Visualizzazione post con etichetta The Alchemist. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta The Alchemist. Mostra tutti i post

giovedì 13 giugno 2019

The Alchemist: Beelzebub & Luscious Imperial Stout


Molti birrifici artigianali americani sono divenuti famosi grazie alle loro imperial stout, meglio se invecchiate in botte o “pastry”. Non è il caso di The Alchemist, birrificio del Vermont che abbiamo già incontrato più di una volta; qui trovate la loro storia. Heady Topper e Focal Banger sono le due birre luppolate che lo hanno portato nell’olimpo dei beergeeks: ma The Alchemist produce anche due imperial stout, per il cui acquisto i beergeeks non hanno mai fatto pazzie.  Nessun inseguimento ai furgoni delle consegne, nessun appostamento fuori dai negozi: del resto le classifiche del beer rating alla voce “imperial stout” erano e sono tutt'ora dominate da altre birre. 
Partiamo da Beelzebub, American Imperial Stout (8%) prodotta solitamente ogni anno a novembre giusto in tempo per riscaldare l’atmosfera dal Thanksgiving Day. John Kimmich, fondatore e birraio, è spesso considerato l’inventore delle NEIPA ma lui è il primo a non essere d’accordo: “quelle che chiamano New England IPA sono molto diverse dalle nostre birre, oggi i birrai cercano di ridurre al massimo l’amaro mentre io voglio che l’amaro si percepisca per avere equilibrio”.  Kimmich ama l’amaro e l’etichetta della Beelzebub, infarcita di coni di luppolo, è indicativa di quello che c’è nella lattina.
Il suo vestito è quasi nero, la schiuma è generosa e molto persistente, anche se un po’ scomposta. Al naso i profumi di caffè, torrefatto e cioccolato fondente sono affiancati da quelli provenienti dalla generosa luppolatura; resina e pompelmo.  In secondo piano ci sono note di tabacco e cenere, frutta secca a guscio (nocciola). Un’Imperial Black IPA? No, ha un carattere torrefatto troppo evidente. E’ solamente un’Imperial Stout molto, molto luppolata. E il gusto lo conferma: la bevuta è dominata dall’amaro. Si parte da quello di caffè, torrefatto e cioccolato fondente per lasciare poi che sia la resina dei luppoli a spingere ancora più in basso il pedale dell’acceleratore. Un ricordo di caramello e di agrumi portano qualche spiraglio di luce in una birra nera come la pece, aggressiva, che colpisce duro. Stupisce per contrasto la sensazione palatale: morbida e cremosa, sarebbe quasi impalpabile se non fosse per una carbonazione un po’ più elevata di quello che lo stile vorrebbe. L’alcool scalda ma non brucia e non è affatto difficile sorseggiare Beelzebub, imperial stout pulita, definita, molto ben fatta e dedicata a chi ama i classici e non è alla ricerca di inutili pizzi e merletti.  Non ha uno spettro particolarmente ampio ma c’è tutto quel (poco) che serve per bersi un’ottima (American) Imperial Stout nella quale i luppoli guidano le danze.

Domenica 28 agosto 2011:  la tempesta tropicale Irene colpisce Waterbury e le acque del fiume Winooski tracimano allagando anche il brewpub The Alchemist. Tutto quello che si trova nel seminterrato (impianto, fermentatori, uffici, materie prime) è perduto e inutilizzabile. Dal disastro Kimmich riesce a salvare solamente i fusti di un paio di birre già pronte: una di queste era Luscious, una British Style Imperial Stout (9.2%) 
Il suo colore è leggermente più chiaro rispetto alla Beelzebub ma è sempre prossimo al nero; la schiuma è di dimensioni abbastanza modeste e abbastanza compatta. Rispetto alla sua sorella americana l’aroma risulta più complesso: caffè, tostature e cioccolato sono accompagnate da profumi di fruit cake, uvetta e prugna disidratata, creme brûlé, frutta secca a guscio. Il suo nome (Luscious, “succolenta”) è in questo caso azzeccato.  Al palato è morbida, leggermente oleosa, con delicate bollicine, rispettosa della tradizione inglese. Il gusto fotocopia l’aroma mettendo in campo pulizia, eleganza e grande equilibrio: si parte con dolcezza per poi virare sull’amaro di caffè e tostature, nel quale emerge anche una nota luppolata terrosa. Il tutto finisce in un lungo abbraccio finale tra cioccolato e frutta sotto spirito. Riscalda, rincuora, emoziona. 
Alchemist mette in mostra due belle interpretazioni dello stile: quella inglese, classica e di classe, e quella americana: sfacciata ed esagerata, ideale rappresentazione dello stile di vita americano: “'Go Big or Go Home”.   Un gran bel combo.
Nel dettaglio:
Beelzebub, formato 47,3 cl., alc. 8%, lotto e scadenza non riportati
Alchemist Luscious, format 47,3 cl., alc. 9,2%, lotto e scadenza non riportati

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 gennaio 2019

Alchemist El Jefe

La bevuta di oggi è occasione di riflessione sulle mode alle quali la Craft Beer Revolution ci ha abituati; la  birra artigianale ha inventato nuovi stili/sotto-stili  ed ne ha riportato in vita alcuni che erano estinti, o quasi. Se prima il cambiamento era lento o quasi inesistente, oggi è fin troppo veloce. Prendiamo il fenomeno delle Cascadian Dark Ale o Black IPA, che per comodità vado ad accorpare. Nate verso la metà degli anni ’90 hanno poi vissuto il loro momento di gloria nel periodo 2009-2014 quando il loro successo aveva obbligato ogni birrificio o quasi a realizzarne una: mi riferisco agli Stati Uniti in primis, il nostro continente e la nostra nazione hanno come sempre seguito con qualche anno di ritardo. 
Nel 2009 la W’10 Pitch di Widmer Brothers fu la prima Black IPA ad ottenere una medaglia al Great American Beer Festival (GABF) nella categoria Out of Category-Traditionally Brewed Beer: l’anno successivo il GABF corse ai ripari introducendo per la prima volta la categoria American-Style Black Ale. Dopo un quinquennio le Black IPA hanno iniziato la loro parabola discendente ed oggi la maggior parte dei birrifici americani ha smesso di produrle. In verità non vi è mai stato un vero e proprio hype sulle Black IPA, credo che nessun beergeek abbia mai fatto ora di file davanti ad un birrificio per acquistarle. Ma erano altri tempi  e c'era meno isterismo:  fossero di moda oggi forse assisteremo alle stesse cose che circondano le Juicy / New England IPA. 
Del birrificio del Vermont The Alchemist vi avevo già parlato in più di un’occasione. E no, non è stata una Black IPA a renderlo famoso. E’ tuttavia curioso notare che le Black IPA sembrano essere nate proprio in Vermont; era il dicembre del 1994 e Greg Noonan, birraio del Vermont Pub & Brewery, aveva  creato la Blackwatch IPA. Qualcuno a quel tempo parlò  anche di “Vermont Porter”. La birra venne poi replicata l’anno successivo quando al Vermont Pub era arrivato come assistente birraio John Kimmich, poi fondatore di The Alchemist nel 2003. 
Quella birra fu ovviamente l’ispirazione per la prima Black IPA di The Alchemist, che non tardò  ad arrivare al brewpub; la moglie lo convinse a chiamarla come il loro gatto (El Jefe), grasso e grosso, una cui foto natalizia divenne anche l’ispirazione per l’etichetta. “La birra si è evoluta negli anni,racconta Johnall’inizio era quasi tutta basata sul Simcoe in quanto volevo che dominassero gli aghi di pino, reminiscenti del periodo natalizio nel quale la birra veniva prodotta. Da allora quasi ogni anno ho utilizzato diverse varietà di luppolo.  El Jefe non è completamente nera ma non è una Hoppy Porter; mi piace chiamarla Dark IPA”. Nel 2014 i protagonisti furono Simcoe & Galaxy, nel 2016 il Mosaic e nel 2017 Kimmich ha deciso di ritornare alle origini utilizzando solo Simcoe ma cambiando il mix di malti.

La birra.
Effettivamente non è nera ma poco ci manca: la schiuma è cremosa e compatta e mostra ottima persistenza. Non conosco i luppoli scelti per l’edizione 2018 di El Jefe ma da quanto ho nel bicchiere deduco che il Simcoe sia stato ancora una volta scelto come protagonista. Gli aghi di pino ed il resinoso creano un aroma quasi balsamico nel quale s’intravede qualche profumo terroso e di pompelmo; curiosamente i profumi sono molto più forti e definiti annusando il foro della lattina che il bicchiere. E’ una birra piuttosto semplice ma molto pulita e ben definita: l'impressione è d'incamminarsi in una foresta di conifere, anche al palato dominano gli aghi di pino e il resinoso, il cui amaro caratterizza la bevuta dall’inizio alla fine. In sottofondo qualche nota di caramello e di agrumi, nel finale qualche nota terrosa, qualche accenno di tostatura e persino una lontana suggestione di cioccolato. Una birra che mantiene fede al suo nome (Dark IPA) e agli standard qualitativi del birrificio del Vermont, pulizia e precisione e facilità di bevuta in primis. E' semplice, batte sempre sugli stessi tasti ma riesce ugualmente a non stancare il palato, a non risultare mai noiosa e a soddisfare in pieno la vostra voglia d'amaro. 
Formato 47,3 cl., alc. 7%, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 22 dicembre 2018

Alchemist Focal Banger

Terzo incontro con il birrificio del Vermont The Alchemist, dopo la famosa Heady Topper e la sorella The Crusher è il momento di stappare una lattina di Focal Banger, birra prodotta per la prima volta nel 2007 e disponibile solamente alla spina fino a gennaio 2013 quando fu la seconda lattina commercializzata da The Alchemist.   “Era il seguito ideale della Heady Topperdice  John Kimmiche fu una cosa strana perché la maggior parte della gente ci conosceva solo per quella e non sapeva che al brewpub facevamo tantissime altre birre da anni”. 
Visto che la storia di The Alchemist ve l’ho già raccontata, ne approfitto qualche riflessione sul ruolo che il birrificio di Kimmich ha avuto all’interno della craft beer americana (oltre ad inserire il Vermont sulle mappe dei beer geeks). Lo spunto è preso da una conversazione tra Zach Mack (Certified Cicerone e proprietario di Alphabet City Beer Co., popolare bar e beershop nell’East Village a New York) e Justin Kennedy, autore del libro “The Scratch & Sniff Guide to Beer”  nonché di numerosi podcast su Beer Sessions e Steal this Beer
Justin:  “The Alchemist e Heady Topper hano rivoluzionato il modo in cui parliamo, acquistiamo e beviamo la birra negli Stati Uniti. Pensate a due dozzine di appassionati che passano il sabato pomeriggio ad aspettare di spendere 100 dollari per un cartone di birra, la metà del quale verrà scambiata o rivenduta. Agli inizi era una birra distribuita solo localmente ed era impossibile acquistarne in grandi quantità: c’erano addirittura degli addii al celibato che si svolgevano seguendo il furgone delle consegne di The Alchemist .  E non erano tutti beergeeks. I giorni locali scrivevano che “la miglior birra al mondo era in Vermont”, il mio commercialista un giorno disse “hai mai provato la Heady Topper?”. Non era un appassionato di birra ma la notizia gli era arrivata lo stesso.  Quando poi sul New York Times appare un articolo sulla gente in fila per 10 ore per acquistare le lattine di Other Half, vuol dire che siamo arrivati ad un nuovo livello di fanatismo. Il caso The Alchmist è singolare perché sebbene producano molte altre birre, la Heady Topper continua ad essere quella più richiesta. La maggior parte degli altri birrifici che avevano una “flaship” beer in lattina hanno invece dovuto cambiare strategia. Ad esempio non credo che Other Half produca nemmeno più quella che agli inizi era la loro IPA più richiesta. La maggior parte dell’hype oggi riguarda edizioni rare, one-shot, collaborazioni. 
Zach: “Io direi che con la Heady Topper è iniziato un modello di business, non uno stile di birra. Fu subito chiaro: vendere IPA appena messe in lattina direttamente ai clienti, senza distributori o rivenditori, voleva dire un enorme margine di guadagno in più per i birrifici”.

La birra.
“La Focal Banger è molto più focalizzata sul luppolo della Heady Topper  - dice Jen Kimmichche invece ha un profilo luppolato più complesso ma anche una base maltata più importante. La Focal Banger si basa su luppoli Citra, Mosaic e solamente malti chiari”. 
Il suo colore è opalescente ma luminoso ed oscilla tra il dorato e l’arancio; la schiuma è cremosa e abbastanza compatta, la ritenzione è ottima. Questa lattina ha circa un mese e mezzo di vita e l’aroma è ancora fresco e pungente: fiori bianchi, mango e arancia dominano un palcoscenico sul quale s’affacciano anche mandarino e pompelmo, ananas e papaia.  Pulito, elegante, molto ben equilibrato tra le varie componenti.  La sensazione palatale è ottima, corpo medio ma grande morbidezza che avvolge completamente il palato delicatamente. La bevuta si apre con un intenso carattere tropicale, anche se siamo sempre molto lontani dai succhi di frutta del New England.  Al mango e all’ananas s’aggiungono papaia e un po’ d’arancia zuccherata, ma a metà del percorso entra prepotentemente in scena l’amaro, resinoso e delicatamente zesty.  L’alcool (7%) non pervenuto e il finale secco rendono la Focal Banger molto facile da bere: molto pulita e precisa, ordinata. Una sorta di West Coast IPA con un buono spunto tropicale prima di una lunga ed intensa scia amara dalla lunga persistenza. Profumata e intensa, facile da bere, molto godibile: livello molto, molto alto.  E per il mio gusto personale la preferisco alla più celebrata Heady.
Formato 47,3 cl., alc. 7%, IBU 70, lotto 11/2018, prezzo indicativo 10,00 euro (beershop).

venerdì 14 dicembre 2018

Alchemist The Crusher

A pochi giorni di distanza torniamo in Vermont per parlare del birrificio The Alchemist:  “drink fresh – drink from the can” è il loro motto stampato su ogni lattina e quindi non è il caso di perdere tempo. Heady Topper è la birra che ha reso famoso il birrificio fondato da  John e Jen Kimmich e che ha fatto spuntare il Vermont – sino ad allora pressoché ignorato -  sulle mappe dei beer geeks americani.  Ed è anche la birra che ha salvato The Alchemist da una fine prematura, dopo l’alluvione del 2011 che provocò la chiusura del brewpub, mai più riaperto; fortunatamente John aveva seguito i consigli insistenti della moglie e aveva acquistato una linea per la messa in lattina posizionandola in un altro edificio preso in affitto che fu risparmiato dalla violenza delle acque. Ed è solo grazie alla vendita delle lattine che The Alchemist è riuscito a risollevarsi dal baratro e a sopravvivere; per un paio di anni l’intera produzione è stata focalizzata a soddisfare soprattutto l’hype per Heady Topper  (e Focal Banger) a scapito di tutte altre birre che venivano prodotte al brewpub. 
E’ stato solo in un secondo tempo che Kimmich ha deciso di tirare fuori dal cassetto le ricette delle vecchie birre. Così diceva in un’intervista del 2013, due anni dopo l’alluvione: “ho recuperato le mie dodici ricette preferite con l’idea di farne una diversa ogni mese. Lo so… otto o nove di loro sono variazioni di IPA… ma è quello che maggiormente mi appassiona. Ma non voglio che ci sia ulteriore pressione di su di noi; quando saremo pronti, le faremo”. Tra queste birre c’è anche The Crusher, sorella “maggiore” della Heady Topper e un tempo disponibile solo in alcuni periodi dall’anno al vecchio brewpub: una Double IPA che ha avuto negli anni un ABV variabile tra il 9.7 e il 9%, per poi entrare in produzione tutto l’anno con la messa in funzione del nuovo impianto a Stowe, assestandosi attualmente all’8%.

La birra.
Benché opalescente, ha un bel colore luminoso che oscilla tra l’arancio ed il dorato: la schiuma biancastra è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. L’aroma è ancora fresco, molto pulito ed elegante: è stato trovato un equilibrio molto ben riuscito tra tutti gli elementi in gioco. Ananas, arancio e mandarino, qualche nota tropicale e floreale, qualche lieve accenno dank.  Il mouthfeel è molto diverso da quello della Heady Topper: non ci sono particolari cremosità o morbidezze. Come il nome suggerisce, The Crusher è una Double IPA potente che colpisce duro:  pane, qualche nota biscottata, agrumi e frutta tropicale sono l’anticamera di un lungo finale amaro, pungente e pepato, resinoso, potenziato dalla componente etilica. La bevibilità è comunque buona grazie anche ad un’ottima attenuazione. Molto più orientata sul resinoso rispetto al dank della Heady Topper, questa Double IPA di The Alchemist è una gran bella bevuta, lontano anni luce da quei succhi-di-frutta, torbidi frullati che hanno reso celebre il New England e che oggi il mercato richiede: amaro intenso ma bilanciato da una bella controparte tropicale, pulizia e precisione, niente miracoli ma c’è tutto quello che basta per essere soddisfatti.
Formato 47,3 cl., alc. 8%, IBU 110 (?), lotto 11/2018, prezzo indicativo 10 -11 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 10 dicembre 2018

Alchemist Heady Topper

John Kimmich scopre la birra artigianale all’inizio degli anni ’90 quando frequenta il college a Pittsburgh, Pennsylvania, e sta lavorando ad una ricerca sull’industria della birra. Al termine degli studi utilizza tutti i suoi risparmi per acquistare una macchina usata e andare in Vermont dall’amico  e “mentore” Greg Noonan (prematuramente scomparso nel 2009), proprietario e birraio del Vermont Pub and Brewery di Burlington nonché autore di molti libri e figura di riferimento per il movimento craft del New England. 
Greg gli insegna a fare il birraio e in cambio John lavora nei weekend come cameriere, senza stipendio: dopo un anno d’addestramento viene promosso e mandato in sala cottura. Ma al Vermont Pub John incontra anche Jennifer, a quel tempo cameriera: “ci sposammo e iniziammo a viaggiare in Wyoming, Idaho, Boston. Feci il birraio, il portiere negli hotel (belle mance!) e in quei sei anni pianificammo e mettemmo da parte ogni dollaro guadagnato per poter aprire il nostro brewpub in Vermont. Inaugurammo The Alchemist Pub and Brewery il 29 Novembre 2003, era un venerdì sera e il sabato mattina successivo Jen scoprì di essere incinta! Furono le ventiquattr’ore più intense della nostra vita. Il nome ci fu ispirato dal Vermont Pub, nel cui logo c’era anche raffigurato un piccolo alchimista.” 
Quello che oggi è uno dei nomi più ricercati dai beergeeks americani inizia la sua avvenuta come un semplice brewpub del paese di Waterbury, 5000 abitanti; 60 posti a sedere, un biliardo e il piccolo impianto da 10 ettolitri nel seminterrato dal quale escono soprattutto birre d’ispirazione anglosassone: Pappy’s Porter, Piston Bitter e  Bolton Brown. Ma a due mesi dall’apertura  John vuole anche iniziare a giocare con i luppoli: alle spine del pub viene servita per la prima volta una Double IPA chiamata Heady Topper, una birra destinata a cambiare la vita ai coniugi Kimmich.  A quei tempi le IPA non erano molto diffuse nella zona: “la gente era sconvolta – ricorda John – non avevano mai bevuto nulla del genere e impazzivano”. 
La Heady Topper veniva prodotta occasionalmente 3-4 volte l’anno, era possibile berla solo al brewpub ma il passaparola tra gli appassionati americani era ormai iniziato: nel giro di pochi anni, senza nessuna pubblicità o marketing, The Alchemist era diventato una mecca per i beergeeks. Alcuni di loro si portavano i bicchieri in bagno, riempivano delle bottiglie di vetro, le tappavano e le portavano via di nascosto per scambiarle o rivenderle con altre birre.  Fu Jen Kimmich a dare la svolta: “per me era inconcepibile ricorda John Io stavo nel seminterrato a fare birra tutto il giorno e Jen mi diceva che dovevamo aprire una seconda location per mettere la birra in lattina. Pensavo che fosse impazzita, eravamo già troppo impegnati. Ne discutemmo per oltre un anno ma alla fine mi convinse che era la cosa giusta da fare”. 

Domenica 28 agosto 2011:  è ormai tutto pronto per il debutto della lattine di Heady Topper quando la tempesta tropicale Irene colpisce Waterbury e le acque del fiume Winooski tracimano allagando anche il brewpub The Alchemist. Tutto quello che si trova nel seminterrato (impianto, fermentatori, uffici, materie prime) è perduto e inutilizzabile. Per i Kimmich che avevano appena investito in una seconda sede  (fortunatamente in collina e quindi risparmiata dalle acque) è il momento di decidere se mollare tutto per ricominciare altrove o andare avanti. Due giorni dopo vengono confezionate le prime lattine: quello che John pensava fosse una mozza azzardata era ora la loro unica fonte di reddito: “la gente arrivò da ogni luogo per comprare le lattine di Heady e supportarci; furono giorni molto emotivi. In pochissimo tempo riuscimmo a ripartire con la produzione e ad assumere alcuni dei vecchi dipendenti del pub”. Le assicurazioni però non intendono coprire la ricostruzione di un birrificio in un seminterrato e così la  “cannery” in collina viene dotata di una piccola tasting room e di un punto vendita che vengono subito presi d’assalto: la produzione passa dai 470  ettolitri/anno del brewpub a 1760 ettolitri  e dopo un anno sale a 10500  ma non è ancora sufficiente a soddisfare tutte le richieste per una Double IPA che è ai primi posti delle classifiche dei siti di beer rating.  Il parcheggio antistante lo stabilimento non riesce a contenere il flusso delle macchine dei beergeeks che si riversa sulle strade circostanti creando ingorghi: i vicini e la municipalità si lamentano e, dopo solo due anni, i Kimmich sono costretti a prendere la decisione di chiudere la “cannery” al pubblico. In realtà pare che il birrificio fosse anche privo dei permessi necessari per la vendita al dettaglio.  
Lo stato dal Vermont consente ai birrifici di auto distribuirsi le birre e la caccia dei beergeeks alla Heady continua nel raggio di 25 miglia attorno a Waterbury, dove The Alchemist distribuisce regolarmente.  Alcuni seguono i camion che partono dal birrificio per arrivare prima di tutti nei luoghi (soprattutto alimentari e stazioni di servizio) dove poi saranno messe in vendita le lattine:  i fans creano il sito Heady Spotter (non più aggiornato da marzo 2017 con l’inizio delle vendite on-line da parte di Alchemist)  per far conoscere in anticipo il giro delle consegne dei furgoni e organizzare gli appostamenti fuori dai negozi.  Non è però questo a  preoccupare maggiormente John: “fu una battaglia educare i nostri rivenditori alla catena del freddo. Per loro era qualcosa di inusuale, tenevano in frigo solo qualche birra ma la maggior parte era sugli scaffali”. 
A luglio 2016 The Alchemist inaugura un secondo e più grande birrificio a Stowe, una ventina di chilometri di distanza: 1500 metri quadrati, ampio parcheggio, giardino con vista sulle montagne circostanti. E’ su questo impianto da 30 barili (47 hl) che oggi sono prodotte quasi tutte le birre per un totale di circa 15000 ettolitri all’anno. Tutte tranne la Heady Topper: a Stowe la vendono ma John assicura che lei è ancora prodotta solo a Waterbury, assieme ad altre birre prototipali o sperimentali.  Le due location danno oggi lavoro ad una cinquantina di persone. Il brewpub originale di Waterbury non è mai rinato: i Kimmich avevano iniziato a ristrutturarlo ma hanno poi deciso di venderlo e al suo posto vi è oggi il Prohibition Pig Brewpub.

La birra.
“Una birra che sapesse di erba (marijuana) buona: questo era più o meno il mio obiettivo quando ho ideato la Heady Topper”,  “a beautiful tribute to dank American hops “. Così la definisce John, ma non è stata questa la caratteristica che l’ha resa così famosa: in una nazione abituata alle birre (artigianali) limpide e cristalline, quello che ha attirato l’attenzione dei beergeeks è stato soprattutto “l’haze”, il suo colore torbido. “E’ da sempre che educo la gente sulle birre torbide, non filtrate: provatele, assaggiatele e poi vediamo se ancora le criticherete. Andate a rileggere le prime recensioni della Heady su BeerAdvocate; tutti dicevano che era fantastica ma brutta e torbida, tutte quelle particelle in sospensione! Chi se ne frega, io volevo essere diverso dagli altri.  Sin da quando le facevo negli anni 90 con Greg Noonan la gente ci prendeva per il culo perché le nostre IPA erano solo velate; la cosa è abbastanza divertente se si pensa a tutte quelle birre fangose che vengono vendute oggi.  A quel tempo c’erano solo le Hefeweizen d’ispirazione tedesca: noi volevamo che la gente si liberasse di quel concetto di birra limpida e cristallina, capace di resistere per 12 mesi sugli scaffali al caldo, alla quale era abituata.  Non ho mai voluto fare una IPA intenzionalmente opalescente; è solo un risultato del processo usato per ottenere i profumi e i sapori che avevo in mente”. 
La Heady Topper viene spesso considerata la capostipite delle New England IPA, ma John non è  d’accordo: “E’ solo una IPA, non si merita una categoria tutta sua come quella delle Vermont IPA! Quelle che chiamano New England IPA sono molto diverse dalle nostre birre, oggi i birrai cercano di ridurre al massimo l’amaro mentre io voglio che l’amaro si percepisca per avere equilibrio.  Oggi il fattore “hazy” è sfuggito di mano. La gente vende dei milkshake con due dita di lievito sul fondo della lattina.  La nostra opalescenza non è data dal lievito, ma dai cereali e da altre tecniche. Oggi la gente usa le tecniche più bizzarre per rendere la birra torbida, ma noi non usiamo trucchi: sono solo quattro ingredienti. Non ho intenzione di rivelare i dettagli, è fondamentale il momento in cui so utilizzano i luppoli. Il momento, non la quantità. Vedo birrifici usarne quantità doppia rispetto a noi: questo rende la loro birra due volte più buona? No. Stanno sprecando una grande quantità di luppolo?  Assolutamente sì". 
Nessuna formula segreta, quindi. Nonostante la ricetta della Heady Topper non sia mai stata rivelata, sappiamo che utilizza malti di origine inglese e luppoli americani, soprattutto Simcoe proveniente dallo  Yakima Chief Ranch di Washington. Il lievito è un regalo fatto a John da Greg Noonan, che lo aveva reperito in Inghilterra negli anni ’80. La preoccupazioni di Kimmich sono altre: come ridurre al minimo la presenza di ossigeno, fonte di ossidazione? Come ottenere il massimo dai luppoli?  E che dire dello slogan “drink from the can” che ha reso The Alchemist famoso?  “All’inizio pensavano che non volessimo far vedere alla gente che non era una birra limpida. Ma ha a che vedere con gli aromi e il contatto con l’ossigeno. Se la verso nel bicchiere per qualche minuto avrà un aroma esplosivo ma dopo mezz’ora sarà una merda. La carbonazione, gli olii essenziali dei luppoli saranno svaniti; a me piace godermi la birra con calma. Se la lascio nella lattina, sarà ancora esplosiva”.

Dopo tutte queste parole, è il momento di bere…  versandola nel bicchiere!  Dan Blakeslee, vecchio amico di John, è l’autore di tutte le grafiche di The Alchemist. La Heady Topper è piuttosto velata ma non è neppure lontanamente paragonabile alla maggior parte delle torbide New England IPA. Il suo colore che oscilla tra l’arancio e il dorato è luminoso, la schiuma è abbastanza compatta ed ha un’ottima persistenza. E’ bella, insomma. Da quanto ne so questa lattina ha all’incirca un mese di vita e l’aroma è pungente e pulito, anche se la freschezza non sembra essere ottimale. C’è un bell’equilibrio tra dank, pompelmo e arancia, frutta tropicale, soprattutto ananas. L’intensità non è però esattamente esplosiva.  La sensazione palatale è invece davvero sorprendente: è una Double IPA (8%) leggera e setosa, quasi impalpabile, una carezza per il palato.  Il gusto è ben bilanciato tra tutte le sue componenti: pane, qualche lievissimo accenno biscottato, frutta tropicale (ananas e mango), accenni di agrumi e un bel finale amaro, dank e resinoso, piuttosto intenso e potente. E’ solo qui che l’alcool fa sentire la sua presenza: una grande secchezza contribuisce poi in maniera determinante ad assicurare una grande facilità di bevuta. 
Livello indubbiamente alto per questa lattina di Heady Topper che tuttavia mi sembra mostrare già qualche cedimento di freschezza dopo solo un mese di vita. John Kimmich vorrebbe che fosse tenuta sempre al freddo e giura di saper distinguere quelle lattine che hanno passato del tempo fuori dal frigo. Indubbiamente sono birre delicate che non dovrebbero viaggiare: per chi non è ancora riuscito ad andare alla fonte, le lattine che arrivano ogni tanto anche in Europa sono comunque un accettabile compromesso per soddisfare la curiosità. Per quel che riguarda l’hype, è bene ricordare che è fomentato da dinamiche fuori controllo generate da vari fattori. In questo caso  mi trovo d’accordo con il birraio Kimmich che vuol mantenere un basso profilo: è un’ottima IPA, pulita e bilanciata, ma come lei ce ne sono tante altre: con la riserva di poterla riprovare un giorno direttamente alla fonte. 
Formato  47,3 cl., alc. 8%,  inlatt. 05/11/2018 (?), prezzo indicativo 10,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.