante e taproom con 60 spine, beershop e merchandising. Il ruolo di head brewer è stato affidato a Richard Saunders, quattro anni di esperienza presso la Shmaltz Brewing Company, mentre al comando delle operazioni è stato chiamato Jim Raras, proveniente da Hill Farmstead nel ruolo di Vice President. Mikkeller NYC ha debuttato il 30 dicembre 2017 con una birra collaborativa realizzata alla Thin Man Brewery di Buffalo; sino all’entrata in funzione dell’impianto di New York, avvenuta a marzo 2018, allo stadio sono state servite le birre realizzate a San Diego. Da marzo ad oggi Mikkeller NYC ne ha già sfornate una settantina, secondo il database di Untappd. 
Racconta Raras: “per quel che riguarda la costruzione è stata una sfida perché non dovevamo disturbare le partite di baseball, ma i locali erano già stati utilizzati in passato per ospitare eventi privati nello stadio e quindi erano già provvisti delle infrastrutture idriche ed elettriche”. L’altezza dei soffitti (8 metri!) ha consentito di progettare il birrificio “in verticale”,  posizionando  i fermentatori al di sopra dei maturatori.  Lo stadio ospita circa 81 partite all’anno: la seconda sfida è convincere la gente a recarsi nei pressi dello stadio per bere una birra anche in tutte le altre serate, soprattutto nei freddi inverni newyorkesi. Di sicuro non avranno problemi parcheggio.  “Siamo all’interno del Citi Field ma siamo inquilini. Beneficiamo solo dell’infrastruttura” – afferma Raras sottolineando che i New York Mets non hanno niente a che vedere con il birrificio. Sarà vero? Avevamo già sfiorato l’argomento qualche tempo fa parlando di Evil Twin, marchio di proprietà di Jeppe Jarnit-Bjergso, gemello di Mikkeller, anche lui in procinto di aprire il suo primo birrificio nel Queens ed in pessimi rapporti con il fratello. Jeppe si era tolto su Twitter (in un post ora privato) qualche sassolino dalla scarpa: “Mikkel e Mikkeller hanno lo 0% di  Mikkeller NYC; sono fatti pubblici, ho le prove. Mikkeller NYC non è un piccolo birrificio indipendente ma parte di un facoltoso gruppo che, tra le altre cose, possiede anche i New York Mets. Lui ha concesso ad altri la licenza di usare il suo marchio e ogni giorno mente su questo.” La risposta di Mikkel? Semplice: “tutto quello che Jeppe dice è inventato, lui non può provare nulla di quello che racconta su di me e Mikkeller”. 
Qualcuno però ha voluto indagare un po’ più a fondo sulla questione: per chi volesse approfondire, ecco l’articolo completo sul blog Good Beer Hunting. La società a responsabilità limitata SEMB CF ha ottenuto il 18 luglio 2017  dalla New York State Liquor Authority i permessi per aprire Mikkeller Brewing NYC nello stadio dei Metz; questa società è controllata da Saul Katz (9%), presidente dei New York Metz, e da un’altra società (Sterling MB Holdings LLC) nella quale partecipano 14 persone: la maggioranza è posseduta da Bruce (47,2%) e Jeff (9%) Wilpon, figli di Fred Wilpon, socio in affari di Katz nonché azionista di maggioranza dei Metz. Anche Jim Raras possiede una quota (2.5%) della Sterling MB Holdings. Tutte queste persone controllano la SEMB CF che è proprietaria di Mikkeller Brewing NYC: Mikkel Borg Bjergsø non viene mai citato e di fatto il suo ruolo all’interno dell’azienda è sconosciuto. 
Contattato direttamente da Good Beer Hunting, Mikkel ha minacciato azioni legali ed affermato di non poter parlare della composizione societaria in quanto vincolato da accordi di confidenzialità: “ogni progetto prevede delle decisioni strategiche e dei segreti. Abbiamo impiegato anni a costruire il marchio Mikkeller e non possiamo correre rischi. Ma questo è quello che accade in quasi tutte le partnership nel mondo”. Ha tuttavia confermato che nessun luogo o prodotto Mikkeller potrebbe mai esistere senza la sua approvazione: “tutti i locali Mikkeller funzionano allo stesso modo. Io controllo al 100% qualsiasi decisione presa dai  soci  (sic!) che usano il mio marchio e io posso chiudere quei locali che non rispettano i nostri standard”. Pur non volendo scendere nei dettagli Mikkel avrebbe descritto Mikkeller NYC in modo simile ad un contratto di franchising o di licenza in uso di un marchio, del quale lui detiene il 100%. Mikkeller si identifica proprietario in quanto colui che ha fornito l’idea, il design ed il marchio per Mikkeller NYC; avrebbe inoltre anche voce in capitolo sul personale assunto, dichiarando che tutte le posizioni manageriali sono approvate dal quartier generale a Copenhagen. 
E, per chi si fosse perso qualche pezzo per strada, vale la pena ricordare che nel 2016 Mikkeller aveva venduto il 10%-15% della propria società danese alla Orkila Capital di New York per una somma imprecisata.

La birra.
Juicy, Hazy, NEIPA: chiamatele come volete ma sono queste le birre del momento, soprattutto negli Stati Uniti. Mikkeller NYC non sta ovviamente a guardare e procede al ritmo serrato di una novità dietro l’altra per soddisfare un mercato sempre più desideroso di qualcosa di “nuovo” piuttosto che di “buono”.  E così alla fine dello scorso Ottobre viene realizzata una nuova NEIPA chiamata  Magic Skyway (6%) e prodotta con abbondante utilizzo di Simcoe e Mosaic. 
Di color arancio pallido opalescente, forma nel bicchiere un cremoso cappello di schiuma abbastanza compatto e dalla buona persistenza. L’aroma è piuttosto fresco e alquanto sorprendente per pulizia ed eleganza: ananas, pompelmo, arancia, qualche accenno di papaia, mango e dank. Ottime premesse che vengono mantenute al palato; questa IPA di Mikkeller NYC si mantiene a debita distanza da cafonate e sfacciati succhi di frutti: il mouthfeel è morbido ma non compromette affatto la scorrevolezza. C’è un carattere fruttato in bella evidenza, piuttosto elegante e molto ben definito: una macedonia nella quale sono perfettamente distribuiti pompelmo, arancia, ananas e mango. Non c’è praticamente traccia d’amaro, il tanto temuto “effetto pellet” è completamente assente: il finale è secco, l’alcool non è pervenuto.  IPA riuscitissima, molto ben fatta, ancora fresca e fragrante, precisa e definita: una dimostrazione che questo sottostile può essere affrontato con intelligenza e con risultati davvero notevoli, se non si vuole strafare. Al di là della poca chiarezza nei confronti dei consumatori su cosa ci sia veramente di Mikkeller in Mikkeller NYC, quello che si trova in questo bicchiere è torbido alla vista ma di qualità cristallina.
Formato 47,3 cl., alc. 6%, lotto 23/10/2018, prezzo indicativo 10,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 30 ottobre 2018

Mikkeller Årh Hvad?! & To Øl Fuck Art - This is Architecture


Potrei iniziare chiamando in causa “La guerra dei Cloni”, noto concorso per homebrewers che si tiene nel luglio di ogni anno al birrificio Baladin di Piozzo: i concorrenti devono presentare una birra ispirata ad una precisa produzione commerciale e replicarla il più fedelmente possibile.  Clonazioni, tributi, emulazioni: c’è una birra belga che in questo campo forse non ha eguali. Parliamo di quella, l’unica, prodotta dietro le mura dell’Abbazia di Notre-Dame d’Orval: non si contano gli homebrewers ed i birrai che hanno cercato di replicare il “goût d'Orval”. AI brettanomiceti, inoculati al momento dell’imbottigliamento, il compito di modificarlo nel corso degli anni: alla vostra preferenza la scelta di berla giovane o dopo qualche anno di cantina.
Mikkeller, birraio zingaro e con qualche dimora fissa tra Stati Uniti ed Europa, non ha mai nascosto il suo amore per l’Orval  (6.2%) e a lei si è ispirato in più di un’occasione, a partire da un clone del 2007  per arrivare alle più famose It’s Alive (8%) e soprattutto Årh Hvad?! (6.8%). Ed è stata proprio quest’ultima, distribuita per un periodo del 2015 anche nei supermercati belgi Delhaize, ad avergli creato qualche grattacapo non tanto per la birra ma per aver replicato in etichetta il logo esagonale dell’International Trappist Association sostituendo la scritta “authentic trappist product” con  “authentic mikkeller product”. Le minacce dei frati convinsero Mikkeller a cambiare il nome della birra da Årh Hvad?!  (“che cosa?” in danese) a Hva Såå?! (“e allora”?) rimuovendo il clone del logo trappista; da quanto capisco la birra è poi tornata a chiamarsi Årh Hvad?!, parole che pronunciate in danese suonano come “Or-val”. Le due birre sono poi state commercializzate anche in diverse edizioni barricate: Chardonnay, Grand Marnier, Sauternes a Saint-Emilio.

Le birre.
Malto Pale, una piccola percentuale di Caramello, luppoli Hallertauer Hallerau (Germania), Strisselspalt (Alsazia) e Styrian Golding (Slovenia): questo è quello che i frati rivelano sulle ricetta della Orval originale. Della  Årh Hvad?! di Mikkeller ne sappiamo ancora meno, se non che nel corso della sua produzione viene luppolata quattro volte con luppolo Styrian Goldings. A tre anni dalla messa in bottiglia si presenta di color ambrato con riflessi ramati e dorati: la generosa schiuma pannosa è abbastanza compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma si apre con una poco gradevole nota di solvente e di medicinale, alla quale fanno seguito i tipici odori dei brettanomiceti: cuoio, muffa, cantina. L’inizio non è dei migliori e il gusto si risolleva solo in parte dal baratro: la partenza è dolce di caramello, biscotto e una componente fruttata non ben identificata: fin qui la luce, poi arriva il buio di un’ondata amara, medicinale e terrosa, abbastanza sgradevole alla quale s’accompagnano note di plastica bruciata e medicinale.  Birra che è invecchiata davvero male e che era meglio aver bevuto da giovane.

Discepoli del loro ex-professore al liceo Mikkel Borg Bjergsø, Tobias Emil Jensen e Tore Gynth hanno seguito su scala minore le orme di Mikkeller mettendo in piedi prima la  beerfirm To Øl e poi il brewpub BRUS a Copenhagen; Jensen ha di recente abbandonato la nave che è ora guidata dal solo Tore Gynth. To Øl ha dedicato alla tradizione belga la serie di birre chiamata “Fuck Art”, nella quale non poteva certamente mancare un tributo all’Orval, nello specifico chiamato This is Architecture (5%) . Il riferimento non è tuttavia esplicito e To Øl parla solo di una Farmhouse Pale Ale brettata e rinfrescante.  In etichetta c’è il Ryugyong Hotel, grattacielo di 105 piani ubicato a Pyongyang, Corea del Nord: niente di più lontano dalla tranquilla campagna belga e dai boschi che circondano l’abbazia d’Orval.  Il motivo della scelta è che “la birra è minimalista come il grattacielo”. La sua ricetta include malti Cara Pils, Pilsner, Melanoidin, fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Simcoe e Tettnanger. Siamo dunque molto lontani dalla Orval ma, come vedremo, il risultato è molto più fedele all’originale di quello ottenuto da Mikkeller; anche questa bottiglia è datata 2015 e anche lei è stata prodotta da De Proef in Belgio. 
Il suo colore è oro antico, con riflessi ramati,  l’esuberante schiuma pannosa sembra quasi indistruttibile. Al naso ci sono gradevoli profumi floreali, qualche accenno di ananas e limone, un tocco rustico di paglia e di cuoio. Al palato è vivacemente carbonata, ruspante e scorre con ottima facilità:  note biscottate e caramellate introducono un fruttato dolce che ricorda la polpa dell’arancia subito incalzato dal funky dei brettanomiceti: la chiusura è abbastanza secca e l’amaro terroso è un appena disturbato da una leggera presenza medicinale e di solvente, sebbene in quantità irrisorie rispetto alla Årh Hvad. Nel bicchiere non ci sono le emozioni delle migliori bottiglie d’Orval ma la birra è piacevole e facile da bere e s’intravede a tratti il gusto d’Orval:  in questo caso gli allievi  To Øl hanno sicuramente superato il maestro Mikkeller  ma lei, “la birra della trota con l’anello in bocca”, è ancora là, inarrivabile.
Nel dettaglio:
Mikkeller Årh Hvad?!, 33 cl., alc. 6,8%, scad. 04/03/2025, pagata 1,99 € (supermercato, Belgio)
To Øl Fuck Art - This is Architecture, 33 cl., alc. 5%, scad. 05/05/2020, pagata 4,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 15 febbraio 2018

Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Cocoa

Chiudiamo questa piccola rassegna di birre allo sciroppo d’acero ritornano al punto di partenza, ovvero da quel Mikkeller con il quale l’avevamo aperta ovvero la Beer Geek Vanilla Maple Shake: una birra che mi era piaciuta nonostante non ami alla follia queste “pastry stout” o birre-dessert.
La lattina di oggi è una delle ultime declinazioni sul tema “Beer Geek” che arrivano dal quartiere della beerfirm-birrificio più famosa al mondo: Beer Geek Vanilla Maple Cocoa.  Sparisce la parola “shake” ma il lattosio è ugualmente presente nella ricetta assieme ad avena, caffè aromatizzato all’acero (1%) fave di cacao (1%), sciroppo d’acero (0.7%), vaniglia (0.5%).  Mi aspettavo quindi una birra abbastanza simile alla Beer Geek Vanilla Maple Shake con magari l’elemento cioccolato più in evidenza: c’è la componente “dessert” ma rimane anche ben percepibile la birra. Non è invece quello che accade con la sua sorella al cioccolato, nella quale purtroppo della birra si perdono le tracce.

La  birra.
Nel bicchiere è tuttavia bella e golosa: nera con una generosa e compatta testa di schiuma cremosa, compatta e dalla ottima persistenza. Davvero notevole se si considera la gradazione alcolica (13%) e l’utilizzo in ricetta di ingredienti “aggiunti” che a volta non aiutano la formazione di schiuma. L’aroma è tanto esuberante e sfacciato quanto dozzinale e privo di una qualsiasi eleganza:  vaniglia e cioccolato dominano il palcoscenico, ma invece che la patisserie di qualità evoca uno dei tanti snacks industriali. Aggiungeteci frutta secca, caramello e un caffè (in capsula, ovviamente) e ottenete un agglomerato molto dolce e non troppo pulito nel quale lo sciroppo d’acero si perde e non si fa notare. La sensazione palatale è piuttosto morbida: non ci sono viscosità eccessive e la birra si può sorseggiare come una sorta di soffice mousse liquida. 
Il gusto è fotocopia dell’amaro, in tutte le sue caratteristiche: sfacciato, esagerato e cafone nella sua dolcezza da snack industriale al cioccolato, caramello e vaniglia; intensa ma molto poco definita e neppure troppo pulita. L’alcool riscalda con vigore ogni sorso contribuendo ad asciugare un po’ la birra, l’amaro finale anziché da caffè e tostature proviene dai luppoli: una breve tregua prima di un retrogusto-dessert. Sciroppo d’acero non pervenuto neppure al palato, o forse sono io che non sono riuscito ad estrapolarlo dalla massa dolce. E’ una lattina da mezzo litro ma per me dieci centilitri bastano e avanzano:se la Beer Geek Vanilla Maple Shake aveva secondo me ancora un senso, riuscendo a trovare una sorta di compromesso tra birra e dessert, la Beer Geek Vanilla Maple Cocoa si spinge ben oltre il punto di non ritorno. Quindi se amate le Omnipollate e le birre (?) di quel genere fateci un pensiero,  magari riuscirete ad apprezzarla: se invece amate la birra, restatene alla larga.
Formato 50 cl., alc. 13%, imbott. 31/10/2017, scad. 31/10/2027, prezzo indicativo 12-14 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 febbraio 2018

Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Shake

Quella di oggi è la prima di una piccola serie di birre che hanno come protagonista lo sciroppo d’acero, ingrediente che se non erro in Italia non è ancora stato utilizzato (preferiamo il miele) ma che negli Stati Uniti è non di rado usato per aromatizzare alcune birre, soprattutto stout e porter. Non si può ancora parlare di moda, ma i beergeeks iniziano a ricercare queste birre e anche alcuni birrifici europei hanno colto la palla al balzo; tra questi non poteva ovviamente mancare Mikkeller, l’instancabile beerfirm (ma ora anche birrificio, in USA e Danimarca) sempre attento alle richieste del mercato e sempre pronto a far uscire birre nuove. 
Il palcoscenico sul quale far entrare in scena lo sciroppo d’acero è la Beer Geek Breakfast, una delle birre che dal 2006 hanno contribuito in maniera determinante al successo del marchio danese: con poco sforzo si aggiunge ad una ricetta “vincente” un altro dei tanti ingredienti che nel corso degli anni ne hanno ormai ne generato numero incontrollabile di varianti. Beer Geek Weasel  (con il pregiato caffè indonesiano Kopi Luwak), le varie Beer Geek Dessert (caffè e altri ingredienti dolci), le Beer Geek Shake (caffè, altri ingredienti dolci e lattosio) quasi tutte anche disponibili in diverse edizioni invecchiate in botte. 

La birra.
La Beer Geek Vanilla Shake che avevo bevuto tre anni fa non mi aveva particolarmente entusiasmato; della stessa serie fanno parte la Beer Geek Cocoa Shake e, dal giugno dello scorso anno, la Beer Geek Vanilla Maple Shake: avena e  lattosio hanno il compito di creare una sensazione palatale che ricordi quella di un frappè (shake). La ricetta si completa poi con caffè (1%), vaniglia (0.7%) e sciroppo d’acero (0.9%). E' prodotta in Norvegia al birrificio Lervig. Il suo debutto avviene nel weekend del 23-24 giugno presso alcuni locali di Mikkeller, un fusto a testa: Mikkeller Bar Viktoriagade, Mikkeller & Friends, Mikkeller Bar Aarhus, Mikkeller Baghaven, Haven Bar KBH,  Hyggestund, WarPigs Brewpub.
Si presenta vestita di nero e l’importante gradazione alcolica (13%) non le impedisce di generare comunque una modesta testa di schiuma, abbastanza compatta anche se non molto persistente. Sciroppo d’acero, vaniglia e cioccolato al latte dominano l’aroma con intensità e pulizia: l’eleganza non è la sua caratteristica principale, ma ho visto di peggio in queste birre-dessert. Non riesce a trovare spazio il caffè e anche al palato è il dolce a dominare. La sua consistenza è morbida e cremosa, senza essere eccessivamente viscosa: una scelta azzeccata visto che una birra così alcolica e carica d’ingredienti non è esattamente facile da ingurgitare. Melassa, caramello, vaniglia e cioccolato al latte scolpiscono una bevuta dolce nella quale lo sciroppo d’acero è meno evidente rispetto all’aroma: proprio quando il tutto sembra essere troppo, c’è una virata improvvisa verso l’amaro del caffè, delle tostature e, sotto, sotto della resina del luppolo. L’alcool non si nasconde, riscalda con vigore ogni sorso e contribuisce in parte ad asciugare la birra: è lui ad accompagnare caffè e cioccolato amaro in quei titoli di coda che sembrano quasi non aver mai fine. 
La Vanilla Maple Shake di Mikkeller è una birra dessert che riesce a non essere cafona come molte altre sue colleghe e trova una sorta di equilibrio interiore: ricca e potente, non da bere ma da sorseggiare in piccole dosi. Nel bicchiere c’è tanta roba e il troppo alla lunga può stancare:  se non amate alla follia lo stile, meglio condividerla con qualcuno anche se si tratta solo di trentatré centilitri; se invece amate le pastry (imperial) stout, prendetevela comoda e passate con lei tutta la serata, è una birra che vale senz’altro la pena di provare. Ma cercate di evitare di mangiare un dessert prima di prendere il bicchiere in mano.
Formato 33 cl., alc. 13%, imbott. 24/05/2017, scad. 24/05/2027, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 ottobre 2017

Mikkeller Monks Elixir 2013 vs. To Øl Fuck Art - This is Advertising 2013

Il maestro (Mikkel Borg Bjergsø) e gli allievi (Tobias Emil Jensen e Tore Gynth):  un rapporto iniziato nel 2005 quando i due ragazzi, allora sedicenni, si ritrovarono Borg Bjergsø come insegnante di matematica e fisica e, previa autorizzazione, utilizzarono tutti insieme la cucina scolastica per fare i loro esperimenti di homebrewing. Borg Bjergsø in quello stesso anno lasciò la vita accademica per dedicarsi alla birra a tempo pieno aprendo la beerfirm Mikkeller: Jensen e Gynth lo seguirono con qualche anno di ritardo, nel 2010, con la beer firm To Øl che debuttò realizzando una birra collaborativa proprio con l’ex professore, la  Overall IIPA.
In questi sette anni le carriere delle due beerfirm hanno avuto un percorso simile, sebbene quella di Mikkeller sia cresciuta di più e più in fretta, guardando soprattutto al di fuori dei confini europei. Nel nostro continente entrambi hanno prodotto la maggioranza delle proprie birre in Belgio da De Proef, entrambi ora hanno un brewpub a Copenhagen (Warpigs per Mikkeller, BRUS per To Øl) e un webshop sul quale vendono merchandising, birre proprie e di birrifici “amici”, entrambi hanno iniziato ad utilizzare il formato lattina. Mikkeller e To Øl hanno poi diversi interessi in comune, tra i quali il Mikkeller & friends  (locale +  Bottle Shop)  a Copenhagen. Lo scorso anno Tobias Emil Jensen ha abbandonato To Øl per dedicarsi ad altri non specificati progetti. 

Le birre.
Che i sopracitati protagonisti amino il Belgio non è un segreto:  Mikkeller da sempre mette la Orval in cima alle sue preferenze e ha realizzato diverse birre ispirandosi a lei. To Øl ha lanciato qualche anno fa la serie “Fuck Art”  nella quale la tradizione belga viene rivisitata in chiave moderna. 
Mettiamo allora a confronto due di queste birre, entrambe prodotte in Belgio da De Proef nel 2013; due “quadrpuel” (o “belgian strong ales”, se preferite) che guardano a due classici trappisti senza tempo: Rochefort 10 e Westvleteren 12.  
Mikkeller propone la sua Monks Elixir (10%), rinominata per il mercato americano (e credo ormai anche per quello europeo) Monk’s Brew, con una differente etichetta. To Øl risponde con meno romanticismo cancellando qualsiasi legame con il mondo monastico: Fuck Art - This is Advertising (11.3%)  è il nome scelto.  Curioso come il contenuto alcolico delle loro due quadrupel – quasi a non volersi far concorrenza -  rifletta quello delle due grandi trappiste Westvleteren (10.2%) e Rochefort (11.3%). 
All’aspetto entrambe si vestono con la classica tonaca di frate, ma la To Øl è molto più torbida; la sua schiuma è perfettamente cremosa con compattezza e finezza superiori a quella di Mikkeller. L’aroma della Monks Elixir è pulito, ricco e complesso, molto intenso: pera, uvetta, datteri e fichi, accenni di ciliegia, amaretto, biscotto al burro, mela al forno e marzapane, una sorta di dessert leggermente speziato e bagnato nell’alcool.  La This is Advertising si muove sullo stesso percorso ma lo fa con minor pulizia e finezza, mettendo la componente etilica in primo piano: anche gli esteri fruttati (uvetta e datteri, pera) rimangono nelle retrovie lasciando spazio a zucchero candito e biscotto, spezie, marzapane.  Per quel che riguarda il mouthfeel è di nuovo la Monks Elixir a farsi preferire: corpo medio, bollicine ancora vivaci dopo quattro anni di cantina, e una buona scorrevolezza la palato; molto più “ingombrante“ risulta invece la quadrupel di To Øl, pastosa, a tratti al confine del masticabile.
Entrambe le birre danno comunque il meglio di sé al naso, offrendo un gusto molto meno espressivo e ricco: se la cava sicuramente meglio la Monks Elixir, dolce di caramello e biscotto, uvetta e  datteri, una delicata speziatura. Il dolce è ben asciugato dal alcool e da un'ottima attenuazione; termina con una lunga scia calda di frutta sotto spirito. This is Advertising gioca la sua partita sul canovaccio biscotto, caramello e pasticceria, zucchero candito, un tocco di spezie: non ci sono quasi esteri fruttati, la componente etilica è molto in evidenza e a tratti quasi brucia, rallentando la bevuta. Nel finale spunta anche una nota americante terrosa, completamente assente nella quadrupel di Mikkeller. 
La "sfida" viene vinta in scioltezza dalla Monks Elixir: il livello non è quello delle grandi trappiste ma si tratta di una quadrupel puilta e ben fatta che tiene sotto controllo la componente etilica mostrando almeno un paio di gradi in meno di quelli dichiarati. Delude l'interpretazione di To Øl, una bomba maltata e zuccherata, abbastanza ben attenuata ma assai poco caratterizzata dal lievito. L'alcool non viene supportato da un'adeguata complessità e la noia aleggia sul bordo del bicchiere. 
Nel dettaglio:
Monks Elixir, formato 33 cl., alc. 10%, scad. 22/11/2018
Fuck Art - This is Advertising, formato 33 cl., alc. 11.3%, scad. 17/04/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 giugno 2016

Mikkeller Porter

Nell’occasione dell’ultima Mikkeller bevuta mi ero divertito a fare il conto delle sue birre, secondo quanto contabilizzato nel database di Ratebeer:  784 in totale dal 2006 al 2015, una media di 87 birre diverse ogni anno, ovvero una nuova ogni 4 giorni lavorando 365 giorni o ogni 3 ipotizzando 250 giorni lavorativi in un anno; vero che una buona parte di queste sono delle leggere variazioni di altre birre, ma i numeri sono comunque inquietanti. 
In un elenco di quasi 800 birre prodotte in 9 anni è facile perdersi e il sito ufficiale di Mikkeller elimina il problema alla radice, non elencandole: c’è la sezione birrificio con le foto di San Diego, c’è la sezione dedicata ai numerosi Mikkeller Bar aperti nel mondo e c’è quella relativa al webshop/merchandising. Delle singole birre non si parla. 
In un portfolio così sterminato e disseminato di “birre disneyland”, di “birre pupazze”, di birre estreme fatte solo per stupire (ricordate la 1000 IBU?) fa quasi impressione parlare di una “semplice” Porter (ovviamente poi replicata in versione barricata e natalizia) che nella sua semplicità quasi passa sotto traccia, eclissata dall’hype di altre decine (forse centinaia) di  (imperial)stout/porter prodotte dalla beerfirm danese ad uso e consumo dei beergeeks. E poco importa se proprio su questo stile Mikkeller o qualcuno a nome suo abbia commesso qualche errore storico nella compilazione del suo libro “Mikkeller's Book Of Beer.

La birra.
La Porter di Mikkeller è in verità una “Robust Porter” (8%) che arriva assieme all’etichetta disegnata da Keith Shore. Prodotta in Belgio da De Proef, nel bicchiere è praticamente nera, sormontata da una cremossissima testa di schiuma color cappuccino, fine e compatta, dall’ottima persistenza. 
L'aroma mantiene le "golose" aspettative create dall'aspetto, regalando un bouquet pulito che apre con sensazioni di scorzette d'arancia ricoperte di cioccolato, caffè, orzo tostato, fruit cake, suggestioni di tiramisù; più in sottofondo qualche traccia di cenere e anche il luppolo fa sentire la sua presenza con un tocco di resina. Uno degli aspetti che secondo me non bisogna mai sottovalutare quando si parla di porter/stout dalla robusta gradazione alcolica è la sensazione palatale: la Porter di Mikkeller non lo fa, anzi, prende la cosa piuttosto seriamente. Il mouthfeel è splendido, setoso, vellutato, morbidissimo: poche bollicine, corpo medio, avrei scommesso ad occhi chiusi sull'utilizzo di avena ma l'etichetta non lo riporta. Il gusto parte deciso per la direzione amara, ricca di caffè e tostature, con il caramello bruciato e qualche accenno di zucchero candito a bilanciare; ogni tanto anche qualche agrume fa capolino, incastrandosi all'interno di un ipotetico fruit cake. Terminata la breve parentesi dolce centrale, il finale riporta caffè amaro e tostature a volontà, con uno strascico luppolo (terra, resina) a pulire il palato. Nulla da eccepire sulla pulizia, già detto della sontuosa sensazione palatale: la Porter di Mikkeller è robusta ma si beve con facilità, riscalda quanto basta, dispensa amaro e torrefatto senza mai perdere la ragione. Ottima birra, a dimostrazione che per stupire non è necessario sempre "farlo strano".
Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 23/11/2019, 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 aprile 2016

Mikkeller Nelson Sauvignon

Mikkeller è il più prolifico e noto tra i cosiddetti “birrai zingari” o beerfirm, anche se qualche impianto produttivo è riuscito a farlo partire: oltre al brewpub Warpigs di Copenhagen è stato inaugurato proprio in questi giorni il birrificio a Miramar (San Diego, California), che rileva di fatto l’impianto ed i locali abbandonati dalla AleSmith, trasferitasi poco più in là. Mikkeller nasce nel 2005 dall’unione dei cognomi dei due soci fondatori ed homebrewers: il professore di liceo Mikkel Borg Bjergsø ed il giornalista  Kristian Klarup Keller, con quest’ultimo fuoriuscito di scena abbastanza rapidamente, nel 2007: il motivo della separazione sembra risiedere nella diversa visione del modello di business da perseguire. Keller si accontentava di produrre 4/5 birre diverse con regolarità,  Mikkel Bjergsø era già ambizioso e pronto ad invadere il mercato della craft beer con decine di birre nuove ogni anno, a collaborare con birrai in giro per il mondo e ad aprire bar e locali in quasi tutti i continenti.  
I numeri parlano da soli: il database di Ratebeer elenca 784 birre prodotte da Mikkeller dal 2006 al 2015. Una media di 87 birre diverse ogni anno, ovvero una nuova ogni 4 giorni lavorando 365 giorni o ogni 3 ipotizzando 250 giorni lavorativi in un anno; vero che una buona parte di queste sono delle leggere variazioni di altre birre, ma i numeri sono comunque inquietanti.  Non so se Mikkel riesca a ricordare il nome di ognuna delle birre ma sicuramente è in grado di dire quale preferisce tra le 784: la sua scelta cade sulla Nelson Sauvignon, in quanto “ogni volta che la bevo scopro dei nuovi sapori che le aggiungono ancora più complessità. Anche se non è la nostra birra più famosa è una di quelle più singolari che abbiamo mai realizzato. E’ complessa ed ha un carattere molto vinoso. L’abbiamo realizzata per la prima volta nel 2009, poi nel 2011 e da allora cerchiamo di produrla almeno una volta l’anno". Una scelta peraltro condivisa  anche dal suo fratello “gemello cattivo” Jeppe Jarnit-Bjergsø che la mette in cima alle sue preferenze. 
Mikkel non nasconde di amare il vino, ha anche commercializzato un Auslese ed un Riesling assieme all’azienda tedesca Weingut Meierer (Mosella) e fantastica già di un lontano futuro  in cui si sarà stancato di fare birra ed acquisterà un castello per dedicarsi a tempo pieno alla produzione di vino.     

La birra. 
Mikkeller la chiama “Belgium Wild Ale“ ma la sua Nelson Sauvignon è piuttosto una belgian strong ale  (o una Biére Brut, se preferite) prodotta presso gli impianti del fido De Proef e che viene fatta fermentare con lievito da champagne, brettanomiceti ed enzimi; la birra viene poi invecchiata per circa cinque mesi in botti ex-Chardonnay provenienti dall’azienda austriaca Weingut Kollwentz. Inizialmente chiamata Nelson Sauvin Brut, ha poi adottato il nome attuale: il luppolo usato sia per l’aroma che per l’amaro è ovviamente il neozelandese Nelson Sauvin, che già di suo conferisce delle caratteristiche che richiamano profumi e sapori del vitigno Sauvignon Blanc.  
All’aspetto è di colore ambrato scarico con riflessi dorati e ramati: l’effervescente schiuma che si forma è alquanto piccola e svanisce piuttosto rapidamente. L’aroma si colloca subito in territorio vinoso con un bel carattere floreale e fruttato (uva e mela, ma anche ananas) al quale ben s’accompagnano le note lattiche e legnose e quelle dello zucchero candito e della polpa d’arancia. I profumi non sono particolarmente intensi o profondi/complessi, ma denotano comunque un ottimo livello di pulizia. La parola “Brut” è serigrafata sulla bottiglia ed in effetti la birra mostra una buona vivacità al palato, sebbene le bollicine non siano al livello di uno spumante:  il corpo è medio.  L’ingresso è piuttosto dolce e forse un po’ ingombrante, ricco di miele e canditi, marmellata d’arancia ed un tocco di biscotto: ci pensano  l’acidità dei brettanomiceti e un buon livello d’attenuazione a portare un po’ di equilibrio, aiutati da una chiusura amaricante dove oltre alle note lattiche emergono anche un po’ di tannini. L’alcool è davvero molto ben nascosto ed esce allo scoperto solamente nel retrogusto a portare un po’ di calore assieme alle note vinose e legnose. C’è indubbiamente pulizia ma non c’è molta complessità o profondità, ed anche i ben voraci brettanomiceti sembrano aver fatto un po’ fatica a digerire tutto lo zucchero:  finisce secca, ma la bevuta per buona parte è afflitta da una zavorra dolce che non riesce mai completamente a scrollarsi di dosso. E’sicuramente gustosa ma a fine bicchiere rimango con un pizzico d’insoddisfazione. 
Il prezzo è in fascia alta (come quasi tutte le birre che utilizzano il termine “Brut”) e forse non vale completamente il biglietto d’ingresso: ci si richiama frequentemente al vino (Chardonnay per le botti  e Sauvignon Blanc nella luppolatura) ma è proprio di una maggior freschezza e profondità aromatica tipica di questi due vini che questa bottiglia Nelson Sauvignon di Mikkeller avrebbe bisogno. 
Formato: 75 cl., alc. 9%, lotto e scadenza non riportati, 21.99 Euro (beershop, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 dicembre 2015

Mikkeller X-mas Porter 2014 Fra Til Via

Dall’ampia offerta natalizia proposta da Mikkeller ho scelto quest’anno la “Fra Til Via”: una robusta porter speziata accompagnata da un’etichetta che, volendo, può anche trasformarsi in un biglietto d’auguri. Basta scrivere il vostro nome e quello del destinatario del regalo.  
La Porter di Mikkeller  (versione “anglosassone” del Natale ) affianca la kerstbier belga Santa's Little Helper  (anche in svariate edizioni barricate) , la luppolata Hoppy Lovin Christmas IPA (prodotta con aghi di pino, anch’essa disponibile con affinamento in legno) e la  Red / White Christmas, una  robusta “Imperial Wit “. 
Non si fa mancare il passaggio in botte nemmeno questa Fra Til Via, che potrete provare nelle declinazioni ex-Tequila, ex-Brandy ed ex-Grand Marnier: viene prodotta in Belgio presso il fido De Proef. 
Nera, molto invitante nel bicchiere con il suo compatto cappello di schiuma beige, cremosa e abbastanza compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma porge il suo benvenuto con i profumi di liquirizia, caffè e tortino di cioccolato: la speziatura è delicata ma presente. Anice, (pan di) zenzero, forse cardamomo. Nonostante la robusta gradazione alcolica (8%)  è una porter che al palato risulta quasi leggera e molto scorrevole: il corpo è medio, le bollicine forse sono un po’ in eccesso per lo stile; meglio farla riposare un  po’ più del solito nel bicchiere per farle calmare. 
Più “watery” che oleosa, riesce comunque a trasmettere una sensazione palatale morbida e gradevole. Il gusto è particolarmente ricco di caffè e tostature, liquirizia: pochissimo il dolce, giusto una nota di caramello bruciato in sottofondo a fornire un minimo supporto; sono le spezie, assieme all’acidità dai malti scuri, a portare equilibrio stemperando l’amaro del caffè con una chiusura quasi “rinfrescante”. L’alcool è molto ben nascosto, portando un po’ di tepore solo nel retrogusto, assieme alle intense note di caffè amaro, tostature e un tocco terroso.  
Una sorta di “caffè natalizio”, con un uso moderato ed azzeccato delle spezie che, pur non reclamando un ruolo da protagonista, danno comunque un interessante contributo: non scalda molto, è vero, ma un po’ di atmosfera natalizia riesce comunque a trasmetterla.
Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 27/08/2019, 5.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 8 novembre 2015

Mikkeller Beer Geek Brunch Weasel

Azzecca una birra e poi moltiplicala più che puoi: è questa una delle strategie che hanno portato successo a Mikkel Borg Bjergsø, alias Mikkeller.  E la sua Beer Geek Breakfast  è oggettivamente un'ottima birra, soprattutto quando era prodotta presso la Nøgne Ø; le bottiglie attualmente realizzate alla Lervig mi sembrano ancora leggermente inferiori. Dopo essere finita in botte, l'imperial stout di Mikkeller ha iniziato a subire leggere variazioni o aggiunte di ingredienti speciali dando origine a svariate "Beer Geek": la Vanilla Shake  (caffè, lattosio e vaniglia) e la Cocoa Shake  (caffè, lattosio e fave di cacao), la Beer Geek Bacon (caffè e malti affumicati), la Flat White (caffè e lattosio) e la Beer Geek Dessert (cacao, vaniglia, caffè e lattosio). La maggior parte di loro è disponibile anche in svariate edizioni barricate. Se ci limitiamo al caffè, una variante della Beer Geek Breakfast è la Beer Geek Brunch Weasel, prodotta con il pregiato caffè indonesiano (isole di Sumatra, Giava, Bali e Sulawesi) "ca phe chon" ovvero Kopi Luwak o "Weasel Coffee".
Il Kopi Luwak, che leggo essere il caffè più costoso al mondo, viene prodotto con le bacche di caffè che vengono mangiate dal Luwak, uno zibetto delle palme che poi ne espelle i semi attraverso le feci.
Purtroppo la scarsa disponibilità di questo caffè ha fatto nascere allevamenti intensivi di zibetti che vengono tenuti in batterie di minuscole gabbie e alimentati forzatamente solo con bacche di caffè e privati degli altri alimenti (insetti, piccoli rettili, uova di uccelli) che in natura costituiscono la sua dieta. L'etichetta disegnata da Keith Shore raffigura per l'appunto un zibetto circondato dalle rosse bacche di caffè.
Beer Geek Brunch Weasel: assolutamente nera, forma un piccolo cappello di schiuma beige scuro, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il caffè (espresso e chicchi) è assoluto protagonista dell'aroma, affiancato dai profumi dell'orzo tostato, del cuoio, della carne e da lievi sentori dolci di vaniglia; non impressiona tuttavia né per intensità che per eleganza. Le cose vanno molto meglio in bocca, a partire dal mouthfeel, pieno, poco carbonato, morbido e cremoso, molto appagante. Il gusto rispecchia fedelmente il colore, nero; sin dall'imbocco sono dominanti tostature e caffè, accompagnate da un lievissimo sottofondo di liquirizia, cioccolato fondente e, dolce, di caramello. La birra è molto pulita e bene fatta ma, bisogna dirlo, piuttosto monotematica ed incentrata sul caffè. I "gradi" sono quasi 11, ma l'alcool è dosato bene senza mai andare bruciare e contribuisce, assieme all'acidità dei malti scuri ed ai sentori amaranti di resina e di rabarbaro, a ripulire un po' il palato. Molto più bilanciato della bevuta il retrogusto, dove alcool, cioccolato amaro e caffè si dividono il palcoscenico in un finale molto lungo e intenso.
La sua parte migliore risulta senza dubbio la sensazione palatale, che dà forma ad una Imperial Stout molto potente e molto amara ma straordinariamente morbida, a tratti vellutata: i primi sorsi sorprendono e coinvolgono, mentre il resto della bottiglia si finisce sorseggiandola con qualche sbadiglio. Ottima, ma a piccole dosi.
Formato: 33 cl., alc. 10.9%, lotto VL 10:22, scad. 23/10/2018, 7.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 11 settembre 2015

Mikkeller / Grassroots Wheat is the New Hops IPA

“Il frumento è il nuovo luppolo”, questo il nome scelto per la birra collaborativa realizzata dall’instancabile Mikkeller e dall’americano Shaun Hill, meglio noto come Hill Farmstead, uno dei birrifici attualmente più in voga e ricercati dai beer geeks. Il suo incontro con Mikkeller risale a quasi una decina d'anni fa, quando lavorava come birraio in Danimarca presso la Norrebro Bryghus di Copenhagen e aveva creato la propria beer firm "Grassroots" assieme al collega americano Ryan Witter-Merithew, impegnato alla Fanø Bryghus a realizzare, oltre alle proprie, anche le birre di Mikkeller.
Nel 2010 Shaun Hill è ritornato negli Stati Uniti per dare vita a Hill Farmstead, resuscitando di tanto in tanto il proprio marchio Grassroots per qualche birra collaborativa, e nel 2012 è arrivata anche quella con Mikkeller; il primo lotto viene prodotto proprio nel Vermont, mentre quello successivo (2014) viene invece replicato in Belgio da De Proef, dove il danese produce una buona parte delle sue birre.
Nonostante il nome , non è certamente il frumento l'elemento d'interesse in questa IPA, ma piuttosto la presenza dei tanto modaioli brettanomiceti che affiancano Citra e Centennial. 
Il suo colore è  tra il dorato e l'arancio pallido, quasi limpido; la generosa schiuma che si forma è molto compatta, cremosa e molto persistente. Il tempo trascorso dall'imbottigliamento regala un naso nel quale i brettanomiceti fanno sentire la loro presenza: acido lattico, sudore, legno con qualche reminiscenza -  e giuro che è molto meno sgradevole di quello che può sembrare - di stallatico.  Il tutto viene ingentilito dai sentori di fiori bianchi, cereali ed agrumi. 
Decisamente più "convenzionale" il gusto, nel quale la generosa luppolatura prende rapidamente il comando delle operazioni lasciando in secondo piano le note di pane e di cereali, di miele e di frutta tropicale (ananas): la bevuta è piuttosto amara, con toni vegetali ed erbacei intensi ma non particolarmente eleganti che saturano abbastanza in fretta il palato. L'alcool (6%) accompagna la bevuta con un discreto calore che viene comunque stemperato dalla lievissima acidità (lattica) e dalla buona secchezza finale di questa IPA. La sensazione tattile è invece un po' pesante e rallenta un po' la scorrevolezza di una birra vivacemente carbonata, dal corpo medio e dalla consistenza abbastanza watery. Bene la pulizia, evidente la "brettatura" al naso che non trova però una corrispondenza in bocca dove viene evidentemente sopraffatta dalla generosa luppolatura. Devo dire che queste "Brett-IPA" continuano a non convincermi pienamente, forse per la loro stessa natura contraddittoria: una IPA andrebbe bevuta freschissima, mentre i brettanomiceti hanno bisogno di un po' di tempo per farsi sentire. Berla fresca significa rinunciare al carattere brettato, berla dopo un anno equivale a compromettere la freschezza dei luppoli con il risultato di una birra molto sbilanciata sull'amaro e sul vegetale. Difficile indovinare il momento giusto per berla e ancora più difficile progettare a tavolino una ricetta che mantenga in equilibrio le due "anime" nel corso dei mesi che passano.
Formato: 33 cl., alc. 6%, scad, 13/11/2016, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 24 febbraio 2015

Mikkeller Beer Geek Vanilla Shake

Beer Geek Breakfast, una delle birre meglio riuscite ed apprezzate di Mikkeller  che ha inevitabilmente generato numerosi variazioni. Oltre alle prevedibili edizioni barricate sono nate la lussuriosa Beer Geek Brunch Weasel  (con pregiato caffè vietnamita cà phê Chồn, poi barricata ) e le più recenti “Shake”, a trasformare un’ipotetica tazza di caffè con la quale fare colazione in un più sfizioso frappè. Ecco la Beer Geek Vanilla Shake  (caffè, lattosio e vaniglia) e la Beer Geek Cocoa Shake  (caffè, lattosio e fave di cacao). In sostanza,  niente di diverso delle tipiche variazioni di imperial stout che moltissimi birrifici fanno uscire di tanto in tanto.   
La base di partenza è sempre la Beer Geek Breakfast base, una oatmeal stout la cui ricetta dovrebbe prevedere il 25% di ingredienti derivati dall'avena, una bella batteria di malti (pils, smoked, caramunich, brown, pale chocolate e chocolate), luppoli centennial e cascade. Una birra nata tra le mura di casa nel 2005, ancora prima del debutto "ufficiale" della beer firm al Danish Beer Festival del 2006. E' stata prodotta per molti anni alla Nøgne Ø, ma dal 2013 la scarsa capacità del birrificio norvegese, incapace di soddisfare prima di tutto la domanda dei clienti per le proprie birre, ha costretto Mikkel a spostarsi un po' più ad nord-ovest, sempre in Norvegia, presso la Lervig, dove lavora il birraio americano Mike Murphy. L'idea iniziale di Mikkel Borg Bjergsø e del suo ex-socio Kristian Klarup Keller era di creare una birra cremosa, vellutata, utilizzando appunto una grande percentuale di avena; le prime cotte sono però poco soddisfacenti, soprattutto nell'intensità della componente "caffè". I due danesi pensano allora di utilizzare direttamente del caffè nella ricetta e chiedono consiglio ai californiani della Alesmith che dal 2012 producono la Speedway Stout:  a proposito, lo scorso gennaio è uscita proprio la Beer Geek Speedway, una collaborazione tra i due birrifici. E, ancora a proposito, Mikkeller ha da poco annunciato che acquisterà una parte (o in toto, non l’ho ancora capito) dell’attuale stabilimento di Alesmith a San Diego, una volta che questi avranno terminato il trasloco in una vicina location più grande.  “L’infuso” di caffè in grani e baccelli di vaniglia viene preparato con il metodo “french press”, e poi aggiunto alla birra direttamente nel fermentatore.    
La Beer Geek Vanilla Shake debutta alla fine dell’estate 2013. Assolutamente nera, impenetrabile alla luce, forma una piccola schium di color marrone un po’ grossolana che però svanisce quasi subito. Appropriato il nome scelto per la birra (Vanilla Shake), visto che al naso si ha quasi l’impressione di annusare un dolce frappè alla vaniglia: oltre a latte (in polvere) e vaniglia, ci sono caramella mou, gianduia, cioccolato bianco, zucchero e pochissimo caffè. C’è opulenza e intensità, ma non molta eleganza. Al palato è densa, dal corpo pieno, praticamente masticabile: pochissime le bollicine, con una notevole cremosità e morbidezza che – ovviamente – impongono il lento sorseggiare. Da una parte troviamo il caffè, l’orzo e le tostature, amare, mentre dall’altra la dolcezza del frappè alla vaniglia, del cioccolato bianco, del mou. Il gusto è molto intenso e pulito, ma la sensazione che avverto è che i due estremi (dolce/amaro) non riescono mai ad incontrarsi, procedendo in parallelo, senza amalgamarsi e fondersi in un gusto armonico. C’è una discreta acidità (caffè) a contrastare il dolce, ma anche il passaggio finale, dal dolce all’intenso amaro delle tostature è molto brusco e poco elegante; l’alcool è invece molto ben nascosto, i gradi dichiarati sono 13 ma la facilità con la quale si sorseggia è davvero pericolosa. Chiude con un lungo retrogusto amaro – di nuovo non particolarmente raffinato – di caffè e di tostature accompagnato da un morbido tepore etilico. 
Praticamente una birra sostitutiva del dessert, con parecchi elementi in gioco che però non brillano né per eleganza né per amalgama: il risultato è una sorta di birra disneyland (cit. Kuaska) riuscita solo a metà.
Formato: 33 cl., alc. 13%, scad. 30/01/2023, pagata 6.50 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 18 ottobre 2014

To Øl/Mikkeller Ov-ral Wild Yeast IIPA

Dopo averli avuti come allievi al liceo, Mikkeller ha tenuto a battesimo l'esordio di Tobias Emil Jensen e Tore Gynth, alias To Øl, nel business della birra con una double IPA collaborative chiamata Overall IIPA. La birra del debutto ha poi due sequel: ad uno viene aggiunto del caffè (Sleep Over Coffee IIPA) e all'altro vengono aggiunti lieviti selvaggi (brettanomiceti) per la rifermentazione in bottiglia. 
Avevo parlato di Orval giusto ieri, con il tributo fattole da Toccalmatto e Prairie, e rieccomi ad affrontare il tema; questa Ov-ral Wild Yeast IIPA non rappresenta certo un tentativo di replicare la birra trappista, ma i due birrai zingari danesi non si sono fatti scappare l'occasione di giocare con le parole e trasformare l'Overall originale in una parola che richiama l'Orval e l'utilizzo dei brettanomiceti. Da notare che anche Mikkeller ha realizzato una birra-tributo all'Orval, chiamandola It's Alive.
La ricetta della Ov-ral IIPA prevede una generosa luppolatura di Simcoe, Centennial, Amarillo e, oltre ai malti non specificati, fiocchi di avena. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato, con sfumature ramate, opaco; impeccabile la schiuma, ocra, compatta e cremosa, fine, molto persistente. Il benvenuto è di frutta tropicale (ananas e mango) con pompelmo ed arancio; la pulizia è molto alta, l'intensità è buona mentre la freschezza non è purtroppo allo stesso livello e gli agrumi assumono la forma di una marmellata piuttosto che di un frutto appena aperto. 
L'alcool (10.5%) si fa sentire sin da subito, assieme a sentori di caramello e di biscotto. Ammetto di non amare particolarmente le birre in cui l'alcool alza troppo la testa (fatta eccezione forse per qualche Imperial Stout) e purtroppo in questa Ov-ral IIPA di alcool se ne sente davvero tanto. Visto il rimando all'Orval mi sarei aspettato per lo meno una Double IPA "subdola" dall'alcool molto ben nascosto che ti presenta il conto solamente alla fine del bicchiere. Ma qui la bevuta inizia invece in salita sin dai primi passi e procede piccoli sorsi, con note di biscotto, caramello e marmellata d'agrumi, qualche traccia di frutta tropicale ed un finale amaro abbastanza intenso, resinoso e terroso. La birra è solida, ben fatta, molto pulita e mette in mostra i muscoli a discapito della bevibilità, obbligando ad un lento sorseggiare che dopo un po' si trasforma in noia, visto che il gusto non offre una complessità tale da favorire la cosiddetta "meditazione" o contemplazione. Rimango abbastanza perplesso dall'utilizzo di lieviti selvaggi in una Double IPA (ed anche nelle IPA): i brettanomiceti hanno bisogno di tempo (mesi) per farsi notare mentre qualsiasi Double IPA andrebbe bevuta fresca. Non so che ceppo di Brettanomiceti sia stato usato ma, considerata l'assenza completa delle "puzze" tipiche dei "bretta" Lambicus e Bruxellensis, la mia ipotesi va in direzione dei Claussenii. Mi è sembrata comunque una birra abbastanza inutile, anche se ben fatta, dalla bevibilità davvero limitata e quindi la negazione della Orval stessa. Ma, in uno sterminato portfolio brassicolo come quello di To Øl e Mikkeller, qualche passo falso può anche capitare.
Formato: 33 cl., alc. 10.5%, scad. 09/07/2016, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

giovedì 24 luglio 2014

Mikkeller K:rlek Efterår/Vinter 2013

K:rlek (qualcuno ha idea di cosa voglia dire?) è una birra collaborativa tra Mikkeller e l'importatore svedese di birra Brill. Si tratta di un'American Pale Ale che viene definita "concettuale", e la domanda è che cosa ci possa essere di concettuale in una APA. Niente di speciale, si tratta semplicemente di una birra che verrà prodotta due volte l'anno, con una ricetta diversa, seguendo la stagionalità della moda, ovvero: primavera-estate, autunno-inverno. La prima "collezione", se così si può chiamare, viene presentata ad Aprile 2012: malti Pale, CaraHell e Pilsner, fiocchi d'avena, frumento e luppoli Centennial, Citra, Columbus, Nelson Sauvin e Simcoe.  Si replica in autunno, con una ricetta leggermente diversa, e avanti così sino ad arrivare all'ultima nata nella primavera 2014. Io devo invece fare un passo indietro e tirare fuori dal frigo, purtroppo con un po' di ritardo, la collezione autunno-inverno 2013. Il giorni piovosi di questo luglio 2014 non sono però molto diversi da quelli di un ottobre particolarmente caldo. Punto in comune di tutte le K:rlek sono le splendide etichette realizzate dall'artista svedese (classe 1978) Sara Nilsson.
Che dire quindi di quella edizione A/I 2013? Malti Pils, Pale, Cara-pils, segale, frumento, e luppoli Citra, Chinook, Amarillo e Simoce, ananas (no, non è una nuova varietà di luppolo).
Si presenta di color arancio opaco, con riflessi dorati; schiuma fine, compatta, molto cremosa e persistente, biancastra. L'aroma è pulito, anche se probabilmente i diversi mesi di vita ne hanno un po' ridotto l'intensità, che risulta solo modesta: arancio, mandarino e pompelmo, con sfumature di ananas sciroppato (quello in scatola) che sono più evidenti man mano che la birra si scalda. Lo stesso scenario viene riproposto in bocca, con una leggera base maltata (crackers) seguita da una macedonia di agrumi; all'ananas sciroppato il compito di bilanciare con un po' di dolce, prima di un finale zesty pieno della scorza di quasi tutti gli agrumi che vi vengono in mente. La segale le dona una delicata speziatura, quasi pepata, ed il risultato è una birra molto secca e rinfrescante, che fa pensare all'estate più che alla stagione autunno-inverno per la quale è stata concepita. Gradevole e morbida in bocca, con un corpo medio, è pulita e ben fatta, precisa, si gusta pur senza provare grosse emozioni. Rimango con il dubbio sull'utilizzo dell'ananas; a parte l'evidente impossibilità di mangiare ananas decenti in Europa (se ne avete mai mangiato uno nei paesi di origine, sapete cosa voglio dire), che cosa aggiunge a questa birra?
Formato: 33 cl., alc. 5.9%, scad. 29/08/2015.

lunedì 7 luglio 2014

Mikkeller - Prairie American Style

La polemica birrifici vs. beerfirm (birrai senza impianti) vi coinvolge? Bene, niente di meglio allora di una collaborazione tra due birrai senza impianti, che si fanno produrre le ricette in giro per il mondo. Ecco l'incontro tra lo "zingaro" più famoso al mondo, il danese Mikkeller, e Prairie Artisan Ales, progetto statunitense (Tulsa, Oklahoma) fondato dai fratelli Chase e Colin Healey. Ma mentre Mikkeller continua ad inaugurare bar tra Scandinavia e Stati Uniti, Prairie dopo qualche ritardo è finalmente riuscita ad aprire le porte del proprio birrificio di Tulsa, a dicembre 2013. La maggior parte della produzione continua ad essere "appaltata" presso la Choc Brewery di Krens, mentre i nuovi impianti sono soprattutto destinati ad alimentari i programmi di invecchiamento in botte e la tap room.
A settembre dello scorso anno Mikkeller e Chase Healey si trovano presso gli impianti di De Proef, ormai una seconda casa per il danese, a dare vita ad una collaborazione tra due birrai (a quel tempo) senza impianti.
Il (poco originale) nome scelto è American Style, con un'etichetta che fa il verso alla celebre copertina di Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen, una fotografia di Annie Leibovitz; al posto del cappello da lavoratore, nella tasca posteriore dei blue jeans c'è un apribottiglie; gli artefici sono Keith Shore, autore della maggior parte delle etichette di Mikkeller, e di Colin Healey di Prairie. La birra è una India Pale Ale la cui ricetta prevede malti Pilsner, Munich I e Cara-Red, avena e luppoli Citra, Nugget, Saaz, Centennali e Columbus; la fermentazione avviene esclusivamente utilizzando Brettanomiceti ma non si tratta dei ceppi Lambicus o Bruxellensis (responsabili delle tipiche note "funky", rustiche o "puzzolenti") ma di quello Claussenii, dal profilo aromatico molto più "gentile"  di frutti tropicali.
Nel bicchiere si presenta di color oro antico, limpido; la schiuma che si forma è un po' grossolana e biancastra, quasi pannosa ed ha una buona persistenza. Il naso è effettivamente una piccola macedonia di frutta tropicale; non è freschissimo (la bottiglia ha ormai un anno di vita) ma mantiene una buona pulizia ed una certa eleganza: dolci sentori di ananas maturo, mango, papaia, melone ed albicocca, che si ripropongono poi in bocca, su una base maltata di pane e con qualche nota di biscotto. Anche il gusto è pulito ed elegante, ma l'alcool (7.5%) fa sentire la sua presenza più del necessario andando un po' a limitare la facilità di bevuta. Il corpo è medio, le bollicine non sono molte, e la birra rimane morbida e gradevole in bocca. L'amaro (erbaceo ed un po' terroso) non "morde" molto e piuttosto che caratterizzare la bevuta va a bilanciare il dolce della frutta tropicale. Il risultato è una birra abbastanza piaciona e ruffiana, pulita e ben fatta che però sembra quasi specchiarsi in sé stessa senza regalare molte emozioni a chi (seppur con gusto) la beve.
Formato: 75 cl., alc. 7.5%, IBU 50, scad. 28/11/2016, pagata 12,00 Euro (beershop, Italia).

giovedì 9 gennaio 2014

Mikkeller Santas Little Helper 2010

Santa’s Little Helper. E’ sicuramente la più nota delle diverse birre natalizie che il birraio zingaro Mikkeller immette sul mercato ogni anno; a memoria mi vengono in mente la Hoppy Lovin Christmas e la Red/White Christmas Ale, ma ce ne saranno sicuramente altre nello sterminato portfolio della beer-firm danese più famosa al mondo, un portfolio che ormai inizia ad assumere dimensioni inquietanti.  Dovrebbe anche essere la prima Mikkeller natalizia, nata nel 2007 con un occhio di riguardo (e di rispetto) per la tradizione delle birre natalizie belghe; non a caso, viene prodotta negli impianti del belga De Proef. Leggere modifiche alla ricetta di anno in anno, forse per migliorarla o forse per finalità più commerciali ed invitare quindi i beer geeks ad acquistarla ogni Natale; non bastasse, la Santa’s Little Helper finisce inevitabilmente ogni anno in qualche botte (2009 vino rosso, 2010 Rum, 2011 Vino bianco, 2012 Cognac, Grand Marnier e Tequila). Dedicata al “piccolo aiutante di Babbo Natale” ossia  un personaggio (cane) dal cartone animato I Simpsons.   Recuperata dopo tre anni di cantina l’edizione 2010, nata con un ABV del 10.1% e prodotta con malti Maris Otter, Special-B, Biscuit, Pale Chocolate, sciroppo di zucchero candito scuro, luppoli Northern Brewer, Hallertauer, Styrian Goldings  e, se la traduzione dal danese è corretta, scorze d’arancia dolce ed amara, noce moscata. 
All’aspetto è di color marrone scurissimo, vicino al nero; molto persistente la schiuma, nocciola, compatta, fine e molto cremosa.  Al naso, nonostante gli anni passati dall’imbottigliamento, c’è ancora un bel bouquet di spezie ancora identificabile: noce moscata, anice, cannella, zenzero che affiancano sentori più “tradizionali” di uvetta e di prugna disidratata. A completare, caffè e zucchero candito. Aroma natalizio, che rimanda ai tradizionali dolci o biscotti speziati.  In bocca le spezie sono invece molto meno nitide, a vanno a formare una “generale” speziatura gradevole ma difficile da dissezionare;  c’è il ritorno di uvetta e di prugna secca, qualche nota di zucchero di canna, cioccolato amaro e caffè. Una lieve acidità bilancia molto bene il dolce dell’imbocco e pulisce il palato; il corpo è pieno, con il giusto livello di bollicine;  molto gradevole al palato, calda e morbida senza mai andare oltre le righe, finisce in crescendo: retrogusto abboccato ricco di frutta sotto spirito e una nota di cioccolato amaro.  Bevuta molto soddisfacente, speziata al naso e fruttata in bocca; birra molto solida e complessa ma relativamente semplice da bere, sembrerebbe avere ulteriore potenziale per passare altro tempo in cantina. Peccato non averne qualche altra bottiglia. Formato: 75 cl., alc. 10,1%, scad. 18/08/2016, pagata 9,15 Euro (beershop, Italia).

venerdì 11 ottobre 2013

Mikkeller Sort Gul

Non poteva certo mancare nella vasta, ormai quasi sterminata gamma di Mikkeller (date un occhiata qui per rendervi conto)  una Black IPA.  Lacuna che viene colmata con un po’ di ritardo, a metà del 2012, quasi quando la Black IPA Mania sta un po’ scemando; singolare comunque che una beer-firm molto attenta (anche perché non deve preoccuparsi del processo produttivo) al marketing, al beer-rating ed al geekismo sia arrivato sul mercato abbastanza in ritardo rispetto ai concorrenti. Etichetta un po’ sotto tono (a mio parere), produzione affidata al solito De Proef, e nome (Sort Gul) che significa semplicemente “Nero Giallo”; non un granchè, ma quando si hanno già commercializzato ben più di un centinaio di birre è forse accettabile avere un po’ la creatività in riserva.  Impeccabile l’aspetto: black IPA davvero nera, lucida con una generosa testa di schiuma nocciola, compatta e cremosa, molto persistente.  Al naso il benvenuto lo danno sentori di pompelmo e mandarino, con qualche inatteso accenno di frutta rossa (lampone); man mano che la schiuma si dissipa e la birra si scalda inizia ad emergere la parte “black”:  pane nero, tostature, sentori terrosi. L’aroma è pulito e di discreta intensità. Convince un po’ meno in bocca. Al di là di un sontuoso ingresso, molto morbido, quasi cremoso, questa Sort Gul si rivela molto meno “IPA” del previsto mandando in prima linea i malti; torrefatto, caffè, e leggere note di cioccolato sono gli elementi più in evidenza, con la frutta (pompelmo) che agisce da comprimaria anziché menare le danze. L’amaro non si fa attendere, in un mix di terroso, resinoso e torrefatto, con un risultato ai confini della (robust) porter molto luppolata. Corpo medio, una bella secchezza ed una carbonazione medio-bassa, finisce con un lunghissimo retrogusto amaro tostato/terroso/resinoso. L’alcool (7.3%) è quasi non pervenuto, e tuttavia questa bottiglia non è affatto un mostro di bevibilità. Se la prima parte della bevuta aveva una controparte fruttata, l’ultimo tratto di strada batte troppo e  troppo a lungo sullo stesso tasto dell’amaro e tende a saturare il palato, invitando a sorseggiare piuttosto che a bere, prendendosi le necessarie pause.  Sort Gul è una birra pulita e solida, abbastanza sbilanciata verso il “black”, rispetto all’IPA, che non ci ha regalato molte emozioni, se non un pochino di noia.
Formato: 33 cl., alc. 7,3%, scad. 07/06/2016, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

sabato 21 settembre 2013

Mikkeller Tiger Baby - Open Windows Open Hills

Il nome di questa birra (Tiger Baby - Open Windows Open Hills) sembra abbastanza strano,  ma il mistero è presto svelato.  Tiger Baby è infatti un gruppo danese di synthpop/elettropop che ad Agosto 2011 fa uscire il suo terzo album intitolato appunto  Open Windows Open Hills. Preceduto in primavera dal singolo Crystal Ball. Il disco viene ufficialmente presentato al pubblico con un party che si tiene il 25 Agosto del 2011 proprio presso il Mikkeller bar di Copenhagen.  Formatesi nel 2009, il gruppo danese ha avuto grosso successo in Indonesia (!) dove un paio di loro canzoni hanno spopolato fra i teenager locali. Difficile dire se l’intento di Mikkeller (fare una birra che ben s’abbinasse alle malinconiche atmosfere del disco) sia andato a buon fine;  la produzione è affidata al solito belga De Proef, e nella lista degli ingredienti figurano anche il mango ed il frutto della passione. Ancora più pensare ad una birra malinconica; dovessi proprio dire la mia, penserei senz’altro ad un meditativo Barley Wine o ad un altrettanto impegnativa Russian Imperial Stout. Ci troviamo invece davanti ad un’american pale ale dall’alcool moderato (5%) che mi sembra soprattutto adatta alla bevuta spensierata e (quasi) seriale proprio durante il party di presentazione del disco. Siamo insomma lontani da una qualsiasi evocazione di Spleen o di Sehnsucht. Ad ogni modo, quella che sembrava essere una birra  celebrativa “one shot” è ancora in produzione, il che significa che ha evidentemente incontrato il favore del pubblico. Divagazioni a parte, la birra nel bicchiere è di color arancio opaco, qualche sfumatura ramata, schiuma biancastra abbastanza fine, discreta persistenza. Il naso è inizialmente un po’ sporcato da qualche off-flavor dei lieviti, ma il problema svanisce abbastanza rapidamente lasciando il posto ad un’alternanza agrumata di arancio (dolce), pompelmo e lime (aspro), con qualche sentore più in secondo piano di frutta tropicale (mango e passion fruit, appunto).  L’aroma è comunque ottimo, la sensazione è proprio quella di annusare un succo appena spremuto. In bocca manca quasi completamente di corpo (s’avverte qualche remotissimo cereale), e vira subito decisa vero l’agrumato, con ampia profusione di  zest  (scorza di agrumi). Lime, pompelmo e limone caratterizzano una bevuta molto secca e molto dissetante, poco bilanciata, che prosciuga il palato per poi riassetarlo. Sicuramente conviene lasciarla riscaldare un po’ più del dovuto, per permettere alla componente dolce tropicale di uscire allo scoperto e di bilanciare un po’ l’asprezza degli agrumi. Chiude inevitabilmente amara e straripante di scorza di lime/pompelmo/limone e chi più ne ha più ne metta. Ne viene fuori una birra molto ruffiana e modaiola, di quelle che istintivamente in una torrida giornata estiva vorresti bere direttamente dal fusto e non dal bicchiere (cfr. la Nøgne Ø GPA della quale abbiamo parlato qualche giorno fa). La presenza così sfacciata di frutta e la quasi totale assenza di corpo tende però a saturare il palato, e terminato l’effetto del fuoco artificiale del primo bicchiere (cocktail di frutta), la sua piacevolezza ci sembra dipendere molto dal contesto in cui la si beve. Il suo habitat ideale è probabilmente una serata spensierata, una bevuta distratta assieme agli amici o nel corso di un affollato evento estivo, dove l’attenzione verso quello che si ha nel bicchiere è inversamente proporzionale a quello che vi circonda.  La bottiglia da trentatré ce la siamo comunque goduta. Formato: 33 cl., alc. 5%, scad. 20/02/2015, pagata 4,00 Euro (beershop, Italia)