Visualizzazione post con etichetta Sierra Nevada Brewing Company. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sierra Nevada Brewing Company. Mostra tutti i post

martedì 1 dicembre 2020

DALLA CANTINA: Sierra Nevada Bigfoot Barley Wine 2015

Sono passati giusto quarant’anni da quel 21 novembre del 1980 in cui Ken Grossman, assieme al compagno di home-brewing Paul Camusi, produsse il suo primo lotto di Sierra Nevada Pale Ale, una birra destinata ad entrare nella storia e probabilmente la birra che ha maggiormente influenzato tutti quei birrai che hanno dato il via, dieci anni dopo, all’American Craft Beer Revolution. In quell’anno vi erano solamente 43 birrifici indipendenti in tutti gli Stati Uniti. 
Quel primo lotto non fu però soddisfacente e i due novelli birrai furono costretti a buttare via altre dieci cotte prima di ottenere quello che volevano. Grossman e Camusi avevano preso in prestito dalle rispettive famiglie 100.000 dollari e con quei soldi avevano assemblato un impianto da 14 ettolitri usando componenti di seconda mano. Sino ad allora Grossman aveva riparato biciclette, un’altra delle sua passioni, e faceva birra in casa: nel 1976 aveva aperto a Chico il piccolo Home Brew Shop dando lezioni ai novizi e tra i suoi clienti vi era anche Camusi. Nel primo anno di vita il birrificio Sierra Nevada produsse un migliaio di  ettolitri guadagnandosi lentamente un buon seguito locale, soprattutto tra gli studenti della Chico University: per un paio di anni Grossman e Camusi fecero tutto da soli, cercando di inventare quello che per i microbirrifici ancora non esisteva: canali di distribuzione, potenziali clienti non abituati a bere birre così amare e intense, accesso diretto alle materie prime, soprattutto ai luppoli della Yakima Valley. 
I primi dipendenti furono assunti nel 1983: Steve Dresler, birraio andato poi in pensione nel 2017 dopo 34 anni di attività e Steve Harrison, marketing e vendite: a lui il compito di far conoscere Sierra Nevada ma ci volle un colpo di fortuna per spiccare il volo. La catena di supermercati Safeway aveva un migliaio di punti vendita in tutti gli Stati Uniti: un loro dipendente andava spesso a trovare la figlia che studiava a Chico, fermandosi per una birra. Amava la Pale Ale, divenne amico di Grossman e portò le birre sugli scaffali del supermercato: alla Sierra Nevada arrivarono richieste da altri distributori e improvvisamente il problema, per Grossman e Camusi, non era come vendere la birra ma come soddisfare tutte le richieste. I soldi per espandersi non c’erano e le banche non davano nessun finanziamento ad un microbirrificio: era un business plan nel quale nessuno credeva. I due birrai lavoravano 12 ore al giorno, sette giorni su sette: Grossman prese un aereo e volò in Germania dove riuscì ad acquistare per 15.000 dollari l’impianto da 117 ettolitri di un birrificio fallito e lo spedì in California. Peccato che per metterlo davvero in funzione fossero necessari altri investimenti che sfioravano il milione di dollari: l’impianto resterà per molti anni inutilizzato in un magazzino, mentre Grossman con la saldatrice si costruiva da solo i nuovi fermentatori necessari per aumentare la prodzione. Nel 1987 Sierra Nevada produceva 14.000 ettolitri all’anno e distribuiva in sette stati: in quell’anno finalmente Grossman e Camusi riuscirono ad inaugurare l’impianto tedesco che avevano acquistato quattro anni prima. 
Il resto è una storia che parla di una crescita che per molti anni viaggia al ritmo del +50%, di ettolitri che diventano 117.000 (1993), 300.000 (1997) e 500.000 (1999).  Nel 1997 veniva inaugurato il nuovo impianto da 234 ettolitri e nel 1998 Grossman acquistava da Camusi il 50% delle quote societarie, diventando unico proprietario. Nel 2014 Sierra Nevada superava il milione di ettolitri venduti ed inaugurava un secondo sito produttivo in Nord Carolina. Nel 2015 la rivista Bloomberg aggiungeva Ken Grossman all’elenco dei “miliardari della birra”, ma  l’El Dorado della Craft Beer Revolution stava finendo, almeno per i “padri fondatori” del movimento: il craft non cresceva più esponenzialmente anno dopo anno e i birrifici artigianali che avevano investito milioni di dollari per espandersi vedevano le proprie quote di mercato rosicchiate da tanti piccoli produttori locali. Nel 2016 Sierra Nevada registrava un -6%, nel 2017 un -7% e riusciva ad invertire la tendenza solo nel 2019 (+5%), anno in cui il sessantacinquenne Grossman affidava il ruolo di amministratore delegato a Jeff White andandosi a sedere sulla poltrona presidenziale. Attualmente Sierra Nevada è il terzo produttore craft, dietro a Yuengling e Boston Beer Company, e il decimo produttore americano considerando anche i marchi industriali. 

La birra.

La prima birra prodotta da Sierra Nevada nel 1980 fu una Stout, seguita a ruota dalla Pale Ale. Nell’inverno del 1983 debuttò il possente Barley Wine (9.6%) chiamato Bigfoot che ottenne nel 1987 la medaglia d’oro al Great American Beer Festival. Grossmann e Camusi non pensavano ad una birra da invecchiamento; il loro approccio era lo stesso della Pale Ale, ovvero un’interpretazione americana, generosamente luppolata, della tradizione anglosassone. Bigfoot, prodotta con malti Two-row Pale e caramello, riceve un’abbondante luppolatura di Cascade, Centennial e Chinook e raggiunge quota 90 IBU: fresco, è un barley wine potente ed aggressivo, ricco di note resinose e di pompelmo, secondo i dettami della scuola West Coast.  La sua facile reperibilità e il suo ottimo rapporto qualità prezzo la resero rapidamente una birra da cantina per gli appassionati desiderosi di sperimentare gli effetti dell’invecchiamento. Ricorda il birraio Steve Dresler “a me piace particolarmente a cinque anni dalla messa in bottiglia. Non vale la pena andare oltre. Ma da tre a cinque anni è deliziosa!”.
Seguo le indicazioni di Dresler ed anche quelle contenute nel libro Vintage Beer di Patrick Dawson, lettura che consiglio a chiunque voglia provare di abbandonare qualche birra in cantina. 
Bigfoot 2015 si presenta nel bicchiere di color ambrato torbido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è ricco di fichi disidratati, datteri, mela al forno, frutti di bosco, richiami al vino passito e a vini fortificati, soprattutto Sherry: l’aroma è intenso, pulito, “caldo” e avvolgente. Il mouthfeel è ancora ben solido e potente, non ci sono evidenti segni di cedimento dovuti all’età: in bocca è morbida nel suo percorso di caramello e biscotto, frutta sotto spirito. L’ossidazione regala belle sensazioni di vino fortificato mentre nel finale è ancora presente una generosa luppolatura resinosa, molto gradevole. Ed è questa la nota più positiva che devo sottolineare: i luppoli americani, contrariamente a quelli inglesi, invecchiano molto male e il loro resinoso spesso evolve in sensazioni poco gradevoli al palato.  Chi ha avuto occasione di assaggiare Barley Wine americani d’annata conosce bene quella sensazione. Bigfoot è invece una piacevole eccezione alla regola: a cinque anni dall’imbottigliamento presenta ancora un resinoso gradevole abbinandolo alle note ossidative di sherry e vino passito.
In questa bottiglia non c’è la classe la complessità dei migliori barley wine inglesi d’annata, ma è sicuramente una bella bevuta, ancora potente, sostenuta da un corpo solido e da un bel alcol warming. Tra i migliori vintage american barley wine che mi sia mai capitato di bere.
Formato 35.5 cl., alc. 9.6%, IBU 50, lotto 18/12/2015, pagata 5.00 euro (beershop)

martedì 18 febbraio 2020

Sierra Nevada Narwhal Imperial Stout 2019

Il birrificio californiano Sierra Nevada non ha certo bisogno di presentazioni: era il 5 novembre del 1980 quando Ken Grossman accendeva il suo impianto da sei ettolitri assemblato con pezzi di seconda mano provenienti dall’industria casearia per produrre il primo lotto di una stout, seguito qualche settimana dopo da un’american pale ale destinata a  divenire la birra più influente della craft beer revolution americana. Con circa 1.400.000 ettolitri di birra (2016) prodotti ogni anno Sierra Nevada è oggi il terzo maggior produttore craft e il decimo statunitense, se si estende la classifica all’industria. 
Nel 2019 dopo quarant’anni passati al timone della nave Grossman ha fatto un passo “laterale” assumendo la carica di presidente: amministratore delegato è stato promosso Jeff White, in azienda dal 2013 dopo esperienze alla MillerCoors ed alla Boston Beer Company. Come tutti i padri fondatori dalla craft beer revolution che hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli anche Sierra Nevada sta soffrendo le dinamiche di un mercato sempre più volubile e sempre più frammentato da nuovi microbrrifici locali che stanno rosicando quote di mercato ai vecchi. Dopo essere cresciuto anno dopo anno in doppia cifra, il birrificio di Chico ha sperimentato due anni consecutivi di recessione che si sono conclusi nel 2018 con un ritorno in positivo dello 0.2%.  White ha attribuito il merito soprattutto alla Hazy Little Thing, la nuova NEIPA entrata in produzione regolare nel 2018 le cui vendite hanno raggiunto quota 24 milioni di dollari, raggiungendo il quarto posto nella classifica interna. Si è comportata bene anche la Hop Bullet IPA, una birra stagionale (primavera) che in autunno è entrata in produzione stabile grazie alla forte richiesta del mercato.  Non se la passano invece bene le storiche Pale Ale e Torpedo, in declino rispettivamente del 5.5 e del 7.3%: ciò nonostante la Sierra Nevada Pale Ale rimane ancora la birra artigianale più venduta negli Stati Uniti con vendite per 108 milioni di dollari che equivalgono al 40% del fatturato del birrificio.

La birra.
Sierra Nevada ha iniziato la sua avventura nel 1980 producendo una stout ma ci sono voluti oltre trent’anni d’attesa per veder arrivare la sua versione imperiale. Nel 2010, nel corso dei festeggiamenti per il trentesimo compleanno del birrificio, vedeva la luce la 30th Anniversary Fritz & Ken's Ale, imperial stout  prodotta in collaborazione con un altro dei pionieri del craft americano, Anchor Brewing Company, e mai più ripetuta.  Un paio di anni dopo, nell’agosto del 2012, veniva annunciata Narwhal nuova imperial stout stagionale disponibile ogni anno da settembre a dicembre che prende il suo nome dal narvalo, il famoso “cetaceo-unicorno”. 
Ma c’è un’altra storia che vale la pena raccontare: nel 2010 sull’altra costa americana, quella ad est, Basil Lee e Kevin Stafford stavano elaborando il business plan per aprire un microbirrificio a Brooklyn. Non avevano ancora prodotto commercialmente nulla ma qualche loro birra era già circolata sottobanco nelle apposite sezioni di alcuni festival; nel 2011 avevano registrato la denominazione della loro start-up e già prodotto un po’ di merchandising ma non avevano potuto registrare il marchio in quanto non esisteva ancora nessun prodotto commerciale.  Sarebbero dovuti partire nel 2013. Il nome scelto? Narwhal Brewing.  
Quando vennero a sapere dell’arrivo della Narwhal Imperial Stout i ragazzi telefonarono subito in California: Sierra Nevada stava registrando quel marchio e avevano paura che ciò avrebbe potuto causare loro dei problemi. A quanto pare le due parti arrivarono ad un accordo “informale”: i newyorkesi Basil e Kevin rinunciarono ad intraprendere qualsiasi disputa legale che potesse ritardare il lancio commerciale della nuova birra di Sierra Nevada, mentre i californiani promisero di non procedere alla registrazione del marchio Narwhal: la birra sarebbe stata venduta con quel nome solo in quell’unica occasione per non sprecare etichette, packaging e materiale pubblicitario.  . Tutto bene? Nient’affatto: poche settimane dopo la messa in vendita della Narwhal Imperial Stout a Brooklyn arrivò una lettera dagli avvocati di Sierra Nevada annunciando che il birrificio aveva cambiato idea e che avrebbe proceduto alla registrazione del marchio, minacciando azioni legali contro eventuali usurpatori.  “Ogni volta che lanciamo una nuova birra – dissero da Chico – facciamo lunghe ricerche e per l’occasione scoprimmo che ancora nessuna birra o bevanda alcolica con il nome Narwhal era stata venduta negli Stati Uniti. I legali ci dissero che in caso di contenzioso giudiziario avremmo avuto ragione”.  
I giovani ragazzi ovviamente preferirono continuare a lavorare al progetto del loro nuovo birrificio anziché destinare le loro risorse economiche in qualche contenzioso legale che si sarebbe probabilmente concluso sfavorevolmente: e così Narwhal Brewing diventò Finback Brewery (la balenottera), attualmente uno dei birrifici più trendy della Grande Mela. 

Malti Two-row Pale, Caramel, Chocolate, Carafa III, Honey, Roasted Barley, luppoli Challenger e Magnum, lievito di tipo Ale. Questa la ricetta di quella Narwhal Imperial Stout che ho sempre voluto provare ma chiese non erro in Italia non è mai arrivata, almeno sino ad ora (spoiler). Nel bicchiere è nera e sontuosa, con una splendida testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. L’aroma non è esplosivo ma è pulito e definito: tostature, caffè, tabacco, accenni di cioccolato fondente e resinosi. Al palato non è particolarmente densa ma riesce benissimo a compensare questa sua mancanza con un mouthfeel cremoso, quasi vellutato.  Qualche accenno dolce di frutta sotto spirito e melassa sono la veloce introduzione ad una bevuta che picchia quindi forte su torrefatto, caffè e resina. L’alcool è abbastanza ben nascosto e nel retrogusto, dopo che le acque si sono un po’ calmate, emergono anche dei bei ricordi di cioccolato fondente. 
Un American Imperial Stout classica, amara ma bilanciata, pulita, intensa e facile da bere: non cercate in lei la contemporaneità, ma se anche voi come me diffidate dalle mode effimere e preferite affidarvi alle certezze questa Narwhal è un’ottima birra da non lasciarsi sfuggire. Ai prezzi statunitensi (dieci dollari per un 4 pack) ci sarebbe da metterne un bel po’ in cantina.
Formato 35,5 cl., alc. 10.2%, IBU 60, imbott. 01/10/2019, pagata 5,00 sterline (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 16 maggio 2014

Sierra Nevada Harvest Single Hop IPA Yakima #291

Nella Harvest Series, il birrificio californiano Sierra Nevada realizza birre dedicate al raccolto del luppolo; le due rappresentanti più famose di questa "gamma" sono senza dubbio la Northern Emisphere Harvest  e la Southern Emisphere Harvest, due "fresh hop" prodotte con luppoli che nel giro di pochissimi giorni arrivano dalla piantagione al birrificio. Bottiglie che sono anche arrivate in Italia, in condizioni (= freschezza) ovviamente non ottimali. Quest'anno Sierra Nevada ha deciso di allargare a cinque la gamma della Harvest Series; oltre alle due già citate, è stata realizzata una "single hop" IPA, una Wild Hop IPA, prodotta con un luppolo "selvaggio" (= non coltivato),  prevista per il prossimo dicembre, ed una IPA con un nuovo luppolo che dev'essere ancora deciso.
Lo scorso Febbraio viene inaugurata la Harvest Series del 2014 con questa Harvest Single Hop IPA Yakima #291. Il nome in codice identifica un luppolo "sperimentale", ancora senza nome, che è stato realizzato mediante l'incrocio di altre diverse tipologie di luppolo nella Yakima Valley. A Chico, quartiere generale della Sierra  Nevada, iniziano ad utilizzarlo quattro anni fa in qualche piccolo lotto pilota, una volta che Tom Nielsen (il "guru" delle materie prime di Sierra Nevada) lo ha selezionato facendo una settantina di "tisane" di diverse e nuove varietà di luppolo. Dopo la selezione il birrario Scott Jennings realizza delle cotte (la ricetta è una semplice Pale Ale, single hop) in un impiantino pilota da dieci barili; le birre vengono fatte assaggiare alla cieca a Ken Grossman (il fondatore di Sierra Nevada, per chi non lo conosce) che approva, conquistato da quell'aroma (e gusto) di mirtillo che il luppolo 291 sembra donare alla birra. Le quantità di questa varietà sperimentale di luppolo coltivate sono però ancora troppo modeste e non sono sufficienti per brassare il quantitativo di birra che alla Sierra Nevada vogliono produrre; nel corso degli anni aumentano gli ettari piantumati a "291" ed ecco che nel 2013 alla Sierra Nevada possono finalmente produrre la single-hop IPA che hanno in mente.
Lotto di produzione stampigliato al laser sul collo della bottiglia (febbraio 2014) e sull'etichetta ben in evidenza la scritta "100-DAY IPA", ovvero da consumarsi entro cento giorni; siamo a metà maggio, quindi proprio al limite del termine di fruizione "consigliato".
Si presenta di color oro, velato, con un bel cappello di schiuma bianca, compatta, fine e cremosa, dalla buona persistenza. Nonostante mi sforzi di cedere alla suggestione, al naso non riesco a trovare nessuna traccia di quei sentori di "mirtillo" che dovrebbero essere caratteristici di questo luppolo "291"; trovo piuttosto un bouquet fresco e pungente, balsamico, di aghi di pino e di resina, vegetali, di erba bagnata, di pompelmo e qualche nota floreale un po' più dolce. Lo stesso scenario si ripropone in bocca: il supporto maltato (pane) è davvero ridotto ai minimi termini, e la bevuta diviene subito piuttosto amara, una sorta di "showcase" dell'unica varietà di luppolo utilizzato. Un po' di scorza di pompelmo, qualche accenno dolce di polpa d'arancio e forse di pesca, ma soprattutto tanta resina, molto fresca (= pungente, pepata), qualche sfumatura di menta ed una sensazione vegetale umida, quasi di oli essenziali, come se qualcuno vi "spremesse" un fiore di luppolo in bocca. Notevole l'intensità, ancora ottima la freschezza, eccellente la pulizia, ma notevole è anche il livello di amaro che trova davvero pochi elementi a bilanciare. E, per qualche sorso, questa IPA soddisfa la voglia d'amaro di chi beve, alla faccia di tutte le IPA tropicaleggianti, ruffiane e "dolci" che vengono prodotte in questo momento. Una single-hop interessante ma soprattutto didattica, che però arriva in un formato (24 once = 71 cl.) che risulta un po' troppo generoso rispetto al livello di bevibilità di questa birra. Il corpo è medio-leggero, la carbonazione abbastanza contenuta: dal punto di vista della consistenza scorre bene in bocca ma, come detto, sono altri i fattori che rallentano la bevuta sono altri.
Formato: 71 cl., alc. 6.5%, lotto 04/02/2014 C218:46, scad. a cento giorni dalla data d'imbottigliamento.

lunedì 3 febbraio 2014

Sierra Nevada Torpedo Extra IPA

Sierra Nevada (Chico, California) è uno dei pionieri del movimento “Craft”, essendo attivo dal 1980; eppure è uno di quei birrifici che, almeno nel corso delle prime tue trasferte in territorio americano, tendi un po’ a snobbare. Le sue birre le trovi quasi ovunque, persino nelle stazioni di servizio più sperdute o in quei regni delle multinazionali che sono gli scaffali dei supermercati Walmart;  inevitabile che finisci col ricercare altro, con il tuo taccuino di beer-hunter pieno di nomi di birre che in Italia non arriveranno (probabilmente) mai e che, nella maggior parte dei casi, non riesci poi a trovare neppure nei beershop Americani, se non dopo un po' di chiacchiere con il proprietario che decide - se gli risulti simpatico - di estrarre dal suo retrobottega qualche bottiglia che non era stata messa sugli scaffali. Dal 1980 al 2008 Sierra Nevada ha avuto un nucleo stabile di birre prodotte durante tutto l’anno; si sono aggiunte molte produzioni stagionali, molte “one-shot” e molti altri esperimenti, spesso disponibili solo in fusto. Ma, per ventotto anni, le birre disponibili tutto l’anno sono state sempre le solite: Pale Ale, Porter, Stout, Old Chico e Kellerweis. Per questo ha fatto abbastanza clamore l’annuncio, a Novembre 2008,  di una nuova birra disponibile tutto l’anno: la Torpedo Extra IPA. Il nome fa riferimento ad una modalità di effettuare il dry-hopping inventata e brevettata, credo, dal birraio Ken Grossman.
L'Hop Torpedo è un grande contenitore cilindrico d’acciaio che è stato progettato per “estrarre” gli oli essenziali del luppolo, ma non l’amaro; funziona in pratica come una macchina per il caffè espresso. Un filtro d’acciaio (a forma di cestino) viene riempito di coni di luppolo, ed immesso dentro al contenitore d'acciaio e poi sigillato; il contenitore viene poi a sua volta sospeso all'interno dei tank di fermentazione. La birra viene fatta passare attraverso questa "colonna" di coni di luppoli (all'interno del Torpedo) e poi ritorna all'interno del fermentatore; attraverso questo "circuito" è possibile controllare la velocità, la temperatura e la durata della fase di dry-hopping. Ma la Torpedo vede anche un'altra novità, ossia l'utilizzo (era l'inizio del 2009) di una nuova varietà di luppolo, il Citra; la ricetta prevede infatti malti Two-Row Pale e Caramel, luppolo Magnum per l'amaro, Magnum, Crystal e Citra per l'aroma. 
Il birrificio la definisce Extra IPA in quanto sarebbe a metà strada tra una IPA ed una Imperial IPA; all'aspetto è di colore dorato, molto carico, con riflessi ramati, e la schiuma è biancastra, fine e cremosa, dalla persistenza media. L'aroma è spento, privo di freschezza e vitalità, lontano ricordo di un abbondante dry-hopping; marmellata (dolce) di agrumi, soprattutto pompelmo, caramello, qualche lieve sentori di aghi di pino. Lo scenario si ripete anche in bocca, con mancanza di equilibrio e di freschezza: si passa dal dolce del caramello e della marmellata di agrumi (con qualche lieve nota di frutta tropicale) all'amaro resinoso e vegetale che "picchia" duro e rallenta inevitabilmente la bevuta. La birra ha perso la sua armonia ed il suo bilanciamento, risultando stanca, pesante, molto sbilanciata sulla parte amara/vegetale che non trova più il suo contraltare dato da quelle note di "frutta fresca" tipiche dei luppoli ancora freschi. In bocca è comunque gradevole, con un corpo medio ed una carbonazione ben dosata, risultando morbida e ben scorrevole. Il finale ha un bel taglio secco, ma subito dopo è di nuovo un ritorno di note amare, vegetali e resinose, che tendono a saturare abbastanza in fretta il palato di chi beve. Spenta e poco fresca, arrivata in condizioni simili a quelle di  tante altre sue sorelle a stelle e strisce (ma non solo).
E qui devo aprire una breve postilla.
Ci sono delle occasioni in cui il bevitore può ritenersi co-responsabile di una bevuta non particolarmente soddisfacente; sovente questo avviene quando ci si orienta all’acquisto di birre molto luppolate che provengono da altri continenti, Stati Uniti in primis. I quattro (a volte sei) mesi di tempo che molti produttori considerano il limite entro il quale bere una IPA “fresca”, in ottime condizioni, sarebbero già un buon deterrente all’acquisto per i prodotti che vengono dall’altra parte del mondo; ci sono tuttavia ancora (ridotte) opportunità di bere un’ottima India Pale Ale o un American Pale Ale americana importata in Italia, ma dovete essere molto accorti (o fortunati) ad avere tra le mani quella che è stata importata e poi stoccata nel modo appropriato, possibilmente riducendo il numero dei passaggi di mano dall'importatore a voi. In Italia non sono molti quelli che importano direttamente dagli Stati Uniti e poi rivendono direttamente al pubblico; tolti questi casi, sarà molto elevata la probabilità che andiate a stappare una birra che ha perso la maggior parte della propria freschezza ed anche del proprio equilibrio, che ha attraversato l’oceano su una nave in container (probabilmente) non refrigerati e che è stata poi stoccata in magazzini da qualche parte in Europa (o Italia), prima di arrivare, con uno o più passaggi di mano (ed altrettante soste in magazzini) sugli scaffali di un beershop. Ipotizzate anche che l'importatore abbia trasportato le birre con tutta la necessaria attenzione: è sufficiente che il furgone dell'ultimo anello della catena, il corriere che le porta a casa vostra o sugli scaffali del beershop, sia stato parcheggiato per un paio di ore a 35 gradi sotto il sole di Luglio ed ecco che le vostre birre avranno subito un bel colpo di caldo che le rovinerà per sempre.  Dovete quindi almeno sperare che tutti i passaggi di mano siano avvenuti in inverno o in autunno, quando le temperature sono ancora accettabili; il freddo non preserverà la vostra IPA americana per sempre, ma ne allungherà un po' la vita o, meglio, ne rallenterà l'inevitabile deperimento.
Considerati tutti questi elementi, quante possibilità avete di stappare una birra americana luppolata ancora fresca, fragrante e dall'aroma pungente? Poche. Ciò non toglie che la birra possa ugualmente piacervi, ma se siete andati negli Stati Uniti e vi è capitato di bere delle IPA/APA  a poche settimane dal loro imbottigliamento, difficilmente riuscirete poi a berle con soddisfazione in Italia, perchè la differenza sarà abissale. Se proprio volete bere americano, spesso conviene orientarsi su stili meno “delicati”, che non abbiano il luppolo come protagonista e che meglio sopportino il viaggio oceanico: stout, porter, dubbel, quadrupel, barley wine, o acide, c’è davvero ormai l’imbarazzo della scelta.
Nel caso di questa birra, la colpa dell'insoddisfazione è solamente mia; era da lasciare sullo scaffale, ma l'averla trovata ad un prezzo tutto sommato basso (2.58 Euro) mi ha spinto ad un'acquisto con poche aspettative che sono poi state prontamente deluse.
Formato: 35.5 cl., alc. 7.2%, IBU 70, scad. 28/05/2014.

venerdì 9 novembre 2012

Sierra Nevada Stout

Dopo la Porter, assaggiata poco tempo fa, continuiamo con il colore  "scuro" e stappiamo una bottiglia di Sierra Nevada Stout; la ricetta prevede malti Two-row Pale, Munich, Caramel e Black, mentre i luppoli sono Magnum per l'amaro, Cascade e Willamette per l'aroma. Colore ebano scuro, schiuma beige, fine, cremosa, molto persistente: aspetto impeccabile. L'aroma non è molto pronunciato ma molto elegante e pulito: ci sono caffè, cioccolato amaro, tostature, sentori di pane nero di segale. In bocca è una stout molto morbida, quasi cremosa, mediamente carbontata e dal corpo medio. Semplice, pulita, e facile da bere: non ci vogliono fuochi d'artificio per fare una birra che è un piacere sentire scorrere in gola: la torrefazione dei malti è molto raffinata, ci sono di nuovo caffè e cioccolato, con un bel finale amaro dove s'intensificano le note torrefatte di malto e di caffè. Come detto, grande pulizia ed equilibrio in una stout che sarebbe praticamente perfetta se fosse ancora più cremosa e se avesse un'aroma un po' più forte. Se fossimo in America, un bel 6 pack (prezzo intorno ai 9 dollari...) sarebbe sempre presente nella nostra cantina. Ottima birra, provare per credere. Formato: 35.5 cl., alc. 5.8%, IBU 50, lotto 20891 12:51, scad. 29/03/2013, prezzo 3.00 Euro.


lunedì 29 ottobre 2012

Sierra Nevada Porter

Sierra Nevada è un birrificio che non ha certo bisogno di presentazione, e anche la loro Porter è una birra molto diffusa e disponibile praticamente in tutto il mondo. Non ci era ad ogni modo ancora capitato di assaggiarla, e così cogliamo l’occasione per colmare questa “lacuna” e bere questa porter la cui ricetta prevede malti Two-row Pale, Munich, Chocolate e Caramel; il luppolo amaricante e’ il Goldings (non è specificato quale varietà), mentre per l’aroma c’è il Willamette. Aspetto sontuoso, color marrone scuro con brillanti riflessi rosso rubino; la schiuma, molto persistente, è beige, fine e cremosa.  Il naso “apre” con netti sentori di pane nero, con un’interessante ed insolita componente aggrumata (leggero pompelmo) in sottofondo; troviamo anche liquirizia, tostature e cioccolato amaro. L’aroma è molto pulito ma non brilla né per intensità che per vitalità (freschezza). Molto meglio in bocca, dove c’è grande pulizia e soprattutto un ottimo equilibrio tra toffee, tostature, caffè e leggero cioccolato amaro. Ottime anche le sensazioni palatali: birra morbida, oleosa, dal corpo medio e dalla carbonazione moderata. Nel finale, oltre alle attese tostature, c’è anche una lieve nota vegetale, a tratti leggermente resinosa.  Bottiglia penalizzata da un aroma poco vitale, si riscatta in bocca regalando una facile ed appagante bevuta che però manca un po’ di freschezza; sarebbe da riprovare in condizioni migliori. Formato: 35.5 cl., alc. 5.6%, IBU 32, lotto 20881 17:54, scad. 28/03/2013, prezzo 3.00 Euro.

mercoledì 19 settembre 2012

BRUX Domesticated Wild Ale

I Brettanomyces Bruxellensis sono un po' l'ultima moda che ha contagiato la scena brassicola americana. Dopo i luppoli neozelandesi ed il Citra, sono oggi sempre di più le birre che sbandierano in etichetta la parola "bretta" ad indicare appunto l'utilizzo di lieviti selvaggi. Se volete approfondire l'argomento vi consigliamo  questo bell'articolo di Massimiliano Faraggi, mentre noi passiamo rapidamente all'assaggio di questa "BRUX"  (letteralmente descritta come una "ale selvaggia addomesticata"), nata da una collaborazione tra due grandi birrifici californiani, ovvero Sierra Nevada e Russian River. La birra subisce una prima fermentazione con lieviti belgi, alla quale ne segue una seconda, in bottiglia, ad opera dei brettanomiceti. Il colore è tra il dorato ed il ramato, velato; la schiuma è un po' grossolana, generosa ma poco persistente. Il naso, molto pulito, è fortemente caratterizzato dalla speziatura dei lieviti, soprattutto pepe ma anche un leggero tocco rustico e leggermente acidulo tipico dei brettanomiceti. Troviamo anche note asprigne di pera acerba e di scorza di limone. La percentuale alcolica dichiarata in etichetta è (8.3), e l'arrivo in bocca sorprende per la leggerezza che questa BRUX dimostra; vivacemente carbonata, è watery quanto basta per farla scorrere molto rapidamente. La presenza dell'alcool è assolutamente inesistente, ed in assenza d'indicazioni scommetteresti ad occhi chiusi di avere nel bicchiere una belgian ale da 4/5 gradi al massimo. Il gusto è un po' meno complesso ed interessante dell'aroma: troviamo infatti un imbocco di pane e cereali seguito da un brusco passaggio "a vuoto", un po' acquoso, prima dell'arrivo di note fruttate molto attenuate, leggermente aspre, che richiamano l'uva spina ed il limone. Birra molto secca, con una carbonazione molto gradevole e fine (tipo champagne) che interagisce molto bene con la leggerissima speziatura dei lieviti. Chiude con un finale leggermente amarognolo con note  di frutta secca, nocciolo di pesca ed una leggera nota rustica polverosa. Questa BRUX  lascia senza dubbio intravedere delle ottime potenzialità; birra molto giovane, dall'aroma già complesso ma dal gusto ancora in divenire, il che è dovuto alla giovane età anagrafica di questa creazione (uscita a Luglio 2012) che ha senz'altro bisogno di tempo per evolvere per sviluppare determinate caratteristiche in linea con il suo nome. Andrebbe lasciata per un po' di cantina, ma non abbiamo avuto la possibilità di fargliela fare; è comunque già un bel bere. Formato: 75 cl., alc. 8.3%, prezzo 13.32 Euro ($ 15.99).

lunedì 9 maggio 2011

Sierra Nevada Celebration Ale

La Celebration Ale viene prodotta ogni anno nel periodo invernale dalla Sierra Nevada; vengono utilizzati malti Two-row Pale ed English Caramel, e luppoli Chinook, Cascade e Centennial (questi ultimi due anche in dry hopping). All’aspetto è di un bel colore ambrato carico, con riflessi ramati, appena velato; la schiuma fine e cremosa, è ocra e molto persistente. Purtroppo all’aroma non è rimasto molto del dry-hopping: percepiamo sentori di pino, erbacei, pompelmo ed agrumi, caramello. In bocca è morbida, grazie ad una “texture” oleosa, un corpo medio ed una carbonatazione abbastanza contenuta. Il primo imbocco dove spiccano note dolciastre di marmellata di agrumi,è seguito da note più amare, vegetali e resinose. Il finale secco pulisce bene il palato lasciando un lungo retrogusto amaro e vegetale caratterizzato da una piacevole speziatura pepata che scalda la bocca e da un ritorno di note di marmellata d’agrumi. La bottiglia in questione viene penalizzata nell’aroma, ma rimane comunque una IPA molto buona, beverina e dal gusto molto pulito. Formato: 33 cl., alc. 6.8%, 65 IBU, scad. 10/2011, prezzo 1.25€

______________
english summary:
Winter IPA brewed by Sierra Nevada using Two-row Pale and English Caramel malts and Chinook, Cascade and Centennial hops. Pours a beautiful deep amber color with a creamy off-white head. Unfortunately there’s not much dry-hopping presence in this bottle aroma; yet mild notes of pine, grass, citrus (grapefruit) and caramel are in the nose. Smooth mouthfeel with an oily texture and a medium body. Some citrus jam in the taste, followed by some resinous and grassy bitterness. A quite dry beer which ends with a on a bitter grassy aftertaste with some light spicy pepper warming up the palate and some citrus jam. Very well done. 33 cl. bottle, 6.8% ABV, 65 IBUs, bb. 10/2011, 1.25 €

giovedì 28 aprile 2011

Sierra Nevada Tumbler

Produzione autunnale per la Sierra Nevada Brewing Company. L’etichetta la definisce una “autumn brown ale”, prodotta con malti Two-row Pale, Crystal, Chocolate ed affumicati, luppoli Challenger e Yakima Goldings. Nel bicchiere è di un bellissimo color marrone intenso che regala dei riflessi rossicci. La schiuma, ocra, è fine, cremosa e persistente. Purtroppo l’aroma è davvero scarso, con predominanza di sentori minerali, leggero malto tostato e caramello. Il corpo è medio, la carbonatazione bassa. In bocca è molto morbida, ma con poco gusto: poco malto tostato, note di liquerizia, un amaro che sa di luppolo più che di tostatura, un delicato e piacevole calore alcolico. Bottiglia evanescente che ha chiaramente risentito di maltrattamenti e stoccaggi inopportuni, completamente priva di quel ricco bouquet di tostature che ci saremmo aspettati. Si congeda con un leggero retrogusto amaro, nuovamente erbaceo. Formato: 35 cl., alc. 5.5%, IBU 37, lotto sconosciuto, scad. 27/07/2011, prezzo 1.25 €.


_________________
english summary:
Sierra Nevada Brewing Company, Chico, California, USA.
Beautiful deep brown reddish color with a creamy off-white head. Fainting aroma with light roasted malts, caramel and minerals. Medium bodied with low carbonation. Smooth texture, but little taste: just light roasted malts, licorice, bitter hops. Nice warm alcohol feeling. Clearly this bottle has suffered from some inappropriate stocking. 35 cl. bottle, 5.5% ABV, 37 IBUs, b.b. 07/2011, price 1.25 €.

sabato 5 febbraio 2011

Sierra Nevada Northern Hemisphere Harvest Wet Hop Ale

Se per brassare la Southern Hemisphere i luppoli venivano fatti volare direttamente dalla Nuova Zelanda, per la Northern Hemisphere l’operazione è un po’ più semplice visto che i luppoli freschi arrivano entro 24 ore dalla raccolta da Yakima, nello stato di Washington, a “solo” 900 km di distanza dal quartiere generale della Sierra Nevada a Chico, in California. Colore ambrato carico, la schiuma è fine e cremosa, ocra, e molto persistente. I luppoli ovviamente caratterizzano l’aroma, quasi balsamico, con pino e resina ma anche una gradevole nota fruttata (pompelmo) e di caramello. In bocca è oleosa, corpo e carbonatazione medi. Sostenuta da una robusta base di malto e caramello, il gusto è marcatamente amaro (66 IBU) e si colora “idealmente” di verde con pino, resina e note erbacee. Termina secca, lasciando un gradevole retrogusto amaro (ancora pino e resina) che dura a lungo. E’ difficile giudicare correttamente questa birra a diversi mesi di distanza dall’imbottigliamento, visto che la sua raison d'être è appunto l'estrema freschezza dei luppoli. Ad ogni modo risulta una IPA molto buona e gradevole, ma un tantino meno "beverina" di altre sorelle più “fruttate” e meno resinose. Bottiglia da 66 cl., ABV 6.7%,
________________
english summary:
Deep amber color with a creamy, rocky and long lasting off-white head. Strong hoppy aroma with pine and resin in the nose, some light grapefruit and caramel. Medium bodied with oily texture. Very bitter (66 IBU) and hoppy taste with some more pine, resin and grass on a malt and caramel backbone. Nice balance. End dry with a very pleasant bitter and rich hoppy aftertaste. A very good IPA. 66 cl. bottle, 6.7% ABV.

giovedì 9 dicembre 2010

Sierra Nevada Southern Hemisphere Harvest

Le birre della gamma “Harvest”, del birrificio californiano Sierra Nevada, sono tutte prodotte utilizzando luppolo fresco, appena raccolto e quindi al picco delle proprie caratteristiche. La prima birra fu la Wet Hop Ale, nata nel 1996, dove il luppolo veniva raccolto nella Yakima Valley (Washington) e spedito, in giornata, al birrificio. Si tratta dunque di una birra stagionale, prodotta solamente in autunno quando avviene la raccolta del luppolo. La Southern Hemisphere Harvest, come il nome suggerisce, è invece prodotta utilizzando luppoli dell’emisfero sud. La raccolta avviene in questo caso in Nuova Zelanda, nell’autunno australe che corrisponde alla “nostra” primavera; i luppoli (in questo caso Motueka, Southern Cross e Pacific Hallertau) sono spediti via aerea dalla Nuova Zelanda in California immediatamente dopo essere stati raccolti, in modo da poter essere utilizzati nel giro di una settimana.
Di un bel color ambra velato, ampia schiuma fine, cremosa, bianca e molto persistente. L’aroma è davvero forte e pungente, un bellissimo mix di sentori luppolati dove convivono pino, agrumi ed erba. Corpo e carbonatazione medi. Luppolo protagonista assoluto anche in bocca, in un elegante connubio di note erbacee e terrose; il malto è davvero appena percepibile. Finisce secca, lungo retrogusto molto amaro e resinoso. Una IPA volutamente sbilanciata, dedicata al luppolo ed alla sua massima espressione. Fresca (anche se ovviamente arriva in Italia qualche mese dopo…), balsamica e quasi “vegetale”. Una birra non esattamente beverina, nonostante una gradazione alcolica modesta (6.7%) ma rinfrescante e molto, molto buona. 66 IBU. Degustata in bottiglia da 71 cl (se abbiamo convertito bene 1 pinta e 8 once fluide). 7.20 €

______________
english summary:
Beautiful hazy amber with a big creamy and long lasting white head. Crisp strong aroma of citrus, pine and grass. Body and carbonation are medium. Grassy and earthy hoppy taste; malt is barely present. Dry finish with a long and resinous very bitter aftertaste. A clear deliberately unbalanced IPA, dedicated to hop crispness. Refreshing and not really easy drinkable in spite of a 6.7% ABV. Excellent brew. 66 IBU. 1 pt. 8 fl. oz. bottle, 7.20 €.