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lunedì 28 dicembre 2020

Great Divide Yeti Imperial Stout - Barrel Aged 2019

L’ultima Imperial Stout dell’anno che sta per concludersi è una birra che avevo sempre voluto assaggiare ma che in Europa/Italia era sempre arrivata di rado e, in quelle occasioni, a prezzi molto poco amichevoli.  Parliamo della Barrel Aged Yeti di Great Divide, birrificio di Denver, Colorado, del quale vi ho già parlato in più di un’occasione. Fondato nel 1994 dall’ex-homebrewer Brian Dunn nei capannoni un vecchio caseificio in disuso, il birrificio è andato via via ingrandendosi su quel terreno fino a quando è stato possibile: nel 2013 è stato costretto a trasferirsi nel River North Art District (RiNo) di Denver dove è stato inaugurato il nuovo stabilimento da 6000 metri quadri.  Great Divide produce oggi circa 35.000 barili all’anno, in leggero calo rispetto al picco del 2015: una flessione che ha colpito quasi tutti i grossi birrifici artigianali americani, incalzati da molte nuove realtà locali di dimensioni più contenute e quindi dotati di una maggior flessibilità produttiva.
A guidare le vendite sono comunque ancora tre classici senza tempo:  Titan IPA, Denver Pale Ale e Yeti Imperial Stout. Titan e Yeti nacquero nel 2004 in occasione dei festeggiamenti del decimo compleanno: sino ad allora si erano chiamate Maverick IPA e Maverick Imperial Stout, ma le minacce di un birrificio californiano che utilizzava già il nome Mavericks obbligarono Dunn a cambiare: “viaggiai per tre mesi tra India, Nepal e Cina e mi innamorai della leggenda dello Yeti, una creatura straordinaria con tutto il folklore  che lo  circonda. Quel nome mi rimase impresso e così nacque la Yeti Imperial Stout”
Nel corso degli anni Yeti è diventato un vero e proprio brand all’interno della gamma Great Divide che include ormai oltre una ventina di varianti. Dalla sorellina Velvet Yeti (5% ABV, nitro) a quella prodotta con avena (Oatmeal Yeti) o cioccolato (Chocolate Oak Aged) disponibili ogni anno stagionalmente; la moda del pastry ci ha poi regalato la Maple Pecan Yeti e la S’mores Yeti;chi vuole restare sul classico può invece optare per la serie Oak Aged, ma attenzione alle parole (e al prezzo). Oak Aged (chips di rovere) non significa Barrel-Aged.
Il 2019 è stato un altro anno particolare per l’abominevole uomo delle nevi: i festeggiamenti del venticinquesimo compleanno di Great Divide sono culminati in una festa a Arapahoe Street, dove il birrificio fu fondato, nel corso della quale vennero servite ben 14 varianti di Yeti e per l’occasione è stata prodotta la 25th Big Anniversary Yeti  (13.5% anziché 9.5%). Qualche mese dopo, a novembre, la Barrel Aged Yeti Imperial Stout ha abbandonato il classico formato Bomber per fare il suo debutto in lattina.

La birra.

Sono almeno dodici i mesi che la potente Yeti trascorre in botti che avevano in precedenza ospitato whiskey; non ci vengono date ulteriori informazioni e quindi apriamo questa lattina 2019, disponibile come sempre solo nei mesi che vanno da novembre a gennaio.
Minacciosamente nera e viscosa,  forma un glorioso cappello di schiuma cremosa e compatta dall'ottima persistenza. Torrefatto, tabacco, fondi di caffè, cacao fondente: al naso si ritrovano le caratteristiche tipiche della Yeti affiancate da note di distillato, accenni di legno e vaniglia, un filo di fumo, ricordi di fruit cake e liquirizia. Il suo splendido aspetto non trova piena corrispondenza del mouthfeel, anche se non ci si può lamentare: il suo look “catramoso” regala solo una leggera oleosità ma nessuna particolare densità o morbidezza. Melassa, fudge, frutta sotto spirito (uvetta, prugna) e accenni di vaniglia disegnano una bevuta molto più morbida e docile rispetto all'aggressività (anche luppolata) di una giovane Yeti.  Non manca comunque l’amaro del torrefatto, del caffè e del cioccolato fondente, prologo ad un lungo retrogusto potenziato dal distillato. L’alcool (non dichiarato in etichetta, ma siamo al 12.5%) riscalda con vigore ma non è affatto difficile sorseggiare questa Barrel Aged Yeti. L’apporto della botte non è forse dei più raffinati o profondi, il distillato prende il sopravvento rispetto a tutte le altre sfumature ma la bevuta regala comunque belle soddisfazioni con un rapporto qualità prezzo piuttosto positivo, per i tempi che corrono.
Formato 47,3 cl., alc. 12%, lotto 24/10/2019, prezzo indicativo 10-12 Euro (beershop)

martedì 24 marzo 2020

Great Divide S'mores Yeti


Del birrificio Great Divide di Denver, Colorado, vi avevo già parlato in questa occasione.  Fondato nel 1994 dall’ex-homebrewer Brian Dunn, Great Divide ha festeggiato nel 2019 il proprio venticinquesimo compleanno con una bella festa all’aperto ad Arapahoe Street, strada dove Dunn aveva preso in affitto gli edifici di un vecchio caseificio in disuso. Il birrificio è andato via via ingrandendosi su quel terreno fino a quando è stato possibile: nel 2013 è stato costretto a trasferirsi nel River North Art District (RiNo) di Denver dove è stato inaugurato il nuovo stabilimento da 6000 metri quadri. 
Great Divide produce oggi circa 35.000 barili all’anno, in leggero calo rispetto al picco del 2015: una flessione che ha colpito quasi tutti i grossi birrifici artigianali americani, incalzati da molte nuove realtà locali di dimensioni più contenute e quindi dotati di una maggior flessibilità produttiva, elemento fondamentale per seguire le regole del mercato. Dunn ha comunque già messo in atto i cambiamenti necessari per invertire la rotta: alcune birre sono state mandate in pensione (Nomad Pilsner, Lasso Session IPA e Hoss Rye Lager) e sono state rimpiazzate soprattutto da IPA dal livello di amaro più contenuto. L’etichetta più venduta rimane tuttavia sempre la Titan IPA, seguita da Colette Farmhouse Ale, Denver Pale Ale e dalla Yeti Imperial Stout. Titan e Yeti nacquero nel 2004 in occasione dei festeggiamenti del decimo compleanno: allora si chiamavano Maverick IPA e Maverick Imperial Stout, ma dopo qualche anno furono costrette a cambiare nome in seguito alle minacce di un birrificio californiano che utilizzava già il nome Mavericks. 
Il 22 giugno 2019 Arapahoe Street venne chiusa al traffico e iniziarono i festeggiamenti al ritmo di musica (Wildermiss, The Patient Zeros e Giant Walking Robots), food truck e birra: il biglietto d’ingresso (35 $) vi consentiva di bere senza limiti la maggior parte delle birre.  Furono disponibili anche ben 14 varianti di Yeti Imperial Stout: oltre alle classiche versioni Oatmeal e Chocolate Oak Aged (già disponibili ogni anno come birre stagionali) debuttarono  la Maple Pecan Yeti e la S’mores Yeti affiancate da Chocolate Cherry Yeti, Velvet Yeti (nitro),  Vanilla Oak Aged Yeti e Chai Yeti. La birra dell’anniversario fu invece doppia: una versione potenziata della Yeti  (25th Big Anniversary Yeti 13.5% anziché 9.5%) e della Hazy IPA (Double Hazy, 8%).

La birra.
Terminati i festeggiamenti di giugno 2019 la S'mores Yeti  ha fatto un gradito ritorno in ottobre, questa volta disponibile per tutti in una generosa lattina da 57 centilitri. L’etichetta indica l’aggiunta di cioccolato, marshmallow e delle non precisate spezie.  L’idea è ovviamente quella di replicare uno S’more, dolce americano che consiste in un marshmallow riscaldato e poi posizionato tra due biscotti (graham crackers) e uno o due  strati di cioccolato.

Il suo vestito è completamente nero, la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima persistenza. Al naso emergono profumi di fondi di caffè, cacao, vaniglia, caramella mou, biscotto, qualche accenno di cenere: il bouquet è intenso, mentre l’eleganza è discreta. C’è un leggero sentore d’artificialità che proprio non vuole sparire. Al palato non ci sono particolari viscosità: il mouthfeel è comunque morbido, a tratti leggermente setoso, e la bevibilità è davvero ottima. La bevuta ricalca perfettamente l’aroma: vaniglia, caramello/mou, un tocco di frutta sotto spirito danno il via ad un percorso dolce che viene poi bilanciato da un finale amaro di caffè, cioccolato fondente e torrefatto. Paragonandola alla Yeti “normale”, imperial stout dal carattere forte, torrefatto ed amaro, la sua versione S’mores è ovviamente più mansueta e si congeda con un retrogusto che vede un ritorno dolce di vaniglia/marshmallow.  
Una birra che si beve con piacere, un bel divertissement di una delle imperial stout americane più classiche: la sua componente dessert non brilla per finezza ma riesce comunque a mantenere a debita  distanza l’effetto merendina piena di aromi artificiali. Ne consiglierei l’acquisto anche a chi, come me, non ama particolarmente il genere pastry.

Formato 56,8 cl., alc. 9.5%, IBU 75, imbott. 17/09/2019, prezzo indicativo 20,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 giugno 2018

US Wee Heavy: Great Divide Claymore, Oskar Blues Old Chub & Dark Horse Scotty Karate


Oggi cambiamo un po’ la solita routine di Unabirralgiorno e vediamo tre differenti interpretazioni dello stesso stile: Wee Heavy o Strong Scotch Ales che dir si voglia. A questa “orizzontale” tutta americana partecipano due birrifici del Colorado (Great Divide e Oskar Blues) e uno del Michigan (Dark Horse). 

Procediamo in ordine crescente di gradazione alcolica partendo dalla Claymore (7.7%) Scotch Ale di Great Divide, birra che prende il nome dalla omonima spada a due mani usata dai guerrieri scozzesi tra Medioevo ed Età Moderna: ma al contrario della pesante arma, dicono, per berla avrete bisogno di solamente una mano. 
Nel bicchiere è di un bel color ebano scuro con accese venature rossastre, la schiuma è compatta e cremosa ed ha una discreta persistenza. Il suo percorso mostra perfetta corrispondenza tra aroma e gusto: biscotto, pane nero e caramello sono affiancati da esteri fruttati che richiamano prugna e uvetta. L’amaro è praticamente assente se si eccettua la quantità strettamene necessaria a bilanciare il dolce. Il percorso si conclude con una buona attenuazione e un leggero tepore etilico che riscalda il retrogusto di frutta sotto spirito. Poche bollicine rendono la bevuta scorrevole e morbida al palato: non c’è molta profondità, personalità o “cuore” in questa Claymore ma è comunque una birra che si beve con buona soddisfazione. Precisa, dolce ma ben bilanciata, pulita, facile da bere: la bottiglia in questione è “nata” ad ottobre 2016. 

Restiamo in Colorado e spostiamoci al birrificio Oskar Blues dove ci aspetta una lattina  (ovviamente) di Old Chub (8%): questo il nome per la Scottish Strong Ale della casa la cui ricetta prevede anche una piccolissima percentuale di malto affumicato. 
Il suo vestito è leggermente più scuro rispetto a quello della Claymore, così come le splendide venature color rubino. Il naso è caldo e avvolgente; toffee, biscotto, prugna e uvetta, ciliegia,  accenni di pane tostato e terrosi, tutti avvolti da una delicata presenza etilica. La bevuta procede nella stessa direzione senza divagazioni: è dolce ma ben bilanciata da un finale abbastanza secco e da un tocco amaricante che richiama il terroso e il tostato. Un morbido ma percepibile alcohol warming regala anche un lungo retrogusto che scalda cuore e anima e anche una suggestione di fumo. Un anno o poco più di vita per questa lattina di Oskar Blues che si sorseggia senza grosse difficoltà;  l’interpretazione dello stile mi sembra molto più convincente di quella di Great Divide, sia per intensità che per personalità. 

Il birrificio del Michigan Dark Horse dedica la propria Wee Heavy al musicista e concittadino Scotty Karate, un “one man band” nato a Marshall: anche la ricetta di questa birra prevede una piccola percentuale di malto affumicato su legno di ciliegio. Dark Horse non scherza e porta l’ABV all’estremità alta dei parametri dello stile: 9.75%. 
Un leggero gushing all’apertura fa temere il peggio ma si tratta solo di un eccesso di carbonazione: il suo colore è simile a quello della Old Chub ma già dall’aroma si può intuire che il livello si è innalzato. I profumi sono ricchi ed intensi, caldi e avvolgenti: volendo fare una critica gli esteri fruttati quasi annullano la percezione della componente maltata, ma il bouquet olfattivo è comunque molto gradevole. Ciliegia, fragola, fico, prugna e uvetta, mela al forno e frutti di bosco, melassa, accenni di vino marsalato che potrebbero essere dovuti all’età anagrafica della bottiglia (2015).  Ci sono ovviamente troppe bollicine al palato e bisogna avere la pazienza di lasciarle calmare per poter apprezzare la sensazione palatale morbida, quasi piena di questa birra. Al palato c’è un maggior equilibrio tra malti (biscotto e caramello) e quegli esteri protagonisti dell’aroma, l’alcool riscalda senza eccessi tutta la bevuta da capo a coda. E’ una Strong Scotch Ales molto intensa  il cui dolce viene bilanciato dall’alcool, da una buona secchezza e da una nota amaricante terrosa e leggermente tostata. Profondità e complessità non le mancano e si congeda lasciando una lunghissima scia etilica di frutta sotto spirito. 
Problema “bollicine” a parte, la Scotty Karate di Dark Horse vince a mani basse questa mini sfida; mi sembra una birra con un interessante potere d’invecchiamento: a tre anni dalla messa in bottiglia è ancora potente e mostra alcune belle note ossidative che la portano nel terreno dei vini marsalati.
Nel dettaglio:
Claymore Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 7.7%, imbott. 18/10/2016, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro
Old Chub, 35.5 cl., alc. 8.0%, IBU 25, imbott. 07/02/2017,  prezzo indicativo 5.00 euro
Scotty Karate Scotch Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, lotto KAR138, imbott. 30/10/2015 (?),prezzo indicativo 5.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 12 gennaio 2017

Great Divide: Titan IPA & Yeti Imperial Stout

Sul ritorno in Europa di Great Divide avevo già accennato qualche settimana fa in occasione della birra stagionale Hibernation Ale, disponibile nei mesi più freddi dell'anno.  
Titan IPA, Yeti Imperial Stout, Hercules Double IPA e Denver Pale Ale  sono le flagship beer del birrificio del Colorado che occupano la maggior parte della capacità produttiva; tutte, ad eccezione della Denver Pale Ale, sono ricomparse in Italia dopo un’assenza di circa 6-7. "Festeggiamone" il ritorno con un doppio appuntamento: la Titan IPA, ospitata sul blog a settembre del 2010, viene prodotta dal 2004 ovvero quando il birrificio festeggiò il suo decimo compleanno lanciando due birre "speciali", a loro modo estreme rispetto a quanto aveva fatto sino a quel punto. Sono la Maverick Imperial Stout e la Maverick IPA, un marchio che dopo qualche anno Brian Dunn, fondatore di Great Divide, si vide costretto a cambiare in seguito alle proteste di un birrificio californiano che utilizzava già il nome Mavericks. La Maverick IPA fu rinominata Titan IPA con una ricetta che, sebbene mai rivelata ufficialmente, dovrebbe comprendere malti American 2-row e Crystal, luppoli Simcoe e Amarillo per amaro ed aroma e Columbus in dry-hopping.

Le birre.
Dal 2010 ad oggi i gusti sono cambiati ed anche il mio palato è inevitabilmente cambiato: guardavo quindi con interesse a questo confronto dilazionato nel tempo grazie ad una bottiglia di Titan in vita da due mesi, un periodo accettabile per una birra che ha attraversato l'oceano in mesi lontani dai picchi di calore. La verità è che questa Titan si è rivelata molto stanca e invecchiata precocemente. A partire dall'aroma, dimesso e dall'intensità davvero debole: pino e resina, un vago ricordo d'agrumi in sottofondo ma è davvero difficile tirare fuori qualcosa dal bicchiere. Al palato le cose vanno un pochino meglio ma di freschezza, anche se sono passati "solo" due mesi, non si può proprio parlare. Biscotto e caramello sono la base portante di una generosa luppolatura che prova ancora a mordere con le sue note resinose e vegetali, ma quegli agrumi che il birrificio cita le note di etichetta sono un remoto ricordo. Di quella che anni fa  era una IPA potente e muscolosa (e non è che allora le birre attraversassero l'oceano in una settimana, anzi...) è ritornata in Italia una sorella debole e fiacca che si beve - ci mancherebbe altro - ma che regala tanta noia e ben poche soddisfazioni. Avesse sei mesi sulle spalle potrei darle qualche attenuante, ma a due mesi e mezzo dall'imbottigliamento il suo stato è davvero già preoccupante. E non si tratta di cercare il fruttato della West Coast o il moderno "juicy" del New England in questa IPA: anche una robusta e maltata IPA del Midwest può essere una gran bella bevuta. Purtroppo questa non lo è: che sia  una bottiglia sfortunata o che Great Divide abbia sacrificato la qualità a scapito della quantità il risultato è purtroppo deludente.

Spostiamoci in territorio scuro con un'altra delle flagship beer del birrificio del Colorado: Yeti Imperial Stout, nata anche lei nel 2004 in occasione del decimo compleanno di Great Divide e inizialmente chiamata Maverick Imperial Stout. I problemi di copyright già descritti in precedenza le hanno probabilmente fatto un grosso favore ispirando Brian Dunn a chiamare in causa il leggendario Yeti, l'abominevole uomo delle nevi. E' nato così un brand molto proficuo che include la sorella minore Velvet Yeti (5% ABV, nitro) e quella prodotta con avena (Oatmeal Yeti) disponibile tra luglio e settembre. Le versioni barricate sono la Chocolate Oak Aged Yeti (gennaio-marzo), la Espresso Oak Aged Yeti (aprile-giugno) e la Oak Aged Yeti (ottobre-dicembre).
Imbottigliata lo scorso settembre, si presenta splendida e maestosa nel bicchiere: nera, impenetrabile alla luce, forma un cremoso e compatto cappello di schiuma color cappuccino che ha una lunga persistenza. Al naso caffè, tostature e cioccolato al latte sono accompagnate dall'alcool e da accenni di fumo/tabacco: il bouquet aromatico non brilla per intensità ed eleganza, ma è comunque di buon livello. Il livello sale rapidamente in bocca con una esplosione di sapori, forti, duri, spiccatamente amari; il dolce del caramello passa quasi inosservato e la bevuta dispensa subito intense note tostate, torrefatte e di caffè. Come se non bastasse c'è una generosissima luppolatura che ancora morde e che rincara ulteriormente la dose aggiungendo pungenti note di resina capaci di pungolare e ripulire il palato al tempo stesso, rinfrescandolo con suggestioni che richiamano l'anice. L'alcool (9.5%) non cerca di nascondersi e riscalda ogni sorso di una bevuta che procede abbastanza lenta: il mouthfeel è invece sorprendentemente morbido, facendo sì che la birra attraversi il palato con poche bollicine ed una consistenza morbida, quasi setosa. Nel finale, lunghissimo, continua la scia amara ricca di tostature, caffè e cioccolato inzuppati nell'alcool e avvolti da un filo di fumo. Una birra potentissima che avanza lenta ma implacabile come un rullo compressore: se vi piacciono le imperial stout dure che picchiano forte con l'amaro, questa è per voi. Se invece preferite quelle più dolci/dessert o per lo meno equilibrate, non è probabilmente la birra che dovreste cercare.
Nel dettaglio:
Titan IPA, alc. 7% ABV, IBU 65, imbott. 14/10/2016, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop)
Yeti Imperial Stout, alc. 9.5%, IBU 75, imbott. 29/09/2016, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 dicembre 2016

Great Divide Hibernation Ale

La seconda birra del Natale 2016 ci fa attraversare l’oceano Atlantico portandoci in Colorado; Great Divide Brewing Company, birrificio che da qualche anno mancava nel nostro paese (le mie ultime bevute risalgono a fine 2010) e che proprio in queste settimane ha fatto ritorno con cinque-sei referenze imbottigliate da un paio di mesi. 
Great Divide viene fondato nel 1994 da Brian Dunn; dopo alcuni anni passati all’estero avviando aziende agricole in paesi in via di sviluppo Dunn fece ritorno negli Stati Uniti iniziando con l’homebrewing nel tentativo di replicare quelle birre piene di gusto che aveva conosciuto ed apprezzato viaggiando. Dall’hobby passò gli studi diplomandosi birraio e, con il supporto finanziario di famiglia, amici e della città di Denver fondò la Great Divide negli edifici in disuso di un vecchio caseificio. Dai primi mesi di vita, in cui Dunn era da solo e si occupava di ogni cosa (produzione, imbottigliamento e consegne ai clienti) Great Divide ha fatto un graduale percorso di crescita diventando uno dei protagonisti non solo della craft beer del Colorado ma anche di tutti gli Stati Uniti. Nel 2001 Dunn acquistò il vecchio caseificio in cui già operava riuscendo a pianificare un decennale piano di graduale espansione che lo ha portato sino al 2011, quanto è divenuto necessario spostarsi altrove se si voleva continuare ad aumentare i volumi. 
Nel 2013 vennero acquistati due ettari di terreno nel River North Art District  (RiNo) di Denver e nel 2014 furono annunciati i nuovi piani di espansione che contemplano un edificio di 6000 metri quadri nel quale trovano posto una nuova linea per le lattine, taproom, il Barrel Bar e soprattutto lo spazio ove poter collocare 1500 botti destinate agli invecchiamenti. Questa prima fase si concluse a luglio 2015 con l’inaugurazione del bar e la commercializzazione delle prime lattine;  la seconda fase d’espansione, attualmente in corso, prevede nuovi impianti produttivi e nuovi fermentatori per raggiungere un potenziale annuo di circa 94.000 ettolitri che, secondo Dunn, dovrebbe essere sufficiente per il prossimo ventennio.

La birra.
Hibernation Ale non è strettamente una birra natalizia ma allieta i mesi più freddi dell’anno a partire dal 1995. Da quanto leggo viene prodotta in estate per poi maturare fino a metà ottobre, quando viene commercializzata; l’etichetta e la lattina dichiarano che si tratta di una “English Style Old Ale”, anche se l’interpretazione di Great Divide non è certamente classica. La ricettea dovrebbe includere malti Northwest 2-Row, Brown, Dark Caramel e Chocolate, luppoli Centennial e Cascade, anche in dry-hopping. La ritrovo con piacere nel bicchiere dopo sette anni
Si presenta di color mogano con intense venature rossastre; la schiuma biege è fine, cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. L’aroma si rivela piuttosto interessante, con una ricca componente maltata nella quale il fragrante profumo del biscotto "appena sfornato” quasi suggerisce la pasta frolla; c’è un indiscutibile carattere inglese, quel “nutty” che chiama in causa la frutta secca, nocciola in primis. Lasciandola scaldare si manifestano accenni di Graham crackers, orzo tostato, caffè  e c’è persino spazio per una delicata speziatura. La gradazione alcolica sfiora il 9% ma lei scorre morbida e senza grossa difficoltà grazie al corpo medio, alla carbonazione contenuta e ad una consistenza leggermente oleosa. Passano in rassegna caramello brunito, biscotto e miele, il dolce dell’uvetta e della prugna disidratata, qualche suggestione di caffè che emerge quando la birra si scalda e che anticipa di qualche attimo il finale amaro, piuttosto intenso, nel quale oltre al tostato e al terroso c’è l’inconfondibile marchio di fabbrica resinoso dei luppoli americani. Il palato è ben pulito e quasi rinfrescato, l’alcool si mantiene sotto controllo per tutta la bevuta accelerando solamente nel retrogusto con un bel calore di frutta sotto spirito che ben contrasta l’amaro: a temperatura ambiente chiudete gli occhi e forse avvertirete anche una suggestione di cioccolato e di chinotto. 
Molto pulita e “fragrante”,  la Hibernation Ale si beve davvero con grossa soddisfazione: il birrificio la dichiara anche adatta all’invecchiamento, mettetela quindi da parte se la desiderate più morbida e maltata: attualmente (a due mesi dalla messa in lattina) l’amaro è ancora molto evidente.
Formato: 35.5 cl., alc. 8.7%, imbotto 07/10/2016, prezzo indicativo 4.00/5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 7 maggio 2011

Great Divide Fresh Hop Pale Ale

American Pale Ale che viene prodotta in Settembre di ogni anno con luppoli freschi appena raccolti e viene immessa sul mercato dalla Great Divide solitamente in Ottobre. All’aspetto è di un bel color rame, con riflessi dorato, appena velato. La schiuma, persistente, è ocra, fine e cremosa. L’aroma è ovviamente non freschissimo (essendo la data d’imbottigliamento 14 Ottobre 2010), ma troviamo comunque un elegante mix di sentori di pino, vegetali ed agrumati, soprattutto pompelmo. In bocca è oleosa, con un corpo medio ed una carbonatazione abbastanza elevata. L’imbocco è dolce, ricorda la marmellata di arancio, seguito da un amaro vegetale con note di scorza di pompelmo Lascia il palato ben secco, con un retrogusto vegetale decisamente amaro. Anche in bocca non ci sono molte tracce di luppoli freschi, con un amaro principalmente connotato da note vegetali ed a volte resinose. Rimane comunque una APA ben fatta, gustosa, pulita e dalla buona beverinità. Formato; 65 cl. alc. 6.1%, 55 IBU, lotto 14/10/2010, prezzo 11.80 €.

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english summary:
Great Divide Brewing Company, Denver, Colorado, USA.

This American Pale Ale is brewed using fresh up picked up in September and sold in the market during October of each year. Beautiful golden-copper color with a solid and creamy off-white head. This one has been bottled in October 2010 so obviously aroma isn’t that fresh. Yet there’s an elegant mix with piney, grassy and citrusy (grapefruit) aromas. The texture is oily, medium bodied. There’s a bittersweet taste of citrus jam followed by grassy hoppy bitterness. Hops taste is also not exactly fresh; piney has been turned into a quite bitter vegetable/resinous taste which also lingers in the aftertaste. Nevertheless, this is a tasty and clean APA which is very easily drinkable. 65 cl. bottle, 6.1% ABV, 55 IBUs, batch 14 October 2010, 11.80€

mercoledì 8 settembre 2010

Great Divide Titan IPA

Non fa sconti questa IPA titanica della Great Divide. Dosi massicce di luppolo che si avvertono sin dalla stappatura e che non danno tregua. Bel colore ambrato leggermente velato, schiuma ocra pannosa, compatta con buona persistenza. Aroma luppolatissimo con pino, agrumi e sentori erbacei che non lasciano spazio a null'altro. Corpo pieno, molto cremosa al palato, carbonatazione medio-bassa. In bocca si presenta ovviamente molto amara, con qualche nota di caramello della robusta maltatura che cerca, per quanto possibile, di sostenere i luppoli ("bilanciare" sarebbe pressochè impossibile). Finisce secca, con un lungo retrogusto luppolato, pungente sulla lingua. Birra decisamente buona, solidissima, non molto facile da bere nonostante un ABV non eccessivo (7.1%). IBU 65. Stranamente, ricordiamo molto più beverina e pericolosa la Hercules della quale abbiamo parlato non molto tempo fa qui [ http://unabirralgiorno.blogspot.com/2010/08/great-divide-hercules-double-ipa.html ], birra con un IBU (85) ed ABV ben più sostenuti (9.1%). Bottiglia da 355 ml.

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english summary:
Hazy amber, fluffy and solid off-white head. Hoppy aroma with pine, citrus and grass all over the place. Full bodied with medium carbonaton, very creamy and smooth to the palate. Flavor is bitter with some caramel hidden between all the hops. Dry finish with a long hoppy aftertaste biting the tongue. Very good and solid IPA. 355 ml., ABV 7.1%.

lunedì 2 agosto 2010

Great Divide Hercules Double IPA

Bel colore ambrato con schiuma beige chiara, cremosa e molto persistente. Naso molto pronunciato ed ovviamente pervaso da una "cascata" di luppoli: pino, resina, sentori di agrumi ed in sottofondo malto tostato. Corpo da medio a pieno, con bassa carbonatazione. Al palato risulta sorprendentemente docile; intendiamoci, gli 85 IBU si fanno sentire, ma i luppoli sono ben equilibrati da una robusta maltatura tostata e la Hercules è quasi morbida in bocca e molto più beverina dei sui 9.1 gradi alcolici. Finisce con un lungo retrogusto ovviamente amaro, caldo, con una nota alcolica ad accompagnare il pino e la resina. Una double ipa davvero molto buona (ottiene il punteggio di 100 su Rateber), degustata in bottiglia da 355 ml.

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english summary:
Pours a nice amber color with a creamy, long lasting beige head. On the nose, strong presence of hops with pine, resin, citrus and some roasted malt in the background. Body is from medium to full, with low carbonation. Surprisingly, Hercules is almost smooth to the palate; you can feel it's 85 IBUs, yet hops are very well balanced with a solid (toasted) malt body. Far more drinkable than it's 9.1% ABV. Ends with a long and obviously hoppy bitter aftertaste and a warm alcoholic note. 355 ml. bottle, a very good double ipa.