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giovedì 17 dicembre 2020

DALLA CANTINA: O'Hanlons Thomas Hardy's Ale 2008

Per oltre un secolo l’imponente birrificio Eldridge Pope è stato l’edificio più importante di Dorchester e la ruota motrice dell’economia della città inglese. Nel 1837 Charles Eldridge, già proprietario dell’hotel Antelope aveva acquistato anche il piccolo birrificio Green Dragon, espandendone la produzione; la moglie Sarah guidò l’azienda alla morte del marito (1846) assieme al partner commerciale Samuel Mason, un altro produttore di birra.  Sarah Eldridge morì nel 1856 cedendo le sue quote al figliastro John Tizard e Mason si ritirò nel 1870 (si dice a seguito della morte del figlio in un incidente di lavoro nel birrificio) vendendo a Edwin Pope e al cugino Alfred. L’anno successivo, alla morte di Tizard,  la figliastra ed ereditiera Sarah Eldridge decise di vendere la sua quota alla famiglia Pope. Edwin Pope mise subito in atto un grande piano di espansione acquistando terreni adiacenti alla linea ferroviaria e commissionando all’architetto W.R. Crickmay un nuovo edificio, in stile vittoriano, che fu inaugurato nel 1881. La Eldridge Pope & Co. Limited divenne il più grande birrificio nonché datore di lavoro di tutta Dorchester;  lo stabile fu poi seriamente danneggiato da un incendio nel 1922 e la produzione interrotta sino al 1925.  
Le due guerre mondiali fecero scomparire dal mercato le birre dall’alta gradazione alcolica e anche quando il governo tolse le restrizioni, agli inizi degli anni ’50, furono davvero pochi i birrifici che ricominciarono a produrle. Tra questi vi fu proprio Eldridge Pope.   Michael Jackson riporta nella sua World Guide to Beer che nel 1967 alla Eldridge  trovarono per caso duemila bottiglie vuote di epoca vittoriana e si chiesero con che cosa avrebbe potuto riempirle. Proprio in quel periodo a Dorchester si stava organizzando un festival letterario che celebrava il quarantesimo anniversario della morte di Thomas Hardy, poeta e scrittore nato e vissuto a poche miglia di distanza il quale, nel suo racconto The Trumpet Major, aveva dedicato qualche riga alla birra locale: “era del colore più bello che l’occhio di un artista potesse desiderare per una birra: robusta e forte come un vulcano; piccante, senza essere pungente; luminosa come un tramonto d’autunno; dal sapore uniforme, ma, alla fine, piuttosto inebriante. Il popolo l’adorava, la gente per bene l’amava più del vino”. Cecil Pope, nipote di Alfred, chiese al birraio Denis Edwin Holliday di produrre una birra speciale per l’evento e Holliday rielaborò la ricetta del barley wine della casa chiamato Goldie  e lo mise ad invecchiare per sei mesi in botti ex-sherry che venivano ruotate quotidianamente. Il risultato finì poi in bottiglie chiuse da sughero, ceralacca  e chiamato Hardy Ale, birra celebrativa che venduta ad un prezzo che equivaleva a quello di dieci pinte di bitter. Nonostante il costo elevatissimo, quella che doveva essere una birra occasionale ottenne riscontri favorevolissimi convincendo il birrificio a replicarla nel 1974 e da allora una volta all’anno, diventando oggetto di culto degli appassionati che attendevano con ansia l’uscita del nuovo millesimo.
Gli anni ’90 furono caratterizzati da una serie di errate decisioni da parte del management di Eldridge Pope nel tentativo di risollevarsi da una difficile situazione finanziaria: la peggiore  fu probabilmente quella di separare gli assetti produttivi da quelli di vendita, ovvero la catena dei pub di proprietà, le cui spine finirono rapidamente in mano ad altri distributori. Alcune fonti riportano che nel 1996 il birrificio smise di produrre le proprie birre lavorando solamente per conto terzi. Nel 1997 il management del birrificio acquistò dai Pope il marchio, mentre impianti e sito produttivo rimasero in mano alla famiglia che lo aveva fondato: la nuova società fu rinominata Thomas Hardy Brewery & Packaging e l’anno successivo rilevò un altro birrificio a Burtonwood formando la Thomas Hardy Burtonwood. La produzione riprese ma, nonostante il nome scelto, tra le prime decisioni del management ci fu quella (1999)  di sospendere la Thomas Hardy’s Ale, ritenuta una birra troppo costosa da produrre. 
Nel 2003 la Thomas Hardy Brewery fece un offerta ai Pope di 8 milioni di sterline per acquistare il birrificio di Dorchester: la famiglia la rifiutò e preferì invece cedere il complesso alla Landworth Properties che aumentò immediatamente il contratto d’affitto costringendo di fatto la Thomas Hardy Brewery alla chiusura definitiva ed al licenziamento di 57 dipendenti, nel luglio dello stesso anno. L’anno successivo la famiglia Pope cedette per 40 milioni di sterline e 42 milioni di debiti tutti i pub ancora di proprietà all’imprenditore Michael Cannon, abilissimo a trasformarli nella catena Que Pasa Bar, poi rivenduta nel 2007 al gruppo Marston’s per 155 milioni di sterline.  Il vecchio birrificio Eldridge Pope rimase abbandonato sino alla trasformazione, completata nel 2013,  nel complesso chiamato Brewery Square che oggi accoglie negozi, ristoranti, cinema, appartamenti e un hotel. 
La scomparsa della Thomas Hardy’s Ale gettò subito nello sconforto gli appassionati, molti dei quali si trovavano negli Stati Uniti. E fu proprio grazie ad uno di loro che la birra riuscì a rinascere: una storia l’avete già sentita? E’ più o meno quello che accadde con la Extra Double Stout.  Questa volta il merito va attribuito a George Saxon, proprietario della la Phoenix Imports, Maryland, che dal 1986 importava in esclusiva sul suolo americano la preziosa birra, solitamente in bottiglie da 33 centilitri (in Inghilterra era più frequente il formato 18 o 25). Saxon rilevò la proprietà  del marchio e si mise a cercare un birrificio in Inghilterra che potesse ricominciare a produrla: la scelta cadde su O’Hanlon, un piccolo produttore nel Devon. Il 2003 fu la prima annata della nuova Thomas Hardy’s, ricreata in ogni dettaglio: etichetta, numero lotto e prefisso lettera identificativo, tappo e collo della bottiglia ricoperti da un lamina  dorata, piccolo medaglione ornamentale. La maggior parte degli appassionati fu soddisfatta ma non mancarono i sostenitori del “non è più la birra di una volta”: affermazione perlomeno prematura, visto che si tratta di una birra da bere dopo almeno tre anni di cantina, come suggerivano sin dall’inizio alla Eldridge Pope. 
La nuova avventura O’Hanlon non durò però molto, giusto il tempo di raccogliere qualche medaglia nei concorsi e di rimpolpare le cantine degli appassionati. Nel 2009 Liz O'Hanlon, direttore commerciale del birrificio, annunciava di aver gettato la spugna: “non è una decisione facile, ma non ne vale più la pena. Le vendite sono buone ma non giustificano gli sforzi che ci vogliono per produrla. A fare le nostre birre ci mettiamo due settimane; iniziamo invece a produrre la Thomas Hardy a gennaio e possiamo imbottigliarla solo in settembre. Dobbiamo poi incartare le bottiglie, numerarle ed appendere a mano i medaglioni al collo. Auguro ogni fortuna a Saxon, ma non credo sarà facile”. 
La stampa inglese di settore provò a sondare il terreno con due birrifici che già producevano riedizioni di birre storiche. Alla Marston’s dissero di poter prendere in considerazione l’ipotesi solo in caso di volumi superiori a 10.000 ettolitri all’anno. John Keeling di Fuller’s, che si era già preso a cuore le sorti della Gaze Pride Old Ale,  disse di sì, ma solo se gli fosse stato venduto anche il marchio: “non possiamo fare tutti quegli sforzi produttivi per una birra che non è neppure nostra”.
Per qualche anno non si venne a sapere nulla sul futuro della mitica Thomas Hardy’s Ale: fu necessario attendere l’agosto del 2012 quando a sorpresa,  i fratelli Vecchiato del colosso distributivo nazionale Interbrau, annunciavano di aver acquistato il marchio da Saxon. La notizia riempì d’orgoglio tutti gli appassionati italiani, ma per i Vecchiato la parte più difficile doveva ancora venire: trovare qualcuno affidabile in grado di produrla rispettando minuziosamente la ricetta originale. Riesumare un marchio dal pegidree così importante senza rispettarne la tradizione sarebbe stato un imperdonabile errore.  I Vecchiato si recarono  subito alla O'Hanlon alla ricerca di preziose informazioni ma i proprietari, che stavano vendendo il birrificio, non furono molto amichevoli e i birrai che avevano lavorato alla ricetta se n’erano già andati. Neppure le chiacchierate con alcuni vecchi dipendenti di Elrdige Pope furono molto utili. Decisero allora di sondare il terreno con uno dei loro partner commerciali, il birrificio Meantime, del quale Interbrau è importatore per l’Italia. Il birrario Alastair Hook era una garanzia ed era grande amico di Micheal Jackson: a lui il beerhunter lasciò in eredità la sua collezione personale di bottiglie, con ovviamente numerose annate di Thomas Hardy.
La nuova Thomas Hardy debuttò nel 2014 con una “Preview Edition” non destinata al commercio: verrà recapitata solo ad alcuni addetti ai lavori, giornalisti del settore e fatta assaggiare nelle fiere.  L’anno ufficiale del ritorno fu il 2015, proprio l’anno in cui Meantime veniva venduto all’industria (prima SAB Miller, poi Asahi). Alastair Hook fa ancora parte di Meantime e la Thomas Hardy, per quanto ne so, continua ad essere prodotta su quegli impianti.

La birra.

Nel 2008 ero già appassionato di birra, ma in modo diverso: ero solo curioso di bere qualsiasi cosa non avessi ancora provato, non sapevo esistesse la birra artigianale. Mi trovavo a Londra, ricordo ancora gli scaffali del supermercato Waitrose al piano interrato del centro commerciale Westfield: cercavo qualcuna di quelle bottiglie che avevo visto sulle guide e sugli atlanti generali della birra che si trovavano in libreria. La Bombardier di Wells, la Pedigree di Marstons, la Bass Pale Ale: non sapevo cosa fosse la Thomas Hardy’s Ale ma evidentemente quella curiosa bottiglia con il medaglione appeso al collo attirò la mia attenzione e la misi in valigia. Fu solo per caso che non la stappai appena tornato a casa: forse cercai qualche informazione e venni a sapere che era una birra mitologica, da mettere in cantina e da bere dopo molti anni. Meglio così. Noto ora che l’etichetta ha anche una piccola cornice in lingua italiana con ingredienti e data di scadenza.
In questi dodici anni ho resistito più volte alla tentazione di aprirla; avevo sempre la paura che fosse presto e che la birra potesse ulteriormente migliorare. Sono in parte stato facilitato dal peso della storia; raccontarla sul blog in modo appropriato significava sobbarcarsi un lavoro di ricerca lungo, impegnativo e quindi ho sempre rimandato. Non potevo tuttavia concludere la più che decennale avventura di Unabirralgiorno (iniziata proprio in quegli anni!) senza  la Thomas Hardy’s Ale.  
Il suo colore non è esattamente quel “tramonto d’autunno”  delle Strong Ales del Wessex decantate da Thomas Hardy: è ambrato molto carico e piuttosto torbido, la schiuma è comprensibilmente evanescente. L’aroma regala subito spiccate sensazioni di Porto e di Sherry: annoto anche mela al forno, ciliegia, frutti di bosco, uvetta, prugna, datteri e fichi disidratati. L’intensità è piuttosto buona, l’ossidazione è del tutto positiva: non si dovrebbe mai usare l’aggettivo “dolce” nel caso dell’aroma ma la sensazione che avverto è zuccherina, sciropposa, quasi una marmellata. Il corpo è ancora degno di nota, non ci sono grossi cedimenti dovuti all’età e le bollicine sono ancora ben percepibili.  La bevuta ripropone in maniera molto più educata e armonica l’aroma, senza quegli sbuffi sciropposi che vanno un po’ oltre le righe: s’avverte ancora una flebile componente maltata che richiama il caramello, la frutta sotto spirito è molto meno in evidenza e la sensazione è davvero di avere nel bicchiere un vino fortificato. E’ dolce ma ben attenuata, il tanto temuto cartone bagnato si avverte a fatica solo andandolo a cercare. L’alcool  (11.7%) dà il suo contributo senza mai andare oltre le righe: scalda il palato e scalda il cuore. Una birra invecchiata benissimo la cui bevuta è accompagnata da inevitabili emozioni derivanti da un viaggio indietro nel tempo, poco importa se questa non è una delle bottiglie di Eldridge Pope. 
Il bicchiere ormai vuoto è inevitabile sorgente di malinconia. Barley Wine? Old Ale? Semplicemente Thomas Hardy’s Ale.  Devo però essere sincero: nei miei ricordi e nel mio cuore non riesce però a scalfire la Harvest Ale di J.W. Leesvetta per me irraggiungibile. La producono ancora ogni anno e per comprarla non bisogna svenarsi su Ebay: in pochi la cercano… meglio così. Ne rimane di più per me.

Formato 27,5 cl., alc. 11.7%, , lotto 2008, scad. (italiana) 31/12/2016

mercoledì 25 novembre 2020

DALLA CANTINA: Gales Prize Old Ale 2000

I Gale erano una rinomata famiglia di Horndean vicino a Portsmouth, Hampshire: fornai, droghieri, mercanti di mais e di carbone. Nel 1847 la famiglia acquistò il pub Ship and Bell: a quel tempo era abbastanza comune che i pub producessero anche la birra che vendevano e George Gale, che lo gestiva, iniziò a farlo nel 1853. Nel 1896 un incendio distrusse completamente il pub  ma l’edificio fu prontamente ricostruito: la sua torre ancora oggi svetta sui tetti di Horndean. La ditta Gale and Co. nacque nel 1888, iniziò a  distribuire birra anche ad altri pub nei dintorni  e riuscì a superare le difficoltà derivanti dalle due guerre mondiali: negli anni 60 la produzione iniziò a crescere grazie al successo della HSB – Horndean Special Bitter –  che raggiunse il picco di vendite nel 1984. Da quel periodo i marchi del portafoglio Gale’s iniziarono un lento ma inesorabile declino e il birrificio aumentò anno dopo anno la produzione per conto terzi, iniziata nel 1997.  Ma dopo una decina d’anni di sforzi, alcuni soci chiesero di rientrare in possesso del proprio capitale e l’unica soluzione per i Gales fu vendere: si fece avanti Fuller’s, che nel 2005 rilevò il birrificio di Horndean per 92 milioni di sterline. Preoccupato, il CAMRA lanciò subito una campagna di sensibilizzazione nei confronti di Fuller’s: gli 80.000 ettolitri annuali prodotti a Horndean potevano facilmente essere trasferiti a Londra o, nella peggiore delle ipotesi, le birre sostituite dalle concorrenti prodotte da Fullers. Ed infatti alla fine di marzo 2006 gli impianti di Gale’s, la maggior parte dei quali risaliva agli anni ’80, furono definitivamente spenti. Pochi anni dopo tutto il birrificio ad eccezione della torre venne demolito e i terreni furono riconvertiti in zona residenziale.  Ma per gli appassionati c’era ancora qualche speranza: poco prima di chiudere i cancelli alla Gales fu prodotto un ultimo lotto di una birra iconica, la Prize Old Ale,  e venne poi portato a Londra con delle autocisterne.
La Prize Old Ale di Gale’s è un pezzo di storia che vale la pena raccontare, è un viaggio a ritroso al tempo di quelle Stock Ales maturate in tini di legno per mesi, a volte anche per anni, dove sviluppavano acidità lattica, inevitabile conseguenza della contaminazione batterica: era il gusto tipico delle birre del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, che i bevitori apprezzavano.  Queste Old/Stock Ales (non è mia intenzione entrare nel dettaglio di eventuali differenze) potevano essere bevute anche da sole ma erano solitamente utilizzare per creare un blend con birre piè giovani: erano la base delle birre più popolari di quel periodo, le Porter e le Stout. 
Ci sono notizie contrastanti sulla storia della Prize Old Ale ma tutti gli storici sembrano concordare sul fatto che sia nata intorno al 1920 quando alla Gale’s arrivò un birraio dallo Yorkshire che intendeva replicare i fasti di quelle Strong Ales, in gergo “Stingo”,  che venivano prodotte da quelle parti, come per esempio alla Hammond Brewery.  La Prize Old Ale maturava in vasche di legno per un periodo variabile tra i sei ed i dodici mesi; John Keeling, lo storico birraio di Fuller’s, ricorda“non è lambic, ma ci assomiglia. Alla Gales fermentava in legno, era impossibile pulire perfettamente quelle vasche; si venne a creare un ambiente selvaggio e quei microrganismi diedero alla birra il suo carattere unico. Anche se veniva poi trasferita e messa ad invecchiare in tini di acciaio non perdeva quella flora batterica”. La ricetta originale pare indicasse malto Maris Otter, un tocco di Black, luppoli Fuggles e East Kent Goldings. Al momento della messa in bottiglia veniva aggiunto poi il lievito per la rifermentazione.  Nel 1971 quando fu fondato il CAMRA, la Gale Prize Old Ale era una delle ultime cinque birre rifermentate in bottiglie che ancora venivano prodotte nel Regno Unito. 

Negli anni che precedettero la vendita a Fullers la Prize Old Ale non fu certo un esempio di costanza produttiva. Scrive lo storico Martyn Connell: “a partire dall’inizio del ventunesimo secolo le cose iniziarono a peggiorare. Le bottiglie erano completamente piatte, la rifermentazione non era mai partita ed erano stucchevolmente dolci. Sembra che alla Gale’s imbottigliassero senza aggiungere zucchero o lievito, facendo affidamento solo sulle cellule di lievito che erano presenti della birra e sugli zuccheri rimasti dopo la fermentazione primaria. Evidentemente non funzionava, ma per anni nessuno alla Gales sembrò interessarsi al problema e continuarono in quel modo”. Come detto, nel 2006 la produzione passò alla Fuller’s che però esitò prima di mettere in circolazione il primo lotto, pronto nel 2007. Ancora Keeling: “amavo quella birra, ma replicarla sui nostri impianti fu una bella sfida. Non avevamo abbastanza posto per trasferire i fermentatori di legno della Gale’s, così facemmo un ultimo lotto a Horndean e lo portammo a Londra nei nostri fermentatori d’acciaio. Realizzammo poi due cotte sul nostro impianto nel 2007 e nel 2008, blendandole con quella di Gale’s e utilizzando il loro lievito che avevamo propagato alla Fuller’s. Il problema era che il nostro ufficio vendita la odiava, dicevano che era impossibile da vendere. Un prodotto in via d’estinzione, troppo acido per la maggior parte dei bevitori”.   I buoni intenti di Fuller’s non trovarono tuttavia quel riscontro commerciale necessario per continuarne la produzione e la Prize Old Ale uscì definitivamente di scena.
Facciamo un altro salto in avanti nel tempo al 2016, a Manchester: il girovago birraio James Kemp (oggi da BrewDog) del birrificio Marble aveva lavorato per un anno alla Fuller’s facendo amicizia con e con John Keeling. James amava le Flanders Red e le Oud Bruin belghe e sognava di poter un giorno replicare il loro “equivalente” anglosassone. Alla Fuller’s Keeling aveva ancora da smaltire parecchie bottiglie di Old Ale invendute e ne mandò un po’ a Kemp: i due si scambiarono idee sulla ricette e poi si diedero appuntamento a Manchester, adattando una ricetta originale del 1926. Malti Pale, Crystal e Chocolate, sciroppo di glucosio, luppoli Challenger e Goldings per amaro, Fuggles e Goldings per aroma. La Marble non disponeva di tini in legno e quindi la prima fermentazione “pulita” avvenne in acciaio, con inoculazione del lievito della Gale’s al momento del trasferimento in botti di legno. Per rendere forse più interessante la birra sul mercato attuale non furono usate botti neutre ma che avevano contenuti in precedenza Bourbon, Madeira, Barbera e Pinot Nero: l’idea originale era di creare un unico blend finale, ma il risultato ottenuto dalle singole botti fu ritenuto soddisfacente e ne furono quindi commercializzate quattro diverse edizioni.  

La birra.
Il destino non è mai stato gentile con le grandi birre storiche inglesi: dimenticate in patria, hanno spesso trovato una seconda vita negli Stati Uniti grazie (anche) all’opera divulgativa del defunto beer-hunter Michael Jackson e dell’importatore B-United. E’ il caso della meravigliosa Harvest Ale di JW Lees,  oggi ancora prodotta ma più facile da reperire in un Whole Foods americano che in un beershop inglese; o degli ultimi lotti di Thomas Hardy's Ale e Prize Old Ale prodotti prima delle rispettive chiusure, la maggior parte dei quali è finita dall’altra parte dell’oceano prima che esplodesse davvero la Craft Beer Revolution.  Sulle etichette trovate infatti il contenuto espresso in once fluide, anziché millilitri.  Ed è quello che è capitato a me: nel 2014 in un beershop di San Francisco mi sono imbattuto in una cesta piena di Prize Old Ale anno 2000 a prezzi di saldo: 3 dollari l’una. Non ho potuto resistere, consapevole  del rischio che poteva trattarsi di un imbevibile fondo di magazzino: ma del resto è lo stesso rischio che corre l’appassionato che tenta la fortuna acquistando qualche vintage su Ebay a prezzi moltiplicati almeno per dieci. E per stapparla ho voluto attendere altri sei anni per rispettare le opinabili indicazioni fornite dall’importatore B-United: “si dice che la Prize Old Ale dia il meglio di sé dopo 20 anni”.  Non ho ovviamente la certezza assoluta sul millesimo: l’anno 2000 è scritto con il pennarello sulla capsula di plastica che protegge il tappo di sughero. L'apertura è abbastanza difficoltosa e nonostante la cautela il sughero si rompe a metà nel collo; con molta pazienza riesco ad estrarre quel che rimane ma non ad evitare che qualche frammento finisca dentro la bottiglia. Devo versarla nel bicchiere aiutandomi con un infusore da te per filtrarla ed evitare di bere le "briciole" di sughero. La schiuma è assente, il colore è ambrato, piuttosto spento e torbido: nessuna sorpresa. Al naso l'ossidazione è evidente, nel bene e nel male: fortunatamente predominano i richiami al passito, ai vini marsalati e fortificati. Uvetta, datteri, caramello, mela al forno, albicocca disidratata: l'intensità è davvero degna di nota. In secondo piano avverto odori ematici, ferruginosi, un po' di cartone bagnato: mi sorprende la completa assenza della componente wild/selvaggia, fatta eccezione per qualche richiamo di plastica bruciata che potrei associare ai brettanomiceti. Al palato è ovviamente piatta e slegata ma c'è ancora un discreto corpo a regalare un mouthfeel ancora accettabile. 
La bevuta segue l'aroma ma con meno intensità: colpisce sopratutto il modo in cui l'alcool (9% al momento della messa in bottiglia, ora sicuramente maggiore) è inavvertibile. E' una birra che assume le sembianze di un vino passito un po' annacquato nel finale, se mi passate il paragone: datteri, uvetta, caramello, marsala e sherry, potrei spingermi oltre e chiamare in causa lo sciroppo d'acero. Anche in bocca spunta ogni tanto qualche lieve accenno di plastica e gomma bruciata: non è però questo a lasciarmi sorpreso, perplesso (eviterei l'aggettivo "deluso", visto l'anzianità della bottiglia). Piuttosto è la completa mancanza di acidità lattica che avrebbe dovuto rendere questa Old Ale unica nella sua continuità storica (confrontate ad esempio le impressioni di Angelo Ruggiero e Stefano Ricci, versione Fuller's). Chiude comunque piuttosto secca, ammiccando al legno e forse all'amaro dei tannini.  
Stappare una bottiglia che ha vent'anni sulle spalle significa privilegiare la curiosità e l'emozione, la parte conoscitiva e didattica alla piacevolezza della bevuta, benché questa bottiglia di Prize Old Ale sia ancora perfettamente bevibile. Posso comunque confermare che la Prize Old Ale è (era) un'ottima birra da invecchiamento, quasi indistruttibile, per come era prodotta alla Gale's. Ritornerà? I tentativi di riesumarla fatti negli ultimi anni non hanno avuto un grande successo al di fuori di una piccola nicchia fatta di appassionati, di vecchi nostalgici e forse di qualche occasionale curioso. Se anche voi siete tra questi e volete aggiungerla al vostro curriculum di bevute, qualche bottiglia è ancora reperibile su Ebay o nelle cantine di qualche locale: mettetevi alla ricerca, anche gli sforzi per trovarla fanno parte dell'esperienza  Gale's Prize Old Ale

Formato 27,5 cl., alc. 9%, IBU 53, anno 2000 (?), pagato 2,99 dollari (beershop) 

lunedì 16 novembre 2020

Twisted Barrel Fading Signal

Il birrificio Twisted Barrel apparve nella sonnolenta scena di Coventry nella primavera del 2014: un nanobirrificio che operava in un garage con un impiantino da 60 litri. Ritchie Bosworth, uno dei fondatori, aveva iniziato ad espandere la propria conoscenza sulla birra solo qualche anno prima: “tutto iniziò mentre mi trovavo in Nuova Zelanda e non riuscivo a trovare quella lager industriale che ero solito bere. Provai alcune artigianali: quando rientrai nel Regno Unito scoprii che anche la maggior parte dei miei amici avevano iniziato a bere craft beer”. 
Bosworth diviene un appassionato follower del podcast All Hail The Ale; lui e l’amico Chris Cooper ricevono poi come regalo di Natale un kit per l’homebrewing, diventando in breve tempo i fornitori di birra per i matrimoni e gli addii al celibato di amici e conoscenti. Giusto il tempo per ottener i necessari permessi e Twisted Barrel apre le porte: “i nostri familiari venivano ad aiutarci per imbottigliare ed etichettare in una notte quelle 120 bottiglie che riuscivamo a produrre ogni due settimane e che vendevamo poi a qualche negozio e bar locale. Fino ad allora non c’era nessun luogo dove poter bere birra artigianale a Coventry”. La produzione di Twisted Barrel è ovviamente subito insufficiente a soddisfare tutta la richiesta: nel gennaio del 2015 Cooper lascia il proprio lavoro per dedicarsi a fare il birraio a tempo pieno con un impianto da 1000 litri ed una piccola taproom a Coventry. La scelta della location è però molto azzeccata e si rivelerà fondamentale: gli spazi industriali del FarGo Village di Conventry, ristrutturati per ospitare eventi, ristoranti, bar e una trentina di piccoli negozi indipendenti di arredamento, vestiti, artigianato. Gli impresari che stavano sviluppando il progetto erano appena rientrati da Londra per visionare un progetto simile e avevano notato che in quello della capitale era presente un birrificio. Ritchie Bosworth fu fortunato a cogliere l’occasione ed a proporsi.  “La nostra taproom fu un grande successoricorda  – più che un birrificio avevamo aperto un bar con un impianto sul retro. Non siamo in una zona industriale dove la gente deve venire apposta: da noi ci sono gli appassionati ma anche semplici studenti o gente del posto di ogni età. La taproom è la forza del nostro business, ci dà immediato cash flow con un margine extra di profitto: non so come facciano a sopravvivere i birrifici che non l’hanno”.
Nel primo anno di attività Twisted Barrel ottiene l’80% dei propri ricavi da quel piccolo spazio con quattordici spine aperto due giorni alla settimana che poteva contenere quaranta persone. Grazie all’arrivo di un paio di nuovi investitori nell’ottobre del  2017 è di nuovo tempo di traslocare, ma questa volta solamente di qualche metro, all’interno del FarGo Village: i metri quadrati a disposizioni salgono da 140 a 600 e l'acquisto di nuovi fermentatori consente di raggiungere quota 680 ettolitri/anno, con un potenziale di 3000;  ad aiutare Cooper nella produzione è arrivato Carl Marshalli.  La taproom è diventata rapidamente il luogo con la miglior selezione craft di tutta Coventry: 23 spine, 300 posti a sedere e la possibilità di portarsi la pinta a spasso per tutto il FarGo Village.  In cinque anni d’attività Twisted Barrel ha prodotto circa 140 birre: attualmente la gamma prevede 12 etichette disponibili tutto l’anno, 12 stagionali e le solite inevitabili one-short e collaborazioni.

La birra.
La bevo con un po’ di ritardo: Fading Signal  è infatti una Pale Ale pensata per la stagione estiva che ha debuttato alla fine dello scorso luglio. Malti Super Pale e Carapils, avena, luppoli Simcoe, Mosaic, Mandarina Bavaria e Galaxy, lievito London Ale III.  Di colore arancio molto pallido, torbido e reminiscente di un succo alla pera, forma una generosa testa di schiuma dall’ottima persistenza. Il Double Dry Hopping ha inevitabilmente perso un po’ d’intensità nei tre mesi trascorsi dalla messa in lattina ma l’aroma è pulito e molto gradevole: cedro, lime, lemon grass, lievi note dank e floreali. La carbonazione è un po’ più alta rispetto a quanto previsto dalla tradizione anglosassone ma personalmente non ci trovo nulla di male: le bollicine donano vivacità ad una birra juicy e l’allontanano dall’effetto succo di frutta. La base maltata (pane, crackers) non è sovrastata dai luppoli e Fading Signal è una session beer (4%) che strizza un po’ l’occhio al dolce della frutta tropicale per poi virare subito su un finale secco e moderatamente amaro nel quale le note zesty incontrano quelle terrose ed erbacee. Ottimo mouthfeel, massima scorrevolezza e nessun calo di tensione: Pale Ale ricca di gusto, moderna ma non modaiola. Niente spigoli, ottimo livello di pulizia, ruffiana quanto basta, elevata intensità e basso tenore alcolico: ha tutto quel che serve per essere bevuta ad oltranza. 
Formato 44 cl., alc. 4%. Lotto 31/07/2020, scad. 17/04/2021, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 3 novembre 2020

Hogs Back Rip Snorter

Rupert Thompson è un pezzo di storia dell’industria brassicola inglese. Assunto alla Bass come direttore commerciale, ideò una serie di annunci pubblicitari su giornali e televisioni che determinarono negli anni ’80  il successo della Carling Black Label;  andò poi a lavorare alla Morland facendo diventare la Old Speckled Hen la Premium Ale in bottiglia più venduta nel Regno Unito, sconfiggendo l’eterna rivale Newcastle Brown Ale. Quando la Morland fu acquisita da Greene King, Thompson fondò la Refresh UK e rilevò nel 2000 il birrificio Wychwood, raddoppiandone la produzione grazie al successo del marchio Hobgobli. Nel 2008 Refresh e  Wychwood furono acquistati per un bel mucchio di sterline dalla Marstons, che già usava gli impianti della Wychwood per produrre qualcuna delle sue birre. 
Thompson ha voglia di cambiare e butta gli occhi su un piccolo birrificio a gestione familiare nel villaggio di Tongham, nel Surrey, ad una cinquantina di chilometri da Londra:.  “non avevo più voglia di lavorare per una grande impresa; mi piace essere coinvolto nelle decisioni. Quello che mi appassiona è far crescere il business, non restare lì a gestirlo. Hogs Back era abbastanza vicino a Londra e aveva già una birra di successo, la TEA (Traditional English Ale).”
Il birrificio Hogs Back era stato fondato nel 1992 dai due ex-homebrewers Tony Stanton-Precious e Martin Zilwood-Hunt in una fattoria del diciottesimo secolo sulle omonime colline: nella zona ci sono molti coltivatori di luppolo e nel terreno circostante anche i due birrai avevano avviato un piccolo luppoleto. Hogs Back aveva iniziato producendo 1500 litri alla settimana guadagnandosi rapidamente le spine dei pub locali con la TEA, che nel 2000 venne anche proclamata Champion Beer of Britain dal CAMRA. Nel 2011 Rupert Thompson rileva le quote di Tony affiancando per un paio d’anni Martin, uomo-immagine del birrificio e presenza fissa ai festival locali con la sua Harley Davidson corredata di sidecar a forma di cask. Oggi Martin è ancora consulente “esterno”.  Thompson inizia a fare quello che ama, far crescere il business:  la produzione annuale di Hogs Back è stabilmente ferma a quota 16.000 ettolitri; Thompson la porta subito a 27.000 introducendo nuove birre ad affiancare la TEA che continua ad assorbire il 70% dei volumi. Finalmente riesce a fare quello che non gli era mai riuscito sino ad allora: produrre una lager, la Hogstar.  La storica birraia di Hogs Back, Mo Zeiher, viene affiancare da Miles Chesterman, un birraio che Thompson recluta alla Molson-Coors di Burton-on-Trent. Per portare un po’ d’innovazione tra le dolci colline del Surrey s‘inventa la Montezuma Chocolate (2014), una lager (chiara) prodotta  con fave di cacao messicano. Nello stesso anno deve imbarcarsi in una disputa legale  contro Magners, responsabile da aver commercializzato Cider Hog, un sidro  il cui nome ed etichetta ricordavano un po’ troppo quello  prodotto da Hogs Back e chiamato Hazy Hog.
Nel 2016 Thompson annuncia un piano d’espansione da 400.000 sterline: nuovi fermentatori e magazzini per aumentare di un ulteriore 30% la capacità produttiva. Lo scorso luglio 2020  Hogs Back ha ristrutturato un vecchio hangar dove era immagazzinato il luppolo convertendolo in bar/tap room: il birrificio dispone anche di un beershop dove è possibile acquistare bottiglie anche di altri birrifici inglesi e belgi.

La birra.

Rip Snorter (letteralmente “qualcosa che si fa notare per la sua straordinaria qualità”)  è una English Strong Bitter  (5%) prodotta per la prima volta nel 2012: la sua ricetta prevede malti Pale, un po’ di Crystal ed un tocco di Chocolate; i luppoli Fuggles e E.K. Goldings sono coltivati nel Surrey.  Il nome nacque “dall’esclamazione di un birraio australiano in visita che aveva assaggiato un sorso del primo lotto. Nello stesso periodo ci venne a trovare anche Chris Moss, il fondatore del birrificio Wychwood.  Martin Hunt gliela descrisse come “the dogs bollocks of his beers” (“le palle del cane” è un idioma un po’ volgare che sta ad indicare “qualcosa di incredibilmente buono”).  Martin non usò mai quel nome, ma qualche tempo dopo la  Wychwood fece uscire una birra chiamata proprio Dogs Bollocks". 
Il suo colore è ambrato piuttosto carico con riflessi che vanno dal ramato al rubino: la schiuma è cremosa, compatta ed ha buona persistenza. Caramello, biscotto, accenni di pane nero, qualche spezia, profumi di marmellata di prugne e ciliegia, terrosi e di frutta secca a guscio: l’aroma è piuttosto intenso e pulito. La sensazione palatale è ottima, scorrevolezza e presenza trovano il compromesso perfetto. Non ci sono variazioni di rotta al palato: è una bitter ben equilibrata tra dolce (caramello, biscotto, marmellata di prugna e ciliegia, accenni di melassa) e amaro (frutta secca a guscio, terroso), intensa e al tempo stesso facile da bere. Lontano dalle mode, per una tranquilla immersioni nella tradizione anglosassone. 
Formato 50 cl., alc. 5%, lotto 5258, scad. 06/2021, prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 30 ottobre 2020

Pentrich Shine Like Millions IPA

Appassionati birrofili, homebrewers e ora birrai-imprenditori: la storia di Joe Noble e Ryan Cummings, entrambi classe 1990, è quella di tanti altri protagonisti della Craft Beer Revolution del Regno Unito.  Ai tempi dell’università i due amici si dilettavano in garage con un homebrewing che rapidamente si trasforma in una sorta di ossessione per la birra ed il beer-hunting: visite continue a beershop, richieste ad amici e conoscenti di portare loro qualsiasi  birra riuscissero a reperire nei loro viaggi all’estero. Le IPA americane di Bell’s, Stone e Dogfish Head che riescono a bere sono una rivelazione e una fonte d’ispirazione per le ricette sviluppate in garage. Nel 2009-2010 in Inghilterra ci sono ancora pochi birrifici artigianali che producono quelle birre ma Joe e Ryan hanno la fortuna di vivere nel Derbyshire, di trovarsi non troppo lontani da Thornbridge, uno dei pionieri, e crescono a pinte di Kipling e Jaipur.
Nel 2013 fondano Pentrich Brewing Company in un garage dell’omonimo villaggio, poche centinaia di abitanti, nella periferia di Derby.  Mentre sono alla ricerca di un impiantino da 150 litri è il destino ad aiutarli: nel corso di una battuta di beer-hunting al negozio Cotteridge Wines & Beer di Birmingham incontrano Michael James del birrificio Landlocked. I tre fanno amicizia e Mike sconsiglia fortemente l’acquisto di un impianto così piccolo, offrendo piuttosto loro la possibilità di utilizzare il suo kit, che si trova nel retro del pub Beehive Inn di Ripley: Joe e Ryan prelevano tutti i loro risparmi per acquistare un fermentatore da 1000 litri e piazzarlo alla Landlocked, dove vi resterà sino all’ottobre del 2015. Grazie anche al supporto finanziario di Kevin Sammons della Pub People Company LTD Joe e Noble ristrutturano un vecchio capannone nell’Asher Lane Industrial Park di Pentrich e, nella primavera del 2016, mettono in funzione il loro primo impianto da 6 barili, cessando di essere una beerfirm.
Pentrich si è fatto subito notare localmente per le sue birre prodotte soprattutto in cask, occasionalmente in fusto e pochissime bottiglie, procedendo al ritmo di tre birre alla settimana: IPA, Double IPA ma un occhio di riguardo anche per Bitter, Pale Ale e Porter.  Dall’autunno del 2019 è operativo il nuovo impianto Malrex da 15 barili e, a gennaio 2020, sono arrivate le prime lattine, un contenitore fondamentale per il successo.  Le lattine di Pentrich apparvero improvvisamente in vendita sul sito online di uno dei birrifici più alla moda della scena inglese, Neon Raptor:  “siamo amici ma non glielo abbiamo chiestodice Joe – fu una loro iniziativa che c’è stata di grande aiuto. In poche settimane passammo dall’essere un birrificio sconosciuto ad uno che era sulla bocca di tutti gli appassionati. E’ strano perché localmente noi siamo molto conosciuti per le nostre IPA e DOUBLE IPA torbide che mettiamo in cask; non abbiamo fatto altro che mettere quelle birre in lattina”.

La birra.

Shine Like Millions è una IPA prodotta con Citra, Sabro e Simcoe. Molto velata ma comunque luminosa, il suo color arancio è quasi solare, la schiuma è compatta e mostra buona ritenzione. Al naso pulizia e intensità non mancano: arancia, mandarino, mango e papaia, albicocca, melone. E’ una IPA nata  alla fine di luglio che tuttavia all’aroma trasmette ancora freschezza. Il suo look è moderno/modaiolo ma il suo mouthfeel è abbastanza tradizionale:  non ci sono quegli ingombri che affliggono la maggior parte delle NEIPA e la scorrevolezza ci guadagna. Bella bevuta: pane, qualche accenno di cereale, frutta tropicale ed a pasta gialla sono il preambolo dolce ad un percorso che vira rapidamente sull’amaro e sfocia in un finale intenso ricco di pompelmo, note zesty e vegetali, erbacee. Non ci sono spigoli/hopburn, l’alcool è ben nascosto, la componente fruttata/juicy non è assolutamente portata all’estremo. Con le dovute proporzioni, questa IPA di Pentrich mi fa pensare un po’ alle birre di The Alchemist, ovvero ad una interpretazione moderna di una classica impalcatura West Coast. Dopo tre mesi ha inevitabilmente perso un po’ di esplosività ma si vede che nel bicchiere c’è una birra sensata ed intelligente, ben fatta e pulita. Birrificio da tenere  senz’altro d’occhio.
Formato 44 cl., alc. 6.8%,  lotto 29/07/2020, scad. 25/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 16 ottobre 2020

Track Brewing Co.: Track Half Dome Pale Ale & Paper Moon IPA


Torniamo a parlare di Track Brewing, birrificio di Manchester che avevamo incontrato per la prima volta un paio di anni fa.  La sua sede è in quel Piccadilly Beer Mile che cerca di replicare il più famoso Bermondsey Beer Mile di Londra, ovvero un chilometro di strada ad alta concentrazioni di birrifici  e pub sotto le arcate della ferrovia.  Partendo dalla stazione di Piccadilly passerete in rassegna Beer Nouveau, Chorlton Brewing Company, Manchester Brewing Company, Manchester Union Brewery, Alphabet Brewing Company, The Runaway Brewery, Blackjack Brewery, The Marble Arch, Cloudwater e Track Brewing. La maggior parte di loro è aperta solo il weekend, ma negli altri giorni la birra non manca grazie al Beatnikz Republic Bar, alla Port Street Beer House e alla Seven Brothers Beerhouse. 
Track fu fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson: aveva fatto un po’ di  homebrewing ai tempi dell’università ma fu un lungo tour in bicicletta (7500 chilometri!) negli Stati Uniti, dall'Oregon al Colorado, passando per la California, a far scattare in lui la voglia di mettere in piedi un microbirrificio: “in ogni città, in ogni paese c’era un birrificio e – credetemi-  dopo un giorno passato a pedalare tutto quello che desideri è una birra fresca. Ho bevuto degli stili che neppure sapevo esistessero da birrifici a me sconosciuti come Russian River o New Belgium. Ma oltre alla birra mi colpì la gente che incontravo in quei posti, di ogni ceto sociale, tutti che bevevano assieme. Mi chiesi se posti come quelli esistessero nel Regno Unito. Avrei dovuto iniziare a  fare birra al ritorno dal mio viaggio negli USA ma non conoscevo nessuno nel mondo della birra. Così mi rimisi in sella e passai altri due anni in giro per Nuova Zelanda e Australia, Turchia, Sud America”.
Rientrato a Londra, Dyson scopre che le cose stanno cambiando anche nel Regno Unito: lavorava e alloggiava proprio nella zona di Bermondsey, viveva la rinascita brassicola londinese e iniziò a frequentare un corso sulla produzione per poi fare pratica alla Camden Brewery, anche se  ma “mi fu subito chiaro che non mi sarei mai potuto permettere di aprire un birrificio a Londra”La scelta cade sulla nativa Manchester, nei pressi della stazione ferroviaria di Piccadilly (5 Sheffield Street), sfruttando i prezzi contenuti e la temperatura costante nel corso dell'anno (15-18 gradi) che quei locali offrono.  Ad aiutarlo arriva dopo qualche anno il birraio Matt Dutton, fresco vincitore del National Homebrew Champion organizzato dal Brewdog bar di Manchester; del team fanno oggi parte anche Will Harris e Lewis Horne (ex Northern Monk) che si occupano delle birre acide e degli invecchiamenti in botte. 
Ma la birra che ha permesso a Track di spiccare il volo è la Pale Ale Sonoma (3.8%) che ancora oggi occupa il 50% della capacità produttiva. 
Il birrificio si è subito dotato di una piccola taproom che alla fine del 2018 è stata spostata per fare spazio agli impianti nel vicino complesso di Crusader Mill, con una bella vista sui tetti di Manchester; il contratto d’affitto di Track è però scaduto nel 2019 e non è stato rinnovato in quanto Crusader Mill è sottoposto ad una ristrutturazione edilizia. In soccorso sono arrivati gli amici di Cloudwater che hanno messo a disposizione loro un piccolo spazio all’interno del proprio edificio nel Piccadilly Trading Estate per permettere a Track di realizzare un  “pop-up taproom e beershop”.  Dyson sembra intenzionato a lanciare una campagna di crowdfunding per espandersi e trasferire definitivamente il proprio birrificio nel Piccadilly Trading Estate, proprio di fronte a Cloudwater.

Le birre.  

Dopo le ottime impressioni sulla IPA Loose Morals realizzata in collaborazione con Wylam, vediamo altre due produzioni Track partendo dalla Pale Ale Half Dome (5.3%): il nome è ovviamente un riferimento all’enorme roccia di granito nella Yosemite Valley, mentre il mix di luppoli include  Galaxy, Citra e Simcoe. Nel bicchiere è di color arancio pallido, piuttosto velato, mentre l’esuberante schiuma, parecchio scomposta, ha lunga ritenzione. Cedro, bergamotto, mandarino, limone, fiori: il bouquet dominato dagli agrumi è fresco e pulito, intenso, elegante.  Al palato l’intensità cala un po’ di tono ma non ci si può lamentare visto che  stiamo parlando di una birra dalla gradazione alcolica contenuta. Sono sempre gli  agrumi a guidare le danze di una bevuta molto zesty, secca e pulita, sorretta da un sottofondo dolce di agrumi canditi ed ananas. In alcuni passaggi c’è davvero il rischio dell’effetto “aranciata”, dovuto anche al fatto che questa Pale Ale è praticamente priva di amaro e nel finale si spegne: personalmente credo che un po’ di quel carattere terroso-lemongrass tipico della tradizione anglosassone le gioverebbe moltissimo. Ma il suo  problema principale è l’eccessiva carbonazione, annunciata da un leggero gushing: se avete la pazienza di aspettare che le bollicine si calmino, berrete una birra molto pulita e ben fatta.

Passiamo a Paper Moon, una nuova NEIPA (6%) che ha debuttato lo scorso luglio a ritmo di Mosaic, Citra e Vic Secret. Anche lei si presenta di color arancio pallido, piuttosto torbido, e una schiuma fin troppo generosa e molto persistente. Il suo biglietto da visita è un naso fresco ed intenso, fine, molto pulito: ananas, arancia, cedro, lychee, pesca, accenni dank e floreali. Anche Paper Moo paga il pegno di una carbonazione troppo elevata che compromette quella morbidezza palatale che una NEIPA dovrebbe  avere. E anche i sapori sono meno definiti e meno eccitanti rispetto ai fuochi d’artificio dei profumi: diamo un po’ di colpa alle bollicine in eccesso, ma il calo d’intensità da profumi a sapori è un problema che affligge molte NEIPA.  Un po’ di delusione c’è, ma la bevuta è comunque di buon livello, un succo di frutta molto gradevole che termina con un  finale resinoso cortissimo. Il suo potenziale è un po’ inespresso e  bisogna aver un po’ di pazienza ed aspettare che la carbonazione si calmi un po’. A parte questo difetti che le fanno perdere un paio di punti, nel bicchiere c’è una NEIPA dal grande aroma e – fattore di importanza fondamentale per me – priva di quegli spigoli e di quelle ruvidezze  (hop burn) che spesso rendono meno piacevole  del previsto la bevuta di queste birre alla moda.
Nel dettaglio: 
Half Dome, 44 cl., alc.5.3%, lotto 06/08/2020, scad. 06/12/2020, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)
Track Paper, 44 cl.,  alc. 6.o%, lotto 15/07/2020, scad. 15/11/2020, prezzo indicativo 6,50 euro (beershop)

 NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 5 ottobre 2020

Deya Brewing Company: Magazine Cover Session IPA & Invoice Me For the Microphone IPA

Theo Freyne ha fondato il birrificio Deya nel 2015 a Cheltenham, contea inglese del Gloucestershire:  evoluzione naturale di un hobby che si era particolarmente intensificato nell’ultimo anno all’università di Edimburgo, dove stava studiando storia. Per rendersi meglio conto di cosa significhi fare il birraio, Theo passa qualche settimana a lavare i fusti e ad osservare le produzione al birrificio Theakston.  Tornato a Edimburgo, continua il suo percorso  di apprendimento con un Master of Brewing and Distilling all Heriot-Watt. Ma il Regno Unito inizia già a stargli stretto, Theo è affascinato dalla birra artigianale americana e si reca per tre mesi in Colorado, al birrificio Odell, a fare un po’ di  pratica “I mesi che ho passato negli Stati Uniti hanno innalzato di molto le mie aspettative per quel che riguarda la birra. Odell, Firestone Walker, Russian River: tutto quello che riuscivo a bere era di molto superiore a quello che c’era nel Regno Unito. Mi resi conto dell’importanza dei dettagli nel determinare la qualità della birra”. Analisi sensoriali, utilizzo efficace ed efficiente delle materie prime, visita ai produttori di luppolo nella Yakima Valley: “se avessi fatto un anno di pratica alla Thornbridge e alla BrewDog sarei forse diventato un birraio più bravo, ma alla Odell ho davvero capito come si può fare il salto di qualità”: A Freyne non interessano solamente le tecniche produttive ma anche il modello di business messo di molti birrifici americani: legge i libri di Sam Calagione e John Palmer, assaggia Tree House e Trillium, visita The Alchemist e Hill Farmstead, dove ottiene da Shaun Hill preziosi consigli su come migliorare l’aroma della birra. 
Rientrato a casa elabora sul proprio impianto casalingo la ricetta della Steady Rolling Man, un’American Pale Ale molto luppolata d’ispirazione New England.  Suo padre continua a raccontargli le meraviglie delle Real Ales anglosassoni in cask, ma a Theo interessa solo la birra americana. Ottiene da famigliari ed amici le risorse economiche necessarie per dare il via a Deya Brewing Company -  il nome è un omaggio a Deià, località sull’isola di Maiorca -  che debutta come beerfirm nell’attesa di arredare casa, uno spazio da 380 metri quadri a Cheltenham, con un impianto da 16 ettolitri di seconda mano proveniente da Arbor Ales.  Ad aiutarlo arriva Gareth Moore, un birraio che Theo ha incontrato nel corso di un breve periodo di pratica alla Gloucester Brewery.
A maggio del 2016 Deya inaugura l’impianto e la taproom, elemento che Theo reputa fondamentale per il successo e per le proprie finanze: è quello che ha appreso negli Stati Uniti.  E’ il periodo in cui nel Regno Unito scoppia la moda dell’haze, del juicy o del New England che dir si voglia: Cloudwater è in cima alla lista dei desideri di ogni beergeek inglese, Northern MonkVerdant e Wylam seguono a ruota ma è la Steady Rolling Man di Deya ad essere votata dal popolo di Untappd come la miglior Pale Ale prodotta nel Regno Unito. L’anno successivo Deya aggiunge tre fermentatori da 40 ettolitri che permettono di raddoppiare la capacità produttiva: arrivano i primi inviti ai festival alla moda, come la Mikkeller Beer Celebration Copenhagen e l’Hop City organizzato da Northern Monk. Arrivano le collaborazioni e le produzioni one-shot per assecondare la  sete di novità del mercato: Deya sforna una trentina di etichette nuove ogni anno caratterizzate dalle belle grafiche di  Thom “Trojanowski” Hobson. La taproom assorbe la maggior parte di quello che Deya riesce a produrre: il resto della birra viene distribuita in fusto e lattine, ma Freyne non è molto soddisfatto dei risultati del “mobile canning” e per tutto il 2017 si concentra quasi esclusivamente sui fusti.  Il suo primo investimento del 2018 è l’acquisto di una linea di inlattinamento accompagnata da altri quattro fermentatori che portano la capacità annuale a 3500 ettolitri. 
Nel 2019 Deya trasloca dall’altra parte della strada: contratto d’affitto decennale per uno spazio da 2000 metri quadri nel quale viene installato un nuovo impianto da quaranta ettolitri che permette di decuplicare la capacità produttiva portandola a 35.000 ettolitri l’anno.  Il costo dell’investimento non è stato reso noto ma le risorse sono state reperite tramite famigliari, amici e un 10% di quote societarie ceduti a terzi. Freyne continua a seguire il modello americano: ancora più spazio alla taproom, merchandising e beershop, negozio online: le vendite dirette al consumatore finale arrivano a generare il 50% dei guadagni.  L’emergenza Covid-19 ha costretto anche Deya a rivedere in parti i propri piani: chiusi taproom e bar per diversi mesi, la produzione di lattine è stata intensificata per la gioia di beershop e distributori nel Regno Unito e in alcuni paesi europei.

Le birre.

Partiamo da Magazine Cover, una Session IPA (4.2%) che ha debuttato lo scorso marzo e nella quale sono protagonisti Citra e Mosaic e, in etichetta, un inquietante Andy Warcroc. 
Il suo giallo paglierino è piuttosto opaco come vuole la moda, mentre la schiuma è un po’ scomposta ma ha buona persistenza.  A tre mesi dalla messa in lattina l’aroma non è particolarmente eccitante, l’intensità è scarsa ma quel che c’è è pulito e abbastanza elegante: mandarino, lime, cedro, litchi, note floreali. Va un po’ meglio al palato, dove crackers e cereali danno il via ad un bevuta nella quale un tocco dolce di ananas anticipa un finale zesty, secco e moderatamente amaro. Non è un mostro d’intensità ma svolge la sua funzione – rinfrescare e dissetare – piuttosto bene. Dal carattere un po’ timido è comunque una di quelle birre che potresti bere per tutta la sera senza mai stancarti. Tre mesi di vita non sono un’eternità, anche se c’è stato il caldo estivo di mezzo: mi piacerebbe riprovare una lattina un po’ più giovane.

La IPA Invoice Me For the Microphone (6.5%) viene invece prodotta sin dal 2018: anche qui si va sul sicuro con l’accoppiata Citra-Mosaic. Visivamente ricorda un succo di frutta all’arancia e gli agrumi dominano un naso pulito, intenso ed elegante nel quale c’è anche posto per qualche immancabile frutto tropicale.  Qualche bollicina in eccesso elimina alla partenza le intenzioni di costruire quel mouthfeel morbido e cremoso che ha contribuito alla notorietà del sottostile NEIPA. Fedele all’aroma la bevuta regala un percorso succoso e ricco di agrumi, intenso e privo di spigoli o inutili estremismi, bilanciato da qualche accenno di mango, pesca e ananas: una birra moderna nella quale equilibrio e bevibilità non sono sacrificate sull’altare della moda. Chiude secca con un bel finale zesty, educato e corto: un amaro contenuto che si porta dietro qualche scia vegetale e un leggerissimo hop burn (grattino) che emerge solo quando si scalda. Alcool molto ben celato, IPA pulita e ben fatta: conferma che Deya merita il successo che in patria sta avendo.
Nel dettaglio: 
Magazine Cover, 50 cl., alc. 4,2%, lotto 16/06/2020, scad. 16/12/2020, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)
Invoice Me For the Microphone, 50 cl., alc. 6,5%,lotto 30/07/2020, scad. 30/01/2021, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 23 settembre 2020

Yonder Fiona

Raramente mi è capitato di trovare così poche notizie/interviste in internet su di un birrificio che è invece piuttosto attivo sui propri social network. Parliamo di Yonder Brewing & Blending, operativo dal 2018 nella campagna del Somerset inglese e  nelle vicinanze di Mendip Hills, area di eccezionale bellezza naturale nonché di interesse archeologico. Ad una ventina di chilometri di distanza c’è la Cheddar Gorge e la misteriosa Glastonbury Tor. I fondatori Stuart Winstone e Jasper Tupman si sono conosciuti mentre lavoravano per un altro birrificio che si trova in zona, Wild Beer Co.:  qui hanno imparato ad amare le birre acide prodotte con diversi ceppi di lievito, selvaggi e non,  con ingredienti (anche troppo, aggiungo io) inusuali.  
Negli ultimi anni Wild Beer ha però ridotto la produzione di birre acide e sperimentali per concentrarsi maggiormente su quelle “normali” che assicurano un maggior successo commerciale.  Winstone e Tupman, insoddisfatti, decisero di lasciare il birrificio per fondare quella che definiscono una “Modern Farmhouse Brewery ispirata dal paesaggio circostante, dalla sua storia e dalle persone che ci vivono”.
Senza nessun investitore esterno e senza ricorrere al crowfunding Winstone e Tupman  fanno tutto con le risorse economiche che hanno a disposizione: le conoscenze fatte nel corso degli anni passati a lavorare alla Wild si rivelano fondamentali nel reperire sul mercato vari componenti di seconda mano che vengono poi da loro stessi assemblati in un impianto da sette ettolitri. Il conto della  spesa? 75.000 sterline. Disegnano le grafiche e imbottigliano a mano da soli: alla fine del 2019 sono già cinquanta le etichette prodotte. E’ solo nel 2020 che arrivano ad aiutarli il birraio Dave Williams, proveniente dalla Dawkins Ales di Bristol e ed il commerciale Lee Calnan. 
La produzione Yonder si concentra su quello che  Winstone e Tupman non potevano più fare alla Wild Beer: Farmhouse Ales prodotte a fermentazione mista, anche maturate in botte, con utilizzo di lieviti selvaggi, batteri e ingredienti che – per quanto possibile -  vengono raccolti nella campagna circostante. Le birre del debutto sono la Bees & Things & Flowers (Wild Witbier con miele e fiori di campo) e la Dunstans Exile (Belgian Pale Ale con erbe di campo) affiancate dalla Yonder Pils, una birra “defaticante” con aggiunta di fieno di prato. In rapida successione arrivano la Fermhouse, una Table Beer prodotta con lievito proprietario della casa e lievito kveik, la Vat Beets (imperial stout con cioccolato, vaniglia e brownies alla barbabietola). Dallo scorso gennaio Yonder ha anche iniziato ad inlattinare: a debuttare sono state le Raspberry Gose e la Rosehip, una saison alla rosa canina.
Per chi non ama “bere strano”  Yonder ha in serbo la  Subculture (Pale Ale a fermentazione mista), la Gander (Kveik IPA), la Coolbox (Session Helles, sic!), la Boogie (una bitter dalla luppolatura moderna) e la Acapella, una “heavyweight Pilsner” (5,5%) prodotta con luppoli inglesi che credo abbia sostituito la pilsner dell’esordio.

La birra.

Ammetto di aver avuto un rapporto abbastanza tormentato con le birre di Wild Ales: poca continuità e troppi alti e bassi nel loro vastissimo portfolio di etichette. Il fatto che in qualche modo Yonder voglia continuare quel percorso non mi rende molto tranquillo e quindi tento la sorte con una birra relativamente semplice: Fiona, farmhouse ale realizzata con il lievito proprietario della casa, luppoli e malti inglesi ed aggiunta di Matricaria Discoide, alias Camomilla Falsa. E' stata una produzione occasionale  nell’agosto del 2019. 
Nel bicchiere si presenta di color oro antico, leggermente velato: la schiuma è tanto copiosa quanto evanescente. Il naso è fresco, solare  e piuttosto ricco: ananas, pepe, coriandolo, camomilla e altri fiori, limone e lime, mela verde. Al palato è generosamente carbonata e scorre con facilità e vivacità. La bevuta è molto fruttata, ricca di ananas, limone e mela, con qualche vago ricordo di camomilla: oltre a questo non c’è invero una grande profondità e manca soprattutto quel carattere rustico che una farmhouse ale dovrebbe sempre avere. Nel finale appare qualche nota lattica e la bevuta si chiude con l’amaro corto e delicato della scorza  del limone. Il suo dovere lo fa comunque con successo: disseta e rinfresca grazie alla sua secchezza e alla sua acidità, con l’alcool (6.6%) che si fa timidamente sentire solo a fine corsa. 
Non è l’olimpo del sour, se mi passate la semplificazione, è più ruffiana che ruspante ma Fiona di Yonder è una birra che si lascia bere con piacere e che trovo particolarmente adatta ai  mesi più caldi dell’anno. Rapporto qualità prezzo appropriato, visto i tempi che corrono.
Formato 37,5 cl., alc. 6.6%, scad. 17/07/2021,  pagata 6,20 sterline (beershop)

martedì 25 febbraio 2020

De Molen / Bakunin: Terpenije & Trud (Patience & Labour) Barley Wine

Da febbraio 2019 De Molen non è più un birrificio artigianale: il gruppo Bavaria (Swinkels) ne ha rilevato il 100% dopo che nel 2015 si era già impossessata del 35% tramite una società di distribuzione controllata nella quale partecipava anche il birrificio di De Koningshoeven (La Trappe). In quell’occasione pare che le azioni fossero state acquistate da tanti azionisti minoritari di De Molen, senza nessun investimento diretto nel birrificio: Bavaria aveva solamente ottenuto il diritto di distribuzione in esclusiva per tutto il BeNeLux. Come però avviene in questi casi l’entrata in gioco di una multinazionale è solo il primo passo verso l’acquisizione della maggioranza: chi ha voglia può leggere il comunicato ufficiale di De Molen nel quale viene ovviamente ribadito che non cambierà assolutamente nulla, che non ci saranno compromessi sulla qualità e che le persone resteranno al loro posto continuando a gestire in piena autonomia il birrificio. 
Chissà cosa accadrà al Borefts Festival che ogni anno De Molen organizza dal 2009 e che era diventato uno dei punti fermi nel nostro continente? Sarà ignorato dalla maggior parte dei birrifici artigianali?  L’edizione 2019 che si è tenuta a settembre, quindi dopo l’annuncio della vendita, è andata comunque sold out ed ha visto la partecipazione di questi birrifici.   
Facciamo un passo indietro all’edizione 2016 quando tra gli invitati al festival vi era anche il birrificio russo Bakunin, fondato nel 2013 a San Pietroburgo da Alexander Romanenko, proprietario del Café Bakunin, dall’homebrewer Yury Mitin  e dal birraio professionista Vladimir Naumkin. Da quanto ho capito dopo aver iniziato come beerfirm Bakunin si è ora dotato d’impianti propri ma ha soprattutto aperto tre locali le cui spine e i cui scaffali ospitano anche altri birrifici russi ed esteri: Bakunin Café (bar e beershop) il Rockets & Bishops Bar (birra e burgers) il Kiosk Bar  (Bottle Shop & Taproom). Oltre a partecipare al Borefts 2016 i russi realizzarono in Olanda una birra collaborativa con Menno Oliver di De Molen: per l’occasione nacque Terpenije & Trud (Patience & Labour) un vigoroso barley wine (10.6%) prodotto con malti Pils e Caramello, luppoli Saaz, Apollo e Premiant ed aggiunta di uvetta ad albicocche disidratate in fermentazione.  L’idea era quella di produrre un barley wine “fruttato”: al “juicy barley wine” fortunatamente non ci siamo (ancora) arrivati.

La birra.
Nel bicchiere si presenta di color ambrato carico con riflessi arancio, la schiuma è poco generosa, grossolana, scomposta e svanisce piuttosto rapidamente. Caramello, biscotto, uvetta, albicocca disidratata, mela al forno, qualche lieve traccia di solvente e di cartone bagnato: l’aroma è piuttosto intenso ma non è esattamente entusiasmante.  Niente da dire sul mouthfeel, invece: corpo medio-pieno, poche bollicine, consistenza morbida ed oleosa. La bevuta è davvero molto, troppo dolce e ricca di uvetta, miele e caramello: ma quando il naufragio sembra inevitabile ecco arrivare un po’ d’asprezza dall’albicocca e un po’ d’alcool a riportare la nave in acque più tranquille e la birra si riesce a bere con discreta soddisfazione anche se, citandone il nome, ci vuole un po’ di “pazienza e duro lavoro”. Vi sono ampi margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia e finezza in questo barley wine un po’ grossolano, sbilanciato, sgraziato che mostra già qualche nota ossidativa precoce, a soli due anni dalla messa in bottiglia.
Formato 33 cl., alc. 10.6%, IBU 32, imbott. 13/04/2018, scad. 13/04/2023, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 5 febbraio 2020

Burning Sky Beer: Arise & Indecision Time Simcoe Sabro


Mark Tranter: agli appassionati birrofili di lunga data questo nome provocherà forse qualche sussulto. Era il 1996 quando a questo giovane diplomato in arte con l’hobby dell’homebrewing che lavorava come cuoco e gestiva una piccola etichetta discografica venne offerta l’opportunità di lavorare come birraio su di un impiantino nel retro del pub The Evening Star di Brighton. La craft beer revolution inglese doveva ancora sbocciare ma il microbirrificio Dark Star produsse una Pale Ale molto luppolata, chiamata Hop Head (3.8%) che anticipava i tempi di una decina d’anni: “in quel periodo – ricorda Mark –  veniva considerata sbilanciata e troppo luppolata, ma noi l’amavamo”. Nel 2001 Dark Star traslocava dal retro del pub e inaugurava un nuovo birrificio da 45 ettolitri: “la gente pian piano si abituò a quei nuovi sapori, arrivarono birrifici come Thornbridge e Brewdog, grazie ad internet le informazioni erano molto più reperibili e la birra artigianale iniziò a diventare trendy”. 
Tranter guidò gli impianti di Dark Star per diciassette anni, sino al 2013: si dice che fosse stanco di fare sempre le solite birre e che la proprietà non gli lasciava libertà di sperimentare.   “Volevo fare birre difficili da realizzare nel Regno Unito, l’idea mi ossessionava e mi resi conto che l’unico modo in cui potevo farlo era mettendomi in proprio - ricorda - ma mai avrei pensato di aprire un birrificio tutto mio. L’idea mi terrorizzava. Oggi io non possiedo un auto, non possiedo una casa ma possiedo un birrificio! Ogni penny guadagnato in diciassette anni di lavoro è stato investito nella sua costruzione”.
Le birre “difficili” di cui parla Tranter sono quelle della tradizione belga: fermentazioni selvagge e spontanee.  Nel 2014, in una vecchia fattoria a Firle, nella campagna del Sussex, debutta Burning Sky con un impianto da 25 ettolitri, dimensioni che consentono di abbinare volumi sostenibili commercialmente a una buona flessibilità produttiva.  All’acciaio s’affianca il legno delle botti e dei foeders ma la vera sorpresa si trova in cima ad una scala di quello che una volta era un granaio dove viene installata una coolship: era dal 1930 che un birrificio inglese non commissionava la produzione di una vasca di fermentazione aperta. “Mi sono spostato da Brighton per stare in campagna, dove la pace e la tranquillità sono la norma. Questo luogo ha un ruolo fondamentale nelle birre che facciamo, è stata una grossa fonte d’ispirazione e ora la sua microflora ha anche un ruolo attivo e determinante per la inoculazione del lievito nella vasca aperta. Siamo un team di sei persone, siamo sempre molto impegnati ma l’ambiente in cui lavoriamo è un bel contrappeso. La qualità della vita è per me molto importante e voglio che lo sia per tutti quelli che lavorano alla Burning Sky; non vogliamo fare orari impossibili e turni notturni: iniziamo alle 9 del mattino e alle 5 del pomeriggio ci beviamo tutti assieme una birra prima di andare a casa”. 
Nel 2015 la British Guild Of Beer Writers elegge Burning Sky Birrificio dell’Anno 2014 e il popolo di Ratebeer lo vota quarto miglior nuovo birrificio al mondo: Tranter si definisce “Artisan Brewer and Blender”: una volta l’anno attraversa la Manica per recarsi in Belgio da Girardin ad acquistare centinaia di litri di Lambic che viene poi utilizzato per assemblare Cuvée, un blend della Provision Saison della casa con Lambic che viene poi invecchiato in botti di Chardonnay. “E’ vero che al momento le birre acide vanno abbastanza di moda, ma io credo che se fai qualcosa in cui credi fortemente, e lo fai al meglio, la gente ti seguirà. Voglio solo fare le birre che amo fare e non seguire le tendenze del mercato; sono ancora un punk rocker testardo che fa quello che gli pare fregandosene degli altri. Ovviamente facciamo anche molte Pale Ales e birre luppolate. Sono quelle che ci permettono di pagare le bollette. Ma gli invecchiamenti in botte rimangono la mia passione e la cosa che voglio approfondire nei prossimi anni”. 
Il birrificio non è visitabile e non disponde di taproom ma gode di una buona distribuzione nei dintorni di Brighton e nel Sussex.

Le birre.
La nostalgia per la Hop Head di Dark Star mi ha orientato su alcune delle Pale Ales “moderne” che Mark Tranter ha creato alla Burning Sky: vent’anni fa c’era sicuramente più spazio per innovare in quanto esistevano pochi pilastri ben radicati da estirpare. Oggi il mercato craft è in continua evoluzione e, quando tutti fanno uscire qualcosa di nuovo, niente è nuovo. Dallo scorso ottobre 2019 Burning Sky si è dotato di una linea per la messa in lattina e restare al passo coi tempi. 
Arise è una Session IPA (4.4%) di colore oro pallido velato e dalla candida testa di schiuma, cremosa e compatta. Mandarino, limone, arancia zuccherata, pesca e frutta tropicale disegnano un bouquet aromatico fresco e pulito, piuttosto elegante.  Gli stessi elementi, con qualche suggestione di ananas, ritornano al palato in una bevuta secca e scattante che non lesina comunque intensità. In sottofondo c’è sempre quella sensazione di cereale/crackers tipica delle Golden Ale inglesi, il carattere fruttato è evidente e domina la scena senza mai risultare sfacciato o cafone. L’amaro finale resinoso si fa sentire ma si congeda abbastanza rapidamente lasciando subito il palato pronto per ricominciare. Mouthfeel perfetto: è una session beer che tramette pienezza nella sua leggerezza e nel suo morbido tocco. Moderna, ma con un occhio di riguardo per la tradizione. Disponibile – per fortuna – tutto l’anno.

Indecision Time è invece una Pale Ale “moderna” (5.6%) che viene prodotta ogni volta con un diverso mix di luppoli; lo scorso dicembre ne è stata realizzata una versione a colpi di Simcoe e Sabro. Quest’ultimo è una varietà in commercio dal 2018 dalla Hop Breeding Company (Yakima Valley): era precedentemente noto con il codice sperimentale HBC 438. L’avevamo già incontrato qui e qui
Dorata, opalescente, dalla schiuma compatta e cremosa, ha un naso solare e mediterraneo: cedro, bergamotto, pompelmo, lime. In sottofondo note floreali, qualche accenno vegetale e di crackers. Anche lei facilissima da bere, scorre con a grande velocità sospinta da una carbonazione molto vivace per la scuola anglosassone. Al palato domina il dolce della frutta tropicale ma crackers e cereali sono sempre presenti in sottofondo: il fruttato è intenso, pulito ed elegante e dà forma ad una birra moderna ma non estrema, assolutamente piacevole da bere. Chiude abbastanza secca con una breve coda amaricante tra il terroso e lo zesty. Due birre quasi perfette che hanno l’estate nel bicchiere: profumate, facilissime da bere, rinfrescanti, scorrevolissime: è l’Inghilterra moderna, scevra di estremismi e di esagerazioni, che personalmente vorrei sempre trovare nel bicchiere. 
Nel dettaglio
Arise, 44 cl., alc. 4.4%, lotto 28/11/2019, scad. 26/05/2020, pagata 4,40 sterline (beershop)
Indecision Time Simcoe Sabro, 44 cl., alc. 5.6%, lotto 10/12/2019, scad. 07/06/2020, pagato 5.00 sterline (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.