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mercoledì 4 marzo 2020

Cierzo Tronada

Cierzo Brewing ha debuttato nell’agosto del 2018 ma non è esattamente un nome nuovo nella scena della birra artigianale iberica. Siamo a Caspe, piccolo comune spagnolo nella comunità autonoma di Aragona che si trova un centinaio di chilometri a sud di Saragozza: qui nel 2011 il birraio Sergio Ruiz aveva aperto assieme all’amico David Laguarda le porte del microbirrificio Populus dopo essersi cimentato tra le mura domestiche per quasi quindici anni. Il cambio di nome in Cierzo è dovuto all’arrivo di alcuni soci che hanno portato le risorse finanziarie necessarie per far partire un business plan molto più ambizioso: l’ampliamento degli impianti di Caspe e la contemporanea apertura di un brewpub, con impianto e ristorante annesso, nel centro di Saragozza. 
Al progetto Cierzo partecipano i proprietari della Hoppy Craft Beer House (birreria con quindici spine e buona offerta culinaria a Saragozza) e del beershop online a lei collegato chiamato Cerveceo; i proprietari di Gourpass, importatore per la Spagna di birra artigianale canadese ed europea, i proprietari di Lupulus, un altro distributore della penisola Iberica. 
Il nome scelto, Cierzo, è quello del vento tipico della valle dell’Ebro: simile al Mistral, soffia  principalmente in autunno e inverno e si caratterizza per l’assenza di umidità.  Come logo è stata scelta quella freccia che in meteorologia viene usata per indicare forza e direzione del vento: il logo su ogni etichetta viene orientato per  rappresentare il contenuto alcolico (forza) e al livello di amaro (direzione) della birra. E’ stato ideato dalla collaboratrice e grafica Eva Felipe Coloma, autrice anche di tutte le etichette ed appassionata di birra: confessa di amare le etichette semplici e minimaliste usate da Cloudwater e Wylam. In diciotto mesi d’attività Cierzo ha già sfornato una quarantina di birre, la metà della quali appartenenti alla famiglia IPA (Session, Double, New England). Il popolo di Ratebeer, portale che da tempo s’è incamminato sul viale del tramonto, lo ha di recente eletto come miglio nuovo birrificio spagnolo del 2019. Il più frequentato Untappd lo inserisce tra i migliori dieci birrifici spagnoli.

La birra.
Alla meteorologia si ispira anche il nome dell’american IPA Tronada (7.4%), un temporale che promette riversare su di voi una violenta pioggia di Citra, Simcoe, Mosaic e Ahtanum; la ricetta si completa con malto Extra Pale, frumento e fiocchi d’avena.  Nel bicchiere si presenta di color oro carico, velato, con una testa di schiuma biancastra abbastanza compatta e persistente. Per una IPA inlattinata ad inizio gennaio l’aroma è davvero poca cosa: intensità bassa, qualche accenno resinoso e di agrumi. Un inizio sottotono che si riscatta solo parzialmente in bocca: la bevuta è tutt’altro che esplosiva ma per lo meno qualcosa c’è: miele e frutta tropicale danno il via ad un percorso dolce che vira progressivamente verso un amaro resinoso di discreta intensità (90 IBU ?) e durata. La chiusura non è molto secca e sul palato rimane sempre un lieve patina dolce reminiscente di frutta tropicale: è qui che l’alcool fa sentire un po’ la sua presenza. IPA che svolge il suo compitino senza sussulti evidenziando un’eccessiva timidezza: c’è un buon livello di pulizia ma per farsi notare in un mercato sempre più affollato bisogna fare di più.
Formato 44 cl., alc. 7.4%, IBU 90, lotto 08/01/2020, scad. 08/06/2020, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: Prezzi indicativi (beershop). La descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 2 marzo 2020

Basqueland Brewing Project: Palmtree Piñata IPA, All That Glitters NEIPA, Mucho Caliente Double NEIPA


Il primo ad arrivare a San Sebastián è stato  Kevin Patricio, un americano classe 1975 di origine filippina nato nel Maryland e trasferitosi nei Paesi Baschi per motivi sentimentali. Sfruttando la sua esperienza come cuoco a New York Kevin apre nel 2011 le porte del La Madame, un ristorante con ottima selezione di cocktail:  San Sebastián è una piccola capitale gastronomica  che vanta il maggior numero di stelle Michelin pro capite al mondo, i Paesi Baschi e la Rioja Alavesa sfoggiano una tradizione vinicola importantissima. Ma al ristoratore americano manca ancora qualcosa, un pezzo di casa: quella birra artigianale che negli Stati Uniti ha provocato una rivoluzione. Kevin ne discute assieme al proprio fornitore di vino Benjamin Rozzi, un altro americano (Ohio) che lavora nei Paesi Basch: i due abbozzano senza crederci troppo una piccola carta delle birre da proporre ai clienti del ristorante utilizzando le poche artigianali disponibili nella zona. In poche settimane nove clienti su dieci alla Madame ordinano birra artigianale anziché industriale. Patricio e Rozzi vedono un grosso potenziale e provano a portare un pezzo di craft beer americana anche nei Paesi Baschi: nessuno di loro ha però esperienza nlla produzione e quindi decidono di affidarsi ad un amico  di Rozzi, il birraio Benjamin Matz che sembra perfetto: californiano (San Diego), biondo, classe 1979, amante del surf e con esperienze presso Pizza Port e Stone Brewing prima di trasferirsi in Messico alla Wendlandt. Ricorda Matz: “a Ben feci solo due domande: c’è l’Oceano? Ci sono le onde? Sì? Allora forse vengo”. 
I tre americani fondano Basqueland Brewing Project che debutta come beerfirm nel febbraio del 2014. “Siamo partiti con delle birre facili da bere e dal basso contenuto alcolico in modo da non sconvolgere il palato di coloro che si avvicinavano alla birra artigianale” (una Blanche -Belgian Blonde Ale, la Aupa All United Pale Ale e la Arraun Amber Ale) ma “abbiamo subito scoperto che stavamo sottostimando i nostri clienti. Ad una festa di matrimonio portammo sette cartoni di una delle nostre birre sperimentali, pensando che sarebbe stata ignorata dalla gente impegnata a bere vino e bollicine. Ma le donne, alcune di loro dell’età di 75 anni, si contendevano le bottiglie di birra. In quel fine settimana conoscemmo anche due dei nostri principali finanziatori per l’acquisto dei nostri impianti”. 
Basqueland  opera infatti come beerfirm per poco più di un anno e a settembre 2015 diventa birrificio a tutti gli effetti con l’inaugurazione dell’impianto a Hernani, dieci chilometri a sud di San Sebastián e un milione di dollari d’investimento. Il 2016 si chiude con 160.000 litri di birra prodotti. Il contabirre di Untappd segna oggi quota 113: a dominare sono IPA, Session IPA, NEIPA e Double IPA, oggi distribuite in tutta Europa rigorosamente in lattina.

La birra.
Passiamo in rassegna tre luppolate di Basqueland. Partiamo da  Palmtree Piñata (6%), classica West Coast IPA, stile che oggi si è dovuto inchinare alla moda del New England: purtroppo, aggiungo io. Per l’occasione sono stati usati Amarillo, Mosaic e Cryo Columbus, anche in dry-hopping. Colore perfettamente californiano, tra il dorato e l’arancio, schiuma biancastra compatta e persistente. L’aroma è poco intenso, poco variegato e si dovrebbe pretendere di più: domina il carattere dank, in sottofondo s’avverte qualche traccia di pompelmo. Per fortuna la bevuta fa qualche passo in avanti: pane, miele, leggeri richiami dolci di frutta tropicale e un bell’amaro finale dank-resinoso che ci porta finalmente sulla West Coast. Intensità e pulizia sono ad un buon livello, la personalità un po’ latita e ci vorrebbe un po’ più di enfasi per quel che riguarda l’accoppiata tropicale-pompelmo, pur senza avventurarsi in territorio New England. Benino, ma ci sono ampi margini di miglioramento.

Spostiamoci sull’altra costa, quella che va oggi di moda, per stappare una lattina di All That Glitters (6%), NEIPA che vede come protagonisti Mosaic, Citra e Vic Secret. Nel bicchiere ricorda un bel succo di frutta ACE, la schiuma è abbastanza compatta e anche la ritenzione è tutto sommato soddisfacente. Il naso è molto intenso, sfacciato: un’esplosione dolce di mango, papaia, ananas, pesca percoca, arancia zuccherata. C’è anche una controparte aspra di passion fruit, pompelmo, lime e limone. L’aroma è la massima espressione di questa DDH NEIPA il cui carattere fruttato al palato non riesce a mantenere lo stesso livello di potenza e di espressività. Non ci si piò comunque lamentare: mango e ananas non mancano, gli agrumi bilanciano il dolce e nel finale c’è anche una breve incursione amara resinosa. NEIPA ben fatta e molto godibile, con pochissimi spigoli e con l’alcool nascosto benissimo.

Chiudiamo con i fuochi della Mucho Caliente, Double NEIPA (8%) e collaborazione con un nome alla moda della scena craft newyorkese: Finback. Per l’occasione sono stati usati Citra, Azacca e Vic Secret. E’ un succo di frutta alla pesca sul quale si forma una testa di schiuma biancastra. Mango, ananas, pesca, albicocca e papaia formano un naso dolce ed intenso che viene disturbato da qualche leggerissimo accenno di cipolla. La sensazione palatale è ottima: corpo medio, la sensazione “chewy” è molto morbida, setosa, quasi impalpabile. Anche in questa birra il gusto non eguaglia l’aroma ma si mantiene comunque a livelli elevati: manca un po' di definizione e la bevuta si risolve in una sensazione  tropicale dolce molto godibile alla quale si contrappone un breve passaggio amaricante resinoso finale di buona intensità che a voler essere pignoli gratta un pochino in gola. Niente di grave. L’alcool si fa sentire solo in questa fase e lascia un delicato tepore, timida avvisaglia di una gradazione alcolica molto ben mascherata. Una Double NEIPA molto ben fatta, intensa e facile da bere, che gestisce con buona maestria i passaggi delicati dello stile. Promossa in pieno. 
I lettori del blog di lunga durata forse ricorderanno che in questi anni non ho mai nutrito un grande amore per la birra artigianale proveniente dalla penisola iberica. Niente di personale, si tratta(va) solo di un movimento che stava muovendo i primi passi e che era ancora un po’ acerbo; non vedevo la necessità di andare a cercare birre che mi riportavano al livello della scena italiana di un decennio fa. Vedo che in Spagna stanno facendo grossi progressi, anche se a dirla tutto bisogna notare come molti dei birrifici che stanno avendo successo sono guidati da birrai americani. 
Nel dettaglio:
Palmtree Piñata, 44 cl., alc. 6%, IBU 62, lotto 194605, scad. 12/2020, 7.00 euro (beershop)
All That Glitters, 44 cl., alc. 6%, IBU 30, lotto 194802, scad. 12/2020, 7.00 euro (beershop)
Mucho Caliente, 44 cl., alc. 8%, IBU 25, lotto 195006, scad. 12/2020, 8.00 euro (beershop)
Prezzi indicativi.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 10 maggio 2019

Garage Gold on Blue

Del birrificio di Barcellona Garage Beer Co. avevamo già parlato in questa occasione. Nato nel 2015 come brewpub nel quartiere dell’Eixample, dopo un anno ha inaugurato una seconda e più grande sede nella zona di Sant Andreu raddoppiando la capacità produttiva. Aal comando vi sono l’italiano Alberto Zamborlin e l’inglese James Welsh; Il brewpub originale, strategicamente posizionato in quella zona che è stata oggi rinominata dagli appassionati Beerxample vista l’elevata densità di locali a tema,  continua comunque a funzionare come “taproom” e come impiantino sperimentale. 
Lattine, collaborazioni e novità a ritmo incessante: alla Garage hanno subito imparato quali sono i meccanismi che regolano una certa fetta di mercato e li stanno mettendo in pratica con successo.  Sono già oltre 150 le birre sfornate in pochi anni d’attività. Tanto per darvi un esempio, lo scorso aprile sono arrivate Embryo (Brett Pale Ale), Glassfinger (stout), Trouble (IPA), Missouri (Gose), Pilser Urgell, Phenomena Sour Ale, R.I.C.C.I. Coffee Stout. E’ andata “meglio” in marzo quando sono arrivate solamente due birre nuove – dalle grafiche simili - per festeggiare il secondo compleanno del sito produttivo di Sant Andreu: Cartoons Double IPA 8.6%  (con Vic Secret, Ella e il luppolo sperimentale  AU035) e Gold on Blue, una IPA più tranquilla  prodotta con lattosio, malti Golden Promise e Cara Gold, maltodestrine, frumento, avena maltata e in fiocchi, luppoli Columbus e Simcoe in whirpool, Mosaic, Palisade e HBC431 in Double Dry Hopping. Lo sguardo è ovviamente rivolto al New England.

La birra. 
Visivamente ricorda un torbido succo di frutta sul quale si forma un cappello di schiuma grossolana e scomposta che ha una scarsa ritenzione.  L’aroma segue la vista e, ad occhi chiusi, siamo di davanti ad un succo di frutta: arancia, pompelmo, mango e frutti tropicali. L’intensità non manca mentre, come spesso accade quando ci si cimenta nel New England style, eleganza e finezza non sono esattamente di casa. L’intensità al gusto è ancora maggiore e davvero notevole, a fronte di una gradazione alcolica (5.7%) contenuta: il dolce della frutta tropicale caratterizza una bevuta fruttatissima nella quale i malti sono completamente sovrastati.  Ed è sempre la frutta, in questo caso aspra e reminiscente di passion fruit, a portare equilibrio: il passaggio amaro resinoso è davvero fugace e una bella secchezza completa il dipinto. Alcool non pervenuto. Birra piaciona e un po’ sfacciata con i pregi e difetti tipici di molte NEIPA/Juicy “spinte”:  c’è qualche spigolo di troppo, finezza e pulizia latitano ma nel complesso si finisce il bicchiere piacevolmente soddisfatti, anche se magari un po’ annoiati.
Formato 44 cl., alc. 5.7%, imbott. 11/03/2109, scad. 11/09/2019, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 12 settembre 2018

Garage Beer Co.: Old Currency Session IPA & Woozy Double IPA


Beer Garage nasce nel 2015 come brewpub  nell’affollato quartiere di Barcellona chiamato Eixample, già rinominato dagli appassionati Beerxample visto che in poche centinaia di metri convivono Biercab, Barcelona Beer Company, Mikkeller Bar, BrewDog Bar e il neonato Naparbier Barcelona, tanto per ricordare i più noti. 
Sono Alberto Zamborlin e l’inglese James Welsh ad aprire il portone del garage: nel 2009 l’italiano sta facendo un master a Dublino e un amico-homebrewer statunitense gli propone le proprie birre come alternativa alla galassia Guinness: una rivelazione che si trasforma in breve tempo in passione e in un garage pieno di pentole. Spostatosi a Barcellona,  Zamborlin continua con l’homebrewing e nel 2013 s’iscrive alla Steve Academy di Steve Huxley (RIP), un inglese che possiamo considerare il padre della birra artigianale catalana. E’ in questa “scuola”  che incontra James Welsh, un predestinato: padre, zio fratello sono (o sono stati) tutti e tre birrai;  i due impiegano due anni per trovare la location giusta, inaugurare il Beer Garage Brewpub e abbandonare le rispettive occupazioni dietro alle scrivanie. Dopo soli undici mesi è già il momento di affrontare il problema della capacità produttiva, ormai saturata dalle richieste che iniziano ad arrivare anche dall’estero: tempo un mese di crowfunding e i due ragazzi hanno già a disposizione i 500.000 euro necessari per aprire un secondo sito produttivo nel quartiere di Sant Andreu, a sette chilometri dal Beer Garage originale che continua comunque a funzionare come “taproom” e come impiantino sperimentale. I 600 ettolitri annui dal vecchio impianto vengono raddoppiati con la possibilità di ulteriore espansione a 3500.  
Al successo hanno indubbiamente contribuito anche le grafiche moderne e la scelta di adottare il formato che va più di moda, la lattina; le quattro birre dell’esordio (Garage IPA, Pale Ale Riba, Zambo (Saison) e Karma (Red Ale) sono state rapidamente affiancate da un centinaio di altre etichette, incluse le immancabili collaborazioni, anche internazionali.  La produzione è attualmente incentrata sul luppolo ma, promettono da Barcellona, presto si sperimenterà anche con i lieviti.

Le birre.
Partiamo dalla Session IPA (5%) chiamata Old Currency: lievito London Ale III, malto Golden Promise, avena maltata, avena in fiocchi, frumento, destrine e luppoli Ella e Simcoe, ovviamente nell’immancabile DDH  - Double Dry Hopping. Il suo colore è simile a quello di un torbido succo di frutta alla pera, la schiuma biancastra è scomposta e poco persistente. Il naso è caratterizzato da quella poca eleganza e poca definizione che spesso contraddistinguono queste New England IPA ma c’è comunque un bouquet fresco, intenso  e gradevole: ananas, mango, mandarino e arancia sono i frutti che riesco ad indentificare. Particolarmente riuscito è invece il mouthfeel: un ottimo compromesso tra la scorrevolezza necessaria in una Session IPA e quel carattere morbido e leggermente “chewy/masticabile” delle NEIPA. Al palato c’è un’ottima intensità che, di nuovo, fa passare in secondo piano le pretese di pulizia e finezza: crackers e pane, un accenno di dolce tropicale e poi la birra scivola verso un immaginario agrumeto nel quale crescono arance, pompelmi, limoni e lime. Chiude secca ed amara di scorza, disseta e rinfresca con carattere e con spirito modaiolo. Birra convincente e soddisfacente al punto che le si perdona anche quel lievissimo “bruciore/raschiare” finale che spesso il DDH porta in dote. Per me è un bel “si”.

Woozy è invece una Double IPA realizzata in collaborazione con il birrificio svedese Stigbergets la cui ricetta prevede malti Finest Lager, Extra Pale, avena maltata e in fiocchi, lievito WLP095 Burlington e un DDH di Loral, Citra e Simcoe. 
All’aspetto è dorata con qualche riflessi arancio. Rispetto alla Old Currency c’è una pulizia aromatica nettamente migliore: ananas, mango, papaia e pompelmo, qualche accenno dank. L’intensità è buona anche se non esplosiva. Personalmente non amo molto le Double IPA “pesanti” ed alcoliche e purtroppo questa Woozy possiede entrambe le caratteristiche: la sensazione tattile al palato è piuttosto onerosa, la bevibilità ne risente e l’alcool (8.5%) non mostra nessun’intenzione di nascondersi. Sul palcoscenico transitano malti (pane e miele, qualche accenno biscottato), il dolce di mango e ananas, un amaro finale resinoso e pungente di buona intensità ma breve durata che fa pensare ad un ibrido da West ed East Coast. A poche settimane dalla messa in lattina non brilla di energia e vigore, il suo carattere fruttato è evidente ma non tanto da poter essere definito “juicy”: dal Double Dry Hopping riceve invece quelle imprecisioni che significano un livello solo discreto di pulizia, definizione ed eleganza. Le manca anche quella secchezza che potrebbe snellirla e aumentare sensibilmente il ritmo di bevuta: il risultato è una birra comunque gradevole e piacevole, ma non bisogna mai dimenticare il rapporto qualità prezzo. Quando per una IPA arriviamo a 16 euro al litro si diventa meno indulgenti e si alza l’asticella delle pretese. 
Nel  dettaglio:
Old Currency, 44 cl., alc. 5.0%, lotto 04/07/2018, scad. 03/01/2019, prezzo indicative 7.00 euro (beershop)
Woozy, 44 cl., alc. 8.5%, lotto. 27/06/2018, scad.  26/12/2018, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 2 novembre 2015

Guineu Cocoa Imperial Stout

Sarò stato sfortunato, ma per il momento non posso definire positivo il mio bilancio con la "craft beer revolution" spagnola. Non sono tante le birre che ho assaggiato ma per ora vedo molte ombre e solo qualche spiraglio di luce per una scena brassicola giovane che in un certo senso ricorda quella italiana di una decina d'anni fa o dintorni.
Faccio un altro tentativo con Ca L’Arenys, azienda di Valls de Torroella (Barcellona) produttrice di impianti per fare la birra nonché importatore e distributore in Spagna di materie prime. Quasi normale, avendo tutto già "pronto" in casa, lanciare anche il proprio birrificio/marchio: ecco allora Cervezas Guineu (ovvero "Volpe"), attiva dal 2008 ed affidata al birraio Guzmán Fernández. 
Le Guineu vengono importate in Italia da DaPian di Ponzano Veneto (Treviso) e ecco che tra i due partner commerciali nasce l'idea di realizzare assieme una birra. Si tratta di un'imperial stout chiamata Cocoa e prodotta con malti Extra Pale Ale Maris Otter, Munich, Crystal 150, Chocolate, Black, Carawheat e frumento in fiocchi; i luppoli utilizzati sono Magnum, Pacific Gem e (Hallertauer) Mittelfrüh. La birra riceve infine quello che in etichetta viene definito un "dry hopping di estratto di cacao".
Il suo vestito è di color ebano scurissimo, quasi nero, e forma un piccolo cappello di schiuma beige, abbastanza fine e cremosa ma poco persistente. L'aroma rispetta fedelmente il nome della birra: il cacao qui è ovunque, intensissimo ma alquanto artificiale e ben lontano da una qualsiasi forma di eleganza. Sfacciato e alquanto cafone, diventa ben presto stucchevole obbligando - al meno per quel che mi riguarda - ad allontanare le narici dal bordo del bicchiere; ala cieca, più che una birra si avrebbe l'impressione di avere davanti una sorta di liquore aromatizzato al cacao, piuttosto dolce.
Le cose vanno un po' meglio in bocca, dove per lo meno c'è un po' più di varietà: il cioccolato è sempre in primo piano, con quella sensazione "artificiale" che proprio non se ne vuole andare, ma per lo meno è affiancato dall'orzo tostato, dalla liquirizia e da qualche ricordo di caffè. La bevuta è un po' slegata, l'alcool si sente ma viaggia parallelamente agli altri elementi senza mai integrarsi con loro; la pulizia è tutt'altro che esemplare, benino il retrogusto che, anticipato da una lieve acidità ripulente, ripropone stavolta in maniera più convincente e amalgamata il caffè, le tostature, il cioccolato e l'alcool, anche se ogni tanto fa capolino una qualche leggera bruciatura. Il corpo è medio ma la sensazione complessiva palatale è un po' troppo leggera se si considera il contenuto alcolico (10%): se proprio si voleva realizzare una fantasiosa birra-dessert (cfr. le imperial stout di Omnipollo o le Beer Geek di Mikkeller) ci voleva maggior consistenza e cremosità. Ma oltre ad essere un'imperial stout troppo "cioccolatosa", questa Cocoa risulta purtroppo molto artificiosa nel suo cioccolato, risultando alla fine col sembrare uno stucchevole liquore al cioccolato: un paio di sorsi e viene già voglia di passare oltre.
Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 80, lotto 510, scad, 10/2019, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 2 luglio 2015

Edge Brewing Padrino Porter - Chocolate & Vanilla

La Edge Brewing nasce nel 2013 a Barcellona, nel quartiere di Poblenou; la fondano Scott Vanover ed Alan Sheppard, due nativi della Florida trasferitisi in Spagna con, anziché il classico zaino in spalla, un birrificio prodotto negli Stati Uniti. 
Scott Vanover aveva un’azienda produttrice di software che mette in vendita per prendersi un anno sabbatico andando in giro per il mondo con la moglie; finiscono per mettere radici nella capitale della Catalogna e decidono di esportare un po’ della Craft Beer Revolution americana. Scott torna in Florida per progettare il suo birrificio ed è qui che incontra Alan Sheppard, da quasi vent’anni alle dipendenze di un produttore di impianti: anche Alan stava meditando da tempo di aprire un birrificio e i sopralluoghi effettuati a Barcellona lo convincono ad aderire al progetto di Alan. I due sono convinti che si possa “replicare” la birra americana solo con gli strumenti e gli ingredienti americani: sbarcano a Barcellona con sei container al seguito, contenenti l’impianto interamente prodotto in Florida, fanno arrivare via aerea il lievito liquido della White Labs e i luppoli della Yakima Valley, distribuendoli al tempo stesso ad altri birrifici vicini. Anche l’acqua viene appositamente trattata con un macchinario proveniente da San Diego. 
In due anni scarsi di attività Edge Brewing ha già un buon portfolio di birre e alcune “nobili” collaborazioni con birrifici come Brewfist, Lervig, Cigar City.
Purtroppo il mio primo incontro con questo birrificio spagnolo non è andato nel migliore dei modi, e vediamo perché. La Porter di Edge Brewing si chiama Padrino, ed è stata quasi da subito affiancata da una versione prodotta con fave di cacao biologico e baccelli di vaniglia del Madagascar.
Bella nel bicchiere, assolutamente nera con un solido e cremoso cappello di schiuma beige, dall'ottima persistenza. L'aroma sfortunatamente apre con un fastidioso aroma di olive in salamoia che copre praticamente tutto, rilegando molto in secondo piano i sentori di cioccolato e di vaniglia. La sensazione in bocca è molto buona: birra con poche bollicine, corpo medio ed un ottimo compromesso tra scorrevolezza e morbida presenza palatale. Purtroppo anche il gusto non è esente dal sapore di salamoia, sebbene in maniera meno evidente che al naso. Quello che ne esce non è però molto gradevole: il caffè, il torrefatto ed il cioccolato non vanno molto d'accordo con le olive, almeno secondo le mie preferenze. La vaniglia arriva proprio in fondo, nel retrogusto, ma è troppo tardi. Non è da lavandinare ma è indubbiamente una birra sporca, una bottiglia/lotto con evidenti problemi: su Ratebeer, tanto per avere un idea, si becca un 97/100. Rimandata alla prossima occasione.
Formato: 33 cl., alc. 6.9%, IBU 38, scad. 14/04/2016, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 25 maggio 2014

El Cantero Saison

Terzo ed ultimo appuntamento con gli spagnoli di  Cerveza Artesanal El Cantero, di Puerto Lumbreras (Murcia), che avevamo incontrato per la prima volta in questa occasione.  Dopo una Double IPA imbarazzante ed una IPA abbastanza anonima e mediocre, ecco che una Saison che, a bicchiere vuoto, risulta essere la meglio riuscita delle tre. 
Di colore oro pallido, velato, forma una generosa testa di schiuma bianca, quasi pannosa, compatta e molto persistente. L'aroma è discretamente pulito, ed apre con una leggera speziatura (chiodi di garofano), sentori un po' aspri di banana e pera acerba, qualche accenno floreale e di arancia, quando la temperatura si alza. Leggera e vivacemente carbonata, è molto scorrevole e facile da bere ma in bocca risulta un po' slegata; il gusto non è particolarmente pulito ma ha una buona intensità: cereali e crosta di pane, banana, agrumi, ed una discreta acidità che la rende abbastanza dissetante e rinfrescante. Manca però di quella secchezza (e di quel carattere rustico, ma qui sarebbe forse pretendere troppo) che ti aspetteresti di trovare in un bicchiere di una Saison. La bocca a fine bevuta rimane un po' "impastata", nonostante la chiusura amara che oscilla tra l'erbaceo e la scorza di agrumi, sopratutto lime. Banana un po' troppo in evidenza, ma è una birra che si ingurgita con grande facilità e che quindi porta il bevitore a non fare troppe riflessioni su quello che ha del bicchiere; ampiamente migliorabile, ma delle tre "El Cantero" assaggiate questa è senz'altro quella che tornerei ad ordinare, se non ci fosse altro da scegliere.
Formato: 33 cl., alc. 6.4%, lotto L08, scad. 10/2014, pagata 3.00 Euro (stand birrificio).

giovedì 13 febbraio 2014

El Cantero IPA

Il primo incontro con gli spagnoli della  Cerveza Artesanal El Cantero di Puerto Lumbreras (Murcia) non è stato sicuramente dei migliori con una Imperial (IPA) molto deludente. Oggi tocca alla sua sorella minore, una IPA sulla quale anche questa volta non sono riuscito a recuperare nessuna informazione in rete. Non resta che passare quindi subito al bicchiere, nel quale la birra si presenta di color dorato con riflessi arancio, leggermente velata; la schiuma, bianca, è molto persistente, fine e cremosa. Il naso ha qualche lieve problema (DMS) che tuttavia non impedisce di apprezzare un discreto bouquet di arancio, pompelmo e qualche sentore più dolce di frutta tropicale.  In bocca c’è buona intensità e pulizia, con l’amaro, resinoso e leggermente pepato, che pizzica da subito ai lati della lingua per poi intensificarsi nel corso della bevuta; c’è però un buon equilibrio che è dato dai malti (biscotto) e da note di pompelmo e dolce frutta tropicale. Se il gusto è gradevole, questa IPA pecca però di scorrevolezza, non tanto per l’alcool (6.9% - avvertibile, ma in modo discreto) né per il livello di amaro, ma per la pesantezza della bevuta. Il corpo è medio, la carbonazione è discreta, il finale è abbastanza secco, con retrogusto lungo amaro, che raschia un po’, resinoso e vegetale. Un po’ sgraziata e rozza,  discretamente fresca (solo un po’ di marmellata d’agrumi) è comunque un passo avanti rispetto alla Imperial pur avendo anch'essa ancora più di un problemino da risolvere.
Formato: 33 cl., alc- 6.9%, lotto  L09, scad. 10/2014

sabato 18 gennaio 2014

El Cantero Imperial

Ammetto di non conoscere approfonditamente la scena brassicola spagnola, ma anche nella penisola iberica è in corso una piccola rivoluzione con diversi microbirrifici che faticosamente cercano di affacciarsi in un mercato in mano ai grandi nomi che vi vengono in mente se associate Spagna alla parola birra. Del resto, la distribuzione ha portato BrewDog e Mikkeller anche là, ed alcuni pub e bar, beershop e beershop online hanno iniziato a proporre, oltre a queste, anche le prime birre locali. Devo ancora una volta citare Stefano Ricci, e questo suo articolo su il Cucchiaio d'Argento: in Spagna sta in un certo senso accadendo quello che accadde in Italia circa 15 anni fa, ma a velocità molto più sostenuta grazie ai social network e, perché no, ad una distribuzione europea molto più organizzata che spinge i prodotti alternativi. Al contrario dell'Italia, dove i fondatori del movimento artigianale avevano iniziato ispirandosi alla Germania ed al Belgio, in Spagna mi sembra che le partenze siano avvenute soprattutto a colpi di luppoli americani e d'amaro.
La birra di oggi è prodotta dalla Cerveza Artesanal El Cantero, di Puerto Lumbreras (Murcia); pochissime informazioni disponibili, solo un profilo Facebook dal quale attingere qualche informazione. Dovrebbe trattarsi di un birrificio e non di una beer-firm,  ma non ne ho la certezza; la pagina Facebook mostra foto di un impianto Slow Beer, che a sua volta conferma di aver sviluppato un impianto anche per loro.  Lo sviluppo rapido di un nuovo movimento non sempre ben si sposa con la cura e l'attenzione per la qualità del prodotto che viene proposto; sembrerebbe un luogo comune, ma questa Imperial è qui apposta per confermarlo. Molto avara d'informazioni e poco memorabile l'etichetta, che per lo meno dà un'indicazione su cosa aspettarsi nel bicchiere, abbinando la parola Imperial ad un edificio indiano.
Si presenta di color oro antico, leggermente velato; la schiuma, bianca, è molto persistente, a trama fine e cremosa. Fin qui tutto bene, ma già al naso le cose iniziano a peggiorare; aroma molto scarso, soprattutto per una Imperial IPA. Quasi a fatica si tira fuori un po' di pompelmo, marmellata d'arancia, qualche ricordo di frutta tropicale e di aghi di pino. In bocca le cose non migliorano di molto, anzi: l'alcool (8%) è molto, troppo in evidenza, fastidioso. Il gusto è abbastanza latitante, si passa dall'ingresso (biscotto) all'amaro resinoso ed un po' pepato; c'è quasi più alcool che gusto, con una inaspettata nota leggermente salina a fine corsa. Il finale è corto, amaro di media intensità, resinoso. Corpo medio-leggero, discretamente carbonata e dal mouthfeel watery. Birra abbastanza mediocre, dalla bevibilità molto limitata e soprattutto dalla bassa gradevolezza. Probabilmente un birrificio che sta muovendo i primi passi, ma la strada da percorrere, a giudicare da questa bottiglia, è in salita. 
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 01, scad. 05/2014, pagata 3.00 Euro (stand birrificio).

sabato 29 gennaio 2011

Regia Domus Regia

La Spagna non è certamente il paradiso dei birrofili. Lentamente le cose stanno cambiando, soprattutto in Catalogna dove si tiene annualmente un festival di birre artigianali a Medonia. Tuttavia la distribuzione dei prodotti dei microbirrifici è pressochè inesistente e le uniche birre che troverete alla spina sono le industriali Mahou, Cruzcampo e Damm; c'è poco da divertirsi insomma. Basti pensare che a Madrid non esiste un solo beershop; l'unica alternativa sono alcuni brewpub d'ispirazione tedesca o alcuni bar con una discreta selezione di birre belghe. Per reperire i prodotti artigianali dovete quasi obbligatoriamente transitare vicino ai birrifici. A Toledo abbiamo inaspettatamente trovato questa Domus Regia, una pale ale stile inglese dall'omonimo microbirrificio sito nella periferia della città. Ambrata, con un enorme cappello di schiuma bianca, cremosa, molto persistente. Al naso note fruttate e sentori di malto tostato. Il corpo è snello, e carbonatazione quasi piatta la rendono molto bevibile. Purtroppo il gusto è molto scarso; l'acqua la fa da padrone, con un po' di malto, lievito e qualche difettuccio. Il finale è secco, amaro, erbaceo. Non vogliamo infierire più di tanto prima di tutto perchè la bottiglia ha forse subito un po' troppi "movimenti" prima di essere bevuta, e poi perchè, dopo diversi giorni passati con birre industriali ghiacciate alla spina il cui gusto svaniva dopo il primo sorso, questa Domus Regia è stato il primo "sapore" decente che abbiamo avuto in bocca. Lasciamo che questi microbirrifici crescano con l'esperienza, dunque, e chissà che la Spagna non possa un giorno divenire una meta ambita anche per i birrofili. Bottiglia da 33 cl., ABV 4.3%, 2 €.

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english summary:
Some "taste" relief in Spain after some days spent drinking useless industrial stuff such as Mahou, Cruzcampo and Damm. Domus Regia is an english pale ale brewed by Cervezas Regia in Toledo. Copper amber color with a huge creamy solid white head. Fruity nose with some roasted malt. Far too light bodied, with a quite watery taste of yeast, malt, and some flaws. Finishes dry, bitter and hoppy. A beer which needs to be improved, but a good relief from industrial Spanish lagers. Hopefully the new Spanish craft beer movement will soon expand and beers can get a decent distribution. 33 cl. bottle. 4.3% ABV, 2 €.