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venerdì 31 luglio 2020

CRAK Mundaka Sunshine

Tra i birrifici italiani Crak è probabilmente quello che ha meglio adottato un profilo internazionale e moderno, alla stregua di quanto stanno facendo i nomi più gettonati della scena craft europea ed americana. In Italia non si sono ancora raggiunti (e mai accadrà) i livelli di fanatismo degli Stati Uniti, con persone accampate al di fuori del birrificio per riuscire ad accaparrarsi una bottiglia di birra ma, a parte questo, a Crak non manca ormai nulla: lattine, grafiche moderne, sforna novità senza sosta (anche se ciò consiste in monotone variazioni del tema NEIPA), ha una bella taproom moderna e informale, organizza ogni anno il proprio festival e – novità 2020 – distribuisce in autonomia le birre, sia a privati che a locali e beershop.
Anche le poche birre che Crak produce tutto l’anno vengono periodicamente rinfrescate ed immesse sul mercato in edizione “speciale”, perché la gente vuole sempre bere qualcosa di diverso: è accaduto più volte  alla Guerrilla, la IPA della casa, e qualche settimana fa anche la session Mundaka ha partorito due gemelli chiamati Sunshine e Sunset.
Mundaka viene prodotta dal 2012, anno in cui i ragazzi di Padova avevano debuttato con la beerfirm chiamata Birra Olmo poi trasformatasi in Crak Brewery:  Mundaka nacque come Summer Ale, una birra estiva (3.5%) semplice e facile da bere, una sorta di gateway beer da proporre a chi magari ha sempre bevuto le blande birre industriali. Nel corso del tempo Mundaka si è trasformata prima in un’American Pale Ale e poi in una Session IPA, categoria che riscuote certamente più successo tra i clienti delle due precedenti, ed ha aumentato la sua gradazione alcolica 4.6%..  Anche il mix di luppoli è stato ovviamente modificato: quello attuale dovrebbe includere Simcoe e Citra. Lo scorso giugno ne sono arrivate due edizioni speciali chiamate Sunrise e Sunset, entrambe caratterizzate dal (necessario, se si vuole essere moderni) Double Dry Hopping.: per Sunrise Crak afferma di aver “esplorato nuovi confini della luppolatura. Abbiamo usato un nuovo metodo sperimentale che permette un’aggiunta esagerata di luppolo per un’ondata potente e deflagrante di profumi e aromi  senza alcuna increspatura astringente”.  La Sunset è invece “solamente” una versione DDH single-hop della Mundaka, con il luppolo Citra come protagonista.

La birra.
Visivamente ricorda un succo di frutta alla pera, la schiuma è modesta ed ha scarsa ritenzione: l’aroma è intenso, pulito e caratterizzato da una buona finezza per lo stile. Ananas, mango, pesca, pompelmo, profumi floreali e di altri frutti tropicali: c’è tutto quello che serve. Il “problema” (virgolette obbligatorie) di queste birre sottoposte ad un massiccio dry hopping è che sovente le aspettative create dall’aroma vengono poi un po’ deluse quando le si beve. In questo caso Mundaka Sunshine regala invece una bevuta piuttosto intensa, per essere una session beer, nella quale sono in evidenza soprattutto agrumi e carattere zesty, ma si notano anche interferenze dolci di frutta tropicale e di crackers. Ma la sorpresa più bella riguarda soprattutto il mouthfeel: morbido, assolutamente privo di asperità e spigoli. La sua natura NEIPA ne limita ovviamente un po’ la velocità di bevuta, ma è una birra che non stanca mai e che, nota di merito, non gratta in gola. L’amaro è moderato è educato, la chiusura è secca: una session di carattere nella quale la componente juicy non è estremizzata: una birra molto fruttata che sa ancora di birra, per intenderci. Un bel boost alla Mundaka, birra che non bevo da un po’ tempo ma che ricordo un po’ troppo timida: non so in  cosa consista questo nuovo metodo sperimentale di luppolare la birra che Crak dice di aver utilizzato, ma il risultato è assolutamente convincente.
Formato 40 cl., alc. 4.6%, scad. 23/11/2020, prezzo indicativo 5,00-6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 14 giugno 2018

CRAK Guerrilla Celebration 2018 NEIPA

Terzo cambio d’abito, anche se questa volta temporaneo, per la Guerrilla IPA del birrificio padovano CRAK.  Nel 2013 faceva il suo esordio “rivoluzionario” con la beerfirm Olmo che la descriveva come “una bionda luppolata da assalto, artigianale non filtrata nè pastorizzata che esorta a combattere l’iniquità della giustizia. E’ intollerante verso i politici che tramano intese segrete nel buio del palazzo e che si cuciono addosso il loro diritto su misura. Detesta i giochi pubblicitari delle false industrie che tra giri di parole, false metriche e tattiche verbali ci propinano i loro prodotti al solo fine di arricchire il proprio business. Sazia la sete degli attivisti che si alzano in piedi e rompono le regole del consueto. Le sue armi sono malto e tanto luppolo che, invece di mietere vittime, risvegliano coscienze”. 
Nel passaggio da Olmo (beerfirm) a CR/AK (birrificio) è arrivata la nuova etichetta e la ricetta ha subìto qualche necessario aggiustamento, pur mantenendo gli stessi luppoli: Mosaic, Galaxy e Simcoe. Meno amaro e più frutta tropicale: “le sue armi sono malto ed un’invasione di luppoli americani, Simcoe e Mosaic, e l’ australiano Galaxy che le donano uno spiccato aroma tropicale, mango, ananas e pompelmo su tutti”.  E Guerrilla è stata la protagonista della festa per  il terzo compleanno di Crak che si è tenuta alla fine di maggio al Parco Fenice di Padova: nei due giorni della Woodscrak Guerrilla Celebration una ventina di birrifici italiani e stranieri hanno animato un evento arricchito da musica live, offerta culinaria e possibilità di piantare letteralmente le tende per la notte. Questi i protagonisti delle spine: Beavertown, Birra Mastino,  Birrificio Italiano, Brasserie du Mont Saleve, Brekeriet, BrewFist, Brewski, Cerveja Letra, Extraomnes, Fox Farm, Fyne Ales, Garage Beer, Hammer, Jester King, Lervig,  Magic Rock, Mean Sardine, MØM Brewers, Other Half, Sleeping Village, Vento Forte.

La birra.
Per l’occasione la Guerrilla si è vestita di nuovo non una ma ben sei volte: sei infatti le differenti etichette con cui è stata commercializzata l’edizione Celebratrion NEIPA 2018.  “Lotta per ciò in cui credi, tutti possono e devono farlo! Per questa versione abbiamo pensato non ad una ma a sei vesti grafiche, ognuna con un diverso pugno Guerrilla in primo piano, per sottolineare ancora una volta che Guerrilla è per tutti.” Nella lattina il contenuto è invece lo stesso: si tratta di una versione New England della Guerrilla, con lievito Vermont ed un  massiccio Double Dry Hopping di Citra ad affiancare i luppoli tradizionali Mosaic, Galaxy e Simcoe. 
Nel bicchiere è di colore arancio pallido, opalescente ma non torbido da sembrare un succo di frutta: la schiuma un po’ scomposta ha una discreta persistenza. A dare il benvenuto c’è un aroma molto intenso e ricco di mango e ananas, pesca, arancia e pompelmo: in secondo piano qualche profumo “dank” ma anche qualche leggero odore meno nobile che richiama il vegetale e l’aglio.  Pulizia ed eleganza, come non di rado accade quando ci si cimenta col New England, non sono impeccabili. Il mouthfeel richiama le caratteristiche delle NEIPA senza tuttavia estremizzarle: c’è una leggera morbidezza, una delicata sensazione “chewy” che non influisce in maniera negativa sulla facilità di bevuta. Anche il fruttato (l’asse mango-ananas-pesca) non è esasperato e ciò sarà apprezzato da chi non ama molto le “juicy”; si chiude con un amaro dank/resinoso di breve durata ma buona intensità: non c’è il tanto temuto “grattare” in gola del pellet/vegetale ma ci andiamo vicino.  Il “problema” (virgolette obbligatorie) di questa lattina si chiama invece alcool, percepibile ben oltre quel  7.5% dichiarato in etichetta e più consono a una Double IPA: la bevibilità ne soffre e la componente etilica si fa sentire dall’inizio alla fine, riscaldando quello che di fatto è un succo di frutta. Non so voi, ma io un succo di frutta lo preferisco fresco e non ”caldo”. 
Bene ma non benissimo la Guerrilla Celebration 2018 NEIPA: qualche imprecisione di troppo e  qualche spigolo dovuto allo stile scelto che, se non viene eseguito con maestria, inevitabilmente scopre sempre qualche tasto dolente.
Formato 40 cl., alc. 7.5%, imbott. 17/05/2018, scad. 17/10/2018, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 4 giugno 2018

CRAK / Fyne Ales The Hunchback

Tra i birrifici italiani CRAK è probabilmente quello che sta facendo un percorso più simile, con le dovute proporzioni, a quello dei birrifici internazionali sulla cresta dell’onda: utilizzo del formato lattina anziché bottiglia, collaborazioni con birrifici europei ed americani, partecipazioni a festival internazionali (pensate al Hunahpu's Day di Cigar City in Florida) e una festa di compleanno (WoodsCRAK) tenutasi poche settimane fa alla quale hanno preso parte colleghi provenienti da tutto il mondo. Tra i più noti Jester King , Magic Rock, Other Half  e Beavertown.  Senza dimenticare il riconoscimento tutto italiano ottenuto lo scorso febbraio quando all’ultima edizione di Birra dell’Anno CR/AK è stato eletto birrificio dell’anno in virtù delle medaglie ottenute nelle rispettive categoria dalla Mundaka, dalle NEIPA DDH Amarillo e DDH Mosaic, da Cantina BV05, Dark Chili Pond e IGA Tap Crak. 
Una delle ultime nate in casa CR/AK è la Session IPA chiamata The Hunchback (il gobbo) realizzata assieme agli scozzesi di Fyne Ales e disponibile da inizio maggio. Il sodalizio tra i due birrifici si è poi ulteriormente rafforzato nel corso FyneFest che si è tenuto lo scorso weekend: una tre giorni di birra, cibo e musica organizzata sul terreno di proprietà di Fyne. Duecento le birre disponibili alla spina e una buona rappresentanza del nostro paese curata dal Ma Che Siete Venuti a Fa': Bionoc, Ca’ Del Brado, CR/AK, Extraomnes, Hammer, Hilltop, Lambrate, Rebel’s, Ritual Lab e Vento Forte.

La birra.
Ekuanot, Loral e Citra sono i protagonisti di questa Session IPA che riceve poi l’immancabile DDH – Double Dry Hopping (per stare al passo coi tempi) di Citra. 
Nel bicchiere si presenta di color arancio pallido opalescente, mentre la schiuma non è proprio il massimo alla vista: scomposta e grossolana, svanisce piuttosto velocemente. L’aroma è invece piuttosto gradevole, con intensi e freschi profumi di ananas, arancia e pompelmo, pesca, forse mango: c’è un buon livello di pulizia anche se ogni tanto nella macedonia di frutta fa capolino qualche lieve nota vegetale. Le intenzioni dei due birrifici erano di produrre una birra da bere e ribere, dal basso contenuto alcolico (3%) e con un corpo appagante: l’obiettivo è stato raggiunto è questa  Hunchback scorre a grande velocità senza derive acquose con un mouthfeel effettivamente gradevole. Anche il gusto mostra un’ottima intensità e un buon equilibrio; è una Session IPA “intelligente” nella quale i malti (pane e crackers) fanno sentire la loro presenza e la luppolatura disegna un educato fruttato tropicale seguito da un bel finale secco e un amaro (erbaceo e scorza d’agrumi) dall’intensità giusta da non stancare il palato ed invogliarlo subito a bere un altro sorso. 
Personalmente ad una session beer non chiedo altro che essere pulita e facile da bere pur mantenendo una buona intensità di profumi e sapori: missione compiuta per la Hunchback da CR/AK e Fyne Ales: una birra gradevole, dissetante e rinfrescante, ideale per i mesi che stanno arrivando.

Formato 44 cl., alc. 3.0%, imbott. 04/05/2018, scad. 04/10/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)                 
      
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 ottobre 2017

CRAK Grisette


Al contrario delle Saison, quello delle Grisette è un (sotto) stile ancora poco conosciuto e poco esplorato dai birrifici contemporanei; conviene allora approfondire un po’ l’argomento. Secondo quanto racconta Phil Markowski nel libro “Farmhouse Ales”  le nascita delle Grisette è conseguenza diretta dei cambiamenti nell’economia della Vallonia avvenuti alla fine del diciannovesimo. L’industria mineraria (carbone e pietre) stava crescendo a scapito dell’agricoltura e i birrifici iniziarono a produrre birre per dissetare tutti coloro che erano arrivati in Vallonia per lavorare nelle miniere. 
Non ci sono molte notizie storiche sulla nascita di queste birre e non c’è neppure certezza sull’origine di questo nome: “grisette” erano chiamate le giovani lavoratrici delle fabbriche che indossavano un abito grigio (gris, in francese). Pare che queste giovani portassero anche quei vassoi pieni di birre che accoglievano e rinfrescavano i minatori alla loro uscita dalle miniere; grigio era ovviamente il colore dei porfiriti (pietre) della Vallonia settentrionale, e di polvere grigia erano ricoperti i minatori al termine delle loro dure giornate di lavoro. Non è dunque difficile ipotizzare in quel periodo molti birrifici (almeno trenta, secondo quanto sostiene Joris Pattyn) producessero birre indirizzate a quei minatori che stavano velocemente sostituendo i braccianti agricoli.  
Secondo alcune fonti storiche le “grisette” erano leggere e rinfrescanti, generosamente (per gli standard dell’epoca) luppolate: non erano di solito utilizzate quelle spezie e quei cereali non maltati tipici delle Saison; per alcuni erano dorate, per altri ambrate. Tutti concordano invece sul loro basso contenuto alcolico (3-5%), inferiore a quello delle Saison, in quanto destinata a gente che doveva poi riprendere a lavorare. Ma lo stesso non poteva dirsi dei braccianti agricoli? Secondo Yvan De Baets esistevano “grisette jeune” (giovani), prodotte finché le temperature lo consentivano e  “grisette de garde”, prodotte da settembre a dicembre e destinate poi al consumo nei mesi più caldi, quando non era possibile birrificare. Vi erano probabilmente anche le  “grisette supériere” dal contenuto alcolico più elevato e probabilmente consumate nei ai giorni di riposo o a quelli di festa: con i “second runnings” delle grisette e venivano probabilmente anche prodotte delle “biere de table” dal contenuto alcolico ancora più basso e destinate a sostituire l’acqua. 
Nel corso del ventesimo secolo la parola Grisette è andata estinguendosi, rischio corso anche da quella Saison, "salvata" dal punto di vista brassicolo solamente dalla produzione Dupont. L’unico birrificio belga ad aver abbracciato il termine “grisette” è stato St. Feuillien, per motivi di marketing:  le sue Grisette Blanche, Grisette Blonde, Grisette Cerise e Grisette Fruits de Bois hanno poco a che vedere con la tradizione storica.


La birra.
A realizzare una delle poche Grisette italiane ci prova il birrificio CRAK, oggi sulla cresta dell’onda soprattutto per le sue New England IPA: la sua interpretazione moderna, oltre ad un generoso double dry hopping di Lemondrop e Hull Melon, prevede l’utilizzo di scorza di limone e d’arancia; i malti utilizzati sono Pilsner e Dextrine.  La gradazione alcolica (5.6%) è un po’ superiore a quella di una Grisette che sarebbe stata offerta ai minatori valloni.
Il suo colore è un arancio piuttosto pallido sul quale si forma un cappello di schiuma un po' scomposto dalla discreta persistenza. Al naso c'è una buona pulizia che permette di apprezzare i profumi di limone, cedro e polpa d'arancia; in sottofondo fenoli, erbe officinali, scorza d'arancia e un leggero carattere rustico. L'alcool è molto ben nascosto, quasi inavvertibile e questa Grisette scorre rapidamente senza nessun intoppo: il corpo è tra il medio ed il leggero, con una buona carbonazione a donarle una discreta vitalità. A supporto della generosa luppolatura c'è una base maltata piuttosto lieve che lascia intravedere crackers e miele; un velo di arancia zuccherata introduce un percorso finale, senza ritorno, ricco di agrumi: limone, cedro, pompelmo. Nell'amaro finale, di modesta intensità e durata, fa anche capolino una nota terrosa. Nel bicchiere c'è una birra molto bilanciata e discretamente secca: una leggera acidità la rende molto rinfrescante e dissetante, con un'intensità di sapori davvero notevole. Quello che un po' le manca è la caratterizzazione del lievito, quella nota rustica che mi aspetterei di trovare in una sorta di Saison: la bevuta è invece patinata, generosamente ed educatamente fruttata anche se un po' slegata in alcuni passaggi. Più luppolo che lievito in una birra è comunque estremamente godibile, da bere senza focalizzarsi su nome e contesto storico.
Formato: 33 cl., alc. 5.6%, imbott. 07/09/2017, scad. 07/01/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 5 giugno 2017

CRAK Hop Series HS25 Neipa: Loral, Citra, Amarillo, Mosaic

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la HS – Hop Series del birrificio CR/AK che ha da poco spento la sua prima candelina festeggiando il Woodscrak 2017 al parco Fenice di Padova: due giorni (26-27 maggio) che hanno visto alle 38 spine alternarsi le birre di case assieme a quelle di ospiti come Brewski, Cigar City, Fyne Ales, Magic Rock, Hammer, Nogne Ø, Põhjala, Mastino e Birrificio Italiano.  La settimana precedente CR/AK aveva anche inaugurato la propria Taproom, aperta dal mercoledì alla domenica a partire dalle ore 17,30. 
La Hop Series – ricordo -  racchiude birre prodotte occasionalmente con un diverso mix di luppoli selezionando “i migliori a disposizione”. Oltre a data d’imbottigliamento e shelf-life corta,  CR/AK s’impegna a garantire la catena del freddo, ovvero a far sì  che la birra  “sia sempre refrigerata, da quando lascia il nostro birrificio fino alla vostra pinta”; la  serie fu inaugurata a giugno 2015 con una Hoppy Saison ed è poi continuata anche per tutto il 2016 con svariate declinazioni dello stile IPA (Session, Double).  Dalle HS8, HS9 e HS11 dello scorso settembre/ottobre si è rapidamente arrivati alla HS25 imbottigliata ad inizio maggio: questa HS è anche la prima New England IPA della serie, un sotto-stile che CRAK aveva già proposto ad inizio anno collaborando assieme a Nogne Ø utilizzando Citra, Galaxy ed Ekuanot e ad aprile "in solitudine" con Citra, Mosaic e Motueka. 
Per la HS25 NEIPA, nata lo scorso 5 maggio e rapidamente esaurita, vengono selezionati Citra, Amarillo, Mosaic e Loral, quest’ultimo una nuova varietà lanciata commercialmente nel 2016 dalla Hop Breeding Company: precedentemente nota con il nome sperimentale HBC 291, viene definita come l’incontro tra “vecchio e nuovo mondo”, unendo alle  note speziate, floreali e terrose dei luppoli “nobili” europei quelle fruttate dei luppoli americani. L’avevamo già incontrato nella Duvel Tripel Hop 2016  e, ancora prima, nella Sierra Nevada Harvest Single Hop IPA Yakima #291.

La birra.
Il suo colore rientra perfettamente nel capitolato delle New England / Juicy IPA: arancio pallido, torbido, simile ad un succo di frutta e una testa di schiuma bianca un po’ scomposta e poco persistente. Il cocktail di frutta aromatico comprende ananas, arancia dolce e mandarino, mango e pesca gialla, qualche accenno di fragola e bubble gum: l’intensità non è esplosiva ma c’è pulizia ed anche un po’ di quell’eleganza che spesso latita in queste “birre succo di frutta”.  La sensazione palatale è ottima, morbida e leggermente cremosa, poche bollicine, corpo medio e nessun intoppo nella scorrevolezza.  Il gusto ripropone la frutta dell’aroma con una maggior enfasi su mango, ananas e pesca:  l’amaro è davvero ridotto ai minimi termini e, probabilmente per questo, non percepisco quel leggero “raschiare” finale presente nelle  precedenti NEIPA di CR/AK. La HS25  è un po’ meno secca di quelle che l’hanno preceduta, con la bevuta che risulta forse un po’ meno agile: anche stavolta mi sembra che si sia comunque fatto un ulteriore passo in avanti per migliorare pulizia ed eleganza, caratteristiche che sembrano non facili da ottenere in queste birre. Alcool come sempre molto ben nascosto, birra molto soddisfacente con le solite raccomandazioni per chi non conosce le New England /Juicy IPA:  il confine con un succo di frutta è molto labile.
Formato: 33 cl., alc. 7%, lotto 05/05/2017, scad. 05/08/2017, prezzo indicativo 5.50/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 13 aprile 2017

CRAK NEIPA (Citra, Mosaic, Motueka)

Ritorna dopo poche settimane sul blog il birrificio CR/AK, fresco di una bella esperienza come ospite al Hunahpu's Day 2017 organizzato dal birrificio Cigar City Brewing a Tampa, Florida, nel corso del quale ha presentato le proprie birre della serie Cantina. Noi torniamo invece a parlare di New England/Cloudy/Juicy IPA: la prima prodotta da CR/AK è nata dalla collaborazione con il birrificio norvegese Nøgne Ø e ne avevamo parlato in questa occasione. 
La scelta commerciale di CR/AK vuole che accanto ad un ristretto nucleo di birre prodotte tutto l’anno ce ne sia un numero molto più elevato che vengono prodotte solo occasionalmente: mi riferisco alla “Hop Series”, ovvero diverse declinazioni dello stile IPA che di volta in volta sono realizzate con diverse tipologie di luppolo. Non so se l’intenzione sia di applicare lo stesso modello anche alla New England IPA (NEIPA): fatto sta che la collaborazione con Nøgne, prodotta con luppoli Citra, Galaxy ed Ekuanot, ha già subìto una variazione nella sua nuova edizione. Scompare nei “crediti” d’etichetta il birrificio norvegese e il risultato è una NEIPA 100% CR/AK prodotta con Citra, Mosaic e Motueka "nella più grande quantità mai utilizzata", dicono da Campodarsego : 30 grammi al litro.  Il suo debutto avviene lo scorso 27 marzo, la stessa data d’imbottigliamento riportata in etichetta: allo spaccio del birrificio, imitando quello che accade negli Stati Uniti, viene imposto un limite d’acquisto: sei bottiglie per ogni persona, con nuova veste grafica a spezzare il legame con la precedente NEIPA collaborativa. In etichetta c’è un tetrapack a simboleggiare il carattere “succoso” della birra.

La birra.
Il look è quello tipico delle New England IPA, quello che fino ad un paio di anni fa avrebbe fatto inorridire anche la maggior parte dei beer-geeks che oggi venerano queste birre: arancio pallido torbidissimo e schiuma appena “sporca”, scomposta e saponosa, abbastanza veloce nel collassare nel bicchiere. L’aroma è un gradevole cocktail di frutta tropicale, intenso e pulito: ananas e pompelmo, mango e cedro con altre declinazioni di agrumi (arancio, mandarino) che il variare della temperatura fa emergere. La finezza non è solitamente la caratteristica principale delle Juicy IPA ma in questo caso direi che si è raggiunto un discreto livello. 
Per quel che riguarda il mouthfeel, devo ripetere quanto detto in occasione della NEIPA realizzata con Nøgne: la sensazione palatale è gradevole benché non particolarmente morbida o cremosa come vorrebbero invece i dettami di questo sottostile di IPA. Il gusto segue con buona corrispondenza l’aroma, regalando un analogo cocktail succoso e fruttato (ananas, mango, pompelmo rosa, arancia, mandarino) molto intenso e nel quale l’alcool (7.5%!) è praticamente inesistente; la bevibilità ne trae ovviamente giovamento e si spinge livelli molto alti. Pulizia e secchezza sono altre caratteristiche positive di una Juicy IPA molto gustosa, per nulla cafona e con qualche ambizione verso un’eleganza che sembra ancora difficile da raggiungere. L’amaro è piuttosto contenuto, un breve passaggio a fine corsa al quale fa subito seguito il ritorno nella frutta tropicale. E’ quel lieve raschiare dell'amaro, quel lieve pizzicare in gola che rimane dopo ogni sorso il tallone d’Achille di molte di queste New England / Juicy IPA: anche questa interpretazione di CRAK non se lo fa mancare, sebbene la sua presenza non sia particolarmente fastidiosa. Rimane comunque una bella bevuta e secondo il mio gusto anche un pelino “migliore” rispetto alla collaborazione con Nøgne.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, imbott. 27/03/2017, scad. 27/06/2017, prezzo indicativo 5.50/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 14 marzo 2017

CRAK / Nøgne Ø NEIPA

Inizia nell’estate del 2015 la collaborazione tra il birrificio italiano CR/AK e quello norvegese di Nøgne Ø:  a Barcellona i ragazzi di Campodarsego e Stephen Andrews, Barrel Cellar Manager di Nøgne  si conoscono e buttano giù qualche idea di lavoro. Il primo incontro avviene nel settembre dello stesso anno nel corso del 3° Collaboration Fest organizzato da CRAK: le spine dell’evento vengono equamente condivise tra i due birrifici. 
Ma per assaggiare i frutti della collaborazione bisogna però attendere quasi un anno, perché sono state utilizzate le botti, sfruttando l’esperienza con il legno di Stephen Andrews: a dicembre 2016, nel corso della  RI-Collaboration Fest XMAS Edition organizzata a Campodarsego. Vengono svelate una Wheat Ale fermentata con Lactobacillus  e Pediococcus, prodotta sugli impianti norvegesi, e la Italian Grape Ale  BV03, fermentazione spontanea realizzata in Italia con i lieviti del mosto d’uva e con i batteri naturalmente presenti sul legno delle botti di vino, con un invecchiamento durato dodici mesi. 
L’incontro dello scorso dicembre è servito anche per realizzare altre due birre a quattro mani: vedono la luce una saison che dovrebbe poi maturare in botti di vino e un’altra  birra più “immediata” e pronta da bere appena uscita dal fermentatore. CRAK e Nøgne hanno infatti voluto cavalcare assieme la moda delle New England/Cloudy/Juicy IPA: la nuova nata NEIPA esce ufficialmente il 9 gennaio 2017 ma il suo debutto vero e proprio avviene in occasione della manifestazione Birraio dell’Anno che si tiene a Firenze qualche settimana dopo: gli assaggi non convincono del tutto ed al birrificio stesso ammettono che c’è qualcosa ancora da sistemare.  Detto fatto, ecco la seconda cotta di NEIPA che arriva a febbraio.

La birra.
Citra, Galaxy ed Ekuanot i luppoli utilizzati: se quest'ultimo vi risulta sconosciuto, ricorderete forse l'Equinox (HBC 366). Trattasi sempre della stessa varietà che ha solamente cambiato nome: la YCH Hops che ha sviluppato questo luppolo ha infatti ricevuto una lettera dai legali del birrificio Equinox (Oregon) che rivendicava il diritto esclusivo di usare quel marchio da loro registrato in precedenza.
Il suo aspetto è quello classico delle Cloudy/Juicy IPA: torbido colore arancio pallido e un modesto cappello di schiuma biancastra, un po' scomposta e poco persistente. L'aroma mostra un buon livello di pulizia che mette in evidenza su tutto l'ananas: lo affiancano mango, arancia e pompelmo. L'intensità non è sfacciata o esplosiva, ne guadagnano equilibrio ed eleganza. La sensazione palatale è gradevole benché non particolarmente morbida o cremosa come vorrebbero invece i dettami di questo nuovo sottostile di IPA. Poco male, perché al palato c'è ugualmente una grande ricchezza di frutta tropicale, fresca e fragrante, con ananas e mango sugli scudi. Il livello d'amaro è volutamente moderato: il pompelmo e la resina non intendono affatto rubare il palcoscenico al juicy della frutta. La facilità di bevuta di questa NEIPA è davvero ottima, nonostante una gradazione alcolica che l'avvicina al territorio della Imperial IPA: bella secchezza, alcool ben nascosto con un morbido tepore che affiora solo nel finale. L'eleganza non è la caratteristica principale di queste Juicy IPA, spesso sfacciate e un po' rozze, ma qui mi pare si sia raggiunto un buon compromesso. Livello molto buono,  l'intensità dell'aroma è migliorabile ma per l'ulteriore salto di qualità le manca soprattutto quel mouthfeel morbido e cremoso che mi dicono avere le originali New England IPA. 
Formato: 33 cl., alc. 7.6%, imbott. 06/02/2017, scad. 06/05/2017, prezzo indicativo 5.00/6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 22 novembre 2016

CRAK - HOP Series - Nelson Sauvin, Amarillo / 24.OTT.2016

Eccoci ad una nuova Hop Series di CR/AK, dopo quelle assaggiate poche settimane fa. Birre sulle cui etichette è messa ben in evidenza la data d’imbottigliamento in modo che il consumatore riesca immediatamente a conoscere la freschezza della birra. La Hop Series racchiude birre prodotte occasionalmente con un diverso mix di luppoli selezionando “i migliori a disposizione”. Oltre a data d’imbottigliamento e shelf-life a sei mesi, CR/AK s’impegna a garantire la catena del freddo, ovvero a far sì  che la birra  “sia sempre refrigerata, da quando lascia il nostro birrificio fino alla vostra pinta”; benissimo il trasporto refrigerato, essenziale nei mesi estivi, più difficile fare in modo che i rivenditori mantengano sempre fusti e bottiglie in frigorifero. La Hop Series viene inaugurata a giugno 2015 con una Hoppy Saison ed è poi continuata anche per tutto il 2016 con svariate declinazioni dello stile IPA (Session, Double). 
Le ultime due nate sono la HS11  24.10.2016 / Nelson Sauvin, Amarillo IPA e la  HS12  07.11.2016 / Motueka, Hallertauer Blanc e Hallertauer Mittelfruh Session IPA; molto pulite e minimali le etichette, con una grafica semplice ma efficace ad opera dello studio Dry Design, curatore della visual identity di CR/AK sin dagli esordi. 
Tra le ultime novità annunciate da CR/AK c’è la decisione di iniziare ad utilizzare bottiglie di vetro nero, quindi ancora più scure di quelle attualmente in uso, allo scopro di proteggere ulteriormente la birra dai colpi di luce.

La birra.
Tutto quello che c’è da sapere è lì sull'etichetta: si tratta di una IPA (al confine con il “Double”, 7.5% ABV) prodotta con luppoli Nelson Sauvin e Amarillo, messa in bottiglia da un mese.
La fotografia la rende un po' più scura, ma all’aspetto è di color dorato carico, con riflessi arancio e un bel cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è ovviamente fresco, non c’è un’esplosione di profumi ma c’è comunque un buon livello di pulizia: le tipiche note del Nelson Sauvin (uva bianca) si mescolano a quelle floreali ed a quelle di cedro, mandarino e frutta tropicale. Bene la sensazione palatale, morbida e gradevole: IPA poco carbonata che scorre bene e che nasconde la sua gradazione alcolica. I malti regalano note di biscotto ed accenni di caramello, ma la freschezza della bottiglia li mantiene in secondo piano rendendo protagonisti i luppoli: il gusto mi sembra meno definito rispetto all’aroma, con un generale impressione di frutta tropicale (papaia, maracuja?) che s’affianca alle note leggermente aspre del Nelson Sauvin e a quelle degli agrumi. La convivenza non è a mio parere delle meglio riuscite e un discorso analogo riguarda anche il finale, nel cui l’amaro anziché optare per la sicurezza del cliché resina/agrumi si sviluppa abbinando insolite note vegetali e (forse) terrose. La chiusura è abbastanza secca, la pulizia al gusto non è impeccabile anche se la birra è ovviamente valorizzata dalla sua grande freschezza.  
Una IPA abbastanza ben fatta anche se meno precisa e meno pulita rispetto alle altre due Hop Series bevute qualche settimana fa; il mix di sapori ottenuto non si colloca esattamente in cime alle mie preferenze personali, ma ovviamente a voi potrebbe fare tutt’altro effetto. 
Formato: 33 cl., alc. 7.5%,  imbott. 24/10/2016, scad. 24/04/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 28 ottobre 2016

CRAK - Hop Series: Citra, Mosaic IPA 12.SET.2016 & Amarillo, Citra, Columbus, Wolf Double IPA 26.SET.2016

Mancava sul blog da oltre un anno il birrificio padovano CR/AK, evoluzione della ex-beerfirm Olmo che ha aperto i battenti nel marzo 2015 a Campodarsego; lo fondano Anthony Pravato  ed il birrario Marco Ruffa (esperienze a Buxton e Brewfist). Sin dagli esordi CR/AK ha giustamente insistito molto sull’importanza di bere la birra fresca, ovvero giovane: data d’imbottigliamento sull’etichetta delle bottiglie e sui medaglioni dei fusti, shelf life iniziale di dodici mesi che è stata poi ridotta a sei.
In questa direzione va anche la Hop Series, birre prodotte occasionalmente con un diverso mix di luppoli selezionando “i migliori a disposizione”:  un’operazione che richiama l'intera produzione The Kernel, birrificio inglese che da sempre produce leggere variazioni della stessa IPA.  Oltre a data d’imbottigliamento e shelf-life a sei mesi, CRAK s’impegna a garantire la catena del freddo, ovvero a far sì  che la birra  “sia sempre refrigerata, da quando lascia il nostro birrificio fino alla vostra pinta”; benissimo il trasporto refrigerato, essenziale nei mesi estivi, più difficile fare in modo che i rivenditori mantengano sempre fusti e bottiglie in frigorifero. La Hop Series viene inaugurata a giugno 2015 con una Hoppy Saison ed è poi continuata con svariate declinazioni dello stile IPA (Session, Double). Molto pulite e minimali le etichette, con una grafica semplice ma efficace ad opera dello studio Dry Design, curatore della visual identity di CRAK sin dagli esordi.

La birra.
Due le Hop Series che mi sono capitate tra le mani. Partiamo dalla HS08, una IPA (6.5%) prodotta con Citra e Mosaic e imbottigliata il 12 settembre 2016. Dorata ed appena velata, regala un bella schiuma bianca fine e compatta dall'ottima persistenza e soprattutto un bel bouquet olfattivo, fresco, pulito, intenso, elegante: cedro, pompelmo, limone sono in prima fila incalzati da ananas, passion fruit, melone retato. Le poche bollicine e il corpo medio la rendono morbida e scorrevole, a voler essere pignoli potrebbe essere un pochino più leggera a livello di sensazione tattile. Al palato c'è quasi perfetta corrispondenza con l'aroma: la leggera base maltata (crackers, miele) supporta senza reclamare spazio la frutta tropicale e, in successione, gli agrumi che diventano protagonisti della bevuta fino al finale amaro, più erbaceo che resinoso a dire la verità, ben arricchito da note zesty e da un'inatteso ritorno di cereale. Molto pulita anche in bocca, la freschezza esalta la generosa luppolatura; le manca forse ancora un pelino di secchezza e soprattutto un po' di nerbo in più a fine corsa, dove l'intensità cala anziché premere sul pedale dell'acceleratore dell'amaro. IPA comunque ben fatta, pulita, alcool ben nascosto, un po' accomodante e indubbiamente molto piacevole da bere.

Alziamo l'asticella stappando la Double IPA Amarillo, Citra, Columbus, Wolf (8%), nata lo scorso 26 settembre. Il suo colore si colloca a metà strada tra il dorato ed il ramato: poco generosa e un po' grossolana è invece la schiuma, che si dissolve abbastanza rapidamente. L'aroma non è esplosivo ma elegante e molto pulito; pompelmo, arancia sanguinella, ananas e melone ne costituiscono la spina dorsale. La frutta è zuccherina e matura, dolce, ben valorizzata dalla freschezza. Come per la IPA, plaudo anche qui alla scelta del birraio di privilegiare malti chiari senza indulgere nel caramello, appena percepibile. Sono miele e biscotto a sostenere l'abbondante luppolatura che ripercorre il percorso aromatico con identica pulizia e freschezza; anche qui la chiusura amara (resina) non è particolarmente incisiva, sebbene sia enfatizzata da un discreto calore etilico che aiuta ad asciugare il dolce della birra. Anche qui, a fine corsa, compare a sorpresa una nota di cereale. La secchezza è buona, l'alcool non è nascosto alla maniera delle migliori DIPA della West Coast ma la bevibilità rimane comunque ottima: una DIPA bilanciata, ben fatta e, senza indulgere troppo nell'amaro, accomodante al palato come la sua sorella minore. Un bel passo avanti rispetto alla più caramellosa Double IPA della casa, la Perfect Circle.
Nel dettaglio: 
CRAK - HOP Series - Citra, Mosaic / 12.SET.2016, 33cl., alc. 6.5%, imbott. 12/09/2016, scad. 12/03/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop)
CRAK - HOP Series - Amarillo, Citra, Columbus, Wolf / 26.SET.2016, 33 cl., alc. 8%, imbott. 26/09/2016, scad. 26/03/2017, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 26 marzo 2015

CR/AK Perfect Circle

Un debutto “a metà”, quello di oggi sul blog della CR/AK Brewery: un nome scelto apposta a simbolo della rottura con il proprio passato, quello di Birra Olmo che nacque come Beer Firm nel 2012. Dopo due anni di attività è stato compiuto il grande passo con l’acquisto di impianti propri (40 hl), e la conseguente scelta di ripartire quasi da zero: nuovo nome, nuove etichette, ricette nuove o rivisitate dalla mano del birrario Marco Ruffa, con alle spalle un’esperienza alla Buxton in Inghilterra e un semestre di gavetta da Brewfist; il birrificio ha trovato sede a Campodarsego, in provincia di Padova. 
Da una loro stessa ammissione  su Cronache di Birra, il passato da beer-firm non è stato sempre soddisfacente: "complice la nostra inesperienza ci siamo affidati a birrifici non adeguati (per essere politically correct) che ci lasciavano, inoltre, poco spazio di manovra: così le prime cotte sono state un mezzo fallimento. Questo ci è servito da lezione: non è facile proporre birre di qualità, anche se si vendono sempre e comunque in un lampo fra amici, conoscenti e curiosi”. 
Il sito internet del nuovo birrificio, ancora in costruzione, riporta solo poche ma decise parole: “ci siamo rotti il cazzo, noi cuciniamo CR/AK.  Abbiamo fondato il birrificio non convenzionale CR/AK in un periodo in cui l'industria ci propina brodaglie imbevibili. Disobbediamo agli schemi e ci ribelliamo alla monotonia. Produciamo birre anticonformiste che osano abbinare ingredienti inusuali a massicce dosi di luppolo, ma con un chiodo fisso: equilibrio e pulizia. La rivoluzione è possibile solo condividendo tutto questo con voi ai quali scorre luppolo nelle vene come scorre a noi”.   Il “grido” non è poi così originale, se devo essere sincero: parole simili hanno guidato i primi passi di Stone  negli USA una ventina di anni fa e quelli di BrewDog in Scozia nel 2007. 
Il nome  scelto (CRAK) non ha ovviamente nessun riferimento con la droga, anche se probabilmente non consentirà loro di esportare negli Stati Uniti, se mai ne avessero l'intenzione. In attesa del sito internet è molto attiva la pagina Facebook, con una comunicazione molto efficace che si sviluppa attraverso video ed immagini. Le prime bottiglie di CR/AK sono arrivate se non erro nel mese di Febbraio; la line-up al momento comprende alcune birre che hanno mantenuto lo stesso nome di Olmo  (la double blanche White Rabbit, la IPA Guerrilla e la Soul Stout) ed altre nuove: la  APA Mundaka, la Double IPA Perfect Circle, e una Strong Ale che omaggia il proprio passato, chiamata appunto “Olmo”.  Le bottiglie possono anche essere acquistate direttamente on-line, con spedizione in tutta Italia. Completamente rivisitate tutte le etichette, ora caratterizzate da una pulizia e da un minimalismo che mi hanno ricordato la scuola scandinava utilizzata da alcune famosissime berfirm danesi; la festa di inaugurazione si è svolta in birrificio il 21 marzo, con musica dal vivo tra i fermentatori. 
Personalmente plaudo alla scelta di CR/AK di mettere in etichetta la data d’imbottigliamento, in modo che il consumatore sia a conoscenza del livello di freschezza di quello che sta acquistare: sarebbe utile però riportare anche la stessa informazione sul negozio on-line, a buon uso di chi desidera ricevere le birre a casa. Degna di menzione è anche l’iniziativa Crak Fresh, che applica lo stesso concetto anche ai fusti; ognuno di loro viene infatti dotato di un medaglione che riporta la data d’infustamento, da attaccare poi alle spine del locale. In questo modo anche chi si trova ad ordinare la birra al bancone sarà in grado di conoscerne la freschezza: bisognerà capire quanti esercenti avranno poi il coraggio di esporlo nel caso di un fusto un po’ datato. 
Inauguriamo quindi la nuova gamma CR/AK con la Double IPA Perfect Circle:  bottiglia freschissima, imbottigliata proprio in marzo, che viene prodotta con l’aggiunta di sciroppo di agave Azul ed una luppolatura di Tomahawk, Apollo e Chinook. 
Nel bicchiere è di un colore ambrato quasi limpido, con qualche riflesso ramato; ottima la persistenza della schiuma color avorio, compatta, fine e cremosa. Il naso offre un fresco e dolce benvenuto di frutta tropicale (ananas, mango, melone retato), pesca gialla matura, pompelmo;  in sottofondo qualche sentore di biscotto e di caramello. Pulizia, intensità ed eleganza rispondono “presente” all’appello.  Molto bene anche la sensazione palatale: birra morbida ma abbastanza scorrevole, corpo medio, carbonazione medio-bassa. Il gusto continua il percorso dolce intrapreso dall’aroma (mango, melone), con una solida base maltata di biscotto e caramello; l’amaro non si fa attendere, pungolando subito il palato con note resinose e vegetali, leggermente “pepate”. La bevuta prosegue e termina ovviamente amara, con un lungo retrogusto resinoso e qualche accenno terroso. Una Double IPA pulita e ben realizzata, con la freschezza (elemento chiave di tutta la categoria IPA) a garantirne un’ottima godibilità. La scelta è stata quella di realizzare una birra in linea con quelle che è attualmente la maggioranza delle IPA/DIPA italiane, che a loro volta hanno un ripreso l’interpretazione scandinava delle IPA West Coast: si procede per accumulo, molto dolce (caramello e tropicale) a bilanciare il molto luppolo/amaro. L’equilibrio funziona adesso che la birra è molto fresca, ma col passare dei mesi l’inevitabile deterioramento dell’equilibrio potrebbe minare in modo pericoloso la gradevolezza di bevuta: stappatela subito, quindi. La mia preferenza personale va decisamente per le IPA/DIPA West Coast più chiare e più “semplici”, più secche, ma è – appunto - una questione di gusto.
La mia impressione è limitata per adesso solo a questa bottiglia, ma si sembra evidente e netto il  miglioramento rispetto alle ultime Olmo da me provate: in bocca al lupo al nuovo percorso intrapreso dai ragazzi di CR/AK.
 Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 75, imbott. 03/2015, scad. 03/2016, pagata 4.60 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.