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domenica 5 giugno 2016

Green Flash Double Stout

Grosse novità in casa Green Flash, il birrificio fondato a San Diego nel 2002 da Mike and Lisa Hinkley, gestori di un pub; privi di conoscere/esperienze nella produzione della birra, i due si sono quasi da subito affidati al birraio Chuck Silva che ha contribuito in maniera determinante al successo di un birrificio arrivato a produrre 82.000 ettolitri. Lo scorso anno Green Flash ha annunciato un ambizioso piano di espansione da 20 milioni di dollari che prevede la costruzione di un secondo birrificio sulla costa ad est, precisamente a Virginia Beach (Virginia): quello che verrà presumibilmente inaugurato entro la fine del 2016 sarà praticamente una copia di quanto già presente a San Diego: 100.000 ettolitri/anno di potenziale,  5000 metri quadrati nei quali troveranno posto la tasting room ed un beer garden. 
Ma l'annuncio più sorprendente non è stato piuttosto quello delle  inaspettate dimissioni di Chuck Silva, arrivate a settembre 2015 dopo undici anni di servizio. A ruolo di head brewer è stato promosso Erik Jensen, da quattro anni collaboratore di Silva e con esperienze precedenti alla Karl Strauss di San Diego e in alcuni brewpub. Sono probabilmente stati i grandi piani d'espansione che hanno fatto decidere a Silva di abbandonare "l'autostrada Green Flash" per dirigersi su una più piccola strada di campagna; il birraio dovrebbe infatti aprire quest'anno il suo nuovo birrificio (Silva Brewing) a Paso Robles, 500 chilometri più a nord rispetto a San Diego, a pochi isolati da Firestone Walker. Silva, nativo proprio della contea di San Luis Obispo, ha acquistato assieme alla moglie il terreno retrostante al Pour House, un pub con una trentina di spine: "non voglio creare un marchio e avere in testa solo di farlo crescere e crescere. Voglio un progetto che rimanga in una dimensione locale e sostenibile. Voglio fare birre in eleganti bottiglie con il tappo di sughero e magari in futuro coltivare nel terreno le erbe e i frutti da utilizzare nelle ricette". Il progetto, ancora in attesa delle autorizzazioni necessarie, dovrebbe partire con 300.000 dollari d'investimento per un impianto da 12 ettolitri e un potenziale anno di circa 1200 ettolitri: il pub The Pour House diventerà in pratica la taproom del birrificio, pur continuando a servire anche birre di altri produttori.

La birra.
Double Stout, è questa il nome scelto da Chuck Silva per l'imperial stout di Green Flash: un nome che richiama subito le robuste stout prodotte in Inghilterra nel diciannovesimo secolo, alle quali il birraio dichiara di essersi ispirato. La sua versione barricata in botti ex-bourbon prende il nome di Silva Stout.
Il suo aspetto è inappuntabile: nerissima, sormontata da un goloso cappello di schiuma color cappuccino cremosissima, compatta e fine, dall'ottima persistenza. Il naso offre un bouquet piuttosto interessante nel quale dominano i chicchi di caffè accompagnati da profumi di mirtillo, cioccolato amaro, tostature, liquirizia e un tocco di cenere. Pulizia, intensità ed eleganza sono ben presenti, con la componente etilica appena accennata. Al palato viene privilegiata la scorrevolezza: corpo medio, poche bollicine, consistenza oleosa e morbida  ma ben lontana da sensazioni cremose, avvolgenti o "lussureggianti". Il gusto segue quasi in fotocopia l'aroma, con un'intensa presenza di caffè e tostature sostenuta da un velo di caramello bruciato; fa capolino ogni tanto una suggestione di cioccolato fondente, ma non c'è molto altro. L'alcool è gestito molto bene e dispensa in sottofondo quel tepore necessario a irrobustire la bevuta senza mai infastidirla: i malti scuri le conferiscono una leggera acidità che contribuiscono a ripulire il palato assieme alla chiusura luppolata finale, terrosa.  Pulizia ed eleganza (sopratutto delle tostature) mi sembrano leggermente inferiori rispetto all'aroma, ma è comunque una imperial stout che si lascia bere con molta soddisfazione, nonostante la sua relativa semplicità.
Formato: 35.5 cl., alc. 8.8%, IBU 45, lotto F15253, scad. 03/09/2016.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 18 gennaio 2015

Green Flash Grand Cru

Nuovo appuntamento con il birrificio californiano Green Flash, ma questa volta non si tratta della solita IPA/IIPA. Fondato nel 2002 da Mike Hinkley Lisa Hinkley, già proprietari di un pub ma - caso quasi raro nella scena craft statunitense - senza nessuna esperienza di homebrewing alle spalle; la fortuna di Green Flash è senz'altro dovuta all'abilità del birraio Chuck Silva, arruolato nel 2004 e ancora alla guida dello stabilimento di Vista, una settantina di chilometri a nord di San Diego. Il nome (Green Flash, o Raggio Verde) si riferisce a quel raro fenomeno ottico che si può a volte notare, spesso sul mare, quando il sole sta tramontando.
Nel 2013 Green Flash ha annunciato investimenti per 20 milioni di dollari nell'apertura di un nuovo birrificio in Virginia, sulla costa ad est, pur non rinunciando ad aumentare la capacità produttiva di quello californiano, oggetto di un ampliamento che ha comportato (forse solo temporaneamente) una rivoluzione nella gamma delle birre prodotte, suscitando qualche malcontento tra i birrofili americani. Sono apparse nuove birre "luppolocentriche", meno impegnative da produrre, e sono invece scomparse alcune birre che si rifacevano alla tradizione belga, come ad esempio la Saison Diego o l'ottima Rayon Vert. Tra le birre dismesse c'è anche la Grand Cru, una Belgian Strong Dark Ale stagionale che debuttò a novembre 2008 alla sesta festa di compleanno del birrificio, diventando poi un appuntamento classico stagionale, disponibile ogni anno a partire da dicembre.
Si autodefinisce in etichetta una Mysterious Dark Ale, e si presenta nel bicchiere di un bel color ambrato molto carico, con riflessi rubino e marrone, cui la foto non rende decisamente giustizia. La schiuma beige chiaro è molto compatta, cremosa ed ha un'ottima persistenza. Al naso arrivano subito profumi di prugna, uvetta e datteri, ciliegia sciroppata, con in sottofondo qualche nota di vino liquoroso, forse di porto. Bene intensità e pulizia. Il birrificio della contea di San Diego è famoso per le sue generose luppolature, ed anche questa Belgian Strong Ale non ne è evidentemente stata esentata. La prima parte della bevuta è classicamente belga riproponendo, sebbene con minore pulizia rispetto all'aroma, caramello, uvetta, prugna e datteri. La seconda parte è invece amara, leggermente resinosa e piuttosto spiazzante per chi credeva di avere nel bicchiere un pezzetto di Belgio. La bottiglia si è fatta due anni di cantina ma la luppolatura è ancora protagonista del finale, c'è solo da immaginare come fosse questa birra appena imbottigliata. L'unione tra Belgio e luppoli americani, in questo caso, non la trovo particolarmente azzeccata: l'amaro resinoso fa un po' a cazzotti con il dolce del dattero e dell'uvetta e con le lievi note di vino liquoroso che ogni tanto fanno capolino. La leggera ossidazione si porta però dietro anche qualche sfumatura meno gradevole di cartone bagnato. L'alcool (9.1%) è davvero molto ben nascosto, riscaldando tiepidamente solamente il retrogusto di una birra comunque solida ed intensa, dal corpo medio e discretamente carbonata.
Bevuta irrisolta, almeno per me, quasi spezzata in due: bene la prima parte "belga" e dolce, meno bene "l'americanata" finale. Il colore scuro ed il generoso contenuto alcolico sono solitamente due caratteristiche ideali per la messa in cantina: ma a due anni dall'imbottigliamento questa Grand Cru mostra già qualche segno di cedimento.
Formato: 35.5 cl., alc. 9.1%, lotto 30/10/2012, pagata 5.60 Euro (beershop, Italia).


NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 ottobre 2014

Green Flash West Coast IPA

Gli Stati Uniti guardano con sempre più interesse all’Europa. Ci sono birrifici che apriranno succursali nel nostro continente con le proprie forze (Stone Brewing Co.) ed altri (Brooklyn) che per farlo si sono alleati con il “nemico” industriale.  E poi c’è un’altra modalità, che è quella di far produrre (contract brewing) le proprie birre destinate al mercato europeo da birrifici europei. E’ questa la modalità scelta dalla californiana Green Flash Brewing Co., una trentina di chilometri a nord di San Diego, fondata nel 2002 da  Mike e Lisa Hinkley.  “E’ da tempo che spingiamo per la distribuzione della nostra West Coast IPA in Europa, ma il problema principale è stato sempre quello di farla arrivare fresca; – dice Mike  – dopo aver fatto dei tentativi con alcuni importatori, ci è parso evidente che la qualità della nostra IPA che arrivava al consumatore europeo non era soddisfacente, ed il suo prezzo era quasi proibitivo. Dovevamo pensare ad una soluzione migliore”. Su questo non posso che confermare la mia esperienza di qualche hanno fa con una bottiglia di West Coast IPA in stato comatoso.
La scelta del partner europeo cade quasi automaticamente sulla belga Brasserie St-Feuillien, che aveva già collaborato con Green Flash nel 2010 per realizzare la “Bière De L’Amitié” poi seguita nel 2012 dalla Black Saison.  Ecco che all’inizio dell’estate 2014 il birraio  Chuck Silva si reca in Belgio per “insegnare” a Alexis Briol tutti i segreti di quella che è considerata la flagship beer di Green Flash.  La buona notizia per i consumatori europei arriva però proprio nel momento in cui la ricetta di una delle IPA più rappresentative della California è stata da poco modificata. La notizia è dello scorso Marzo  e va di pari passo con il rinnovo grafico al quale sono state sottoposte tutte le etichetta di Green Flash. Ma tralasciando l’estetica delle etichette, negli Stati Uniti  numerosi beer aficionados non hanno preso molto bene il cambiamento di ricetta di una birra storica e molto amata.   
Ma cosa è cambiato, concretamente?  E’ innanzitutto aumentato il contenuto alcolico, che passa dal 7.3 al 8.1%: in etichetta è stata aggiunta la parola “double”, mentre prima si tratta solamente di una India Pale Ale. Il vero oggetto del contendere è  - ovviamente – la luppolatura; la storica West Coast IPA prevedeva abbondante uso di Simcoe, Columbus, Centennial e Cascade, mentre la nuova versione aggiunge ai quattro luppoli già citati anche il gettonatissimo Citra. E’ proprio questo l’oggetto del contendere, con “l’accusa” fatta a Green Flash di seguire troppo la moda e di farsi trascinare nell’hype del Citra. La struttura della grafica delle nuove etichette fa poi sì che (casualmente ?) la parola “Citra” risulti quella più grande e più in evidenza rispetto ai nomi degli altri luppoli usati. Perché cambiare la ricetta di una birra che è stata una delle principali protagoniste del grande successo dello stile West Coast IPA, anni prima dell’invenzione del Citra?  Perché non  creare una IPA completamente nuova, se si voleva usare il Citra ? In aggiunta a questo, Green Flash viene “accusata” dai (fortunati) habitué statunitensi di cambiare troppo spesso: formati delle bottiglie, etichette, formato dei packs (4 o 6), indicazione della data d’imbottigliamento sostituita da quella di scadenza e poi viceversa. Ma a dire il vero un motivo per far polemica lo avremmo anche noi consumatori europei:  negli USA Green Flash dà sei mesi di vita alla sua West Coast IPA, ma la sua gemella belga ne ottiene invece dodici. Perché ?   
Da quanto apprendo la versione europea utilizza inoltre malti europei anziché americani.
Birra nel bicchiere, il colore è quello classico di una IPA Californiana: tra l’oro e l’arancio, leggermente velato, con un’impeccabile “testa” di schiuma bianca, fine, cremosa e molto persistente. La bottiglia in questione immagino risalga allo scorso giugno, e siamo quindi al quarto mese di vita: una freschezza ancora “accettabile” che si manifesta nell’aroma, pulito ed elegante. Pompelmo, arancio, mango e papaya dominano la scena lasciando molto in sottofondo la resina e gli aghi di pino: un aroma più piacione che muscoloso, che sembra – effettivamente -  seguire la tendenza attuale che vede le IPA più “dolci” e fruttate rispetto al passato. Lo stesso può dirsi del gusto: pulizia ed equilibrio su tutto, ingresso maltato (biscotto), frutta tropicale dolce, chiusura amara non particolarmente intensa e pungente; l’alcool è molto ben nascosto, la bevuta è molto gradevole – quasi accademica - anche se non molto pungente.   Chiariamoci subito: il livello è alto e se tutte le DIPA che mi arrivano nel bicchiere fossero così sarei ben contento: corpo medio, morbida e scorrevole in bocca, forse solo un pelino carente di bollicine. Ma, tralasciando la bottiglia-cadavere del 2011 i miei ricordi sono di una ottima West Coast IPA bevuta a San Diego nell’estate del 2012. Certo, sei in California per la prima volta, tutto ti sembra più bello ed il tuo metro di giudizio è un po’ sbilanciato verso l’alto. Resta il fatto che quella era una IPA ugualmente bilanciata ma con quell’accelerata finale amara che ti lascia completamente soddisfatto a fine bevuta; in questa West Coast IPA 2014 ci trovo invece molta più frutta e quasi l’intenzione di non fare troppo male al palato del bevitore. Detto questo, ben venga la possibilità di bere una birra  “americana” prodotta in Europa e quindi meno maltrattata dal viaggio intercontinentale; speriamo solo che anche il prezzo risenta dei benefici della produzione continentale. Non sono riuscito a scoprire quanto costi in Belgio, ma se si potesse acquistare al prezzo di una "normale" birra belga (al di sotto dei due euro) sarebbe davvero una manna. Noi invece qui in Italia, tra  importatori, distributori vari e rivenditori,  restiamo coerenti con il caro-birra: pagata 5.00 Euro quella arrivata negli USA nel 2011 (erano 35.5 cl!) e pagata 5.00 Euro anche questa.
Formato: 33  cl., alc. 8.1%, IBU 95, lotto 5782 08:09, scad. 20/06/2016.

domenica 17 novembre 2013

St-Feuillien / Green Flash Black Saison

Il primo incontro tra il birrificio belga St-Feuillien e quello californiano Green Flash avviene nel 2009, quando Dominique Friart, proprietario di St-Feuillien, è in vacanza negli Stati Uniti e va a visitare il birrificio di Mike e Lisa Hinkley. Green Flash si trova a San Diego, ma  ha nel proprio portfolio un buon numero di birre che s'ispirano alla tradizione belga. L'incontro è proficuo e l'anno successivo Mike ed il birraio di Green Flash, Chuck Silva, salgono su di un aereo e si recano in Belgio per dar vita ad una birra a due mani,  la Bière De L'Amitié (Birra dell’amicizia), mai più replicata. L’anno scorso il birraio Alexi Briol di St-Feuillien ha ricambiato la visita, ma invece che riprodurre la stessa ricetta in territorio statunitense, i due birrifici hanno optato per una nuova birra, una Black Saison brassata con luppoli americani ed europei (Cascade e Styrian Golding), un mix “segreto” di spezie e un ceppo di lievito (tipo Bastogne Belgian Ale Yeast) di proprietà di Green Flash, lo stesso utilizzato per produrre la Rayon Vert.  Questo per la versione Americana, perché la stessa Black Saison è stata in seguito riprodotta anche in Belgio, presso gli impianti della St-Feuillien, con un etichetta diversa e con (forse) un diverso ceppo di lievito?  Negli USA la birra arriva sugli scaffali a Settembre 2012, con una gradazione alcolica in percentuale del 5.7%. Molte meno notizie si hanno sulla versione europea, che il sito internet della St-Feuillien neppure elenca, rispettando in pieno la tradizione che vede i produttori belgi molto poco interessati alla comunicazione via internet, poche eccezioni a parte.
Leggermente più alcolica della sorella americana (6.5%), con "vitamina C" nella lista degli ingredienti, è davvero quasi nera all'aspetto con una testa di schiuma beige, cremosa, molto generosa e molto persistente. Il naso ha un'apertura speziata (soprattutto pepe), seguono sentori di mela verde, note più lievi di agrumi e di tostatura, liquirizia e, quando la birra si scalda, un accenno di cioccolato al latte. Bottiglia non molto fresca, ma aroma che si difende ancora bene. Molto leggero il corpo (se pensiamo all'ABV di 6.5%), carbonazione decisa, una consistenza watery che le consente di scorrere molto velocemente dal bicchiere; l'imbocco è fruttato (arancio e mela) con l'anima "black" che inizia ad affacciarsi in un secondo tempo. Prima leggera tostatura, poi una bella progressione finale che passa per note di caffè, liquirizia e cioccolato amaro. Manca la componente rustica tipica di una saison della Vallonia (eccetto una leggera terrosità del retrogusto) ma è una birra elegante e dalla buona intensità. Un ibrido diviso in due, con una prima parte solare e fruttata e, come descritto prima, una bel crescendo che sfocia in un finale "scuro" ed amaro. Le bollicine forse sono un po' in eccesso, il corpo è forse un po' in difetto. 
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 32, lotto 447612:46, scad. 07/01/2014, pagata 3.50 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 13 aprile 2011

Green Flash West Coast IPA

Nel bicchiere è ambrata, velata. La schiuma color ocra è fine, cremosa e persistente. Il naso è un po’ stanco, ma percepiamo comunque sentori di pompelmo, pino e dolci di frutta tropicale. In bocca un veloce imbocco di malto è seguito da un forte amaro vegetale e resinoso. Quasi completamente assente la componente “fruttata”. Corpo e carbonatazione media, termina con un retrogusto molto amaro, erbaceo e resinoso ma abbastanza morbido nel quale i 95 IBU si fanno sentire tutti. Difficile giudicare una bottiglia che sembra aver patito i troppi passaggi di mano lasciando per strada praticamente tutta la sua freschezza del mix dei luppoli (tra gli altri, sono stati usati Simcoe, Columbus, Centennial e Cascade). Aroma e gusto quasi completamente privi di quei freschi sentori floreali e fruttati che dovrebbero caratterizzare questa IPA West Coast. Da riprovare in condizioni migliori, peccato. Bottiglia da 355 ml., alc.7.3%, 95 IBU, 5 €

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english summary:
Hazy orange amber color with a creamy off-white head. Some light grapefruit, pine and sweet tropical fruits in the nose. Taste is first malty followed by a deep vegetal and resinous bitterness. There’s basically no fruity character. Medium bodied with medium carbonation. Long and very bitter, grassy, resinous aftertaste. We got a bottle which has clearly suffered a lot from importers and distributors treatments. Hard to properly judge a West Coast IPA that has lost most of its fresh, flowery and fruity character. 355 ml. bottle, 7.3% ABV, 95 IBUs, 5 €

martedì 5 aprile 2011

Green Flash Hop Head Red

Nel 2002, Mike and Lisa Hinkley, già gestori di un pub, decidono di fare il grande passo e fondare la Green Flash Brewing Company. L'anno successivo si aggrega il mastro birrario Chuck Silva ed ecco che prende forma l'attuale birrificio a Vista, California. Vincitrice di numerosi premi in madre patria (argento nel 2007 e bronzo nel 2009 all'GABF, oro nel 2008 alla World Beer Cup), questa Hop Head Red si presenta di un sontuoso color rubino al quale la foto non rende assolutamente giustizia, schiuma ocra, cremosa e fine. Aspetto davvero impeccabile. L'aroma non è freschissimo, ovviamente ha sulle spalle un lungo viaggio, diversi passaggi di mano e del dry hopping di Amarillo rimane poca traccia: agrumi, soprattutto pompelmo, qualche sentore di frutta tropicale, resina e caramello. Il corpo è medio, in bocca arriva abbastanza morbida ed equilibrata tra un inizio dolce di malto, caramello e polpa d'agrumi ed un amaro resinoso deciso che sopraggiunge rapidamente a suggerirci che forse ormai negli Stati Uniti quasi tutte le "ales" hanno un po' di IPA dentro. L'amaro accellera ulteriormente a fine corsa, lasciando un lungo retrogusto vegetale e resinoso che mordicchia la lingua. Altra birra americana (californiana) molto ben fatta, gustosa che lascia qualche rimpianto solo per come sarebbe berla fresca, magari direttamente alla tap room del birrificio. Formato: 355 ml., alc. 6.4%, IBU 45, prezzo 5.50 € ($1.90 in USA).

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english summary:

Green Flash Brewing Company, Vista, California. Beautiful ruby color with a creamy off-white head. Aroma is not really fresh at all… a long way from USA to European distributors. Difficult to jugde the effect of Amarillo dry hopping: there’s nothing left but citrus (grapefruit), tropical fruit, resin and caramel. Mouthfeel is quite smooth, with a medium body. Taste is a good balance between sweet malt, caramel, pulp and resinous hoppy bitterness. There’s even more bitterness in the aftertaste, biting the tongue. A pretty well crafted ale, which we can only imagine how better would be if freshly tasted directly from the brewery tap room. 355 ml. bottle, 6.4% ABV, 5.50 €