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martedì 3 novembre 2020

Hogs Back Rip Snorter

Rupert Thompson è un pezzo di storia dell’industria brassicola inglese. Assunto alla Bass come direttore commerciale, ideò una serie di annunci pubblicitari su giornali e televisioni che determinarono negli anni ’80  il successo della Carling Black Label;  andò poi a lavorare alla Morland facendo diventare la Old Speckled Hen la Premium Ale in bottiglia più venduta nel Regno Unito, sconfiggendo l’eterna rivale Newcastle Brown Ale. Quando la Morland fu acquisita da Greene King, Thompson fondò la Refresh UK e rilevò nel 2000 il birrificio Wychwood, raddoppiandone la produzione grazie al successo del marchio Hobgobli. Nel 2008 Refresh e  Wychwood furono acquistati per un bel mucchio di sterline dalla Marstons, che già usava gli impianti della Wychwood per produrre qualcuna delle sue birre. 
Thompson ha voglia di cambiare e butta gli occhi su un piccolo birrificio a gestione familiare nel villaggio di Tongham, nel Surrey, ad una cinquantina di chilometri da Londra:.  “non avevo più voglia di lavorare per una grande impresa; mi piace essere coinvolto nelle decisioni. Quello che mi appassiona è far crescere il business, non restare lì a gestirlo. Hogs Back era abbastanza vicino a Londra e aveva già una birra di successo, la TEA (Traditional English Ale).”
Il birrificio Hogs Back era stato fondato nel 1992 dai due ex-homebrewers Tony Stanton-Precious e Martin Zilwood-Hunt in una fattoria del diciottesimo secolo sulle omonime colline: nella zona ci sono molti coltivatori di luppolo e nel terreno circostante anche i due birrai avevano avviato un piccolo luppoleto. Hogs Back aveva iniziato producendo 1500 litri alla settimana guadagnandosi rapidamente le spine dei pub locali con la TEA, che nel 2000 venne anche proclamata Champion Beer of Britain dal CAMRA. Nel 2011 Rupert Thompson rileva le quote di Tony affiancando per un paio d’anni Martin, uomo-immagine del birrificio e presenza fissa ai festival locali con la sua Harley Davidson corredata di sidecar a forma di cask. Oggi Martin è ancora consulente “esterno”.  Thompson inizia a fare quello che ama, far crescere il business:  la produzione annuale di Hogs Back è stabilmente ferma a quota 16.000 ettolitri; Thompson la porta subito a 27.000 introducendo nuove birre ad affiancare la TEA che continua ad assorbire il 70% dei volumi. Finalmente riesce a fare quello che non gli era mai riuscito sino ad allora: produrre una lager, la Hogstar.  La storica birraia di Hogs Back, Mo Zeiher, viene affiancare da Miles Chesterman, un birraio che Thompson recluta alla Molson-Coors di Burton-on-Trent. Per portare un po’ d’innovazione tra le dolci colline del Surrey s‘inventa la Montezuma Chocolate (2014), una lager (chiara) prodotta  con fave di cacao messicano. Nello stesso anno deve imbarcarsi in una disputa legale  contro Magners, responsabile da aver commercializzato Cider Hog, un sidro  il cui nome ed etichetta ricordavano un po’ troppo quello  prodotto da Hogs Back e chiamato Hazy Hog.
Nel 2016 Thompson annuncia un piano d’espansione da 400.000 sterline: nuovi fermentatori e magazzini per aumentare di un ulteriore 30% la capacità produttiva. Lo scorso luglio 2020  Hogs Back ha ristrutturato un vecchio hangar dove era immagazzinato il luppolo convertendolo in bar/tap room: il birrificio dispone anche di un beershop dove è possibile acquistare bottiglie anche di altri birrifici inglesi e belgi.

La birra.

Rip Snorter (letteralmente “qualcosa che si fa notare per la sua straordinaria qualità”)  è una English Strong Bitter  (5%) prodotta per la prima volta nel 2012: la sua ricetta prevede malti Pale, un po’ di Crystal ed un tocco di Chocolate; i luppoli Fuggles e E.K. Goldings sono coltivati nel Surrey.  Il nome nacque “dall’esclamazione di un birraio australiano in visita che aveva assaggiato un sorso del primo lotto. Nello stesso periodo ci venne a trovare anche Chris Moss, il fondatore del birrificio Wychwood.  Martin Hunt gliela descrisse come “the dogs bollocks of his beers” (“le palle del cane” è un idioma un po’ volgare che sta ad indicare “qualcosa di incredibilmente buono”).  Martin non usò mai quel nome, ma qualche tempo dopo la  Wychwood fece uscire una birra chiamata proprio Dogs Bollocks". 
Il suo colore è ambrato piuttosto carico con riflessi che vanno dal ramato al rubino: la schiuma è cremosa, compatta ed ha buona persistenza. Caramello, biscotto, accenni di pane nero, qualche spezia, profumi di marmellata di prugne e ciliegia, terrosi e di frutta secca a guscio: l’aroma è piuttosto intenso e pulito. La sensazione palatale è ottima, scorrevolezza e presenza trovano il compromesso perfetto. Non ci sono variazioni di rotta al palato: è una bitter ben equilibrata tra dolce (caramello, biscotto, marmellata di prugna e ciliegia, accenni di melassa) e amaro (frutta secca a guscio, terroso), intensa e al tempo stesso facile da bere. Lontano dalle mode, per una tranquilla immersioni nella tradizione anglosassone. 
Formato 50 cl., alc. 5%, lotto 5258, scad. 06/2021, prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 11 ottobre 2018

Filodilana Borgna & Filodilana Peura Neira


Debutta sul blog Filodilana Laboratorio Birrario, giovane beerfirm piemontese (Chieri / Carmagnola) operativa dal 2016. A fondarla Matteo Pellis, Alberto Bodritti e Diana Vergnano, i primi due alle prese con l’homebrewing dal 2011 con diverse partecipazioni ai concorsi nazionali organizzati da Hobby Birra e Mobi.  Le etichette delle bottiglie prodotte in casa raffiguravano spesso delle pecore ed ecco in parte spiegata la scelta del nome Filodilana: l’altra motivazione ha a che fare con il territorio locale di Chieri, nel quale sin dal quindicesimo secolo l'artigianato tessile risultava tra le attività economiche principali.  
Il territorio è presente non solo nelle parole ma anche nei fatti, ovvero negli ingredienti di alcune birre: una Quadrupel prodotta con pere Martin Sec (prodotto tradizionale piemontesi) due Italian Grape Ale che utilizzano uva Arneis e Nebbiolo, una Imperial Stout con al caffè Vergnano di Chieri: la gamma è poi completata dall’American Pale Ale Lupo Alberto, dalla bitter Borgna, dalla Belgian Ale Beela e dalla Tripel Dolly. La produzione avviene sugli impianti del birrificio Birrificio Castagnero di Rosta ed il Birrificio Sabaudo di Carmagnola. 
Quando si parla di beerfirm si pensa subito al passo successivo, ovvero a diventare un birrificio dotato di impianti propri. Non è questo un progetto a medio-breve termine per Filodilana: in cantiere c’è invece l’idea di aprire un locale per la somministrazione diretta delle birre, una sorta di “taproom”. 

Le birre.
Belgio ed Inghilterra sono le due tradizioni brassicole maggiormente rappresentate nell’offerta attuale di Filodilana. Partiamo dalla Borgna, una (extra special) bitter che si prende la licenza poetica di utilizzare luppolo ceco Saaz, anche in dry-hopping. La parola borgna, che in dialetto piemontese significa “cieca”,  si riferisce indirettamente proprio al paese d’origine del luppolo.  Il suo colore è un bell’ambrato carico con riflessi rosso rubino; la schiuma è fine, compatta e rivela ottima persistenza. Frutta secca a guscio, ciliegia, biscotto e caramello danno forma ad un aroma rispettoso dello stile e caratterizzato da buona pulizia ed intensità: in sottofondo qualche nota terrosa ed erbacea.  La bevuta ripropone lo stesso canovaccio passando dal dolce di biscotto e caramello, qualche estero fruttato, ad un amaro terroso di discreta intensità con qualche accenno di pane. I descrittori sono quelli giusti, ma in bocca c’è qualche problemino a rendere questa bitter meno godibile di quello che potrebbe essere:  troppe bollicine a disturbare la flemma inglese, qualche cedimento acquoso di troppo, una lieve astringenza,. C’è equilibrio ma manca armonia e i passaggi dolce-amaro risultano un po’ troppo bruschi. 

Peura neira in alcune aree del Piemonte significa pecora: per quel che riguarda la birra si tratta invece di una Imperial Stout prodotta con malti Maris Otter, Cara Vienna, Special B, Chocolate e Roasted, fiocchi di frumento, luppolo e lievito americano, una selezione di caffè Arabica e Robusta di Vergnano 1882 
Si veste di nero, la schiuma cremosa è abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma parla di caffè liquido, moca, orzo tostato, liquirizia, qualche accenno di pelle/cuoio: c’è pulizia e l’intensità è di livello, da migliorare è invece la finezza dell’ingrediente caffè. Anche in questa bottiglia ci sono troppe bollicine: la sua consistenza non presenta particolari densità o viscosità, caratteristica che accomuna la maggior parte delle Imperial Stout prodotte nel nostro paese. La scorrevolezza è chiaramente avvantaggiata, ma personalmente preferisco un po’ più di “ciccia” quando decido di bere una birra di questo tipo.  Caffè ed intense tostature caratterizzano il gusto di una birra dura e tosta, che procede senza esitazioni: liquirizia, caramello e qualche nota fruttata (prugna, uvetta) restano in sottofondo, l’acidità dei malti scuri anticipa un finale ricco di intense tostature e di una nota luppolata resinosa che  amplifica ulteriormente la percezione dell’amaro. L’alcool (9.5%) riscalda ogni sorso senza disturbare la bevuta;  è una imperial stout che piacerà a chi ama le interpretazioni più dure dello stile, alla Yeti di Great Divide giusto per darvi un punto di riferimento.  Anche questa birra ha qualche calo di tensione ma necessita soprattutto di maggior pulizia e precisione al palato: in questo c’è ancora parecchia strada da fare se si vuole realizzare un’imperial stout capace di “competere” con le migliori produzioni nazionali e (soprattutto) internazionali.
Nel dettaglio:
Borgna, 33 cl., alc. 5%, IBU 32, lotto 06/02/2018  (?), scad. 06/09/2019, prezzo indicativo 4.00 Euro
Peura Neira, 33 cl., alc. 9.5%, IBU 80,  06/02/2018, scad. 06/02/2028, prezzo indicativo 4.50 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 15 marzo 2018

East London Nightwatchman

East London Brewery apre le porte a settembre 2011 nel Fairways Business Park di Leyton, periferia nord-orientale di Londra: per darvi qualche coordinata, siamo quattro chilometri a nord del beermile di Hackney (dove trovate Redchurch, London Fields, Pressure Drop, Howling Hops e Five Points) e cinque chilometri a sud dal quartier generale di Beavertown. La aprono la coppia di quarantenni Stuart Lascelles e Claire Ashbridge-Tomlinson, entrambi insoddisfatti della propria vita lavorativa: Stuart lascia il suo lavoro di chimico e decide di trasformare il proprio hobby dell’homebrewing in una professione.  Contrariamente ai tanti protagonisti della new-wave brassicola della capitale del Regno Unito, East London sceglie di portare avanti la tradizione anziché buttarsi sull’emulazione di quello che avviene in territorio statunitense.
L’impianto originale da 16 hl è ancora in uso e la capacità produttiva è stata aumentata aggiungendo nel corso degli anni altri fermentatori in locali adiacenti: le birre sono principalmente distribuite in cask ma nel corso degli anni si sono aggiunti anche fusti, bottiglie e, di recente, anche le lattine. La settimana scorsa Lascelles ha annunciato di essere alla ricerca di finanziamenti per 500.000 sterline per poter raddoppiare la capacitò produttiva e costruire una taproom da affiancare al piccolo negozio dove attualmente potete fare acquisti. Il debutto di ELB è avvenuto con la Foundation Bitter seguite da altre quattro birre “sessionabili”:  le bitter Ear Blend e Nightwatchman, le Golden Ale Jamboree e Pale Ale. In seguito è arrivata Quadrant, una Oatmeal Stout. Tutte disponibili nel classico formato da mezzo litro che rimpiazza quello da trentatré abbracciato dalla craft beer revolution Britannica.

La birra.
Sembrerà paradossale ma non è facile trovare birre tradizionali inglesi prodotte da birrifici inglesi della nuova onda; ben venga quindi East London con questa Nightwatchman, una “dark bitter” che il birrificio definisce “ben luppolata ma più dolce della flagship bitter chiamata Foundation”. 
Nessuna informazione disponibile sugli ingredienti utilizzati: nel bicchiere è di un color ambrato molto carico, prossimo all’ebano e illuminato da intensi riflessi rosso rubino. Cremosa e compatta, la schiuma biancastra mostra un’ottima persistenza. L’aroma è pulito e abbastanza intenso per lo stile: frutti rossi, ciliegia e prugna sono poi incalzati da profumi terrosi e di frutta secca a guscio, biscotto. Il mouthfeel è morbido e scorrevole, anche se in qualche passaggio c’è una sensazione watery/annacquata un po’ troppo presente. E' comunque una session beer di discreta intensità il cui gusto segue con fedeltà l’aroma: biscotto, caramello, ciliegia e prugna, un finale amaro piuttosto intenso nel quale s’incontrano note terrose e di frutta secca, un po’ di tè, una lieve astringenza.  Il passaggio dolce-amaro è forse un po’ troppo brusco e potrebbe essere più armonioso; nel complesso molto pulita, ha ancora qualche spigolo da limare per farsi voler davvero bene. Il carattere “british” è un po’ irrequieto e una maggiore flemma soprattutto a fine corsa le gioverebbe sicuramente. 
Formato 50 cl., alc. 4.5%, imbott. 24/05/2017 (?), scad. 05/2020 (?).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 dicembre 2017

Alus Darbnīca Labietis: Soho Švītinš Bitter & Mežs Red Ale

Arriva sul blog anche la Lettonia, nazione che ancora mancava all'appello. Ammetto la mia completa ignoranza sulla scena brassicola di un paese che ottenuta l’indipendenza nel 1991 ha visto crescere lentamente un piccolo sottobosco di birrifici artigianali.  Tra quelli di recente apertura figura Alus Darbnīca Labietis, ovvero “Laboratorio di Birra Labietis”, fondato a Riga da  Reinis Pļaviņš  e Edgar Melnys nel 2013, due homebrewers che dopo aver collezionato medaglie ad alcuni concorsi nazionali riservato alle produzioni casalinghe si sono lanciati nel mondo dei professionisti. 
Labietis, antico nome col quale venivano chiamati alcuni guerrieri lettoni – una sorta di samurai -  ha iniziato l’attività in un brewpub da 170 metri quadrati che si trova nel quartiere “creativo”  di Riga (Aristīda Briāna 9a-2) e si è poi espansa con una seconda sede – non produttiva – all’interno del mercato centrale. Se ho ben capito è in costruzione un nuovo stabilimento a Eimuri, 20 km da Riga, che consentirà di aumentare ulteriormente la capacità produttiva. 
Nonostante i protagonisti di molte birre Labietis siano i luppoli americani, il birrificio dichiara di tenere in massima considerazione le erbe officinali locali. “Prima di aprire Labietis avevo intenzione di fondare una specie di “erboristeria o farmacia birraria“ -  dice Reinis - immaginate di entrare in un bar e chiedere qualcosa per lenire il vostro mal di pancia o altri malanni grazie ad una serie di birre realizzate con una diversa combinazione di erbe officinali”. 
La gamma Labietis conta oggi una cinquantina di birre che sono state raggruppate a seconda del colore dell’etichetta, a sua volta collegato al contenuto alcolico ed al prezzo di vendita: l’etichetta bianca-grigia identifica birre “semplici” con contenuto alcolico inferiore al 5%;  si vestono di giallo birre più “ricche o corpose”, con ABV tra 4 e 6%; il rosso alza l’asticella sino all’8%, il nero la supera. Il colore viola è infine riservato a produzioni occasionali e speciali particolarmente alcoliche, oltre il 10%.

Le birre.
Partiamo dalla Soho Švītinš (letterlmente il Dandy di Soho) una bitter inglese vincitrice nel 2012 di un concorso lettone per homebrewers. L’etichetta parla di una bitter classica (cinque varietà di malto e luppolo E.K. Goldings) con tocco di modernità donato dal Galaxy. Fortunatamente questo luppolo è usato con creanza e parsimonia e non stravolge il carattere inglese, prerogativa per me imprescindibile se si vuole utilizzare il termine “bitter“. 
Il suo colore oscilla tra l’ambra, l’oro e il rame, la schiuma è cremosa e compatta e il naso regala profumi di biscotto e caramello secca, cereali e quel nutty/frutta secca tipicamente inglese. Al palato è forse un pelino troppo pesante in quanto "session beer" ma è ugualmente morbida e gradevole. La bevuta prosegue rigorosa e semplice, tutta imperniata sull'asse caramello-biscotto-nutty: ci regala qualche nota di prugna e un bel finale amaro che si sviluppa tra il terroso e la mandorla. Bitter molto pulita, intensa ma facile da bere, una birra perfetta per accompagnare le chiacchiere di una serata al pub, inglese ovviamente. Piacevolissima sorpresa.

Mežs, ovvero "foresta" dovrebbe essere la birra più venduta di Labietis: si tratta di una read/amber ale prodotta con bacche di ginepro e caratterizzata da un generoso dry-hopping di Kazbek, un luppolo boemo.  Nel bicchiere è di un bell'ambrato molto carico e impreziosito da venature rossastre; la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta. Il naso è piuttosto dolce e si compone di ciliegia e prugna, ginepro, caramello e biscotto, frutti di bosco.  Un ottimo livello di pulizia ed intensità che tuttavia, sopratutto per quel che riguarda quest'ultima, non trova riscontri in bocca. La bevuta mostra infatti un drastico calo e, dopo un inizio biscottato e caramellato scivola progressivamente nell'acquoso e un finale amaro e terroso, molto timido. Non ci sono evidenti difetti ma la birra risulta piuttosto blanda e noiosa, quasi priva di vita: si beve con sufficienza ma dopo un aroma così interessante è impossibile non restare delusi. 
Nel dettaglio:
Soho Švītinš, formato 50 cl., alc. 4,4%, IBU 21, lotto 17 195, scad. 01/06/2018
Mežs, formato 50 cl., alc. 5.5%, IBU 7, lotto 17 211, scad. 01/08/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 27 novembre 2017

Moor: Nor'Hop & Raw

Ritorna sul blog il birrificio inglese Moor, fondato nel 1996 da Freddy Walker, chiuso nel 2005 e poi rilevato nel 2007 dall’attuale proprietario Justin Hawke, un californiano la cui formazione brassicola è passata attraverso quattro anni in Germania nell’esercito americano, viaggi in Inghilterra assieme al padre a bere Real Ales e l’homebrewing a San Francisco. Hawke ha lentamente sostituito le birre della precedente gestione con ricette più moderne che utilizzano spesso luppoli extra-europei.  Sino al 2014 il birrificio ha operato negli edifici di un ex caseificio sperduto nella campagna del Somerset: in quell’anno è avvenuto finalmente il trasloco a Bristol, nel sobborgo industriale di St. Phillips, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 20 barili, la nuova linea per la produzione di lattine e anche la “Brewery Tap”, aperta dal mercoledì alla domenica. 

Partiamo da una delle tre birre che il birrificio definisce “Ultra Pale Ales”, ovvero birre chiare, leggere, prodotte tutto l’anno e caratterizzata dall’utilizzo di diverse varietà di luppolo. La Union’Hop, come il nome può far intuire, è prodotta con materie prime inglesi; la So’Hop, precedentemente disponibile solo in autunno e nota con il nome Southern Star, utilizza luppoli provenienti dell’emisfero australe. La sua controparte che impiega un non specificato luppolo americano, anch’essa prodotta occasionalmente, era invece chiamata Northern Star. Nel 2012 cambia il nome in Nor’Hop e viene prodotta tutto l’anno.  
Il suo colore è un bel dorato, leggermente velato e sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma dall’ottima persistenza. Al naso profumi floreali, di arancia e pompelmo, lemon grass, crackers, qualche lieve suggestione tropicale. Freschezza e pulizia non mancano ed è subito voglia di portare il bicchiere alle labbra: la bevuta è snella e leggera, scorrevolissima, senza nessuna debolezza acquosa. Una session beer (4.1%) “delicatamente intensa”, se mi passate il gioco di parole, dal carattere prevalentemente agrumato: la controparte è una lieve base maltata (crackers) e qualche nota dolce di frutta a pasta gialla e polpa d’arancia. Il finale è secco, l’amaro (zesty, erbaceo) è della giusta e moderata intensità per non stancare mai il palato e renderlo subito desideroso di un altro sorso. Molto pulita, fragrante ed elegante, la Nor’Hop può tenervi compagnia per tutta la giornata senza mai annoiarvi: utilizza luppoli americani con grande creanza e nel risultato finale troverete anche qualcosa che vi farà pensare alle Golden Ales inglesi. 

Raw è invece una bitter che fu in origine realizzata per essere una delle “house beers” dei pub Real Ale Weston e Royal Artillery Arms, ora purtroppo chiusi. I loro clienti già apprezzavano Merlin’s Magic, la bitter prodotta da Moor, e ne volevano una più luppolata: furono realizzate tre diverse birre sperimentali con da un diverso dry-hopping, la migliore delle quali venne poi chiamata Raw.
Nel bicchiere si presenta abbastanza velata e di colore ambrato: la schiuma biancastra è perfetta, a trama fine, cremosa, compatta e molto persistente. Al naso, fresco e pulito, i delicati profumi di biscotto e caramello convivono con quelli di frutta secca e arancia: anteprima di un gusto che prosegue nella stessa direzione ma con maggior intensità.  Rispetto alla Nor’Hop la presenza dei malti è più evidente e c’è una maggior presenza a livello di sensazione palatale, pur mantenendo la stessa elevata facilità di bevuta. Biscotto e caramello sono perfettamente integrati al dolce della marmellata d’arancia, presente in maniera assolutamente delicata (non pensate al “marmellatone” delle IPA Americane “defunte”).  La chiusura è moderatamente amara, con note terrose e di frutta secca mentre nel retrogusto appare quel “nutty”  tipicamente britannico. Ottima intensità per una session beer (4.3%) che rispetta la tradizione “aggiornandola” con qualche nota fruttata in più. Aroma e gusto viaggiano in sintonia, ogni cosa è al posto giusto, ottima bevuta.
Nel dettaglio:
Nor'Hop, formato 33 cl., alc. 4.1%, lotto 845NH125, scad. 08/2018
Raw, formato 33 cl., alc. 4.3%, lotto 838RAW114, scad. 08/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 aprile 2017

Birrificio WAR: Babau & Zelda

WAR, non “guerra” ma acronimo di We Are Rising ovvero “ci ribelliamo”: questo il nome scelto dal birrificio che apre le porte negli ultimi mesi del 2016 a  Cassina de’ Pecchi, una ventina di chilometri ad est di Milano. WAR viene fondato da Francesco Radaelli all’interno dell’azienda agricola che la famiglia gestisce da sei generazioni, la Cascina San Moro. I lavori di ristrutturazione dei fabbricati rurali iniziati nel 2005 hanno dapprima visto la nascita dell’agriturismo San Moro che offre in affitto camere ed appartamenti in un contesto tranquillo dotato di ampi spazi comuni all’aperto, inclusa una bella piscina. Quello che un tempo era il capanno degli attrezzi è l’edificio scelto per ospitare il microbirrificio  con impianto Eco Brew Tech di Conegliano Veneto:  sala cottura di 5 hl, tre fermentatori dalla capacità di 10 hl, una sala di rifermentazione ed una cella frigo per lo stoccaggio. Il ruolo di birraio è stato affidato a Davide Galliussi, udinese classe 1988 che, dopo il diploma alla VLB di Berlino ha lavora come birraio in un brewpub inglese. 
L’azienda Cascina San Moro produce anche l’orzo che viene poi maltato ed utilizzato per la produzione della birre, e sono al momento sei quelle disponibili:  Fuji (American Amber Ale), Amen (IPA), Miami82 (Golden Ale), Zelda (Bitter), Babau (Porter) e Helleboro (Blanche). Le grafiche semplici ma ben curate sono state realizzate da Elisa Previtali.

Le birre.
Partiamo dalla Babau, una porter che colora il bicchiere di ebano scurissimo impreziosendolo con lucenti riflessi rossastri; la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso orzo tostato  e caffè, in secondo piano gli esteri fruttati (mirtillo) e qualche accenno “fumoso” di cenere:  il tutto viene realizzato con pulizia ed un buon livello d’intensità.  Il gusto segue abbastanza fedelmente l’aroma, riproponendo generose tostature e caffè sostenute da una base dolce caramellata; in secondo piano liquirizia e cioccolato fondente compongono una bevuta intensa a fronte di un contenuto alcolico contenuto (5%). Abbastanza bene la pulizia, un pochino sottotono il finale nel quale la birra perde un po’ di vigore e evidenzia una leggerissima astringenza: una porter comunque di buon livello, con intense tostature e un’ottima bevibilità. Da affinare ulteriormente pulizia ed eleganza, ma credo sia un fatto quasi inevitabile considerando che il birrificio è partito da pochi mesi.

Mi convince invece di meno la bitter chiamata Zelda, uno stile che (purtroppo) in Italia non è molto frequentato dai birrai:  ben vengano le classiche bitter inglesi! Ambrata con venature più chiare ramate, forma una discreta testa di schiuma color ocra, cremosa e compatta.  Accanto ai tradizionali profumi di biscotto e frutta secca, al naso c’è una marcata nota di cereale (immaginate di mettere il naso dentro ad un sacchetto di muesli) e, in sottofondo, un filo di gomma bruciata. Il cereale è piuttosto invadente anche in bocca, accompagnando sempre caramello, biscotto, marmellata d’agrumi e qualche accenno di frutta tropicale; anche qui c’è una leggera astringenza nel finale amaro caratterizzato da note terrose e di frutta secca. Nel retrogusto, manco a dirlo, ritorna il cereale.  Il profilo aromatico è abbastanza sporco e di bassa intensità, meglio il gusto dove in mezzo al cereale s’intravede una buona idea di bitter. Per quello che ho assaggiato in questa bottiglia ci sono però ancora molte cose da rivedere per dare forma compiuta ad una session beer da pub che ti può tenere compagnia per tutta la serata, pinta dopo pinta, senza mai stancarti. 

Nel dettaglio:
Babau, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 25, lotto 217, scad. 31/12/2017, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop).
Zelda, formato 33 cl., alc. 4.2%, IBU 40, lotto 316,  scad. 31/12/2017, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 30 marzo 2016

Marstons Pedigree (Matured in Oak Barrels)

Ha ufficialmente compiuto sessant’anni nel 2012, ma probabilmente la sua età anagrafica è ancora maggiore:  parliamo della Pedigree del birrificio Marston, fondato nel 1834  da John Marston.  La Pale Ale di Marston apparve con questo nome per la prima volta nel 1952 ma veniva in realtà prodotta sin dal diciannovesimo secolo a Burton-Upon-Trent  uno dei luoghi fondamentali della storia brassicola inglese, dove un tempo operavano, oltre a Marston, anche Bass, Ind Coope, Allsopp e Worthington. Sino ad allora le Marston erano semplicemente identificate da alcune lettere scritte sui cask in legno:  P, PX, PXX e PXXX. 
Negli anni 50 del secolo scorso il birraio George Peard decise di istituire un concorso tra gli impiegati alla Marston per trovare un nome alla birra più venduta, che secondo lui non poteva continuare ad essere chiamata con una semplice “P”;  a vincere fu la collega Marjorie Newbold, che ebbe l’intuizione di suggerire il nome “Pedigree”  a sottolinearne la discendenza diretta una lunga tradizione di birre iniziata nel 1834. 
Nei suoi 182 anni di storia la Marston è passata attraverso diverse incorporazioni fino ad essere acquisita nel 1999 dalla Wolverhampton & Dudley Breweries, che nel 2007 mutò il proprio nome in Marston’s Plc. Oggi sotto all’ombrello di Marston operano ben cinque birrifici: la Park Brewery di  Wolverhampton che produce i marchi Banks, Mansfield e Thwaites;  la storica Marston di Burton upon Trent che realizza le Marston e (su licenza AB-InBev) le Bass;  la Jennings Brewery a Cockermouth;  la Wychwood Brewery di Witney  e  la Ringwood Brewery di Ringwood. 
Ci sarebbero moltissime altre cose da raccontare, ma il tempo e lo spazio non me lo permettono. Vi accenno solo, invitandovi ad approfondire gli argomenti su numerosi testi disponibili anche in lingua italiana, all’importanza che la cittadina di Burton-Upon-Trent  ha avuto nella storia brassicola inglese.  E’ nella seconda metà del diciannovesimo secolo, quando a Londra e poi nel resto dell’Inghilterra si diffondono la Pale Ale chiare e luppolate, che Burton diventa la capitale birraia dell’Inghilterra con ben 31 birrifici attivi (1888) che sfruttavano le caratteristiche dell’acqua di Burton, ricca di solfati di calcio, perfetta per esaltare la generosa luppolatura di queste birre. Le Pale Ale fatte a Burton (da non confondersi con le Pale Ale di Burton, scure e dolci, che venivano esportate nel diciottesimo secolo) divennero un esempio da imitare e numerosi birrifici inglesi iniziarono ad aggiungere gesso e sali di Epson alla propria acqua per renderla simile a quella di Burton-Upon-Trent: il fenomeno prese il nome di “burtonizzazione”. 
E’ sempre qui che venne inventato il sistema “Burton Union”, realizzato nel 1838 da Peter Walker ed ancora oggi utilizzato solamente da Marston: un labirinto formato da un centinaio di botti di quercia da 150 galloni l'una e disposte a file di 20-24 unità collegate tra di loro con tubazioni, sopra le quali è posizionata una lunga vasca aperta e poco profonda. La fermentazione inizia però in  altre vasche d'acciaio aperte e, dopo una paio di giorni, la birra viene pompata all'interno delle botti; qui, spinta dalla naturale forza della fermentazione, la "schiuma" risale attraverso dei tubi di rame ricurvi (a collo di cigno) per depositarsi all'interno delle vasche posizionate al di sopra delle botti. L'inclinazione dei tubi fa sì che parte del mosto in fermentazione ritorni in basso verso le botti per un processo fatto di continui spostamenti che dura per tre o quattro giorni, assicurando la corretta quantità d'ossigeno al lievito. 
Ma anche la storia è fatta di alti e bassi e per la Pedigree è stato necessario rinnovarsi o re-inventarsi: più volte, come ad esempio cambiando nome da "Bitter" a "Pale Ale"; di recente la versione in bottiglia ha subito un calo di vendite dell’11% in un settore che è invece in crescita, risultando essere solo al numero 16 tra le bottiglie più vendute nel Regno Unito. Ad inizio 2015 Marston annuncia una nuova etichetta quadrata che sostituisce quella ovale del sessantesimo anniversario del 2012; con il re-styling si vuole anche sottolineare il fatto che Marston sia l’unico birrificio al mondo che ancora utilizza il Burton Union System, ed ecco comparire la scritta “matured in oak barrels” in etichetta. 

La Birra.
La ricetta prevede malto Maris Otter (di Cassata/Limagrain UK) e luppoli inglesi Fuggles e Goldings; la versione in bottiglia è se non erro pastorizzata. 
All’apertura mi sorprende un leggero gushing che si riesce a controllare senza troppi problemi: nel bicchiere è ramata e leggermente velata, forma un piccolo cappello di schiuma biancastra, cremoso e dalla buona persistenza.  Per quanti mi sforzi al naso non riesco ad incontrare la minima traccia di "Burton Snatch" (sulfureo): c’è invece un profilo non molto fragrante di biscotto e frutta secca, caramello, marmellata d’agrumi, mela e una leggera ma fastidiosa presenza di cartone bagnato. In bocca è abbastanza leggera, senza nessuna deriva acquosa e con poche bollicine: c'è tutto quello che serve per scorrere veloce e accompagnare il bevitore, pinta dopo pinta, per tutta la serata. Biscotto, caramello e toffee segnano la bevuta, con qualche accenno di mela e un lieve metallico che si alternano prima di arrivare al finale delicatamente amaro e abbastanza corto: ci sono note erbacee e di frutta secca. La componente maltata, benché poco fragrante, è senz'altro quella che si fa meglio apprezzare: la chiusura amaro non risulta elegante e, di nuovo, ripropone quel cartone bagnato che era presente anche nell'aroma. La birra non è particolarmente memorabile, benché piacevolmente intrisa di sapori tradizionali che le new-wave brassicole (non solo quella inglese) hanno volutamente scelto d'ignorare e che arrivano sempre più di rado nel nostro paese. La grande distribuzione l'ha forse un po' maltrattata, regalandole al tempo stesso un po' di quelle imperfezioni che non è raro incontrare nella maggioranza dei pub inglesi, dove la pulizia lascia un po' a desiderare:  anche questo è un pezzo di storia d'Inghilterra, come la Pedigree di Marston's.
Formato: 50 cl. alc. 4.5%, lotto A5252 12:29, scad. 09/10/2016, 2.73  Euro (supermercato, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 18 dicembre 2015

Birra Gaia Onirica & Birra Gaia Aradia

Nuovo debutto sul blog, proprio in chiusura di 2015. Si tratta del Birrificio Gaia, operativo da ottobre 2013 in quel di Lissone, Brianza. Una realtà a gestione familiare guidata dal birraio Giuseppe La Rocca, formatosi attraverso alcuni corsi e con esperienze pratiche nelle sale di alcuni birrifici lombardi, come ad esempio Orso Verde: l’impianto è da 500 litri a due tini. Il nome scelto richiama la tradizione classica e la mitologia greca: Gaia, dea madre di tutti  dei e personificazione delle terra. Anche le etichette delle bottiglie prodotte bottiglie rimandano al mondo classico e alla pittura greca. 
Due le birre che ho avuto l’occasione d’assaggiare. Partiamo da Onirica, quella che in etichetta viene definita una “bitter” (4.8%): bel colore ambrato/ramato nel bicchiere, leggermente velato e con riflessi dorati: la schiuma ocra è molto generosa, fine, cremosa ed ha un’ottima persistenza. Al naso è evidente che non si tratta di una bitter tradizionale, almeno per i profumi donati dai luppoli extraeuropei: mango e passion fruit, ananas e, una volta svanita la schiuma, resina e qualche sentore pompelmo. 
Molto delicato il contributo dei malti, con un leggerissima presenza di frutta secca o “nutty”, se preferite. L’intensità complessiva è discreta, bene la pulizia.   Un po’ troppe le bollicine in bocca per lo stile, ma per il resto è una birra leggera che scorre piacevolmente senza derive troppo acquose. Meno esotico e più “british”  è invece il gusto:  lieve sottofondo di caramello a supporto di un amaro intenso ma “educato”, dove al pompelmo s’affiancano le note terrose e vegetali. Forse affiora anche un po’ troppo cereale. La bevuta è facile ma soddisfacente, esaltata dalla freschezza della bottiglia (un mese di vita circa)  e da un buon livello di pulizia e intensità.
Dalla bitter passiamo alla IPA chiamata Aradia (5.8%), figura folkloristica che nel neopaganesimo viene indicata come ”divinità, ispiratrice e protettrice della stregoneria”.  La birra non è presente sul sito del birrificio, dove la IPA viene invece chiamata Babel: forse l’omonimia con l’APA prodotta dal birrificio Foglie d’Erba ha consigliato la scelta di cambiare il nome. 
Anche se la foto non le rende giustizia, è leggermente più chiara della bitter: oro carico velato, schiuma bianca, cremosa e compatta, con una buona persistenza. L’aroma, pulito, è molto fresco e fruttato: la mecedonia si divide equamente a metà tra agrumi (pompelmo, mandarino, arancio) e frutta tropicale (mango passion fruit), con in sottofondo lievi sentori di resina. Apprezzabile il livello d’intensità, senza ricorrere a dry-hopping sfacciati o sfrontati, a volte un po’ cafoni.  Il corpo è tra il medio ed il leggero, la carbonatazione è stavolta giusta: la scorrevolezza è buona, ma forse la sensazione “tattile” al palato si potrebbe alleggerire ancora un po’.  La bevuta inizia dolce con le note di crackers, miele e quelle della polpa d‘agrumi (arancio e mandarino), affiancate da quelle amare ai lati del palato: resina e zesty, soprattutto pompelmo; il percorso procede bilanciato sino all’accelerazione finale con l’amaro resinoso a chiudere, di livello piuttosto intenso ma – anche in questo caso – “educato” e non raschiante.  
L’unico appunto che gli si potrebbe muovere è quello di essere un po’ monocorde, insistendo sulla resina e tralasciando altre sfumature (ad es. l’agrume) che l’avrebbero reso più interessante. E’ una IPA pulita e – soprattutto – molto  fresca con il relativo valore aggiunto che ne deriva: la bevuta è corretta, senza difetti, godibile: caratteristiche che ho ritrovato in entrambe le birre bevute. Costruite le solide  basi, per il birraio arriva forse ora il momento più difficile del suo lavoro: limare, affinare ulteriormente pulizia ed eleganza e soprattutto caratterizzare maggiormente le proprie birre, buone e corrette ma ancora un po’ timide. Uno step secondo me necessario se si vuole emergere nell’affollatissimo panorama brassicolo italiano.
Nel dettaglio:
Onirica, formato 33 cl., alc. 4,8%, lotto 4142, scad. 11/2016, 4.00 Euro;  Aradia, formato 33 cl., alc. 5,8%, lotto 3738, scad. 11/2016, 4.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 1 luglio 2015

Birrificio Charles La Rossa

Il contatore di Microbirrifici.org si avvicina sempre più al numero 1000 e sul blog è tempo di altri debutti. Ecco il Birrificio Charles con sede ad Altare, nell’entroterra savonese, ed inaugurato ad ottobre 2010 da Carlo Garzoglio, ovvero “Charles”.  
Davvero poche le informazioni reperibili in internet: oltre al sito manca anche una pagina Facebook ufficiale, ma esiste un “gruppo” sul quale vengono pubblicate iniziative, eventi e manifestazioni alle quali il birrificio partecipa. Da quanto ho capito, anche Carlo è partito dall’homebrewer per poi trasformare la sua passione in una professione, confortato anche dai commenti positivi ricevuti dagli amici ai quali faceva assaggiare la birra. Tra le birre prodotte c’è una Weizen (Luce), una Stout (Buio), una birra alle castagne (Riccio), al chinotto di Savona (Sensu), alla ciliegia (Love). Capisco poi la volontà di chiamare le birre ”base”  in modo semplice, utilizzando il loro colore,  per dare una chiara indicazione ad una clientela che magari “esperta” di birra non è e la acquista abitualmente al e al supermercato; ma vedere ancora nel 2015 birre chiamate “La Bionda” e “La Rossa” mi rende un po’… malinconico ? 
Ad ogni modo è sempre la sostanza che conta e in assenza di ulteriori informazioni da raccontare sul birrificio passo alla bevuta de “La Rossa”, descritta nel retro etichetta come una “tipica bitter inglese”.
Bel colore ambrato velato, con riflessi rossastri ed un cappello compatto di schiuma biancastra e cremosa, dalla buona persistenza. Al naso profumi gradevoli di frutta secca e nocciole, una suggestione di amaretto ma soprattutto una presenza troppo invadente di mela e pera che tendono a coprire tutto il resto; l’intensità è buona, mentre per quel che riguarda la pulizia  e la finezza ci sono ampi margini di miglioramento. Caratteristiche che si  ritrovano anche in bocca:  non c’è una gran fragranza nei malti con una generale impressione di caramello e biscotto alla quale si affianca di nuovo la mela; la birra risulta un po’ slegata in bocca con un’acquosità che ogni tanto fa capolino senza però allievare il senso generale di “pesantezza” tattile di questa “Rossa”. Le bollicine sono poche, il corpo tra il medio ed il leggero: non migliora purtroppo il finale, leggermente astringente,  con un amaro tra l’erbaceo ed il terroso poco elegante. Una (strong) bitter che si beve  ma nella quale  (e non me ne voglia il birrificio) c’è  davvero parecchio da lavoro da fare per pulire, raffinare e donare una sensazione palatale più gradevole e  meno pesante. 
Formato: 50 cl., alc. 5.3%, scad. 06/08/2016, pagata 6.00 Euro (bar, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 4 marzo 2015

L'Olmaia Starship

E’ ormai diventato un luogo comune quello “del birraio nella terra del vino” ma in Italia, escluse poche regioni, ci sarebbe quasi da stupirsi del contrario. Non si sottrae al “cliché” il Birrificio L’Olmaia, aperto da Moreno Ercolani e Massimiliano Roncolini alla fine del 2004 in un casale della Val d’Orcia  (Montalcino e Montepulciano, solo per fare due nomi) nei dintorni di Chianciano.
Leggo che Moreno “assorbe” la passione per la birra dal padre, un orafo che “andava in Germania una volta all’anno per eventi birrari o anche semplicemente per visitare luoghi legati a questo mondo e tornava con i boccali che regalava ai suoi familiari”.   Sempre per seguire le orme paterne, Moreno apre la propria bottega di oreficeria a Pienza, nella quale lavorerà sino al 2001.
Nel frattempo, proprio a Pienza, si era manifestato un altro fattore determinante: la presenza di Agostino Arioli del Birrificio Italiano, che nella bella località toscana ha una casa. I due si conoscono e non sono rare le incursioni di  Moreno a Lurago Marinone a bere quantità impressionanti di Tipo Pils e Bibock.
La voglia e la passione sono tali che nel 2002 vuole già  aprire il proprio birrificio: per iniziare niente pentole da homebrewer ma, su consiglio di Arioli, un impiantino da 23 litri sul quale sperimentare; la tecnica viene affinata nel 2003, con un corso di birrificazione guidato da  Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo), mentre procedono i  lavori di ristrutturazione dal casale “L’Olmaia”, destinato ad ospitare gli impianti del nuovo birrificio. La prima cotta avviene  a gennaio del 2005: in questi dieci anni il birrificio toscano, che ora dispone di un impianto da 2500 litri per cotta e che nel 2009 ha traslocato nella frazione di Sant'Albino di Montepulciano, ha preferito sviluppare e migliorare poche birre, piuttosto che sfornare continuamente novità. Le classiche tre birre di partenza (la chiara “La 5”, la rossa “La9” e la scura “BK”) sono state pian piano affiancate dalla PVK (una sorta di blanche prodotta con materie prime della Val d’Orcia), dalla natalizia Christmas Duck (belgian strong ale) e dalle recenti Starship (english bitter) e Tangerine. E’ proprio di questi giorni la notizia dell’imminente apertura, in centro a Montepulciano, de “La Bottega dell’Olmaia”.
La Starship debutta nei primi mesi del 2013: una nome con un chiaro riferimento musicale, al mitico Boeing 720 utilizzato dai Led Zeppelin per andare in tour. Una birra birra molto coraggiosa che nei malti e nei luppoli scelti guarda alla tradizione inglese piuttosto che seguire la moda americana: di esempi in Italia non ce ne sono molti. Coerentemente con la sua ispirazione, viene presentata con un tour “birrario”, anziché musicale, in sedici locali di Roma accompagnata dalla musica di  Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham. L’anno scorso ne è poi stata realizzata anche una versione con luppoli americani, chiamata Starship Revolution e poi rinominata, per restare in orbita Led Zeppelin, “Tangerine”: viene oggi prodotta tutto l'anno.
E’ di colore ambrato opaco, con sfumature ramate e la schiuma e molto persistente, compatta e cremosa, color ocra.  Al naso c’è il classico “nutty” inglese, il biscotto e la crosta di pane; in secondo piano caramello, sentori erbacei e di marmellata d’arancia.  Coerenza quasi perfetta in bocca, dove arriva con un corpo medio, poche bollicine e soprattutto una morbidezza un po' "nostalgica" che ti ricorda un po' le bitter spillate a pompa nei pub d'oltremanica:   biscotto, pane, caramello, miele d’arancio sono i primi elementi che s’incontrano al palato, un veloce passaggio che conduce subito ad un amaro piuttosto intenso, terroso ed erbaceo, prodotto dalla generosissima luppolatura inglese, che accompagnano fine alla fine del percorso ed anche per diversi minuti dopo.
Una  (Best/Strong) Bitter molto pulita, con gradazione alcolica (4.5%) entro  i parametri “session beer”  e con ottima intensità: sono piuttosto l’amaro – davvero notevole – e la sensazione “tattile” al palato (un pochino troppo pesante) a limitare un po’ la velocità di bevuta seriale. 
Il mio plauso al birrificio per il coraggio della proposta che va in controtendenza rispetto alle mode americaneggianti e offre la possibilità, anche ai meno esperti, di confrontarsi con uno stile classico che purtroppo si trova in Italia (incluse le importazioni) con difficoltà.
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, lotto 2014145, scad. 07/04/2018 (o 2106 ?), pagata 2.90 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 27 aprile 2014

Birra del Carrobiolo O.G. 1048

Il nome non è di quelli che si ricordano con facilità, visto che fa semplicemente riferimento alla densità iniziale del mosto (Original Gravity); ma la O.G. 1048 di Birra del Carrobiolo/Fermentum è la prima birra prodotta dal birrificio brianzolo nel non troppo lontano 2008. Nel 2011 ne venne realizzata una versione speciale per festeggiarne il terzo compleanno e nel 2013, per celebrare il quinto, la OG 1048 venne affinata per tre mesi in botte di Rhum della Martinica e rinominata Pedrhum Cuvée.
Classificata come Brown Ale (dal birrificio) o come (Best) Bitter da Ratebeer, vede comunque l'utilizzo di un ceppo di lievito anglosassone, luppoli Perle ed East Kent Goldings, ed oltre ai malti (tostati, Pale e Caramel) c'è anche, come nella maggior parte delle birre del Carrobiolo, il frumento brianzolo "Spiga e Madia".
Nel bicchiere è di color ambrato molto carico, quasi tonaca di frate, con dei bei riflessi rosso rubino; forma un discreto cappello di schiuma beige chiaro, cremosa e dalla buona persistenza. Il naso porta un gradevole benvenuto di caramello, frutta secca e lieve tostature; più in secondo piano ci sono anche delle leggere sfumature di ciliegia e di cacao. 
In bocca è molto leggera e poco carbonata con una spiccata consistenza watery che da un lato la rende facilissima da bere, dall'altro fa (almeno per quel che mi riguarda) desiderata un pelino in più di morbidezza e di "presenza". Il gusto è comunque molto pulito: passano in rassegna note di biscotto, caramello e di prugna, dolci, che sono poi bilanciate dall'amaro delle tostature, della frutta secca e da qualche lieve nota terrosa. Chiude leggermente astringente,  con un retrogusto che a temperatura ambiente dà il meglio di se, affiancando alle tostature anche qualche piacevole sfumatura di caffè e di affumicato. E' una (quasi) session beer pulita che non sacrifica l'intensità e si rivela molto ben equilibrata tra una prima parte dolce e caramellata ed un finale amaro e torrefatto; può accompagnarvi per tutta la serata nei mesi meno caldi dell'anno, quando magari desiderate ricolmare più volte la pinta con una birra che si presta ad essere bevuta quasi a temperatura ambiente. Il birrificio la consiglia anche in abbinamento a "piatti delicati e leggermente affumicati, quali un carpaccio di branzino o di pesce spada, un petto d'oca tagliato sottile con bacche di pepe rosa, un caprino con un filo d'olio al crudo o ancora un piatto di ostriche o altre crudità di mare". A voi la scelta.
Formato: 50 cl., alc. 4.9%, lotto 140, scad. 02/2015, pagata 5.10 Euro (food store, Italia)

giovedì 16 gennaio 2014

Staffordshire Cheddleton Christmas Ale


Secondo appuntamento con la Staffordshire Brewery dopo la Snowmans Meltdown di ieri, prodotta per la consociata Cottage Delight, produttore e distributore di "delicatessen". Cheddleton Christmas Ale è invece la birra natalizia che viene commercializata a nome Staffordshire. Più classica l'etichetta, elegante, che sbandiera però per ben due volte un "triple filtered (for a clean crisp finish)", come se la mancanza di filtrazione fosse un male assoluto da evitare. Ad ogni modo, anche questa è una natalizia dal grado alcolico contenuto (4.6%), che Ratebeer classifica come ESB/Premium Bitter.
Nel bicchiere è di colore ambrato, molto carico, quasi tonaca di frate, con riflessi rossastri; ovviamente limpida (tripla filtrazione!) con schiuma generosa, molto cremosa e persistente, di color ocra. Il naso di non è certo un'esplosione di profumi, ma c'è un buon livello di pulizia; leggere tostature, toffee, qualche sentore che ricorda il caffellatte. Al palato è gradevole e morbida, il corpo più verso il medio che il leggero, discreta carbonazione; gusto un po' meno pulito dell'aroma, anche se più intenso e sfaccettato. La bevuta procede principalmente sul territorio del torrefatto e del terroso, con qualche interessante sfumatura di cioccolato e di caffè e, più lieve, di cenere. Il risultato sarebbe abbastanza soddisfacente, la birra è secca e facile da bere, peccato per il finale dove c'è un'evidente nota di gomma bruciata che rovina un po' la festa, rendendo il suo ricordo meno bello di quanto poteva essere.
Formato: 50 cl., alc. 4.6%, lotto 871, scad. 09/2014, prezzo 3.16 Euro (foodstore, Francia).

sabato 28 settembre 2013

Redchurch Hackney Gold

Ritorniamo dopo un po' di tempo a Londra, a ritrovare la Redchurch Brewery che vi abbiamo presentato in questa occasione. Dopo una IPA ed una APA, è il momento di uno stile più tradizionalmente inglese, quello delle Bitter/Golden Ales, in un'interpretazione tuttavia molto poco tradizionale. Il nome non deve trarre in inganno, e questa volta la foto è abbastanza fedele alla realtà; si tratta di una Golden Ale/Bitter che poco ha di dorato. L’aspetto è piuttosto ambrato (carico) e leggermente velato; la schiuma è molto persistente, beige, fine e cremosa. “Generosa luppolatura di Cascade e Nelson Sauvin”, secondo le informazioni del birrificio, ed un naso molto fruttato che apre con mandarino, aghi di pino, kiwi ed in secondo piano sentori di biscotto e terrosi. L’aroma è molto pulito e forte. Netta la virata al palato, dove scompare completamente la componente fruttata per lasciare il posto ad un ingresso maltato di biscotto, leggermente tostato, subito sopraffatto da un amaro molto deciso e ruvido, vegetale, resinoso e terroso.  Questa Hackney Gold non è esattamente un esempio di scorrevolezza: il corpo è medio, la consistenza è oleosa ma è soprattutto l’amaro intenso e poco bilanciato a saturare presto il palato. E’ una birra intensa, che ammalia con un’interessante aroma fresco e fruttato ma che poi picchia duro in bocca. Chiude molto secca, con un finale amaro lunghissimo che batte sempre sugli stessi tasti (vegetale/resinoso/terroso). Da bere in piccole dosi, e non può certo considerarsi un complimento per lo stile di riferimento. Formato: 33 cl., alc. 5,5%, IBU 40, lotto 68, scad. 03/01/2014, pagata 3,48 Euro (beershop, Inghilterra).

martedì 10 settembre 2013

Nøgne Ø Bitter & Nøgne Ø Brown Ale

Due Nøgne “facili”, di quelle che in Norvegia potrete tranquillamente trovare nei supermercati, dove Nøgne ha una distribuzione molto buona, senza dover necessariamente cercare un punto vendita del monopolio di stato. Una "chiara" ed una "scura", partendo dalla Bitter (4,5%) prodotta con malti Maris Otter e Crystal, luppoli Centennial ed East Kent Golding, lievito English Ale. Nel bicchiere è di colore oro carico, con riflessi quasi ambrati; la schiuma è un po' grossolana, bianca ed è molto persistente. Il naso, pronunciato e molto pulito è inizialmente pepato, poi offre sentori di scorza d'arancio, pompelmo, qualche nota floreale e di cereali. La ricchezza della schiuma è ovvio preludio ad una carbonazione in bocca un po' troppo alta; è leggera, con una decisa componente watery che a tratte ne pregiudica un po' l'intensità. Malto (biscotto) appena percepibile, e gusto tutto giocato sulla componente "zesty", con scorza di lime e pompelmo indiscusse protagoniste. Bel taglio secco finale, ed un retrogusto leggermente amaro e zesty; pulita e molto beverina, lascia un po' l'amaro in bocca (se passate il gioco di parole) per un gusto che non sta al passo con l'intensità dell'aroma. 
Chiudiamo la serata con la "scura", ovvero la Brown Ale, sorella minore della sontuosa Imperial Brown Ale della quale vi racconteremo tra qualche giorno. La ricetta elenca frumento maltato, malti Maris Otter, Chocolate, Brown, Amber e Caramel, lievito English Ale e luppolo Crystal. L'aspetto è meno scuro di quanto la foto sembri indicare: è marrone, opaco, con qualche riflesso ambrato; anche qui la schiuma è molto persistente e cremosa, di color beige. Birra che si lascia "annusare" molto piacevolmente: nocciola, orzo tostato, toffee, ed in secondo piano caffè e cacao in polvere, affumicato e qualche frutto di bosco (ci tocca sempre chiamare in causa il mirtillo). In bocca non ci sono grosse deviazioni  rispetto all'aroma: orzo tostato, caffè ed un po' di cioccolato ma, ci tocca nuovamente ripeterci, un'intensità molto minore rispetto ai profumi. Il palato è un pochino troppo acquoso, in una birra poco carbonata che si beve con grande facilità. Chiude secca e pulita, con un retrogusto lievemente amaro di caffè e tostature.
Due birre quotidiane, che non richiedono nessuno sforzo da parte del bevitore e che svolgono perfettamente il suo compito di dissetare e rinfrescare; soprattutto la Bitter potrebbe essere una buon punto di passaggio dalle lager industriali a quelli artigianali. Ben venga quindi sugli scaffali dei supermercati norvegesi. Pulite e senza evidenti difetti, non sono birre da beer-hunting ma che si bevono piacevolmente. Nel dettaglio:
Nøgne Ø Bitter, alc. 4,5%, 50 cl., 30 IBU, lotto 823-A, imbott. 11/02/2013, scad. 11/01/2014, pagata  6,39 Euro (supermercato, Norvegia).
Nøgne Ø Brown Ale, alc. 4,5%, 50 cl., lotto 942B, imbott. 20/03/2013, scad. 20/03/2014, pagata  6,39 Euro (supermercato, Norvegia). 

lunedì 1 luglio 2013

Statale Nove Edo

E' proprio il caso di dire "l'ultima nata in casa Statale Nove", visto che si tratta di una birra che il birraio Filippo Bitelli dedica al suo primo nipotino, Edoardo, nato come indica l'etichetta il 26 Maggio 2012. La birra celebrativa arriva quindi allo spegnimento della prima candelina, nel mese di Maggio, lo stesso mese in cui, cinque anni fa, venne aperto il birrificio. La Edo Bitter viene quindi ufficialmente presentata  nell'evento del quinto compleanno (che da quelle parti chiamano "Miglia") di Statale Nove, celebrato lo scorso 18 maggio.  E' di un bel colore ambrato, velato, con una generosa (per lo stile) testa di schiuma biancastra, cremosa, dalla buona persistenza. Al naso molta frutta secca, nocciola, mandorla, toffee e sentori dolci di ciliegia; aroma pulito, ma non molto pronunciato. In bocca il percorso continua linearmente; malto sempre protagonista di un gusto pulito che regala note di biscotto, toffee e frutta secca, fino al finale amaro ricco di mandorla amara con qualche accenno erbaceo. La carbonazione è correttamente bassa, il corpo leggero; una bitter secca e molto pulita dal bel profilo maltato (sottolinearlo è importante, visto che la categoria "bitter" è abbastanza ambigua e vasta, e si possono trovare bitter nelle quali è invece il luppolo ad essere protagonista) con una appagante chiusura luppolata. Bella interpretazione "bolognese" (citando l'etichetta) che si beve con grande facilità. Formato: 75 cl., 23 IBU, alc. 4.2%, lotto 261, scad. 14/01/2014, pagata 6.50 Euro (birrificio).

mercoledì 12 giugno 2013

Marble Manchester Bitter

La Marble Brewery di Manchester nasce nel 1997 sostanzialmente come un ultimo tentativo per risollevare le sorti del pub The Marble Arch Inn. Secondo le parole del proprietario Vance Debechval e del  manager Mark Dade, la scelta era tra "trasformarlo in un pub con karaoke o affiancarle un microbirrificio"; fortunatamente i due scelgono la seconda opzione. Nel 2000 Mark fuoriesce per fondare la Boggarts Brewery, sempre a Manchester, e da allora il posto da birraio viene occupato da James Campbell. Non solo il Marble Arch Inn è oggi ancora aperto, ma il birrificio ha altri due locali di proprietà: la Beerhouse, nel sobborgo di Chorlton, ed il piccolo 57 Thomas Street nella zona nord di Manchester. Fino al 2011 la Marble Brewery è stata ospitata nello stesso edificio del March Arch, mentre ora si trova in uno stabile a circa cinquecento metri di distanza; la prima domenica (alle 13.30) ed il terzo martedì (18.30) del mese è possibile effettuare un tour del birrificio della durata di circa quaranta minuti. Per una panoramica delle birre prodotte, incluse alcune collaborazioni come la Earl Grey IPA che abbiamo assaggiato in questa occasione, vi rimandiamo al sito del birrificio. Tra quelle che compongono la gamma "session", la Manchester Bitter è l'unica disponibile in bottiglia, mentre le altre tre "sorelle" sono disponibili  solamente in cask.  E è un vero peccato, perché di bitter fatte così ce ne vorrebbero, per consolare tutti quelli che non possono andarsela sempre a bere direttamente al pub. E' dorata, velata, con due-tre dita di schiuma  bianca, cremosa e "croccante", dalla buona persistenza. L'aroma è delicato, ma davvero molto raffinato, pulitissimo, e permette di cogliere moltissime sfumature, a partire da un leggero fruttato tropicale (mango), mai cafone, seguito da  evidenti sentori di mandarino, arancio, albicocca disidratata ed erbacei. In bocca è molto leggera, anche se paga un pochino il dazio del  "bottle conditioning" che la rende un po' troppo carbonata rispetto ad una bitter da pub. S'inizia con cereali e pane, il fruttato è molto meno evidente rispetto all'aroma, con poche concessioni al dolce, anche perché arriva subito un bell'amaro pulito e delicato, ricco di scorza di pompelmo, lime e lemongrass, che ci accompagna sino alla fine. Ha un bel finale asciutto, ripulente e dissetante, ma per quanto questa birra vi possa dissetare, vi ritroverete sempre vogliosi di ordinarne un'altra pinta. Bitter molto raffinata e ben fatta, pulitissima, compagna ideale della calda estate, da bere ad oltranza. L'abbiamo intravista anche in qualche beershop italiano, quindi andate a cercarla. Formato: 50 cl., alc. 4.2%, scad. 22/07/2013, pagata 3.95 Euro (beershop, Inghilterra).

venerdì 12 ottobre 2012

Birrificio Dada Hugo

Ritorniamo dopo un po' di tempo a "stappare" una birra del Birrificio Dada, del quale abbiamo già assaggiato diverse produzioni che potete trovare in questi post. Questa volta è il turno della Hugo, una bitter brassata con malti Maris Otter, Crystal e Biscuit; il mix di luppoli prevede Northdown, Fuggle e Willamette. Nel bicchiere si presenta di color ambra/rame; la schiuma che si forma, abbastanza grossolana,  è enorme, leggermente "sporca" e molto persistente. Al naso sentori aspri ed astringenti di lemongrass e polpa di pompelmo, di discreta intensità e dalla buona pulizia. Le premesse fanno intuire che abbiamo nel bicchiere una bitter "moderna", abbastanza lontana dai classici esemplari inglesi, con i luppoli e non i malti a guidare le danze. Anche in bocca c'è solo un lieve accenno di biscotto, poi il gusto prende la strada dell'amaro con scorza di pompelmo e lime in abbondanza; molto secca, a tratti leggermente astringente, questa Hugo finisce senza nessuna deviazione, amara di pompelmo e lime. Molto leggera, con una carbonazione media che si mantiene nei limiti dei parametri dello stile nonostante la generosissima schiuma ci avesse fatto temere un'eccesso di "bollicine". C'è una buona intensità di gusto per essere una session beer; quello che ancora un po' manca e la "rifinitura"; una maggiore pulizia in bocca la potrebbe avvicinare ai quei "piccoli capolavori di bitter moderno" un po' ruffiani (nell'accezione positiva del termine) che tanto spopolano nelle classifiche dei beer raters. Tra le prime che ci viene in mente in quella tipologia, l'ottima De Molen Op & Top. Formato: 50 cl., alc. 4%, IBU 30, lotto LH02, scad. 12/2012, prezzo 4.50 Euro.

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english summary:
Brewery: Birrificio Dada, Coreggio (Reggio Emilia), Italy
Style: bitter
A copper colored beer with a huge frothy slightly off-white head. The nose delivers astringent hints of lemon grass and grapefruit, with good intensity. A “modern” bitter which is dominated by hops rather than malts. Taste is hoppy and citrusy, with a bare presence of biscuit malt. Long bitter, citrusy aftertaste with lemongrass. A good session beer with a good intensity and an acceptable level of cleanness. Bottle: 50 cl., 4% ABV, 30 IBUs, price 4.50 Euro.

mercoledì 11 luglio 2012

Skinners Betty Stogs Bitter

Viene fondato nel 1997 da Steve Skinner, l'omonimo birrificio con sede a Truro, la "capitale" della Cornovaglia. Betty Stogs è la loro birra di maggior successo, nominata nel 2008 dal CAMRA "Champion best Bitter of Great Britain".  E' una bitter dedicata all'omonima ragazza di Towednack, moglie e madre che preferiva passare poco tempo in casa, dedicandosi più alla cura del proprio gatto che del figlio, lasciato spesso sporco ed in condizioni igieniche molto carenti. Una sera Betty torna a casa e scopre che il gatto ed il figlio sono spariti; il marito, che rincasa poco dopo, s'infuria ed entrambi iniziano una frenetica ricerca del figlio nella campagna della Cornovaglia, che dura tutta la notte. Quando albeggia, il gatto di Betty riappare; lei lo segue, ed il felino la conduce in un prato erboso, riparato da siepi e cespugli, dove il bambino sta dormendo, nudo, pulito, ricoperto di profumati fiori ed erbe. Era stata opera dei folletti, che erano però stati interrotti dall'arrivo dell'alba e non erano riusciti a portare a termine la pulizia del neonato; dissero a Betty che la notte successiva sarebbero arrivate a terminare l'opera le fatine, e che avrebbero portato via con loro il bambino. L'avvertimento fece decisamente colpo su Betty, che da quel giorno iniziò a prendersi cura con il dovuto impegno della salute e della pulizia del proprio figlio. Terminata la leggenda, è il momento di dissetarsi con la birra, una bitter che mette in mostra più luppoli che malti. Ramata, la schiuma color ocra è fine e cremosa con una persistenza prolungata. Dopo dieci mesi di cantina l'aroma è tutto sommato ancora accettabile: è monopolizzato dagli agrumi, soprattutto mandarino ed arancio. Il gusto è una diretta conseguenza: dopo il rapido imbocco di biscotto ci sono ancora agrumi, con polpa dolce e scorza amara a dare vita ad un bell'equilibrio. Finisce secca, con l'atteso retrogusto "zesty", amaro e ricco di scorza di limone. L'avevamo già bevuta in Inghilterra e ci era piaciuta molto meno: la ricordavamo molto più maltata, senza quella preponderanza dei luppoli che abbiamo riscontrato in questa bottiglia. Bitter molto godibile, snella e leggera, abbastanza morbida in bocca, poco carbonata. Molto rinfrescante, è una discreta session beer che si difende bene e che finisce molto rapidamente.  Formato: 50 cl., alc. 4%, lotto 111707, scad. 06/10/2012, prezzo 2.76 Euro (in Inghilterra).

mercoledì 13 giugno 2012

Bath Barnstormer

Non ha certo bisogno di presentazioni la splendida cittadina di Bath, nel Somerset inglese, una stazione termale fondata dai Romani con il nome latino di Aquae Sulis all’incirca nel 60 a.C e dal 1987 parte del  Patrimonio dell’Umanità Unesco. Il birrificio che porta il nome della città ha però sede a Warmley, una quindicina di chilometri a nord-est. Fondata nel 1995 da alcuni ex-dipendenti della Smiles Brewery di Bristol, Bath Ales possiede oggi anche diversi pub dislocati nei dintorni di Bath e di Bristol.  Il mastro birraio è attualmente Gerry Condell, responsabile di un portafoglio brassicolo che include una dozzina di birre tra stagionali e non, tra le quali però, sul sito del birrificio, non figura questa Barnstormer. La diffusione delle bottiglie nei supermercati dell’area Bath/Bristol è davvero capillare e se capitate da quelle parti non avrete nessuna difficoltà a portare via qualche "souvenir" brassicolo. L’etichetta descrive questa Barnstormer come una dark bitter prodotta con malti Maris Otter, Chocolate e Crystal; il luppolo utilizzato è il Bramling Cross. L’aspetto è davvero molto invitante, una pinta di color ambra molto carico, con riflessi rossastri; schiuma color ocra, fine e cremosa. L’aroma sprigiona sentori di pane nero di segale e di frutta matura, soprattutto prugna e ciliegia. Molto buono l’ingresso in bocca, caratterizzato da una discreta morbidezza e cremosità abbinata ad una corpo leggero ed una carbonazione bassa. Al gusto c’è  frutta secca, un ritorno di pane di segale, una nota di cacao con un finale amaro molto terroso che continua anche nel retrogusto, abbastanza persistente.  Complessivamente equilibrata e secca, sarebbe una buona session beer con una buona intensità di gusto che manca però di un po’ di pulizia in bocca. Formato: 50 cl., alc. 4.5%, scad. 01/10/2012, prezzo 2.42 Euro.