Visualizzazione post con etichetta sweet stout. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sweet stout. Mostra tutti i post

lunedì 20 luglio 2020

Alder Beer Co.: Imbiss, Dorf & Deltacolt



Torniamo a parlare di Alder Beer Co., il birrificio inaugurato da Marco Valeriani a Seregno nell’ottobre del 2019: qualche mese fa avevamo passato in rassegna tre birre luppolate di stampo anglosassone mentre oggi assaggiamo altre tre birre nella quale sono invece i malti a guidare le danze. Le prime due si rifanno ala tradizione tedesca, coerentemente con quello che aveva annunciato Valeriani spiegando il nome Alder: “una parola inglese  che sembra un po’ tedesca e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono”. 

La schwarzbier Imbiss (5.3%) ha debutatto lo scorso 9 aprile credo esclusivamente in lattina, visto che l’emergenza Covid-19 aveva chiuso tutti i locali ai quali sarebbero stati destinati eventuali fusti; è prodotta con malti tedeschi pils, Monaco e torrefatti, lievito lager e luppoli Mittelfruh, Tradition e Select.  Di color mogano forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta: al naso emergono profumi di pumpernickel, pane nero, accenni di caffè e torrefatto, suggestioni di cioccolato e qualche estero fruttato. Al palato c’è grande scorrevolezza come vuole la tradizione tedesca anche se personalmente credo che un pochino di corpo in più non le farebbe male.  Accenni di caramello e cola, pane nero e cereali danno il via ad una bevuta che s’intensifica solo nel finale con l’arrivo dell’amaro del torrefatto e del cioccolato. Pulita e fragrante, Imbiss è una schwarzbier facile da bere alla quale tuttavia mi sembri manchi ancora un pochino d’intensità e carattere.

Dorf  (7%) è invece una bock “chiara” che ha anch’essa debuttato in pieno lockdown con una ricetta che prevede malti pils e speciali tedeschi, luppoli Saphir e Select, ceppo di lievito lager. Il suo color oro antico è leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta, anche se la foto potrebbe ingannare. Pane, miele millefiori, accenni di biscotto e frutta secca compongono un aroma semplice, pulito e della buona intensità per lo stile: prefazione ad una bevuta delicatamente carbonata che si muove sullo stesso percorso senza deviazioni.  Dolce ma ben attenuata, riscalda il palato con un delicato alcool warming che ben sposa le note conclusive di panificato/cereale e frutta secca a guscio: bock elegante e morbida ma non priva di un leggero carattere rustico e ruspante a renderla vivace ed interessante. Per me è una birra molto ben riuscita.

Deltacolt (5.9%) è invece una delle quattro birre (Lewis Keller Pils, Rockfield IPA e Gretna APA) con le quali Alder aveva debuttato: una milk stout nella quale lattosio e fiocchi d’avena hanno il compito di garantire cremosità e morbidezza. Si presenta di color ebano scuro e con profumi di caffè, orzo tostato, pane nero, accenni di cioccolato e di latte/panna:  è l’odore della colazione, non molto intenso ma piuttosto pulito. Il mouthfeel è effettivamente cremoso ma ci sono un po' troppo bollicine, anche se fini, a disturbarlo.  Caffè e torrefatto sono i protagonisti di una stout ben bilanciata nella quale è  la dolcezza della panna (effetto lattosio) a contrastare le tostature. Un delicato tepore etilico avvolge poi il cioccolato in una bel finale che lascia felici e soddisfatti: intensità e facilità di bevuta vanno in questo caso a braccetto e nonostante qualche piccola imprecisione da limare questa lattina di Deltacolt è una milk stout di livello già alto.

Nel dettaglio:
Imbiss, 40 cl., alc. 5.3%, imbott. 07/04/2020, scad.  07/10/2020, prezzo indicativo 5.00 €
Dorf, 40 cl., alc. 7.0%, imbott. 20/04/2020, scad. 20/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €
Deltacolt, 40 cl., als. 5.9%,  imbott. 01/04/2020, scad. 01/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 8 gennaio 2019

Alefarm Solemn Cycle

Del birrificio Alefarm, uno degli astri nascenti della scena danese, vi avevo già parlato nel 2017: da allora sono già avvenuti grossi cambiamenti, a partire dall’addio del co-fondatore (e birraio) Andreas Skytt Larsen che qualche mese fa ha lasciato il comando all’amico e co-fondatore Kasper Tidemann, ora aiutato dalla moglie Britt van Slyck. E nel 2018 è avvenuto anche il trasferimento da  Køge a Greve, trenta chilometri a sud di Copenhagen, dove a maggio è entrato in funzione il nuovo impianto da 20 ettolitri che ha permesso di produrre circa 1400 ettolitri all’anno, buona parte dei quali destinati all’export. Un bel salto in avanti per un birrificio che aveva chiuso il 2017 a quota 120 distribuendo le proprie birre quasi solo in Danimarca. Il nuovo corso inaugurato da Tidemann ha dato priorità alle lattine e ha spostato momentaneamente il focus su IPA e DIPA, realizzate quasi ogni volta con un diverso mix di luppoli: in sei mesi sono già arrivate una cinquantina di diverse etichette (tutte ideate da Dan Johnstone, Brand Manager)  per soddisfare la voglia di novità di beergeeks ed appassionati.  Andreas Skytt Larsen aveva aperto Alefarm per produrre quasi esclusivamente piccoli lotti di saison/farmhouse ale con lieviti selvaggi e batteri: Tidemann promette che a breve il nuovo birrificio sarà operativo anche in questo ambito. A questo scopo è arrivato il birraio Joseph Freund che vanta esperienze presso Jolly Pumpkin e Monkish Brewing negli USA e  Beavertown in Inghilterra. Sempre da Beavertown è arrivato in agosto Mark Walewski: a lui il compito di sfornare continuamente variazioni sul tema APA, IPA, DIPA e dintorni, ovviamente torbide come vuole la moda. Nei progetti futuri di  Tidemann c’è l’apertura di una vera e propria taproom nel birrificio e il sogno di un Alefarm Bar in centro a Copenhagen.

La birra.
Alefarm non è molto prolifico per quel che riguarda le birre scure. In tre anni ne sono state prodotte solamente una manciata ma, assicura Tidemann, le cose stanno per cambiare; alla fine di ottobre 2018 è arrivata la prima stout dai nuovi impianti di Greve, chiamata Solemn Cycle (7.8%). La ricetta prevede aggiunta di lattosio, fiocchi d’avena e caffè brasiliano; nelle intenzioni questa sarà la prima di una serie di varianti con differenti ingredienti e futuri invecchiamenti in botte. 
Si presenta vestita di nero, la schiuma è cremosa e piuttosto persistente ma un po’ scomposta. Il caffè macinato, elegante e pulito, è indiscusso protagonista dell’aroma: in sottofondo c’è qualche nota di tabacco, orzo tostato, accenni di frutta sotto spirito.  Ottime promesse che non vengono tuttavia mantenute al palato, a partire da un mouthfeel un po’ insoddisfacente, addirittura sfuggente in alcuni passaggi nonostante l’utilizzo di avena e lattosio. Il gusto è meno pulito e preciso: il dolce di caramello e lattosio/cioccolatte preparano il terreno per l’arrivo delle tostature e del caffè, quest’ultimo meno evidente e definito rispetto all’aroma. I sapori sono un po’ slegati tra di loro e il finale, nel quale t’aspetteresti un bel carico di caffelatte, è addirittura calante. C’è anche spazio per qualche nota terrosa e di tabacco, mentre l’alcool è ben nascosto facilitando la velocità di bevuta: il risultato è godibile ma lascia parecchi rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, partendo dall’aroma. La prima Milk Stout di Alefarm è discreta ma necessita di migliorare per quel che riguarda pulizia, rotondità e precisione.  
Formato 50 cl., alc. 7.8%, scad. 23/10/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 5 ottobre 2018

Firestone Walker Nitro Merlin Milk Stout

Della Velvet Merlin di Firestone Walker (Paso Robles, California) vi avevo parlato in questa occasione. Una stout all’avena che il birraio Matt Brynildson aveva ideato ispirandosi al The Real Ale Almanac di Roger Protz: la birra aveva superato il giudizio dei fondatori Adam Firestone e David Walker ed era stata lanciata come produzione autunnale disponibile solo alla taproom del birrificio: il nome scelto fu Velvet Merkin. L’aumento delle richieste da parte dei clienti ne permise qualche anno dopo anche la produzione su grande scala e la conseguente messa in bottiglia: c’era solo d’affrontare il problema del nome.  Il termine “merkin” in inglese indica infatti una  piccola parrucca per coprire i genitali  utilizzata soprattutto dall’industria cinematografica nelle scene di nudo.  La stout fu allora rinominata Velvet Merlin, con riferimento al mago Merlino ma anche al soprannome del birraio Brynildson: “inizialmente non ero contento, ma poi ho dovuto ammettere che potevano sorgere dei problemi a distribuire una birra chiamata Velvet Merkin. Dopo tutto la parola davvero importante nel nome è Velvet (velluto) in quanto descrive la consistenza che ho voluto dare a questa birra”.  
Il nome Velvet Merkin  è stato riesumato quando il birrificio ha deciso di far uscire una versione barricata della Velvet Merkin, leggermente modificata con aggiunta di lattosio. Nel 2016 il lattosio, assieme all’avena, è stato il protagonista della prima birra al carboazoto di Firestone: la Nitro Merlin, variante della Velvet Merlin, era sino alla fine dello scorso anno disponibile solamente in fusto.  A gennaio 2018 l’annuncio delle prime lattine: “volevamo replicare l’esperienza della spinatura al carboazato, dalla bellissima schiuma al mouthfeel cremoso. Abbiamo inizialmente pensato ad introdurre la solita pallina nella lattina ma il suo utilizzo comportava anche l’immissione di una percentuale di ossigeno che avrebbe influito negativamente sulla freschezza e sulla shelf life del prodotto. C’è voluto molto lavoro sulla linea di produzione delle lattine, ma siamo molto soddisfatti del risultato”. Alla Firestone hanno risolto il problema posizionando al termine della linea d’inlattinamento una macchina che immette alcune gocce di nitrogeno: immediatamente il nitrogeno liquido rilascia una componente gassosa che va a riempire la lattina occupando il vuoto che si crea tra il liquido ed il coperchio. 
L’esperienza nitro si completa con il “surge pour”: le istruzioni grafiche vi invitano a capovolgere la lattina per tre volte prima di stapparla e poi versarla con vigore in verticale al centro del bicchiere. In questo modo potete ammirare la risalita dal basso verso l’alto delle bollicine di nitrogeno che colorano momentaneamente la birra di bianco e vanno a poi a formare la cremosa schiuma.

La birra. 
Lattosio escluso, la ricetta della Nitro Merlin è la stessa della Velvet Merlin: malti Maris Otter, 2-Row Pale, Roast Barley, English Dark Caramel, Medium Caramel, Carafa  e avena (15%); l’unico luppolo utilizzato è il Fuggle (coltivato negli Stati Uniti). 
Il suo colore è un ebano scurissimo e forma un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Pulito ed elegante, l’aroma regala profumi di chicchi di caffè, orzo tostato e caffelatte; in secondo piano si scorgono note di cacao e tabacco, frutti di bosco. La sensazione palatale che è il fulcro delle birre al carboazoto è davvero gratificante: poche bollicine, consistenza morbida e vellutata, cremosissima. La bevuta è intensa e perfettamente bilanciata: si parte dal dolce di caramello, caffelatte e cioccolato al latte per poi arrivare all’amaro del caffè e delle tostature.  Chi non ama l’acidità portata dai malti scuri troverà qui un grande alleato nel lattosio, capace di addomesticare ogni spigolo e garantire un percorso liscio e morbido dall’inizio alla fine. Equilibrata, semplice, facilissima da bere, ogni cosa al posto giusto: livello davvero elevato per la  Nitro Merlin Milk Stout di Firestone Walker.
Formato 35.5 cl., alc. 5.5%, IBU 27, lotto 06/04/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 13 aprile 2018

Cigar City Cafe Con Leche Stout

E’ iniziato con un restyling del brand che ha coinvolto lattine ed etichette il 2018 di Cigar City, birrificio di Tampa, Florida, fondato nel 2009 da Joey Redner (qui la storia) con produzione che attualmente s’attesta sui 105.000 ettolitri l’anno. Il sigaro è sempre presente ma è affiancato dalla scritta “hecho a mano, born in Tampa”
Ricordo che nel 2016 Cigar City è stata acquistata dal birrificio del Colorado Oskar Blues, aiutato dal fondo azionario privato Fireman Capital; la società è stata da poco rinominata CANarchy il cui “ombrello” abbraccia oggi, oltre a Oskar Blues e Cigar City, anche i birrifici Perrin, Squatters e Wasatch. Un nome quanto mai azzeccato visto che due delle sue lattine (Cigar City’s Jai Alai e  Oskar Blues Dale’s Pale) sono rispettivamente il primo ed il secondo six pack di birre artigianali in lattina più venduto negli Stati Uniti. La distribuzione di CANarchy raggiunge 50 stati americani ed esporta in Canada, Puerto Rico, Australia e Nuova Zelanda, Europa, Cile, Brasile e Corea del Sud: complessivamente sono circa 410.000 gli ettolitri prodotti nel corso del 2017. 
La birra di oggi non è ancora disponibile nel formato prediletto dal gruppo e bisogna quindi accontentarsi della bottiglia: parliamo di caffelatte, café au lait (Francia), Milchkaffee (Germania), café com leite (Portogallo), café con leche (Spagna), Koffie verkeerd (Olanda), kawa biała (Polonia), tejeskávé (Ungheria) e la lista potrebbe continuare all’infinito. 
La  (coffee) milk stout di Cigar City, chiamata appunto Cafe Con Leche, è stata proposta sin dal 2009 solamente in fusto presso la taproom del birrificio di solito nel periodo ottobre-dicembre; molti appassionati saranno quindi stati contenti d’apprendere del suo debutto in bottiglia avvenuto lo scorso novembre 2017. Un’occasione da non perdere visto quest’anno la Café con Leche tornerà ad essere disponibile a novembre solamente alla spina nella sua versione nitro.

La birra.
Cigar City non rivela nessuna informazione sugli ingredienti utilizzati a parte le aggiunte di caffè in grani, fave di cacao e lattosio. Ha una gradazione alcolica (6%) volutamente bassa per – dicono – “essere l’accompagnamento perfetto a una colazione a base di uova, pancetta e pane tostato fatta in tarda mattinata”. Il divertissement del beer-rating è incoraggiante: tra le migliori 50 Sweet Stout al mondo per Untappd, terza migliore al mondo per Ratebeer, appena dietro a mostri sacri dell’hype come Tree House, Hill Farmstead e i vicini di casa di Angry Chair. 
Nel bicchiere è perfetta, scurissima anche se non perfettamente nera, con un cremosissimo e compatto cappello di schiuma dall’ottima persistenza. Sono passati cinque mesi dall’imbottigliamento ma al naso il caffè è ancora dominante, con grande eleganza e pulizia: chicchi ma anche “americano”, e intorno a lui ci sono sfumature di cioccolato, di pelle/cuoio e terrose, caffelatte. Il mouthfeel è perfetto: poche bollicine, corpo medio, consistenza morbida, quasi cremosa,  una leggera densità che non intacca per nulla la scorrevolezza. La semplicità ed il rigore salgono in cattedra in una birra molto precisa e definita in ogni suo aspetto: cioccolato al latte, un tocco di caramello e un ricordo di vaniglia supportano l’intensità del caffè, la cui acidità è praticamente azzerata dal lattosio in un equilibrio molto ben riuscito. Ancora caffè, cioccolato e qualche tostatura  concludono un percorso raffinato e molto soddisfacente. Birra perfettamente riuscita questa Café con Leche di Cigar City: tra i migliori esempi dello stile che mi sia mai capitato d’assaggiare.  Non perdetela se amate le birre di questo genere:  le bottiglie del 2017 ancora si trovano in giro.
Formato 65 cl., alc. 6%, IBU 53, imbott. 10/11/2017, prezzo indicativo 16-20 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 20 novembre 2017

Birra Fon: Rio Saaz, Grhop & Sweet Dreams

Tempo di debutti sul blog:  nello specifico quello di Birra Fon, una realtà piuttosto giovane operativa a Fondo, in Val di Non (TN) dallo scorso maggio 2017. Non ho trovato molte informazioni in rete, ma il team è composto da cinque amici (Alberto, Alessandro, Daniele, Giordano e Marco) che dopo anni di homebrewing hanno deciso di fare il salto nel mondo dei professionisti. Birra Fon ha iniziato producendo presso terzi (The Wall e Serra Storta) ma sta installando in queste settimane il proprio impianto da 5 HL fornito dalla Socis: un passaggio di “status” necessario visto che ritengo non sia il massimo per un consumatore leggere in etichetta “birrificio artigianale trentino” se gli impianti non ci sono e se le birre vengono prodotte in Lombardia. Tra poco la situazione verrà “sanata” e il Birrificio Fon potrà vantarsi di utilizzare “l'acqua proveniente dalle fonti naturali dell'Alta Val di Non”: in parallelo i ragazzi hanno anche iniziato la coltivazione di luppolo. Tre sono le birre al momento disponibili, che andiamo ad assaggiare. 

Si parte con Rio Saaz (5.3%), definita Golden Ale in etichetta e Koelsch sul sito di Birra Fon. Al di là delle discordanze, il suo nome si riferisce al torrente Rio Sass che nel corso dei secoli ha  originato il canyon di Fondo, creando un dislivello di 145 metri ancora oggi attraversato dall’acqua.  La ricetta della birra prevede lievito SafAle K-97, malto Pils e luppoli  tedeschi Magnum, Saaz e Hallertauer Mittelfrüh. Nel bicchiere è dorata, leggermente velata  e forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso crosta di pane, cereali, leggeri profumi erbacei e una delicata speziatura da “luppolo nobile”: un aroma fresco, delicato e pulito.  Il gusto prosegue con la stessa semplicità, aggiungendo qualche nota di miele a supporto della generosa luppolatura che sfocia in un finale amaro di buona intensità tutto giocato sull’erbaceo e sullo speziato. La bevuta è molto bilanciata e pulita, abbastanza attenuata  e piuttosto gradevole a livello tattile, rinfrescante: una birra semplice ma ben fatta. Evidente l'inspirazione tedesca e quindi incomprensibile la scritta Golden Ale riportata in etichetta: è tuttavia una "svista" che il contenuto della bottiglia fa subito dimenticare. 

Non ci sono invece dubbi stilistici sulla Grhop, un'American IPA  (5.6%) prodotta con malti Pale, Maris Otter e Caramunich, segale e fiocchi d'orzo; i luppoli sono Magnum, Simcoe, Amarillo, Centennial e Citra, il lievito è l'immancabilie US-05. Il suo colore si colloca tra il ramato e l'oro antico, la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta: al naso, con discreta intensità, ci sono profumi di pompelmo e resina, aghi di pino, qualche nota dank. Anche in questa birra c'è pulizia e freschezza a valorizzare un bouquet aromatico semplice ma riuscito. E' un'American IPA un po' old school, senza eccessi fruttati: ai malti (caramello, lieve biscotto) il compito di bilanciare la resina e il vegetale dei luppoli. L'unica divagazione è rappresentata da qualche leggera nota di pompelmo, mentre il finale è una lunga scia amara di buona intensità, pungente e non priva di una certa eleganza. Solida e pulita, ben fatta, fresca: un carattere un po' più fruttato le donerebbe un po' di complessità e di modernità, ma qui entriamo nella sfera dei gusti personali. Oggettivamente è una birra di buon livello, facile da bere, pulita e priva di difetti.

Chiudiamo con la Stout chiama Sweet Dreams (5.5%) prodotta con malti Maris Otter, Chocolate, Roasted e Cafè, fiocchi d'avena e lattosio, lievito US-05 e luppolo Challenger. Nel bicchiere è splendida, quasi nera e sormontata da un cappello di schiuma molto fine e compatto. L'aroma regala profumi di caffè (chicchi e macinato) e caffelatte, orzo tostato: pochi elementi ma disposti con precisione e pulizia. La sensazione palatale è molto gradevole, l'avena e il lattosio le donano una morbidezza a tratti quasi cremosa.  La bevuta parte del dolce del caramello per virare poi progressivamente verso l'amato del caffè e delle tostature. C'è meno pulizia ed eleganza rispetto all'aroma, ma l'intensità dei sapori rimane di tutto rispetto; il lattosio le dona una dolcezza che ricorda a tratti la panna, c'è qualche suggestione di cioccolato fondente, frutti di bosco e, nel finale, un po' di tabacco accompagna l'amaro del caffè e del torrefatto. C'è ancora spazio per una maggiore pulizia al gusto e una maggior eleganza nelle tostature, ma la bevuta è assolutamente gradevole.
Nel complesso tre birre di livello davvero buono per una beerfirm-quasi-birrificio in attività da pochissimi mesi: anziché cercare subito di stupire prendendosi rischi mi sembra - giustamente - che Birra Fon sia sia concentrata su semplicità, precisione dell'esecuzione e pulizia. Una scelta azzeccata, perché solo dopo aver messo i piedi ben saldi a terra si può provare a spiccare un salto.

Nel dettaglio:
Rio Saaz, 33 cl., alc. 5.3%, IBU 25, lotto 10517, scad. 28/09/2018, prezzo indicativo 3.50 Euro
Grhop, 33 cl., alc. 5.6%, IBU 65, lotto 8617, scad. 28/08/2018, prezzo indicativo 4.00 Euro
Sweet Dreams, 33 cl., alc. 5,5%, IBU 34, lotto 23417, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 4.00 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 24 agosto 2016

High Water Campfire Stout

Avevamo già parlato di High Water Brewing quattro anni fa, in occasione della No Boundary IPA. Progetto lanciato a marzo 2011 da Steve Altimari e John Anthony assieme ai soci Lane Anthony, Kevin Sweeney e Davin Abrahamian.  Dei due il birraio è Altimari, che dopo 12 anni passati nella Silicon Valley a lavorare nel campo dell’High Tech aveva deciso di cambiare vita  frequentando un corso per diventare mastro birraio, finendo poi per essere assunto nel 1995 alla Valley Brewing Company, dove riuscì anche a vincere diverse medaglie in alcune edizioni del Great American Beer Festival. Lasciata la Valley, Altimari crea High Water (il nome scelto viene proprio dall’italiano “acqua alta”) appoggiandosi per la produzione ad impianti di birrifici  tra  i quali figurano Hermitage, Drakes, Uncommon e Devil’s Canyon; il debutto avviene con  Retribution Imperial IPA ed Hop Riot IPA, seguite da altre produzioni che formano lentamente un portfolio di una cinquantina di referenze distribuite soprattutto in California, Nevada, Washington, Alaska, Vermont, Florida ed in Europa.

La birra.
Campfire Stout, una birra o meglio un “ricordo in forma liquida” di serate passate davanti al falò di un campeggio: si tratta di una stout prodotta con utilizzo di melassa e graham crackers che è col tempo diventata la High Water più venduta  e che si basa su di una ricetta realizzata da Altimari assieme alla moglie Barri, una ex-psicologa che oltre a lavorare per High Water sviluppa ricette gastronomiche per aziende alimentari;  nel 2014 ha ottenuto al Great American Beer Festival la medaglia d’oro nella categoria “specialty”. 
Nera, forma una golosa testa di schiuma cremosa color cappuccino che tuttavia collassa abbastanza rapidamente; l’aroma disegna subito una birra-dessert ricca di cioccolato al latte, marshmallow, gianduia, caramello e melassa, biscotto (o quel graham cracker che dir si voglia), nocciola e vaniglia. Molto bene intensità e pulizia, peccato per qualche lieve scivolone, comunque perdonabile,  nell'artificialità di alcuni profumi. La sensazione palatale predilige la scorrevolezza e la facilità di bevuta senza indulgere in cremosità o mouthfeel particolarmente "lussureggianti": il corpo è medio e le bollicine, sebbene sottili, sono leggermente in eccesso. Al palato  c'è un po' meno pulizia: il dolce del caramello, del cioccolato al latte e della vaniglia viene in parte bilanciato dall'orzo tostato, con il risultato di una birra che rimane comunque abbastanza dolce senza mai essere stucchevole. Nel finale le tostature sono affiancate dall'amaro dei luppoli, con il palato che viene ripulito e quasi rinfrescato da lieve accenni di anice e di menta. C'è complessivamente una bella intensità in una stout-dessert dalla gradazione alcolica tutto sommato contenuta e priva di eccessi: per il mio gusto personale le manca un pochino d'amaro, il gusto è un po' meno convincente rispetto all'aroma ma se amate le birre-dessert questa Campfire Stout è senz'altro da mettere sulla vostra wishlist. 
Formato: 65 cl., alc. 6.5%. IBU 39, lotto 05/05/2015, scad. non riportata, 11.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 17 agosto 2016

Birra in Portogallo, parte prima: Fermentum - Engenharia das Fermentações e Dois Corvos Cervejeira

Anche il Portogallo, come quasi ogni altra nazione europea, sta avendo la propria piccola craft beer revolution; in un paese dove  le industriali SuperBock e Sagres si contendono le spine dei locali e gli scaffali dei supermercati, a prezzi peraltro bassissimi, sono oggi presenti una settantina tra brewpub, microbirrifici e beerfirm, almeno secondo quanto riporta il database di Ratebeer. Le prime due aperture risalgono al 2011 per arrivare a 17  a fine 2013; ma è solo a partire dal 2014 che il movimento inizia davvero a crescere al ritmo di circa 30 aperture l’anno. A Lisbona e a Porto arrivano i primi locali dedicati alla craft beer, con una formula che è pressappoco la stessa: piccolo beershop con mescita, dove alcune spine affiancano una buona selezione in bottiglia per il consumo in loco e per l’asporto. Ma anche in qualche ristorante, nei negozi di prodotti gastronomici (inclusi quelli nell’aeroporto di Lisbona) e nei supermercati si può incontrare qualche bottiglia “di artigianale”; i prezzi purtroppo si avvicinano pericolosamente a quelli italiani: siamo sui 10 euro/litro per acquisto di bottiglie, tra i 15 ed i 20 euro/litro per le proposte alla spina spesso in formato 20 e 40 cl. 
Nelle due settimane passate in Portogallo ammetto di aver volutamente tralasciato la birra a favore del vino; non mi è comunque mancata l’occasione di assaggiare – tra poche luci e molte ombre – anche alcune proposte da microbirrifici e beerfirm portoghesi che cercherò di riassumervi in un paio di post. 

Partiamo uno dei più “vecchi” microbirrifici portoghesi, ovvero Fermentum - Engenharia das fermentações, aperto nel 2011 a Vila Verde (Braga) da Francisco Pereira e Filipe Macieira, entrambi ricercatori all’università di Minho ed ex-homebrewers; le birre vengono inizialmente commercializzate a nome Cerveja Artesanal do Minho, mentre da un paio di anni il brand è stato modificato in Cerveja Letra.  Ad ogni birra corrisponde infatti una lettera dell’alfabeto: A per la Weiss, B per la Pilsner, C per la Stout e D per la de Red Ale; a queste birre si sono poi affiancate una Belgian Strong Dark Ale (E) e una IPA (F); la loro distribuzione è abbastanza buona anche lontano dal luogo di produzione, ovvero l’estremità settentrionale del Portogallo. 

Inizio con la Cerveja Letra C, una stout prodotta con luppoli tedeschi e americani, nera e dalla schiuma marrone un po’ scomposta ed esuberante ma dalla lunghissima persistenza. Il naso non è particolarmente intenso ma presenta una discreta pulizia con i profumi del caffè e dell’orzo tostato; quando la birra si scalda emerge una leggerissima nota di salamoia. Al palato risulta un po’ troppo carbonata per lo stile, riproponendo quasi in fotocopia l’aroma, nel bene e nel male, salamoia inclusa: lieve caramello in sottofondo, caffè ma soprattutto tostature formano una bevuta discreta che però si spegne nel finale, perdendosi in una leggera astringenza e nell’eccessiva acidità dei malti scuri. Benino l’intensità, ampi margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia ed eleganza; siamo nei dintorni della sufficienza

Baylet è invece il nome dato ad una doppia collaborazione con il birrificio spagnolo (Gijón) Bayura Asturies Craft Beer per la realizzazione di due Double IPA alla segale: “Black” quella prodotta in Spagna, chiara quella portoghese che vado a stappare. In verità il suo colore ambrato è piuttosto carico con riflessi ramati ed una schiuma ocra, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. I luppoli utilizzati dovrebbero essere Summit, Cascade e Calypso con un generoso dry-hopping di Mosaic; l’aroma non fa di fragranza ed eleganza le sue caratteristiche principali ma presenta un buona intensità: domina il dolce del caramello e della marmellata d’agrumi, qualche accenno di frutti di bosco (lampone?), una discreta presenza etilica ed una lieve speziatura donata dalla segale. In bocca è piuttosto robusta (medio-pieno) con una carbonazione delicata che avvolge il palato con una coltre piuttosto dolce di caramello, marmellata d’agrumi ed una componente zuccherina piuttosto notevole; a contrastarla l’amaro resinoso e vegetale, leggermente speziato, poi protagonista del finale. In assenza di finezza rimane una buona potenza di fuoco in una birra tutta giocata sull’asse caramellone-resinoso che non rientra esattamente nelle mie grazie: l’alcool scalda il giusto e la bevuta procede senza intoppi ma con qualche sbadiglio di troppo.


Spostiamoci ora a Lisbona dove a ottobre 2013 ha aperto la Dois Corvos Cervejeira nel distretto periferico di Beato, piccola taproom aperta tutti i giorni dalle due del pomeriggio con possibilità di riempire anche growlers: se tutto ciò vi fa pensare gli Stati Uniti non vi state sbagliando, perché dietro a Dois Corvos c’è l’americano Scott Steffens, ingegnere informatico con l’hobby per l’homebrewing. Nel 1999 conosce in Portogallo Susana Cascais, che nel 2002 lo raggiunge a Seattle per diventare sua moglie e lavorare per un birrificio nel marketing. Dopo una decina d’anni si trasferiscono con i figli piccoli, l’attrezzatura da homebrewer ed il progetto di aprire un microbirrificio a Lisbona. Il business plan di Dois Corvos è già pronto nel 2013, con un impianto da 850 litri progettato ed assemblato in proprio; qualche ritardo tecnico e la burocrazia fanno però slittare il debutto a gennaio 2015. Oggi sono circa una ventina le etichette disponibili, incluse produzioni stagionali ed occasionali, che spaziano tra Usa, Belgio, Inghilterra e Germania. 

Evitando volutamente le solite IPA, partiamo con la Galáxia Milk Stout, che si presenta di color marrone scurissimo con una bella schiuma cremosa e dall’ottima persistenza. Il naso è però praticamente assente, con un lontanissimo ricordo di cioccolato al latte; bene il mouthfeel, morbido e scorrevole ma al palato le cose non vanno troppo bene.  Il lattosio/panna si sente, ci sono accenni di cioccolato al latte e caramello, una fastidiosa presenza di esteri fruttati ma manca completamente il carattere “scuro” o torrefatto che di si voglia; l’unico accenno di amaro è la chiusura terrosa, davvero troppo flebile per equilibrare una birra che abbina l’acidità dei malti scuri al dolce del cioccolato al latte, risultando alla fine poco pulita e sbilanciata.   

Dalla tradizione anglosassone spostiamoci a quella belga, che personalmente reputo il banco di prova di ogni birrificio. Per la Marvila Series, ovvero birre  occasionali/stagionali, ecco una Saison prodotta senza l’utilizzo di spezie. Non badate alla foto, lei è arancio pallido e velata nel bicchiere, all’aroma presenta note floreali e fruttate (arancio) affiancate da quelle di coriandolo e chiodi di garofano. L’elevata carbonazione la rende vivace e molto scorrevole al palato, dove però il gusto si rivela molto meno pulito: pane e miele accompagnano la polpa dell’arancio e i chiodi di garofano, sino ad un finale terroso e leggermente astringente nel quale i fenoli apportano un po’ di plastica bruciata. Il risultato non è drammatico ma è una Saison completamente priva di carattere rustico:  c’è una leggera acidità a rendere la bevuta rinfrescante, il DNA belga s’intravede, ma la strada da percorrere per fare una Saison degna di tale nome è ancora lunga.

Nel dettaglio:
Cerveja Letra C Stout, 33 cl., alc. 5.5%, lotto 21-16, scad. 03/2015, prezzo indicativo 2.99 Euro.
Cerveja Letra / Bayura Baylet Rye Imperial IPA, 33 cl., alc. 8.5%, lotto 22-2016, scad. 06/2017, prezzo indicativo 3.00 Euro
Dois Corvos Galáxia Milk Stout, 33 cl., alc. 4.9%. IBU 25, lotto 22/04/2016, scad. 01/2017, prezzo indicativo 2,49 Euro
Dois Corvos Saison, 33 cl., alc. 5.2%, IBU 29, lotto 16/05/2016, scad. 02/2017, prezzo indicativo 2,99 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 27 dicembre 2015

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery - Sweet Black Lady Stout

Eccoci arrivati all'ultimo appuntamento del 2015 con HOMEBREWED!, la rubrica che ospita le vostre produzioni casalinghe; oggi è il turno di Giacomo Savatteri da Caltagirone (CT) ed il suo birrificio casalingo chiamato, in onore del proprio cagnolino, Cavalier King Brewery. 
In una zona della Sicilia dove purtroppo non ci sono molte opportunità di reperire birre di qualità, una possibile "salvezza" dalle birre industriali è stata per Giacomo iniziare a farsela da solo; la sua passione è nata cinque anni fa, dapprima con i soliti kit rapidamente rimpiazzati da produzioni All Grain. 
Negli ultimi anni anche la Sicilia, con un po' di ritardo rispetto ad altre regioni settentrionali, ha visto nascere molti nuovi microbirrifici e beerfirm che stanno portando una ventata di novità: speriamo che sia davvero l'inizio di una rivoluzione "artigianale" e che sempre più persone abbiano accesso alla birra di qualità. E, perché no, a sempre più persone venga voglia di provare l'avventura dell'homebrewing.
Ringrazio quindi Giacomo per avermi inviato un paio di bottiglie della sua Sweet Black Lady, una sweet stout all'avena. La ricetta prevede malti Pale, Crystal, Carafa, Black Roast, avena, luppolo Northdown (solo amaro) e decotto di carrube. 
L'aspetto è davvero splendido ed invitante: ebano scuro ed una cremosissima schiuma beige, molto fine e compatta, molto persistente. Al naso emergono con una discreta intensità l'orzo tostato, sentori di caffè e frutta secca, mirtillo, forse carrube o cioccolato al latte.
L'aroma è semplice ma abbastanza pulito, senza off-flavours: migliorabile è invece la finezza e l'eleganza dei singoli elementi.  Bene invece la sensazione palatale: il corpo è tra il medio ed il leggero, con una discreta cremosità conferita dall'avena. La carbonatazione, sebbene molto sottile, è inizialmente un po' troppo elevata: meglio lasciarla stemperare un po' nel bicchiere. Il gusto presenta una buona intensità ma una minore pulizia rispetto all'aroma: orzo tostato, caffè e liquirizia con il dolce del caramello bruciato a bilanciare formano una bevuta complessivamente gradevole, bilanciata e priva di difetti. Il finale è abbastanza corto, con l'acidità dei malti scuri, una lieve carezza etilica e un leggero amaro, tostato e terroso.  
Una stout facile da bere che non sacrifica affatto l'intensità, sorretta da una sensazione palatale morbida e piacevole. Bene le fondamenta, ora quello su cui secondo me c'è da lavorare è la finezza e l'eleganza: al di là di una "generale" sensazione positiva di quello che c'è nel bicchiere, il passaggio ad un livello "superiore" implica che sia possibile sentire più distintamente i vari elementi che compongono il gusto.  Facile per me da dire, meno da mettere in pratica per chi la birra la deve poi fare. Questa la  valutazione su scala BJCP:  31/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 11/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 6/10).   Ringrazio ancora Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  
Formato: 50 cl., alc. 5.2%, imbott. 31/10/2015.

domenica 26 luglio 2015

Mad Hatter Nightmare On Bold Street

Da Livepool ecco il debutto sul blog della Mad Hatter Brewing Company, aperta nel febbraio 2013 da Gareth "Gaz" Matthews and Sue Starling; l'esordio avviene con un impianto da 1,5 barili nel sobborgo di Toxteh, ben presto insufficiente a soddisfare la domanda e già sostituito da uno di 2.5 barili che viene installato non molto distante nei nuovi locali all'incrocio tra Jamaica e Watkinson Street; inizialmente viene anche aperta una piccola taproom, che però è stata già chiusa.
Ma facciamo un passo indietro: per Gaz l'homebrewing è qualcosa di familiare visto che suo fratello maggiore produceva la birra in casa e riforniva feste, amici e conoscenti. Non passa molto tempo che anche Gaz inizia a birrificare in garage; i suoi primi sforzi sono orientati a replicare la Theakston's Old Peculier, quella che a quel tempo lui reputava essere la miglior birra al mondo. 
Ottiene una laurea in criminologia ma la mancanza di sbocchi professionali lo riportano alla birra, nel tentativo di ricavarci una professione. E' sua moglie Sue a fargli il regalo di compleanno perfetto: lo benda e lo porta nei locali vuoti che lei stessa ha preso in affitto per lui in Upper Parliament Street: qui poteva installarci il suo microbirrificio. 
La scena birraria di Liverpool è ancora lontana dai livelli di Londra o di Manchester, ma anche in questa città stanno aprendo diversi microbirrifici. Mad Hatter dichiara di voler mescolare la Craft Beer Revolution americana con la tradizione inglese delle Real Ales ed è forse proprio per questo che è stato scelto il nome de "Il Cappellaio Matto", oltre all'inevitabile riferimento al libro di Lewis Carroll (Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie): nelle intenzioni del birrificio c'è la volontà di usare una buona dose di pazzia nel mescolare innovazione e tradizione, coltivandosi in proprio i ceppi di lieviti, nella speranza di "tirare fuori dal cilindro" qualcosa di buono.
Di bello ci sono senz'altro le etichette, realizzate dall'illustratrice Emily Warren (The Stealthy Rabbit): prendiamo la birra di oggi, una milk stout prodotta con lattosio e chicchi di caffè della Bold Street Coffee di Liverpool. Per l'occasione il Cappellaio Matto fa il verso al film  A Nightmare on Elm Street (in italiano Nightmare - Dal profondo della notte) ma dentro la maglietta a strisce orizzontali anziché il mitico Freddy Krueger c'è un inquietante coniglio. 
Nightmare on Bold St., dunque, non si presenta proprio nel migliore dei modi con un leggero gushing all'apertura che fortuitamente non provoca disastri;  è torbida, marrone scuro, con una testa di schiuma cremosa color nocciola, dall'ottima persistenza. Al naso impazzano gli esteri, con forti sentori di frutti rossi aspri e di mela che, assieme a quelli di cioccolato al latte e di caffè, formano un mix non particolarmente invitante, almeno per me. Il peggio purtroppo deve ancora venire: al palato è evidente l'infezione in una birra che apre aspra di frutti rossi e di aceto di mela. La bevuta prosegue brevemente (prima del lavandino) con un gusto (?) confuso e molto sporco nel quale emerge una generale sensazione di caffè. Annoto anche una discreta astringenza, moltissime bollicine che non aiutano certo a decifrare i sapori, ed un finale amaro di caffè e cicoria, molto poco gradevole.
Debutto sfortunato, per un birrificio che in soli due anni di attività ha già sfornato più di cinquanta birre, tra one-shot e stagionali: piuttosto che continuare a sfornare novità, che non sia il caso di concentrarsi su poche etichette e lavorare soprattutto sulla costanza produttiva?
Formato: 33 cl., alc. 5.3%, scad. 15/12/2015, pagata 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 14 giugno 2015

Left Hand Milk Stout Nitro

Ritorna dopo qualche anno anche il birrificio del Colorado Left Hand Brewing Company, fondato dagli homebrewers Dick Doore e Eddy Wallace; le porte del birrificio di aprirono nel settembre del 1993 con il nome Indian Peaks Brewing Co., che cambiò poi in Left Hand l'anno successivo quando i due scoprirono che Indian Peaks era già utilizzato da un altro birrificio. 
Facciamo ora un grosso salto in avanti al 2011, l'anno in cui Left Hand presenta al Great American Beer Festival la versione "Nitro" della sua ottima Milk Stout, che produce dal 2001: due anni e mezzo di lavoro, (centinaia di) migliaia di dollari spesi per realizzare quella che è a tutti gli effetti la prima birra americana imbottigliata "al nitrogeno/azoto". 
Credo che tutti abbiate ben presente l'"effetto cascata" della stout più famosa  al mondo (la Guinness)  quando viene spillata  in un pub e forma una cremosissima testa di schiuma. L'affascinante fenomeno è diventato uno dei punti di forza del marketing della Guinness: il suo segreto è la spillatura in carboazoto al posto della classica anidride carbonica, che aumenta la morbidezza e la cremosità della birra al palato. Alla fine degli anni '80 la Guinness replicò "l'effetto cascata" anche nelle proprie lattine, completando un lungo studio durato una ventina d'anni: nel marzo del 1989 viene commercializzata la prima lattina con il "floating widget" chiamato "Smoothifier", un'ingegnosa pallina di plastica contenente azoto/nitrogeno introdotta nelle lattine che ottenne anche il Queen’s Technological Achievement Award.
Nel 2011 la Left Hand annuncia con orgoglio di essere il primo birrificio americano  ad aver realizzato una birra "al nitrogeno" senza utilizzare nessuna pallina; la base di partenza è la Milk Stout, che viene però parzialmente "ristudiata" per permettere l'utilizzo dell'azoto sin dal prime fasi di produzione della birra. Fatta la birra, la Left Hand ha inutilmente cercato di proteggere il nome "Nitro" registrandolo: la sua richiesta venne negata inizialmente perché la parola era già stata registrata dieci anni prima da Eli Gershkovitch della Steamworks Brewery di Vancouver. Trovato l'accordo con i canadesi, nel febbraio 2013 Left Hand ottiene effettivamente il copyright della parola "Nitro", suscitando però la mozione d'opposizione di altri birrifici americani che producevano regolarmente birre appositamente studiate per essere poi servite nei pub con la spillatura in carboazoto.  Le proteste dei birrofili americani in internet fanno il  resto e Left Hand finisce per rinunciare al marchio.
Passiamo alla sostanza: la  Milk Stout Nitro è prodotta con l'utilizzo di malti Pale 2-row, Crystal, Munich, Chocolate, fiocchi d'avena e di malto, orzo tostato, lattosio; i luppoli sono Magnum e US Goldings. 
Particolare attenzione va prestata al momento in cui si versa la birra nel bicchiere: questo dev'essere leggermente più ampio del contenuto della bottiglia (35.5 cl.) e questa a sua volta dev'essere versata in modo "aggressivo" ("Pour Hard") perpendicolarmente al bicchiere. Solo in questo modo potete assistere all'effetto cascata provocato dall'azoto che vedete nel video ufficiale: potete anche utilizzare l'hashtag #pourhard per cercare sui social network divertenti video di chi cerca di versare contemporaneamente tre o quattro bottiglie in altrettanti bicchieri.
All'aspetto è di colore ebano scurissimo, quasi nero, sormontato dalla cremosissima testa di schiuma beige dall'ottima persistenza. Bottiglia abbastanza fresca (marzo 2015) ed aroma elegante e pulitissimo nella sua semplicità: caffè e tostature, cioccolato al latte e fondente, qualche sentore di cenere, di vaniglia e di mirtillo. Ma il "climax" della bevuta è ovviamente la sensazione palatale "all'azoto", e il primo sorso non delude le aspettative: birra morbidissima, cremosa, una sorta di vellutato cappuccino che avvolge il palato di cioccolato al latte, caffellatte e orzo tostato, vaniglia. Difficile non emozionarsi, ma questa Milk Stout Nitro non è solo "mouthfeel": ci sono un'ottima pulizia ed un bell'equilibrio. Le eleganti tostature, il lieve dolce del caramello, l'acidità del caffè a chiudere la bevuta assieme alla leggerissima terrosità della luppolatura che pulisce bene il palato e spalanca le porte del retrogusto pulitissimo di caffellatte amaro. Lasciatela scaldare ed emergerà anche una morbida nota etilica, ma è impresa difficile: nonostante la vellutata cremosità, è una birra con finissime bollicine che scorre con grande facilità e finisce molto, troppo rapidamente. Al di là del marketing dell'hard pour e del suo effetto visivo,  è il lussurioso mouthfeel a fare la maggior parte di questa milk stout, che si completa con un'impeccabile pulizia ed un'ottima intensità. Splendida.
Formato: 35.5 cl., alc. 6%, IBU 25, imbott. 12/03/2015, scad. 08/09/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 17 maggio 2015

Geco Pecora Nera

Fondato nel 2009 dai fratelli Marco e Luca Ligas, provenienti da un decennio di homebrewing, il Birrificio Geco non è probabilmente tra quelli italiani che fanno continuamente parlare di sé. La sua è una presenza quasi discreta, con un bel percorso di crescita dalle tre birre degli esordi  (Ambra, Maia e Pecora Nera) alle dieci che compongono attualmente la gamma. Birre facili da bere, prezzi al di sotto della esosa media nazionale e, soprattutto, una presenza quasi costante nel medagliere di Birra dell'Anno a testimoniare i miglioramenti fatti in questi anni. 
Nell'edizione 2015 è stata la Marvin a portare a casa l'oro nella categoria 6 (ambrate, alta fermentazione, basso grado alcolico, d’ispirazione anglosassone), ma se non erro la birra più medagliata di Geco è la milk stout chiamata Pecora Nera. Podio sfiorato quest'anno (quarto posto in categoria 12), ma bronzo nel 2013 e argento nel 2011; a queste si aggiunge il primo posto all'Italian Beer Festival del 2012 nella categoria delle stout, il secondo posto al CIBA 2014 e 2015, il terzo nell'edizione 2013 tra le Porter, Imperial Porter, Stout, Imperial Stout, Milk Stout, Sweet Stout.
Assaggiamola, allora. Colora il bicchiere di marrone scurissimo, con una splendida schiuma nocciola, fine e compatta, cremosissima e molto persistente. Al naso c'è molta pulizia ed una buona eleganza fatta di chicchi di caffè e cioccolato al latte, sentori di cenere ed orzo tostato, frutti di bosco, lieve caramello bruciato. 
Sensazione palatale davvero ottima per una session beer dalla gradazione alcolica contenuta (4%): leggera cremosità, morbidezza, corpo leggero e poche bollicine. L'intensità non è per nulla sacrificata alla facilità di bevuta: il gusto segue per filo e per segno l'aroma ed è abbastanza ricco di caffè e tostature, cioccolato al latte e qualche sfumatura di cenere. Non c'è la stessa pulizia dell'aroma, ma il livello è comunque buono; rimane da registrare un po' di dolce del caramello, l'acidità del caffè ed un bel finale elegante ed amaro di tostature e di caffè. Una stout che fa della semplicità e della facilità di bevuta il suo punto di forza: ben eseguita, tranquillamente sessionabile, porta in dote il giusto livello d'amaro ben bilanciato dalla leggera presenza di dolce: gli esempi in Italia ben riusciti non sono poi così numerosi, nonostante i quasi novecento soggetti che commercializzano birra attualmente. Se la trovate sulla vostra strada, non fate finta di niente e provatela: bottiglia da 33 centilitri piuttosto insoddisfacente, il mezzo litro sarebbe decisamente più adeguato.
Formato:  33 cl., alc. 4%, lotto 1704, scad. 09/2015, pagata 3.70 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 4 giugno 2014

Samuel Smiths Organic Chocolate Stout

Dovrebbe essere, se non erro, l'ultima (o per lo meno una delle ultime) nate in casa Samuel Smith, il più antico birrificio dello Yorkshire inglese, fondato nel 1758. In Internet viene riportata Settembre 2012 come data del debutto, ma non sono riuscito a chiarire se si tratta della prima importazione in terra americana o  del debutto in assoluto. Ad ogni modo, il birrificio di Tadcaster aggiunge una nuova birra alla sua linea Organic (biologica) inaugurata negli anni '90 e che si compone ormai di una decina di prodotti. Nello specifico, tutti gli ingredienti utilizzati (orzo, zucchero di canna, luppoli ed estratto di cacao) sono biologici e certificati dalla UK Soil Association e dalla USDA Certified Organic.
Filtrata, è disponibile sia in formato da 355 che in quello da 550 (ovvero la pinta Vittoriana) ml.  Nel bicchiere di presenta di colore marrone scurissimo, con un generoso cappello di schiuma beige, cremosa e compatta, molto persistente. Il naso è molto pronunciato, con netti sentori di cioccolato al latte che vi può apparire in diverse varianti, a seconda della vostra memoria olfattiva: cacao in polvere, nesquik, ovetto kinder; in sottofondo sembra di scorgere qualche sfumatura di vaniglia e di caramello. 
L'intensità è ottima, l'eleganza è invece forse un po' discutibile (vedi "effetto Nesquik").  Bene in bocca, poco carbonata, morbida, facilissima da bere come da tradizione Samuel Smith e con un corpo medio-leggero. In bocca, oltre all'ovvio cioccolato al latte, ci sono note di orzo tostato, caramello e qualche sentore di frutti di bosco. Ma a dominare è, come per l'aroma, il cioccolato al latte, con lievi tostature e qualche suggestione di caffè che cercano di equilibrare una bevuta piuttosto dolce, visto che dopotutto stiamo parlando di una Sweet Stout. Bene la pulizia e benissimo l'intensità, visto che stiamo parlando di una birra dal contenuto alcolico moderato (5%); il risultato è ben riuscito ma abbastanza monocorde. Se vi piace il cioccolato al latte, direi che questa birra potrebbe rappresentare per voi un piccolo paradiso: diverso il ricorso se invece, come me, siete dei puristi del cioccolato (molto) amaro. Ma questa è solo una semplice preferenza  di gusto che non deve interferire con la descrizione di una birra molto ben fatta.
Formato: 55 cl., alc 5%, IBU 28, scad. 04/2015, pagata 5.50 Euro (beershop, Italia).

mercoledì 25 settembre 2013

Endorama Milkyman

Concludiamo il trittico di assaggi del birrificio bergamasco Endorama con la loro milk stout chiamata Milkyman. Medaglia anche per lei, come per le birre precedenti, al concorso Birra dell'Anno 2011: terzo posto nella categoria 7, birre scure, basso grado alcolico d'ispirazione anglosassone. Ancora di meglio ha fatto quest'anno, ottenendo sempre a Birra dell'Anno l'oro nella categoria 11 (Scure, altafermentazione, basso grado alcolico, d’ispirazione angloamericana). Nonostante la gradazione alcolica da session beer (4,2%), questa Milkyman ha mostrato un'intensità davvero degna di nota. Impeccabile nell'aspetto, ebano scuro, con "un dito" di schiuma color nocciola, fine e cremosa. Intenso e pulito il naso, con profumi di  orzo tostato, caffè, pane nero di segale ed in secondo piano leggeri sentori di cenere e di cioccolato al latte. Il meglio deve però ancora venire: ottima la sensazione palatale, una birra che riesce ad essere al tempo stesso leggera e scorrevole ma anche morbida e rotonda, con un'acquosità perfettamente sotto controllo e una carbonatazione molto contenuta. L'imbocco è di orzo tostato e caffè, seguito da una parte centrale più dolce (caffellatte) ed un ritorno di caffè amaro nel finale. Una bella acidità tiene sempre il palato ben pulito, preparandolo ad un retrogusto che ci ha ricordato un caffè macchiato, ma lievemente affumicato. Praticamente una birra quotidiana: semplice, gradazione alcolica contenuta, facilissima da bere, leggerissima ma intensa al tempo stesso, volendo ci potreste fare tranquillamente anche colazione. Formato: 33 cl., alc. 4,2%, IBU 22, lotto MK8, scad. 30/04/2014, pagata 3,50 Euro (beershop, Italia).

venerdì 26 novembre 2010

Montegioco Makkestout

Stout (sweet) prodotta dal Birrificio Montegioco per il famoso locale romano “Ma che siete venuti a fa’”. Praticamente nera, schiuma color moka poco ampia, cremosa, poco persistente. Naso poco pronunciato, decisamente lievitoso, qualche sentore di malto tostato. Corpo leggero, bassa carbonatazione. In bocca le cose non migliorano di molto; di nuovo una presenza troppo invasiva di lieviti, una leggera presenza di malto tostato, ed una sensazione di acquosità troppo marcata che termina in un finale velocissimo, appena amaro. Una stout davvero pessima – in questa versione bottiglia da 33 cl. – che ci sorprende purtroppo in maniera negativa perché prodotta da un birrificio quotato come il Montegioco. Seconda esperienza poco piacevole dopo la RurAle recensita poco tempo fa. Vogliamo pensare che la versione alla spina sia decisamente migliore. ABV 5%, 4 € allo stand del birrificio.
______________
english summary:
Sweet stout from Italian Birrificio Montegioco especially brewed for the famous pub in Rome “Ma che siete venuti a fa’”. Black color with a small creamy brown head quickly collapsing. Light nose with yeast and roasted malt. Light body, low carbonation. Watery palate. Taste is yeast with some roasted malt. Watery finish, short and slightly bitter. Terrible bottled stout, we want to think that the cask version at the pub is better. 5% ABV, 33 cl. bottle, 4 €.

giovedì 19 agosto 2010

Left Hand Milk Stout

Di colore ebano scuro, impenetrabile ma limpido, con bei riflessi rosso rubino. Schiuma nocciola, ampia, cremosa e di buona persistenza. Aroma principalmente torrefatto, note di caffè, malto tostato, qualche sentore di cioccolato, predominanza dolce. Il corpo è medio-leggero, bassa carbonatazione. Gusto di malto tostato, caffè, buona presenza di cioccolato al latte. Retrogusto abboccato, con qualche nota di caffè. Una stout dove è la componente dolce a dominare, pur non risultando mai stucchevole, ma ben equilibrata dai malti tostati; ben fatta, il resto è una questione di gusti. Bottiglia da 355 ml., ABV 5.2%, € 4.20).

_____________
english summary:
Deep dark brown almost black color with some ruby reflections. Big mocha and creamy long lasting head. Aroma is roasted malt, some coffee and chocolate, sweety. Body from light to medium with low carbonation. It's creamy to the palate, with flavor of roasted malt, coffee and milk chocolate. It's a strange sensation to drink a "milky" beer. Fairly sweet aftertaste, somehow balanced by the roasted malts. 355 ml. bottle, 5.2% ABV.