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venerdì 24 marzo 2017

Thornbridge Eldon

Lo scorso gennaio il birrificio inglese Thornbridge  ha annunciato l’abbandono delle bottiglie da mezzo litro, il classico formato inglese, in favore di quello da 33 centilitri utilizzato da quasi tutti i birrifici protagonisti della UK craft beer revolution: una scelta, dicono, guidata dalle richieste dei clienti. Questi ultimi sono però da intendersi come bar e distributori, più che utenti finali. Se la scelta può essere comprensibile per birre dall’alto contenuto alcolico (Bracia), lo stesso non si può dire per quelle da bere in grandi quantità come ad esempio Kipling, Jaipur, Chiron; il sospetto è – purtroppo – che il passaggio dalle bottiglie più piccole consentirà al birrificio e ai rivenditori di aumentare la propria marginalità, visto che difficilmente il bevitore pagherà lo stesso prezzo al litro. Il nuovo formato è sicuramente appropriato per la nuova imperial stout chiamata Eldon che Thornbridge lancia a febbraio 2016 e che affianca la storica Saint Petersburg
Il nome fa riferimento all’Eldon Hole che si trova all’interno del Peak District National Park nel Derbyshire. La cavità, profonda una sessantina di metri, fu percorsa per la prima volta nel 1780 dal signor Lloyd che pubblicò poi il racconto della sua avvenuta nel libro On foot through the Peak di James Croston. L’Eldon Hole è una delle principali attrazioni del parco ed ha fatto nascere diverse leggende: la prima narra di un’oca che, avventuratasi nella cavità, scomparve per riapparire qualche giorno dopo in una caverna di Castleton a ben cinque chilometri di distanza; anche il racconto di Lloyd parlava di un corso d’acqua sotterraneo che scorreva alla base della cavità, ma nessun esploratore ne ha mai trovato traccia. Nel quindicesimo secolo un uomo vi si calò legato da una corda lunga un miglio ma non riuscì a toccare il fondo; un secolo dopo un altro uomo tentò la discesa per risalire poco dopo in preda al terrore ed incapace di parlare. Morì pochi giorni dopo, e da allora si pensò all’Eldon Hole come al rifugio del diavolo, ad una porta d’accesso all’inferno. 

La birra.
Eldon, Bourbon Oak Imperial Stout: non si tratta di un birra invecchiata in botte ma prodotta con chips di rovere imbevute nel bourbon e, come segnalato in etichetta, vaniglia. Si presenta di colore ebano scurissimo, quasi nero, con un bel cappello di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’aroma è piuttosto dolce, a tratti quasi sciropposo: a melassa, vaniglia, ciliegia e frutti di bosco “rispondono”  accenni di tostature, cioccolato e soprattutto caffè in chicchi. La sensazione palatale privilegia la scorrevolezza sacrificando la morbidezza: il corpo è medio e la consistenza piuttosto leggera  è più simile all’acqua che all’olio. Al gusto c'è una buona corrispondenza con l'aroma: si parte con il dolce di caramello e melassa, uvetta, vaniglia e fruit cake, le tostature partono in secondo piano per aumentare leggermente d'intensità ma è sopratutto il caffè a portare equilibrio. Davvero difficile pensare che non sia annoverato tra gli ingredienti. Non c'è legno ma è il calore del bourbon ad attraversare tutta la bevuta con il suo calore per poi riscaldarla con maggior vigore nel finale, ricco di caffè, tostature e cioccolato.
Considerata la gradazione alcolica non eccessiva (8%), la Eldon di Thornbridge è un'imperial stout molto intensa ma un po' incompiuta: pulita ma non del tutto amalgamata, con dolce e amaro che viaggiano a tratti su due binari paralleli senza mai incontrarsi e qualche spunto dolce sciropposo un po' eccessivo. Consistenza un po' esile per il mio gusto ma livello abbastanza buono: le chips imbevute di bourbon non sono ovviamente la stessa cosa di un passaggio in botte.
Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 05/02/2018, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 14 febbraio 2016

Thornbridge Hall Bracia

Arriva sul mercato a dicembre 2008 la nuova creazione dell'italiano Stefano Cossi, a quel tempo birraio alla Thornbridge: Bracia, una "rich dark ale" che prende il suo nome da un'antica bevanda celtica che veniva prodotta nell'età del ferro con cereali e - presumibilmente - miele. Ciò è quanto si potrebbe desumere da un'iscrizione trovata su una pietra d'altare romana ritrovata a Haddon Hall, vicino a Bakewell, che probabilmente risale al secondo o terzo secolo. L'iscrizione ("Deo Marti Braciacae") sarebbe la dedica del prefetto romano Quintus Sittius Caecilianus al dio Bracacia, l'equivalente per i Galli di quello che Bacco era per i Romani. 
L'idea di partenza è il miele: Cossi aveva portato in Inghilterra una grossa quantità di miele di castagno friulano, proveniente dall'Azienda Agricola Onelia Pin. Completano la ricetta malti Maris Otter, Brown, Munich, Dark Crystal, Black, Chocolate e Peated, luppoli Target, Pioneer, Hallertau Northern Brewer e Sorachi Ace: secondo quanto riportato dal libro "1001 Beers you should try before you die" la birra è poi rifermentata in bottiglia con lieviti da champagne.
Fatta la birra, "condiamola" con un po' di polemica: è lo storico  Martyn Cornell, dal suo blog Zythophile, ad accusare Thornbridge di pressappochismo. Bracia non sarebbe affatto il nome di un'antica birra celtica. Come riportato nel libro di Max Nelson  "The Barbarian’s Revenge, A History of Beer in Ancient Europe" (Routledge, 2005) Bracia, o meglio bracis, era il nome gaelico dato ad una varietà di grano; questo è anche quanto viene scritto da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Le tavolette lignee di Vindolanda, risalenti al II secolo d.C. e ritrovate nei pressi del Vallo di Adriano, rappresentano la più antica testimonianza scritta a a mano mai ritrovata in Gran Bretagna: la loro traduzione ha permesso di svelare interessanti aspetti della vita dei soldati romani, incluso il fatto che bevevano una bevanda che era prodotta a partire dal bracis. Inoltre, il termine gallese moderno per il malto è brag, e per brassare è bracha, termini entrambi derivati da bracis. La stessa parola Braggot (un mix medievale di birra, spezie e idromele) sembra derivare dall'antico termine celtico bracata, una bevanda realizzata a partire da un mosto fermentato con il miele.
Alle accuse di Cornell risponde prontamente Cossi, dimostrando di aver svolto una lunga ricerca prima di aver scelto quel nome per la birra; come spesso accade, diversi studiosi hanno dato diversa interpretazione della radice "-brac". Nel libro "Del vino d'orzo: la storia della birra e del gusto sulla tavola a Pombia (atti dei convegni "Cervisia la birra nell'archeologia e nella storia del territorio")" si riporta ad esempio che il termine Bracia indicava una birra prodotta nell'età del ferro con - probabilmente - l'utilizzo del miele.
Dopo tutta questa teoria, passiamo alla sostanza: la Bracia di Thornbridge è praticamente nera, sormontata da una generosa e cremosa schiuma beige, abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il benvenuto aromatico è quello del miele di castagno, protagonista affiancato dai profumi del fruit cake, della frutta secca, dell'alcool: a dire il vero non c'è una gran intensità e, finezza del miele a parte, l'aroma non risulta molto eccitante. Fortunatamente le cose al gusto sono molto diverse, a partire dall'ottimo mouthfeel: corpo quasi pieno, poche bollicine, consistenza setosa in superficie, morbida, rotonda, davvero appagante. La bevuta parte con il dolce del miele, del fruit cake e del biscotto per poi proseguire con la liquirizia e con l'amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato; l'alcool (10%) non si nega ma accompagna la bevuta senza mai andare sopra le righe. La bevuta è pulita e risulta alla fine non molto complessa nei passaggi che portano dall'imbocco mielato al retrogusto amaro ricco di caffè e cioccolato amaro, con un accenno di cenere. Bottiglia presumibilmente datata 2012 che mi sembra però aver già passato da un po' il suo picco: la birra è piuttosto soddisfacente - la sensazione palatale è grandiosa - ma l'impressione è che abbia perso un po' del suo splendore per strada. Ne ho un'altra bottiglia molto più giovane in cantina che mi propongo di stappare entro l'anno per confrontarla con questa.
Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 27/02/2017, 12.90 Euro (beershop, Italia) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 11 marzo 2015

Thornbridge Jaipur X

Il 2015 è l’anno del decimo compleanno del birrificio inglese Thornbridge, situato all'interno del Peak District National Park nel Derbyshire inglese; la loro storia ve l’avevo brevemente raccontata qui.
Si prospetta quindi un periodo ricco di festeggiamenti, che sono iniziati il mese scorso con la realizzazione della prima birra celebrativa: la Jaipur X. Per l’occasione è stata realizzata una versione “imperiale” della birra che ha maggiormente contribuito al successo del birrificio, rappresentando al tempo stesso anche una “pietra miliare” per la rivoluzione brassicola che ha lentamente contagiato tutta l’Inghilterra, e Londra in particolare: a quel tempo non esistevano ancora BrewDog e Kernel, giusto per intenderci.
Prodotta per la prima volta il 7 giugno del 2005, la Jaipur prese il suo nome dall’omonima cittadina indiana dove Jim ed Emma Harrison, proprietari di Thornbridge, si erano sposati. La ricetta fu elaborata da Stefano Cossi (appena arrivato a Thornbridge dalla Sheffiled Brewery) e da quel Martin Dickie che poco tempo dopo ritornò in Scozia per fondare BrewDog: ispirata dalle IPA americane, anziché a quelle della vicina Burton-Upon-Trent, venne inizialmente prodotta esclusivamente con malto Maris Otter al quale fu poi aggiunto un tocco di Vienna: la luppolatura iniziale prevedeva Chinook ed  Ahtanum, al quale si è successivamente aggiunto il Centennial e, di recente, il Warrior.
Per il decimo compleanno di Thornbridge ne viene realizzata una versione “imperiale” che celebra il numero 10 nel nome, sul tappo, nell’etichetta sul collo della bottiglia e, soprattutto nella gradazione alcolica; debutta lo scorso febbraio in alcuni pub inglesi, irlandesi e danesi, mentre le bottiglie disponibili sul sito internet del birrificio vanno sold out in meno di due ore.  Proprio oggi, 11 marzo, dovrebbe essere disponibile la seconda cotta di Jaipur X.
All’aspetto è di colore oro carico velato, con un discreto cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dalla buon persistenza. L’aroma non è d’intensità esplosiva ma è molto pulito ed elegante, senza sconfinare nel “cafone”: una ricca macedonia di frutta tropicale (ananas, melone retato, mango) e agrumi (mandarino,  pompelmo); in secondo piano le note maltate di crosta di pane e un accenno di miele. Il dolce annunciato al naso si ritrova, in maniera predominante, anche in bocca: qui la frutta è quasi candita, piuttosto che fresca. Ci sono melone, ananas, passion fruit e litchi, su una base di pane e biscotto; l’alcool si sente e riscalda la bevuta senza andare mai oltre il necessario mentre l’amaro (resinoso, vegetale e leggermente pepato), non diventa mai protagonista ma riesce solamente a bilanciare il dolce, lasciandomi abbastanza insoddisfatto. La chiusura è comunque abbastanza secca, anche se non ai livelli delle migliori DIPA californiane, mentre il retrogusto è quasi dolce, di frutta sotto spirito, con un discreto warming etilico.
Nonostante i 10 gradi dichiarati, la bevuta non è comunque impegnativa, presentando il conto solo alle fine;  morbida e abbastanza scorrevole, ha corpo medio, consistenza oleosa e poche bollicine. La freschezza di questa bottiglia è attualmente l’elemento fondamentale che ne bilancia il suo carattere piuttosto dolce; affrettatevi  quindi a berla, prima che la situazione peggiori. 
Una versione “pompata” della Jaipur pulita e ben fatta  che, se devo dire la verità, non mi ha convinto del tutto; le preferisco di gran lunga quella “normale”, e quindi per quanto mi riguarda la festa del decimo compleanno del birrificio inglese è riuscita solo per metà.
Formato 50 cl., alc. 10%, scad. 02/02/2016, pagata 6.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 9 giugno 2013

Odell/Thornbridge Pond Hopper Double Extra Pale Ale

La collaborazione angloamericana tra Thornbridge ed Odell Brewing Company inizia nel 2010, quando Doug Odell affianca il team di birrai alla Thornbridge per creare una red ale chiamata Colorado Red. Due anni dopo, a Febbraio 2012, gli inglesi ritornano il favore agli americani ed è Caolan Vaughan, production manager della Thornbridge, a recarsi in Colorado. L'idea che nasce è di brassare una "extra pale ale", sulla falsa riga della Jaipur (Thornbridge) e della Odell St. Lupulin, utilizzando malti inglesi e luppoli americani, con l'eccezione - leggiamo - di un "tocco" di Galaxy in onore (dell'australiano) Caolan. Sul blog della Thornbridge potete leggere un breve post che parla della realizzazione di questa Pond Hopper, letteralmente "colui che salta da una riva all'altra dello stagno", in questo caso l'oceano atlantico. Birra quindi con oltre un anno di vita ed un viaggio transoceanico sulle spalle; l'acquistiamo senza nutrire troppe speranze, sperando nel miracolo di due ottimi birrifici. Nel bicchiere è di colore oro carico/arancio e forma una bella "testa" di schiuma biancastra, fine e cremosa ma non troppo persistente. Il naso è purtroppo abbastanza scarico, c'è qualche remoto sentore di agrume (pompelmo), soprattutto di marmellata e, agitando il bicchiere, emerge una timida nota pepata. In bocca l'alcool (8.9%) è molto in evidenza, contrariamente alla dichiarazione d'intento dei birrai che desideravano produrre una birra abbastanza alcolica ma facilmente bevibile. La bevuta ne esce rallentata, con note di biscotto ed un leggero aggrumato; probabilmente la "sparizione/stanchezza" dei luppoli ha distrutto l'equilibrio originale, lasciando un vuoto che rende l'alcool molto più percepibile del voluto/dovuto. L'amaro è resinoso/vegetale, leggermente pepato, con un finale abbastanza asciutto ed un retrogusto amaro di resina e caldo di alcool. La carbonazione è medio-bassa, il corpo medio, con una buona morbidezza al palato. Impossibile esprimere un'opinione su questa bottiglia, mentre altri bevitori (anche europei) molto più fortunati di noi, ne danno un'impressione molto positiva elogiandone il carattere fruttato/tropicale. Per una volta, ci tocca consolarci con l'amato/odiato Ratebeer. Formato: 75 cl., alc. 8.9%, scad. 05/2014, pagata 15.00 Euro (beershop, Italia).

venerdì 10 maggio 2013

Thornbridge Chiron

Mancava ancora all'appello l'american pale ale della Thornbridge; dopo l'ottima (ma invernale) St. Petersburg, è il momento di ritornare su birre rinfrescanti e dissetanti, sulla scia della Kipling, l'altra (south pacific) pale ale del birrificio che viene luppolata unicamente con il neozelandese Nelson Sauvin. Non siamo riusciti a trovare da nessuna parte indicazioni sulla ricetta di questa  Chiron che, nel corso degli anni, si è trasformata da "pale ale" in "american pale"; immaginiamo comunque che sia prodotta utilizzando unicamente luppoli americani. Il nome inneggia ovviamente all'omonimo centauro della mitologia greca. La pinta si colora d'oro, leggermente arancio, velato; la schiuma, dalla discreta persistenza, è leggermente "sporca" e cremosa. Decisamente americano il bouquet olfattivo, fresco, semplice ma molto elegante: pompelmo fresco, appena tagliato, mandarino ed arancio, con legger sentori di aghi di pino in secondo piano, qualche accenno floreale. Pochi profumi ma pulitissimi. Le aspettative ci vengono leggermente deluse in bocca, anche se il termine è sicuramente eccessivo. C'è anche qui grande pulizia e buona freschezza/fragranza, ma scende un po' il livello d'intensità. L'imbocco è di biscotto e pane, con il pompelmo che inizialmente viene messo timidamente un po' in disparte. La bevuta ha comunque una bella progressione, con un crescendo luppolato e "zesty", ricco di scorza di pompelmo. Leggera, moderatamente carbonata, scorre in bocca ad alta velocità dissetando e rinfrescando il palato, grazie anche al bel finale secco e ripulente. Il retrogusto, abbastanza lungo, è amaro e carico di pompelmo, lime e mapo. Semplice, sostanzialmente equilibrata e profumata; gli elementi per una bevuta seriale e soddisfacente ci sono tutti. L'estate è alle porte, ed aggiungiamo questa ottima birra ad una ipotetica lista di birre anti-calura. Formato: 50 cl., alc. 5%, scad. 13/02/2014, pagata 6.00 Euro (beershop, Italia).

martedì 26 febbraio 2013

Thornbridge Saint Petersburg

Ritorniamo dopo oltre un anno a stappare una bottiglia di Thornbridge, l'interessante birrificio inglese del quale abbiamo parlato più approfonditamente in questa occasione. Dopo tre birre dove era il luppolo in evidenza, è la volta della Saint Petersburg, la Russian Imperial Stout della casa. Una birra dedicata a John Morewood, uno dei proprietari della Thornbridge Hall, lo storico stabile dove il birrificio ha sede. John, che lo acquistò nel 1790, fece infatti la sua fortuna commerciando lino con clienti di San Pietroburgo.  Padri della ricetta sono due birrai che oggi lavorano altrove: Stefano Cossi (alla Worthington) e Martin Dickie (BrewDog); i curiosi, o i volenterosi homebrewers, possono trovare la ricetta qui. All'aspetto è di uno splendido ebano scuro, con una generosa "testa" di schiuma beige, molto persistente, fine e cremosa. Al naso non c'è esattamente un'esplosione di profumi, ma c'è comunque pulizia e finezza. Caffè in primo piano, torrefatto, sentori di cenere/fumo, leggera polvere di cacao. L'aroma è un po' sottotono ma c'è subito un grande riscatto al palato:  gusto intenso e molto pulito, ricco di eleganti tostature, caffè, cioccolato amaro, cenere e mirtilli.  E' una birra assolutamente rotonda e morbida, molto gradevole, dal corpo medio e poco carbonata che si beve e si ribeve senza indugiare un attimo. Si congeda con un finale amaro, summa di quanto precedentemente incontrato, ed un lungo retrogusto torrefatto con una punta di torbato ed un leggero calore etilico. Imperial Stout molto ben fatta ed appagante, molto facile da bere; se (come noi) non l'avevate ancora provata, non è più il caso di aspettare a farlo. Formato: 50 cl., alc. 7.7%, scad. 28/10/2013.

mercoledì 7 dicembre 2011

Thornbridge Jaipur

Nome indiano per – ovviamente – una India Pale Ale brassata dalla Thornbridge. Jaipur, ovvero la città “rosa”, per il colore predominante dei suoi edifici; capitale dell’omonimo distretto, più di tre milioni di abitanti, famosa per il Palazzo dei Venti, un antico osservatorio dal quale le donne di corte potevano osservare la vita della città. La sua splendida facciata in pietra arenaria rosa, è caratterizzata da un migliaio tra finestre e nicchie. Ritornando alla birra, si presenta di colore giallo pallido, velato; la schiuma bianca, molto persistente, è fine e cremosa. Molto elegante e fruttato il naso, con sentori di arancio, mandarino e pesca bianca. Si tratta di una IPA abbastanza snella, che non vuole mostrare i muscoli ma preferisce seguire la strada della facilità di bevuta. Medio-leggero il corpo, corretta la carbonazione, watery la consistenza. In bocca c’è un grande equilibrio e pulizia di tutte le componenti: malto (crosta di pane), agrumi dolci e “sciropposi” bilanciati da note amaricanti di scorza d’agrumi. Molto secca, pulisce bene il palato ed invoglia subito il sorso successivo; finisce lasciando un retrogusto amaro abbastanza delicato, caratterizzato da note vegetali e di scorza di pompelmo. IPA molto ben fatta, pulita, profumata, bilanciata e gustosa. C’è tutto quello che serve. Formato: 50 cl., alc. 5.9%, scad. 03/02/2012, pezzo 4.77 Euro.

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english summary:
Brewery: Thornbridge Brewery, Bakewell, Derbyshire, England:
Appearance: hazy pale yellow with a lasting creamy white head. Aroma: elegant fruity aroma, orange, tangerine, peach. Mouthfeel: medium-light bodied, medium carbonation, watery texture. Taste: very clean and balanced. Bready malt, sweet citrus pulp and bitter zest. Dry to the palate; aftertaste is gently bitter, herbal and citrusy (grapefruit zest). Overall: another very good IPA from Thornbridge. Tasty, clean and, most of all, exceptionally drinkable. Excellent. Bottle: 50 cl., 5.9% ABV, BB 03/02/2012, price 4.15 GBP.

sabato 22 ottobre 2011

Thornbridge Kipling

Anche la tradizionalista Inghilterra non si è rivelata immune dall'utilizzo, sempre più frequente, di luppoli provenienti da paesi cosiddetti "esotici", termine da intendersi in senso lato come "inusuali". E' il caso del Nelson Sauvin, una varietà creata una decina di anni fa dai laboratori di ricerca Neozelandesi. Gli oli essenziali estratti da questa varietà di luppolo ricorderebbero l'aroma di uva spina, una caratteristica tipica del vitigno Sauvignon Blanc; da qui, la scelta di denominare appunto questa nuova varietà di luppolo Nelson Sauvin. La Kipling prodotta dalla Thornbridge è un'American Pale Ale single hop o forse, come più appropriatamente riporta l'etichetta, di una South Pacific Pale Ale, una categoria nuova (?) che forse varrebbe la pena di iniziare a considerare seriamente visto l'utilizzo sempre più frequente di luppoli proveniente da queste regioni del nostro emisfero. All'aspetto è di colore dorato, leggermente velato; la schiuma è abbastanza fine e cremosa, bianca, buona la persistenza. Bel naso dolce e fruttato con sentori di frutta tropicale (mango, passion fruit), polpa di agrumi (arancio, pompelmo rosa) ed uva bianca. Anche al palato si rivela subito una birra molto elegante ed estremamente pulita; la consistenza watery le dona anche un'ottima facilità di bevuta. Il corpo è medio; c'è una bella base di malto (crosta di pane) e un generoso fruttato tropicale che però non è mai eccessivo. Molto ben bilanciata, è abbastanza secca e lascia il palato ben pulito, regalando un retrogusto amaro vegetale dove ritorna una nota di mango. Birra molto ben fatta, semplice ma assolutamente beverina e gustosa, da non farsi scappare. Formato: 50 cl., alc. 5.2%, scad. 12/01/2012, prezzo 3.67 €.

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english summary:
Brewery: Thornbridge Brewery, Bakewell, Derbyshire, England
Appearance: hazy golden color with a lasting creamy white head. Aroma: rich nose with tropical fruits (mango, passion fruit), citrus (orange and grapefruit), white grape. Mouthfeel: medium body, watery texture, medium carbonation. Taste: very well balanced between bready malt and sweet tropical fruits. Dry mouthfeel, finish is grassy and bitter with a touch of mango. Overall: a very clean and tasty APA or, as the label suggests, South Pacific Pale Ale as it is brewed with Nelson Sauvin hops from New Zealand. Well done and dangerously drinkable, very good stuff. Bottle: 50 cl., 5.2% ABV, BB 12/01/2012, price 3.19 GBP.

martedì 27 settembre 2011

Thornbridge Raven

Siamo nel Derbyshire, all'interno del Peak District National Park, poco lontano da Sheffield, nei dintorni di Ashford in the Water. La Thornbridge Hall è una residenza originaria dell'undicesimo secolo; dopo la seconda guerra mondiale, diviene proprietà della municipalità di Sheffield che la utilizza principalmente a scopo didattico. Poi, la scarsità di fondi pubblici spinge la municipalità a vendere l'intera area nel 1997 alla famiglia Hunt che, nel 2002, vende a Jim ed Emma Harrison. Imprenditori di successo, entrambi in settori differenti; ma a noi interessa principalmente Jim. Dirige un'impresa che produce guarnizioni di gomma ma ha anche affari nel ramo alimentare, in particolare nel brand di cetrioli sottaceto Cunningham's Piccalilli. Una sera, viene "folgorato" da alcune birre che Dave Wicketts della Kelham Island Brewery gli regala; lo spazio nel complesso della Thornbridge Hall non manca, e così Jim decide di installare un microbirrificio in un edificio della sua proprietà. Non sarà però lui a produrle. Affida l'incarico al suo socio d'affari Simon Webster, che pubblica un'inserzione alla ricerca di un mastro birraio. I primi due che rispondono sono l'italiano Stefano Cossi (che lavorava già alla Sheffiled Brewery) e lo scozzese Martin Dickie, proprio colui che dopo qualche tempo lascerà la Thornbridge per fondare la BrewDog. Siamo agli inizi del 2005 ed in questi sei anni la Thornbridge Brewery è cresciuta molto, tanto da rendere necessario il trasferimento della produzione a settembre 2009 in uno stabilimento più moderno ed ampio, a Bakewell, sempre nel Derbyshire, con un investimento di 1.600.000 sterline. A Thornbridge Hall continuano però le produzioni sperimentali, i lotti pilota, gli invecchiamenti in botte. Molti sono i birrai che si sono alternati nel corso degli anni; il co-head brewer neozelandese Kelly Ryan è tornato nella sua madre patria, ed anche Stefano Cossi si è preso una piccola vacanza. Lo standard qualitativo delle birre rimane tuttavia molto elevato, facendo della Thornbridge uno dei birrifici più interessanti ed innovativi di tutta l'Inghilterra. Ovviamente nella gamma di un birrificio "moderno" non poteva mancare una black Ipa, e così ecco questa Raven. Viene brassata con malti Maris Otter, Black e Chocolate; i luppoli sono Nelson Sauvin, Centennial e Sorachi Ace. Ed è una “signora” birra, di un colore ebano scurissimo, con un cappello di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. Il naso è fine e fresco, sentori di aghi di pino, di agrumi e una leggera nota di malto tostato in sottofondo. In bocca si rivela si dal primo sorso molto morbida e bilanciata tra note resinose/vegetali e malti tostati, caffè. Scarsamente carbonata, ha una texture oleosa ed una buona secchezza che lascia il palato sempre ben pulito. Elegante e pulita, si congeda lasciando un ottimo retrogusto amaro, lungo ed intenso, dove convivono malto tostato, cioccolata amara, ed anche una nota fruttata (pompelmo) che richiama l’aroma. Ottima black Ipa, davvero molto appagante. Se la trovate, non fatevela scappare. Formato: 50 cl., alc. 6.6%, scad. 21/12/2011, prezzo 5,06 Eur.

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english summary:
Brewery: Thornbridge Brewery, Bakewell, Derbyshire, England
Appearance: nearly black color with a solid and creamy tanned head. Aroma: piney hops, citrusy, roasted malt. Mouthfeel: very smooth, oily texture, low carbonation; medium body. Taste: a beautiful balance of resinous, grassy hops, roasted malts and coffee. Dry finish. Intense aftertaste filled with roasted malts, dark chocolate and a grapefruit touch. Overall: a very tasty and clean brew, an excellent Dark IPA which we strongly recommend. Bottle: 50 cl., 6.6% ABV, bb. 21/12/2011, price 4.40 GBP.