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mercoledì 8 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Chimay Bleue, Rochefort Trappistes 10, Liefmans Goudenband, Fantôme Saison 2010


Eccoci alla seconda parte dedicata al vintage belga; per chi si fosse perso la prima ecco il link. Oggi assaggiamo altre quattro birre che hanno passato dieci anni in cantina (per i più pignoli) al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi. Ricordo anche che il 90% della birra va bevuta fresca e che sono poche le birre che migliorano con il tempo. Gli effetti dell’ossidazione possono essere piacevoli o spiacevoli e spesso convivono: per quel che mi riguarda a parte rari casi considero l’invecchiamento così lungo una curiosità, non di certo una necessità. Un paio di anni invece su alcuni stili sono invece desiderabili e aiutano a smussare gli angoli e le irrequietezze della gioventù. Ma andiamo oltre e iniziamo a stappare.

Chimay Bleue (9%)
Da questa birra non mi aspettavo molto: nessun pregiudizio, in passato mi era già capitato di bere qualche bottiglia vecchia (anche se non così) ed il risultato era stato poco entusiasmante. E’ tuttavia una birra alla cui sono affezionato: quando la birra artigianale ancora non esisteva la Chimay Blu si teneva in serbo per qualche occasione speciale. Il suo colore è ambrato carico e piuttosto torbido; la schiuma è compatta ma poco persistente. Il naso è piuttosto ossidato e stanco: ciliegione, cartone bagnato, melassa, uvetta, datteri. La sensazione palatale non è invece male: il corpo non è particolarmente scarico e le bollicine sono ancora presenti. Anche il gusto si risolleva un po’: caramello e biscotto rispondono ancora presente, ci sono note liquorose e di vino marsalato, quasi una piacevole apparizione finale d’amaretto. L’alcool è ben dosato, il cartone ed il peso degli anni si fanno sentire ma la bottiglia non è un completo cadavere.  Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10.

Rochefort Trappistes 10 (11,3%)
La sua sorella minore 8 non aveva fatto male e quindi mi aspetto ancora di più dalla “mitica” 10: la sua tonaca di frate è molto torbida, la schiuma cremosa ha una discreta persistenza. L’aroma rincuora: Porto, uvetta, prugna disidratata, frutti di bosco, mela. Non è molto intenso ma riesce già a riscaldare l’animo.  In bocca è ancora solida: carbonazione media, nessun cedimento strutturale e la bevuta è potente, reminiscente di Porto e vino liquoroso accompagnati da biscotto, caramello e frutta sotto spirito. Non è quel capolavoro che mi era capitato d’assaggiare al quinto anno, non c’è quella bellissima suggestione di cioccolato finale ma è ancora una birra che emoziona. Il cartone bagnato appena si sente. Un’alternativa economica ad una bottiglia di Porto? Una Roch 10 di dieci anni. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10.


Liefmans Goudenband (8%)
Lo ammetto: è la prima volta che bevo la Goudenband e non ho quindi nessun parametro di riferimento con una bottiglia giovane. Una mancanza imperdonabile la mia: quando si parla di Oud Bruin il nome Liefmans è un pezzo di storia fondamentale della tradizione belga. La famiglia fondatrice lo cedette nel 1974 e da quell’anno il birrificio cambiò più volte proprietario l’ultimo dei quali, la Riva di Dentergem, finì in bancarotta nel 2008. Il marchio Liefmans fu rilevato dalla Duvel-Moortgat. Non ho fonti esatte da citare ma per quel che ne so la Goudenband è pastorizzata e non ha quindi molto senso invecchiare una birra che è già “morta” alla nascita. Ma tant’è. Non fosse per la schiuma grossolana ed evanescente si direbbe infatti ancora perfetta: rosso rubino, acceso e luminoso, limpido. L’aroma parla di aceto di mela, tappo di sughero, ribes rosso: chiuso, “polveroso”, poco intenso e poco entusiasmante. Le poche bollicine e l’alcool fantasma la rendono pericolosamente facile da bere: non risulta tuttavia molto rinfrescante a causa della sua dolcezza.  Caramello, tanta ciliegia, prugna e frutti di bosco: per fortuna l’aceto di mela e l’asprezza del ribes seccano un po’ il finale e portano un po’ di equilibrio. Non trovo segni d’ossidazione al palato, probabile conferma di una pastorizzazione che ha quasi reso la birra immune al passaggio del tempo. Nel complesso la bevuta è gradevole ma fredda e plastica: nessuna emozione, nessun palpito. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: ND.

Fantôme Saison 2010 (8%)
La Saison dell’eclettico Dany Prignon non è per definizione una birra da invecchiare: vero, le Saison storicamente erano bières de provision ma si parlava di qualche mese, non certo di anni. Oltre a questo c’è da dire che la costanza produttiva non è mai stata (ultimamente è migliorato, lo ammetto) la caratteristica principale di Fantôme: il rischio è quello di mettere in cantina qualcosa d’imbevibile già in partenza. Mi sono comunque voluto togliere lo sfizio d’invecchiare una Saison dalla gradazione alcolica robusta ed il risultato è stato sorprendente. Nel bicchiere è luminosamente dorata, la schiuma è ancora pannosa e generosa anche se molto rapida nel dissiparsi. Al naso c’è ancora quella speziatura indefinita  (pepe? coriandolo?) del lievito di casa Fantôme accompagnato da pera, arancia, accenni di frutta a pasta gialla e di uva, il tutto in un contesto rustico e ruspante. Le bollicine sono ancora vivaci e il fantasmino bianco scorre in bocca che è un piacere. Miele, frutta a pasta gialle, mela verde, agrumi, uva bianca: si direbbe una Saison nata ieri non fosse per quel carattere vinoso (moscato d’annata?) che fa capolino a più riprese. Chiude secca e un po’ amara (terroso, lattico), lasciando con molti interrogativi chi ha il bicchiere in mano: possibile che dopo dieci anni questa Saison sia ancora così piena di vita?  Un piccolo miracolo, una splendida vecchietta e no. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10.

Considerazioni finali su queste altre quattro bottiglie: inutile invecchiare Goudenband e Chimay Bleue, per motivazioni diverse, una certezza la Rochefort 10 anche se l’avevo trovata migliore dopo “solo” cinque anni. Gli altri cinque potevo tranquillamente risparmiarglieli. Fantôme è la sorpresa che non t’aspetti: ho provato a metterne via una bottiglia quasi per gioco e il risultato è andato ben oltre le aspettative. La risposta alla domanda meglio fresca o dopo dieci anni è comunque facile: meglio fresca, una Fantôme in stato di grazia che odora di fragole alla panna è un’esperienza che non ha prezzo.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
Chimay Bleue, 33 cl., alc. 9%, scad. 12/2015, pagata 2,50 € (supermercato)   34
Rochefort Trappistes 10, 33 cl., alc. 11,3%, scad. 26/05/2015, pagata 2,99 € (supermercato) 41
Liefmans Goudenband, 37.5 cl., alc. 8%, scad. 06/2020, pagata 3,19 € (drink store)  38
Fantôme Saison 2010, 75 cl., alc. 8%, scad. 12/2013, pagata 5,70 € (drink store) 42

lunedì 6 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Rochefort Trappistes 8, St. Bernardus Abt 12, Struise Pannepot 2010, Cantillon Gueuze


Premessa: il 90% della birra va bevuta fresca ma se proprio volete provare a metterne qualcuna in cantina la tradizione belga è quella che forse meglio si presta agli esperimenti. Dark Strong Ales e Gueuze/Lambic possono regalare belle soddisfazioni anche dopo molti anni: alcune migliorano, altre diventano semplicemente diverse e non necessariamente più buone. Personalmente preferisco queste due categorie di birre con qualche anno sulle spalle ma sono gusti personali. Gli invecchiamenti più estremi meritano invece un discorso a parte: non c’è nessuna birra che meriti dieci anni d’attesa per poter essere bevuta al culmine del potenziale. Io la vedo come un gioco, un esperimento, un soddisfare la propria curiosità. 
Avevo in mente da un po’ di tempo stappare qualche birra belga dopo dieci anni dalla messa in bottiglia. L’emergenza Coronavirus ha reso un po’ più difficile accedere alla birra fresca e ho quindi sfruttato l’occasione per alleggerire un po’ la cantina. Ecco la prima parte del racconto delle bevute; visto che le birre “fresche” sono già comparse sul blog in altre occasioni mi limiterò alle note di degustazione rimandandovi al link originale per le informazioni più generali sulla birra stessa. Tutte le birre sono state conservate al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi.

Rochefort Trappistes 8 2010 (9.2%)
L’aspetto è molto bello per la sua età: tonaca di frate, riflessi rubino, schiuma ancora generosa, spumeggiante e compatta. Al naso sono svanite le spezie tipiche del lievito di casa Rochefort e dominano gli esteri fruttati, in verità un po’ sparati e molto sciropposi: mela, ciliegia, persino fragola e frutti di bosco. Al palato è ancora ben carbonata e non ci sono grossi cedimenti di corpo. La bevuta è molto più bilanciata rispetto all’aroma: biscotto, caramello, uvetta, datteri e ciliegia, bei richiami di Porto e, nel finale, di frutta secca a guscio. Qualche nota cartonata non rovina una birra che è invecchiata con dignità, soprattutto in bocca, e che si beve con piacere: l’alcool è ben nascosto e si fa sentire solo nel finale. Qui l'avevo bevuta dopo "solo" tre anni e m'aveva fatto un'ottima impressione.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 7/10.


St. Bernardus Abt 12 2010 (10%)
La più trappista tra le non trappiste (LINK) sembra essersi schiarita col tempo: ambrata, torbida, schiuma ancora sorprendentemente generosa e compatta. Tra le varie componenti il naso è quello che è invecchiato peggio: mela, pera, frutta secca, sciroppone di ciliegia, qualche nota di polvere/sughero gentilmente donatale dal tappo. Le bollicine sono ancora ben presenti ma il corpo mostra qualche segno di cedimento: caramello, uvetta, frutta secca e ciliegia disegnano una bevuta molto più equilibrata rispetto al l’aroma. L’ossidazione le ha portato dei piacevoli spunti di vino liquoroso ma anche un’astringenza finale cartonata poco gradevole: per fortuna si riprende in fretta con un piacevole retrogusto di prugna e uvetta sotto spirito. L’età non sembra averle donato molta saggezza/complessità: i tratti positivi e negativi si equivalgono anche se il naso è quello che ha “sofferto” di più. A quattro anni mi sembrava molto meglio.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10. 

Struise Pannepot (10%)
L’etichetta indica il millesimo 2010 ma credo sia stata commercializzata l’anno successivo. Avrà quindi nove o dieci anni? Poco importa, i millesimi in casa Struise vanno sempre presi con le molle. Visivamente è quella che ha sofferto maggiormente: poca schiuma che scompare quasi subito, color ebano scuro. Ma che bel naso! Porto, marsala, melassa, frutti di bosco, prugna disidratata, marmellata di more, accenni di cioccolato. In bocca non ci sono grossi cedimenti: è ancora morbida, ben carbonata, dal corpo medio. Il gusto ricalca l’aroma con buona precisione: è una birra ricca di note marsalate e di vino fortificato, calda ed avvolgente. Annoto una lieve astringenza finale (bustina di tè/cartone) ma è un dettaglio che non rovina una bella festa. Sono forse gli Struise che oggi purtroppo non ci sono più e che procedono tra alti e bassi: difficile chiedere ad una Pannepot d’invecchiare e di emozionare meglio. Qui il confronto con un vintage di sei anni,
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10. 

Cantillon Gueuze 2010 (5%)
Quella che prevedevo essere la miglior bottiglia di questo lotto non ha deluso le aspettative. La Gueuze 100% Lambic Bio "base" di Cantillon si veste come una giovincella: oro antico, leggermente velato e schiuma generosa e compatta, dalla buona persistenza. Legno, polvere, cantina, pelle di salame, uvaspina, mela verde, limone, accenni di ananas e frutta a pasta gialla, qualche sbuffo acetico. Serve altro? Sfido chiunque ad indovinarne l’età in un assaggio alla cieca: bollicine ancora vivaci, corpo medio, nessun cedimento. La bevuta ricalca fedelmente l’aroma: la parte sour è sostenuta da un bel sottofondo dolce di ananas e frutta a pasta gialla, la componente acetica è fortunatamente molto contenuta. Chiude secca, funky e legnosa, con un delicato e morbido warming etilico: emozionante, profonda, complessa ma semplice da bere.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10. 

Riassumendo: benissimo Cantillon, piacevole sorpresa Struise, niente di ché Rochefort e St. Bernardus. Tutte tranne forse Cantillon hanno già superato il loro picco e avrei potuto/dovuto berle qualche anno prima. Ma non è una grossa scoperta dire che gueuze e lambic giocano un campionato a parte: se sia valsa la pena aspettarla dieci anni, piuttosto che cinque, è una domanda alla quale non ho risposta.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell’acquisto)
Rochefort Trappistes 8, 33 cl., alc. 9,2%, scad. 22/07/2015, pagata 2.89 € (supermercato)
St. Bernardus Abt 12, 75 cl., alc. 10,5%, scad. 06/2015, pagata 5,60 € (drink store)
Struise Pannepot 2010, 33 cl., alc. 10%, lotto A, scad. 02/2016, pagata 3,20 € (beershop)
Cantillon Gueuze, alc. 5%, 75 cl., lotto  17/03/2010, scad. 12/2030, pagata 7,90 € (drink store)

mercoledì 10 dicembre 2014

Chimay Bleue (Blu) 2014 vs. Chimay Bleue (Blu) 2010

Pochi chilometri a sud del centro di Chimay, nella provincia belga dell’Hainaut, nella vallata di Scourmont, si trova l’Abbaye de Notre Dame; una decina di monaci cistercensi provenienti da Westvleteren la edificarono 1850. I monaci iniziarono quasi subito (1862) a produrre birra e formaggio; sembra che la prima birra realizzata a Scourmont fosse una bassa fermentazione chiamata Bavaria, ispirata a quelle che venivano prodotte a Dortmund, rimpiazzata dopo alcune cotte da una Brown Ale presumibilmente basata su una ricetta elaborata a Westvleteren.  E’ probabilmente a partire dal 1875 che il monastero decide di commercializzare la birra per reperire risorse economiche necessarie al proprio sostentamento. A quel tempo venivano prodotte una birra leggera, che i monaci bevevano quotidianamente servendosi direttamente dalle botti di legno, ed una più forte, maturata in botti catramate all’interno; fu questa – chiamata Biere Forte - ad essere imbottigliata e venduta all’esterno. L’abbazia de Notre-Dame de Scourmont, divenne così il primo monastero trappista a commercializzare birra e, di conseguenza, ad utilizzare la denominazione di “birra trappista”; ma fu anche il primo ad utilizzare le bottiglie da 75 cl. che venivano chiuse con tappo di sughero. 
Le due guerre mondiali lasciarono il segno anche a Scourmont con il “solito” sequestro dei bollitori di rame da parte degli invasori tedeschi; fu Jean De Clerck, nel secondo dopoguerra, a rimettere in piedi il birrificio del monastero.  De Clerck (1902-1978), emerito professore all’università di Leuven ed espertissimo “brewing scientist” (impossibile definirlo solo “birraio”) è da considerarsi l’artefice della ricostruzione post-bellica belga ed uno dei personaggi più influenti personaggi dell’industria brassicola europea del ventesimo secolo.  Nel 1948 pubblicò il suo Cours De Brasserie (A Textbook of Brewing) in due volumi, poi tradotto in inglese nel 1957 ed in tedesco nel 1964; un testo che è stato (e forse lo è ancora?) la bibbia per moltissimi studenti ed aspiranti birrai.  
Padre Théodore venne “obbligato” da De Clerck a frequentare 120 ore dei suoi corsi all’università di Lovanio;  assieme al Professor Dropsy, un collaboratore di Jean, il monaco selezionò   - con pazienza benedettina – e  coltivò il ceppo di lievito che viene ancora oggi utilizzato per produrre tutte le Chimay. Furono loro i responsabili della rinascita e del “successo”, se così si può chiamare, che le birre del monastero trappista hanno riscosso in tutto il mondo; fu Padre Théodore, negli anni ’70, ad insistere affinchè i vecchi impianti di produzione venissero sostituiti con altri più nuovi, più capienti e più efficienti, nel 1988. Se percorrete oggi la strada principale che attraversa la cittadina di Chimay, nel mezzo di una rotatoria potete ancora vedere uno dei vecchi bollitori in rame che ora funge da arredo urbano. 
Al contrario dei “fratelli” di Westvleteren, i monaci di Scourmont scelsero di crescere per far fronte all’aumento di domanda: oggi l’abbazia è uno dei principali datori di lavoro della (non particolarmente ricca) regione dell’Hainaut. Quasi tutte le attività (produzione, commerciale, amministrativa) vengono oggi svolte da terzi che agiscono sotto la supervisione dei monaci, che non devono essere distratti da quella che resta la loro attività principale: la preghiera. A Baileux (10 km.) vengono prodotti i formaggi ed imbottigliate le birre, che vengono trasportate con autobotti. Dal pensionamento (1991) di Padre Théodore, l’ultimo monaco mastro birraio, anche la produzione di birra all’interno del monastero avviene per opera di birrai laici.  A Jean De Clerck, morto nel 1978, venne concesso “l’onore” di essere sepolto nel cimitero adiacente all’abbazia.   
Come per tutti i birrifici storici, anche su Chimay si è da tempo aperta una discussione sul cambiamento (= minor qualità) delle birre nel corso degli anni:  le “accuse” sono riassunte in questo articolo di Roger Protz del 2005.  Sostituzione dei luppolo con l’estratto di luppolo, utilizzo di estratto di malto e – in percentuale significativa – di amido di frumento. Nel corso di alcune conversazioni con Michael Jackson, padre Théodore confermò di utilizzare, a partire dagli anni ’50, estratto di luppolo. La ricetta della Chimay Bianca, da lui elaborata nel 1966, prevede l’utilizzo esclusivo di estratto di luppolo “per meglio controllare e rendere stabile il livello di amaro nelle diverse cotte”. I monaci di Scourmont hanno rotto il silenzio solamente in pochissime occasioni per confermare che le ricette non sono state cambiate e sono ancora quelle elaborate da Padre Théodore;  dal 1992  la birra non matura più in vasche aperte ma in più moderni maturatori conici chiusi. Il lievito – dicono i frati – si adatta all’ambiente in cui “vive” e questo è secondo loro l’unico cambiamento avvenuto. 
Dopo tante (troppe?) parole, è il momento di bere;  identificata solamente dal colore del tappo (blu) nel formato da 33 cl., la birra più “forte” del monstero trappista prende invece il nome di Grande Réserve nel più generoso (e più indicato per l’invecchiamento) formato da 75 centilitri. Venne prodotta per la prima volta nel 1948 come birra natalizia, entrando poi in produzione stabile e continuativa – a furor di popolo - a partire dal 1954. 
La Chimay Bleue ha le caratteristiche necessarie per essere  una birra da invecchiare in cantina: è scura, ha un contenuto alcolico rilevante (9%), non è una birra che fa del luppolo la sua “ragione d’essere”. E mi permetto di aggiungerne altre due: è facilissima da reperire, ha un costo accessibile. A confronto oggi due bottiglie: una del 2010 ed una del 2014, anno in cui tutta la gamma Chimay è stata sottoposta ad un bel restyling delle etichette secondo me molto azzeccato.   
La giovane Bleue 2014 si presenta con la sua tonaca da frate impreziosita da bei riflessi rossastri, quasi rubini: da manuale l’ampia schiuma, ocra, cremosissima e compatta, molto persistente. Leggermente più torbida e meno brillante la 2010, con sfumature più ambrate che rosse e con piccoli fiocchi di lievito in sospensione:  la schiuma è un po’ più scura ma meno abbondante e meno persistente. Discretamente intenso e molto pulito, il naso della 2014 offre sentori di pera, uvetta e prugna, zucchero caramellato, un accenno di pasticceria che personalmente mi ha ricordato i torcetti al burro.  Buona parte di questi elementi ritornano anche nell’aroma della 2010:  uvetta e prugna, caramello, biscotto al burro, con l’aggiunta di fichi e datteri disidratati. E’ presente una leggera ossidazione responsabile sia di interessanti e gradevoli sfumature che ricordano il porto, che di qualche lieve sentore di cartone bagnato. 
Ancora più evidenti le differenze al palato: normale che la 2014 sia vivacemente carbonata, un po' spigolosa al palato ma tutto sommato abbastanza morbida e godibile, dal corpo medio. Molto più docile il mouthfeel della 2010, che appare più rotonda, oleosa, lievemente più corposa  e molto più morbida. 
Per entrambe il gusto è relativamente semplice e segue la strada indicata dall'aroma: caramello, biscotto, prugne ed uvetta per la 2014, con l'alcool forse persino troppo nascosto per una birra con questo contenuto alcolico, dalla quale ti aspetteresti un po' più di calore; ed il warming arriva, proprio a fine bevuta, ad asciugare il palato dal dolce per permettere di gustare il caldo retrogusto abboccato di frutta sotto spirito. Si spinge ancora più sul dolce la 2010, con qualche nota di porto affiancata da quelle del caramello, del biscotto, dell'uvetta e della prugna. L'alcool è un po' più in evidenza, per una birra calda, morbida ed avvolgente che mostra un po' il segno degli anni nel finale, dove l'ossidazione si porta con sé anche qualche live nota allappante. 
Due birre non troppo diverse tra di loro, con la mia preferenza che va senz'altro per la 2010, meglio amalgamata, meno "spigolosa", meno carbonata e più armoniosa della 2014, nonostante mostri già qualche "ruga" di vecchiaia. Ancora troppo carbonata la 2014 (una caratteristica che personalmente riscontro - e che non amo - in tutte le trappiste scure giovani), pulita e ben fatta ma non particolarmente memorabile. Decisamente più appagante la bevuta della 2010: difficile dire quanto potrà ancora resistere in cantina, ripeterò l'assaggio di un'altra bottiglia tra qualche anno per verificarlo.
Chimay Bleue 2010: formato 33 cl., alc. 9%, lotto 10-083, scad. 12/2015, pagata 2.50 Euro (supermercato, Italia)
Chimay Bleue 2014: formato3 3 cl., alc. 9%, lotto 14-334, scad. 12/2019, pagata 1.99 Euro (supermercato, Italia)

Nota: la “recensione/descrizione” della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 11 maggio 2014

Chimay Dorée

Dopo la Westmalle Extra del mese scorso, ecco un'altra trappista "quotidiana" e molto meno conosciuta delle sorelle "bianche", "rosse" e "blu". E' la Chimay Dorée, una birra dal basso contenuto alcolico (4.8%) che inizialmente veniva prodotta solamente per il consumo interno all'Abbazia di Notre Dame de Scourmont e per essere offerta agli ospiti ed al personale esterno che lavora all'interno del monastero. Prodotta una o forse due volte l'anno, poteva inoltre essere  bevuta all’Auberge de Poteaupré, ossia la "tap room" (ma anche hotel, ristorante e negozio) del birrificio del convento che non è aperto ai visitatori. Nel dicembre del 2012 la decisione di commercializzare per la prima volta una quantità limitata di Chimay Dorée, che viene distribuita dapprima in alcuni locali selezionati in Belgio e, nella primavera del 2013 arriva per la prima volta anche in Italia ed in Inghilterra, sia in fusti da 20 litri che nella classica bottiglia da 33 cl. Molto retrò e bella la scelta dell'etichetta, raffigurante una delle vecchie versioni del logo Chimay utilizzato in passato.
Eccola nel bicchiere, il colore è dorato ma un po' pallido e lievemente velato; la schiuma è generosa, "croccante"e cremosa, bianca, ed ha una buona perisistenza. 
Il naso accosta sentori floreali (rosa) a quelli di agrumi come mandarino, arancio e lime) e di frutta acerba (pera, lieve banana); più in secondo piano la crosta di pane completa un bouquet olfattivo elegante e pulito, delicato ma dalla buona intensità. Al primo sorso questa Chimay Dorée sembra forse fin troppo leggera, ma basta continuare a berla per scoprire, dietro ad un'apparente leggerezza, una birra molto delicata ed elegante, che sembra quasi parlarti a bassa voce e trasportarti oltre le mura del convento. Ed ecco che dove regna il silenzio monastico, non è necessario alzare la voce per farsi udire: ci sono la crosta di pane ed i cereali, l'arancia e qualche suggestione di frutti di bosco rossi (mi sembra di trovare lievi note di fragola, forse di lampone) fino ed un elegantissimo finale secco ed erbaceo che porta in dote anche qualche nota di scorza di limone. Birra austera, che però conquista con la sua rigorosa semplicità, con la sua pulizia e con la sua facilità di bevuta; difficile limitarsi, per un laico, ad una sola bottiglia al giorno. Lasciamo allora ai monaci il compito di resistere alle tentazioni non della carne, in questo caso, ma della birra.
Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto L13-389, scad. 12/2014, pagata 3.50 Euro (beershop, Italia).

sabato 26 febbraio 2011

Chimay Bleue

Bottiglia 2007. Torbido marrone con riflessi rossastri, la schiuma è beige, cremosa e persistente. Splendido naso, ricco e complesso, con malti tostati, zucchero, toffee, frutta sotto spirito (prugne, ciliegie, banana matura), leggera speziatura. Molto morbida e rotonda in bocca, dal corpo pieno, dove ritroviamo molta frutta sotto spirito, malti tostati, note di liquerizia, pepe ed altre spezie. Se il palato non è ancora sazio, ecco un bel finale tannico, retrogusto abboccato con malto tostato, alcool e ancora un nota pepata. Un’ottima birra, liquorosa, aromatica, che ricorda vini importanti e liquorosi. Da degustare anche da sola, dopocena. Non sappiamo se, come dice qualche esperto belga, la Chimay Blue è ormai un ricordo sbiadito di quella che un tempo era: per noi rimane comunque una gran bella birra, da avere sempre e comunque in cantina, anno dopo anno, per apprezzarne il continuo invecchiamento. Formato: 33 cl., ABV: 9%, lotto: 07-563, scad.: 02/2012.

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english summary:
Murky brown reddish color with a beige creamy head. In the nose, beautiful and rich aroma of roasted malts, sugar, toffee, fruits (cherries, plums, banana), spices. Very rounded and smooth mouthfeeling. Full bodied. Fruits, roasted malts, licorice, pepper and other spices in the taste. Finish is tannic dry, slight bitter aftertaste with pepper and warm alcohol. We can’t say if Chimay - as some Belgian experts say - is today just a fainted memory of what it used to be. To us it still is a very good classic, which every beer lover should always store in the cellar to appreciate the effect of aging.

lunedì 18 ottobre 2010

Chimay Rouge

Oggi ospitiamo un classico belga, prodotto dell’abbazia trappista di Notre Dame de Scourmont. Di colore ambrato, torbida, forma un discreto cappello di schiuma ocra, cremosa, di buona persistenza. Al naso sentori molto pronunciati di frutta sotto spirito (albicocca, prugne), speziatura da lievito, alcool, malto tostato. Corpo leggero, carbonatazione alta, acquosa al palato. Il gusto ripropone sostanzialmente l’aroma, con note fruttate in evidenza, caramello, lievito. Finale secco, caldo e morbido retrogusto alcolico, note di malto tostato. Anche se da molti considerata un classico decaduto con il tempo e con l’aumento della richiesta (la modernizzazione degli impianti avrebbe modificato l’intensità dei lieviti, l’imbottigliamento avviene a 10 km dall’abbazia, l’uso di estratti di malto e di luppolo – vi riamandiamo qui per un approfondimento: www.whitebeertravels.co.uk/chimay.html ) rimane tuttavia una dubbel d’abbazia molto ben fatta, equilibratissima, profumata e molto beverina grazie ad un corpo molto leggero che – secondo noi - non va troppo d’accordo con un po’ con la gradazione alcolica (7% ABV). Ma è una questione di gusti. Degustata in bottiglia da 33 cl.
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english summary:
Classic trappist dubbel pours a cloudy amber color with a nice creamy off-white head. On the nose, strong notes of fruits (apricots, plums), spices, yeast, alcohol and roasted malt. Body is light with high carbonation. Watery texture. Taste is pretty much like aroma with fruit,yeast, caramel. Dry finish, smooth and warm aftertaste with alcohol and roasted malt. Still remains a very good dubbel with lots of aroma, balance and easy drinkable in spite of a 7% ABV. Tasted in 33 cl. bottle.