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venerdì 15 aprile 2016

Heineken, Bavaria Holland Premium Beer, Best Bräu Lager Beer, Poretti Tre Luppoli


Le cosiddette birre artigianali o “di qualità” si stanno diffondendo anche nella grande distribuzione, ma gli scaffali dei supermercati sono ancora dominati dalle lager industriali. La principale lamentela sulla “birra artigianale”  è relativa al costo: rispetto ad una industriale il prezzo al litro viene spesso moltiplicato da quattro a sei volte anche nei supermercati. Non intendo mettermi a discutere se valga la pena o no spendere così tanto per mettere nel carrello della spesa una birra buona:  una volta che si è saltata la staccionata che separa industriale da “artigianale” risulta difficile tornare a bere regolarmente birre che hanno tutte più o meno lo stesso scarso sapore.  
Eppure anche i prezzi delle “lager-industriali-tutte-uguali” non sono poi esattamente uguali tra di loro, anche se con frequente rotazione molte di esse si trovano in offerta speciale.  Prendiamo in esame alcune tra le birre più facilmente reperibili sugli scaffali: Heineken, Bavaria Premium Lager, Poretti 3 Luppoli e la Best Bräu del discount. E’ proprio questa la lager più economica, con un prezzo di 0,55 Euro per la lattina da 50 cl. che equivale a 1,10 Euro al litro; per la Bavaria bisogna spendere 1,74 Euro/litro (+58%), per la Poretti 3 Luppoli 2,39 € (+117%) e per la Heineken nella bella lattina cromata 2,78 Euro/litro (+153%). Questa differenza di prezzo è giustificata anche da una maggiore “qualità” (il virgolettato è d’obbligo) o quello che paghiamo in più è solamente il marchio? 
Per scoprirlo ho volutamente assaggiato queste quattro birre “alla cieca” per non farmi influenzare dal loro nome. Per quel che riguarda l’aspetto tutte e quattro sono assolutamente identiche nella loro dorata limpidezza; le uniche lievi differenze riguardano le dimensioni e la persistenza della schiuma, sempre perfettamente bianca e cremosa.  Quella meno generosa è della Poretti, all’estremo opposto si trova la Bavaria che, probabilmente grazie ad una percentuale di frumento dichiarata in etichetta, forma più schiuma che impiega più tempo a dissolversi. Ecco la descrizione delle birre nell’ordine in cui sono capitate negli anonimi bicchieri:

Numero 1:  Heineken.
L’aroma è di bassa intensità ma comunque percepibile: cereali, un accenno di mela verde e un tocco dolce che richiama il miele, o forse il mais. Non c’è molto ma per lo meno quel poco che c’è non presenta profumi sgradevoli. Al palato è ovviamente leggera, con una carbonazione media e la ovvia consistenza palatale acquosa.  Perfetta la corrispondenza tra gusto e aroma con l'identica bassa intensità: cereali e mela verde, mi sembra di sentire anche il dolce del mais anche se la lattina non ne specifica l’utilizzo. L’amaro del finale è appena percepibile solo quando la birra si scalda, mentre a temperatura fredda (ovviamente quella consigliata)  la chiusura è comunque abbastanza secca con il palato che rimane abbastanza rinfrescato e pulito.  Il gusto di questa lager è davvero ridotto ai minimi termini e rasenta il confine con l’acqua, ma personalmente lo vedo come un pregio, anziché un difetto. Svolge la sua funzione dissetante e rinfrescante con dignità, scorrendo senza nessun intralcio; anche l’amaro, che potrebbe risultare poco gradevole a qualche bevitore, viene praticamente azzerato.

Numero 2:  Best Bräu Lager Beer. 
L’intensità dell’aroma è ancora inferiore a quello della birra che l’ha preceduta, rasentando lo zero. Anche quel poco che c’è non è particolarmente gradevole: un ricordi di fiori secchi, un dolcino che richiama il granoturco. Meno bene anche al palato: leggerezza ed acquosità sono ok, mentre mancano un po’ di bollicine a rendere un po’ più vivace lo scorrimento. Molto scarsa anche l’intensità del gusto, ma leggermente superiore alla Heineken: dolcino di mais (o miele?), cereale. La chiusura amaricante, benchè cortissima, è qui maggiormente avvertibile e si porta dietro qualche breve istante poco gradevole e reminescente di plastica/gomma; il gusto è  nel complesso più dolce, la chiusura è meno secca e il palato rimane in compagnia di una lieve patina dolciastra. Ne risulta una birra molto meno dissetante (o più “pesante”,  se preferite) dell’Heineken: in questo la caso la sua intensità più elevata si rivela un boomerang negativo, visto che la gradevolezza non è certo di casa. Non è più prodotta dalla birrificio Castello di Udine ma dalla Hofbräuhaus Vertriebs in Germania.

Numero 3:  Poretti Tre Luppoli
La saga dei numeri Poretti, che ricordo essere è solo il nome della birra e non indica le tipologie di luppolo utilizzate,  è qui ai minimi termini: solo 3. L’aroma è di discreta intensità, se rapportato alle altre: pane e miele, ma il dolce si porta anche dietro un pochino di diacetile che mette fuori la testa quando la birra si scalda. Anche lei è penalizzata da una carbonazione un po’ sottotono che le toglie  vitalità. L’intensità del gusto è sicuramente inferiore a quella dell’aroma ed è paragonabile al livello Heineken; non c’è ovviamente fragranza ma solo una generica sensazione dolce di pane/miele, con un lieve tocco amaricante erbaceo. Il lieve diacetile ne pregiudica tuttavia la secchezza e quindi il potere dissetante: mi sembra "meglio" della Best Brau ma non riesce a rinfrescarmi come la Heineken.

Numero 4: Bavaria Holland Premium Beer
Il naso oltre alla canonica scarsa intensità non è neppure particolarmente gradevole: passabile il cereale, male quella nota di fiori secchi che non trasmette certo freschezza. Il gusto è invece il più intenso tra le quattro lager: fosse buona sarebbe una caratteristica senz'altro apprezzabile, ma in questo caso il risultato non è altro che quello di mettere in risalto gli aspetti negativi di questa birra. Sopportabile la parte dolce (miele, pane, cereali) ma l'amaro finale è un piccolo trionfo di gomma/plastica che, sfortunatamente, appesantisce la bevuta e ne pregiudica la vocazione rinfrescante. E' la più amara delle quattro ma anche la meno dissetante, con il palato che rimane sempre un po' appiccicoso di dolce: ci è voluto un sorso di acqua Heineken per ripulirlo. La sensazione palatale è invece nella norma, con la giusta quantità di bollicine.

Le conclusioni.
Non sono birre di qualità o artigianali, quindi le mie considerazioni si adattano al contesto cercando di analizzarle con obiettività; sarebbe troppo facile liquidarle tutte con un "fanno schifo", ma nessuno è nato bevendo "birra artigianale", tutti siamo partiti bevendo birre industriali e abbiamo continuato a farlo per diversi anni con piacere. Inutile quindi scandalizzarsi se c'è chi continua a berle o se c'è chi trova invece disgustoso una birra "artigianale" che sa di pompelmo o di aghi di pino o di yogurt andato a male. 
Parto dal presupposto che una lager debba sopratutto rinfrescare e dissetare chi la beve: un risultato che si può ottenere anche con l'acqua, certo, ma la birra offre quella leggera ebbrezza ed euforia che l'acqua non può dare. Il primissimo sorso di birra fresca, in una calda giornata estiva,  ha sempre quell'effetto "magico" sul palato, anche se la birra è industriale e dopo alcuni sorsi risulta praticamente insapore.  Con questi presupposti, darei la mia "preferenza" alla Heineken; delle quattro birre è quella più "pulita" e priva di difetti o sgradevolezze. Il merito va sicuramente alla bassissima intensità del gusto, elemento strategico per evitare le brutte sorprese derivanti dalla necessità di produrre a basso costo: ma è anche quella più secca e quindi quella che offre maggior refrigerio. All'estremo opposto metterei la Bavaria, la cui "intensità" (il virgolettato è sempre obbligatorio) è inversamente proporzionale alla sua piacevolezza: meglio la Best Bräu, che ha oltretutto un costo anche minore. Al di là del nome, di luppolo non c'è ovviamente traccia nella Poretti, che come gradevolezza ho trovato leggermente migliore della Best Bräu, ma costa al litro il 117% in più. L'Heineken è anche la più cara tra le quattro lager, arrivando a costare il 153% in più della Best Bräu del discount: stiamo parlando di poco più un Euro per una lattina da 50 cl., cifre ormai sconosciute a chi in Italia è ormai stato contagiato dalla passione per la birra di qualità o artigianale.  

Nel dettaglio:
Heineken, formato 50 cl., alc.  5,0%, lotto 5218380BG, scad. 01/08/2016, 1.39 Euro
Bavaria Holland Premium, 50 cl., alc. 5,0%, lotto BZN940805L, scad. 01/05/2017, 0.87 Euro
Best Bräu Lager Beer, 50 cl., alc. 4,8%, lotto 21K4 22:19, scad. 01/12/2016, 0.55 Euro
Poretti Tre Luppoli, 33 cl., alc. 4,8%, lotto J151619D, scad. 01/09/2016,  0.80 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 13 marzo 2016

Poretti 6 Luppoli Bock Rossa vs. Birra Moretti La Rossa

Oggi a confronto due "rosse doppio malto" nazionali: La Rossa  di Birra Moretti  e la 6 Luppoli Bock Rossa del Birrificio Poretti. All'appello manca la Peroni Gran Riserva Rossa, ma la sua gradazione alcolica  (5.2%) inferiore di un paio di gradi alle altre mi ha portato ad escluderla. 
Entrambe sono prodotte sul suolo italiano, ma come saprete Moretti e Poretti sono due marchi controllati da multinazionali; facciamo un breve excursus storico.  
Nel 1859 Luigi Moretti fonda ad Udine la Fabbrica di Birra e Ghiaccio, detenendone la proprietà sino al 1989 per poi cederla ai canadesi della Labatt; nel 1995 il passaggio ai belgi di Interbrew che, dopo solo un anno, la vendettero ad Heineken ancora oggi proprietaria. Lo stabilimento originario fu chiuso nel 1992, la produzione continuò a San Giorgio di Nogaro sino alla cessione (su mandato dell'Antitrust) al Gruppo Birra Castello del 1997; se volete invece approfondire la storia del "baffone Moretti", andate qui
Abbastanza simile anche la storia del Birrificio Poretti, fondato da Angelo nel 1877 ad Induno Olona; nel 1939 il passaggio ai conti Bassetti che nel dopoguerra cercano di risollevarlo da una pesante crisi finanziaria incorporandolo al Birrificio Spluga già di loro proprietà. Nel 1975 entrano i scena i danesi di Carlsberg coi quali viene raggiunto un accordo per la produzione e la commercializzazione sul suolo italiano dei marchi Tuborg e Carlsberg; nel 1982 la famiglia Bassetti cede alla Carlsberg il 50% delle azioni aggiungendone un altro 25% nel 1998, quando l'azienda  cambia il proprio nome in Carlsberg Italia. Il passaggio dell'ultimo 25% d'azioni avviene nel 2002.
Passiamo ora al confronto, partendo dalle etichette: acqua, luppolo, malto d'orzo e sciroppo di glucosio per Poretti, la cui descrizione commerciale recita "una birra dal gusto di malto tostato con venature di caramello e liquirizia. Un’intensa luppolatura per una rossa corposa dalla spiccata personalità. Luppolo dominante Saaz". A questo proposito ricordo che il numero di luppoli che danno il nome alle varie Poretti non corrisponde a quelli poi effettivamente utilizzati; si tratta semplicemente di una denominazione commerciale.
Cambio di "look" per La Rossa di Moretti, che da qualche tempo inneggia al "malto brunito", ovvero  quel “colpo di fuoco a 105°C con cui i nostri mastri birrai trasformano l’orzo puro in malto. Il risultato è il tipico colore brunito di questa birra e il suo gusto straordinariamente morbido e pieno con sentori di caramello e liquirizia".  Più interessante è la temperatura di servizio consigliata (3°C!) e il fatto che "per gustare al meglio Birra Moretti La Rossa è indicato un bicchiere che impedisca la formazione di schiuma abbondante e ne favorisca la percezione del profumo". 
Partiamo dall'aspetto: la Poretti Bock Rossa è in verità limpida ed ambrata, con venature color rame e una schiuma ocra fine e cremosa, meno generosa e meno persistente rispetto a quella della Moretti; costei ha una livrea più scura, l'ambrato è carico con intensi riflessi rubino. Anch'essa limpida, molto bella, è sormontata da una testa di schiuma color crema compatta e cremosa, molto persistente.
Il confronto visivo va ad appannaggio della Moretti che "vince" anche quello olfattivo: più intenso e meno "artificioso", il suo aroma offre sentori di pane nero, caramello e ciliegia sciroppata. C'è anche una leggera ossidazione che in sottofondo porta qualche nota meno elegante di cartone bagnato. Piuttosto bassa l'intensità della Poretti, e quel che c'è non è affatto elegante: l'impressione è di uno sciroppo di ciliegia, quasi di caramella ripiena, con leggerissimi accenni al pane nero e al caramello. La sensazione palatale è invece pressoché identica: corpo medio, poche bollicine, ottima scorrevolezza con la Moretti che scivola un pelino troppo nell'acquoso dopo un ingresso morbido.
Il gusto de "La Rossa" è perfettamente coerente con l'aroma: pane nero, caramello e ciliegia danno forma ad una sorta di sciroppo piuttosto dolce che presenta qualche nota di prugna e di diacetile. L'intensità non è affatto male, l'amaro è praticamente assente eccezione fatta per una punta terrosa che ha il compito, assieme al finale acquoso, di spegnere un po' la dolcezza. Nel retrogusto un po' appiccicoso compare un po' di calore etilico che affianca le note di biscotto al burro e quelle di caramello; nel complesso la bevuta risulta completamente priva di fragranza e di eleganza ma comunque sopportabile.
La 6 Luppoli di Poretti risponde con un gusto altrettanto dolce di caramello, pane e sciroppo di ciliegia, riproponendo quella sensazione "artificiosa" già presente all'aroma. In internet ci si diverte sempre con "i numeri virtuali del luppolo di Poretti" ma bisogna ammettere che in questa "bock rossa" c'è effettivamente una chiusura amaricante quasi sorprendente. Il livello è modesto - intendiamoci - ma rispetto alla Moretti la differenza è evidentissima. Il suo amaro  terroso e di frutta secca (mandorla) è tuttavia molto sgraziato e poco gradevole;  anche la 6 Luppoli non si fa mancare un tocco di diacetile ma sopratutto la sua bevuta risulta molto meno morbida ed armonica e lascia una scia dolce ed appiccicosa di caramello e sciroppo di ciliegia. L'alcool fa il suo ingresso da subito quasi "a gamba tesa", in maniera scomposta e senza mai davvero amalgamarsi con gli altri elementi del gusto; molto meglio il delicato "warming" della Moretti che arriva solo a fine corsa.
Le conclusioni? Tra le due ho senz'altro preferito La Rossa di Moretti, che in quanto prodotto industriale dal costo contenuto è risultato bevibile e "quasi" sulla soglia della sufficienza: non è di certo una birra che vorrei trovarmi nel bicchiere, ma per lo meno si riesce a finire. Malaccio la Poretti: pervasa da una nota di ciliegia artificiosa che la rende stucchevole e poco sopportabile, e nemmeno i "sei" luppoli riescono a salvarla e a permettermi di finire la bottiglia.
Nel dettaglio:
Poretti 6 Luppoli Bock Rossa, formato 33 cl., alc. 7%, lotto J15042J, scad. 05/2016.
Birra Moretti La Rossa, formato 33 cl., alc. 7.2%, lotto 50gg3801 1, scad. 06/2016.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 8 agosto 2015

Poretti 9 Luppoli Porter

Il “trittico” dei 9 luppoli Poretti si completa con la Porter; dopo la Witbier e la India Pale Ale, assaggiate qualche mese fa, ecco il marchio di proprietà Carlsberg alle prese con una birra “scura”, una tipologia che nel nostro paese i marchi industriali raramente propongono.
Ricordo brevemente che tra le multinazionali operanti in Italia Carlsberg  - attraverso Poretti - è l’unica ad aver tentato è di avvicinarsi al mondo “artigianale” andando oltre le semplici definizioni “doppio malto”, “birra chiara/rossa” e iniziando ad utilizzare una terminologia più appropriata, con riferimento a precisi stili brassicoli e materie prime. Il marketing ha deciso di legare Poretti al luppolo, e così anche uno stile (stout/porter)  nel quale normalmente i luppoli non sono in evidenza viene raccolto sotto la linea “9 luppoli”;  e sebbene – lo  ricordo - il numero “9” non indica assolutamente i luppoli utilizzati in realtà, il nome fa comunque istintivamente pensare ad una birra dove di luppolo ce ne sia stato messo parecchio. In questo caso ci informano che quello predominante è lo “Styrian Golding, un luppolo dall'aroma delicato coltivato principalmente al confine tra Austria e Slovenia”; secondo la descrizione commerciale è “una birra scura, dalle meravigliose note tostate di caffè e cacao. Un gusto deciso per chi non ha paura di osare e provare emozioni forti. Da gustare nei momenti che contano”. 
Versata nel bicchiere ha un colore ebano scuro, con limpidi riflessi rossastri; la schiuma beige è compatta e cremosa ed ha una buona persistenza.  Al naso ci sono sentori di pane nero e pumpernickel, caramello, ciliegia ma anche una leggera punta di cartone bagnato (ossidazione?).  Sulla lattina sono ben in evidenza le parole “scura e corposa”, ma in verità la Porter di Poretti ha un corpo tra il medio e il leggero, un “tasso” di acquosità un po’ troppo elevato e poche bollicine. La bevuta è un po’ slegata ed attraversata da qualche nota metallica, mentre il gusto latita: le tostature sono quelle del pane e c’è il dolce del caramello, ma l’intensità è davvero scarsa. Il viaggio termina con un finale piuttosto acquoso, dal quale emerge un leggero retrogusto amaro dove la componente terrosa (luppolo, luppolo!) è predominante rispetto a quella tostata. Una birra piuttosto deludente, dove c’è poco gusto e quel poco che c’è è davvero poco elegante.  Il risultato finale (al di là della fermentazione alta/bassa) mi sembra più paragonabile ad una delle tante dark lager o schwarzbier industriali.  Porter? Un indizio, probabilmente.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto J15077P, scad. 03/2016, pagata 1.75 Euro (supermercato, Italia).
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 21 aprile 2015

Poretti 9 Luppoli Witbier & India Pale Ale

Mentre negli Stati Uniti la cosiddetta birra “artigianale” (o di qualità) in lattina si sta diffondendo sempre più, e anche in Inghilterra alcuni piccoli birrifici hanno iniziato a “inscatolare” la birra, nel nostro paese non c’è ancora nessuno che ha tentato questa strada; troppi alti i costi d’acquisto di una linea produttiva e troppo elevati i numeri che bisogna poi fare per renderla redditizia, senza considerare le maggiori difficoltà tecniche correlate alla procedura di “messa in lattina”. Lo scenario italiano si completa con un calo generale del consumo di birra all’interno del quale continua però a crescere la cosiddetta “birra artgianale”; le grandi multinazionali non possono certamente stare a guardare senza fare nulla, ed ecco che mettono in pista le prima contromisure per invertire il trend e riguadagnare quote di mercato. Tra le multinazionali operanti nel nostro paese c’è la Carlsberg che possiede il marchio Birrificio Angelo Poretti, quello che nel corso degli ultimi anni più si è avvicinato al mondo “artigianale” andando oltre le semplici definizioni “doppio malto”, “birra chiara/rossa” e iniziando ad utilizzare una terminologia più appropriata, con riferimento a precisi stili brassicoli e materie prime utilizzate. 
Oltre a chiamare le proprie birre “4, 5, 7, 8, 10 luppoli” (ricordo che il numero non coincide assolutamente con quelli poi utilizzati in realtà) si fa riferimento a “Saison” e,  da poco, a Witbier e India Pale Ale. Complice l’imminente Expò di Milano, del quale è  “birra ufficiale del Padiglione Italia”, la Poretti ha proprio in queste settimane lanciato due nuovi prodotti, disponibili solamente in lattina, un formato pratico e strategicamente funzionale vicina stagione estiva (spiaggia, pic nic, scampagnate..). Devo però dare una tirata d'orecchie all'ufficio marketing/comunicazione del birrificio:  le due birre si trovano già sugli scaffali dei supermercati ma sul sito ufficiale di Poretti non compaiono ancora. 
Partiamo dalla 9 Luppoli Witbier, uno stile che non è certamente noto per l’abbondante luppolatura,  ma che è una scelta produttiva non casuale in quanto (e me lo confermano alcuni gestori di beershop) è uno tra gli stili più richiesti dalla clientela: quasi ogni birrificio (artigianale) italiano ha nella sua gamma una “birra bianca” o una “blanche”; sulla lattina si fa però comunque riferimento ad un luppolo predominante (sic.) in particolare, il Sorachi Ace, reso “celebre” in Italia da Bruno Carilli (un ex Carlsberg!) con la Zona Cesarini di Toccalmatto. 
Perfetto il suo colore giallo paglierino opalescente, con un bianchissimo cappello di schiuma, cremosa e compatta, molto persistente. L’aroma (pulito e di discreta intensità) offre scorza d’arancio e banana, la freschezza acidula del frumento, una leggera speziatura di coriandolo, una suggestione di menta.  In bocca pecca un po’ di bollicine, che in numero maggiore le avrebbero senz’altro donato più vitalità: è leggera e scorrevolissima, con un’intensità non male per una birra industriale: ritornano la banana e l’arancio, qualche nota di cereali e il tutto sfuma veloce in un finale che è però  un po’ troppo acquoso e sfuggente, che stride un po' con il resto della bevuta nella quale questa Witbier aveva mantenuto una buona presenza palatale. Con una leggerissima nota amaricante erbacea nel retrogusto, è una blanche che svolge onestamente la sua missione di dissetare e rinfrescare, guadagnandosi (direi ampiamente) la sufficienza. Un po’ meno favorevole il discorso prezzo:  5,42 Euro al litro sono pochi rispetto ad una “artigianale italiana”, ma  con un po’ di fortuna ogni tanto si trovano nei supermercati delle blanche/witbier belghe ad un prezzo uguale o forse inferiore.
Il mio parere sulla 9 Luppoli India Pale Ale è invece abbastanza impietoso: ambrata, di una limpidezza un po’ inquietante, forma un bel cappello di schiuma ocra, compatta e cremosa, anch’esso dalla buona persistenza. Al naso c’è una fastidiosa nota metallica che va ad impreziosire un aroma già di suo abbastanza dimesso, sebbene sia in lattina soltanto dallo scorso marzo: il Cascade citato sulla lattina si sente a malapena, con qualche remoto profumo di agrumi e di pino; l’aroma predominante, se così si può dire, mi ricorda piuttosto il terriccio umido, il sottobosco. Il naufragio di questa nave diretta verso le indie (cito il falso mito sulla nascita delle IPA) si completa al palato dove c’è tanta, troppa acqua e poco, troppo poco gusto: si avverte un pochino di biscotto, forse di caramello, ancora un po’ di fastidioso metallo e un pochino di marmellata d’agrumi. Il corpo è medio-leggero, con una spiccata acquosità e poche bollicine: abbastanza sgraziato il finale amaro (il cui livello è ovviamente nei limiti della tollerabilità anche di un palato non abituato a tanti IBU), erbaceo e leggermente terroso che non si fa mancare una leggera astringenza.  Se la Saison bevuta qualche tempo fa e la Witbier di Poretti non mi erano tutto sommato dispiaciute, questa India Pale Ale è venuta davvero male e non m’invoglia certo al riacquisto, nonostante la lattina parli di una "personalità esplosiva grazie al bouquet speciale di luppoli (tra i quali è) predominante il Cascade, il luppolo più ricercato dai birrifici statunitensi".
Continua quindi la mia personale ricerca di una birra italiana “da battaglia” a basso prezzo, di buona qualità, da potersi portare in spiaggia, nello zaino, ovunque: al momento non sono ancora riuscito a trovare niente di soddisfacente.
Nel dettaglio:
Poretti 9 Luppoli Witbier, alc. 5,2%, lotto J15077W, scad. 01/03/2016, pagata 1,79 Euro (supermercato, Italia) 
Poretti 9 Luppoli India Pale Ale, alc. 5.9%, lotto J15077S, scad. 01/03/2016, pagata 1,79 Euro (supermercato, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 16 febbraio 2015

Poretti 8 Luppoli Saison Chiara

Fa ancora discutere lo spot pubblicitario Budweiser trasmesso durante la finale del Superbowl USA 2015, nel quale la multinazionale si prendeva gioco (con un po’ di ragione, in verità) di alcuni atteggiamenti dei beergeeks, più interessati a dissezionare il contenuto del bicchiere piuttosto che a berlo.  Al di là della provocazione mediatica, è indubbio che nel corso degli anni la cosiddetta “birra artigianale” ha guadagnato fette di mercato a scapito dei prodotti industriali, negli USA più che altrove, costringendo le multinazionali e fare i conti con un “competitor” che fino a pochi anni era stato semplicemente ignorato. 
In Italia la situazione è alquanto diversa, con la fetta di mercato conquistata dalla “birra artigianale” che è ancora molto, molto piccola; contrariamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti, i pesci grossi non hanno ancora iniziato a mangiare (acquistare) quelli “piccoli”,  accontentandosi per il momento di introdurre alcuni prodotti di fascia “premium” che emulano le birre artigianali (vedi le ultime specialità regionali di Birra Moretti) o destinati alla ristorazione. 
A luglio 2012 vi parlavo della Poretti 7 Luppoli  che con quella parola “Cascade” in etichetta, sconosciuta dalla maggior parte dei consumatori abituali di birra e nota solo ad una piccola cerchia di appassionati, rappresentava una piccola svolta. A qualche anno di distanza il marchio Poretti (di proprietà della multinazionale Carlsberg, lo ricordo) ci riprova, aumentando il numero: nasce la Poretti 8 Luppoli Saison Chiara. Di nuovo una parola (Saison) che ha significato solo per un bevitore un po’ “evoluto”,  seguita subito da un aggettivo (“chiara”) pleonastico ma rassicurante per chi la birra l’ha sempre acquistata sugli scaffali del supermercato in base al colore: definire una Saison chiara è  un’informazione assolutamente superflua per chi sa cosa è una Saison.
Tra pochi mesi a Milano sarà di scena l’Expo 2015: Birra Poretti (sic!) è stata scelta birra ufficiale di Padiglione Italia, in quanto assegnataria ufficiale della Piazzetta Tematica “Birra”.  In vista di questo evento, Alberto Frausin Amministratore Delegato di Carlsberg Italia ha già annunciato  che sono in preparazione una Poretti 9 e la 10 Luppoli, oltre ad una birra “champagne” creata appositamente per l’Expo che sarà presumibilmente chiamata “10 e lode” (a Notaresco saranno molto contenti per il nome originale). Se tutto questo non vi basta, sappiate che Birra Moretti  (gruppo Heineken)  è già stato nominato Official Beer Partner di Expo 2015,  all’insegna della valorizzazione della cultura alimentare italiana grazie a quei valori che dal 1859, fanno parte integrante del DNA di Birra Moretti: italianità, genuinità e qualità “sostenibili”.  Sapevatelo.   
E questa 8 Luppoli Saison Chiara ? Chiara lo è, leggermente velata, di colore dorato un po’ pallido: bene la schiuma, compatta e cremosa, bianca, molto persistente. L’aroma è abbastanza pulito ma non particolarmente intenso: sentori di arancia (scorza) e di cereali, lieve presenza di banana e di fiori secchi, una spolveratina di coriandolo tra le spezie. In bocca arriva molto leggera, ma per essere una saison ci sono troppo poche bollicine: la bevuta non è particolarmente vivace, sebbene facile, e la birra risulta un po’ slegata in alcuni passaggi. Il gusto è abbastanza coerente con i profumi: mollica di pane e tanto arancio, qualche lieve nota di banana, pesca, miele e coriandolo: il finale è corto e  leggermente amaro, non proprio elegantissimo, con note erbacee e di scorza d’arancio e con una leggerissima (ma perdonabile) impressione di gomma bruciata. 
E’ assolutamente priva di quel carattere rustico che sempre vorrei (dovrei!) trovare in una Saison, le birre che venivano prodotte dai contadini dell’Hainaut belga prima dell’arrivo dei mesi caldi, nei quali era impossibile birrificare, per essere bevute in estate durante il duro lavoro nei campi; erano una bevanda “corroborante” e senz’altro più salubre dell’acqua che a quel tempo era spesso era infetta e pericolosa da bere. 
Questa 8 Luppoli Saison Chiara è invece piuttosto simile ad una wit/blanche, una birra “docile”, rinfrescante e facile da bere, dolce e non molto secca, caratterizzata da tanta arancia e lieve coriandolo: non è particolarmente fragrante e neppure vivace, ma è pulita ed esibisce una discreta intensità, elemento da non dare per scontato quando si parla di birre industriali, che spesso risultano piuttosto annacquate e scialbe. La sufficienza la conquista, ma il suo prezzo (5.90 Eur per 75 cl.) non mi fa venire molta voglia di ricomprarla: a quel livello e dintorni, in molti supermercati, si trova con un po’ di fortuna il Belgio “originale”. 
Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto LJ14324L, scad. 11/2015, pagata 5.90 Euro (supermercato, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 23 luglio 2012

Poretti Non filtrata 7 luppoli Summer Cascade

Su questo blog abbiamo raramente ospitato dei prodotti “industriali”, ma la curiosità ci ha spinto ad acquistare una bottiglia di Birra Poretti, storico marchio italiano fondato nel 1877 da Angelo Poretti ma dal 1982 di proprietà del gruppo Carlsberg. La birra in questione c’interessa in quanto rappresenta forse un altro tentativo, da parte di un gruppo industriale, di entrare dalla porta di servizio del mondo della “birra artigianale”. Il discorso non riguarda solamente la “non filtrazione” sbandierata in etichetta ma anche l’inclusione, nel nome del prodotto, della parola “cascade”, una nota varietà di luppolo Americano. Siamo sicuri che la totalità dei consumatori abituali di birra industriale ne ignori il significato; probabilmente noterà solamente l’assonanza con la parola italiana “cascata”, e forse percepirà che si tratta di una birra estiva particolarmente rinfrescante?  Eppure c’è qualcosa che non ci convince completamente in questa strategia di Marketing. Chi conosce il cascade quasi sicuramente è un appassionato di birra (artigianale) che conosce anche il marchio “Poretti” e quindi difficilmente acquisterà la bottiglia, se non “una tantum”, per curiosità, come nel nostro caso. Ma c’è un “però”. La bottiglia in questione gode della distribuzione Eataly, si trova quindi almeno teoricamente tra le eccellenze alimentari italiane ed ecco che il suo target potrebbe essere chi si interessa e s'avvicina alla birra di qualità; oppure il “birrofilo” estero, che non consce il marchio Poretti. Il prezzo (1.80 € per trentatrè centilitri) la rende poco concorrenziale nei supermercati; basterà questa ridotta fascia di potenziali clienti a decretare il successo di questa Poretti Summer Cascade ai 7 Luppoli, sei dei quali non sono nominati ? Ma passiamo all’assaggio. Il colore è dorato, molto, troppo limpido per tenere fede alla promessa di“non filtrazione”; forse è più appropriato parlare di microfiltrazione ? Ad ogni modo, la bottiglia presenta comunque del sedimento sul fondo. La schiuma è molto persistente, cremosa e bianca. Cerchiamo il cascade nell’aroma, ed effettivamente tra sentori di cereali ed erbacei c’è un leggero aggrumato, dolce, caratteristico del luppolo americano; il naso è abbastanza elegante e pulito, anche se non molto pronunciato. Purtroppo le “novità” si fermano qui; in bocca questa birra non si discosta molto da una qualsiasi lager industriale: pochissimo corpo, carbonazione vivace e molta acqua. Stilisticamente dovrebbe invece essere una “Vienna”; il gusto è caratterizzato dal malto, ma l’intensità è davvero scarsa. C’è biscotto e un discreto livello di diacetile che la rende poco secca e molto poco “estiva”, con l’alcool che si avverte ben più dei “gradi” dichiarati (4.8%). Se i “sette luppoli” vi facevano pensare ad un lungo finale molto amaro, potete restare tranquilli, perché siamo sempre nei parametri rassicuranti di un prodotto industriale. L’amaro c’è, erbaceo, ma molto moderato, accompagnato da qualche altra nota di burro. Ci siamo volutamente limitati ad una descrizione organolettica del prodotto e non aggiungiamo altro, visto che preferiamo spendere i soldi in birra piuttosto che in avvocati. Formato: 33 cl., alc- 4.8%, lotto J12095N, scad. 07/2013, prezzo 1.80 Euro.