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mercoledì 23 dicembre 2020

DALLA CANTINA: De Dolle Drie Mussen 2015

I polder sono una fascia costiera al di sotto del livello dell'alta marea che è stata sottratta al mare da opere di bonifica; tramite dighe e canali, il terreno viene isolato e poi reso coltivabile. I primi esperimenti furono realizzati nel XII secolo intorno alla città di Bruges e furono poi perfezionati nei secoli successivi dagli olandesi che, all'epoca dei primi polder nel 1600, aspiravano l’acqua anche con l’aiuto di pompe idrovore azionate dai mulini a vento ed eliminavano poi il sale di cui era impregnato il terreno coltivando il cavolo cappuccio, ortaggio che ha grande capacità di assorbimento del sale. I polder furono anche usati per scopi militari; aprire le dighe per allagare rapidamente vasti aree di terreno era una tecnica usata per rallentare l’avanzata dell’esercito nemico. E’ quello che accadde in Belgio nel corso della prima guerra mondiale: lo scopo fu raggiunto, ma l’impossibilità di spostarsi originò una lunga guerra di trincea nella quale moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. 
Il polder Drie Mussen (“i tre passeri”) si trova in Belgio nella valle Handzame tra Diksmuide, Beerst e Vladslo: un’area agricola di 78 ettari per la quale a partire dal  2011 il governo fiammingo ha finanziato opere volte a recuperarne ed a preservarne la biodiversità: scavi di drenaggio, pulizia dei canali e delle d’acqua pozze per facilitare l’abbeveramento degli animali, piantumazione. Un progetto pilota, al quale lavorano agricoltori ed associazioni naturaliste, che ha già dato ottimi risultati: alcune specie di uccelli sono tornate a ripopolare i campi e gli agricoltori hanno notato grandi miglioramenti nella qualità dell’acqua e nel drenaggio dei prati nei periodi più umidi dell’anno.
E’ stato inoltre creato il “sentiero dei tre passeri” (Drie Mussenwandeling),   una bella camminata di quattro chilometri che dal Grote Mark di Diksmuide vi conduce al quartiere di Beerst-Keizerhoek dove si trova il caffè De Drie Musschen, l’accesso all’area del polder e un moderno ponte pedonale dal quale potete ammirare i campanili delle chiese di Diksmuide, Esen, Vladslo e Beerst.
Esen: agli appassionati di birra belga questa parola dovrebbe subito scaldare il cuore. E’ in questo piccolo paese delle fiandre che ha infatti sede il birrificio De Dolle. A gennaio 2015 per promuovere il turismo nell’area, la municipalità di Diksmuide ha voluto creare alcuni prodotti gastronomici a marchio Drie Mussen. Al caseificio biologico Dischhof è stato commissionato un formaggio (Drie Mussenkaas) prodotto con il latte del bestiame che pascola libero nella zona del polder. Al birrificio De Dolle, che si trova ai margini della zona, è invece toccato il compito di realizzare il suo abbinamento perfetto, la Drie Mussenbier. 

La birra.

Ricordo il mio stupore quando nell’estate del 2015 avvistai una bottiglia di Drie Mussen (8%) in un piccolo negozio di alimentari di Diksmuide. Non ne avevo mai sentito parlare e pensavo d’aver messo le mani su una specie di rarità, ma qualche ricerca in Internet mi fece poi tornare rapidamente con i piedi sulla terra. Sembra infatti essere una semplice rietichettatura della Arabier, anche se questo articolo del 2015  parla di una “versione speciale della Arabier”. Impossibile pretendere di conoscere la verità quando c’è di mezzo De Dolle; il “birraio pazzo” Kris Herteleer ha anche voluto trovare un curioso aneddoto da abbinare al nome. Come detto, De Drie Musschen è il nome di una locanda il cui proprietario aveva tre giovani figlie “così piccole e magre che avrebbero potuto volare via da dietro il bancone, proprio come tre passeri”.  
L’Arabier di De Dolle è una Belgian Strong Ale generosamente luppolata e dalla bevibilità assassina; non è ovviamente una birra da far invecchiare ma da bere fresca. Partendo dal presupposto che questa Drie Mussenbier sia solo un’Arabier mascherata, ho deciso volutamente di dimenticarla per cinque anni in cantina per togliermi la curiosità di vederne l’evoluzione.  
Il suo colore arancio velato è ovviamente un po’ più scuro rispetto a quello di una Arabier giovane; l’esuberante schiuma pannosa è quasi indissolubile e regala subito forti esteri fruttati, vagamente sciropposi, non facili da definire. Pensate a frutti di bosco, lamponi, ad una mela rossa matura, alla ciliegia sciroppata: bisogna attendere molti minuti che la schiuma collassi per sentire profumi più convenzionali che richiamano il biscottato, la frutta candita e quel magico profumo del lievito belga che per certi versi può ricordare alcuni champagne. Il timore che sia una birra terribilmente dolce ed ossidata svanisce fortunatamente al primo sorso: la bevuta è molto più armonica, bilanciata tra accenni di caramello e biscottati, pesca e albicocca candita, uvetta gialla e qualche nota vinosa che inizia a ricordare il marsalato. Ma la vera magia di questa Drie Mussen/ Arabier avviene nel finale, con un bel taglio acidulo a ripulire il dolce e un finale secchissimo, con punta amaricante di frutta secca a guscio che nuovamente suggerisce affinità con il mondo dello champagne. (Lo scenario descritto vi suona familiare? Qualche Stille Nacht con un paio d’anni sulle spalle, forse ?) 
La sua generosa luppolatura è scomparsa, l’alcool scalda con raziocinio e le bollicine non hanno l’aggressività tipica di una Arabier fresca: certo, il corpo mostra qualche lieve cedimento ma è una birra che si beve bene e che impressiona per la sua tenuta nel tempo. Non posso dire di preferirla ad una Arabier giovane, ma non ne farei un dramma se scoprissi di essermi dimenticato in cantina qualche bottiglia.
Per vostra informazione la Drie Mussen viene ancora prodotta con un'etichetta un po' meno amatoriale e un bicchiere - il classico Oerbier di De Dolle - serigrafato appropriatamente. 
Formato 33 cl., alc. 8%, scad. 05/2017, pagata 2,02 Euro (Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 8 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Chimay Bleue, Rochefort Trappistes 10, Liefmans Goudenband, Fantôme Saison 2010


Eccoci alla seconda parte dedicata al vintage belga; per chi si fosse perso la prima ecco il link. Oggi assaggiamo altre quattro birre che hanno passato dieci anni in cantina (per i più pignoli) al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi. Ricordo anche che il 90% della birra va bevuta fresca e che sono poche le birre che migliorano con il tempo. Gli effetti dell’ossidazione possono essere piacevoli o spiacevoli e spesso convivono: per quel che mi riguarda a parte rari casi considero l’invecchiamento così lungo una curiosità, non di certo una necessità. Un paio di anni invece su alcuni stili sono invece desiderabili e aiutano a smussare gli angoli e le irrequietezze della gioventù. Ma andiamo oltre e iniziamo a stappare.

Chimay Bleue (9%)
Da questa birra non mi aspettavo molto: nessun pregiudizio, in passato mi era già capitato di bere qualche bottiglia vecchia (anche se non così) ed il risultato era stato poco entusiasmante. E’ tuttavia una birra alla cui sono affezionato: quando la birra artigianale ancora non esisteva la Chimay Blu si teneva in serbo per qualche occasione speciale. Il suo colore è ambrato carico e piuttosto torbido; la schiuma è compatta ma poco persistente. Il naso è piuttosto ossidato e stanco: ciliegione, cartone bagnato, melassa, uvetta, datteri. La sensazione palatale non è invece male: il corpo non è particolarmente scarico e le bollicine sono ancora presenti. Anche il gusto si risolleva un po’: caramello e biscotto rispondono ancora presente, ci sono note liquorose e di vino marsalato, quasi una piacevole apparizione finale d’amaretto. L’alcool è ben dosato, il cartone ed il peso degli anni si fanno sentire ma la bottiglia non è un completo cadavere.  Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10.

Rochefort Trappistes 10 (11,3%)
La sua sorella minore 8 non aveva fatto male e quindi mi aspetto ancora di più dalla “mitica” 10: la sua tonaca di frate è molto torbida, la schiuma cremosa ha una discreta persistenza. L’aroma rincuora: Porto, uvetta, prugna disidratata, frutti di bosco, mela. Non è molto intenso ma riesce già a riscaldare l’animo.  In bocca è ancora solida: carbonazione media, nessun cedimento strutturale e la bevuta è potente, reminiscente di Porto e vino liquoroso accompagnati da biscotto, caramello e frutta sotto spirito. Non è quel capolavoro che mi era capitato d’assaggiare al quinto anno, non c’è quella bellissima suggestione di cioccolato finale ma è ancora una birra che emoziona. Il cartone bagnato appena si sente. Un’alternativa economica ad una bottiglia di Porto? Una Roch 10 di dieci anni. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10.


Liefmans Goudenband (8%)
Lo ammetto: è la prima volta che bevo la Goudenband e non ho quindi nessun parametro di riferimento con una bottiglia giovane. Una mancanza imperdonabile la mia: quando si parla di Oud Bruin il nome Liefmans è un pezzo di storia fondamentale della tradizione belga. La famiglia fondatrice lo cedette nel 1974 e da quell’anno il birrificio cambiò più volte proprietario l’ultimo dei quali, la Riva di Dentergem, finì in bancarotta nel 2008. Il marchio Liefmans fu rilevato dalla Duvel-Moortgat. Non ho fonti esatte da citare ma per quel che ne so la Goudenband è pastorizzata e non ha quindi molto senso invecchiare una birra che è già “morta” alla nascita. Ma tant’è. Non fosse per la schiuma grossolana ed evanescente si direbbe infatti ancora perfetta: rosso rubino, acceso e luminoso, limpido. L’aroma parla di aceto di mela, tappo di sughero, ribes rosso: chiuso, “polveroso”, poco intenso e poco entusiasmante. Le poche bollicine e l’alcool fantasma la rendono pericolosamente facile da bere: non risulta tuttavia molto rinfrescante a causa della sua dolcezza.  Caramello, tanta ciliegia, prugna e frutti di bosco: per fortuna l’aceto di mela e l’asprezza del ribes seccano un po’ il finale e portano un po’ di equilibrio. Non trovo segni d’ossidazione al palato, probabile conferma di una pastorizzazione che ha quasi reso la birra immune al passaggio del tempo. Nel complesso la bevuta è gradevole ma fredda e plastica: nessuna emozione, nessun palpito. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: ND.

Fantôme Saison 2010 (8%)
La Saison dell’eclettico Dany Prignon non è per definizione una birra da invecchiare: vero, le Saison storicamente erano bières de provision ma si parlava di qualche mese, non certo di anni. Oltre a questo c’è da dire che la costanza produttiva non è mai stata (ultimamente è migliorato, lo ammetto) la caratteristica principale di Fantôme: il rischio è quello di mettere in cantina qualcosa d’imbevibile già in partenza. Mi sono comunque voluto togliere lo sfizio d’invecchiare una Saison dalla gradazione alcolica robusta ed il risultato è stato sorprendente. Nel bicchiere è luminosamente dorata, la schiuma è ancora pannosa e generosa anche se molto rapida nel dissiparsi. Al naso c’è ancora quella speziatura indefinita  (pepe? coriandolo?) del lievito di casa Fantôme accompagnato da pera, arancia, accenni di frutta a pasta gialla e di uva, il tutto in un contesto rustico e ruspante. Le bollicine sono ancora vivaci e il fantasmino bianco scorre in bocca che è un piacere. Miele, frutta a pasta gialle, mela verde, agrumi, uva bianca: si direbbe una Saison nata ieri non fosse per quel carattere vinoso (moscato d’annata?) che fa capolino a più riprese. Chiude secca e un po’ amara (terroso, lattico), lasciando con molti interrogativi chi ha il bicchiere in mano: possibile che dopo dieci anni questa Saison sia ancora così piena di vita?  Un piccolo miracolo, una splendida vecchietta e no. Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10.

Considerazioni finali su queste altre quattro bottiglie: inutile invecchiare Goudenband e Chimay Bleue, per motivazioni diverse, una certezza la Rochefort 10 anche se l’avevo trovata migliore dopo “solo” cinque anni. Gli altri cinque potevo tranquillamente risparmiarglieli. Fantôme è la sorpresa che non t’aspetti: ho provato a metterne via una bottiglia quasi per gioco e il risultato è andato ben oltre le aspettative. La risposta alla domanda meglio fresca o dopo dieci anni è comunque facile: meglio fresca, una Fantôme in stato di grazia che odora di fragole alla panna è un’esperienza che non ha prezzo.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
Chimay Bleue, 33 cl., alc. 9%, scad. 12/2015, pagata 2,50 € (supermercato)   34
Rochefort Trappistes 10, 33 cl., alc. 11,3%, scad. 26/05/2015, pagata 2,99 € (supermercato) 41
Liefmans Goudenband, 37.5 cl., alc. 8%, scad. 06/2020, pagata 3,19 € (drink store)  38
Fantôme Saison 2010, 75 cl., alc. 8%, scad. 12/2013, pagata 5,70 € (drink store) 42

lunedì 6 aprile 2020

Belgio, correva l'anno 2010: Rochefort Trappistes 8, St. Bernardus Abt 12, Struise Pannepot 2010, Cantillon Gueuze


Premessa: il 90% della birra va bevuta fresca ma se proprio volete provare a metterne qualcuna in cantina la tradizione belga è quella che forse meglio si presta agli esperimenti. Dark Strong Ales e Gueuze/Lambic possono regalare belle soddisfazioni anche dopo molti anni: alcune migliorano, altre diventano semplicemente diverse e non necessariamente più buone. Personalmente preferisco queste due categorie di birre con qualche anno sulle spalle ma sono gusti personali. Gli invecchiamenti più estremi meritano invece un discorso a parte: non c’è nessuna birra che meriti dieci anni d’attesa per poter essere bevuta al culmine del potenziale. Io la vedo come un gioco, un esperimento, un soddisfare la propria curiosità. 
Avevo in mente da un po’ di tempo stappare qualche birra belga dopo dieci anni dalla messa in bottiglia. L’emergenza Coronavirus ha reso un po’ più difficile accedere alla birra fresca e ho quindi sfruttato l’occasione per alleggerire un po’ la cantina. Ecco la prima parte del racconto delle bevute; visto che le birre “fresche” sono già comparse sul blog in altre occasioni mi limiterò alle note di degustazione rimandandovi al link originale per le informazioni più generali sulla birra stessa. Tutte le birre sono state conservate al buio ad una temperatura variabile tra una media di 5-10 gradi in inverno e di 20 in estate, con qualche picco di 25 negli anni più torridi.

Rochefort Trappistes 8 2010 (9.2%)
L’aspetto è molto bello per la sua età: tonaca di frate, riflessi rubino, schiuma ancora generosa, spumeggiante e compatta. Al naso sono svanite le spezie tipiche del lievito di casa Rochefort e dominano gli esteri fruttati, in verità un po’ sparati e molto sciropposi: mela, ciliegia, persino fragola e frutti di bosco. Al palato è ancora ben carbonata e non ci sono grossi cedimenti di corpo. La bevuta è molto più bilanciata rispetto all’aroma: biscotto, caramello, uvetta, datteri e ciliegia, bei richiami di Porto e, nel finale, di frutta secca a guscio. Qualche nota cartonata non rovina una birra che è invecchiata con dignità, soprattutto in bocca, e che si beve con piacere: l’alcool è ben nascosto e si fa sentire solo nel finale. Qui l'avevo bevuta dopo "solo" tre anni e m'aveva fatto un'ottima impressione.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 7/10.


St. Bernardus Abt 12 2010 (10%)
La più trappista tra le non trappiste (LINK) sembra essersi schiarita col tempo: ambrata, torbida, schiuma ancora sorprendentemente generosa e compatta. Tra le varie componenti il naso è quello che è invecchiato peggio: mela, pera, frutta secca, sciroppone di ciliegia, qualche nota di polvere/sughero gentilmente donatale dal tappo. Le bollicine sono ancora ben presenti ma il corpo mostra qualche segno di cedimento: caramello, uvetta, frutta secca e ciliegia disegnano una bevuta molto più equilibrata rispetto al l’aroma. L’ossidazione le ha portato dei piacevoli spunti di vino liquoroso ma anche un’astringenza finale cartonata poco gradevole: per fortuna si riprende in fretta con un piacevole retrogusto di prugna e uvetta sotto spirito. L’età non sembra averle donato molta saggezza/complessità: i tratti positivi e negativi si equivalgono anche se il naso è quello che ha “sofferto” di più. A quattro anni mi sembrava molto meglio.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 6/10. 

Struise Pannepot (10%)
L’etichetta indica il millesimo 2010 ma credo sia stata commercializzata l’anno successivo. Avrà quindi nove o dieci anni? Poco importa, i millesimi in casa Struise vanno sempre presi con le molle. Visivamente è quella che ha sofferto maggiormente: poca schiuma che scompare quasi subito, color ebano scuro. Ma che bel naso! Porto, marsala, melassa, frutti di bosco, prugna disidratata, marmellata di more, accenni di cioccolato. In bocca non ci sono grossi cedimenti: è ancora morbida, ben carbonata, dal corpo medio. Il gusto ricalca l’aroma con buona precisione: è una birra ricca di note marsalate e di vino fortificato, calda ed avvolgente. Annoto una lieve astringenza finale (bustina di tè/cartone) ma è un dettaglio che non rovina una bella festa. Sono forse gli Struise che oggi purtroppo non ci sono più e che procedono tra alti e bassi: difficile chiedere ad una Pannepot d’invecchiare e di emozionare meglio. Qui il confronto con un vintage di sei anni,
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 8/10. 

Cantillon Gueuze 2010 (5%)
Quella che prevedevo essere la miglior bottiglia di questo lotto non ha deluso le aspettative. La Gueuze 100% Lambic Bio "base" di Cantillon si veste come una giovincella: oro antico, leggermente velato e schiuma generosa e compatta, dalla buona persistenza. Legno, polvere, cantina, pelle di salame, uvaspina, mela verde, limone, accenni di ananas e frutta a pasta gialla, qualche sbuffo acetico. Serve altro? Sfido chiunque ad indovinarne l’età in un assaggio alla cieca: bollicine ancora vivaci, corpo medio, nessun cedimento. La bevuta ricalca fedelmente l’aroma: la parte sour è sostenuta da un bel sottofondo dolce di ananas e frutta a pasta gialla, la componente acetica è fortunatamente molto contenuta. Chiude secca, funky e legnosa, con un delicato e morbido warming etilico: emozionante, profonda, complessa ma semplice da bere.
Coefficiente di resistenza all’invecchiamento: 9/10. 

Riassumendo: benissimo Cantillon, piacevole sorpresa Struise, niente di ché Rochefort e St. Bernardus. Tutte tranne forse Cantillon hanno già superato il loro picco e avrei potuto/dovuto berle qualche anno prima. Ma non è una grossa scoperta dire che gueuze e lambic giocano un campionato a parte: se sia valsa la pena aspettarla dieci anni, piuttosto che cinque, è una domanda alla quale non ho risposta.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell’acquisto)
Rochefort Trappistes 8, 33 cl., alc. 9,2%, scad. 22/07/2015, pagata 2.89 € (supermercato)
St. Bernardus Abt 12, 75 cl., alc. 10,5%, scad. 06/2015, pagata 5,60 € (drink store)
Struise Pannepot 2010, 33 cl., alc. 10%, lotto A, scad. 02/2016, pagata 3,20 € (beershop)
Cantillon Gueuze, alc. 5%, 75 cl., lotto  17/03/2010, scad. 12/2030, pagata 7,90 € (drink store)

lunedì 16 dicembre 2019

DALLA CANTINA: Birra del Carrobiolo O.G. 1085 Una Botte e Via 2015

Se non erro è la birra che ha dato il via alle sperimentazioni con il legno del birrificio Piccolo Opificio Brassicolo del Carrobiolo – Fermentum: quella O.G. 1085 che oggi è stata rinominata semplicemente Tripel ma che sino a qualche anno fa era chiamata con il valore di densità del mosto prima della fermentazione. Correva l’anno 2012 ed il birrificio guidato dal birraio Pietro Fontana si trovava ancora all’interno dei suggestivi ma poco pratici locali del convento in piazza Carrobiolo a Monza. La tripel, la cui ricetta originale prevedeva malto d’orzo, segale, grano saraceno, avena, frumento, luppolo Perle, Saaz e Fuggle era finita a riposare per tre mesi in botti che avevano ospitato Pedro Ximenez di Williams & Humbert. Nacque così la O.G. 1085 Pedro Fontenez 2012: pochissime bottiglie che avevano però impressionato molto positivamente i fortunati che erano riusciti ad assaggiarla. 
Nel 2014 il birrificio si è trasferito nella vicina piazza Indipendenza inaugurando il nuovo brewpub con cucina annessa: il vecchio impianto è rimasto attivo all’interno del convento per un paio di anni prima di essere venduto e i locali sono stati adibiti a cantina consentendo di ampliare il numero degli affinamenti in botte.  La Tripel O.G. 1085 è così finita prima in botti che avevano ospitato Marsala e poi in quelle di altri vini a seconda della disponibilità: Amarone della Valpolicella, Barolo, Morellino di Scansano.  Il nome scelto per questa serie? Una botte e via. Nelle botti di grappa ci sono poi finite una imperial stout ed una pils (La Spada nella Botte). E pochi giorni fa è stato presentato BarriC, progetto a quattro mani al quale partecipano, oltre a Fontana ed a Matteo Bonfanti, birraio del Carrobiolo, anche Gianriccardo Corbo (“naso, competenza e bocca fine”) e Stefano Andretta (grafica e comunicazione. Un ulteriore passo in avanti negli affinamenti in legno: birre acide.

La birra.
La O.G. 1085 Una Botte e Via 2015 nasce dopo un affinamento di tre mesi in botti ex-barolo. La stappo due anni dopo la data di scadenza, ma il suo colore arancio è giovane e luminoso: la schiuma biancastra non è molto generosa ed è un po’ scomposta. Vino, legno, agrumi e albicocca candita, zucchero candito, una delicata speziatura: a quattro anni dalla messa in bottiglia l’aroma è uno splendido mix di freschezza e qualche nota funky brettata. Al palato le bollicine sono ancora vivaci e la bevuta sorprende per la sua giovinezza: il dolce della tripel (biscotto, frutta candita) è perfettamente bilanciato dall’asprezza delle note vinose,  da una lieve acidità e dalla timida presenza amaricante finale che richiama il Curaçao. Un delicato alcol warming accompagna in sottofondo l’intero percorso senza mai alzare la voce.  Birra e botte interagiscono in maniera splendida, senza che quest’ultima voglia prevaricarla: carattere, complessità, pulizia e precisione. C’è tutto quel che serve per volare in alto, anche due anni dopo la data di scadenza.
Formato 37,5 cl., alc. 9.5%, lotto i1504, scad.  12/2017

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 28 novembre 2019

Kasteel Donker

Dalla sua fondazione, nella prima metà del 1800, la Brouwerij Van Honsebrouck è ancora nelle mani dell'omonima famiglia fondatrice, anche se è solo dal 1950, con l'arrivo di Luc Van Honsebrouck, che il birrificio assume il nome attuale. Un cambio al timone che si rivela fondamentale per il successo e per il futuro del birrificio: Luc decide di terminare la produzione di anonime lager per dedicarsi al lambic, dotandosi di foeders nei quali far maturare il mosto acquistato dai produttori del Pajottenland. Il successo della linea St. Louis (Gueuze e lambic alla frutta) portò Van Honsebrouck a diventare il secondo maggior produttore di lambic "addolcito" del Belgio, dietro a Belle-Vue; il mosto viene oggi prodotto internamente e fermenta spontaneamente in vasche aperte; il birrificio continua ad etichettare i suoi prodotti come gueuze e lambic nonostante si trovi ben al di fuori dei confini del Pajottenland. La gamma di Van Honsebrouck si completa con i marchi Bacchus (una  Oud Bruin  prodotta dal 1950), Brigand e Kasteel; queste ultime vennero lanciate verso la fine degli anni '80 per celebrare l'acquisto del castello della città di Ingelmunster, le cui cantine vengono ancora usate per la maturazione di alcune birre. Sebbene l'edificio attuale risalga al 1700, nello stesso sito esisteva prima un'abbazia e poi, a partire dal 1400, un castello con annesso birrificio. 
Un paio di anni fa vi avevo parlato della Cuvée du Château, potente Belgian Strong Ale che Van Honsebrouck mette in vendita una volta all’anno: una birra ispirata dall’assaggio di alcuni esemplari di Kasteel Donker che riposavano da una decina d’anni nelle cantine del birrificio. L’idea è di offrire ai clienti una birra già invecchiata senza obbligarli a fare cantina: come venga esattamente prodotta la Cuvée du Château non ci è dato sapere. La parola cuvée dovrebbe far pensare ad blend di birra fresca a birra vecchia: condizionale d’obbligo.

La birra.
Facciamo un passo indietro e stappiamo invece una bottiglia di Kasteel Donker che ho tenuto in cantina per quattro anni. Belga, scura e dal contenuto alcolico importante (11%): in teoria possiede tutte le caratteristiche necessarie per poter invecchiare bene. La sua tonaca di frate (cappuccino) è ancora piuttosto luminosa, la schiuma cremosa è invece di dimensioni abbastanza modeste e si dissolve abbastanza rapidamente. Uvetta, datteri, ciliegia, mela verde, frutta secca a guscio e soprattutto pera danno forma ad un naso intenso ma poco raffinato. Corpo medio, bollicine ancora abbastanza vivaci, ottima facilità di bevuta, quasi pericolosa: è una Strong Ale che non tradisce la tradizione belga. La bevuta è molto dolce, svolge buona parte del suo percorso sul baratro della stucchevolezza ma, benchè priva di amaro, viene salvata da un’ottima attenuazione. Fortunatamente la pera si fa da parte lasciando il palcoscenico a melassa, uvetta, ciliegia sciroppata, frutti di bosco e prugna disidratata. L’alcool c’è ma si mostra in maniera molto minore rispetto a quanto dichiarato. 
Non è particolarmente memorabile questa Kasteel Donker: birra importante ma non caratterizzata da adeguata profondità e complessità, e mi riferisco soprattutto all’espressività di sua maestà il lievito. Rispetto alla Cuvée du Château bevuta qualche anno fa è comunque un passo in avanti.
Formato 33 cl., alc. 11%, lotto KAD00506G, scad. 05/2020, pagata 1,75 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 novembre 2019

Opperbacco 10 e Lode Barrique


Nel 2019 ha compiuto dieci anni e mi sembra quindi giusto festeggiare stappando una 10 e Lode: parliamo del birrificio Opperbacco che l’homebrewer Luigi Recchiuti ha aperto nel 2009 a Notaresco (Teramo), in una zona  - come spesso accade in Italia – ad alta concentrazione vinicola.  Il nome stesso e il logo scelti, ispirato al Bacco di Caravaggio con un bicchiere di birra al posto del vino in mano, sembrano quasi lanciare la sfida a Montepulciano e Trebbiano d'Abruzzo. Laureato in Scienze Agrarie presso la facoltà di Bologna, Recchiuti ha preferito seguire la proprie passione, ovvero la birra: all’inizio degli anni 2000, prima di inaugurare il birrificio, aveva ristrutturato una casa colonica di famiglia trasformandola nell’Agripub, locale con un’ampia selezione di birre che venivano importate direttamente dal Belgio: oggi il locale è divenuto praticamente la taproom del birrificio, il luogo ideale dove mangiare e assaggiare tutta la produzione Opperbacco. 
In dieci anni d’attività Recchiuti ha realizzato un centinaio di etichette diverse: numero importante ma abbastanza contenuto per quelli che sono gli standard attuali dei birrifici artigianali. Opperbacco ha preferito lavorare su un nucleo stabile di birre piuttosto che immettere una novità alla settimana: i cambiamenti non sono comunque mancati, segno che il birrificio è attento a quello che succede nel mercato. Opperbacco è uno tra gli ancora pochi birrifici italiani ad utilizzare anche le lattine: alla Tripping Flowers è toccato l’onore di inaugurare questo formato. In contemporanea è stato ampliato anche il programma dedicato agli affinamenti in botte con le linee Nature e Nature Uva, birre acide realizzate con lieviti selvaggi e aggiunta di frutta.


La birra.
La Belgian Strong Ale 10 e Lode, dichiaratamente ispirata alla grandi trappiste belghe (Rochefort 10, Wesvleteren 12), debuttava nel 2009 con una ricetta che elenca malti pilsner, cara munich, special B, biscuit, aromatic ed avena, luppoli hallertau e styrian goldings. Nel corso degli anni ne sono state realizzate diverse versioni: extravecchia (affumicata con fumo di sigaro toscano), barricata (botti di vino Neromoro di Nicodemi), sour (barriques inacidite) ed extravecchia barricata. 
La sua edizione Barrique ha debuttato nell’ottobre del 2011: per l’affinamento sono state scelte botti che avevano in precedenza ospitato Montepulciano d’Abruzzo, nello specifico caso di questo lotto (B16) provenienti dalle Tenute Agricole Masciarelli di San Martino sulla Marrucina (Chieti) 
La sua tonaca di frate cappuccino è alquanto torbida e in superficie si forma solo una sequenza di bolle grossolane. L’aroma è caldo e avvolgente: uvetta, datteri, prugna, frutti di bosco, accenni di mela e di frutta secca a guscio, vino marsalato e legno: complesso, intenso e pulito, un bell’inizio. Al palato c’è una leggera consistenza oleosa che non impedisce tuttavia a questa Belgian Strong Ale di scorrere senza fatica, come vuole la scuola belga: le bollicine sono ovviamente molto poche. Il passaggio in botte e la conseguente ossidazione hanno apportato richiami vinosi marsalati che ben si sposano alla frutta sotto spirito. Ritengo la 10 e Lode uno dei migliori tributi italiani alla tradizione belga e la sua edizione Barrique ne risulta impreziosita da un bel finale ricco di tannini, note vinose e un bel calore derivante da quella componente alcolica che sino a quel momento era rimasta ben celata. La maniera perfetta per spegnere con qualche mese di ritardo la decima candelina di Opperbacco che effettuò la sua prima cotta il 3 febbraio del 2019.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto 12416/B16, scad. 07/2022, prezzo indicativo 7,50-8,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 18 novembre 2019

Hommelbier Nieuwe Oogst - Fresh Harvest 2019

Furono i franchi, nel quinto secolo, a fondare quella che oggi è la “capitale del luppolo belga”.  Il capotribù Pupurn prese possesso di un’area strategica in prossimità di un fiume sulla strada che collegava Cassel, in Francia, con Aardenburg, in Olanda: la chiamò Pupurningahem, ovvero “la residenza dei figli di Pupurn”. Il nome nel corso del tempo fu poi mutato dei locali in Poperinge, alla quale nel 1147 il Conte delle Fiandre conferì finalmente lo status di città, riconoscendone l’importanza come centro di fabbricazione di tessuti.  La cosa non piacque alla vicina città di Ypres, altro centro tessile, che vedeva messa in pericolo la propria principale fonte di reddito: i cittadini convinsero pian piano Louis de Nevers, Conte delle Fiandre, a promuovere l’editto del 1322 con il quale si dichiarava che in quella zona solamente Ypres poteva commerciare tessuti. 
A Poperinge dovettero trovare nuove risorse per sopravvivere e decisero di provare a coltivare quel luppolo che era arrivato dall’abbazia di St. Bertins a Saint Omer, Francia. La città belga fu poi distrutta dai francesi nel 1382 e dagli inglesi nel 1436; nel secolo successivo fu devastata da due incendi e dalla rivolta protestante del 1566:  ma, quasi per un atto di clemenza, la storia decise di risparmiare Poperinge dalle distruzioni della prima guerra mondiale. Quella zona, a confine tra Francia e Germania, fu teatro di interminabili e durissimi combattimenti tra il 1914 ed il 1918 e le battaglie divennero tristemente famose per l’utilizzo – prima volta nella storia -  di gas letali.  Teatro principale degli scontri fu proprio Ypres, a dieci chilometri di distanza: in un clima perennemente piovoso e ostile centinaia di migliaia di soldati furono vittima del fango, dei gas e delle mitragliatrici. Alleati e tedeschi si contesero pochi chilometri di terra ma questi ultimi non riuscirono mai a sfondare: le battaglie ridussero Ypres ad un cumulo di macerie mentre nella quasi immacolata Poperinge l’esercito inglese costruì il proprio ospedale militare. 
Ma torniamo al luppolo: sino agli anni ’60 fu raccolto a mano e ogni anno, in settembre, a Poperinge arrivavano sino a 10.000 lavoratori ad aiutare la popolazione locale. La raccolta manuale è oggi rimasta solamente nel folklore della tradizionale all'Hoppefeesten, una festa a ricorrenza triennale nata nel 1960 nel corso della quale si beve ovviamente birra, si sfila per le strade e viene eletta la “regina del luppolo”: le pretendenti devono mostrare di saper parlare fiammingo, inglese, ceco (la vincitrice sarà coinvolta in numerosi eventi turistici con la città gemella di Zatec) e distingere alcuni stili di birra in una degustazione alla cieca. A pochi isolati dalla piazza principale di Poperinge c’è anche il museo del luppolo, curato dallo storico Stijn Boeraeve. 
Sino a pochi anni fa nella capitale belga del luppolo non c’era neppure un produttore di birra: ora è nato il microbirrificio De Plukker, all’interno della omonima azienda agricola, ma è sufficiente fare un breve viaggio in automobile (o in bicicletta, se volete sentirvi autoctoni) per entrare in una regione ad alta densità quantitativa e qualitativa: una quindicina di chilometri a nord ecco l’abbazia di St. Sixtus e De Struise, una decina ad est  ci sono St. Bernard e Brouwerij Van Eecke, da poco rinominata Leroy Breweries, cognome di uno dei discendenti del fondatore Albert Van Eecke: ve ne avevo parlato in questa occasione.

La birra.
A Poperinge il luppolo viene chiamato hommel, una sorta di incrocio tra ceco (chmel), francese (houblon) e botanica (humulus): nel 1981 al birrificio Van Eecke fu chiesto di realizzare una birra per la all'Hoppefeesten: nacque quasi per gioco quella Hommelbier che oggi occupa quasi il 50% della capacità produttiva di Leroy/Van Eecke. La sua ricetta prevede due malti e quattro varietà di luppoli belgi (tra i quali Brewer's Gold e Hallertau);  in una nazione dove le birre amare non  hanno mai goduto di grande popolarità la Hommelbier si può considerare uno dei primi esempi di Belgian Ale molto luppolata, anticipando le produzioni di De Ranke e quelle più recenti di De la Senne e di altri giovani. 
Il successo ne ha fatto nascere una versione “dry-hopping” e, giustamente, una “fresh harvest” chiamata Hommelbier Nieuwe Oogst, prodotta con luppolo raccolto a Poperinge due giorni prima: la birra viene solitamente messa in vendita a partire da novembre. Il suo colore è solare, tra il dorato e l’arancio, leggermente velato e per nulla oscurato dalla candida nuvola di schiuma pannosa e compatta, quasi indissolubile, che si forma nel bicchiere. La Hommelbier “normale” è un piccolo manifesto di finezza e di eleganza e anche la sua versione Nieuwe Oogst non è da meno: l’aroma può sembrare all’apparenza dimesso ma dopo qualche secondo d’attesa si rivela in tutta la sua bellezza: tanti fiori, erba, un delicatissima speziatura, pane e crackers. Gli stessi elementi si ritrovano anche al palato per dare forma ad una bevuta elegantissima, quasi sussurrata, abbastanza secca e dal contenuto alcolico (7.5%) insospettabile: è una Strong Ale mascherata da Session, rinfrescante, morbida e tuttavia vivacemente carbonata. Un piccolo capolavoro di semplicità e di equilibrio che stupisce e che fa impallidire la maggior parte delle sgraziate “harvest ale” che spesso si trovano in giro.  Certo, bisogna sempre vedere quanto luppolo fresco finisce davvero nei fermentatori, ma non è dopotutto solo "il bere bene" quello che conta?
Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 2019, scad. 01/12/2021, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 5 settembre 2019

Jester King Mad Meg Farmhouse Provision Ale

Birrificio, cucina, fattoria e sala per eventi: così si presenta al pubblico Jester King Craft Brewery, inaugurato nell’autunno del 2010 sulle colline di Austin, Texas, dai fratelli Jeffrey e Michael Stuffings. Li avevamo incontrati per la prima volta qui e oggi Jester King è tra i nomi più apprezzati dagli appassionati di birra artigianale in tutto il mondo. Fermentazioni spontanee e miste, utilizzo di acqua piovana e proveniente dal pozzo sottostante il birrificio, vasche di fermentazione aperte, utilizzo di prodotti raccolti direttamente nei ventitré ettari di terreno che circondano il birrificio: la filosofia produttiva di Jester è stata chiara sin dall’inizio, a partire dalla prima birra prodotta che fu chiamata Commercial Suicide: facciamo quello che piace bere a noi.  Il “suicidio commerciale” (una Farmhouse Milad Ale,. 2.9% ABV  fermentata in foeders di legno) era debuttare con una birra lontana anni luce dagli stili che andavano (e vanno tutt’ora) di moda nella craft beer americana. Del resto le loro muse ispiratrici sono sempre state il Belgio delle fermentazioni spontanee e Jolly Pumpkin, birrificio del Michigan. 
Il tempo ha dato ragione ai fratelli Stuffings che oggi si godono il loro successo e vedono le loro birre arrivare quasi in ogni angolo del mondo: la gente forma lunghe file al birrificio per accaparrarsi alcune delle bottiglie più ricercate, soprattutto le varianti di Atrial Rubicite, birra acida ai lamponi che matura in legno. Al Belgio Jester King rende tributo con la linea chiamata SPON, 100% fermentazioni spontanee che vengono poi solitamene assemblate in blend di tre anni: esattamente come accade con lambic e gueuze. I prezzi sono invece molto poco popolari: 25 dollari circa per una bottiglia da 37,5 centilitri al birrificio.
Partecipazioni a festival e collaborazioni sono ormai una consuetudine; per assaggiare un po’ di Jester King non è necessario recarsi in Texas anche se ovviamente la visita al birrificio e alla fattoria, con diversi tour guidati gratuiti che avvengono sabato e domenica pomeriggio, è assolutamente consigliata.

La birra.
Mad Meg, ovvero Margherita la Pazza: questa Farmhouse Provision Ale di Jester King deve  il proprio nome al dipinto Dulle Griet realizzato nel 1561 da Pieter Bruegel il Vecchio e conservato nel museo Museo Mayer van den Bergh di Anversa. Nel 2017 è stato sottoposto ad un restauro durato quasi due anni. Dulle Griet è una strega del folklore fiammingo “probabile personificazione dell’avarizia o alterazione popolaresca della figura di santa Margherita d’Antiochia, la santa che sconfisse il demonio semplicemente pregando. Bruegel la rappresenta al centro del dipinto, mentre si dirige armata di spada e con addosso un'armatura, verso la bocca antropomorfa dell'Inferno. Reca con sé un forziere sotto il braccio, due panieri e una sacca pieni di varie cianfrusaglie.  Attorno a lei, un paesaggio da incubo, che ricorda il pannello di destra del Giardino delle delizie di Bosch, quello raffigurante l'inferno. Rovine, combattimenti, strane navi, creature ibride mostruose popolano l'intera opera.  In mezzo al caos, avanza con impeto Greta, rappresentata come una donna magra e allampanata, ma dalle dimensioni sproporzionate e dallo sguardo allucinato. Si dirige verso l'inferno? Va a combattere contro il demonio? Molte sono le interpretazioni, ma spesso non siamo più in grado di comprendere il linguaggio, denso di riferimenti simbolici, allegorici e alchemici, parlato da questi dipinti. Difficile dare un'interpretazione adeguata di quest'opera. Sappiamo solo che in alcune farse popolari dell'epoca, la pazza Margherita personificava soprattutto la donna collerica che dà sfogo alla sua rabbia, una di quelle che, come dice un vecchio proverbio, “possono saccheggiare la soglia dell’inferno e tornare incolumi”.  Dulle Griet, una donna che dà sfogo alla sua rabbia: a qualcuno ricorda qualcosa?  
La ricetta della birra, che ha subito molte modifiche negli anni,  è invece molto più semplice del dipinto alla quale si ispira: quella attuale dovrebbe prevedere malto Pilsner francese, frumento, un tocco di Caramunich e Acidulato, luppolo Saaz della Repubblica Ceca e il “farmhouse yeast” della casa. Prodotta per la prima volta nel 2010 solo in fusto, Mad Meg è stata imbottiglia a partire dal 2012 ed è oggi prodotta con buona regolarità. 
Dalla cantina recupero una bottiglia lotto numero 16, nata a gennaio 2017. L’apertura presenta qualche problema: gushing lento ma inesorabile, bicchiere ricolmo di schiuma compatta e pannosa che non accenna a dissiparsi. Bisogna armarsi di pazienza e attendere qualche minuti per riuscire a comporre un bicchiere di birra. Il suo colore oscilla tra l’arancio ed il dorato, leggermente velato. L’aroma è caratterizzato da un carattere rustico/funky delicato, quasi educato: fiori, paglia, qualche accenno di sudore ma soprattutto scorza di limone, polpa d’arancia, frutta a pasta gialla. Il percorso continua al palato in modo perfettamente coerente:  s’aggiungono i malti (miele, biscotto e cereale) e un bel taglio acidulo/lattico stempera il dolce dell’albicocca e della pesca. Degno di nota è anche l’amaro che chiude il percorso: terroso, zesty, erbaceo, pepato, a tratti pungente. L’alcool dichiarato è avvertibile solo quasi a fine corsa ed è sorprendente avere nel bicchiere una birra da quasi 9 gradi così rinfrescante e dissetante, vivacemente carbonata. 
Jester King dichiara apertamente d’essersi ispirato alle produzioni della Brasserie Thiriez e alla Avec Les Bons Vœux della Brasserie Dupont. Difficile fare il confronto con la Dupont, molto diversa, ma in ogni caso l’esercizio di Jester King è molto ben riuscito: ottima bevibilità per una birra dall’alto contenuto alcolico che rischia di mandare al tappeto chi si trova col bicchiere in mano.
Formato 75 cl., alc. 8.9% IBU 25 (?), lotto 16, imbott. 23/01/2017, prezzo indicativo 16.00-25.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 30 agosto 2019

De Dolle Boskeun

Pasqua è già un lontano ricordo ma questo non può essere una scusa per rinunciare a stappare una bottiglia di Boskeun, Belgian Strong Ale del birrificio belga De Dolle (qui la storia) che arriva ogni anno in occasione della solennità del cristianesimo. Boskeun è il soprannome di Jo, fratello di Kris Herteleer e co-fondatore del birrificio, ma Boskeun è soprattutto quel coniglietto dei boschi (Bos-Keun) che viene raffigurato in etichetta intento a sorseggiare la birra. Una delle prime birre pasquali belghe, afferma orgogliosamente Kris, una tradizione inaugurata che sembra essere stata inaugurata dalla Paasbier di Slaghmuylder. Malti chiari, zucchero di canna e luppoli Goldings sono gli ingredienti utilizzati per una robusta Belgian Strong Ale la cui magia viene tuttavia sprigionata dal lievito di casa De Dolle. Come le sorelle “chiare” Lichtervelds e Dulle Teve anche la Boskeun non è una birra da far invecchiare: Herteleer consiglia di berla subito: lasciate posto libero in cantina per la Stille Nacht.

La birra.
La percentuale alcolica della Boskeun ha subito diverse modifiche nel corso degli anni: nata al 7% è poi salita quasi stabilmente a quota 10.  L’edizione 2019 riporta invece in etichetta 9%.  Il marchio De Dolle è evidente non appena si cerca di versare la birra nel bicchiere che viene subito riempito da un’esuberante coltra di schiuma fine e compatta, pannosa, quasi incontenibile e indissolubile. Ci vuole un po’ di pazienza per vedere splendere il suo color oro antico, leggermente velato. Fiori bianchi, pepe, marzapane, frutta sciroppata e candita (arancia, albicocca e pesca), accenni di cassata siciliana: questo il piccolo miracolo del lievito di casa De Dolle che dà origine ad un naso pulitissimo, intenso, al  tempo stesso fresco e caldo (solare). 
Le vivaci bollicine non impediscono comunque alla Boskeun di essere quasi morbida al palato, priva di spigoli: miele, pane, suggestioni di canditi, crostata alla frutta e, in generale, di pasticceria, pepe. La bevuta è dolce ma ben bilanciata da un lieve acidità quasi rinfrescante e da un finale amaro terroso che per non essendo protagonista svolge un ruolo fondamentale. L’alcool? E’ presente “alla belga”: si nasconde per rivelarsi a fine corsa con un abbraccio che riscalda corpo e spirito e invita – quasi ironicamente -  alla moderazione. Pulitissima, ricca, precisa ma non fredda: per chi ama la scuola belga la Boskeun di De Dolle è ormai un classico che emoziona ogni volta, come quei film che non vi stanchereste mai di rivedere. Verrebbe da dire Buona Pasqua, ma perché limitarsi a goderne solo in quel periodo dell’anno? Ogni giorno è adatto ad una Boskeun.
Formato 33 cl., alc. 9%, scad.03/2021, prezzo indicativo 4.50/5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 4 giugno 2019

Abbaye des Rocs Triple Impériale

Il Belgio virtuale (della birra) sta cambiando?  A guardare il sito internet della Brasserie des Rocs si potrebbe affermare di sì.  Sino a qualche tempo fa il suo era il tipico sito di un birrificio belga: amatoriale, poco bello, con pochissime informazioni spesso solamente in francese e/o fiammingo. Non lo visitavo da un po’ ed oggi mi trovo di fronte ad un sito completamente rinnovato che fa anche riferimento al beer-rating: Untappd e Ratebeer, riportando alcune recensioni particolarmente positive.  Al rinnovamento del sito ha fatto seguito anche quello (per me sciagurato) delle etichette. Prendiamo la Brune dell’Abbaye des Rocs: molti anni fa era una gioia trovarla sugli scaffali dei supermercati con un ottimo rapporto qualità prezzo.  La sua storica etichetta “a trifora” è stata ora sostituita da una grafica asettica che mette in evidenza l’anno di fondazione del birrificio, il 1979. Per me è un pezzo di storia che se ne va. 
In quell’anno nasceva la Brasserie Eloir-Bertiau, la “sfida” che Jean Pierre Eloir, ex-impiegato al catasto, aveva lanciato al suocero, un birraio ormai in pensione che passava il suo tempo a lamentarsi di quanto quel lavoro fosse stato difficile e faticoso.  Jean Pierre iniziò con l’homebrewing per dimostrargli che era possibile  produrre una buona birra anche nella propria cantina con pochi mezzi, pochi sforzi e con poca esperienza.  Il gioco si trasformò poi in un hobby, con una ottantina di litri di birra che venivano prodotti ogni due settimane in garage; la necessità di smaltire la produzione convinse Jean Pierre a richiedere i permessi e le autorizzazioni necessarie per operare commercialmente e vendere l’unica birra da lui prodotta, chiamata Abbaye des Rocs, che realizzava con un ceppo di lievito recuperato da alcune bottiglie di Rochefort e Westmalle. E’ questo l’unico legame – se lo si vuole cercare – con la cosiddetta “birra d’abbazia” belga.  Il nome Abbaye des Rocs si riferisce solamente ad un vecchio rudere di  campagna che si trova a qualche centinaia di metri dalla casa dei coniugi, un tempo possedimento dell’Abbazia di Crespin. L’ Abbaye des Rocs rimase l’unica birra prodotta sino al 1985 quando, in occasione delle festività, venne realizzata l’Abbaye des Rocs Spéciale Noel seguita l’anno successivo da La Montagnarde
Fu solo nel 1987 che il birrificio divenne una società a responsabilità limitata e venne costruito un nuovo locale adiacente alla casa di famiglia per ospitare i nuovi impianti di seconda mano  (l'ammostatore era stato utilizzato anche nell’abbazia di Chimay)  che consentirono di aumentare la produzione da 80 a 1500 litri. Nel 1991 il birrificio cambiò nome in Brasserie des Rocs  e nel 1996 , quando la produzione annuale aveva raggiunto gli 800 ettolitri, il testimone passò da Jean Pierre nelle mani della figlia Nathalie Eloir che andò in sala cottura lasciando il padre ad occuparsi degli aspetti commerciali. Arrivarono una dopo l'altra Abbaye des Rocs Blonde, Abbaye des Rocs Grand Cru e Abbaye des Rocs Triple Imperiale; la produzione è destinata per la maggior parte all'esportazione, con Stati Uniti, Francia e Italia come mercati principali. 
L'Abbaye des Rocs Brune (9%) è la birra “madre” che ha generato diverse figlie: non solo la natalizia ma anche La Montagnarde (9%),  la Abbaye des Rocs Grand Cru (9.5% - un tempo solo in formato magnum, oggi anche da 33 centilitri) e la Triple Impériale (10%). Sarebbe interessante provarle tutte e quattro assieme per coglierne le differenze.

La birra.
Imperiale di nome e anche di fatto, o regale se preferite: nel bicchiere è di uno splendido ambrato carico impreziosito da intense venature rosso rubino. La schiuma è “belga”: generosa, compatta, a trama fine e dalla lunga ritenzione. Una delicata speziatura apre le porte di un aroma “sciropposo” dominato da esteri fruttati, in verità un po’ “sparati” : prugna, frutti di bosco, uvetta, suggestioni di ciliegia e fragola, zucchero candito, caramello. La scuola belga è evidentissima anche al palato: alcool nascosto in maniera diabolica, vivaci bollicine, corporatura forse un po’ esile per il grado alcolico. Il risultato è noto: ci si ritrova con il bicchiere vuoto prima del previsto. La bevuta risulta meno intensa rispetto all’aroma ma è molto più armonica e bilanciata: biscotto, caramello, zucchero candito, prugna, uvetta e ciliegia disegnano un profilo dolce che viene magicamente bilanciato da un finale secco nel quale si scorge una punta amaricante di frutta secca a guscio. Breve pausa cui fa seguito un finale delicatamente etilico di frutta sotto spirito.  Gli estimatori della Brasserie des Rocs si sentiranno a loro agio in un territorio familiare: Belgian Strong Dark Ale classica e ben fatta che tuttavia non eguaglia in complessità la scuola delle West-Flanders (St. Bernardus, Kapiteel, De Struise e Westvleteren).  Una una “comfort zone” per chi ama il Belgio dalla quale è difficile allontanarsi.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto 1735 02794, scad. 18/02/2020, prezzo indicativo 3.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 febbraio 2019

DALLA CANTINA: Anders Strong Dark Oak Aged 2014

Il birrificio Anders!  nasce nella primavera del 2012 ad Halen, in Belgio, con un obiettivo ben preciso: produrre birra per conto terzi. A fondarlo sono Bart Durlet e Davy Daniëls, birrai supportati finanziariamente dagli imprenditori Armand Schellens e Hilde Peeters, entrambi operanti nel settore alimentare con le aziende Eurodesserts e Debic-Madibic. Ad ispirare i due birrai è il birrificio che produce per conto terzi più grande e famoso del Belgio, ovvero De Proef: “sarò sempre grato a Dirk Nauts, mi ha insegnato tutto” ammette Durlet.  
Sono 3600 gli ettolitri prodotti nel primo anno d’attività grazie a 64 birre diverse; il business plan iniziale prevedeva di arrivare a 6000 ettolitri entro il terzo anno d’attività, ma alla fine 2014 gli ettolitri prodotti erano già 10.000 ed erano stati necessari investimenti per acquistare nuovi fermentatori.
Una volta avviato il birrificio Durlet e Daniels salpano per altri lidi lasciando il controllo a Armand Schellens e Hilde Peeters, subito pronti a fare ulteriori investimenti per aumentare gli ettolitri prodotti a 36.000  (2016) e a 75.000 (2018) con la costruzione di un secondo e più ampio sito produttivo a cinquecento metri di distanza da quello originale.  Bart Durlet dopo aver lasciato Anders! ha lavorato per un periodo come consulente per altri birrifici prima di essere assunto come birraio dalla Heineken;  Davy Daniëls si è invece dedicato allo sviluppo della Amburon, lanciata come beerfirm nel 2009  e trasformata oggi in un birrificio a Tongeren che produce anche per conto terzi. 
Tra le beerfirm che si sono affidate ad Anders! in questi anni ricordo Beer52 (Scozia), BIIR, Zonderik/Columbus, Brussels Beer Project, De Eeuwige Jeugd, De Natte Gijt, De Lustige Brouwers, Enigma, Flanders Fields Brewery, Inglorious Brew Stars, Broeder Jacob, Mobius, Oedipus (Olanda), BOMBrouwerij  (Triporteur), Henricus (Paljas), i supermercati Delhaize, Dal 2016 Anders! ha anche iniziato a produrre regolarmente anche alcune birre a suo nome: IPA, Quadrupel, Saison De Mai, Summer Rye / Wheat Ale e persino una modaiola Tropical Milkshake (NEIPA). Negli anni precedenti il birraio  Bart Durlet aveva sporadicamente utilizzato il nome Anders! per realizzare solo due   interessanti esperimenti in piccole quantità: la Anders Strong Dark Oak Aged e la Brett and Oak.

La birra.
Anders Strong Dark Oak Aged 2014: nel nome c’è tutto o quasi. Trattasi di una potente Belgian Strong Dark Ale (12.5%) invecchiata sei mesi in barili che avevano in precedenza ospitato vino rosso del produttore Wijnkasteel Genoels-Elderen: i suoi 25 ettari costituiscono il vigneto più grande di tutto il Belgio. 
E’ vestita di marrone piuttosto scuro impreziosito da intense venature bordeaux reminiscenti del liquido che ha abitato le botti prima di lei. Il vino rosso è evidente anche al naso, in un aroma ricco di uvetta e prugna, frutti di bosco; in secondo piano dolci note di melassa, una piacevole ossidazione che richiama i vini marsalati. Al palato scorre abbastanza bene, considerata la gradazione alcolica: la tradizione belga è rispettata e le bollicine, a quattro anni dalla messa in bottiglia, sono ancora ben presenti. La bevuta segue con buona precisione l’aroma, iniziando un percorso molto dolce e fruttato che viene poi fortunatamente contrastato da note vinose asprigne, da una piacevole acidità e da un finale molto secco, ricco di legno e tannini. Tra le due componenti quella che maggiormente convince è quella aromatica, mentre al gusto il passaggio dolce-aspro è un po’ ruvido e spigoloso: lasciandola scaldare la componente vinosa prende il sopravvento, con l’effetto del passaggio in botte che mette un po’ in secondo piano la birra base. E’ comunque una bevuta piacevole, sebbene non raggiunga particolari profondità e complessità. Un esperimento credo mai più ripetuto, ma qualche bottiglia si trova ancora in giro e sembra ancora reggere piuttosto bene.
Formato 33 cl., alc. 12.5%, imbottigliata 04/2014, pagata 3,00 euro (beershop, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 dicembre 2018

DALLA CANTINA: Dupont Avec les Bons Voeux 2012

Poche birre di Natale, quest'anno: ho deciso di stapparne (e parlarne) giusto un paio. La prima di queste due è un classico nonché un graditissimo ritorno: della Avec les Bons Voeux della Brasserie Dupont ve ne avevo già parlato nel 2013.  Non è notoriamente una birra da invecchiamento ma ho provato a sfidare la sorte dimenticando qualche bottiglia in cantina affidandola al tempo.
Questa Belgian Strong Ale nacque nel 1970 quando Marc Rosier, figlio del fondatore Louis Dupont, decise di produrre una birra speciale da regalare ai migliori clienti in occasione delle festività natalizie; un semplice augurio che è poi diventato il nome: "con gli auguri della Brasserie Dupont". Per soddisfare la domanda dei clienti stessi, desiderosi di berla ben più di una volta l'anno, nel 1996 la Dupont decise di iniziare a commercializzarla con regolarità. 
Dal 2002 alla guida del birrificio c'è Olivier Dedeycker, nipote di quella Sylvia Rosier che nel 1945 ricevette dallo zio Louis Dupont il timone della Brasserie. Anche la Bons Voeux dopo essere stata imbottigliata viene messa a maturare per sei-otto settimane coricata di lato. Un dettaglio che alla Dupont hanno studiato a lungo: "sembra una piccolezza - dice Dedecker - ma se non lo facciamo otteniamo una birra completamente diversa. L'impatto sul gusto è davvero notevole".

La birra.
I sei anni passati in cantina hanno visto evaporare una piccolissima parte dei 75 centilitri dal tappo di sughero. Poco male, perché il suo aspetto è ancora quello di una giovincella. 
Schiuma generosa, cremosa e compatta, ottima persistenza, livrea che luminosamente oscilla tra il dorato e l'arancio. Al naso spiccano la frutta candita e la marmellata d'arancia, non ci sono spezie ma c'è un'inattesa freschezza floreale. Emergono piacevoli accenni di pasticceria, una leggera ossidazione le ha donato raffinati ricordi di vino moscato: l'immagine di un panettone al moscato si compone quasi per magia. Le bollicine sono meno esuberanti che un tempo e la Bons Voeux è vivacemente morbida, se mi passate il controsenso: scende con la classica pericolosità (9.5% l'alcool) della scuola belga. Biscotto e miele, canditi e pasticceria formano un gusto dolce e intenso, meno vinoso dell'aroma ma ugualmente soddisfacente. Una perfetta attenuazione e una leggera acidità bilanciano il dolce, il percorso si chiude con un amaro leggermente terroso, un delicato tepore etilico ed un ritorno, festoso più che mai, di frutta candita. E' davvero troppo facile perdersi in questo bicchiere di Dupont e trovarsi al tappeto: semplicità, pulizia e precisione nell'esecuzione si portano dietro anche qualche emozione. Bottiglia che dà l'impressione di poter restare ancora qualche anno in cantina, rapporto qualità prezzo quasi senza eguali. Con gli auguri della Brasserie Dupont, ovviamente. 
Formato 75 cl., alc. 9.5%, lotto 12105C, scad. 05/2017, prezzo indicativo 6.50-10.00 euro (beershop).

giovedì 22 febbraio 2018

Malheur 12

Per la birra di oggi dobbiamo ritornare indietro di un paio d’anni, quando sul blog ospitai la Malheur Dark Brut del birrificio  Landtsheer: una Dark Strong Ale belga che viene poi “sottoposta” al Méthode Champenoise  con remuage, degorgement ed aggiunta del liqueur d'expedition. La base di partenza per quella birra è proprio quella Malheur 12 di cui andiamo a parlare. 
Ricordo che la  famiglia De Landtsheer porta avanti una tradizione brassicola iniziata all’inizio del diciannovesimo secolo quando Balthazar De Landtsheer inaugurò a Baasrode il birrificio De  Halve Maan e suo nipote, qualche tempo più tardi,  il birrificio  De Zon a Buggenhout. La seconda guerra mondiale mise fine alla produzione e la famiglia scelse di dedicarsi soprattutto all’importazione e alla distribuzione di bevande, con un occhio di riguardo alla Pilsner Urquell e Westmalle, commissionando di tanto in tanto qualche birra ad alcuni terzisti.  Nel 1991 alla scomparsa di Adolf De Landtsheer il figlio Emmanuel  “Manu” si sente in dovere di riprendere le attività sospese quasi cinquant’anni prima e coronare un sogno a lungo discusso col padre: nell’agosto del 1997 nasce la Malheur Brouwerij, che dopo 20 anni d’attività vanta una produzione che dovrebbe assestarsi sui 20.000 ettolitri  l’anno.

La birra.
La Malheur 12 (11.5%) è l’ammiraglia di  De Landtsheer: il suo debutto avvenne nel 2001, l’anno successivo della sorella minore Malheur 10 (10%) detta anche Malheur Millennium, dove le due lettere iniziali M rappresentavano proprio l’anno 2000 secondo la numerazione romana. Filtrata, non pastorizzata e rifermentata in bottiglia, la sua ricetta dovrebbe prevedere luppoli Styrian Golding,  e Hallertauer Mittelfrüher e un parterre non dichiarato di malti. Il birrificio afferma di indicare la scadenza solo perché obbligato dalla legge, mentre ritiene che sarebbe più appropriato riportare in etichetta la data di produzione: perché non farlo, allora?   Detto questo, De Landtsheer assicura che la Malheur 12 è una birra che può invecchiare senza problemi. 
Difficile risalire alla data di nascita di questa bottiglia prossima alla scadenza, aprile 2018: l’ho acquistata nel 2015 quindi gli anni alle sue spalle sono almeno tre. Si veste di un bel color ebano scuro impreziosito da intensi riflessi rubino; la schiuma è cremosa e abbastanza compatta ma collassa abbastanza rapidamente.  Al naso frutta secca a guscio, biscotto e caramello brunito, qualche ricordo di amaretto e di pasticceria: è tuttavia predominante una componente fruttata non completamente definita che ricorda soprattutto i frutti di bosco “scuri”, in particolare il mirtillo.  Le bollicine sono ancora tante e una quantità minore, in una birra così importante, sarebbe forse auspicabile:  la Malheur 12 scorre tuttavia bene,  mimetizzando l’alcool nel modo in cui i belgi sono sovente maestri. Biscotto e caramello guidano una bevuta che s’arricchisce di frutta disidratata (prugna e mirtillo, ciliegia), liquirizia.  La componente dolce è importante ma viene bilanciata da una perfetta attenuazione, che quasi ricorda quella della Malheur  Dark Brut; il retrogusto accomodante è un caldo abbraccio di frutta sotto spirito, lungo ma quasi delicato. Complessità e profondità non sono le sue caratteristiche principali ma è comunque una soddisfacente bevuta, seppur non al livello della (gloriosa ma esosa) sorella Dark Brut. Non è affatto difficile finire questa bottiglia di Malheur 12 e pagarne le relative conseguenze: che sia forse questa la “disgrazia, cattiva sorte” alla quale il nome della birra fa riferimento? 
Formato 33 cl., alc. 11.5%,  lotto 14:07, scad. 23/04/2018, pagata 2.50 euro (beershop, Belgio)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 dicembre 2017

De Dolle Stille Nacht 2011

Il Natale 2017 del blog non poteva concludersi che con la birra natalizia per eccellenza, ovvero la Stille Nacht del birrificio belga De Dolle. Non è la prima volta che l'incontriamo e qui trovate la sua storia che ho tentato di ricostruire; di tanto in tanto ne appare anche una rara versione "Reserva" ovvero invecchiata in botti ex vino Bordeaux. 
Ogni volta mi piace sempre ricordare le parole di Lorenzo Dabove, alias Kuaska: "ogni millesimo di questa birra ha un qualcosa di magico ed un percorso diverso, e nonostante tutti gli sforzi dettati dall'esperienza, difficilmente classificabile. Può capitare un'annata che, giovanissima, appaia francamente deludente, facendoci dubitare sul lavoro di De Dolle e che, dopo pochi mesi o qualche anno, si schiude come una bellissima farfalla dalla sua crisalide. E viceversa, Stille Nacht battezzate dagli esperti come capolavori assoluti, che durante la maturazione perdano verve senza confermare le promesse di lunghissima vita e di gemma assoluta". 
Purtroppo - devo dirlo - ogni anno mi tocca annotare un preoccupante aumento di prezzo di quella che un tempo era una birra abbastanza "economica" da mettere in cantina. Sicuramente gli aumenti ci sono stati anche alla fonte, ma non al livello di quei 50 centesimi a bottiglia del mercato italiano: nel 2017 siamo ormai arrivati ai sette euro, prezzi che un tempo si pagavano per vintage d'annata! Da un lato è un bene che ci siano sempre più appassionati a richiedere questa birra, dall'altro si rischia lentamente di replicare quanto accaduto con Cantillon. 
Evito quindi volutamente l'acquisto dell'edizione 2017 ai prezzi italiani e attingo dalla cantina: del resto la Stille è una birra che, al di là del rito di berla fresca d'annata, va fatta invecchiare. Per quest'anno scelgo il millesimo 2011, quindi una bottiglia con sei anni di vita sulle spalle. A chi interessano i confronti, qui trovate una Stille di quattro anni mentre qui (2014 - 5,50 euro) e qui (2016 - 6,50 euro) due neonate.

La birra.
All'aspetto è di un bell'arancio carico con nuances ambrate, mentre il piccolo cappello di schiuma che si forma è abbastanza rapido nel dissolversi. Il suo aroma è una sorta di porta magica che si spalanca e ti travolge con suggestioni di vino liquoroso, passito, albicocca disidratata, arancia candita, datteri, zucchero a velo, marmellata d'arancia, pasticceria varia, soprattutto crostata. Bisogna davvero impegnarsi per scorgere le note negative dell'ossidazione, quel cartone bagnato che è presente in quantità infinitesimale. Le bollicine sono ovviamente poche e la bevuta è morbida e appagante, calda, emozionante: nel bicchiere c'è un vino passito affiancato da una crostata all'albicocca, c'è la marmellata d'arancia, la frutta disidratata, persino il panettone. L'alcool riscalda con con un soffice vigore (l'ossimoro è voluto) ogni sorso, il dolce viene perfettamente bilanciato dall'acidità e da una grande attenuazione. A sei anni di vita la Stille Nacht 2011 è ancora potente e in splendida forma, non mostra grossi segni di cedimento e sembra anzi suggerire di poter continuare la sua evoluzione. Il finale, lunghissimo, è quello di un grande vino liquoroso ma è una bottiglia che, sebbene offra tanto da raccontare, lascia senza parole. 
Più che una birra, nel bicchiere ci sono emozioni: quelle che, in un periodo in cui abbiamo a disposizione una quantità di etichette spropositata rispetto a una decina di anni fa, sono purtroppo sempre più rare.  Stille Nacht 2011 commuovente, senza dubbio alcuno è la miglior bevuta di questo  2017 che volge al termine.
Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto 2011, scad. non riportata.

venerdì 22 dicembre 2017

Extraomnes Kerst 2014

L’unica birra italiana del Natale 2017 sul blog è la Kerst di Extraomnes, una birra che in verità mancava da un po’ di anni: l’avevamo incontrata per la prima volta all’inizio del 2012 con una bottiglia prodotta alla fine del 2010, ovvero un anno di vita.  Quest’anno andiamo un po’ più a ritroso stappando una bottiglia del 2014, che di anni in cantina ne ha ovviamente passati tre. 
“A Natale siamo tutti più buoni”, dicono a Marnate, dove ha sede Extraomnes “e anche la nostra Kerst vorrebbe esserlo, ma non riesce a togliersi di dosso l’istinto naturale a far del male. Attenzione, dunque”. Le prime avvisaglie di una birra “pericolosa” sono rappresentate da quell’iscrizione in fiammingo che compare sul guinzaglio del cirneco dell'Etna: “ik haat BC”, ovvero “odio BC”. Una dedica che Luigi “Schigi” D’Amelio fece a Bruno Carilli del Birrificio Toccalmatto, in un periodo in cui i due non andavano evidentemente molto d’accordo, soprattutto a causa di qualche battibecco su internet.  La pace tra i due birrai fu poi sugellata dalla birra collaborativa Tainted Love che realizzarono qualche mese dopo. 
E’ difficile pensare alla Kerst di Extraomnes senza evocare il fantasma della birra di Natale per eccellenza, ovvero la Stille Nacht prodotta da Kris Herteleer del birrificio De Dolle, una delle muse ispiratrici di Luigi D’Amelio: anche se la gradazione alcolica è differente (10,1% per l’italiana e 12% per la belga) nel bicchiere ci sono molti elementi in comune ed tutte e due possono essere considerate “birre da invecchiamento”. 
Entrambe vengono poi “glorificate” dalle rispettive edizioni barricate o “Reserva”: abbastanza agevole l’acquisto della Kerst, più complicato quello della Stille Nacht che è ufficialmente ancora ferma al millesimo 2010. Per assaggiare altre annate, da bottiglie misteriose o direttamente dalla botte, recatevi in pellegrinaggio ad Esen e implorate la clemenza del “dio” Kris Herteleer.

La birra.
Imbottigliata a marzo del 2014, questa Kerst di Extraomnes colora il bicchiere di un arancio piuttosto acceso e forma un mediocre cappello di schiuma color ocra, non molto compatta e dalla modesta persistenza; c’è anche una discreta flocculazione. L’aroma è poco intenso e rimane abbastanza guardingo; ci  vuole un po’ per sentire emergere profumi di frutta martorana, zucchero a velo, canditi e biscotto, il tutto inebriato da una buona componente etilica. Al palato non ci sono molte bollicine e la bevuta procede in linea retta riproponendo biscotto e frutta candita, con il dolce ben contrastato da una bella acidità. Il tempo passato in cantina le sembra però aver fatto più male che bene. Non ci sono ovviamente più le esuberanze della gioventù ma manca il fascino della vecchiaia: il finale, perfettamente attenuato come da copione, è purtroppo accompagnato da una marcata ossidazione che rovina un po’ la festa portando nel bicchiere molto cartone bagnato. L’alcool riscalda ogni sorso senza mai andare troppe le righe, riscaldando con garbo ad ogni sorso. La bevuta è un po’ monocorde e ha il fiato corto, pur risultando ugualmente godibile; una birra in netta parabola discendente che conserva ancora il cuore ma ha già perso la bellezza. L'appuntamento è al prossimo Natale con qualche altra annata.
Formato 33 cl., alc. 10,1%, lotto 077 14, scad. 31/03/2016, 4.50 euro (prezzo 2014, beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.