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giovedì 19 novembre 2020

DALLA CANTINA: Cantillon Iris 2014

Iris, dea greca raffigurata come una fanciulla dotata di piedi veloci e grandi ali dorate, personificazione dell’arcobaleno e messaggera degli dei; la dea accompagnava sovente i defunti ai Campi Elisi e  da questa leggenda si diffuse l’abitudine dei greci di posare sulle tombe dei familiari dei fiori viola, dalle sfumature cromatiche simili all’arcobaleno. Il fiore iris secondo la mitologia greca rappresenta la speranza, la notizia positiva, il buon auspicio per il futuro e la possibilità di attraversare un periodo positivo dopo tante difficoltà.
Non è stata quindi causale la scelta fatta nel 1998 da Jean-Pierre Van Roy,  a quel tempo ancora al timone della Brasserie Cantillon, di chiamare una birra con questo nome prima di passare il testimone al figlio Jean. Il birrificio arrivava da un ventennio molto difficile, era riuscito a saldare i propri debiti solo nei primi anni ’90 e aveva ripreso ad investire. Come ci spiega Kuaska in un articolo per Fermento Birra: “per festeggiare i primi vent’anni di vita del Musée Bruxellois de la Gueuze volle presentare una birra originale che legasse il passato al futuro. Provava una forte nostalgia per una birra che aveva amato sin da ragazzo, la birra che incarnava lo spirito di Bruxelles, la sempre rimpianta Spéciale che vide la luce nella birreria fondata da Léon Aerts nel 1897 e chiusa nel 1963.  Nacque così una birra nuova che nella mente di Jean-Pierre doveva non solo ricordare, ma in un certo modo riprodurre la Spéciale Aerts, sempre seguendo la filosofia Cantillon della fermentazione spontanea. Ecco allora arrivare una birra inedita a fermentazione spontanea ma con l’utilizzo di solo malto Pale, senza nemmeno un grammo di frumento, con l’aggiunta di 50% di luppolo (Hallertau) fresco e di 50% di luppolo vecchio di tre anni (suranné).”
Il primo lotto di Iris fu prodotto nel 1996 e dopo due anni d’invecchiamento in legno venne luppolato a freddo per due settimane mediante un sacco di lino pieno di luppolo Saaz fresco. Al momento dell’imbottigliamento venne poi aggiunto liqueur d’éxpédition.  Ancora Kuaska: “la novità fu il ricorso al dry hopping con luppolo fresco (poi ribadito da Jean, a partire dalla Cuvée des Champions), che dona un ficcante retrogusto amaro, anticipando una tendenza e un cambiamento nel gusto del consumatore belga che si sarebbero in seguito rivelati travolgenti”.
Un secondo lotto di Iris fu prodotto nel 1998 e messo poi in vendita nel 2000: da allora è stata sempre prodotta una volta all’anno con un’etichetta che non è mai cambiata e che richiama i fiori che crescono nei prati di Brussels. Iris è anche l’unico prodotto Cantillon che non può essere chiamato lambic in quanto non rispetta il Regio Decreto del 31 marzo 1993 il quale stabilisce che per produrre lambic bisogna usare almeno il 30% di frumento non maltato.

La birra. 

I tappi di sughero non sono mai stati il punto di forza della maison Cantillon e anche questa bottiglia di Iris 2014 non fa eccezione. Nel corso degli anni un po’ di liquido è traspirato ed ha arrugginito l’interno del tappo metallico; il sughero si è poi spezzato al momento dell’apertura ma sono fortunatamente riuscito ad estrarre anche il pezzo rimato nel collo senza dover farlo cadere all’interno. Nonostante sia rimasta per cinque anni in cantina in posizione verticale, su tutto il fianco interno della bottiglia c’è un evidente striscia tipica degli invecchiamenti in posizione orizzontale.  
Il suo colore è un bell’ambrato, un po’ scarico e acceso da riflessi oro e arancio: la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Al naso le note funky del lambic (cantina, muffa, legno) convivono con qualche accenno d’aceto di mela, note aspre di uva e limone: in secondo piano arrivano come per magia dolci ricordi di frutti di bosco, vino marsalato, suggestioni di zucchero a velo, forse vaniglia. A cinque anni dall’imbottigliamento è ancora vivacemente carbonata e vivace: il mouthfeel è ottimo, morbido, privo di quelle irrequietezze dei lambic, soprattutto giovani. La bevuta si snoda tra note vinose (dolci ed aspre), funky e legnose, limone, ricordi di aceto balsamico; nel finale, molto secco, arrivano note lattiche e s’avverte ancora netto – dopo più di un lustro - l’apporto amaricante del luppolo. Del resto stiamo parlando della Cantillon più luppolata. 
Bevuta complessa, intensa, ancora scattante e soprattutto non priva di emozioni, quelle che qualche sbuffo acetico qua e là non riesce a compromettere. In ultimo non posso esimermi dalle solite considerazioni sul prezzo, visto che parliamo di Cantillon.  Era il 2015 e la pagai neppure sette euro in Rue Ghede 56; in Italia le ultime bottiglie arrivate costavano dai 25 ai 30 euro; sul mercato secondario una bottiglia di Iris 2014 viene attualmente valutata intorno agli 80 euro.
Formato 75 cl., alc. 6%, IBU 45, lotto 11/2014, pagata 6,80 € (birrificio)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 6 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Rochefort Trappistes 8, St. Bernardus Abt 12, Struise Pannepot 2010, Cantillon Gueuze


Premessa: il 90% della birra va bevuta fresca ma se proprio volete provare a metterne qualcuna in cantina la tradizione belga è quella che forse meglio si presta agli esperimenti. Dark Strong Ales e Gueuze/Lambic possono regalare belle soddisfazioni anche dopo molti anni: alcune migliorano, altre diventano semplicemente diverse e non necessariamente più buone. Personalmente preferisco queste due categorie di birre con qualche anno sulle spalle ma sono gusti personali. Gli invecchiamenti più estremi meritano invece un discorso a parte: non c’è nessuna birra che meriti dieci anni d’attesa per poter essere bevuta al culmine del potenziale. Io la vedo come un gioco, un esperimento, un soddisfare la propria curiosità. 
Avevo in mente da un po’ di tempo stappare qualche birra belga dopo dieci anni dalla messa in bottiglia. L’emergenza Coronavirus ha reso un po’ più difficile accedere alla birra fresca e ho quindi sfruttato l’occasione per alleggerire un po’ la cantina. Ecco la prima parte del racconto delle bevute; visto che le birre “fresche” sono già comparse sul blog in altre occasioni mi limiterò alle note di degustazione rimandandovi al link originale per le informazioni più generali sulla birra stessa. Tutte le birre sono state conservate al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi.

Rochefort Trappistes 8 2010 (9.2%)
L’aspetto è molto bello per la sua età: tonaca di frate, riflessi rubino, schiuma ancora generosa, spumeggiante e compatta. Al naso sono svanite le spezie tipiche del lievito di casa Rochefort e dominano gli esteri fruttati, in verità un po’ sparati e molto sciropposi: mela, ciliegia, persino fragola e frutti di bosco. Al palato è ancora ben carbonata e non ci sono grossi cedimenti di corpo. La bevuta è molto più bilanciata rispetto all’aroma: biscotto, caramello, uvetta, datteri e ciliegia, bei richiami di Porto e, nel finale, di frutta secca a guscio. Qualche nota cartonata non rovina una birra che è invecchiata con dignità, soprattutto in bocca, e che si beve con piacere: l’alcool è ben nascosto e si fa sentire solo nel finale. Qui l'avevo bevuta dopo "solo" tre anni e m'aveva fatto un'ottima impressione.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 7/10.


St. Bernardus Abt 12 2010 (10%)
La più trappista tra le non trappiste (LINK) sembra essersi schiarita col tempo: ambrata, torbida, schiuma ancora sorprendentemente generosa e compatta. Tra le varie componenti il naso è quello che è invecchiato peggio: mela, pera, frutta secca, sciroppone di ciliegia, qualche nota di polvere/sughero gentilmente donatale dal tappo. Le bollicine sono ancora ben presenti ma il corpo mostra qualche segno di cedimento: caramello, uvetta, frutta secca e ciliegia disegnano una bevuta molto più equilibrata rispetto al l’aroma. L’ossidazione le ha portato dei piacevoli spunti di vino liquoroso ma anche un’astringenza finale cartonata poco gradevole: per fortuna si riprende in fretta con un piacevole retrogusto di prugna e uvetta sotto spirito. L’età non sembra averle donato molta saggezza/complessità: i tratti positivi e negativi si equivalgono anche se il naso è quello che ha “sofferto” di più. A quattro anni mi sembrava molto meglio.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10. 

Struise Pannepot (10%)
L’etichetta indica il millesimo 2010 ma credo sia stata commercializzata l’anno successivo. Avrà quindi nove o dieci anni? Poco importa, i millesimi in casa Struise vanno sempre presi con le molle. Visivamente è quella che ha sofferto maggiormente: poca schiuma che scompare quasi subito, color ebano scuro. Ma che bel naso! Porto, marsala, melassa, frutti di bosco, prugna disidratata, marmellata di more, accenni di cioccolato. In bocca non ci sono grossi cedimenti: è ancora morbida, ben carbonata, dal corpo medio. Il gusto ricalca l’aroma con buona precisione: è una birra ricca di note marsalate e di vino fortificato, calda ed avvolgente. Annoto una lieve astringenza finale (bustina di tè/cartone) ma è un dettaglio che non rovina una bella festa. Sono forse gli Struise che oggi purtroppo non ci sono più e che procedono tra alti e bassi: difficile chiedere ad una Pannepot d’invecchiare e di emozionare meglio. Qui il confronto con un vintage di sei anni,
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10. 

Cantillon Gueuze 2010 (5%)
Quella che prevedevo essere la miglior bottiglia di questo lotto non ha deluso le aspettative. La Gueuze 100% Lambic Bio "base" di Cantillon si veste come una giovincella: oro antico, leggermente velato e schiuma generosa e compatta, dalla buona persistenza. Legno, polvere, cantina, pelle di salame, uvaspina, mela verde, limone, accenni di ananas e frutta a pasta gialla, qualche sbuffo acetico. Serve altro? Sfido chiunque ad indovinarne l’età in un assaggio alla cieca: bollicine ancora vivaci, corpo medio, nessun cedimento. La bevuta ricalca fedelmente l’aroma: la parte sour è sostenuta da un bel sottofondo dolce di ananas e frutta a pasta gialla, la componente acetica è fortunatamente molto contenuta. Chiude secca, funky e legnosa, con un delicato e morbido warming etilico: emozionante, profonda, complessa ma semplice da bere.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10. 

Riassumendo: benissimo Cantillon, piacevole sorpresa Struise, niente di ché Rochefort e St. Bernardus. Tutte tranne forse Cantillon hanno già superato il loro picco e avrei potuto/dovuto berle qualche anno prima. Ma non è una grossa scoperta dire che gueuze e lambic giocano un campionato a parte: se sia valsa la pena aspettarla dieci anni, piuttosto che cinque, è una domanda alla quale non ho risposta.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell’acquisto)
Rochefort Trappistes 8, 33 cl., alc. 9,2%, scad. 22/07/2015, pagata 2.89 € (supermercato)
St. Bernardus Abt 12, 75 cl., alc. 10,5%, scad. 06/2015, pagata 5,60 € (drink store)
Struise Pannepot 2010, 33 cl., alc. 10%, lotto A, scad. 02/2016, pagata 3,20 € (beershop)
Cantillon Gueuze, alc. 5%, 75 cl., lotto  17/03/2010, scad. 12/2030, pagata 7,90 € (drink store)

martedì 10 ottobre 2017

DALLA CANTINA: Cantillon Saint Lamvinus 2013

La prima bottiglia di Saint Lamvinus di Cantillon è datata 1995: se il lambic è da molti considerato l’anello di congiunzione mancante tra il mondo della birra e quello del vino, e in quell’anno Jean-Pierre Van Roy vuole fare un ulteriore passo in avanti verso quest’ultimo, del quale egli è un grande appassionato. Quelle prime bottiglie non furono però prodotte a Bruxelles ma in territorio francese ed esattamente a Saint-Émilion, una delle zone vinicole più pregiate della zona di Bordeaux (Côtes de Bourg); da un’idea di Pascal Delbeck dello Château Belair di Saint-Emilion, un blend di uva Merlot e Cabernet fu aggiunto a lambic di due anni inviato dal Belgio e il risultato fu poi messo a maturare in botti che avevano in precedenza contenuto vino rosso. Nacque così la Saint Lamvinus, nome che unisce tutti e tre i protagonisti:  Saint (Émilion) Lam(bic)vinus(vino in latino). 
Il successo di questo druivenlambic fu immediato e per aumentarne la quantità le operazioni furono trasferite a Bruxelles; le ultime annate sono state tutte realizzate utilizzando uva Merlot, ma in passato ne sono state adoperate altre varietà a bacca nera, a seconda della disponibilità del raccolto. Nel 2001, anno in cui la Saint Lamvinus fu per la prima volta  esportata negli USA, fu un blend di uve Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot; nel 2003 solo uva Cabernet Sauvignon e la maturazione avvenne in botti ex-Porto; nel 2004 ne fu realizzata un’edizione speciale per l’Akkurat di Stoccolma; nel 2005 fu commercializzata per la prima (e ultima?) volta anche in formato 37.5 cl. 
L’uva, priva degli steli, viene aggiunta al lambic di 16-18 mesi in serbatoi d’acciaio per circa  due mesi per l’estrazione dei tannini; la maturazione avviene poi in botti di rovere francese cui segue l’imbottigliamento senza ulteriore miscelazione che solitamente avviene verso la fine di ottobre. Nel 2016 è apparsa sul mercato anche la Saint Lamvinus Grand Cru, un blend di due botti di lambic di tre anni con uve Merlot e una botte di lambic di un anno.

La birra.
Il millesimo 2013 di Saint Lamvinus si presenta nel bicchiere di un acceso color ambrato con riflessi che vanno dal rosa al rosso vermiglio; la schiuma biancastra è tanto esuberante nel nascere quanto rapida nel dissolversi. Al naso ci sono le note “selvagge” e funky tipiche del lambic (legno, polvere, cantina, pelle di salame e legno umido) che viaggiano fianco a fianco a note floreali e profumi aspri di uva e frutti di bosco, qualche accenno dolce di ciliegia. Il bouquet è molto pulito e bilanciato in maniera piuttosto elegante tra le varie componenti. A quattro anni dalla messa in bottiglia le bollicine sono ancora vivaci e contribuiscono a creare una sensazione palatale ancora piuttosto fresca e scattante, molto secca: il gusto è ricco di frutta aspra e ripropone quanto anticipato dall’aroma: soprattutto uva e limone, frutti di bosco, alla cui asprezza si contrappone un velo dolce che ricorda la ciliegia. Molto in sottofondo s’avverte anche qualche lieve spunto acetico che non disturba per nulla una bevuta davvero splendida, appagante, estremamente dissetante e rinfrescante, attraversata da una piacevole acidità lattica. Lasciandola riscaldare la Saint Lamvinus di Cantillon s’arricchisce della complessità delle note rustiche e funky del lambic, soprattutto nel retrolfatto: emerge anche una leggera nota etilica con un lieve tepore a “spingere” la bevuta più in territorio vinoso. Chiude con una delicata nota amaricante di tannini e scorza di limone. 
Grande birra, davvero emozionante, ancora molto in forma, sorprendentemente viva e “fresca e con un potenziale d’invecchiamento ancora enorme, resistenza del tappo permettendo. Prezzo e reperibilità sono i principali ostacoli da affrontare per chi volesse metterne un po'  in cantina; peccato, perché Saint Lamvinus è una birra non difficile da apprezzare anche a chi sta muovendo i primi passi nel mondo delle fermentazioni spontanee. 
Formato: 75 cl., alc. 5%, imbott. 31/10/2013, scad. 01/10/2023, prezzo indicativo 17-20 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 22 giugno 2017

Cantillon Kriek 2015

Il breve viaggio tra birre e ciliegie si conclude con la kriek di Cantillon, birrificio attivo dal 1900 a Brussels che credo non abbia bisogno di presentazioni. L’unica raccomandazione è quella di non mancare una visita al birrificio (nonchè Musée Bruxellois de la Gueuze) se vi trovate nella capitale belga: un’esperienza al di fuori dal tempo tra impianti, legno, polvere, ragnatele e bottiglie accatastate che vi ripagherà della passeggiata per un quartiere non proprio bello, per dirla in modo gentile.
Negli anni 70 il testimone passò nelle mani di Jean-Pierre Van Roy (sposo di Claude Cantillon) che rilanciò l’azienda riuscendo pian piano a rilevare le quote societarie dagli altri membri della famiglia Cantillon, poco propensi a continuare un'attività (produttore di lambic) che secondo loro non aveva nessun futuro. La domanda di gueuze e lambic era in forte e calo e Jean-Pierre, per restare a galla, iniziò ad ingentilire i propri prodotti con dolcificanti artificiali per renderli più simili ai gusti dei bevitori di allora. Il cambiamento non ottenne l’effetto (economico) sperato e nel 1978 Cantillon ritornò fortunatamente su suoi passi eliminando i dolcificanti e ritornando ad una produzione tradizionale di gueuze e lambic alla frutta. A metà degli anni ’80 l’export verso gli Stati Uniti iniziò a dare un po’ di ossigeno ad un birrificio che aveva operato in perdita per molti anni; a partire dal 1989 il figlio di Jean-Pierre e Claude, Jean, affiancò i genitori apprendendo sul campo il mestiere. Negli anni ’90 Cantillon abbandonò infine i grandi foeders di legno ed iniziò ad effettuare i blend delle annate di lambic e le aggiunte di frutta in tini di acciaio.

La birra.
La kriek di Cantillon viene prodotta aggiungendo le ciliegie Morello intere (200 grammi per litro) ad un blend di lambic; per ovvie esigenze produttiva la frutta fresca viene subito surgelata ed essere utilizzata nel corso dell’anno per produrre diversi lotti di kriek. Le ciliegie vengono messe a macerare per un paio di mesi con lambic di due anni d’età; al momento dell’imbottigliamento viene anche aggiunta una piccola quantità di lambic giovane. Le etichette delle bottiglie destinate al mercato europeo riportano la scritta "100% lambic Bio" assente invece su quelle che vengono esportati negli Stati Uniti: Jean Van Roy dichiara di utilizzare dal 1999 solo materie prime, ciliegie incluse, provenienti da agricoltura biologica ma questi ingredienti non sono stati ancora classificati come biologici dalla USDA, il dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti.
Il bicchiere si tinge di un intenso colore rosso cremisi sormontato da una cremosa schiuma biancastra, abbastanza compatta ma non molto persistente. Il naso non offre molto e odora un pochino di "tappo":  dimessi profumi funky, di cantina e di polvere, legno, amarena cotta e ribes rosso, il dolce della ciliegia che cerca di emergere quando la kriek si scalda. 
La bevuta è vivacemente carbonata e perfettamente agile, scattante: anche qui la ciliegia è rilegata in secondo piano dalle note lattiche e da quelle aspre del limone. Una kriek spigolosa e ruvida, a tratti tagliente, che necessita di una temperatura piuttosto elevata per far emergere un sottofondo dolce di ciliegia e di fragola.  Qualche spunto acetico e una lieve astringenza legnosa finale limitano ulteriormente la facilità di bevuta di una birra che mantiene comunque un elevato potere rinfrescante e dissetante. Bottiglia che delude un po' per la pochezza di profondità e complessità, sopratutto se penso al ricordo dello stesso millesimo (2015) bevuto a Brussels oltre un anno fa: pieno e ricco di ciliegia, elegante, piacevolmente in equilibrio tra dolce ed aspro, tra frutta e "funky" (che dopo quasi due anni di bottiglia la ciliegia fosse meno in evidenza non è ovviamente una sorpresa). Tappo di sughero bagnato all'esterno e tappo a corona con qualche lieve muffa: l'imputato numero uno per una bottiglia poco in forma potrebbe essere in questo caso il signor sughero?
Formato 37.5 cl., alc. 5%, imbottigliata 18/06/2015, scad. 18/06/2025, pagata 4.80 Euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 luglio 2015

Cantillon Vigneronne 2013

Negli anni 70 Jean-Pierre Van Roy (sposo di Claude Cantillon) rileva il birrificio dagli altri membri della famiglia Cantillon, poco propensi a continuare un'attività (produrre lambic) che secondo loro non aveva nessun futuro. Tra le prime novità da lui introdotte c’è il ritorno dei lambic “alla frutta”, che erano prodotti regolarmente da Cantillon sino agli anni 30 del secolo scorso prima di essere abbandonati.  
Nel 1973 c’è il ritorno in produzione di una Framboise (lambic ai lamponi),  ora chiamata Rosé de Gambrinus. Ai lamponi fa poi seguito l’uva bianca, riprendendo una tradizione della vallata dell’Yssche, un piccolo corso d’acqua che nasceva nella Foresta di Soignes a sud di Brusseles e attraversava i paesi di Hoeilaart, Overijse e Huldenberg:  in quest’area vi erano molti produttori di quello che era chiamato “druivenlambik”, ovvero un blend di lambic e uva che veniva coltivata in loco. 
Nello stesso anno della Framboise viene prodotto anche il primo Druivenlambik di Cantillon, poi rinominato Vigneronne a partire dal 1987 per sottolineare maggiormente la sua parentela con il vino: l’attuale etichetta, realizzata da Raymond Goffin, è del 1989.  La stella a sei punte è un simbolo alchemico che contiene quattro elementi, rappresentati da triangoli: il fuoco (il bollitore), la terra (i cereali), l’aria (i lieviti spontanei) e l’acqua. 
Nonostante la grande richiesta, la Vigneronne rappresenta attualmente solo il 5% della produzione Cantillon:  ogni anno, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, una tonnellata di uva bianca matura (moscato, solitamente) viene fatta arrivare dall’Italia. Tutti grappoli vengono “lavorati” a mano, per prelevare gli acini che devono essere pronti per la fine di ottobre, quando inizia la stagione utile (= fresca) per poter produrre il lambic. Il “lambic all’uva” viene poi fatto invecchiare in botti fino al momento dell’imbottigliamento: nelle bottiglie viene messa una piccola quantità di sciroppo ad elevato contenuto zuccherino (analogo al liqueur d'expedition) che sarà responsabile della seconda fermentazione. Bevetela entro i primi dodici mesi dalla produzione se volete sentire soprattutto la frutta (uva): in alternativa potete lasciarla in cantina per un numero potenzialmente infinito di anni ed aprirla quando ne avete voglia.
La fotografia inganna un po', ma Vigneronne è di colore dorato leggermente pallido e velato: in superficie si forma un dito di schiuma bianca che però svanisce molto rapidamente. Il bouquet olfattivo si compone di note lattiche, legnose, di sudore e di cantina che sono bilanciate da quelle più gentili di uva e fiori. Man mano che la temperatura si alza emergono note dolci che ricordano l'albicocca e quasi il marzapane. Il percorso continua in linea retta al palato, riprendendo sopratutto le caratteristiche meno "ostiche" del lambic: evidente il suo carattere vinoso, con l'uva (aspra e dolce) affiancata dalla mela verde. L'acidità (lattica e leggermente acetica) è molto ben controllata, con una pulizia impeccabile ed una secchezza tannica che la rende molto dissetante e rinfrescante, soprattutto se bevuta fresca. Ma la soddisfazione è grande anche lasciandola riscaldare, per far meglio far risaltare la componente vinosa con il leggero ma sorprendente dolce dell'uva matura e dell'albicocca. Leggera e scorrevole, poche bollicine, chiude con una punta amara lattica e qualche suggestione di scorza di limone; una bellissima bevuta, ricca di piacere e di emozioni, elegante senza compromettere il proprio carattere rustico e contadino. 
Suggerirei di provarla anche a chi non ha grossa familiarità con le birre acide: potrebbe essere una introduzione non troppo impegnativa ad un mondo tutto da scoprire. E se vi state domandano qual è l'ispirazione dietro alle birre italiane che ammiccano al mondo del vino, ad alcune grandi birre di Montegioco o Loverbeer, qui avete una probabile risposta, o una possibile certezza.
Formato: 75 cl., alc. 5%, lotto C123, prodotta il 23/10/2013, scad. 12/2023, pagata 13.50 Euro (beershop, Italia). 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 28 luglio 2013

Cantillon Rosé De Gambrinus

Solitamente quando ospitiamo un birrificio per la prima volta ne facciamo un breve profilo storico, ma nel caso della Brasserie Cantillon dobbiamo fare una doverosa eccezione. Non solo il nome non ha bisogno di nessuna presentazione per gli appassionati di birra, ma ci è impossibile riassumere in poche righe (per i meno esperti) la storia di questo produttore di lambic. Vi invitiamo quindi a googolare, se volete saperne di più.  Noi procediamo rapidamente: attivo dal 1900, anno in cui fu fondato da Jean Cantillon a Bruxelles, in quello che visto dall'esterno non sembra altro che uno dei tanti anonimi garage. Dentro, vi attende un viaggio a ritroso nel tempo che vi riporterà proprio agli inizi del secolo scorso, visto che quasi nulla è cambiato da allora: gli stessi macchinari, le stesse vasche, lo stesso ambiente (polvere, legno, ragnatele e ragni) e la stessa aria che contamina il mosto con lieviti e batteri selvaggi. Negli anni 70 il birrificio passa nelle mani di Jean-Pierre Van Roy (sposo di Claude Cantillon) che riesce con grande fatica a rilevare la proprietà dagli altri membri della famiglia Cantillon, poco propensi a continuare un'attività (produttore di lambic) che secondo loro non aveva nessun futuro. Assolutamente imperdibile la visita guidata al birrificio (nonchè Musée Bruxellois de la Gueuze, se vi trovate a Bruxelles). Oltre a Lambic puro e Gueuze (assemblaggio di due o più lambic di età diversa), Cantillon è anche produttore di lambic "alla frutta," come ad esempio Kriek (aggiunta di ciliegie acidule) e Framboise (lamponi). Proprio a questa seconda categoria appartiene la Rosè de Gambrinus;  le prime tracce di una Framboise si trovano nei documenti dell'archivio Cantillon sin dal 1909; la prima guerra mondiale vide - per ovvie ragioni - la dismissione di qualsiasi birra alla frutta. Mentre le Kriek Cantillon tornarono ad essere prodotte regolarmente a partire dal 1922,  la Framboise venne prodotta saltuariamente solo negli anni trenta, per poi scomparire sino al 1973 quando un amico di Van Roy, Willy Gigounon, si presentò in Rue Gheude con 150 chili di lamponi. Nel frattempo, nell'immaginario dei consumatori, il nome "framboise" era ormai associato a birre dolciastre prodotte con l'aggiunta di aromi artificiali; per differenziare la propria "creatura", Van Roy decide di chiamarla Rosè, dedicandola, piuttosto che a Bacco, al suo alter ego birrario: Gambrinus. Bevuta giovane (entro un anno dall'imbottigliamento, secondo il birrificio), la Rosé De Gambrinus evidenzia tutto il suo potenziale fruttato; lasciandola invecchiare, divengono invece dominanti le tipiche caratteristiche del lambic a discapito dei lamponi. Scegliamo la prima strada, quella che "preferisce" anche Van Roy, è stappiamo una bottiglia del 26 Settembre 2012. Splendido rosso con riflessi ambra, con una generosa testa di schiuma rosa, molto fine ma poco persistente. Aroma fortissimo di lamponi maturi, opulente e dolce, che domina completamente la scena a scapito del lambic. Avvertiamo solo qualche sentore di fragola (giusto per concedere una piccola deviazione) e lattico. Splendida anche in bocca, leggera, frizzante e vivace, quasi sbarazzina: l'inizio è dolce di lampone, con una progressione aspra prima di frutti rossi e poi quasi di limone, per un finale molto secco, acido (lattico) e dissetante. Sotto questa apparenza "rosa" si cela una complessità appena sbocciata (visto la ancora giovane età) che porta per il momento solo qualche sentore terroso e rustico, di cantina. Compagna ideale di un'afosa serata estiva, si beve con impressionante facilità che disseta e rinfresca (decisamente appropriate le temperature consigliate in etichetta, 6-7 gradi).  Può fare da aperitivo ma anche da semplice pausa rinfrescante in qualsiasi momento della giornata. Come detto, lamponi in assoluta evidenza, quasi "troppi": rimandiamo al futuro l'assaggio di una bottiglia con qualche anno in più sulle spalle per scoprire le differenze. Formato: 75 cl., alc. 5%, lotto 26/09/2012, scad. 12/2022, pagata 12.90 Euro (beershop, Italia).