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mercoledì 20 maggio 2020

DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015


One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  
Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. 
Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.


La birra.

Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.

Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.

Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 17 marzo 2020

Struise Ypres Reserva 2011


Ypres (frances), Yper (fiammingo), Ieper (olandese): questa cittadina belga nelle Fiandre Occidentali iniziò a prosperare nel dodicesimo secolo come centro per la produzione ed il commercio dei tessuti, grazie anche alla propria posizione strategica sulla strada che collegava Bruges a Lille e sul fiume Yser. I battelli lo risalivano per portare in città la lana dalla costa, dove venivano  allevate le pecore. Il suo coinvolgimento in numerose guerre (Francia, Inghilterra) e la peste nera del 1347 misero fine alla sua prosperità. 
Ypres tornò ad essere tristemente famosa nel corso della prima guerra mondiale. Nell’ottobre del 1914, nel tentativo di fermare la corsa delle truppe tedesche verso il mare,  l’esercito belga decise di inondare le campagne aprendo le chiuse marine di Nieuwpoort: Ypres divenne allora l’ultimo caposaldo dell’esercito inglese prima del fango e delle paludi e teatro di quattro devastanti battaglie. Le seconda battaglia di Ypres  (aprile-maggio 1915) divenne tristemente famosa per l’utilizzo di gas asfissianti a base di cloro: il gas mostarda, poi rinominato Iprite. Un tentativo tecnologico per sfuggire all’immobilità della trincea: il gas colpiva polmoni ed occhi causando problemi respiratori e cecità; essendo più denso dell'aria tendeva a raccogliersi sul fondo delle trincee, forzando gli occupanti ad abbandonarle. I sopravvissuti fuggirono in massa dalle trincee: anche l’esercito tedesco fu sorpreso dall’efficacia del gas e non disponeva di un numero di truppe sufficiente per sfruttare l’occasione. Il vento soffiava in favore dei tedeschi e quindi una vera e propria ritirata non sarebbe servita a molto: gli alleati decisero allora di avanzare usando come primitive maschere dei fazzoletti imbevuti di urina (l'ammoniaca in essa contenuta neutralizzava il cloro) e riuscirono a ripristinare il fronte. 
La terza battaglia di Ypres (luglio 1917) si svolse in un clima perennemente piovoso che ridusse l’intera zona ad un paesaggio lunare e spettrale; moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. L’ultima battaglia, quella che lasciò Ypres completamente distrutta, si svolse tra marzo ed aprile del 1918: le campagne circostanti ospitarono 170 cimiteri militati e ci vollero quarant’anni per ricostruirla completamente.


La birra.
Sono quindici i chilometri di strada che separano il birrificio De Struise da Ypres: alla cittadina teatro di sanguinose battaglie, la cui devastazione è raffigurata in etichetta, “gli struzzi” dedicano una FOB, acronimo che sta per Flemish Oud Bruin. La sua prima edizione (7% ABV, 2009) venne messa in vendita nel 2013 dopo due anni d’invecchiamento in botti di Borgogna e due in botti di bourbon (Wild Turkey). 
Io vi parlerò invece della Ypres Reserva 2011, commercializzata nel 2014 dopo quattro anni passati in botti ex-Bourgogne. Il suo vestito è di color ebano scuro accesso da profonde venature rosso rubino; la schiuma, cremosa e compatta, ha ottima persistenza. Al naso emergono note acetiche, di frutti rossi come ribes e marasca; c’è una bella controparte dolce che richiama l’aceto balsamico, la ciliegia sciroppata. Il bouquet si completa con accenni di vinosi, di legno e  di “cantina umida”.  Ottima e morbida la sensazione palatale: corpo medio, avvolgente, consistenza leggermente oleosa: è forse la Oud Bruin più densa (prendete questo aggettivo con le pinze) che mi sia mai capitato d’assaggiare. La bevuta parte dolce è ricca di ciliegia e frutti di bosco sciroppati, vino marsalato e aceto balsamico, mentre la controparte richiama di nuovo note acetiche, l’asprezza dei frutti rossi. Annoto anche delle suggestioni effimere di vaniglia e cioccolato, un bel carattere legnoso e una bella secchezza finale, accompagnato dal lieve amaro dei tannini.  Una birra quasi rinfrescante che sembra poi smentire sé stessa con retrogusto tiepido donato da un alcool che sino ad allora si era nascosto. 
E’ un bel percorso questa Ypres degli Struise: profondo, intenso, bilanciato: c’è inverso qualche spigolo acetico di troppo ma è un piccolo sacrificio che vale la pena fare.
Formato 33 cl., alc. 8%, IBU 20, lotto 692951132011, imbott. 09/2014, scad. 15/09/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 7 maggio 2019

Monks Café Flemish Sour Red Ale

Del birrificio belga Van Steenberge vi avevo già parlato in questa occasione. Si trova ad Ertvelde, una quindicina di chilometri a nord di Gent: Piraat e Gulden Draak sono le due birre di maggior successo di un’azienda moderna ed automatizzata che dedica una buona parte della propria capacità a produrre per conto terzi. 
Le cose erano ovviamente diverse nel 1922 quando Paul Van Steenberge prese il comando del birrificio e lanciò una birra chiamata  Bios Vlaams Bourgondië, una Flemish  Red che a quel tempo veniva prodotta assemblando birra fresca con birra che era stata invecchiata in botte per un paio di anni. Col passare del tempo la popolarità dello stile è andata scemando e la Bios venne prodotta solo occasionalmente, quasi abbandonata: all’inizio degli anni 2000 fu un pub americano a salvarla dal definitivo oblio.
Facciamo un passo indietro al 1984 quando Tom Peters – un publican di Philadelphia -  si trovava in vacanza con la moglie in Europa: “eravamo diretti a Parigi ma il nostro volo low cost si fermò a Brussels e avevamo un paio d’ore per visitare la città prima di salire sul treno. Avevamo sete e ordinammo in una bar una Heineken, avevo sentito che in Europa era migliore di quella che arrivava in America. Ma dopo averla assaggiata dissi a moglie che faceva schifo come quella negli Stati Uniti. Il barista sentì il mio commento e poco dopo mi allungò un bicchiere di Duvel. Poi di Orval, poi di Chimay. Quando uscì dal bar non sentivo più le gambe: cambiammo i nostri programmi di viaggio e restammo qualche altro giorno a Brussels. Quel viaggio e quelle birre cambiarono la mia vita per sempre”.  
Rientrato a casa Tom inizia a reperire e ad assaggiare qualsiasi birra belga riesca a reperire dagli importatori e comincia a proporre qualche bottiglia di birra belga ai propri clienti che, lentamente, apprezzano. Nel 1997 si mette in proprio e assieme al socio Fergus Carey apre il pub Monk’s:  tante bottiglie, tre spine dedicate al Belgio e ai primi birrifici artigianali americani. A quel periodo la Craft Beer Revolution doveva ancora nascere. “Facevo  vedere ai clienti la bottiglia ed il bicchiere e dicevo loro: “se non ti piace non te la faccio pagare e me la bevo io.  Al tempo stesso li incuriosivo con le storie dei monasteri e dei birrifici che avevo visitato in Belgio.  Le prime bottiglie di Cantillon non furono però così facili da vendere” ammette Tom
In quegli anni anni il Monk’s Cafè di Philadelphia diventa una vera e propria mecca per birrofili e uno dei beer bar più noti agli appassionati americani.  Tom viene riconosciuto come esperto conoscitore di birra belga e gli viene affibbiato il soprannome di “The Belgian Beer Whisperer of Philadelphia”. Il sogno di (quasi) ogni pub è di avere la “propria” birra da offrire ai clienti; la birra del Monk’s non poteva altro che essere belga e nel 2002 Tom Peters convinse il birrificio Van Steenberge a tornare a produrre la Bios Vlaams Bourgondië rietichettandola come “Monks Cafè”.  Da allora viene prodotta una volta all’anno. Purtroppo il birrificio non utilizza più botti di legno quindi il blend tra birra giovane e vecchia viene fatto utilizzando tini in acciaio. La birra debutta il 23 marzo 2003 nel corso di una esosa serata ($100) presenziata da Michael Jackson. Non mi sto ovviamente riferendo al cantante. 

La birra.
Colore ebano scuro, intensi riflessi rosso rubino, schiuma cremosa e compatta: un ottimo biglietto da visita. Al naso ciliegia sciroppata, frutti di bosco, lieve aceto di mela, profumi floreali e di frutti rossi aspri che tuttavia non mettono in discussione la dominanza del “dolce” in un aroma pulito e intenso. Premesse che suggeriscono una Flemish Red  abbastanza docile ed addomesticata, poco spigolosa:  in effetti la bevuta è dolce, ricca di ciliegia, aceto balsamico, caramello e frutti di bosco che sfumano lentamente in un finale dall’acetico e dall’acidità lattica molto contenute. Il risultato è una birra secca, rinfrescante e dissetante, gradevole da bere ma poco profonda e un po’ patinata se vogliamo essere pignoli, priva di quel carattere rustico e ruspante che dovrebbe sempre avere una birra della tradizione. Nota di merito per quel che riguarda la sensazione palatale, davvero ottima: poche bollicine, bevuta morbida e delicata, quasi setosa, una carezza. Una facile introduzione al mondo dell’acido per i novizi, un piacevole divertissement per chi invece ha già dimestichezza con lo stile.
Formato 33 cl., alc. 5.5%, lotto 04HO, scad. 04/08/2018, pagata 1.95 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 giugno 2018

Bruery Terreux Oude Tart 2015

Bruery Terreux è la costola del birrificio californiano The Bruery che si dedica alle produzioni di birre acide con lieviti selvaggi e batteri. Uno “spin-off” necessario per eliminare qualsiasi rischio di contaminazione batterica sulle birre normali. Il mosto delle birre viene ancora prodotto sugli impianti di The Bruery ma inoculazione dei lieviti selvaggi, fermentazione e eventuale invecchiamento in botte e imbottigliamento avvengono in uno stabile che si trova a qualche chilometro di distanza, anch’esso dotato di taproom. 
Patrick Rue, fondatore di The Bruery, ha scelto di affidare l’intero progetto Terreux a Jeremy Grinkey, proveniente dal mondo del vino e  - sebbene appassionato birrofilo -  alla grossa prima esperienza in ambito brassicolo.  Sotto il marchio Terreux, operativo dal 2015,  sono migrate con nuove etichette tutte le birre acide e prodotte con lieviti selvaggi, tra le quali ad esempio le famose Saison Rue, Oude Tart,  Sour in the Rye, Reuze e Tart of Darkness. 
Ricordo che a maggio 2017 Bruery ha ceduto la propria maggioranza alla  società di private equity Castanea Partners di Boston: da loro provengono gli investimenti necessari per crescere. Attualmente The Bruery produce e vende circa 17.000 ettoltri l’anno a fronte di una capacità potenziale che supera i 40.000, e una collezione di quasi 5000 botti di legno. Una delle prime novità è stata la decisione di affiancare allo storico formato da 75 cl. anche quello  da 37.5 per andare incontro alle richieste del mercato.

La birra.
Oude Tart è il tributo di The Bruery alle Flemish Red Ales del Belgio. Prodotta per la prima volta nel 2009, viene invecchiata per diciotto mesi in botti che avevano in precedenza contenuto vino rosso.  Ne esistono anche versioni con aggiunta di ciliegie e di boysenberry, un frutto di bosco ibrido ottenuto incrociando il lampone con la mora del Pacifico. 
Nel bicchiere è splendida, d’un acceso color rubino quasi limpido sul quale si forma una testa di schiuma cremosa e compatta ma poco persistente. L’aroma è pulito, piuttosto gradevole e dominato dall’asprezza dei frutti rossi: visciole, ribes e mela. A contrastarlo una controparte dolce che chiama in causa ciliegia e frutti di bosco, mentre in sottofondo ci sono note vinose e di legno. La bevuta risulta meno complessa e molto più sbilanciata verso l’aspro: il risultato è una birra a tratti tagliente, con qualche deriva acetica di troppo che brucia un po’ in gola: un velo di ciliegia sciroppata in sottofondo non basta a lenire. Al palato la Oude Tart  di Bruery scorre senza grosse difficoltà ma dal punto di vista tattile è molto più ingombrante di una classica Flemish Red belga. Nel finale acidità lattica e asprezza di limone chiudono una bevuta molto secca, a tratti un po’ astringente,  che disseta e rinfresca ma che obbliga a qualche pausa di troppo per far riposare un po’ il palato. Legno e vino aggiungono un po’ di profondità ad una birra spigolosa che ogni tanto viene improvvisamente accesa da qualche vampata di alcool. 
Qualche imprecisione di troppo in una birra che al palato non mantiene le belle promesse dell’aroma:  The Bruery non è un birrificio economico e quindi diventa più difficile perdonarle.
Formato 75 cl., alc. 7.7%, IBU 6, imbott. 31/08/2015, prezzo indicativo 16.00-18.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 20 giugno 2018

DALLA CANTINA: BFM Abbaye de Saint Bon-Chien 2011

BFM, ovvero Brasserie des Franches Montagnes, fondata nel 1997 dall'eclettico Jérôme Rebetez (classe 1974) a Saignelégier, nella Svizzera occidentale, a pochi passi dal confine francese e dal lago di Neuchatel. Jérôme, allora solamente ventitreenne e con studi di enologia alle spalle, aveva appena vinto un concorso svizzero per homebrewers; pieno di entusiasmo ma privo di soldi, si vede aiutare dalla dea bendata. Vince un premio al programma televisivo svizzero "Le rêve de vos 20 ans" e con i soldi intascati mette in piedi il birrificio; non intende però seguire la tradizione tedesca alla quale si rifanno la maggior parte delle birre bevute in Svizzera. A lui piace sperimentare con ingredienti inusuali e, soprattutto, trasferire le sue conoscenze enologhe in ambito brassicolo. Nel 2009 grazie all’arrivo di un nuovo socio investitore il birrificio è stato trasformato in una Société Anonyme e oggi impiega circa 25 dipendenti: è imminente l’inaugurazione di nuovi locali adiacenti a quelli attuali che permetteranno di aumentare la capacità produttiva, della quale una buona parte è destinata all'export verso gli Stati Uniti. 
Punta di diamante della produzione BFM è la sour ale Abbaye de Saint Bon-Chien: non deve il suo nome alla tradizione monastica ma ad un gatto, ospite fisso in birrificio sino alla sua morte nel 2002. Il suo nome era “buon cane” (Bon Chien) e alla morte è stato santificato con una birra, per l’appunto Saint Bon-Chien. 
Viene prodotta dal 2004 una volta l’anno assemblando con cura il contenuto di numerosi botti: Rebetez ne possiede oggi più di 500 che hanno ospitati diverse varietà di vini e distillati. La classica Abbaye de Saint Bon-Chien viene poi occasionalmente affiancata da edizioni speciali realizzate con il contenuto di una sola botte o dalla versione Grand Cru, un blend fatto con il contenuto di botti speciali come ad esempio rum. L'Abbaye de Saint Bon-Chien del 2005 venne ad esempio realizzata con un blend derivante da una botte ex-grappa, tre di Pinot Noir e sei di Merlot che erano state precedentemente usate per la Saint Bon-Chien del 2004.

La birra.
Grazie all’importante contenuto alcolico (11%) l’ Abbaye de Saint Bon-Chien è una birra che non teme il trascorrere del tempo e che potete tranquillamente dimenticare in cantina per qualche anno. Splendido esempio ne è questo millesimo 2011 del quale però non ho trovato informazioni sul processo produttivo.
A sette anni dalla messa in bottiglia si presenta di colore ambrato, opaco e non molto luminoso: la piccola schiuma biancastra che si forma è un po’ grossolana e piuttosto rapida a dissolversi.  L’aroma è splendido, avvolgente, ricco di amarena e marasca, ribes rosso, vino bianco, legno, mela acerba, legno; c’è una controparte dolce che richiama l’albicocca disidratata e il caramello. L’acetico (mela) è fortunatamente molto in secondo piano. Al palato è perfetta: morbida, quasi “piena”,  leggermente oleosa e ancora piuttosto carbonata. La bevuta ripropone l’aroma con identica pulizia ed eleganza: l’asprezza dei frutti rossi è meno evidente e la birra è quasi gently sour, con una componente dolce che chiama in causa vini fortificati, caramello, prugna e frutti di bosco. In sottofondo note legnose e vinose, tannini, un accenno amaricante. L’acetico fa una bellissima virata sul balsamico, la chiusura è secca e riscaldata da una morbida presenza alcolica. 
Complessa, elegante ed intrigante, intensa ma soprattutto emozionante questa Abbaye de Saint Bon-Chien 2011: il tempo sembra quasi non averla scalfita e lei si diverte a regalare diverse sfaccettature al variare della temperatura nel bicchiere. Può rinfrescare o riscaldare, a voi scegliere come berla.
Formato 75 cl., alc. 11%, lotto  2, bottiglia nr. 276, scad. 27/06/2021, pagata 17.00 Euro (foodstore, Svizzera)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 26 aprile 2018

DALLA CANTINA: Panil Barriquée Sour 2011

Lo ammetto: l’ho stappata con curiosità e gioia ma anche con un velo di tristezza. Parliamo della Panil Barriquée Sour, etichetta che rappresenta un pezzo di storia della birra artigianale italiana e che nel caso specifico è stata imbottigliata a novembre del 2011, pochi mesi prima che il suo creatore, il birraio Renzo Losi, lasciasse il birrificio Torrechiara, nel la primavera del 2012. E’ dunque uno degli ultimi lotti prodotti da Losi prima di trasferirsi a Torino per dare vita al marchio Black Barrels. 
Era il 2001 quando a Torrechiara (Parma), quasi al di sotto della omonima rocca, nell’azienda agricola di proprietà della famiglia Losi, produttrice di vino sin dagli anni ’30, la “pecora nera homebrewer” Renzo, affascinato dalle grandi birre del Belgio, decise di creare il marchio Panil e iniziare a produrre la birra professionalmente. 
La storia dice che la Panil Barriquée fu la prima birra italiana affinata in legno: una Bruin che fermenta quindici giorni in vasca d’acciaio e viene poi trasferita in botti (40 litri) di rovere francese che hanno ospitato Cognac o Bordeaux dove riposa per circa 90 giorni; dopo l’imbottigliamento avviene un ulteriore affinamento di 30 giorni. Le due sorelle Panil Barriquée e Panil Barriquée Sour (con inoculo di lactobacilli) erano in origine diverse ma sono arrivate pian piano a somigliarsi, diventando entrambe acide. Difficile se non impossibile mantenere il controllo in un ambiente piccolo dove gli stessi impianti vengono usati sia per le birre “normali” che per le birre prodotte con batteri e lieviti selvaggi.  “Una volta prodotta (e assaggiata) la Barriquée  mi sono innamorato del genere, poi con la fermentazione spontanea e la Divina ho capito che questo sarebbe stato il mio futuro”, ricorda il birraio. "Una volta assaggiata, Lorenzo “Kuaska” Dabove mi convinse a presentarla ad alcuni concorsi. Nel primo, in Europa, la Barriquée Sour superò Rodenbach, dopodiché decisi di portarla negli Stati Uniti, in un mercato molto più ricettivo al prodotto (che ancora oggi assorbe la stragrande maggioranza della produzione Panil, ndr.)”  
Per molti anni la Panil Barriquée Sour è stata in cima alle classifiche del beer-rating, risultando la miglior birra prodotta in Italia, quando ancora l’hype americano per le birre acide non aveva raggiunto il livelli (e i prezzi) attuali. Se Panil-Torrechiara avesse maggiormente investito sul marketing o se si trovasse sul suolo statunitense staremmo oggi parlando di ben altri numeri e forse di gente in coda ai cancelli per comprare le birre. Ma con i “se” non si fa la storia e la realtà ha portato Renzo Losi lontano da Panil; a Torrechiara, con più di qualche difficoltà, si continua a produrre la Barriquée e  le altre birre. Andrea Lui aveva sostituito per qualche anno Renzo ma ha anch'egl lasciato l’azienda che ad oggi non dispone ancora di un birraio fisso e chiama di tanto in tanto qualcuno ad effettuare le cotte. Al resto ci pensano le botti e il tempo.

La birra.
Questa bottiglia ha ormai sette anni ma davvero non li dimostra. La  Panil Barriquée Sour 2011 arriva nel bicchiere di un bel color ambrato carico leggermente velato e impreziosito da venature rossastre; la schiuma è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. Il naso è pulito e piuttosto elegante, convivono profumi fruttati di ciliegia, prugna, fragola e frutti di bosco con gli “odori” tipici dei lieviti selvaggi: sudore, pelle di salame, cuoio. C’è il legno e la componente acetica (mela) è davvero molto contenuta. Il mouthfeel è eccellente: è una birra morbida, che scorre con presenza ma grande facilità e secchezza; la bevuta è sour ma c’è comunque una controparte dolce ben in evidenza di caramello, ciliegia e prugna matura. C’è l’asprezza del ribes e dell’amarena, ci sono morbide note lattiche e acetiche che non disturbano affatto la bevuta ma che contribuiscono a renderla rinfrescante e dissetante, aggettivi inusuali per una birra dalla robusta (8%) gradazione alcolica. Annoto dettagli di vino rosso e di legno, pelle, cuoio, un finale secchissimo ma nel bicchiere ci sono soprattutto ci sono tante emozioni. La complessità va a pari passo con la facilità di bevuta ma  a sorprendere sono ancora aggettivi (vivace, fresca, agile, elegante) che non ti saresti aspettato di usare per descrivere una birra di sette anni che potrebbe andare ancora avanti nel tempo. 
Bottiglia in stato di grazia, di altissimo livello, che lascia solo il rimpianto di non averne più in cantina.
Formato 75 cl., alc. 8%, lotto 2 imbott. 11/2011, scad. 11/2014, pagata 6.00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 26 gennaio 2018

DALLA CANTINA: Extraomnes Weltanschauung (2013)

Primo appuntamento del 2018 con la rubrica “dalla cantina”, dedicata al vintage, alle birre che hanno diversi anni di vita alle spalle.  Facciamo un salto indietro al 2013, anno in cui il birrificio di Marnate fa debuttare alcune novità che contribuiranno a far poi vincere il premio di birraio dell’anno a Luigi D’Amelio:  Bloed, Hopbloem, Wallonië e Quadrupel. A queste quattro birre se ne aggiunse una molto più particolare e dal nome “criptico”:  Weltanschauung, una poderosa oud bruin che è stata invecchiata per venti mesi in barrique che avevano precedentemente ospitato vino rosso. Solamente un migliaio circa le bottiglie prodotte. 
Weltanschauung è un termine tedesco  (visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]). che può essere vagamente tradotto in italiano come “concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso; per lo più riferita a pensatori, scrittori, artisti, in quanto essa sia esplicitamente o implicitamente espressa nella loro opera”. In questo caso potremmo quindi considerare la birra come “la visione del mondo” del birraio che l’ha creata:  in etichetta l’occhio della provvidenza vi ricorda che ogni azione e pensiero di voi che avete il bicchiere in mano sono osservati da Dio o dal Grande Architetto dell’Universo.

La birra.
Ho distrattamente dimenticato di assaggiarla “fresca”, a pochi mesi dall’imbottigliamento, e ho finito per dimenticarne qualche bottiglia in cantina. Alcune opinioni lette in internet di recente sembravano suggerire che la Weltanschauung non fosse invecchiata molto bene e così, prima di arrivare al punto di non ritorno, ne ho recuperata una bottiglia. 
Nel bicchiere è di un ambrato abbastanza torbido ma illuminato da venature color rubino: non si forma una vera e propria schiuma ma una serie di bolle biancastre, un po’ grossolane, si ammassano attorno alle pareti del bicchiere. Al naso c’è una componente acetica (mela) che risulta tuttavia ancora delicata, affiancata da profumi di frutti rossi aspri come  amarena cotta, prugna acerba; gli anni passati in bottiglia hanno apportato note ossidative che in questo caso si sono fortunatamente limitate ad apportate tonalità dolci che richiamano vini marsalati. In secondo piano appaiono di tanto intanto profumi di legno e di ciliegia, polpa ma anche nocciolo. A livello tattile la birra è ancora vigorosa e presente, sostenuta da una decisa gradazione alcolica (10%) che riscalda e potenzia ogni sorso: le poche bollicine rimaste (ignoro quante ne avesse da giovane) non le donano tuttavia molta vitalità ma contribuiscono a spingerla ulteriormente in quel territorio vinoso dove il gusto si instrada rapidamente. Anche al palato ci sono dolci note marsalate che hanno il compito di bilanciare la componente aspra e (lievemente) acetica: il gusto ricalca con buona corrispondenza l’aroma e sfocia in un finale secco e vinoso, impreziosito da note di legno e da un gradevole calore etilico che fa sentire la sua presenza senza mai esagerare. 
A quasi cinque anni di vita la Weltanschauung mi sembra ancora in forma ed è capace di regalare belle emozioni: i segni del tempo ci sono ma in questo caso sono quelli positivi, ovvero il marsalato; questa componente è ancora in divenire e potrebbe ulteriormente evolvere nei prossimi anni, occupando maggior spazio sul palcoscenico. Il condizionale è ovviamente d’obbligo, non vi sono mai certezze nell’invecchiamento di una birra.
Formato 33 cl., alc. 10%, lotto 235/13, scad. 31/08/2023, pagata 4.70 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 27 luglio 2017

Vander Ghinste Cuvée des Jacobins

Nel maggio 1892 Remi Vander Ghinste, allora sessantaduenne, acquista per il proprio figlio ventitreenne  Omer una fattoria  nel villaggio di Bellegem, dintorni di Kortrijk: come spesso accadeva a quel tempo nelle fattorie veniva anche prodotta la birra. Omer sposa nel 1900 Marguerite Vandamme, figlia di un birraio di Kortrijk:  la sua consulenza è preziosa per migliorare l’unica birra prodotta chiamata Ouden Tripel  (oggi VanderGhinste Oud Bruin), mentre  Marguerite si occupa  di allestire un café facendo incidere il nome del marito su tutte le vetrate. Pare che sia questo il motivo del perché tutti i discendenti di Omer Vander Ghinste portino almeno in parte il nome del padre (Omer-Jean, Omer III): evitare di dover spendere denaro per sostituire le finestre!  
Qualche anno dopo Marguerite eredita dal nonno la Brasserie Le Fort di Kortrijk, che viene chiusa nel 1911 per concentrare tutta la produzione a Bellegem; gli anni 30 vedono gli inizi delle basse fermentazioni con la nascita della Ghinst Pils e della Bockor. Gli attuali edifici della Brouwerij Omer Vander Ghinste risalgono alla ricostruzione post-bellica del 1947, con il successivo ampliamento del 1964 durante il quale la malteria fu smantellata per installare altri tini di fermentazione ed una nuova linea d’imbottigliamento. Nel 1972 si ricominciano a produrre quelle fermentazioni spontanee che erano state dismesse prima della seconda guerra mondiale; nasce il Jacobins Gueuze Lambic, ma quasi contemporaneamente (1977) il birrificio cambia il nome in Brouwerij Bockor per sfruttare il successo e la popolarità della gamma a bassa fermentazione. Negli anni ’80 arrivano la Jacobins Kriek (1983) e la Framboise (1986) ma è solo in tempi molto recenti che la produzione di birre acide a fermentazione spontanea e mista ha subito un forte aumento grazie alle richieste del mercato statunitense: nel 2012 viene lanciata la Cuvée des Jacobins, un lambic maturato 18 mesi in botti di legno e lo scorso anno il birrificio ha acquistato due nuovi Foeders da 150 hl cadauno per aumentare la capacità produttiva.

La birra.
Il termine cuvée indicherebbe l'assemblaggio di birra provenienti da diversi foeders, ma di questo non vi è nessuna evidenza. Il suo colore è un ambrato molto carico ed impreziosito da accese venature rosso rubino; la schiuma è cremosa e abbastanza compatta ma evapora abbastanza rapidamente. Il naso è piuttosto dolce, con profumi di frutta sciroppata (ciliegia e prugna), caramello e coffe, accenni di legno e di vaniglia; molto bene la pulizia, mentre la gradevolezza è un po' penalizzata da quell'eccesso di "sciroppo dolce" che sfiora la stucchevolezza. Le cose vanno decisamente meglio al palato dove dolce ed aspro si scambiano più volte il testimone dando forma ad una bevuta ricca di caramello e ciliegia sciroppata, mela acerba, visciole e ribes rosso, qualche lieve spunto acetico che a tratti s'addolcisce di note balsamiche. Ancora più in sottofondo si scorgono legno e vaniglia e nel finale c'è persino un'impensabile suggestione di cioccolato. L'alcool è impercettibile, la sensazione palatale è piuttosto morbida e "piena", se si considera la gradazione alcolica (5.5%): il risultato è una birra molto intensa e godibile, dotata di una discreta complessità, nella quale l'asprezza trova una robusta controparte dolce ad agevolare il ritmo di bevuta. Rinfrescante e dissetante quasi come la birra che Michael Jackson aveva messo sul gradino più alto del podio.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, scad. 01/06/2018, 2.00 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 giugno 2016

Verhaeghe Vichtenaar

Verhaeghe, birrificio attivo sin dal 1885 a Vichte, una quindicina di chilometri ad est di Kortrijk/Courtrai, fu fondato da Paul Verhaeghe ed in seguito (1928) guidato dai figli Leon e Victor, quindi (1944) dai nipoti Pierre e Jacques e (1991) dai figli di quest’ultimo Karl e Peter. Dei due, Peter è il birraio, mentre Karl si occupa della parte commerciale  ed amministrativa. 
Nel 1919 il birrificio era stato completamente ricostruito dalle macerie della Prima Guerra Mondiale: tutte le attrezzature (malteria e bollitori in rame) furono asportate dai tedeschi in seguito al rifiuto da parte di Paul Verhaeghe di produrre birra per l’invasore nemico.  Per i successivi 5-6 anni la produzione si fermò e ovviamente tutta l'abituale clientela si rivolse altrove. Al momento della ripartenza non ci fu solamente da recuperare l'intero parco clienti; le classiche Flemish Red Ales che Verhaeghe aveva sempre prodotto erano state spodestate, nel gradimento popolare, dalle Lager e dalle Pils. Il birrificio fu costretto ad un nuovo investimento economico per produrre basse fermentazioni creando la Verhaeghe Pils, che oggi occupa all’incirca il 10% della produzione.   
Karl e Peter, gli attuali proprietari, si sono ritrovati nel 1991 con un birrificio piuttosto vecchio sul quale non venivano fatti investimenti da molti anni: la loro decisione fu di proseguire per la strada della tradizione, continuando a produrre soprattutto Flemish Red Ales anziché mettersi a seguire le mode imposte dal mercato. Le birre di maggior successo prodotte oggi da Verhaeghe continuano ad essere la Duchesse De Bourgogne, la Vichtenaar e la Echt Kriekenbier.

La birra.
Vichtenaar è la birra di Vichte, casa di Verhaege; questa Flanders Red matura per diversi mesi (almeno otto, leggo) in grandi botti di rovere (foeders) che vanno dai 5000 ai 25000 litri. 
All'aspetto è di un ambrato piuttosto carico, vicino alla tonaca del frate, con intensi riflessi rossastri; la schiuma ocra è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Il naso apre con profumi di ciliegia e fragola, ricordando più lo sciroppo che la frutta fresca: s'affiancano il pane leggermente tostato, accenni di pasticceria, una speziatura che richiama alla lontana zenzero e cannella, legno; l'acetico è piuttosto rilegato in sottofondo, prendendo le dolci sembianze del balsamico quando la birra è ancora fresca per poi scivolare delicatamente verso l'aspro con l'innalzarsi della temperatura. E' uno scenario non troppo diverso quello che si presenta al palato: anche qui l'aceto rimane in secondo piano, rinunciando al ruolo di protagonista per andare a bilanciare il dolce sciropposo della ciliegia, dei frutti di bosco e del caramello. Il legno esce soprattutto nel finale di una birra "acida ma dolce", se mi passate il controsenso, e priva di amaro; la sensazione palatale è gradevole e morbida, libera da asprezze o asperità, con poche bollicine ed un corpo medio. Bevuta a temperatura fresca mette in evidenza un ottimo potere rinfrescante e dissetante, grazie ad un'ottima secchezza. Lasciatela riscaldare se desiderate una maggiore struttura, perderete l'aceto balsamico rimpiazzato da  una asprezza più evidente nella quale, oltre all'aceto di mela, apparirà anche una delicatissima nota lattica. Con una pulizia sempre elevata, la Vichtenaar è una Flanders Red versatile, molto ben fatta e piuttosto accessibile anche a chi non ha grande familiarità con lo stile o con le "birre acide": segnatevela se volete avventurarvi in questo affascinante mondo.
Formato: 25 cl., alc. 5.1%, scad. 18/12/2016, 1.00 Euro (drink store, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 10 giugno 2016

Verzet Oud Bruin Oak Leaf 2014

Della beerfirm in procinto di diventare birrificio Verzet vi avevo già parlato qualche mese fa. I birrai "della resistenza" sono Alex Lippens, Joran Van Ginderachter e Koen Van Lancker, compagni di studi e nel 2008 diplomati birrai alla scuola di Gent. Subito al lavoro in diversi birrifici, i tre erano soliti ritrovarsi durante i weekend per sperimentare o per produrre birre secondo il proprio gusto. Famigliari ed amici apprezzavano, arrivando a convincerli di fare le cose un po' più in grande; in assenza di finanziamenti per progettare il proprio birrificio, i tre ragazzi decidono nel 2011 di partire a produrre presso gli impianti del vicino birrificio Gulden Spoor di Gullegem. Nel 2012 si spostano presso De Ranke e, nel 2013, si aggiunge anche il birrificio Geert Toye. 
Nella loro città natale, Anzegem, è già operativo il Café Local, un locale dove poter assaggiare le proprie birre destinato a diventare tra qualche mese un vero e proprio brewpub. 
Dopo aver assaggiato la Oud Bruin, assemblata con un blend di birra fresca e di birra che viene invecchiata un anno in botti ex-vino rosso, è il momento della sua versione “Oak Leaf” , ovvero della “foglia di quercia”.  Il perché del nome è presto detto: la birra matura per 6 mesi assieme a foglie di quercia raccolte a mano in autunno, precisamente un metro quadro di foglie ogni 1000 litri di birra; i lieviti selvaggi naturalmente presenti sulle foglie di quercia finiscono quindi nella birra contribuendo alla fermentazione.

La birra.
Nessuna etichetta, solo un cartoncino appeso al collo con lo spago ed un tappo avvolto dalla ceralacca gialla a complicare un po’ la vita al momento dell’apertura. Qualcuno di voi avrà probabilmente avuto occasione di assaggiarla nel corso dell’ultimo Arrogant sour festival 2016.
Nel bicchiere arriva di color ambrato opaco, con intense sfumature rossastre ed un cappello di schiuma ocra fine e cremosa ma piuttosto evanescente. Legno  umido ed aceto di mela danno il benvenuto aromatico, accompagnati dall'asprezza di ribes e amarena; c'è un profilo "funky", lattico e polveroso "di cantina", mentre l'unica concessione dolce è data da accenni di vaniglia e zucchero a velo. Vivace e piacevolmente scorrevole, al palato nasconde benissimo il suo contenuto alcolico (7%) evidenziando pungenti bollicine ed un corpo medio. L'aroma non nascondeva il suo carattere aspro ed acido ed il gusto non intende smentirlo: la bevuta è segnata dall'asprezza del limone (quasi come succhiarlo) alla quale s'affiancano le note acetiche e l'asprezza di ribes e amarena. Il sottofondo dolce (caramello) è davvero solo accennato, il legno fa più volte capolino e ne risulta una birra  piacevolmente rustica e spigolosa, estremamente secca ma davvero molto aspra. Acetico e lattico camminano fianco a fianco entrando e uscendo di scena a più riprese, concludendo il match in parità. Estremamente dissetante e rinfrescante, la Oak Leaf  di Verzet è probabilmente la birra più sour che mi sia mai capitato d'assaggiare: se siete malati di acido fateci un pensiero, altrimenti valutate la Oud Bruin di Verzet "normale",  sicuramente più mansueta e accessibile.
Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 2014, scad. 12/2025, 9.20 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 24 maggio 2016

Vanderghinste Oud Bruin

Risale al maggio 1892 la fondazione del birrificio nei locali di una fattoria acquistata da Remi Vander Ghinste, allora sessantaduenne, per il proprio figlio ventitreenne  Omer  nel villaggio di Bellegem, dintorni di Kortrijk. Omer sposa nel 1900 Marguerite Vandamme, figlia di un birraio di Kortrijk:  la sua consulenza è preziosa per migliorare l’unica birra prodotta allora chiamata Ouden Tripel  (oggi VanderGhinste Oud Bruin), mentre  Marguerite si occupa  di allestire un café facendo incidere il nome del marito su tutte le vetrate. Pare che sia questo il motivo del perché tutti i discendenti di Omer Vander Ghinste portino almeno in parte il nome del padre (Omer-Jean, Omer III): evitare di dover spendere denaro per sostituire le finestre! 
Qualche anno dopo Marguerite eredita dal nonno la Brasserie Le Fort di Kortrijk, che viene chiusa nel 1911 per concentrare tutta la produzione a Bellegem; gli anni 30 vedono gli inizi delle basse fermentazioni con la nascita della Ghinst Pils e della Bockor. Gli attuali edifici della Brouwerij Omer Vander Ghinste risalgono alla ricostruzione post-bellica del 1947, con il successivo ampliamento del 1964 durante il quale la malteria fu smantellata per installare altri tini di fermentazione ed una nuova linea d’imbottigliamento. Nel 1972 si ricominciano a produrre  fermentazioni spontanee, interrotte prima della seconda guerra mondiale; nasce il Jacobins Gueuze Lambic, ma quasi contemporaneamente (1977)  il birrificio cambia il nome in Brouwerij Bockor per sfruttare il successo e la popolarità della gamma a bassa fermentazione.  
Negli anni ’80 arrivano Jacobins Kriek  (1983) e  Jacobins Framboise (1986) ma è solo in tempi molto recenti che la produzione di birre acide a fermentazione spontanea e mista ha subito un forte aumento grazie alle richieste del mercato statunitense: nel 2012 viene lanciata la Cuvée des Jacobins, un lambic maturato 18 mesi in botti di legno e lo scorso anno il birrificio ha acquistato due nuovi Foeders da 150 hl cadauno per aumentare la capacità produttiva. Nonostante questo il 70% della produzione Bockor, ancora di proprietà di un Omer Vander Ghinste alla quinta generazione di discendenti, è ancora dedicato alle basse fermentazioni (Bockor Blauw e Bockor Pils); in crescita è la domanda domestica per la Strong Ale (8%) chiamata Omer.

La birra.
Vanderghinste Oud Bruin, ovvero la prima birra prodotta nel 1892 dal birrificio di Omer Vander Ghinste; difficile sapere se sia davvero uguale a quella di 124 anni fa che nel corso del tempo ha assunto, tra gli altri, il nome di Ouden Tripel,  VanderGhinste Rood Bruin e  Bellegems Bruin. Nel 2012 per festeggiare i 120 anni del birrificio le viene dato il nome attuale, con la nuova bella etichetta che riproduce un manifesto pubblicitario del 1920. Tecnicamente si tratta di un blend di lambic invecchiato almeno 18 mesi in foeders di legno (35%) e di birra fresca (65%); se v’interessano i concorsi, ai World Beer Awards è stata votata “World's Best Dark Beer 2015” e  “Europe's Best Oud Bruin 2014”.
Splendida e sensuale nel bicchiere, di color ambrato infuocato di rosso rubino; la schiuma ocra è finissima, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Al naso legno, frutti rossi aspri (ribes, marasca) e dolci (ciliegia, mela matura), lontane suggestioni di vaniglia si scontrano con le note lattiche e funky. La componente acetica è presente ma è piuttosto leggera e ben mascherata. Al palato è leggera e molto scorrevole, con poche bollicine ed una sensazione generale morbida e gradevole. Il gusto è ancora più mansueto rispetto ad un aroma che già non osava troppo: anche qui c'è l'asprezza di ribes, marasca, mela e uva acerba, ci sono lattico e acetico ma sono ben addomesticati dal dolce del caramello, della ciliegia e dei frutti di bosco maturi; la bevuta risulta molto meno "funky" dell'aroma e nel complesso bilanciata dal rapido succedersi di dolce ed aspro che si equilibrano a vicenda entrando ed uscendo di scena a più riprese. Il legno è sempre presente in sottofondo, la bevuta sfocia in un finale leggermente tannico e risulta alla fine molto secca e dissetante, soprattutto se bevuta ancora fresca di frigo. Molto pulita, non ha una grande complessità/profondità/personalità ma sa comunque farsi volere molto bene, sopratutto se vi capita di berla in un'assolata giornata d'estate. Una birra acida abbastanza docile e secondo me accessibile anche a chi non ha dimestichezza con lo stile: se volete muovere i primi passi nel mondo delle Oud Bruin e non sapete da dove cominciare, fateci un pensiero.
Formato: 25 cl., alc. 5.5%, scad. 07/07/2016, 1.20 Euro (drink store, Belgio).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 16 aprile 2016

De Dolle Oerbier Special Reserva 2013

La storia della birra di oggi è inevitabilmente collegata a quella raccontatavi un paio di anni fa: Oerbier, la birra "originale" con la quale i fratelli Herteleer inaugurarono il birrificio De Dolle nel 1980. La storia della Oerbier è anche stata attraversata da drastici cambiamenti, il più rilevante dei quali è avvenuto nel dicembre del 1999, quando la Rodenbach, da poco passata sotto al controllo di Palm, decide di sospendere la fornitura del proprio lievito a tutti gli altri birrifici che lo utilizzavano: Kris Herteleer deve trovare una soluzione. Dopo alcuni tentativi falliti con lieviti alternativi, è chiaro che l'unica strada percorribile è quella  di "replicare" il precedente lievito della Rodenbach utilizzando le poche scorte  rimaste. 
Ma i primi esperimenti danno grossi problemi di rifermentazione, che sembra non finire mai, provocando l'esplosione di molte bottiglie. Non tutto il male viene per nuocere però; la prospettiva di perdere tutto ciò che era stato prodotto fa venire a Kirs l'idea di travasare la birra in alcune botti di legno creando la Stille Nacht Reserva e, svuotate le botti 12 mesi dopo, la prima versione della Oerbier Reserva. 
Ma è  da "un aiuto dal cielo" (almeno così lo chiama Kris) che arriva la soluzione; alcuni fusti non vuoti di Stille Nacht rientrano dalla Finlandia ed è possibile recuperare il lievito originale. Con l'aiuto di un microbiologo se ne inizia la coltivazione: la Oerbier non è esattamente identica a quella prodotta con il lievito fresco di Rodenbach ma il risultato soddisfa ugualmente Kris anche se non tutti gli appassionati.
Da allora oltre alle normale Oerbier ne viene prodotta anche una versione invecchiata per circa 18 mesi in botti francesi che hanno contenuto vino Bordeaux; il contenuto alcolico della Oerbier passa dal 9 al 13% della Oerbier Special Reserva, che viene commercializzata senza regolarità di tanto in tanto.

La birra.
Il millesimo 2013 della Oerbier Special Reserva si presenta nel bicchiere di color ambrato molto carico con intense sfumature rosso rubino; forma giusto un dito di schiuma che, sebbene cremosa, svanisce abbastanza rapidamente. Al naso, ricco e piuttosto complesso, s'intrecciano note lattiche e acetiche, aspre e dolci: aceto di mela, aceto balsamico, ciliegia sotto spirito, uva e uvetta. In sottofondo il dolce del caramello, il legno e gli accenni di vaniglia ma soprattutto un bel carattere vinoso. Intenso, pulito, emozionante. Il gusto non è certo da meno e prosegue nella direzione tracciata dall'aroma: anche qui c'è una riuscitissima convivenza tra note acetiche e lattiche, dolci ed aspre, che si alternano senza sosta. C'è frutta in abbondanza (prugna, uvetta, ciliegia ed uva, visciole e ribes) alla cui freschezza rispondono le note ossidative che ricordano vini liquorosi, sherry: la chiusura è straordinariamente secca, amara di tannini e di lattico, ricca di note vinose e legnose. La bevuta è molto ricca, eppure la sua complessità è di non difficile lettura grazie ad un'ottima pulizia. Non ha l'eleganza di una Consecration (anch'essa invecchiata in botti ex-vino), ma sono proprio gli spigoli e le ruvidezze del carattere della Oerbier Reserva a generare molteplici emozioni. Alcuni sorsi sono quasi rinfrescanti, altri sono avvolti da una vampata etilica mentre altri ancora sono caldi, morbidi ed appaganti, come se stessimo sorseggiando un vino liquoroso. 
Ci mette un po' ad "aprirsi" nel bicchiere, ma quando lo fa la soddisfazione è davvero grande e vi accompagna per tutta la serata: è una delle (poche) birre da cantina, non è prodotta con regolare continuità e non è facile intercettarla anche perché ne arrivano sempre quantità piuttosto modeste. Ma se la trovate il consiglio è di prenderne sempre più di una bottiglia per poterne apprezzare l'evoluzione nel corso del tempo.
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 2013, scad. non riportata.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 29 marzo 2016

Rodenbach Caractère Rouge

Gli chef amano la birra e i birrai amano il buon cibo: si può utilizzare questa semplice equazione per giustificare tutte le numerose birre che vengono realizzate con la collaborazione di chef più o meno stellati?  Ovviamente no: ci sono collaborazioni ben riuscite (qui e qui due a caso ospitate sul blog) ed altre francamente incomprensibili motivate solo dal denaro, soprattutto quando entrano in gioco le multinazionali: pensate alla Estrella Damm Inedit realizzata con lo chef Ferran Adrià o alle regionali di Moretti per le quali è stato scomodato lo stellato Claudio Sadler. 
La collaborazione di oggi è invece tra quelle da portare ad esempio: nel 2011 la Brouwerij Rodenbach  (fondata nel 1821 e dal 1998 di proprietà della Palm) annuncia una birra realizzata assieme allo chef stellato Viki Geunes del ristorante 't Zilte di Anversa. La Rodenbach Vintage che matura per due anni nei grandi “foeders” di legno viene sottoposta ad un’ulteriore fermentazione e maturazione di sei mesi in compagnia di lamponi, ciliegie e mirtilli rossi: nasce così la Caractère Rouge, che subisce anche la rifermentazione in bottiglia. 
La nuova nata in casa Rodenbach si aggiunge alle altre che, ricapitolando, sono:  la Rodenbach "base", ovvero un blend del 75% di birra fresca e 25% blend di birra invecchiata nei diversi tini di legno; la Grand Cru, formata dal 34% di birra giovane e dal 66%  blend di birra invecchiata nei 294 foeders che il birrificio possiede; la  Rodenbach Vintage, birra 100% invecchiata sino a due anni in un unico foeder, senza che avvenga nessun blend. 
Nel 2011 vengono prodotte circa 900 bottiglie da 75 centilitri di Caractère Rouge, disponibili nel ristorante stellato di Viki Geunes che si trova al nono piano del museo MAS di Anversa; la birra ottiene grandi apprezzamenti e nel 2012 le bottiglie prodotte salgono a 10.000,  metà delle quali destinate all’esportazione, con una percentuale predominante verso gli Stati Uniti dove le birre acide hanno una richiesta di mercato sempre più crescente. Al di là di quello che è arrivato da quando la Palm ha preso il controllo di Rodenbach, e parliamo di pastorizzazioni, colorazioni e addolcimenti con caramello, quello che conta alla fine è sempre il risultato di quanto c’è nel bicchiere, e in questo caso è assolutamente eccezionale. 

La birra.
La bottiglia in mio possesso, che credo sia l’edizione 2013, ha una bel foglietto pieghevole dall’effetto “vintage” legato al collo con uno spago; sopra la carta, un adesivo in rilievo con il logo Rodenbach a simulare l’effetto visivo di un sigillo di ceralacca. 
L’aspetto della confezione-bottiglia è suggestivo ma lo stesso non si può dire della birra nel bicchiere: ambrato piuttosto torbido, riflessi rossastri abbastanza spenti, un dito di schiuma biancastra, un po’ grossolana e rapida nello svanire.  Niente paura, basta chiudere gli occhi ed avvicinare le narici al bicchiere per essere immediatamente trasportati in un mondo di intensi profumi dove convivono legno, ciliegia e lamponi, vaniglia e richiami lontani ad una torta di panna/yogurt e frutti di bosco rossi. In sottofondo sentori floreali di violetta, il dolce dell’aceto balsamico e l’aspro dell’aceto di mela, una punta lattica. Al palato c’è una splendida alternanza tra le note dolci di caramello, ciliegia, aceto balsamico e quelle aspre di frutta acerba, subito incalzate da un dolce che ricorda di nuovo una pasticceria ai lamponi  ai quali risponde un nuovo passaggio aspro di amarene; le note vinose di ciliegia si confrontano con quelle acetiche e lattiche, a comporre un finale molto finale secco e rinfrescante, impreziosito da richiami al legno. L’equilibrio e la pulizia sono impeccabili, così come la pienezza e la fragranza della frutta, nonostante siano passati alcuni anni dalla messa in bottiglia. Impossibile indovinarne il contenuto alcolico (7%): la Caractère Rouge di Rodenbach scorre con una facilità  impressionante, nonostante questa bottiglia avrebbe probabilmente tratto beneficio da qualche bollicina in più. Ci vuole senz’altro più tempo a descriverla che a berla, perché dietro alla semplicità di bevuta si cela un’emozionante complessità non difficile da decifrare. 
Mi soffermo sul termine “emozione”: spesso sul blog mi è capitato di scrivere di birre “buone ma poco emozionanti”, ben conscio di quanto quest’affermazione possa essere soggettiva o anche solo dettata dal mio stato d’animo al momento della bevuta. Ci sono però dei rari casi in cui l’emozione diventa oggettiva, esempi in cui la birra non può altro che essere definita come “un’emozione in un bicchiere”: ecco, parole più appropriate non trovo per descrivere la  Rodenbach Caractère Rouge, il cui biglietto vale assolutamente ogni centesimo del prezzo.
Formato: 75 cl., alc. 7%, scad. 17/04/2016, 14.50 Euro (food store, Francia)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 23 marzo 2016

Ichtegems Grand Cru (Cuvée 2012)

Nel 1831 Carolus Strubbe arriva nella città di Ichtegem, Fiandre Occidentali, a quel tempo famosa per l’industria del lino: diviene agricoltore e birraio, attività un tempo spesso strettamente correlate in quanto il birraio era solito coltivare in proprio (quasi) tutte le materie prime necessarie. Da quella data si sono date il cambio sei nuove generazioni di Strubbe ma il birrificio è ancora saldamente rimasto nella mani della famiglia. A Carolus succedettero Louis, Medard (fu lui a cambiare il nome in Brouwerij Strubbe)  e Aimé, quest’ultimo promotore del passaggio alla bassa fermantazione; sino alla prima guerra mondiale il birrificio produceva infatti solamente due birre (2% e 4% ABV) ad alta fermentazione. Arrivarono una Bock ed una Pils che però non ottennero il successo necessario a ripagare gli importanti investimenti economici. 
Ad Aimé succedettero i figli Gilbert (birraio) ed Etienne, seguiti da Norbert e Marc, responsabili di un importante investimento che, nel 1978, portò ad Ichtegem gli impianti in rame del dismesso birrificio Aigle-Belgica (De Meulemeester-Verstraete);  nel 1986 le vasche di fermentazione aperte furono sostituite da fermentatori tronco-conici mentre successivi investimenti vennero fatti nel 1986, 1999, 2000 e 2005. Il birrificio aveva ricominciato a produrre anche birre ad alta fermentazione e, nel 1982, la Ichtegems Oud Bruin nata dalle ceneri della Bruin Hengstenbier, una delle storiche produzioni di Strubbe che vennero dismesse dopo la prima guerra mondiale. Nel 2008 Norbert Strubbe passa il testimone al figlio Stefan che affianca oggi Marc.

La birra.
La Ichtegems Oud Bruin, che costituisce anche la base per il Lambickx Kriek, viene prodotta con malto Pilsener (75%), Amber (20%) e Dark Caramel (5%), luppolo invecchiato; la fermentazione primaria avviene spontaneamente in vasca aperta a 18°C e in seguito l’80% della birra viene trasferito a maturare per due mesi a 0°.  Il restante 20% matura invece fino a diciotto mesi in vasche di metallo e, al momento dell’imbottigliamento, viene “addolcita” con una percentuale di birra fresca. Un po’ diverso l’iter produttivo della Ichtegems Grand Cru, la cui maturazione avviene per 24 mesi in barili di legno in compagnia dei batteri naturalmente presenti: alla Grand Cru non viene aggiunta birra fresca.
All'aspetto è quasi limpida e di colore ambrato molto carico, con intense venature rossastre e ramate; la schiuma biancastra si rivela compatta e cremosa ma dalla persistenza solo discreta. Il naso è pulito e piuttosto elegante, con profumi di legno umido e terrosi che si mescolano con quelli dolci dell'aceto balsamico, della ciliegia e dei frutti di bosco; c'è l'asprezza della mela acerba, dei frutti rossi (ribes?) e una nota polverosa, di cantina. Il gusto ripercorre gli stessi passi dell'aroma sul percorso "sour" e dell'asprezza di frutti rossi (ribes, amarena) e mela acerba, bilanciati da un passaggio centrale dolce di malto e di ciliegia. Il finale ritorna di nuovo in territorio acido, con una punta d'amaro tannica e terrosa appena accennata. Delle due componenti a me risulta più convincente quella "sour", delicata ma piacevolmente ruspante, con l'acetico (mela) abbastanza contenuto: la parte dolce manca un po' d'eleganza,  la ciliegia a tratti sconfina nello sciroppo "al gusto di" piuttosto che nella pienezza del frutto. Facilissima da bere - se avete dimestichezza con l'acido, ovviamente -  agevolata da una carbonazione delicata e una sensazione palatale leggera e scorrevole, risulta alla fine soddisfacente e quasi rinfrescante grazie ad un'ottima attenuazione.

Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 21A140 12:06, scad. 20/05/2020, 2.35 Euro (beershop, Belgio).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 10 febbraio 2016

Russian River Consecration

Nel 2007, per festeggiare il ventesimo anniversario del Toronado, Russian River realizza una birra destinata a diventare leggendaria: su richiesta e “supervisione” di Dave Keene, il proprietario del bar di San Francisco, viene realizzata la Toronado 20th Anniversary Ale che consiste in un blend di cinque Russian River in proporzione variabile e tutte “barrel aged”  per 12/18 mesi. 
La base de principale del blend è una “Quadrupel”  (12%) invecchiata nelle botti utilizzate da Firestone Walker per la Double Barrel Ale; dopo solo quattro mesi però la birra era talmente caratterizzata del legno che fu necessario tagliarla con un lotto di birra “fresca” e trasferirla in botti ex-Merlot. Le altre birre utilizzate per il blend furono due Belgian Strong Dark Ales (8-9%)  invecchiate in botti di legno nuove, la Sanctification (una Belgian Ale invecchiata in botti ex-vino con brettanomiceti) e, per aggiungere acidità, la Sonambic, una birra 100% fermentazione spontanea. Il risultato è sorprendente e, sebbene la  Toronado 20th Anniversary Ale non sia stata prodotta senza utilizzare frutta, chi la beve rimane impressionato dal suo profilo fruttato (uvetta, frutti di bosco, ciliegia);  da qui nacque in Vinne Cilurzo di Russian River il desiderio di realizzare una birra che aveva da tempo nel cassetto affinata in botti ex-Cabernet Sauvignon. 
La base di partenza di quella che sarà poi chiamata Consecration è sempre una Belgian Dark Strong Ale realizzata con lievito White Labs Abbey Ale WLP530 che viene poi trasferita nelle botti con aggiunta di Uva di Corinto secca (Zante Currants), lactobacilli, pedicocchi  e  brettanomiceti;  dopo alcuni mesi vengono aggiunti altri batteri e brattomiceti e la birra continua per circa sei mesi il suo percorso in botte prima di essere finalmente imbottigliata. 
Il suo aspetto è uno splendido ambrato piuttosto carico, quasi limpido, con riflessi ramati e un’effervescente schiuma biancastra che si dissolve abbastanza rapidamente. Il naso, estremamente pulito e raffinato, rivela una complessità che è un piacere esplorare man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Evidenti le tracce vinose e legnose, i fiori (viola), l’uva passa, il ribes nero, la mora e la ciliegia, la prugna; in sottofondo tracce di zucchero caramellato, vaniglia, forse tabacco, cuoio, con un leggerissima nota acetica (mela). 
A quasi due anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è bassa ma ancora presente, la consistenza è oleosa, morbida e gradevole al palato, il corpo è medio. L'inizio della bevuta è dolce e mantiene una buona corrispondenza con l’aroma:  zucchero caramellato, prugna e uvetta, ribes nero e mirtillo, mora, accenni di vaniglia sono poi bilanciati dall’acidità lattica, dall’asprezza dei frutti rossi (ribes) e da una punta di acetico, l’elemento che Vinnie Cilurzo non ama e che cerca sempre di ridurre il più possibile nelle proprie birre. Delicata la presenza del legno e evidente il carattere vinoso impartito dall’affinamento in botte, presente anche nella chiusura ricca di tannini; a temperatura ambiente rilevo quella che forse è solo una suggestione di vino liquoroso, di porto. Il retrogusto è un piccolo riassunto della bevuta, con vino, ribes, caramello, ciliegia, uvetta e finalmente un leggere warming etilico: a proposito,  è impossibile indovinare la gradazione alcolica dichiarata, 10%. Nella sua splendida complessità, la Consecration è facilissima da bere, "acida" ma bilanciata, pulitissima e raffinatissima, assemblata con straordinaria eleganza; l'inchino è doveroso, siamo a febbraio ma non ho dubbi a metterla già tra le migliori bevute dell'anno, di sempre.
Russian River non esporta, ma se vi trovate a San Francisco vale senz'altro la pena fare una gita di un centinaio di chilometri a nord, in quel di Santa Rosa, Sonoma County: il brewpub è il luogo più probabile dove potrete trovare qualche bottiglia da portare a casa; nei beershop le poche che arrivano spariscono di solito in pochissimo tempo.
Formato: 37,5 cl., alc. 10%, lotto 23/05/2014, pagata 12.95 dollari (birrificio)

domenica 22 novembre 2015

Verzet Oud Bruin (Experimenteel) 2014

Nuovo debutto belga sul blog: si tratta di Brouwers Verzet,  "birrificio" con virgolette obbligatorie visto che per il momento stiamo parlando di una beerfirm proprio in questi mesi alle prese con l'installazione dei propri impianti.  
I birrai "della resistenza" sono Alex Lippens, Joran Van Ginderachter e Koen Van Lancker, compagni di studi e nel 2008 diplomati birrai alla scuola di Gent. Subito al lavoro in diversi birrifici, i tre erano soliti ritrovarsi durante i weekend per sperimentare o per produrre birre secondo il proprio gusto. Famigliari ed amici apprezzavano, arrivando a convincerli di fare le cose un po' più in grande; in assenza di finanziamenti per progettare il proprio birrificio, i tre ragazzi decidono nel 2011 di partire a produrre presso gli impianti del vicino birrificio Gulden Spoor di Gullegem. Nel 2012 si spostano presso De Ranke e, nel 2013, si aggiunge anche il birrificio Geert Toye.
Nella loro città natale, Anzegem, è già operativo il Café Local, un locale dove poter assaggiare le proprie birre destinato a diventare tra qualche mese un vero e proprio brewpub. 
Sono circa una decina le birre prodotte da Verzet sino ad oggi; la gamma si compone di un paio di IPA (Golden Tricky e Rebel Local), una stout ed una belgian ale. Più interessante è invece la scelta di produrre una Oud Bruin, uno stile che raramente mi è capitato di vedere proposto da queste nuove realtà belghe.
Viene assemblata con un blend di birra fresca e di birra che viene invecchiata un anno in botti ex-vino rosso; secondo quanto classificato da Ratebeer, oltre alla Oud Bruin "classica" ne esiste anche una "sperimentale". Non sono riuscito a reperire notizie sulla differenza tra le due, ma l'etichetta della bottiglia in mio possesso riporta la scritta "Experimenteel"; il millesimo è 2014.
All'aspetto è ambrata con intense venature rossastre e qualche riflesso ramato; la schiuma ocra è "croccante" e cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Bella da vedere e bella anche da annusare, la Oud Bruin di Verzet regala un "naso" elegante e ricco di profumi aspri (mela verde, amarena, aceto di mela, lattico) e più dolci (ciliegia, frutti di bosco) che sono accompagnati da sentori  floreali, legnosi e terrosi. I primi sorsi sono un po' deludenti rispetto ai profumi, ma è una birra che ha bisogno di scaldarsi un po' più del solito per aprirsi completamente. L'asprezza acetica e quella dei frutti rossi e della frutta acerba (mela, ribes, amarena) è contrastata da un'elegante dolcezza di ciliegia, miele e caramello che rimane inizialmente in sottofondo per poi raggiungere il livello ottimale quasi a temperatura ambiente. Le bollicine sono vivaci e rendono la birra snella e piacevole, stemperandone in parte l'asprezza; la chiusura è ovviamente secca, a garantire un ottimo effetto rinfrescante, mentre il retrogusto è caratterizzato da piacevoli note legnose, qualche tannino e da un'acidità acetica abbastanza discreta e per nulla invadente. E una Oud Bruin ben assemblata e costruita; la manca ancora un pochino di profondità, complessità e/o maturità per raggiungere livelli d'eccellenza, ma la strada intrapresa dai giovani di Verzet sembra essere davvero quella giusta.
Formato: 37.5 cl., alc. 6%, lotto 2014,  scadenza non indicata, 2.95 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 17 ottobre 2015

Rodenbach Vintage 2012

La birra di oggi è strettamente legata a quella  Rodenbach Grand Cru raccontata un paio di anni fa, prodotta sin dalla fine del diciannovesimo secolo dalla Brouwerij Rodenbach, fondata nel 1820 da Alexander Rodenbach e guidata, in quel periodo, dal nipote Eugene. 
E’ lui ad apprendere il mestiere nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo dove le birre maturavano nei barili di legno e veniva poi effettuato il blend tra birra giovane  e “invecchiata”; Eugene dota Rodenbach di una straordinaria “cantina” nella quale vengono costruiti enormi tini di quercia, chiamati “foeders”. Ancora oggi è possibile ammirarne 294, alcuni dei quali hanno ormai 150 anni d’età e costituiscono parte del patrimonio industriale della regione delle Fiandre.
La Rodenbach subisce la fermentazione primaria in tank d'acciaio con il lievito proprietario e viene poi trasferita all'interno degli enormi foeders, dove la birra si trova a contatto con la microbiologia e la flora batterica presente nel legno, restandoci per circa due anni e ricavandone, oltre alle caratteristiche acide, anche le splendide sfumature rosso Borgogna del suo colore. Ogni tino di legno ha ovviamente una propria microbiologia diversa dagli altri e quindi impartisce caratteristiche leggermente diverse alla birra che contiene.
Il blend tra birra fresca e birra invecchiata nei tini di legno dà origine alla Rodenbach "base" che contiene il 75% di birra fresca ed il 25% di birra proveniente dai foeders; la Grand Cru è invece formata dal 34% di birra giovane e dal 66% di blend di birra invecchiata proveniente dai diversi tini. Il blend è ovviamente svolto al fine di ottenere una birra il più possibile costante e "uguale" nel corso degli anni. Una variante, introdotta da Rodenbach a partire dal 2009, è costituita dalla "Vintage": si tratta di una birra non "blendata", proveniente da un unico foeder, diverso ogni volta. Per la Rodenbach Vintage 2012, che è stata poi imbottigliata a fine 2014, è stato selezionato il tino numero 170.
Il suo colore è un bell'ambrato carico con intensi riflessi rossastri e qualche venatura ramata; la schiuma ocra è cremosissima e compatta, con una buona discreta persistenza. L'aroma mette fianco a fianco le note aspre di aceto di mela, visciole e mela verde con quelle dolci di ciliegie, amarene cotte, caramello e vaniglia; i secondo piano i sentori legnosi e le suggestioni vinose e di aceto balsamico. Un percorso molto pulito ed elegante che continua anche al palato, tra l'asprezza dell'amarena, del ribes rosso e della mela acerba, dell'aceto di mela e il dolce della ciliegia sciroppata, del caramello e della vaniglia. Il tutto è impreziosito da accenni legnosi e di pelle cuoio, per arrivare al finale molto secco e lievemente tannico. Birra molto ben bilanciata, che inizia dolce per poi virare con eleganza e morbidezza in territorio aspro risultando molto dissetante, senza che la componente acetica arrivi a disturbare. Lasciatela scaldare se volete addentrarvi in territorio vinoso, ma è quando è da fresca che questa Vintage regala il meglio di sé, rispettando fedelmente l'appellativo che Michael Jackson aveva affibbiato alla sorella "Grand Cru", ovvero "la birra più rinfrescante del mondo".
Formato: 37.5 cl., alc. 7%, vintage 2012, pagata 4.30 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.