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martedì 22 gennaio 2019

Van Pur Roger

Perlenbacher, Grafenwalder, Fink Brau e Best Brau sono i marchi più popolari sugli scaffali dei discount italiani, birre il cui costo s’aggira nei dintorni dell’euro al litro; ma non ci sono solo loro ad allietare il palato di chi desidera spendere il meno possibile o di chi ama l’horror. Prendete ad esempio questa lager leggera (3%) chiamata Roger, la cui lattina da lontano potrebbe quasi ricordare quella di una Coca Cola. 
Il più grande birrificio polacco indipendente si chiama Van Pur ed è stato fondato da Zbigniew Wantusiak e Siegfried Pura: un imprenditore polacco ed uno tedesco che sfruttarono il crollo del regime comunista. Nel 1992 la Van Pur cominciò a mettere in lattina la birra prodotta da altri birrifici per poi iniziare, l’anno successivo, a produrre anche la propria Van Pur Premium; il birrificio finì poi nelle mani della Brau Union austriaca che lo controllò sino al 2003, anno in cui i proprietari originali lo riacquistarono.  Van Pur possiede oggi cinque siti produttivi in Polonia che producono oltre 4 milioni di ettolitri all’anno, il 50% dei quali viene esportato in settanta paesi.  Oltre alla birra prodotta per conto terzi, Van Pur possiede una quota del mercato polacco che si aggira attorno al 10% ottenuto grazie a numerosi marchi propri: Lomża, Export, Łomża non pastrotizzata, Łomża al miele, Łomża non filtrata;  Karpackie Lager, Pils e Strong (9%); Brok Premium Lager, Gluten Free e Specialty (quest’ultima descritta come Craft Beer); Halne Strong (6, 9 e 10%)  il cui orso in etichetta ammicca alla Bjorne beer. La storica Van Pur Premium (Pilsener), affiancata dalle versioni Strong (10 e 12 %) ed analcolica; la Edelmeister Pilsener, Weizen, Witbier, Schwarzbier e Radler, la Hermann Muller Premium Lager e l’inquietante Cortes Cerveza Extra, una lager in bottiglia trasparente o una Corona in incognito, se preferite.

La birra.
Roger:  quaranta centesimi per mezzo litro di birra, ovvero 0.80 euro al litro. Filtratissima e quindi assolutamente limpida, di color oro antico, forma un cappello di schiuma bianca un po’ scomposta e dalla discreta persistenza. La lista degli ingredienti annovera malto e un inquietante… “malto da birra”, o “brewing malt” per dirla all’inglese. Non era meglio chiamarlo estratto? Riso e mais non sono elencati ma l’aroma mi sembra un piccolo compendio di succedanei del malto; c’è una sgradevole nota saponosa e di cereali andati a male (non trovo descrittore più appropriato) e, in fondo al tunnel, qualche ricordo di limone e di mela verde.  Poche bollicine, corpo leggerissimo, praticamente acqua. Il gusto latita, soprattutto se bevuta fresca, e la sensazione è di bere un bicchiere d’acqua con un delicato ma ributtante amaro finale saponoso. Lasciandola scaldare arrivano sbiaditi ricordi di mais, miele e soprattutto un forte gusto metallico a chiudere una bevuta poco secca e neppure troppo rinfrescante. E’ impressionante come una birra dal gusto così blando riesca tuttavia a risultare quasi  imbevibile e a finire nel lavandino. Il verdetto? Risparmiate anche questi quaranta centesimi e compratevi una bottiglietta d’acqua, se avete sete.
Formato 50 cl., alc. 3.0%, lotto 0220LE 13871827 1, scad.  28/09/2019, prezzo indicativo 0.40 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 19 novembre 2018

Bavaria 8.6 IPL

Ha di recente cambiato nome in Swinkels Family Brewers, ma è a tutti meglio nota come Bavaria: secondo maggior produttore olandese di birra dietro al colosso Heineken nonché una delle più grandi malterie europee. Un fatturato di circa 700 milioni di euro, due terzi dei quali provenienti dall’export in Europa (Belgio, Francia e Italia soprattutto) e in Etiopia. 
La famiglia Swinkels controlla Bavaria da sette generazioni: le prime evidenze documentate risalgono al 1680 quando Dirk Vereijken possedeva un birrificio a Lieshout, poi passato nelle mani delle sue tre figlie. L’ultima, Brigitta Moorrees, sposò nel 1764 Ambrosius Swinkels e assieme ottennero il controllo di un birrificio che da allora è nelle mani della stessa famiglia. Il nome Bavaria venne utilizzato a partire dal 1923 quando il birrificio si specializzò nella produzione di quelle lager a bassa fermentazione che dominavano il mercato: all’inizio della seconda guerra mondiale la produzione annua toccò i 40.000 ettolitri distribuiti in quasi ogni regione dei Paesi Bassi. E’ solamente all’inizio degli anni ’70 che Bavaria iniziò a guardare al di fuori dei confini nazionali: Europa ma anche paesi islamici, grazie all’introduzione della prima birra analcolica. Negli anni 80 la produzione aveva già raggiunto il milione di ettolitri: il 2017 si è chiuso a quota 7.500.000 grazie a tre siti produttivi nei Paesi Bassi, due in Belgio e uno in Etiopia. 
Oggi gli Swinkels operano attraverso una serie di marchi: oltre a Bavaria abbiamo Cornet, Swinckels', 8.6 Original, Habesha, Arthur's Legacy, Estaminet, Claro, Bock, Hollandia, Kroon e Landerbräu, ma non solo. Nel 1998 fu stipulato un accordo con i monaci trappisti di Koningshoeven per la produzione e la distribuzione del marchio La Trappe; venendo a mancare uno dei requisiti fondamentali per il riconoscimento di “birra trappista” (la produzione, o almeno il suo controllo, da parte di monaci trappisti), la International Trappist Association ordinò dalle etichetta la rimozione del logo “Authentic Trappist Product“. I monaci ottennero il diritto a riutilizzarlo solo nel settembre 2005 dopo aver dimostrato di aver ripreso il controllo del processo produttivo all’interno del monastero. Nel 2015 gli Swinkels hanno acquistato il 35% del birrificio olandese De Molen per una partnership focalizzata sulla distribuzione nel BeNeLux: “per un piccolo birrificio non è facile vendere la birra nei Paesi Bassi  – ha tagliato corto Olivier Menno, che detiene ancora la maggioranza assieme a  John Brus – e se non hai una rete distributiva puoi creartene una, ma è costoso”. Arriviamo così al 2016 quando Bavaria ha acquistato il 60% del birrificio belga Palm (e quindi anche Robenbach, Steenbrugge e Brugge Tripel); è qui dove viene prodotto oggi il marchio Urthel, acquisito nel 2012 assieme al microbirrificio De Leyerth di Hildegard Overmeire.

La birra.
Il marchio 8.6, nato con la prima Strong Lager dalla corrispondente gradazione alcolica in percentuale, è andato via via espandendosi con la 8.6 Black (7.9%), la 8.6 Gold (6.5%), la 8.6 Extreme (10.5%) e la 8.6 Red (7.9%). Lo scorso marzo alcuni mercati europei hanno visto il lancio della 8.6 IPL – India Pale Lager (7.0%) la cui pubblicità redazionale recita:  "profumatissima  e fresca, l’ultima  novità del Gruppo Bavaria risponde alle richieste di un consumatore sempre più consapevole, attento e desideroso di sperimentare nuovi stili di birra. Ispirandosi alla IPA – India Pale Ale, di cui mantiene il carattere luppolato intenso e la naturale ricchezza aromatica, 8.6 IPL è caratterizzata dalla bassa fermentazione tipica delle lager, che la rende meno amara e più facile da bere (sic!). Grazie alla tecnica di fermentazione tipica delle lager infatti, 8.6 IPL risulta non solo più rinfrescante e amabile, ma anche priva del difficile retrogusto tipico della IPA. Prodotta con malto  di  frumento e  malto  d’orzo,  8.6  IPL ha  un  piacevole retrogusto agrumato e fruttato  grazie ai luppoli Citra e Calypso, che esaltano il suo carattere esclusivo e unico.” 
Ma quello a cui non ho colpevolmente fatto caso è la  texture polisensoriale della lattina “che esalta il vero protagonista di questa birra: il luppolo. Stampato con inchiostro termico sulla parte frontale della lattina, il fiore di luppolo cambia colore e diventa verde quando si raggiunge la perfetta temperatura di servizio (7°)”. 
Dorata e limpida, forma nel bicchiere un impeccabile cappello di candida schiuma  compatta e cremosa. L’aroma non è particolarmente intenso ma, benché privo di fragranza, risulta pulito: pane, crackers, qualche traccia di agrumi, soprattutto arancia. Un biglietto da visita poco entusiasmante che rimane tuttavia la parte migliore di questa 8.6 IPL.  La bevuta scende ulteriormente d’intensità e si risolve in una mediocre lager industriale dolciastra e lievemente burrosa nella quale c’è qualche traccia di marmellata d’agrumi. Le manca secchezza ma quello che non si fa mancare è il classico "colpo d’alcool” tipico della gamma “strong” 8.6: chi le ha provate saprà a cosa mi riferisco; il percorso termina debolmente con un amaro erbaceo abbastanza corto, subito incalzato da un retrogusto dolciastro che vuole tenere a distanza quel “difficile retrogusto tipico della IPA”.   Aroma complessivamente accettabile, gusto poco intenso e poco piacevole: per gli stessi soldi meglio virare sulla  IPA della Faxe. Mi spiace, ma per quel che mi riguarda la 8.6 IPL può restarsene tranquillamente dov’è, sullo scaffale del supermercato.  
Formato 50 cl., alc. 7.0%, lotto CBLG 50153 R, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 1,59 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 10 settembre 2018

Peroni Nastro Azzurro vs Peroni Prime Brew

I numeri dicono che Nastro Azzurro è il marchio di birra “italiana” più conosciuto ed esportato al mondo, anche se da quindici anni il gruppo Peroni è passato di proprietà in mani straniere. Come già vi avevo raccontato,  nel 2003 la multinazionale SAB Miller aveva acquistato la maggioranza aziendale per poi cederla, nell’ottobre del 2016, alla giapponese  Ashai. E’ stato uno degli “effetti collaterali” della clamorosa acquisizione di Sab Miller da parte di Anheuser-Busch InBev: l’antitrust è intervenuta ed ha costretto questo nuovo gigante da 104 miliardi di dollari (il doppio di Heineken, terzo in classifica, giusto per darvi un’idea) a cedere alcuni prezzi pregiati.  Peroni, l’olandese Grolsh e l’ex birrificio artigianale inglese Meantime sono stati acquistati da Asahi per 2,5 miliardi di euro.  Degli 5,6 milioni di ettolitri di birra prodotti all’anno (2017) da Peroni, un terzo è Nastro Azzurro e i 1,7 milioni di ettolitri venduti all’estero (2016) rappresentano da soli i tre quarti dell’intero export di birra italiana nel mondo. 
Nastro Azzurro nacque nel 1963 nello stabilimento Peroni di Roma, con l’idea di creare un’alternativa “mediterranea” e più “leggera” rispetto alle concorrenti tedesche che dal dopoguerra dominavano il mercato italiano. Ricorda il birraio Giorgio Zasio, cinquant’anni passati a lavorare in Peroni: “la prima Nastro Azzurro era molto diversa da quella attuale. Era troppo alcolica, e risultava sempre meno gradita dai consumatori. Ci abbiamo impiegato due anni per fare un restyling e cambiarle il volto. Abbiamo abbassato l’amaro, ma anche ridotto il grado alcolico. Ed è venuta fuori una birra più in linea con i tempi. Un gusto molto diverso da quello della Peroni classica”. 
Risollevatasi dalle macerie della seconda guerra mondiale, l’Italia era nel pieno del boom economico e la Peroni decise di lanciare un prodotto che voleva essere al tempo stesso nostalgico ma orientato al futuro: il Nastro Azzurro era il riconoscimento che veniva dato alla nave passeggeri in grado di attraversare l’oceano Atlantico nel minor tempo possibile, senza scali di rifornimento. Il transatlantico italiano Rex lo ottenne nel 1933 percorrendo le 3181 miglia che separano Gibilterra dal faro di Ambrose, nella baia di New York, in 4 giorni, 13 ore e 58 minuti alla velocità media di 28,92 nodi, strappando il primato al transatlantico tedesco Europa per detenerlo sino al 1935 quando passò al francese Normandie. Il Rex, vanto dell’era fascista, fu bombardato l’8 settembre del 1944 quando si trovava nelle vicinanze di Capodistria e bruciò per quattro giorni prima di affondare: il relitto fu smantellato sul posto tra il 1947 ed il 1958, in quanto troppo costoso cercare di recuperarlo dal fondo del mare. 
Attraverso la storia, Nastro Azzurro voleva promuovere qualcosa di nuovo: richiamare il Rex e gli Stati Uniti non era soltanto ricordare i milioni di italiani emigrati via mare in cerca di fortuna ma era anche evocare il paese più moderno e sviluppato al mondo. La prima Nastro Azzurro fu commercializzata in lattina, un formato non molto popolare tra i bevitori italiani di quel tempo.

La birra.
Vanto (?) della Nastro Azzurro (5.1%) è l’utilizzo di Mais Nostrano, “una varietà autoctona recuperata grazie all’esperienza dell’Istituto sperimentale per la Cerealicoltura di Bergamo, sotto il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali”.  All’aspetto è dorata e perfettamente limpida: la schiuma è candida e impeccabilmente compatta, con un’ottima persistenza. Al naso c’è il dolce del mais, una delicatissima speziatura, qualche profumo erbaceo e di cereali: niente di entusiasmante ma nessuno si aspetterebbe un aroma coinvolgente da una lager industriale. Al palato scorre ovviamente bene e con leggerezza, anche per quel che riguarda l’intensità dei sapori, ovviamente abbastanza dimessa: pane, un tocco dolce di miele, mais e un finale corto amaro delicatamente speziato, erbaceo  e poco elegante. Nel complesso mi sembra tuttavia di livello superiore rispetto alla sorella-spremuta-di-mais  Peroni: ammetto di aver assaggiato lager industriali (o da discount) molto peggiori di questa. Bevuta piuttosto fresca, disseta e rinfresca grazie ad una discreta secchezza e il suo poco gusto la rende pressoché  innocua e questa bottiglia è stata anche graziata quei “colpi di luce” che spesso colpiscono la bottiglie della grande distribuzione. Non resta molto altro da dire.


E’ arrivata invece poco prima dell’estate la Nastro Azzurro Prime Brew, se non erro prima lager “non filtrata”  prodotta dalla Peroni. Una mossa che segue con un po’ di ritardo quella delle concorrenti Heineken, ovvero Poretti e  Ichnusa Non Filtrata  ma che è comunque indicativa del fatto che l’industria non sta con le mani in mano di fronte alla piccola rivoluzione della birra artigianale che ha costruito il suo successo anche grazie ai termini “non filtrata (e  non pastorizzata)”. 
Il lancio della Nastro Azzurro Prime Brew è tuttavia abbastanza singolare in quanto avvenuto a colpi di “grado primitivo di fermentazione”, un concetto (supercazzola?) già poco chiaro agli addetti ai lavori  e – soprattutto – del tutto incomprensibile al consumatore medio di birra.   Poco importa, perché il messaggio è stato veicolato senza problemi da siti, riviste e blog replicanti di comunicati stampa: leggo qua e là che “il processo è arrestato al grado primitivo di fermentazione”, che la birra è “nata al grado primitivo di fermentazione, con un gusto davvero unico quindi”, che è “prodotta mantenendo il grado primitivo di fermentazione” e  che  “il giovane Mastro Birraio Alberto Marzaioli ha avuto l’intuizione di interrompere il processo produttivo nel momento in cui la birra raggiunge il suo gusto più intenso”.    
Che cosa s’intende con “grado primitivo di fermentazione”, allora?  La spiegazione potrebbe essere abbastanza semplice e questo concetto sembrerebbe creato ad hoc solo per evitare di chiamare indirettamente in causa una pratica comunemente diffusa: la diluzione del mosto prodotto in “high gravity” per raggiungere il (basso) grado alcolico desiderato.  Dire esplicitamente che la Nastro Azzurro Prime Brew non viene diluita equivale a dire che la Nastro Azzurro “normale”  lo è;  ripeto, non c’è niente di male in tutto questo, ma probabilmente alla Peroni si vuole evitare di veicolare l’immagine “birra diluita” che potrebbe essere percepita in maniera negativa (annacquata?) dalla maggior parte dei bevitori che non s’interessa di processi produttivi. E poi c'è il fascino di tutto quello che è ancestrale, arcaico, primordinale: l'antitesi dell'industria, insomma. Tutto chiaro allora?  Forse no, visto che alle provocazioni degli utenti sui social network i responsabili della comunicazione della Peroni hanno risposto in maniera esilarante (“il grado primitivo corrisponde alla percentuale di zuccheri che contiene il mosto da cui deriva la birra. Solitamente a fine produzione è più basso rispetto a quello di fine fermentazione, per effetto del processo di filtrazione e della successiva correzione del grado alcolico e del livello di amaro”)  o sibillina  (“significa che la percentuale in peso di zuccheri contenuti nel mosto di da cui deriva la birra non diminuisce  - al netto delle inevitabili diluzioni di processo -  durante il processo produttivo, non essendo prevista la fase della filtrazione”) non escludendo che anche il mosto della Prime Brew venga in parte diluito.

La birra.
Prodotta anche lei con il Mais Nostrano, la Prime Brew  (5.8%) non è  filtrata e quindi velata all’aspetto. L’aroma chiama in causa note floreali e di mais, un accenno di mela verde, pane e cereali, una lieve speziatura: inutile cercare eleganza e fragranza, ma nel complesso il bouquet non è affatto sgradevole. Al palato scorre veloce ma a livello tattile risulta un po’ più “pesante” rispetto alla Nastro Azzurro normale. La non filtrazione le dona una “maggior” intensità dei sapori (pane, mais, cereali e miele) ma al tempo stesso enfatizza le caratteristiche di un prodotto industriale: manca finezza, eleganza, fragranza.  Il livello d’amaro finale è inferiore a quello della Nastro Azzurro così come la secchezza:  il risultato è una birra leggermente meno rinfrescante del previsto.  Prime Brew costa all’incirca il 50% in più al litro rispetto alla Nastro Azzurro: ne vale la pena?  Per me no.  In assenza dell’acqua, se devo proprio condannarmi a bere un’anonima lager industriale, preferisco che sia la più anonima e “innocua” possibile. Meno si sente, per quel che riguarda il gusto, meglio si sta.
Nel dettaglio:
Nastro Azzurro, 33 cl., alc. 5,1%, lotto L8 129 1 18 ROMA, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 0.66 Euro (supermercato)
Prime Brew, 33 cl., alc. 5.8%, lotto L8 177 1 05 PADOVA, scad. 01/06/2019, prezzo indicativo 0.99 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 29 maggio 2018

Bernard Jantarový Ležák 12°

Il birrificio ceco Bernard nasce dalle ceneri dello storico birrificio Humpolec che operava sin dal 1597 e, dopo la fine della seconda guerra mondiale, era stato incorporato prima nell’azienda statale Horácké pivovary Jihlava e poi,  negli anni ’60, nella České Budějovice. Con la caduta del regime comunista il birrificio era confluito nella società statale Pivovary České Budějovice, per nulla in grado di fare gli investimenti necessari alla sua riqualificazione: nell’ambito del vasto processo di privatizzazione delle imprese statali il birrificio fu venduto all’asta il 26 ottobre del 1991 e acquistato da Stanislav Bernard, Josef Vávra e Rudolf Šmejkal, che lo rinominano Rodinný pivovar Bernard (Birrificio Famigliare Bernard). Sono loro ad avviare quell’inderogabile processo di rinnovamento che ha lentamente salvato il birrificio dalla definitiva scomparsa: nel 2000 Bernard era già riuscito a conquistare il 15% del mercato domestico. 
Nel 2001 il colosso belga Duvel Moortgat ha rilevato il 50% delle quote azionarie e apporta il capitale necessario a finanziare un ulteriore piano di crescita: attualmente il birrificio che si trova ad Humpolec, a metà strada tra Praga e Brno, produce circa 315.000 ettolitri all’anno ed esporta in 35 paesi.  Le birre della tradizione ceca sono oggi affiancate da qualche estemporanea incursione nel mondo anglosassone (la Bernard India Pale Ale)  e belga.

La birra.
La  Jantarový Ležák 12° (5%) di Bernard è una classica lager ambrata ceca ovvero una  Polotmavé Pivo, letteralmente una “mezza scura”. Il suo limpido color ambrato è agitato da intense venature rosso rubino: la schiuma è perfettamente compatta e cremosa ed ha una lunghissima persistenza.  Al naso troviamo crosta di pane bianco, accenni di pane nero e caramello, una lieve speziatura donata dal luppolo Saaz  e una poco gradevole nota metallica: l’intensità non è granché ma quello che colpisce non in positivo è la scarsa finezza e fragranza. Il gusto prosegue nella stessa  direzione apportando al bouquet qualche estero fruttato che chiama in causa prugna e frutti di bosco, ma anche qui c’è una fastidiosissima presenza metallica che disturba la bevuta; la birra termina bilanciata da un finale amaro nel quale s’incontrano note terrose, erbacee e di frutta secca a guscio. Ottima scorrevolezza e facilità di bevuta per questa Jantarový Ležák che tuttavia non brilla per l’intensità dei sapori e che, in questa bottiglia, viene fortemente penalizzata da una presenza metallica che ne annulla buona parte della capacità rinfrescante. La dignitosa sufficienza non è raggiunta, peccato.
Formato 50 cl., alc. 5%, lotto T26, scad. 20/07/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 31 agosto 2016

Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, Menabrea Original

Tempo fa avevo promesso di dedicare almeno un appuntamento al mese alle birre industriali che incontriamo ogni giorno sugli scaffali della grande distribuzione; mi accorgo di non aver tenuto fede al mio (nobile?) intento e cerco oggi di rimediare mettendo a confronto sei-dico-sei lager che potrete facilmente reperire in molti supermercati. Le temperature d’agosto e la ricerca di refrigerio mi hanno un po’ agevolato il poco piacevole compito di passarle tutte in rassegna contemporaneamente. 
Dopo le varie Heineken e Bavaria, Corona e Peroni, Poretti e Moretti ospitate in passato, oggi tocca alle "italiane" Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara e Menabrea. Per evitare qualsiasi forma di condizionamento dal nome riportato in etichetta le ho assaggiate alla cieca; riporterò le mie considerazioni in ordine crescente di "gradimento", se di gradimento si può parlare. 
Le sei birre si collocano nello stesso segmento di mercato e sono di fatto identiche all’aspetto, nel loro limpido color dorato e nella bianchissima schiuma cremosa; la gradazione alcolica per tutte oscilla tra 4.5 e 4.8%, eccezion fatta per la Poretti 4 Luppoli (5.5%) che all’aspetto appare anche dal colore leggermente più carico. Meglio avrei probabilmente fatto “a scalare una marcia” ed scegliere la 3 Luppoli (4.8%) ma l’avevo già utilizzata in questa occasione

Partiamo dalla Ichnusa, marchio di proprietà del gruppo Heineken. Il 1912 è l’anno in cui la produzione di birra inizia anche in Sardegna: non vi è accordo su chi abbia esattamente fondato la “Birraria Ichnusa”, nome che si riferisce all’antica denominazione greca dell’isola, ma l’imprenditore di riferimento è Amsicora Capra, produttore di vini che in seguito alla crisi della viticoltura sarda (filossera) si mette a produrre birra. Ichnusa assume una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri prodotti nel 1981; nel 1986 viene acquistata da Heineken che giusto qualche anno prima aveva messo nel carrello degli acquisti anche la Dreher di Trieste.  La multinazionale si trova così in mano due siti produttivi sull’Isola; ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi ha portato alla chiusura del secondo.
L’incontro con questa bottiglia di Ichnusa è stato traumatico: terribilmente “skunky” all’olfatto,  puzzolente o “effetto luce” che dir si voglia:  segno di una bottiglia che ha subito traumi da eccessiva esposizione alla luce. Il gusto è leggermente più tollerabile dell’aroma, anche perché l’intensità è davvero ai livelli minimi; oltre allo skunky si percepisce il mais e un leggero amaro erbaceo finale che riesce però a sconfinare nella plastica e nella gomma. Non è neppure particolarmente secca e lascia il palato sempre un po’ appiccicoso, riducendo di molto quell’effetto rinfrescante e dissetante che una lager dovrebbe avere; la carbonazione è piuttosto blanda, dandole il colpo di grazia. Esperienza poco raccomandabile, anche se pesantemente influenzata “dall’effetto luce”, che non auguro a nessuno: la peggiore delle sei. Con 2,03 Euro al litro non si posiziona neppure tra le più economiche.

Passiamo a Wührer, ovvero il primo birrificio italiano (o forse no) che nacque nel 1829 a Brescia nella zona periferica de La Bornata; Franz Xaver Wührer ed i suoi successori ne mantennero la proprietà sino al 1981, quando la Gervais Danone acquistò il 30% delle quote societarie per poi assumerne il controllo totale;  nella sua lunga storia Wührer era divenuta proprietaria anche della Società Toscana Paszkowski (1935), di Birra Ronzani e di Birra Bologna (1959).  
Nel 1983 la Peroni subentra alla Danone nella proprietà di Wührer, mantenendo in vita il marchio ma chiudendo nel 1988 lo storico stabilimento di Brescia; dopo un ventennio d’abbandono, l’ex sito produttivo è stato riconvertito nel “Borgo Wührer” che oggi ospita spazi commerciali e residenziali. 
Anche la Wührer è prodotta utilizzando mais: non siamo tuttavia al di sotto della soglia percettiva della bottiglia di Peroni assaggiata tempo fa. L’aroma è praticamente assente, con qualche ricordo di mela verde in lontananza; il gusto non è da meno, rasentando il nulla. C’è una vaga apparenza di cereali, mais, un tocco di miele; è abbastanza secca e le bollicine appaiono in quantità superiore rispetto alle altre cinque lager. Una filo di amaro, avvertibile quando la birra si scalda, fa capolino a fine corsa. Nella sua assenza di gusto riesce a non provocare danni, ma è una consolazione davvero magra per una birra che s'avvicina all'acqua. 1,14 Euro al litro.

Dreher. Il marchio Heineken che oggi trovate sugli scaffali dei supermercati vanta una storia di tutto rispetto che conduce all’omonima famiglia di mastri birrai, nota in Boemia sin dal XVII secolo. Franz Anton Dreher nel diciottesimo secolo inaugurò la sua fabbrica di birra a Vienna che nel 1841 iniziò a produrre l’omonima birra (Vienna Lager) ambrata a  bassa fermentazione, uno stile che divenne molto popolare alla fine del diciannovesimo secolo. Nel 1870 nacque la fabbrica Dreher di Trieste, poi rilevata nel 1928 dai fratelli Luciani (Birra Pedavena) che, nel 1969, decidono di puntare su di un unico marchio a livello nazionale rinominando “Birra Pedavena” in “Dreher Spa”; nel 1974 Heineken e Whitbread acquistarono in joint venture il gruppo Dreher, e quattro anni dopo Heineken rilevò anche le azioni del partner anglosassone.  
Nello stesso periodo (1976-1980) si concluse una lunga vertenza che portò alla definitiva chiusura dello stabilimento Dreher di Trieste, mantenendo invece operativo quello di Massafra (Taranto) avviato negli anni ’60 dai fratelli Luciani. 
Anche la Dreher nazionale non si fa mancare il mais ed un po’ di “skunk”: tra accenni di cereali e mela verde io ci sento anche una punta di diacetile; l’intensità del gusto, pressoché nulla, ospita tracce dolciastre (mais, miele) e soprattutto quella mela verde che avevo incontrato nella sorella di famiglia Heineken. Non c’è sostanzialmente amaro, la birra termina di fatto spegnendosi nell’acquoso risultando alla fine la più “sfuggente” tra queste anonime lager acquose; riesce tuttavia a lasciare una patina dolciastra sul palato che ne riduce l’effetto rinfrescante. Fondamentale quindi “berla ghiacciata” per eliminare il problema alla base. 1,44 Euro al litro.

Ammetto di essere rimasto sorpreso nello scoprire solo al “terzo” posto dell’indice di gradimento la Forst Premium, sulla quale avrei invece scommesso senza esitare; non solo perché il birrificio altoatesino è l’unico italiano ed il “meno industriale” tra gli altri, ma perché le Forst bevute in fusto nei dintorni del birrificio non sono affatto male. Come non lo è la Sixtus in bottiglia, occasione in cui vi avevo raccontato di Forst; il birrificio nasce nel 1857 nella omonima località poco fuori Merano, fondata da Johann Wallnöfer e Franz Tappeiner, nello stesso sito produttivo che ancora oggi ospita gli impianti. 
Nel 1863 viene acquistata da Josef Fuchs, la cui famiglia e discendenti ne detengono ancora oggi la proprietà; nel 1892, sotto la guida di Hans Fuchs, la produzione era già passata dai 230 ettolitri degli inizi a 22.500 ettolitri. Ad Hans succede nel 1917 la moglie Fanny, che guida l'azienda sino al 1933, quando il testimone passa al figlio Luis. Alla sua scomparsa, nel 1989, la moglie Margarethe Fuchs von Mannstein assume la presidenza: gli ettolitri prodotti ogni anno sono circa 700.000.  Nel 1991 Forst acquista Menabrea. 
Perfettamente limpida e dorata, la Forst Premium (mais anche qui) s’accoda alle altre nel presentare qualche lieve puzzetta dovuta “all’effetto luce”;  al naso non c’è fragranza ma per lo meno s’avvertono pane e miele. L’intensità del gusto è forse appena un po’ superiore alle birre che l’hanno preceduta ma non c’è da rallegrarsi; lieve diacetile, dolcino di mais e miele, poca secchezza, palato che rimane appiccicoso e che non viene ripulito a dovere dalla chiusura amara, poco gradevole e reminiscente di gomma/plastica. Si beve ma onestamente m’aspettavo qualcosa di meglio. 1,59 Euro al litro.

Al secondo posto si piazza Angelo Poretti con la sua 4 Luppoli Originale Chiara; fondato nel 1877 da Angelo Poretti  a Induno Olona, il birrificio fu rilevato nel 1939 dalla famiglia Bassetti, già proprietaria del birrificio Spluga (Splügen) di Chiavenna; nel 1975 un primo accordo con i danesi della United Breweries (ovvero la Carlsberg odierna) per la commercializzazione sul nostro territorio dei marchi Tuborg e Carlsberg. Nel 1982 i danesi acquistano il primo 50% della società, arrivando progressivamente al 100% nel 2002. 
L’aroma è quasi nullo, eppur nel suo dolce leggermente mieloso scorgo una punta di diacetile; la gradazione alcolica (5.5%) più sostenuta rispetto alle altre le dona una maggior “presenza” al palato, dove troviamo miele e un vago accenno biscottato. Non c’è fragranza ed anche lei riduce il suo potere rinfrescante lasciando al palato una patina dolciastra; neppure lei si fa mancare quel lieve amaro erbaceo/gommoso che chiude la bevuta. Sostanzialmente simile alle altre concorrenti, guadagna qualche punto in più grazie alla sua “maggiore” ( virgolettato d’obbligo) intensità. La Poretti è anche la più cara tra le sei, con un costo di 2.61 Euro al litro.

La mia “preferenza” (altro obbligo di virgolette) tra queste sei birre industriali è andata alla Menabrea Original; l’azienda venne fondata nel 1846 dalla famiglia Welf  (Valle d'Aosta) e dei fratelli Caraccio, titolari di una caffetteria a Biella; nel 1864 il passaggio nelle mani di  Antonio Zimmermann e Giuseppe Menabrea, che nel 1872 rimase proprietario assieme ai figli Carlo e Alberto rinominandola  G. Menabrea & Figli. Alla fine del diciannovesimo secolo la gestione passò nelle mani dei cognati Emilio Thedy e Agostino Antoniotti, coniugi delle eredi Menabrea; la famiglia mantiene ancora oggi un importante ruolo aziendale con  Franco Thedy che ricopre la carica di amministratore delegato nonostante la maggioranza societaria sia dal 1991 nella mani della Forst, dove parte della produzione Menabrea è delocalizzata. 
Come Andrea Turco fa notare, Menabrea è il marchio industriale che riesce “a confondere” meglio i bevitori occasionali, che credono di bere birre artigianali o “crafty” che dir si voglia. 
Per far uscire un po' d'aroma bisogna attendere che la birra si scaldi parecchio: nella sua delicatezza le note di pane, cereali, mais e miele sono tutto sommato accettabili, benché prive di fragranza. Non c'è fortunatamente traccia di "skunk".  L'intensità del gusto non è molto differente (ovvero molto bassa) da quella delle sue concorrenti; la sensazione di bere un bicchiere d'acqua è sempre presente, accompagnata da una timida presenza di pane e cereali. La chiusura appena amara (erbacea) non fa fortunatamente danni, e il palato viene risparmiato da dolci patine appiccicose; ne risulta una birra che, benché quasi priva di gusto, fa il suo dovere, rinfrescando e dissetando chi decide di berla. E' sostanzialmente questo il motivo che le fa guadagnare qualche punto in più delle altri risultando la "meno peggio" tra quelle assaggiate. 1,97 Euro al litro.

Nel dettaglio:
Ichnusa, 66 cl., alc. 4.7%, lotto 601138OVY, scad. 01/04/2017, 1.34 Euro
Wührer, 66 cl., alc. 4,7%, lotto L6 036 2 22, scad. 01/02/2017, 0.75 Euro
Dreher, 66 cl., alc. 4,7%, lotto 5334 43890SN, scad. 01/02/2017, 0.95 Euro
Forst Premium, 66 cl., alc. 4.8%, lotto 08:22, scad. 15/02/2017, 1.05 Euro
Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, 33 cl., alc. 5.5%, lotto J15099J, scad, 31/09/2016, 0.86 Euro
Menabrea Original, 66 cl., alc. 4.5%, lotto 17:55, scad. 07/12/2016, 1.30 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 11 luglio 2016

BrewDog: This. Is. Lager & Dead Pony Club

L’estate avanza e con lei il caldo e la voglia di birre leggere, rinfrescanti e dissetanti, da bere senza troppi pensieri. Ecco due proposte dagli scozzesi di BrewDog, entrambe disponibili nel pratico formato lattina che ben si presta al trasporto e al consumo all’aperto. 
Partiamo dalla This. Is. Lager., con quei “puntini” che vorrebbero indicare il suo voler essere la risposta definitiva alla domanda “come dovrebbe essere una lager”: “la nostra missione è ridare cuore ed anima ad uno stile che è stato per troppo tempo definito da una serie di birre inutili che non meritavano di appartenervi”, annunciano alla BrewDog. . Si tratta del terzo tentativo da parte del birrificio scozzese di realizzare una convincente alternativa alle lager e alle pilsner industriali che dominano gli scaffali dei supermercati: in precedenza c’era stata la 77 lager poi pensionata in favore della Fake Lager, arrivata a aprile 2013 e abbandonata dopo poco più di un anno. Il 2 settembre 2014 BrewDog annuncia la nascita della This. Is. Lager.,  comunicando anche che il giorno successivo tutti i BrewDog Bar del Regno Unito offriranno gratuitamente un 1/3 di pinta a chiunque la vorrà provare.  La ricetta dovrebbe prevedere malti Pilsner, Monaco, Cara e luppoli  luppoli Hallertauer Hersbrucker, Saaz e Columbus.
Il suo colore è giallo paglierino, praticamente limpido, sormontato da un bianchissimo cappello di schiuma cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. L’aroma evidenzia un buon livello di pulizia ed anche d’intensità, per quel che sono i parametri dello stile: miele, cereali e crackers sono accompagnati in sottofondo da leggeri profumi floreali (camomilla), erbacei e una delicata speziatura da luppolo nobile. La bevuta è ovviamente snella e scorrevole, delicatamente carbonata, senza mai sconfinare nell’acquoso. La semplicità dell’aroma viene riproposta al palato con una corrispondenza quasi perfetta: pane, crackers e miele costituiscono la delicata base maltata sulla quale s’appoggia l’abbondante luppolatura nella quale prevalgono le classiche componenti erbacee e speziate dei luppoli nobili, per un finale amaro di buona intensità completato da qualche accenno di scorza di limone. Finezza e pulizia, ovvero due dei tre capisaldi di una buona Pilsner, sono qui presenti in soddisfacente quantità; non è invece allo stesso livello il terzo elemento, la fragranza; qualche appunto lo devo anche rilevare sulla secchezza, che potrebbe essere migliore lasciando il palato più pulito alla fine di ogni sorso. Non vi ho trovato “quel cuore e quell’anima” che gli scozzesi intendono restituire allo stile con questa loro interpretazione, ma il  risultato è nel complesso soddisfacente a placare la sete in una calda giornata di sole, se non si hanno elevate pretese. 
Passiamo alla Dead Pony Club, che debutta in casa Brewdog alla fine del 2011;  si tratta di una birra ispirata dal successo delle cosiddette “Session IPA” e in particolare dalla All Day IPA di Founder’s.  Ma c’è dell’altro: troppo luppolata per essere una English Pale Ale, troppo poco alcolica (3.8%) per essere un’American Pale Ale.  Gli scozzesi coniano il termine di “Session Pale Ale” e pubblicano un sondaggio on-line invitando il popolo ad esprimere la propria preferenza su una serie di possibili nomi per questo loro “prototipo” di birra; tra le varie opzioni offerte (Brit Pop, Pale Ale, Fake Fix, 38 Automatic , Heist e Death Head Pony Club ) viene alla fine scelto il nome definitivo di Dead Pony Club; al di là di tutta questa teoria, la pratica intende realizzare una birra dal basso contenuto alcolico (3.8%)  ma dalla grande intensità di aromi e sapori. 
Ma poteva una semplice e innocua “Session Pale Ale” realizzata da un birrificio che ha sempre utilizzato la provocazione come strumento di marketing passare inosservata?  Certo che no, e questa  volta sotto accusa ci finiscono alcune frasi riportate sull’etichetta: “rip it up down empty streets” (“spaccala per le strade vuote”) e “drink fast, live fast” (“bevi in maniera spericolata, vivi in in maniera spericolata”). Questi incitamenti non piacciono all’Independent Complaints Panel (PCI)  del  Portman Group, un organismo creato nel 1989 che annovera tra i suoi membri alcuni dei principali produttori di alcolici (Carlsberg, Molson Coors, InBev, Diageo…)  e che ha stabilito nel 1996 un codice di condotta sui nomi, sulla pubblicità e sul confezionamento delle bevande alcoliche. Quelle frase sull’etichetta della Dead Pony Ale vengono considerate come un incitamento al consumo irresponsabile (“bevi in maniera spericolata”) e di comportamenti anti-sociali (lo spaccare la bottiglia per strada); con un comunicato del 28 aprile 2012  le etichette vengono messe al bando e BrewDog è costretta a modificarle, pur rilasciando un sarcastico comunicato stampa in cui sostanzialmente si scusa del fatto che “di quello che dice il Portman Group non c’è n’è mai fregato un cazzo”.
E la birra? Extra Pale, Cara e Crystal  i malti; Simcoe, Citra e Mosaic  i luppoli. Nel bicchiere è leggermente velata e di color ramato, con riflessi dorati; la schiuma cremosa biancastra è un po' grossolana ma ha una buona persistenza. Al naso abbonda la frutta tropicale matura: mango, passion fruit e pompelmo rosa disegnano un bouquet semplice ma dalla buona freschezza e pulizia, con ottima intensità. La partenza così ricca e golosa crea delle aspettative che i primi sorsi non sembrano mantenere: a partire dal mouthfeel, ovviamente leggero e snello, con poche bollicine ma dalla consistenza a tratti troppo acquosa ed un  po' sfuggente. I malti parlano di caramello e biscotto, ma loro presenza è molto leggera ed è subito incalzata dalla stessa dolce frutta tropicale presente nell'aroma. Fin qui le cose procedono bene, con un'ottima intensità a fronte di un contenuto alcolico contenuto, ma nel finale la birra viene un po' a mancare, spegnendosi di fatto e facendo un piccolo tuffo nell'acquosità; bisogna aspettare qualche istante per sentirla riemergere, nel retrogusto amaro e moderatamente intenso dove le note vegetali sono accompagnate da quelle zesty. Una discreta bevuta che ha diversi punti in comune con quella precedente: un po' avara di emozioni, buon livello di pulizia ma un po' carente per quel che riguarda la fragranza e la secchezza. Ruffiana quanto basta al naso, non conquista allo stesso modo al palato: si beve con discreta soddisfazione ma se penso a splendidi esempi di "session beer" che provengono dal Regno Unito il confronto con questa o questa o con la Hopehead di Dark Star risulta abbastanza impietoso. 
Nel dettaglio:
This.  Is.  Lager, formato 33 cl., alc. 4.7%, IBU 40, lotto 160118, scad. 05/03/2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)
Dead Pony Club, formato 33 cl., alc. 3.8%, IBU 40, lotto 160187, scad. 06/04//2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 15 aprile 2016

Heineken, Bavaria Holland Premium Beer, Best Bräu Lager Beer, Poretti Tre Luppoli


Le cosiddette birre artigianali o “di qualità” si stanno diffondendo anche nella grande distribuzione, ma gli scaffali dei supermercati sono ancora dominati dalle lager industriali. La principale lamentela sulla “birra artigianale”  è relativa al costo: rispetto ad una industriale il prezzo al litro viene spesso moltiplicato da quattro a sei volte anche nei supermercati. Non intendo mettermi a discutere se valga la pena o no spendere così tanto per mettere nel carrello della spesa una birra buona:  una volta che si è saltata la staccionata che separa industriale da “artigianale” risulta difficile tornare a bere regolarmente birre che hanno tutte più o meno lo stesso scarso sapore.  
Eppure anche i prezzi delle “lager-industriali-tutte-uguali” non sono poi esattamente uguali tra di loro, anche se con frequente rotazione molte di esse si trovano in offerta speciale.  Prendiamo in esame alcune tra le birre più facilmente reperibili sugli scaffali: Heineken, Bavaria Premium Lager, Poretti 3 Luppoli e la Best Bräu del discount. E’ proprio questa la lager più economica, con un prezzo di 0,55 Euro per la lattina da 50 cl. che equivale a 1,10 Euro al litro; per la Bavaria bisogna spendere 1,74 Euro/litro (+58%), per la Poretti 3 Luppoli 2,39 € (+117%) e per la Heineken nella bella lattina cromata 2,78 Euro/litro (+153%). Questa differenza di prezzo è giustificata anche da una maggiore “qualità” (il virgolettato è d’obbligo) o quello che paghiamo in più è solamente il marchio? 
Per scoprirlo ho volutamente assaggiato queste quattro birre “alla cieca” per non farmi influenzare dal loro nome. Per quel che riguarda l’aspetto tutte e quattro sono assolutamente identiche nella loro dorata limpidezza; le uniche lievi differenze riguardano le dimensioni e la persistenza della schiuma, sempre perfettamente bianca e cremosa.  Quella meno generosa è della Poretti, all’estremo opposto si trova la Bavaria che, probabilmente grazie ad una percentuale di frumento dichiarata in etichetta, forma più schiuma che impiega più tempo a dissolversi. Ecco la descrizione delle birre nell’ordine in cui sono capitate negli anonimi bicchieri:

Numero 1:  Heineken.
L’aroma è di bassa intensità ma comunque percepibile: cereali, un accenno di mela verde e un tocco dolce che richiama il miele, o forse il mais. Non c’è molto ma per lo meno quel poco che c’è non presenta profumi sgradevoli. Al palato è ovviamente leggera, con una carbonazione media e la ovvia consistenza palatale acquosa.  Perfetta la corrispondenza tra gusto e aroma con l'identica bassa intensità: cereali e mela verde, mi sembra di sentire anche il dolce del mais anche se la lattina non ne specifica l’utilizzo. L’amaro del finale è appena percepibile solo quando la birra si scalda, mentre a temperatura fredda (ovviamente quella consigliata)  la chiusura è comunque abbastanza secca con il palato che rimane abbastanza rinfrescato e pulito.  Il gusto di questa lager è davvero ridotto ai minimi termini e rasenta il confine con l’acqua, ma personalmente lo vedo come un pregio, anziché un difetto. Svolge la sua funzione dissetante e rinfrescante con dignità, scorrendo senza nessun intralcio; anche l’amaro, che potrebbe risultare poco gradevole a qualche bevitore, viene praticamente azzerato.

Numero 2:  Best Bräu Lager Beer. 
L’intensità dell’aroma è ancora inferiore a quello della birra che l’ha preceduta, rasentando lo zero. Anche quel poco che c’è non è particolarmente gradevole: un ricordi di fiori secchi, un dolcino che richiama il granoturco. Meno bene anche al palato: leggerezza ed acquosità sono ok, mentre mancano un po’ di bollicine a rendere un po’ più vivace lo scorrimento. Molto scarsa anche l’intensità del gusto, ma leggermente superiore alla Heineken: dolcino di mais (o miele?), cereale. La chiusura amaricante, benchè cortissima, è qui maggiormente avvertibile e si porta dietro qualche breve istante poco gradevole e reminescente di plastica/gomma; il gusto è  nel complesso più dolce, la chiusura è meno secca e il palato rimane in compagnia di una lieve patina dolciastra. Ne risulta una birra molto meno dissetante (o più “pesante”,  se preferite) dell’Heineken: in questo la caso la sua intensità più elevata si rivela un boomerang negativo, visto che la gradevolezza non è certo di casa. Non è più prodotta dalla birrificio Castello di Udine ma dalla Hofbräuhaus Vertriebs in Germania.

Numero 3:  Poretti Tre Luppoli
La saga dei numeri Poretti, che ricordo essere è solo il nome della birra e non indica le tipologie di luppolo utilizzate,  è qui ai minimi termini: solo 3. L’aroma è di discreta intensità, se rapportato alle altre: pane e miele, ma il dolce si porta anche dietro un pochino di diacetile che mette fuori la testa quando la birra si scalda. Anche lei è penalizzata da una carbonazione un po’ sottotono che le toglie  vitalità. L’intensità del gusto è sicuramente inferiore a quella dell’aroma ed è paragonabile al livello Heineken; non c’è ovviamente fragranza ma solo una generica sensazione dolce di pane/miele, con un lieve tocco amaricante erbaceo. Il lieve diacetile ne pregiudica tuttavia la secchezza e quindi il potere dissetante: mi sembra "meglio" della Best Brau ma non riesce a rinfrescarmi come la Heineken.

Numero 4: Bavaria Holland Premium Beer
Il naso oltre alla canonica scarsa intensità non è neppure particolarmente gradevole: passabile il cereale, male quella nota di fiori secchi che non trasmette certo freschezza. Il gusto è invece il più intenso tra le quattro lager: fosse buona sarebbe una caratteristica senz'altro apprezzabile, ma in questo caso il risultato non è altro che quello di mettere in risalto gli aspetti negativi di questa birra. Sopportabile la parte dolce (miele, pane, cereali) ma l'amaro finale è un piccolo trionfo di gomma/plastica che, sfortunatamente, appesantisce la bevuta e ne pregiudica la vocazione rinfrescante. E' la più amara delle quattro ma anche la meno dissetante, con il palato che rimane sempre un po' appiccicoso di dolce: ci è voluto un sorso di acqua Heineken per ripulirlo. La sensazione palatale è invece nella norma, con la giusta quantità di bollicine.

Le conclusioni.
Non sono birre di qualità o artigianali, quindi le mie considerazioni si adattano al contesto cercando di analizzarle con obiettività; sarebbe troppo facile liquidarle tutte con un "fanno schifo", ma nessuno è nato bevendo "birra artigianale", tutti siamo partiti bevendo birre industriali e abbiamo continuato a farlo per diversi anni con piacere. Inutile quindi scandalizzarsi se c'è chi continua a berle o se c'è chi trova invece disgustoso una birra "artigianale" che sa di pompelmo o di aghi di pino o di yogurt andato a male. 
Parto dal presupposto che una lager debba sopratutto rinfrescare e dissetare chi la beve: un risultato che si può ottenere anche con l'acqua, certo, ma la birra offre quella leggera ebbrezza ed euforia che l'acqua non può dare. Il primissimo sorso di birra fresca, in una calda giornata estiva,  ha sempre quell'effetto "magico" sul palato, anche se la birra è industriale e dopo alcuni sorsi risulta praticamente insapore.  Con questi presupposti, darei la mia "preferenza" alla Heineken; delle quattro birre è quella più "pulita" e priva di difetti o sgradevolezze. Il merito va sicuramente alla bassissima intensità del gusto, elemento strategico per evitare le brutte sorprese derivanti dalla necessità di produrre a basso costo: ma è anche quella più secca e quindi quella che offre maggior refrigerio. All'estremo opposto metterei la Bavaria, la cui "intensità" (il virgolettato è sempre obbligatorio) è inversamente proporzionale alla sua piacevolezza: meglio la Best Bräu, che ha oltretutto un costo anche minore. Al di là del nome, di luppolo non c'è ovviamente traccia nella Poretti, che come gradevolezza ho trovato leggermente migliore della Best Bräu, ma costa al litro il 117% in più. L'Heineken è anche la più cara tra le quattro lager, arrivando a costare il 153% in più della Best Bräu del discount: stiamo parlando di poco più un Euro per una lattina da 50 cl., cifre ormai sconosciute a chi in Italia è ormai stato contagiato dalla passione per la birra di qualità o artigianale.  

Nel dettaglio:
Heineken, formato 50 cl., alc.  5,0%, lotto 5218380BG, scad. 01/08/2016, 1.39 Euro
Bavaria Holland Premium, 50 cl., alc. 5,0%, lotto BZN940805L, scad. 01/05/2017, 0.87 Euro
Best Bräu Lager Beer, 50 cl., alc. 4,8%, lotto 21K4 22:19, scad. 01/12/2016, 0.55 Euro
Poretti Tre Luppoli, 33 cl., alc. 4,8%, lotto J151619D, scad. 01/09/2016,  0.80 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 luglio 2015

Corona Extra

L’appuntamento del mese di luglio con la birra industriale, del discount o del supermercato che dir si voglia è con la famosissima Corona Extra.  Che ci crediate o no, è la prima volta che la bevo  (e, giusto per darvi qualche riferimento temporale, ho già passato gli “anta”); anche nel mio lungo passato di bevitore di birre industriali ero sempre rimasto perplesso dall’inquietante trasparenza della bottiglia e non l’avevo mai acquistata.  
Mi si è appena spalancato un piccolo grande mondo: in rete è pieno di informazioni contraddittorie sul  perché “si debba bere a collo e non nel bicchiere” e sul perché vada bevuta con uno spicchio di limone, o anche con un po’ di sale. 
Ma andiamo per ordine, perché ci sono cose più interessanti di sale e limone. La Cervecería Modelo viene fondata l’8 marzo 1922 da Braulio Iriarte Goyeneche, un spagnolo in Messico dal 1877, da quando aveva diciassette anni; la produzione parte nell’ottobre del 1925, con l’appoggio di capitali forniti da una schiera di altri facoltosi imprenditori spagnoli emigrati. La fabbrica viene costruita – e l’edificio lì si trova tutt’ora – su un terreno nel quartiere di Santa Julia di quella che allora era la Municipalidad de Tacuba, oggi inglobata in quella enorme metropoli che è Città del Messico. C’è da dire che in quel periodo la birra non era una bevanda particolarmente popolare in Messico: il ghiaccio e la refrigerazione non erano sempre disponibili e la gente preferiva bere l’economico Pulque, un fermentato dell’albero di Maguey. Nonostante questo, già nel 1928 le bottiglie di birra vendute erano arrivate ad otto milioni, suddivise tra la chiara Corona e la scura Modelo Negra. 
Nel 1932 muore Braulio Iriarte e il comando viene assunto da  Pablo Díez Fernández, anche lui nato in Spagna, uno dei pochi finanziatori che non avevano ancora abbandonato il progetto: Díez rimase in carica sino al 1971, mettendo subito in atto una politica di espansione. Con la fine del proibizionismo negli Stati Uniti nel 1933 iniziarono le prime sporadiche esportazioni a nord, che non ebbero però volumi significativi sino alla fine degli anni ’70. 
A questo proposito, è interessante quello che racconta il libro “The Emerging Markets Century” (2007) dell’economista Antoine Van Agtmael. Negli anni ’70 un grosso distributore della Baja California messicana non capiva perché le casse di Corona gli venissero restituite con così tanti “vuoti a rendere” mancanti. Le vendite aumentavano ma i resi erano sempre meno: scoprì che le bottiglie di Corona erano diventate molto popolari tra i surfisti americani che frequentavano le spiagge messicane, e sempre più spesso questi si portavano a casa il souvenir.  La bottiglia trasparente di Corona, senza nessuna campagna pubblicitaria, era inconsapevolmente diventata in California il simbolo della esotica vacanza al mare in Messico, al sole, sulla spiaggia: un caso che ricorda, con le dovute proporzioni, quello della bottiglia di Coca Cola. 
Alla Modelo colgono la palla al balzo e investono sull'esportazione: in poco tempo la Corona diventa molto richiesta  dapprima nella vicina California e poi in molti altri stati americani: nel 1986 un milione di casse attraversavano ogni mese il confine con gli Stati Uniti. Gli altri “competitors” americani non rimasero con le mani in mano, e fu curioso fu quello che accadde nei primi anni ’80:  qualche concorrente (Heineken?) sparse subdolamente la voce che alcuni test di laboratorio fatti dalla Food and Drug Administration avevano riscontrato tracce di urina umana in quelle bottiglie trasparenti. Addirittura si raccontava che diversi operai della Cerveceria Modelo erano stati visti urinare sulle bottiglie poco prima che fossero imbottigliate. La voce che “la Corona sapeva di piscio” si diffuse rapidamente e si portò dietro gli inevitabili strascichi legali che si conclusero ovviamente a favore del gruppo messicano: l’esportazione di Corona subì però un clamoroso crollo ed i messicani cercarono di recuperare immagine invitando a proprie spese decine di giornalisti americani a visitare le proprie fabbriche affinché potessero testimoniarne l’efficienza e l’assoluta pulizia. L’ufficio marketing della Modelo, per recuperare terreno, ebbe poi la brillante intuizione di associare la propria birra ad una ricorrenza messicana da celebrare in territorio statunitense. Tra i vari avvenimenti storici candidati, venne scelto il Cinco de Mayo (5 di Maggio): l’evento cadeva anche all’inizio della bella stagione e invitava la comunità messicana negli Stati Uniti a celebrarlo all’aria aperta, magari davanti al BBQ, con una Corona in mano. La pubblicità ebbe un grande successo e i festeggiamenti del 5 de Mayo si legarono indissolubilmente alla bottiglia di Corona: era solo questa la birra che milioni di americani e immigrati messicani volevano bere in quel giorno. Nel 1997 Corona sorpassa Heineken in cima alla classifica statunitense delle vendite tra le birre importate. 
Il resto della Corona-story è quello già visto tante altre volte, e passa per l’acquisizione di altri birrifici messicani per eliminarli e sopprimere i marchi concorrenti; attualmente quasi sette birre su dieci bevute in Messico vengono prodotte dal Grupo Modelo. Puntualmente arrivò anche il giorno in cui il pesce grande venne mangiato da un pesce ancora più grande, nello specifico gli americani della Anheuser Busch che a partire dal 1993 acquistano una quota societaria sempre maggiore del Grupo Modelo sino ad arrivare al 50%.  Per “soli” 20 miliardi di dollari nel 2013 Anheuser Busch (divenuto AB-InBev) si porta a casa l’altra metà restante. 
I numeri attuali dicono che oggi la Corona  non è tra le dieci birre più vendute al mondo,  ma in territorio statunitense si piazza saldamente al quinto posto rimanendo la birra d’importazione più venduta e doppiando per volumi l’eterna rivale Heineken. Lei rivendica il suo orgoglio messicano e continua ad essere prodotta esclusivamente nel suo paese d’origine, venendo poi esportata in 180 paesi. In Italia il primo importatore di Corona fu nel 1989 Pietro Biscaldi siglando con il Gruppo Modelo un esclusiva che oltre alla nostra penisola comprendeva anche il Principato di Monaco e Malta; nel 2008 la distribuzione passò nelle le mani di Carlsberg e, nel 2014, ovviamente di quelle di AB-InBev.  
Resta da fare luce sul perché la Corona vada bevuta a collo con uno spicchio di lime (e non limone) conficcato nel lungo collo della bottiglia.  Tanti sono stati i giornalisti che hanno rivolto la domanda direttamente al Grupo Modelo, senza però ottenere nessuna risposta. Solitamente ci si rifà ad una non specificata “tradizione locale”: alcuni sostengono che i messicani infilavano l’agrume all’imboccatura del collo della bottiglia aperta per tenere lontano mosche ed insetti. Altri che il lime (inizialmente solo strofinato sul bordo del collo) aveva la funzione di non far avvertire il sapore della ruggine che i primi tappi metallici spesso rilasciavano; o, se preferite, l’agrume attenuava quel gusto “skunky” causato dall’utilizzo di una bottiglia trasparente che non protegge per nulla la birra dalla luce. Una spiegazione più fantasiosa cita un episodio del 1981, avvenuto in un locale della California, in cui un barista inventò questo modo di servire la Corona ai propri clienti nell’ambito di una scommessa con un proprio collega: volevano vedere se riuscivano a creare una “tendenza” e poi a diffonderla.  Il fatto venne inizialmente riportato nel libro Buy-ology (2008) di Martin Linsdrom e fu poi ripreso da numerose riviste e giornali, diventando così la versione più “accreditata”.  Ma come la moda abbia fatto a diffondersi così rapidamente da un piccolo bar della California a tutti gli Stati Uniti, è un altro enigma da svelare.  
In verità pare che quasi nessun messicano la beva in questo modo (qualcuno può confermare?), e che i bar la servano con lo spicchio lime solo ai turisti stranieri. I più maligni (e io no?) sostengono invece che la fetta di lime abbia semplicemente la funzione di dare un po’ di gusto ad una birra praticamente insapore. 
Dopo le tante, forse troppe parole, passiamo alla pratica. Questa la lista degli ingredienti riportati sull’etichetta destinata all’Italia:  acqua, malto d'orzo, riso/granturco, luppolo, antiossidante E300 e  addensante E405. Se le sigle vi spaventano, sappiate che l’E300 (acido L-ascorbico)  viene utilizzato per la sua funzione antiossidante e per evitare l’imbrunimento del bel colore dorato esaltato dal vetro trasparente;  l’E405 (alginato di glicole propilenico) viene invece utilizzato per aumentare la consistenza e la durata delle bollicine. Niente che vi possa far male, ci mancherebbe. La Corona Extra rientra in quella categoria delle "Adjunct Lager": birre leggere, poco amare, frizzanti e dal basso contenuto alcolico che utilizzano succedanei dei cereali come ad esempio granoturco e riso.
Evito il rituale della bevuta a canna e dello spicchio di lime, versando Corona Extra nel bicchiere, ovviamente appena prelevata dal frigorifero, freddissima come lei stessa richiede. E' dorata e perfettamente limpida, in modo da permettere di ammirare le vivaci colonie di bollicine che attraversano diligentemente tutto il bicchiere, dal basso verso l'alto: della schiuma posso testimoniare solamente il colore bianco, visto la velocità con la quale si dissolve senza lasciare traccia. 
L'aroma, se così si può chiamare, è di bassissima intensità: mais, riso, qualche remotissima suggestione di miele. Non serve dare la colpa alla bassa temperatura di servizio, anche a temperatura ambiente non cambia nulla. Al palato è il trionfo dell'acquosità, mediamente carbonata, condizione necessaria per una birra che deve scorrere veloce per permettere al bevitore di finirla il più rapidamente possibile per poi ordinarne un'altra. Il gusto? Ah sì, quasi non me ne ero accorto. Bevuta "ghiacciata" è praticamente acqua frizzante colorata di giallo, con una lieve presenza di mais. Lasciatela riscaldare un po' se volete un spruzzatina di miele ed un po' più di mais. La ricerca disperata di sapore mi porta ad avvertire anche una leggera parvenza di agrumi, ma forse è la mia suggestione che inconsciamente vorrebbe uno spicchio di lime all'interno del bicchiere. Il consiglio è comunque di berla molto fredda, in quanto l'alzarsi della temperatura ne aumenta un po' la dolcezza e ne riduce la discreta secchezza, facendo venire meno quelle che sono le sue uniche funzioni: dissetare e rinfrescare. Come l'acqua, appunto. Chiudo confermando che la bottiglia non ha assolutamente sofferto di "cattivi odori" dovuti al "colpo di luce": ho sentito dire che il vetro trasparente della Corona sarebbe dotato di appositi filtri protettivi, ma non ho trovato informazioni a riguardo.  Ho prelevato la bottiglia da un cartone semi-chiuso al supermercato, quindi poco esposta alla luce, ma non credo sia stato questo a preservarla: del resto il responsabile dello "skunk" da colpo di luce è il luppolo, e in questa birra credo che ne sia stato messo davvero molto, molto poco.
Formato 35.5 cl., alc. 4.5%, lotto o26 05:39, scad. 17/02/2016, pagata 1,45 Euro (supermercato, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 maggio 2015

Birra Moretti alla Piemontese, alla Siciliana, alla Friulana

2015 anno ricco di novità per Birra Moretti, il marchio italiano di proprietà della multinazionale Heineken e nominata Official Beer Partner di Expo 2015.  Fin qua nulla di strano, o vi aspettavate che qualche microbirrificio italiano mettesse a disposizioni i fondi necessari per la sponsorizzazione dell'evento?  Il binomio Moretti-Expo non è tuttavia iniziato nel migliore dei modi, con la lettera di “protesta” inviata da Unionbirrai nei confronti di un servizio di Studio Aperto nel quale un servizio sulla birra artigianale veniva mandato in onda proprio dall’interno del padigione Expo di Moretti, che artigianale (qualsiasi cosa si voglia intendere con questa parola) sicuramente non è. 
Da qualche mese Birra Moretti ha inoltre rifatto un po’ il look delle proprie etichette ed ha lanciato quattro nuove specialità chiamate “Le Regionali”: queste birre, caratterizzate dall’utilizzo fra gli ingredienti di un prodotto tipico dell’area geografica di riferimento, ricalcano un po’  il percorso fatto dalla cosiddetta “birra artigianale” sino a qualche anno fa, appellandosi al tanto abusato concetto di “territorialità”. Mi sembra che ultimamente si sia un po’ placata la tendenza dei microbirrifici di utilizzare l’elemento “strano”  o  “locale” per dare visibilità alle proprie birre, puntando piuttosto sugli stili classici: ma fino a pochi anni fa vi erano birrifici (alcuni di loro non più attivi) che annoveravano tra le proprie produzioni una birra al tartufo, una al basilico, alla liquirizia e allo zafferano, giusto per citare i primi che ricordo, o addirittura con ingredienti afrodisiaci
L’eco delle nuove specialità regionali di Moretti si è ben presto diffuso in rete grazie al comunicato stampa ufficiale prontamente ribatutto da blog, compiacenti e/o prezzemolati siti gastronomici, foodies e food consultants. La presentazione è avvenuta nell’ultima edizione di Identità Golose, che ovviamente annovera Birra Moretti tra i suoi sponsor. Finche c’è trasparenza, nulla di male.  
Ovviamente la loro presenza è assicurata tra gli “alti cibi” (sic) che si trovano sugli scaffali di Eataly e nei suoi ristorantini tematici, per proseguire il “percorso di diffusione della cultura birraria che Birra Moretti promuove fin dal 2007 e di cui, la partnership con Eataly, è il naturale proseguimento”, visto che “sposa i suoi stessi valori fondanti: qualità, italianità, convivialità”. Sappiate inoltre che le quattro birre “Regionali” sono state  “studiate all`origine dai mastri birrai di Birra Moretti in collaborazione con due `mostri sacri` dell`alta ristorazione: lo chef stellato Claudio Sadler e il sommelier Presidente ASPI Professor Giuseppe Vaccarini”. I miei complimenti, perbacco. 
Passiamo all’assaggio: ho volutamente tralasciato la Moretti alla Toscana, prodotta con l’orzo della Maremma, per concentrarmi sulle altre tre che vedono l’utilizzo di ingredienti meno tradizionali. 
Iniziamo dalla Birra Moretti alla Piemontese: gli ingredienti scelti sono (l’estratto di) mirtillo rosso della Val Sangone assieme al riso DOP Sant’Andrea (25%); l’etichetta elenca anche aromi naturali e la descrive dal “gusto insolito, intrigante e piacevolmente acidulo con sentori di erbe aromatiche, caramello di mirtillo e note di cereali”. Nel bicchiere è di un limpidissimo color oro antico carico, con qualche riflesso ambrato; perfetta la schiuma, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Il naso è poco intenso: sentori di amido di riso e cereali, il dolce dello sciroppo di mirtillo che “lega” abbastanza bene con le note del miele, anche se il risultato non è assolutamente elegante. DNA “industriale” rispettato in bocca: prima di tutto la facilità di bevuta e la scorrevolezza, quindi corpo leggero, poche bollicine, acquosità. Il gusto è d’intensità piuttosto modesta, del tutto paragonabile ad una Moretti “standard”:  una vaga idea di biscotto e di miele, chiusura amaricante erbacea sgraziata che ricorda un po’ la gomma bruciata, e quella nota artificiosa di sciroppo di mirtillo che ogni tanto fa capolino. C’è un po’ di diacetile e il palato a fine corsa rimane sempre un po’ appiccicoso ed impastato: ne risulta una birra poco dissetante, che tuttavia invoglia ad un altro sorso proprio per pulire la bocca impastata. Strategia azzeccata, insomma.  La temperatura di servizio consigliata da Moretti ( 3-6 °C) è quasi corretta:  lasciatela riscaldare ed il mirtillo scomparirà evidenziando ancora di più i difetti (diacetile e gomma bruciata). 
Spostiamoci al sud per Birra Moretti alla Siciliana la cui ricetta, oltre a malto d’orzo e luppolo, prevede (estratto di) fiori di zagara siciliana, (estratto di) arancia e granoturco. Più chiara della Piemontese, si presenta limpida e dorata con un’impeccabile e cremosa testa di schiuma bianca, molto persistente. L’aroma evidenzia la zagara e l’arancia, ma il risultato è piuttosto artificiale  (personalmente mi ha ricordato purtroppo quello di alcune saponette o bagnoschiumi) e c’è anche un po’ di mais. In bocca replica perfettamente la Piemontese, con una facilità di bevuta inversamente proporzionale all’intensità del gusto che propone mais e cereali, arancia artificiale ed un finale amaricante erbaceo davvero sgraziato con parecchia gomma bruciata ed un po’ di plastica.  Di nuovo viene voglia di bere subito un altro sorso per allontanarne la sensazione poco gradevole e trovare un po’ di sollievo nel dolce dell’arancia che ricorda un po’ quelle spremute realizzate con il concentrato. Anche qui – pignoleria – lieve diacetile.  La “Regionale” in teoria più semplice da realizzare (una lager dal gusto agrumato!) è risultata alla fine la peggiore delle tre da me bevute. 
Il viaggio termina con la Birra Moretti alla Friulana che viene realizzata con (estratto di) mela renetta friulana, granoturco ed imprecisati aromi naturali. L’aspetto è quasi identico alla Siciliana, con il dorato che risulta appena più carico. L’aroma è completamente monopolizzato dalla mela verde: quello che nuovamente manca è la finezza, e i profumi di mela risultano piuttosto artificiali. Mouthfeel da capitolato Moretti: scorrevole, acquosa e leggera.  Alla fine è lei a risultare “la meno peggio” delle tre, rivelandosi perlomeno rinfrescante e dissetante, senza “impastare” il palato. Il gusto è piuttosto insapore, con una generale sensazione di granoturco dalla quale emerge ogni tanto la mela verde; il retrogusto amaro è più aggraziato, senza quella sensazione di  gomma bruciata che affligge le due sorelle. Bevuta fredda risulterebbe alla fine una “decente” lager industriale, non fosse per quell’insopportabile aroma artificiale di mela verde che personalmente ho trovato davvero fastidioso. 
Conclusioni? Non avevo nessun’aspettativa a riguardo e quindi non posso parlare di delusione o di sorpresa: sono tre prodotti industriali che devono necessariamente avere dei bassi costi di produzione, con tutto ciò che ne deriva. Più che nella produzione, si preferisce ovviamente spendere soldi in marketing.   Il livello mi sembra tuttavia inferiore ad altri prodotti industriali come ad esempio le ultime Poretti assaggiate, sebbene queste abbiano un costo superiore. Se volete bere bene, dovete guardare altrove e spendere di più.  Per la mela ci sono ottimi sidri “artigianali”, per il mirtillo vi indirizzo sulla Draco del Birrificio Montegioco e per la zagara perché non provare la  Nanai di Birra Malarazza? 
Per quel che resta, preferisco poi non entrare nel merito degli abbinamenti gastronomici che sicuramente saranno proposti in un svariato numero di eventi organizzati “ad hoc” e non commentare la consulenza di guru (stellati e non) che avrebbero presumibilmente collaborato alla realizzazione di queste regionali.
Dettagli:
Birra Moretti alla Friulana, alc. 5.9%, lotto 506438011, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Piemontese, alc. 5.5%, lotto 506413808, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Siciliana, alc. 5.8%, lotto 5047380SE, scad. 01/05/2016, 1.69 Euro al supermercato.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.