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lunedì 29 giugno 2020

Oskar Blues / Cigar City Barrel Aged Bamburana


Il 2019 si è chiuso in maniera piuttosto positiva per la CANarchy Craft Brewery Collective, una sorta di “ombrello sinergico” che dal 2015  racchiude al suo interno Oskar Blues, Perrin, Cigar City, Squatters,  Wasatch, Deep Ellum e Three Weavers. Il progetto è stato parzialmente finanziato dall’equity firm  Fireman Capital Partners  e sforma circa 480.000 barili di birra, un bel +14% rispetto al 2018. La crescita è stata spinta soprattutto dal successo dell’Hard Seltzer Wild Basin Boozy Water di Oskar Blues e dall’introduzione di alcune confezioni miste di birre di Cigar City e Oskar Blues, nonché del CANarchy IPA pack, una selezione di dodici IPA in lattina prodotte da Oskar Blues, Cigar City, Three Weavers e Deep Ellum. Nell’ambito del mercato craft, la Jai Alai IPA di Cigar City è il secondo 6 pack in lattina più venduto negli Stati Uniti con un aumento di vendite del 41%., mentre il 6 pack di Dale’s Pale Ale di Oskar Blues si trova in quarta posizione. 
Alquanto curiosamente i birrifici che fanno parte del progetto CANarchy non avevano mai collaborato tra di loro, limitandosi ad altre tipologie di sinergie commerciali. E’ soltanto nel gennaio del 2019 che Oskar Blues e Cigar City hanno potuto annunciare la prima collaborazione in lattina tra  due membri del CANarachy:   Bamburana, una massiccia imperial stout prodotta con aggiunta di fichi e datteri ed invecchiata in botti che avevano in precedenza contenuto whiskey e brandy; prima del confezionamento c’è stata una successiva maturazione in tank dove sono state aggiunte spirali di Amburana, un legno tipico del Sud America col quale vengono assemblati barili comunemente utilizzati per la produzione di cachaça, acquavite brasiliana ottenuta dalla distillazione del succo di canna da zucchero. L’idea di Tim Matthews, Head of Brewing Operations di Oskar Blues e Wayne Wambles, birraio di Cigar City, era di “imitare i sapori di un biscotto al pan di zenzero ripieno di fichi; abbiamo passato molto tempo e selezionare le giuste tipologie di fichi e datteri per dare anche alla birra quella leggera appiccicosità che potesse contrastare le note ruvide del legno Amburana”. 
Entrambi i birrifici sono noti per le loro imperial stout barricate di successo, come le varianti di Ten Fidy prodotte in Colorado e quelle di Marshal Zhukov e Hunahpu in Florida. 

La birra. 
 Molto prossima al nero, forma una testa di schiuma molto “abbronzata” e un po’ scomposta ma dalla discreta persistenza. L’aroma è in parte spiazzante: oltre alla rassicurante presenza di fichi, datteri, uvetta e distillato c’è un mix di spezie non ben identificato che richiama zenzero, cannella e cardamomo. C’è anche una netta nota affumicata e qualche richiamo al rabarbaro. Il naso è comunque avvolgente e riscalda con i suoi ricordi di whiskey e brandy.  Un eccesso di bollicine compromette quella che dovrebbe essere una birra morbida e piena, da sorseggiare con calma sul divano:  agitare il bicchiere aiuta ma non risolve del tutto il problema. La bevuta è dolce di melassa e caramello, liquirizia, cioccolato e frutta sotto spirito: alcool (12.2%), delicate tostature e note legnose riportano la livella in equilibrio prima di un finale caldo, piuttosto etilico, nel quale i distillati sposano qualche goccia di cioccolato e un filo di fumo.  E’ una birra interessante che lascia inizialmente un po’ spiazzati ma che riesce pian piano a conquistare chi ha il bicchiere in mano: un’imperial stout leggermente speziata in maniera abbastanza poco tradizionale, immagino per effetto del legno Amburana. Peccato per l’eccesso di bollicine: il risultato è positivo ma poteva essere migliore.
Formato 35,5 cl., alc. 12,2%, imbott. 10/01/2019, prezzo indicativo 7,00-8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 13 marzo 2020

Oskar Blues Barrel-Aged Jefe’s Horchata

The Darkest Day, il giorno più buio: con questo evento il birrificio americano Oskar Blues  celebrava il solstizio d’inverno 2018. La festa si tenne il 21 dicembre alle taproom degli impianti di Boulder e Longmont, in Colorado,  e per l’occasione vennero rivelate al pubblico cinque nuove imperial stout invecchiate in botti ex-bourbon. Si trattava di due birre nuove e di tre varianti di Ten Fidy, l’imperial stout della casa che già ogni anno viene messa in vendita nell’edizione Barrel Aged.
Le prime due sono la Jefe’s Horchata  (con aggiunta di vaniglia e cannella) e la Santa’s Beer Breath (menta e cacao); le varianti di Ten Fidy sono invece la Chocolate Hazelnut Praline Barrel-Aged (con aggiunta di cioccolato e nocciola, per ricordare una  ganache belga), la Hot Buttered Rum Barrel-Aged (doppio passaggio in botti ex-bourbon ed ex rum) e la Salted Caramel Barrel-Aged.
Andiamo in dettaglio sulla Jefe’s Horchata Barrel-Aged Imperial Stout (12.8%), una ricetta elaborata in collaborazione con Jefe’s Tacos & Tequila,  ristornate messicano in tacos e tequila bar di di Longmont.  L’idea è quella di replicare una delle infinite varianti di Agua Fresca, un infuso analcolico realizzato  con acqua fresca e frutta, verdura, fiori, cereali o altri ingredienti che viene anche bevuto durante i pasti per aiutare il palato a contrastare il piccante della cucina messicana. Nello specifico si tratta di una variante con vaniglia e cannella che, se prodotta con riso e latte, viene chiamata El Agua de Horchata.

La birra. 
La deriva “pastry” rende oggi davvero difficile sapere cosa aspettarsi da un’imperial stout prodotta con vaniglia e cannella: i due ingredienti possono essere usati in maniera educata ed intelligente oppure smodata per cercare di emulare una sorta di dessert o, nella peggiore delle ipotesi, una merendina. In questo caso mi fido della reputazione del produttore Oskar Blues e decido di tentare la sorte. 
Nel bicchiere è nera, la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione.  Se conoscete bene Ten FIdy, l’imperial stout di casa Oskar Blues, l’aroma vi risulterà piuttosto familiare: fruit cake, cioccolato, accenni di torrefatto e di legno. In questo caso s’aggiungono profumi di vaniglia, bourbon e accenni di cannella, questi ultimi molto lievi. Un bene, per chi come me non la ama troppo. Corpo medio-pieno, consistenza oleosa, qualche bollicina di troppo: il mouthfeel è gradevole, la birra è densa ma non particolarmente morbida: a voler essere pignoli si potrebbe fare di meglio. Al palato c’è grande coerenza con l’aroma: pulizia, intensità ed equilibrio non mancano. Bourbon, vaniglia, prugna disidratata e uvetta, fruit cake iniziano un percorso dolce che viene progressivamente bilanciato dall’amaro del cioccolato, da qualche richiamo di caffè. Il passaggio in botte è particolarmente evidente nella seconda parte di una bevuta che termina molto calda e avvolgente, asciugata dalla componente etilica e dai tannini. Ottima.
Chi ama le pastry resterà un po’ deluso, chi ama la birra può dormire sonni tranquilli; nella Jefe’s Horchata di Oskar Blues vaniglia e cannella sono usate con intelligenza e parsimonia ed il risultato è assolutamente gratificante. 
Formato 56,8 cl., alc. 12.8%, lotto 12/12/2018, prezzo indicativo 13-18 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 7 febbraio 2019

Oskar Blues Ten FIDY vs Ten FIDY Bourbon Barrel Aged


Il birrificio del Colorado Oskar Blues è già transitato sul blog in diverse occasioni;  inaugurato come brewpub a Lyons nel 1997 da Dale Katechis e sua moglie Christi, Oskar Blues è oggi divenuto uno dei maggiori produttori artigianali degli Stati Uniti grazie a numerose espansioni. Dale’s Pale Ale fu (molto probabilmente) la prima birra artigianale americana in lattina: era il 2002 e il birrificio produceva 840 ettolitri all’anno. Da allora Oskar ha utilizzato esclusivamente quel contenitore: nel 2011 gli ettolitri erano già diventati 70.000, salendo a 170.000 nel 2013 e superando quota 200.000 nel 2017. Al brewpub di Lyon (contea di Boulder, 45 spine operative) si sono affiancati nel 2008 il birrificio di Longmont (Colorado) con relativa taproom,  nel 2012 quello di Brevard (Carolina del Nord) e nel 2016 il brewpub di Austin, Colorado. Nel 2015 il birrificio è confluito nella società CANarachy, con Fireman Capital Partners come azionista di maggioranza, assieme a Cigar City Brewing, Perrin Brewing Company, Squatters Craft Beers and Wasatch Brewery, Deep Ellum Brewing and Three Weavers Brewing: un’associazione "sinergica" tra birrifici artigianali  che ha chiuso il 2017 producendo 420.000 ettolitri, distribuendoli in tutti gli stati americani ed in una ventina di paesi all’estero. 

La birra.
Ten Fidy è quasi certamente la prima imperial stout in lattina prodotta negli Stati Uniti: o forse nel mondo? L’avevamo già incontrata qualche anno fa. Sul suo nome si sono fatte alcune supposizioni: la prima riguarda ovviamente il suo contenuto alcolico, 10.5%. Ten Fidy dovrebbe riferirsi a quello (“fidy” sarebbe una sorta di slang per “fiity”), non fosse che per molti anni la birra ha avuto un contenuto alcolico del 9.5%; altri pensano sia ispirata ad un tipo di olio motore (10W-50) che visivamente ricorda la birra. Dal birrificio voci ufficiose dicono invece che FIDY è l’acronimo di  “Fuck the Industry, Do it Yourself”.
Ten FIDY è stata per molti anni una produzione stagionale autunnale, disponibile ogni anno in settembre; credo che ora sia invece prodotta tutto l’anno, o più volte nel corso dell’anno. La ricetta non è nota ma il birrificio ammette che è una birra estremamente laboriosa da fare, prodotta con il 50% di malti speciali (two-row, chocolate, roasted) e fiocchi d’avena. 
Nel bicchiere è bellissima, assolutamente nera con un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta. Aroma ricco, goloso, intenso; ci convivono fruit cake, melassa, prugna e uvetta sotto spirito, cioccolato, qualche nota di caffè e di torrefatto. Al palato non ci sono particolari viscosità ma il mouthfeel è comunque morbido, il corpo tra il medio ed il pieno. Il gusto è ricalca in pieno l’aroma e ne mantiene in pieno le promesse: è un’imperial stout pulita, intensa ed elegante, nella quale il dolce iniziale del fruit cake, del caramello e della frutta sotto spirito viene progressivamente bilanciato dall’amaro del caffè e del torrefatto, con suggestioni  di cioccolato fondente. L’alcool riscalda ogni sorso con vigore senza far mai male e nel finale arriva anche una spolverata di tabacco. Non ho mai avuto l’opportunità di berla “fresca” ma i due anni passati dalla messa in lattina non le hanno fatto sicuramente male: è ancora una birra vigorosa, molto amalgamata tra le varie componenti, che riscalda corpo e anima, emozionando. 

Nel 2015 arrivò anche la naturale evoluzione della Ten Fidy, ovvero il suo invecchiamento in botte: per la precisione un blend di diversi botti che avevano ospitato vari bourbon e whiskey.  Anch’essa produzione stagionale (novembre) la Barrel Aged Ten Fidy è stata prodotta per un paio di anni in quantità piuttosto limitata e distribuita solo alla taproom birrificio, guadagnandosi quindi un po’ di hype e di beergeeks in fila a sfidare i freddi inverni del Colorado.  L’espansione del programma Barrel Aging, avvenuto nel 2017, ha poi permesso a Oskar Blues di distribuirla in tutta la nazione in quantità maggiori; l’hype è scemato, buon per noi europei ai quali è arrivata qualche lattina. Incomprensibilmente alla potente versione Barrel Aged (12.9%) è stata dedicato un formato “pinta imperiale” (56.8 cl.): impegnativo, se dovete berla in solitudine.  L’hype (se di hype vero e proprio si può parlare) si è oggi spostato sulle edizioni limitate come la Barrel Aged Ten Fidy Java (caffè) o altre invecchiate in particolari botti di bourbon o whisky. 
Anch’essa splendida e del tutto simile alla sorella, anche se la schiuma è un po' meno compatta, la  Barrel Aged Ten Fidy regala un aroma altrettanto pulito e complesso, caldo, avvolgente: a fruit cake e frutta sotto spirito, protagonisti della versione  “normale”, s’aggiungono note di vaniglia e bourbon, legno, cocco tostato, cioccolato e caffè. Una festa che continua al palato, partendo da una sensazione palatale leggermente oleosa ed un po’ più morbida rispetto alla sorella. La bevuta è potenziata dal calore del bourbon ma non ci vuole molto a trovarsi con il bicchiere vuoto a forza di piccoli ma frequenti sorsi: il distillato è accompagnato da fruit cake e melassa, cioccolato fondente, caffè e torrefatto, vaniglia. Non c’è molto amaro, il finale è lunghissimo e nuovamente dominato dal bourbon, nel quale si tuffa un pezzo di fruit cake al cioccolato fondente.  Splendida birra, davvero ben fatta, che emoziona e conquista come la versione base, potenziandola ed elevandola di qualche gradino: difficile resisterle e difficile dimenticarla. Dopo averla bevuta scoprirete che la lattina formato pinta imperiale era un finto problema.
Livello molto alto per queste due imperial stout di Oskar Blues: per chi ama il genere e le sue interpretazioni classiche, lontano dalle derive pastry/dessert, è un doppio appuntamento da non mancare.
Nel dettaglio:
Ten FIDY,  35.5 cl., alc. 10,5%, IBU 65, imbott. 19/01/2017, prezzo indicative 8,00 euro (beershop)
Ten FIDY - Bourbon Barrel Aged, 56.8 cl.,  alc. 12,9%, IBU 75, imbott. 10/11/2017, prezzo indicative 18.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 giugno 2018

US Wee Heavy: Great Divide Claymore, Oskar Blues Old Chub & Dark Horse Scotty Karate


Oggi cambiamo un po’ la solita routine di Unabirralgiorno e vediamo tre differenti interpretazioni dello stesso stile: Wee Heavy o Strong Scotch Ales che dir si voglia. A questa “orizzontale” tutta americana partecipano due birrifici del Colorado (Great Divide e Oskar Blues) e uno del Michigan (Dark Horse). 

Procediamo in ordine crescente di gradazione alcolica partendo dalla Claymore (7.7%) Scotch Ale di Great Divide, birra che prende il nome dalla omonima spada a due mani usata dai guerrieri scozzesi tra Medioevo ed Età Moderna: ma al contrario della pesante arma, dicono, per berla avrete bisogno di solamente una mano. 
Nel bicchiere è di un bel color ebano scuro con accese venature rossastre, la schiuma è compatta e cremosa ed ha una discreta persistenza. Il suo percorso mostra perfetta corrispondenza tra aroma e gusto: biscotto, pane nero e caramello sono affiancati da esteri fruttati che richiamano prugna e uvetta. L’amaro è praticamente assente se si eccettua la quantità strettamene necessaria a bilanciare il dolce. Il percorso si conclude con una buona attenuazione e un leggero tepore etilico che riscalda il retrogusto di frutta sotto spirito. Poche bollicine rendono la bevuta scorrevole e morbida al palato: non c’è molta profondità, personalità o “cuore” in questa Claymore ma è comunque una birra che si beve con buona soddisfazione. Precisa, dolce ma ben bilanciata, pulita, facile da bere: la bottiglia in questione è “nata” ad ottobre 2016. 

Restiamo in Colorado e spostiamoci al birrificio Oskar Blues dove ci aspetta una lattina  (ovviamente) di Old Chub (8%): questo il nome per la Scottish Strong Ale della casa la cui ricetta prevede anche una piccolissima percentuale di malto affumicato. 
Il suo vestito è leggermente più scuro rispetto a quello della Claymore, così come le splendide venature color rubino. Il naso è caldo e avvolgente; toffee, biscotto, prugna e uvetta, ciliegia,  accenni di pane tostato e terrosi, tutti avvolti da una delicata presenza etilica. La bevuta procede nella stessa direzione senza divagazioni: è dolce ma ben bilanciata da un finale abbastanza secco e da un tocco amaricante che richiama il terroso e il tostato. Un morbido ma percepibile alcohol warming regala anche un lungo retrogusto che scalda cuore e anima e anche una suggestione di fumo. Un anno o poco più di vita per questa lattina di Oskar Blues che si sorseggia senza grosse difficoltà;  l’interpretazione dello stile mi sembra molto più convincente di quella di Great Divide, sia per intensità che per personalità. 

Il birrificio del Michigan Dark Horse dedica la propria Wee Heavy al musicista e concittadino Scotty Karate, un “one man band” nato a Marshall: anche la ricetta di questa birra prevede una piccola percentuale di malto affumicato su legno di ciliegio. Dark Horse non scherza e porta l’ABV all’estremità alta dei parametri dello stile: 9.75%. 
Un leggero gushing all’apertura fa temere il peggio ma si tratta solo di un eccesso di carbonazione: il suo colore è simile a quello della Old Chub ma già dall’aroma si può intuire che il livello si è innalzato. I profumi sono ricchi ed intensi, caldi e avvolgenti: volendo fare una critica gli esteri fruttati quasi annullano la percezione della componente maltata, ma il bouquet olfattivo è comunque molto gradevole. Ciliegia, fragola, fico, prugna e uvetta, mela al forno e frutti di bosco, melassa, accenni di vino marsalato che potrebbero essere dovuti all’età anagrafica della bottiglia (2015).  Ci sono ovviamente troppe bollicine al palato e bisogna avere la pazienza di lasciarle calmare per poter apprezzare la sensazione palatale morbida, quasi piena di questa birra. Al palato c’è un maggior equilibrio tra malti (biscotto e caramello) e quegli esteri protagonisti dell’aroma, l’alcool riscalda senza eccessi tutta la bevuta da capo a coda. E’ una Strong Scotch Ales molto intensa  il cui dolce viene bilanciato dall’alcool, da una buona secchezza e da una nota amaricante terrosa e leggermente tostata. Profondità e complessità non le mancano e si congeda lasciando una lunghissima scia etilica di frutta sotto spirito. 
Problema “bollicine” a parte, la Scotty Karate di Dark Horse vince a mani basse questa mini sfida; mi sembra una birra con un interessante potere d’invecchiamento: a tre anni dalla messa in bottiglia è ancora potente e mostra alcune belle note ossidative che la portano nel terreno dei vini marsalati.
Nel dettaglio:
Claymore Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 7.7%, imbott. 18/10/2016, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro
Old Chub, 35.5 cl., alc. 8.0%, IBU 25, imbott. 07/02/2017,  prezzo indicativo 5.00 euro
Scotty Karate Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, lotto KAR138, imbott. 30/10/2015 (?),prezzo indicativo 5.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 10 maggio 2018

Oskar Blues Death By Coconut

Colorado, marzo 2014:  in occasione della Colorado Craft Beer Week il birrificio Oskar Blues annuncia l’arrivo di tre novità realizzate assieme ad altrettanti birrifici. Con i vicini di casa dalla Shamrock Brewing Co. viene prodotta la  Death By Coconut, una  Irish porter che matura assieme a cocco essiccato e cioccolato prodotto dalla Robin Chocolates di Longmont. Con La Cumbre Brewing Co (New Mexico)  si realizza la  Fat Slim India Style Session Ale  e  con i californiani della St. Archer Brewing Co. la St. Oskar’s Indica Black Lager.  Le tre "one shot" vengono presentate il 22 marzo alla serata al Collaboration Festival organizzato dalla Colorado Brewers Guild al Curtis Hotel di  Denver.  
Concentriamoci sulla porter Death By Coconut, che ottiene grande successo al festival e, nell’ottobre dello stesso anno,  porta a casa la medaglia d’argento nella categoria “Chocolate Beer” al Great American Beer Festival del 2014 che si tiene a Denver; al primo posto la (a me sconosciuta) Chocolatized della Pisgah Brewing Co. 
La ricetta è frutto della collaborazione tra Jason Buehler (allora birraio alla Oskar Blues ma con un breve passato alla Shamrock) e Keith Hefley della Shamrock. Buehler ricorda: “volevo fare una birra assieme ai miei vecchi amici per il Collaboration Festival, avevo in mente di produrre sui nostri impianti una versione speciale di una loro birra “irlandese” e sui loro impianti una delle nostre luppolate. Keith suggerì di produrre da noi qualcosa con aggiunta di cocco o di cioccolato, o magari entrambi. Non avevo idea di dove poter acquistare il cocco, così ci pensò Keith; in cambio noi gli procurammo delle varietà di luppolo alle quali loro non avevano accesso. Realizzammo un primo lotto da noi, eravamo più grandi di loro e potevamo correre il rischio economico di sperimentare con degli ingredienti così costosi; il secondo lotto fu prodotto da loro”. 
La birra riscuote subito grandi consensi  e nello stesso anno Oskar Blues inizia a produrla come birra stagionale autunnale, con un successo ancora più clamoroso: nei primi anni il lancio commerciale viene accompagnato da un evento al birrificio e le lattine vanno esaurite molto rapidamente. Anche alla Shamrock producono la loro versione ma la gioia, l’amicizia e lo spirito di condivisione della collaborazione finiscono presto: quando ci sono di mezzo i soldi, le cose si complicano sempre. Racconta Buehler, che nel 2015 ha lasciato Oskar Blues per andare alla Denver Beer Company: “era una birra così costosa da produrre che pensammo inizialmente di farla solo per il festival o in altre rare occasioni, ma la gente la adorava. Quando informai la Shamrock della nostra decisione di metterla in produzione stagionale, loro chiesero di poter mantenere anche il loro logo sulle nostre lattine, ma rifiutammo. Chiesero anche di poter continuare a produrre la loro versione usando lo stesso nome ma non era possibile, non aveva senso che due birrifici diversi facessero una birra simile con lo stesso nome". 
Nel settembre 2017 la Shamrock pubblica  un comunicato ambiguo ma non troppo sulla propria  pagina Facebook,  annunciando l’arrivo di una nuova  Chocolate Coconut Porter:  “come sapete la birra collaborativa fatta assieme ad Oskar Blues fu un enorme successo. Oskar ha deciso di registrarne il nome, produrla in grandi quantità e distribuirla. Non è chiaro chi abbia diritto a reclamare quel nome, ma siccome la ricetta è abbastanza  diversa  da quella originale, non vogliamo creare nessuna confusione. Quindi l’abbiamo chiamata Cheating Death (ingannare la morte,  evitare delle spiacevolissime conseguenze, ndt.)”.

La birra.
C’è stato dunque qualche cambiamento rispetto a quella Death By Coconut che conquistò i palati della gente nel 2014: i cambiamenti, per quel che riguarda la versione Oskar Blues, credo riguardino soprattutto l’ingrediente cioccolato, oggi fornito dalla Cholaca di Denver: un liquido prodotto con fave di cacao provenienti da Ecuador e Perù, zucchero di cocco e acqua.
Il suo colore è prossimo al nero e la sua schiuma è cremosa e compatta, con un’ottima persistenza.  Questa lattina è nata nell’ottobre del 2017 e sicuramente è passato qualche mese di troppo per poter apprezzare al meglio l’ingrediente cocco, abbastanza rapido nel diminuire d’intensità. L’aroma è infatti dominato dal cioccolato, in verità non troppo raffinato e reminiscente del Nesquik: abbinateci quel che resta del cocco e l’effetto Bounty è assicurato: non molto artigianale, ma comunque gradevole. In sottofondo resta un po’ di spazio per delle tostature. Al palato è morbida e gradevole, con una leggera cremosità che non rallenta affatto la scorrevolezza: è tuttavia una birra da gustarsi con calma, ben bilanciata tra il dolce di cioccolato, liquirizia, caramello, cocco e l’amaro delle tostature e di qualche ricordo di caffè. C’è una bella intensità, l’alcool (6.5%) è praticamente inavvertibile e la bevuta è davvero facilissima. L’effetto Bounty non è spudorato ed è comunque ben integrato all’interno di quella che rimane una porter, anche se dall’indole ovviamente dolce. Nel suo genere il risultato è convincente, e anche se odiate le cosiddette “birre dessert” potreste fare un tentativo con questa Death By Coconut, capace di fermarsi qualche metro prima dal baratro delle pastry beers.
Formato 35,5 cl., alc. 6.5%, IBU 25, lotto 18/10/2017, prezzo indicativo 5.00-7.00  euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 5 dicembre 2012

Oskar Blues Ten Fidy

Del birrificio del Colorado Oskar Blues abbiamo già parlato in questa occasione, e passiamo quindi direttamente alla "sostanza". Nonostante la craft beer in lattina sia stata ormai ampiamente sdoganata, ammettiamo che ci fa lo stesso un certo effetto avere una Imperial Stout da 10.5% alc. e 98 IBU in un contenitore che abbiamo sempre associato stupidamente a blande lager industriali. Il brivido che qualche sprovveduto possa berla ghiacciata direttamente dalla lattina ci scorre lungo la schiena. Il biglietto da visita di questa Ten Fidy è una medaglia d'oro al World Beer Championship del 2010 ed un punteggio di 100/100 su Ratebeer. Aspetto sontuoso, un liquido color ebano scurissimo esce dalla lattina con una notevole viscosità, formando un piccolo ma persistente "cappello" di schiuma color nocciola. L'aroma ha buona pulizia ed intensità:  caffè, tostature, cioccolato amaro, mirtilli e frutta sotto spirito. In bocca l'alcool si fa sentire quasi subito, scaldando tutto il palato ed invitando ad un sorseggio molto rilassato; birra molto piacevole in bocca, dal corpo pieno e con una carbonazione molto contenuta. C'è un ritorno di caffè e di orzo torrefatto, ma sono solo da "contorno" ad una predominanza di alcool e frutta sotto spirito. Chiude con un finale secco, seguito da un appagante e persistente retrogusto caldo ed etilico. Più alcool che caffè, quindi, in questa lattina di Ten Fidy, molto intensa ma non ostica se sorseggiata in tranquillità; un bel winter warmer che riscalda le fredde serate invernali senza però variare molto il suo percorso da inizio a fine. Formato: 35.5 cl., alc. 10.5%, IBU 98, lotto 21/09/2011 12:10, scadenza non riportata, prezzo 2.99 Euro ($ 3.59)-

giovedì 18 ottobre 2012

Oskar Blues Gubna Imperial IPA

Ospitiamo oggi un altro attore storico della craft beer americana; si tratta dell’Oskar Blues Grill & Brew, un brewpub aperto nel 1997 a Lyons, in Colorado da Dale Katechis e sua moglie Christi. L’evento che ci interessa avviene nel 2002, quando alla Oskar Blues decidono di rendere disponibile le proprie birre anche al di fuori del brewpub; abbastanza sorprendentemente, scelgono di distribuire i prodotto non in bottiglia ma in lattina, un formato che i consumatori normalmente abbinano a prodotti “leggeri” e di mediocre qualità. I numeri hanno dato loro ragione. In pochi anni, la loro Dale’s Pale Ale, leggendaria prima craft beer americana in lattina,  è diventata la Pale Ale più venduta in tutto il Colorado ed il “six pack” più venduto in tutti glI Stati Uniti, “contagiando” oltre centocinquanta birrifici “artigianali” che oggi offrono craft beer in lattina. Ma alla Oskar Blues l’innovazione è sempre di casa: è di qualche settimana fa la notizia che da Gennaio 2013 le lattine avranno il formato da 568 ml (una pinta reale, 19.2 once) e non più quello attuale di 355 ml (12 once). Nel frattempo al brewpub originale di Lyons si sono affiancati gli impianti produttivi di Longmont (Oskar Blues Brewery) per riuscire a soddisfare tutta la domanda, passata dai 700 barili del 2002 ai 59.000 del 2011. E nonostante la birra di qualità in lattina sia stata da tempo sdoganata, ci sentiamo davvero un po’ “strani” ad avere in mano un “mostro” di double IPA dal 10%  di alcool e 100 IBU in lattina. La Gubna Imperial IPA, nasce da una ricetta semplice, con solo tre malti  (Dark Munich, North American 2-row e malto di segale) e l’impiego di un solo luppolo, il Summit. E' la prima imperial IPA al mondo disponibile in lattina, ed ottiene un punteggio di 98 su Ratebeer e di 83 su Beer Advocate. E’ di colore arancio ramato, velato, e forma un bel cappello di schiuma fine e cremosa, molto persistente. L’aroma, pulitissimo ed elegante, è completamente dominato dal pompelmo, con qualche sentore di aghi di pino e frutta tropicale in secondo piano; chiudendo gli occhi sembra davvero di annusare una spremuta di pompelmo fresca, appena fatta. Pulito ed elegante. Non c’è molta varietà neppure in bocca; dopo un leggero imbocco di biscotto, il pompelmo prende il sopravvento, affiancato da un nota etilica ben percepibile ma che non costituisce un grosso ostacolo alla bevibilità. Il finale spinge l’accelleratore sull'amaro, ed alla scorza di pompelmo s’affiancano pungenti (e pepate) note resinose, che sconfinano in un lungo retrogusto amaro, molto intenso, con il calore dell’alcool che riscalda sempre di più man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Imperial IPA ben fatta, mostra solidità pur avendo un corpo “solamente” medio; tira fuori i muscoli solamente nel finale, mantenendo per buona parte del suo percorso in bocca una buona morbidezza con una carbonazione moderata. Molto convincente al naso, con uno splendido aroma, fresco e fortissimo, scende un po’ di livello al gusto dove non ritroviamo la stessa pulizia ed eleganza. Rimane comunque un’ottima bevuta. Formato: 35,5 cl., alc. 10%, IBU 100, lotto 23/07/2012, prezzo 2.99 Euro ($ 3.59)