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mercoledì 29 agosto 2018

Crooked Stave: St. Bretta (Gold Nugget Mandarin) 2015 & Vieille Artisanal 2015


Ritorna sul blog Crooked Stave, il birrificio della "doga piegata": il perché del nome è presto detto, mettere la birra dentro le botti è quello che al fondatore Chad Yakobson piace fare. La sua seconda passione sono i brettanomiceti, al punto d'aver dedicato a questi lieviti selvaggi la sua tesi di laurea all'International Centre for Brewing and Distilling dell'Università di Edimburgo, in Scozia. Ritornato a Fort Collins, Colorado,  Yakobson ha fondato Crooked Stave che ha debuttato come beerfirm a cavallo tra il 2010 ed il 2011, in attesa di riuscire a reperire i fondi necessari per installare i propri impianti.  Chad fa maturare la birra in botti e foeders situati in un magazzino nel quartiere industriale di Sunnyside, inaugurato a settembre 2012. L’anno successivo viene aperto la tap room chiamata The Source all’interno di una ex fabbrica di mattoni del 1880:  l’idea di era di riuscire a installare il proprio impianto all’interno di questo complesso già entro la fine del 2013 ma qualcosa è andato storto e i suoi piani per passare da beerfirm a produttore hanno subito un forte rallentamento. 
E’ solo a gennaio 2016 che Crooked Stave  ha potuto tagliare il nastro del proprio impianto da 25 ettolitri spostandosi a Denver; ad aiutare Chad ci sono il birraio Danny Oberle, suo compagno d’infanzia, il grafico Travis Olsen e il birraio Brian Grace, proveniente da un’interessante esperienza presso Jolly Pumpkin. Sono circa 3500 gli ettolitri prodotti ogni anno da Crooked Stave, la metà dei quali destinati al mercato del Colorado; in parallelo opera anche la Crooked Stave Artisans Beer Distributing, un’attività che si occupa di distribuire birra, sidri, vini ed alcolici in diversi stati americani. 
A giugno 2017 anche  Crooked Stave ha introdotto le lattine, formato ormai indispensabile se si vuole essere al passo coi tempi e non perdere quote di mercato: St. Bretta, Hop Savant e Colorado Wild Sage le tre birre brettate scelte per il debutto con una grafica rinnovata – ahimè – non per il meglio. Qualche settimana fa i Chad Yakobson ha annunciato l’apertura di una taproom a Fort Collins, dove Crooked Stave era nata e dove aveva sempre desiderato ritornare. I trecento metri quadrati all’interno dell’Exchange, nuovo polo commerciale al 612 della North College Avenue, ospiteranno una ventina di spine equamente divise tra acide e non. L’inaugurazione è prevista per la fine del 2018 e nei mesi successivi sarà anche messo in funzione un piccolo impianto produttivo.

Le birre.
Saint Bretta è una witbier fermentata al  100% con brettanomiceti; si tratta dell’evoluzione di una delle prime ricette di Crooked Stave, la witbier chiamata Wild Wild Brett Orange alla quale venivano aggiunte arancia rosse.  La St. Bretta diventa una birra stagionale, prodotta quattro volte all’anno e che in ogni stagione utilizza un agrume diverso.  In questa bottiglia di maggio 2015 è stato utilizzato il Gold Nugget, una recente varietà di mandarino sviluppata dalla University of California Riverside. 
Nel bicchiere è dorata e inquietantemente limpida, la schiuma è pannosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Nonostante i tre anni passati dalla messa in bottiglia l’aroma è ancora fresco e caratterizzato da profumi floreali, di mandarino e limone, ananas, cedro; in secondo piano c’è la componente “funky” che richiama soprattutto cuoio, legno e sudore. La bevuta è vivacemente carbonata e molto secca, dominata dall’asprezza di mandarino e lemongrass, ribes e uvaspina, mentre in sottofondo c’è un velo dolce a suggerire ananas e  cedro candito. E’ una birra piuttosto fruttata, pulitissima ed elegante che tuttavia non rinnega il suo carattere rustico; l’alcool (5.5%)  non è pervenuto, l’acidità è abbastanza contenuta e il finale amaro è, ovviamente, ricco di scorza d’agrume.  Una bella complessità che non preclude una grande facilità di bevuta: intensità, una sorprendente freschezza a tre anni di vita, difficile chiedere di più. Ottima, davvero.  

Proseguiamo con la Vieille Artisanal, sorella minore (4.2% ABV) della Surette Provision Saison; anch’essa fermentata con brettanomiceti e maturata in botti di legno, dove riceve un leggero dry-hopping. 
La sua limpidezza nel bicchiere è in antitesi al concetto di “Vieille Saison”, ma l’aroma fa già ritornare il sorriso con il suo mix di funk (cuoio/pelle, legno, paglia, sudore) e frutta: ananas, limone e pompelmo i primi a colpire i sensi. Al palato le manca un po’ di vitalità (bollicine) e la bevuta è meno rustica rispetto al naso; pane e cereali, l’asprezza di limone, lime ed uva acerba viene bilanciata dal dolce di ananas e frutta a pasta gialla. E’ una saison aspra, moderatamente acida, forse un po’ troppo patinata ma non priva di quel carattere ruspante che non dovrebbe mai mancarle: il percorso si chiude con il legno e con un amaro terroso che lascia il palato pulito e secco, subito avido di un nuovo sorso. Mi sembra meno compiuta/riuscita della St. Bretta ma anche la Vieille Artisanal di è una bevuta soddisfacente che rinfresca e disseta svolgendo il suo compito con grande efficacia Anche questa bottiglia ha tre anni di vita: non abbiate quindi timore di dimenticare in cantina qualche Crooked Stave.
Nel dettaglio:
St. Bretta (Gold Nugget Mandarin), 37.5 cl., alc. 5.5%, lotto 05/2015, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)
Vieille Artisanal Saison, 37.5 cl., alc. 4.2%, lotto 04/2015, prezzo indicativo 8,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 7 aprile 2017

Crooked Stave Progenitor

Ritorna sul blog Crooked Stave, il birrificio della "doga piegata": il perché del nome è presto detto, mettere la birra dentro le botti è quello che al fondatore Chad Yakobson piace fare. La sua seconda passione sono i brettanomiceti, al punto d'aver dedicato a questi lieviti selvaggi la sua tesi di laurea all'International Centre for Brewing and Distilling dell'Università di Edimburgo, in Scozia. Ritornato negli Stati Uniti, Yakobson ha fondato Crooked Stave che ha debuttato come beerfirm a cavallo tra il 2010 ed il 2011, in attesa di riuscire a reperire i fondi necessari per installare i propri impianti. 
Chad fa maturare la birra in botti e foeders situati in un magazzino nel quartiere industriale di Sunnyside, inaugurato a settembre 2012. L’anno successivo viene aperto il locale The Source, ovvero la “taproom ufficiale”, all’interno di una ex fabbrica di mattoni del 1880:  l’idea di era di riuscire a installare il proprio impianto all’interno di questo complesso già entro la fine del 2013 ma qualcosa è andato storto e i suoi piani per passare da beerfirm a produttore hanno subito un forte rallentamento. E’ solo lo scorso gennaio 2016 che Crooked Stave  ha potuto tagliare il nastro del proprio impianto da 25 ettolitri. 
Ma torniamo a febbraio 2015, quando il birrificio annuncia la nascita della Progenitor, una birra acida prodotta con un “mix” di lieviti selvaggi e batteri e sottoposta poi ad un intenso dry-hopping. Il perché del nome “progenitore” è presto spiegato: è un ritorno alle origini della birra, quando era una bevanda acida prodotta con lieviti selvaggi.  “Progenitor è stata fermentata con il nostro particolare mix di lieviti creato appositamente per realizzare una base acida “funky” ma pulita per permettere la massima espressione delle componenti aromatiche del luppolo  - disse Chad -  Ci piace spingerci sempre oltre i limiti e riformulare continuamente il concetto di birra acida: questo è il nostro tributo alla birra primitiva, reinterpretata in chiave moderna ed originale grazie ad un’abbondante dry-hopping” 
A dire il vero non si tratta di un’assoluta novità in casa Crooked Stave.  Qualche mese prima, a novembre 2014, Yakobson aveva annunciato la nascita di una Dry Hopped Sour Ale chiamata Primitif.  Peccato che il birrificio Trinity di Colorado Springs stesse già producendo la Red Swingline Primitif IPA, prodotta con brettanomiceti e lactobacilli; alla Trinity non gradiscono la somiglianza e spediscono a Crooked Stave  la Cease & Desist Letter con la quale si intima di abbandonare subito il nome scelto pena l’inizio di un procedimento legale. Yakobson decide così di rinominare la birra “60 batch” visto che si trattava del sessantesimo lotto prodotto: il nome non è ovviamente il massimo se si vuole continuarla a fare anche in futuro ed ecco il cambiamento in Progenitor, senza però riferimenti ufficiali al fatto che si tratti sempre della stessa birra chiamata per un breve periodo Primitif.

La birra.
L’etichetta riporta luglio 2015 come data d’imbottigliamento: i quasi due anni trascorsi sono ovviamente deleteri per apprezzare in pieno l’effetto del dry-hopping, ma consentono comunque d’apprezzare altre caratteristiche di questa ottima Sour Ale. Dorata e leggermente velata, forma una bella testa di schiuma pannosa, un po’ scomposta ma dall’ottima persistenza. Al naso c’è una elegante macedonia di frutti; profumi delicati e molto raffinati, ben lontano da esibizionismi opulenti e cafoni: pesca nettarina, ananas, mango costituiscono il lato dolce al quale risponde l’asprezza del limone e del pompelmo rosa. Acido lattico e note floreali in secondo piano completano un bouquet molto ben assemblato. Al palato le proporzioni s’invertono e la componente aspra e lattica è molto più evidente rispetto a quella dolce: ne risulta una bevuta secchissima e molto rinfrescante, molto fruttata e ricca di limone, ribes ed uva acerba con un sottofondo dolce di ananas e pesca. Il suo essere elegante non le preclude comunque un carattere “gentilmente” funky e rustico: la chiusura è moderatamente amara (lattica, zesty,  terrosa) seguita da un sorprendente retrogusto dolce e fruttato di ananas e frutta tropicale. 
Livello molto, molto alto quello della Progenitor di Crooked Stave: vivace al palato, mouthfeel perfetto, impressionante potere dissetante e rinfrescante. Facilissima da bere ma, considerato il prezzo  non esattamente economico, meglio sorseggiarsela con calma e gustarne tutte le sfumature. 
Formato: 37,5 cl., alc. 6.2%, imbott. 07/2015, prezzo indicativo 10.00-13.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 26 settembre 2016

Crooked Stave Hop Savant (Citra)

Crooked Stave, il birrificio della "doga piegata" coincide con il nome di  Chad Yakobson: un nome scelto principalmente perché mettere la birra dentro le botti è quello che a Chad piace fare. La sua altra passione sono i brettanomiceti, al punto d'aver dedicato a questi lieviti selvaggi la sua tesi di laurea all'International Centre for Brewing and Distilling dell'Università di Edimburgo, in Scozia: Chad ha pubblicato il suo lavoro on-line per condividere le sue esperienze con altri appassionati, anche se ha dovuto poi abbandonare le discussioni per concentrarsi sul suo progetto Crooked Stave Artisan Beer.  Gli scritti di Chad ottennero subito l'attenzione e i premi della American Homebrewers Association, diventando una fonte d'informazione molto utile e molto popolare tra homebrewers e beergeeks. 
E dire che Yakobson ai tempi del college si era interessato alla vite e al mondo del vino, soprattutto alle maturazioni in legno: fu l'assaggio di un bicchiere di La Folie, la sour brown ale prodotta dalla New Belgium a fargli capire che anche la birra poteva diventare oggetto dei suoi appassionati studi.  
Il debutto di Crooked Stave avviene come beerfirm a cavallo tra il 2010 ed il 2011; in attesa di riuscire a reperire i fondi necessari per installare i propri impianti, Yakobson si appoggia prima alla Funkwerks Brewery di Fort Collins e poi alla Prost di Denver; dal 2013 le birre vengono invece prodotte alla Epic Brewing, birrificio di Salt Lake City (Utah) che ha un sito produttivo anche a Denver, Colorado. Nella stessa città Crooked Stave porta la birra a maturare in botti e foeders situati in un magazzino nel quartiere industriale di Sunnyside, inaugurato a settembre 2012. L’anno successivo viene aperto il locale The Source, ovvero la “taproom ufficiale”, all’interno di una ex fabbrica di mattoni del 1880:  l’idea di Yakobson era di riuscire a installare il proprio impianto all’interno di questo complesso già entro la fine del 2013 ma qualcosa è andato storto e i suoi piani per passare da beerfirm a produttore hanno subito un forte rallentamento. 
E’ solo lo scorso gennaio 2016 che Crooked Stave  ha potuto tagliare il nastro del proprio impianto da 25 ettolitri;  Yakobson ha acquistato altri tre magazzini adiacenti al suo nel quartiere industriale di Sunnyside, riuscendo a disporre di circa 1200 metri quadrati nel quale ha piazzato 17 foeders, 283 botti e una coolship (vasca di raffreddamento aperta) che verrà utilizzata per le fermentazioni spontanee con lieviti e batteri naturalmente presenti nell’aria. Ad aiutare Chad ci sono il birraio Danny Oberle, suo compagno d’infanzia, il grafico Travis Olsen e il birraio Brian Grace, proveniente da un’interessante esperienza presso Jolly Pumpkin. Sono circa 3500 gli ettolitri prodotti ogni anno da Crooked Stave, la metà dei quali destinati al mercato del Colorado; in parallelo opera anche la Crooked Stave Artisans Beer Distributing, un’attività che si occupa di distribuire birra, cidri, vini ed alcolici in diversi stati americani. 

La birra.
Hop Savant è l'interpretazione del tutto personale che Chad Yakobson fa di una India Pale Ale: la fermentazione è affidata (100%) a brettanomiceti mentre il luppolo, da quanto mi sembra di aver capito, viene utilizzato solamente negli ultimissimi minuti della bollitura. Hop Savant debutta nel 2013 con un mix che include Mosaic, Citra e Simcoe; dopo un paio d'anni d'assenza, ritorna a maggio 2015 come una produzione regolare che ad ogni lotto utilizza una diversa varietà di luppolo in dry-hopping; si parte con l'Amarillo seguito dal Citra; ed è proprio questa versione, commercializzata il 27 maggio 2015, che andiamo a stappare.
Nel bicchiere si presenta di un pallido colore che oscilla tra l'arancio ed il dorato: la schiuma è ovviamente piuttosto generosa, bianchissima e pannosa, con un'ottima persistenza. Il naso è complesso ma la sua maniacale pulizia ne consente una facile lettura: vi convivono due anime, una meno convenzionale o "funky" che dir si voglia, composta da note lattiche, di formaggio e di sudore ed una predominante che regala rassicuranti profumi floreali, di agrumi (mandarino, lime) e di frutta tropicale, soprattutto ananas. La sensazione palatale è pressoché perfetta, con un corpo medio-leggero (nonostante il contento alcolico dichiarato del 7%) ed una vivace carbonazione a renderla vivace e pungente: un tocco di crackers e poi la bevuta, secchissima, vira subito nel territorio zesty della scorza di mandarino, lime, limone e probabilmente quasi qualsiasi altro agrume che vi possa venire in mente. Un velo dolce (ananas, polpa di mandarino) accompagna in sottofondo verso il finale amaro nel quale convivono note lattiche, erbacee, terrose e di scorza d'agrumi; è qui forse l'unico momento in cui la bevuta va un po' fuori controllo con un'intensità d'amaro eccessiva che perdura a lungo nel retrogusto vanificando un po' quell'effetto rinfrescante e dissetante che l'acidità e la secchezza avevano invece promosso. 
La pulizia è a livelli davvero elevatissimi, andando a braccetto con un eleganza che non cancella del tutto una leggera componente rustica; ottima birra che convince più al naso che in bocca ma il livello è piuttosto elevato e sicuramente migliore di tutte quelle "Brett IPA" che mi è capitato di provare. Lo "stile" che prevede il connubio acido-luppolatura spinta continua a non convincermi ma, nel caso di birre come questa (fermentata esclusivamente con brettanomiceti, ricordo), assume un senso più compiuto. Il prezzo è in fascia alta anche nella terra d'origine, ma sono sacrifici che una volta ogni tanto si fanno senza troppi rimpianti.
Formato: 37.5 cl., alc. 7%, imbott. 05/2015, scad. non riportata, prezzo indicativo in Europa 9.50/12.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 11 dicembre 2015

Amager / Crooked Stave: Chad, King of The Wild Yeasts

Amager, il birrificio fondato nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen capitale nel 2006 da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Stor è senza dubbio uno dei più prolifici (qualcuno potrebbe anche dire “troppo”) della scena europea degli ultimi anni. 
Ogni anno Amager organizza il 4 luglio un evento chiamato “American Day”, accompagnato da musica rockabilly e da esibizioni di Harley Davidson, nel quale vengono solitamente presentate le diverse collaborazioni realizzare con birrifici statunitensi. Nel 2014 era stata la volta di Prairie (Tulsa Twister), Cigar City (Orange Crush), Surly (Todd The Axe Man), Jester King (Danish Metal). Quest’anno i birrifici americani coinvolti sono stati Arizona Wilderness (Arizona Beast), Against The Grain (Pocketful of Dollars), 18th Street Brewery (Lawrence of Arabica) e Crooked Stave (Chad King of the Wild Yeasts). 
Parliamo proprio di quest’ultima, definite in etichetta una “Farmhouse Pale Ale” che tenta di amalgamare l’amore per i luppoli di Amager ed il lavoro sui lieviti selvaggi che Chad Yakobson  di Crooked Stave  svolge in Colorado: i due birrifici mettono a punto una ricetta che si compone di malti Pilsner, Carapils, fiocchi d’avena e luppoli Simcoe, Mosaic, Citra,  Amarillo, lievito Brett CMY. 
Nel bicchiere è di colore oro pallido, perfettamente limpida e con un bianchissimo generoso cappello di schiuma cremosa e compatta,  molto persistente. L’aroma offre un intenso bouquet aspro di agrumi: lime, cedro, scorza di limone e di mandarino. 
In sottofondo sentori più dolci di limone candito, polpa d’arancia e, man mano che la birra si scalda, ananas e pesca; a temperatura ambiente emerge anche un lieve accenno di sudore, unico elemento “funky/brettato”  di un aroma altrimenti elegante e pulito, fresco, solare. Massima scorrevolezza al palato, con un corpo molto leggero ed una vivace carbonatazione: l’avena in fiocchi garantisce una morbidezza, una “presenza” al palato che allontana qualsiasi rischio di acquosità. I malti chiari apportano una minima base di crackers, un accenno di miele e poi il gusto ripropone la componente agrumata e “zesty” dell’aroma per una birra aspra e secca, rinfrescante e molto dissetante; per vedere emergere un po’ più di dolce e di equilibrio (miele, ananas, mango) bisogna quasi attendere che s'avvicini la temperatura ambiente.  Il finale è piuttosto amaro, ricco di scorza d'agrumi e note erbacee, con una lieve componente terrosa che rappresenta l'unico elemento  un po' rustico in una birra altrimenti pulita ed elegante, nella quale la generosa luppolatura sembra prendere il sopravvento sui lieviti selvaggi.  Il mezzo litro di Chad, King of The Wild Yeasts sparisce dal bicchiere in pochissimi minuti, con una facilità di bevuta da "session beer": perfetta per i mesi più caldi dell'anno, ma anche un ottimo momento "defaticante" tra le impegnative birre invernali e natalizie.
Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 1002, scad. 07/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 5 settembre 2014

USA - Saison, Farmhouse Ales: Off Color Apex Predator, Epic Sour Apple Saison-Style Ale, Crooked Stave Surette, Logsdon Seizoen, Firestone Walker Opal, Boulevard Saison-Brett

Se sei appassionato di birra, la prima volta che ti rechi negli Stati Uniti, in California, ti trovi inevitabilmente attratto dalle IPA / Double IPA della West Coast e finisci per “sfondarti” di luppolo; è comprensibile, sono birre che non trovi in Italia e che, anche se le trovi, arrivano dopo aver attraversato l’oceano e quindi non al massimo della forma.  Sebbene si sia portati a pensare diversamente, anche influenzati dal (falso) mito che le IPA furono “inventate” apposta per viaggiare e per essere esportate verso le colonie britanniche, le IPA sono infatti tra le birre più “locali” che ci siano; vanno bevute dove sono fatte, il più in fretta possibile, e meno viaggiano in giro per il mondo, meglio è. Quindi, se la mia prima visita in California di un paio di anni fa era stata segnata quasi esclusivamente dalle IPA, per questo secondo appuntamento americano ho volutamente scelto di orientarmi su altro.  
Tra gli stili più “di moda” attualmente negli Stati Uniti, oltre alle sour/birre acide (parlate ad un birrofilo americano di Cantillon e s’illuminerà) c’è anche quello delle Saison / Farmhouse Ales.  Le saison sono forse le birre che preferisco in assoluto, sempre più birrifici ne hanno almeno una in gamma, e quindi eccovi una rapida carrellata di  esempi di “saison all’americana” , rigorosamente in ordine di gradimento.   
Dall’Illinois (Chicago), ecco la Apex Predator  del birrificio Off Color Brewing, fondato nel 2013 da John Laffler (ex Goose Island) e Dave Bleitner.  Se le IPA non fanno al caso vostro, sappiate che il birrificio non ne produce nemmeno una, prediligendo piuttosto la tradizione tedesca e belga. Si tratta di una Farmhouse Ale (6.8%) prodotta con malti pils, honey e fiocchi di frumento; la luppolatura è affidata a Sterling e Crystal, quest’ultimo utilizzato anche in (generoso) dry-hopping. Di colore arancio pallido e dall’accademica, generosa “testata” di schiuma compatta e cremosa, regala un gradevole benvenuto olfattivo di mandarino ed arancio, cereali e crackers, movimentato da una lieve nota pepata ed un po’ di rustica paglia. Leggera e vivacemente carbonata, paga forse il dazio di un’eccessiva acquosità che la rende un po’ sfuggente. Il gusto è comunque intenso e rispecchia in pieno l’aroma, con una fragrante base maltata di pane e cereali, agrumi ed un finale amaricante erbaceo e “zesty”.  Niente spezie, il lavoro è tutto sulle spalle del ceppo di lievito utilizzato. Una secchezza non impeccabile la rende un po’ meno dissetante del previsto, apprezzabile la lieve pepatura che ben interagisce con le bollicine solleticando il palato.  Non conoscevo il birrificio, la loro bella etichetta mi ha spinto all’acquisto “alla cieca” ed è stata una piacevole scoperta. 
Dallo Utah (stato americano con una legislazione abbastanza rigida riguardo gli alcolici, tutto quello che eccede il 3.2% va acquistato negli appositi negozi statali)  ecco la Epic Brewing Company, che ha anche una succursale anche a Denver (Colorado).  Nel 1992 i californiani David Cole e Peter Erickson fondano a Salt Lake City una società per l’acquacultura ed è solo nel 2008, grazie ad una modifica delle leggi statali, che gli viene permesso di aprire un birrificio. Viene in loro aiuto il birrario Kevin Crompton. Fa parte della loro Exponential Series questa Sour Apple Saison-Style Ale, imbottigliata a Luglio 2013 e speziata con zenzero, cardamomo, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, anice, coriandolo e grani di paradiso. Malto Pils (Weyermann), fiocchi d’avena (Briess), frumento maltato (Muntons); Saaz e Tettnang i luppoli utilizzati oltre a, ovviamente, un’indefinita percentuale di (credo) succo di mela.  Nel bicchiere è limpida e dorata, ma la bianca schiuma che si forma svanisce molto rapidamente. L’aroma è pulito ma onestamente non avverto nessuna delle numerose spezie utilizzate: il ce è un bene, secondo il “dogma belga”, che recita “quando una spezia si sente nella birra vuol dire che ne è stata messa troppa”. L’aroma è di mela verde e pera, fiori bianchi, pepe, addirittura sembra sbucare una nota  “legnosa”, quasi di sughero, nonostante il tappo a corona. L’alcool è importante (8.1%) ma è molto ben nascosto; al palato dopo l’ingresso di pane è un tutto un susseguirsi di asprezze, di mela verde acerba e di uva spina. La birra assume un interessante carattere vinoso, con una bella secchezza ed un lieve warming etilico finale. Non c’è amaro e, sebbene il gusto di mela sembri un po’ artificioso, è una birra  che sembra ben prestarsi ad abbinamenti gastronomici. Avevo in lista d'acquisto altre birre di Epic che non sono poi riuscito a recuperare, ma questa è stata comunque una bella scoperta.
Si sale di livello con la Surette Provision Saison di Crooked Stave, birrificio fondato da Chad Yakobson a Denver (Colorado), attivo dal 2010 e che si definisce “specializing  in 100% Brettanomyces fermentations and barrel-aged sour and wild ales”.  Si tratta della ricreazione della ricetta di una saison di inizio ‘900 che prevede malto, frumento, avena, segale e farro,  rifermentata ed invecchiata in botti di quercia con i lactobacilli naturalmente presenti e brettanomiceti. Qualcuno di voi ha forse avuto l’occasione di assaggiarla a Roma presso Eurhop 2013, dove è girato qualche fusto. Il colore è ramato ed opalescente, con una schiuma di dimensioni abbastanza modeste, ma cremosa e dalla buona persistenza. I profumi sono quelli dell’uva bianca, del cedro, di fiori bianchi, di lime, mela verde e prugna acerba, di legno bagnato, con una netta presenza di lattico. Praticamente piatta, è leggera e decisamente aspra di uva spina, limone e mela in bocca; nette le note legnose e vinose, spiccata l'acidità lattica che culmina in un finale di yogurt amaro. Molto rinfrescante, si beve con relativa facilità in quanto la marcata asprezza obbliga a qualche pausa defaticante tra un sorso e l'altro; è molto ben fatta, ma in qualche modo ci sento la mancanza di una nota rustica o di qualche "puzzetta".
Ci spostiamo virtualmente in Oregon (a Hood River) alla Logsdon Organic Farmhouse Ales, birrificio guidato da Dave Logsdon con il birraio Charles Porter; è un birrificio che avevo sulla wishlist, ed è un birrificio che mi è piaciuto sin dal primo incontro virtuale. Zero fronzoli, sito internet ed etichette delle birre quasi amatoriali che ricordano quelle di tanti produttori belgi. Il legame col Belgio non è casuale, visto che la moglie di Lodgson, Judith Barnes, è nata nelle fiandre; i due s'incontrarono nel 2007 ad un festival di birra in Belgio. Ma Lodgson è soprattutto uno dei fondatori della Wyeast Laboratories (lievito, lievito ed ancora lievito) che dopo venticinque anni ha deciso di lasciare per aprire, nel 2011, la Logsdon Organic Farmhouse Ales, accanto alla casa di campagna dove vive.
La loro Seizoen (7.5%) è prodotta con malto, frumento, avena,  coni di Fuggles e EK Golding e ben quattro diversi ceppi di lievito. Di colore arancio velato con una generosa quantità di schiuma bianca, quasi pannosa e molto persistente. L'aroma è fresco ed eleante, richiama la campagna con sentori di fiori bianchi, di erba e di rustica paglia; c'è qualche sentori di banana e di pera, di pepe, coriandolo e di agrumi. In bocca è vivacemente carbonata e scorrevole, dissetante e secca, piacevolmente rustica: cereali e pane, arancio, mandarino e pera, con un finale amaro tra l'erbaceo, il terroso e la scorza d'agrumi. Una perfetta saison belga, molto ben fatta, semplice ma intensa, semplicissima da bere, rinfrescante, gustosa, corroborante (se la bevete dopo una giornata di lavoro nei campi..).
L'unica saison californiana che vi presento è quella di Firestone Walker, chiamata Opal (7.5%). Malto Pilsner (Weyermann), frumento maltato e non, luppoli Styrian Golding ed Amarillo con dry-hopping di Hallertau Blanc: anche qui niente spezie, si fa lavorare il lievito. E il risultato è da inchino. Oro pallido quasi limpido, crema di schiuma bianca molto compatta e persistente. Imbottigliata da due mesi, con un naso fresco e pulito, acidulo e rustico (paglia) di fiori bianchi, pera ed uva, lime e limone, crackers, cereali, qualche accenno di banana, una delicatissima speziatura. Anche questa saison è vivacemente carbonata in bocca, con un corpo-medio leggero: le bollicine solleticano il palato, rinfrescano con una notevole intensità di pera, limone, mandarino, lime su una base di miele, pane e crackers, uva bianca, persino qualche suggestione di frutta tropicale. Chiude amara, erbacea, zesty e piacevolmente pepata; molto secca e molto dissetante, gradevolmente acidula, forse più elegante che rustica in bocca. Ottima. Sono consapevole che il mio giudizio è influenzato dall'averla bevuta nella Valle della Morte alle dieci di sera, quando la temperatura esterna era ancora di 44 gradi. Ma l'averla tirata fuori ancora fresca dalla borsa frigo e l'averla prosciugata nel giro di pochi minuti è stata un'esperienza  difficile da dimenticare. Dopo tutto non è solo la birra che beviamo, ma anche l'occasione in cui la beviamo.
Per chiudere questa breve rassegna ci spostiamo a Kansas City in Missouri; fondata nel 1989 da John McDonald, ecco la Boulevard Brewing Co.. Nel 2013 quello che è uno dei maggiori produttori di birra del mid-west statunitense viene acquistato dalla belga Duvel Moortgat (aggiungendosi  alla Ommegang, alla Brasserie d'Achouffe ed alla  De Koninck). La saison più popolare che produce Boulevard si chiama Tank 7 (che non ho trovato), la cui base viene usata per la produzione molto più limitata (una volta l'anno?), in quella che viene chiama Smokestack Series, di questa Saison-Brett. Malto Pale, frumento maltato, corn flakes, luppoli Magnum ed Amarillo (anche in dry-hopping) e, ovviamente, una rifermentazione in bottiglia con diversi ceppi di lievito tra i quali i tanto amati (dai birrofili americani, ma non solo) brettanomiceti. Imbottigliata il 27 febbraio 2014 e maturata per tre mesi prima della messa in vendita, si presenta di color arancio velato; la schiuma pannosa è esuberante e croccante, molto persistente. L'aroma è complesso e nonostante la bottiglia ancora giovane sono già evidenti i sentori brettati (lattico, formaggio, sudore) affiancati da quelli di fiori bianchi, pepe, lime e limone, arancio ed ananas. Presenta anche una gradevole nota legnosa: un gran bel bouquet, pulito e molto interessante. Praticamente perfetta al palato, vivacemente carbonata ma ugualmente morbida e scorrevole. S'inizia con i crackers e qualche accenno di miele. L'eleganza della frutta (arancio, pompelmo rosa, un po' di tropicale) è bilanciata da una parte più rustica e "verace", legnosa e terrosa, che richiama il granaio, la campagna arida, l'estate. Finisce secca ed amara di erba, scorza d'agrumi e terra, ruspante e profumata, molto intensa e fragrante; la gradazione alcolica è importante (8.5%) ma questa Saison-Brett si beve che è un vero piacere. Non so come possa evolvere ulteriormente con qualche altro mese di cantina, ma non mi pento assolutamente di averla bevuta anche se giovane. Chapeau, Boulevard.

In dettaglio:
Off Color Apex Predator, 35.5 cl.,   ABV 6,5%, IBU 35, lotto e scadenza non  riportati, pagata 3,02 Euro ($ 3,99  beershop)
Epic Sour Apple Saison-Style Ale,  65 cl., ABV 8.1%,  lotto #26, imbott. 12/07/2013, pagata  6,43 Euro ($ 7,99 supermercato)
Crooked Stave Surette Provision Saison,  35.5 cl., 6,2%, lotto  10 (2014), pagata 7,57 Euro ($ 9,99 beershop)
Logsdon Seizoen, 37.5 cl., ABV 7.5%, IBU 35, bottiglia nr. 4102, scad. 03/2017, pagata 6.05 Euro ($ 7,99 beershop)
Firestone Walker Opal, 65 cl., ABV 7.5%, IBU 35, imbott. 06/06/2014 19:14, pagata 5.30 Euro ($ 6,99 beershop)
Boulevard Smokestack Series - Saison-Brett 2014, 75 cl., alc. 8.5%, lotto SB14058-1, scad. 02/2016, pagata 10,60 Euro ($ 13,99 supermercato)