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venerdì 8 novembre 2019

WRCLW Coffee Imperial Stout Nitro

Breslavia (Wrocław), la città dei cento ponti: in verità prima della seconda guerra mondiale ve n’erano 303, oggi ne sono rimasti solo un terzo. Ma Breslavia vanta anche un’antica tradizione birraria documentata almeno dal 1255; alla fine del diciannovesimo secolo in città erano operativi 70 birrifici e all’inizio della prima guerra mondiale si contavano circa 1200 locali servivano birra, ovvero uno ogni 50 abitanti. Alle due guerre e al successivo regime sovietico sopravvissero solamente due produttori, Piastowski e Mieszczański, che si sono poi uniti a formare  Browary Dolnośląskie Piast i cui cancelli si sono definitivamente chiusi nel 2004. 
Breslavia e la regione della Bassa Slesia, un tempo chiamata anche “la piccola Baviera” rimasero per dieci lunghi anni senza un produttore di birra: un’assurdità per una città che conta quasi 650.000 abitanti in un paese con uno dei maggiori consumi pro-capite di birra in Europa (97 litri a testa, il triplo di quelli italiani, giusto per darvi un paragone). 
Grzegorz e Arletta Ziemian non si sono fatti sfuggire l’occasione: background in economia, esperienza nel ramo finanziario negli Stati Uniti e in Polonia, hanno trovato trovato gli investitori necessari (americani e polacchi) per aprire le porte del Browar Stu Mostów, ovvero Birrificio Cento Ponti, un omaggio alla città ma anche, dicono, un metafora di quello che la birra dovrebbe fare: un ponte che aiuta le persone a socializzare, a stare bene assieme.  
L’impianto arriva dai tedeschi della BrauKon e in sala cottura vengono reclutati i birrai Grzegorz Ickiewicz e Mateusz Gulej; quello che però maggiormente impressione, guardando le immagini, è il pub annesso o taproom che dir si voglia.  Design industriale moderno, beer garden, cucina a vista, bancone con sgabelli posizionato al primo piano che consente di vedere dall’altro l’impianto produttivo e tutta la sala sottostante; aperto tutti i giorni da mezzogiorno a mezzanotte. 
La gamma Stu Mostów è sostanzialmente divisa in due linee: la più moderna Salamander (soprattutto NEIPA e sour alla frutta) e la più classica WRLCW (Pils e Hefeweizen ma anche Imperial Stout e Barley Wine). E’ anche già operativo un programma di Barrel Aging.

La birra.
Il suo nome dice tutto: imperial stout  (11%) al carboazoto prodotta con caffè fornito dalla torrefazione Etno Cafe; di imperial stout Stu Mostów ne produce una decina di varianti, forse troppe. 
Il suo biglietto da visita non è dei migliori: forse a anche a causa dell’elevata gradazione alcolica il carboazoto non produce il desiderato effetto della “fontana capovolta”. Anzi, la schiuma quasi fatica a formarsi e quel poco che c’è svanisce molto rapidamente. Caffè, tostature, tabacco e fruit cake danno forma ad un aroma intenso ma abbastanza carente in pulizia e finezza. Il corpo è quasi pieno, le bollicine sono poche; la sua consistenza è densa e oleosa ma priva di quelle carezze setose che t’aspetteresti provenire dalla parola “nitro”. Al palato caramello, fruit cake e liquirizia disegnano una bevuta dolce ma bilanciata dall’amaro del caffe(latte), delle tostature e dei luppoli: anche qui c’è intensità ma manca pulizia, precisione, definizione. L’alcool è invece piuttosto ben dosato e riscalda senza mai creare nessun intralcio ed il sorseggiare risulta piuttosto agile. Imperial stout nel complesso discreta che tuttavia non brilla nei sui due elementi che dovrebbero caratterizzarla: l’uso del caffè e del carboazoto. Un “vorrei ma non posso”,  E nemmeno il prezzo al quale viene proposta in Italia, molto poco “polacco”, gioca a suo favore: nella stessa fascia di prezzo ci sono alternative, americane e non, nettamente superiori.
Formato 33 cl., alc. 11%, IBU 62, lotto 120222/202/01, scad. 12/02/2022, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 22 gennaio 2019

Van Pur Roger

Perlenbacher, Grafenwalder, Fink Brau e Best Brau sono i marchi più popolari sugli scaffali dei discount italiani, birre il cui costo s’aggira nei dintorni dell’euro al litro; ma non ci sono solo loro ad allietare il palato di chi desidera spendere il meno possibile o di chi ama l’horror. Prendete ad esempio questa lager leggera (3%) chiamata Roger, la cui lattina da lontano potrebbe quasi ricordare quella di una Coca Cola. 
Il più grande birrificio polacco indipendente si chiama Van Pur ed è stato fondato da Zbigniew Wantusiak e Siegfried Pura: un imprenditore polacco ed uno tedesco che sfruttarono il crollo del regime comunista. Nel 1992 la Van Pur cominciò a mettere in lattina la birra prodotta da altri birrifici per poi iniziare, l’anno successivo, a produrre anche la propria Van Pur Premium; il birrificio finì poi nelle mani della Brau Union austriaca che lo controllò sino al 2003, anno in cui i proprietari originali lo riacquistarono.  Van Pur possiede oggi cinque siti produttivi in Polonia che producono oltre 4 milioni di ettolitri all’anno, il 50% dei quali viene esportato in settanta paesi.  Oltre alla birra prodotta per conto terzi, Van Pur possiede una quota del mercato polacco che si aggira attorno al 10% ottenuto grazie a numerosi marchi propri: Lomża, Export, Łomża non pastrotizzata, Łomża al miele, Łomża non filtrata;  Karpackie Lager, Pils e Strong (9%); Brok Premium Lager, Gluten Free e Specialty (quest’ultima descritta come Craft Beer); Halne Strong (6, 9 e 10%)  il cui orso in etichetta ammicca alla Bjorne beer. La storica Van Pur Premium (Pilsener), affiancata dalle versioni Strong (10 e 12 %) ed analcolica; la Edelmeister Pilsener, Weizen, Witbier, Schwarzbier e Radler, la Hermann Muller Premium Lager e l’inquietante Cortes Cerveza Extra, una lager in bottiglia trasparente o una Corona in incognito, se preferite.

La birra.
Roger:  quaranta centesimi per mezzo litro di birra, ovvero 0.80 euro al litro. Filtratissima e quindi assolutamente limpida, di color oro antico, forma un cappello di schiuma bianca un po’ scomposta e dalla discreta persistenza. La lista degli ingredienti annovera malto e un inquietante… “malto da birra”, o “brewing malt” per dirla all’inglese. Non era meglio chiamarlo estratto? Riso e mais non sono elencati ma l’aroma mi sembra un piccolo compendio di succedanei del malto; c’è una sgradevole nota saponosa e di cereali andati a male (non trovo descrittore più appropriato) e, in fondo al tunnel, qualche ricordo di limone e di mela verde.  Poche bollicine, corpo leggerissimo, praticamente acqua. Il gusto latita, soprattutto se bevuta fresca, e la sensazione è di bere un bicchiere d’acqua con un delicato ma ributtante amaro finale saponoso. Lasciandola scaldare arrivano sbiaditi ricordi di mais, miele e soprattutto un forte gusto metallico a chiudere una bevuta poco secca e neppure troppo rinfrescante. E’ impressionante come una birra dal gusto così blando riesca tuttavia a risultare quasi  imbevibile e a finire nel lavandino. Il verdetto? Risparmiate anche questi quaranta centesimi e compratevi una bottiglietta d’acqua, se avete sete.
Formato 50 cl., alc. 3.0%, lotto 0220LE 13871827 1, scad.  28/09/2019, prezzo indicativo 0.40 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 1 agosto 2017

The Order of Yoni Bottled Instinct

Yoni, termine sanscrito che indica l’organo genitale femminile ma che simboleggia più genericamente la nascita, l’origine e la creazione.  Che la donna, la sua sensualità e la sua carica erotica siano spesso usate per finalità commerciali non è certo una novità, anche per quel che riguarda la birra. Ma se non erro non era mai successo, sino ad ora, che un “pezzo” di donna finisse realmente in una birra: nello specifico parliamo dei lactobacilli della flora vaginale, microorganismi di origine batterica che popolano le pareti vaginali.  E visto che i lactobacilli sono una delle due famiglie di batteri (assieme ai Pediococcus)  più utilizzate nella fermentazione delle birre acide, i polacchi dell’Ordine di Yoni (nome che sembra quasi riferirsi ad una setta, fondata da Wojciech Mann) hanno avuto l’idea di farli prelevare da un ginecologo con uno stick; successivamente i batteri sono stati isolati in laboratorio e moltiplicati nella quantità sufficiente per far partire la fermentazione della birra. L’Ordine di Yoni assicura che attraverso l’esame del codice DNA e/o RNA sono stati eliminati tutti gli altri batteri e virus presenti e sono stati utilizzati solamente i lactobacilli. 
Questo il modo in cui venne illustrato nel 2016 il progetto Order Of Yoni attraverso una campagna di crowfunding che ha tuttavia racimolato solamente 1.578 euro dei 150.000 richiesti: “immaginate la donna dei vostri sogni, l’oggetto del vostro desiderio. Il suo fascino, la sua sensualità, la sua passione…  Assaggiate il suo gusto, sentite il suo odore e la sua voce… immaginate che vi massaggi con passione e che vi sussurri in un orecchio tutto ciò che volete sentire. Ora liberate le vostre fantasie ed immaginate con una bacchetta magica ci poter racchiudere tutto ciò dentro ad una bottiglia di birra. Una bevanda dorata piena di grazia e istinto; immaginate che ogni sorso sia un incontro con la donna dei vostri sogni, che vi abbraccia e vi bacia con dolcezza, guardandovi negli occhi. Quanto dareste per una birra così?  Noi dell’Ordine di Yoni abbiamo reso possibile la creazione di quella birra, materializzando il carattere e la grazia di quella donna, dandovi la possibilità di trasformare la bevuta di una birra gustosa nell’incontro con una vera dea.  Il segreto di questa birra è nella vagina della donna: i suoi batteri trasferiscono le caratteristiche della donna, la sua grazia, il suo fascino e il suo istinto alla birra, così come i batteri vaginali nel momento della nascita si trasferiscono al bambino appena nato e diventano parte del suo sistema immunitario”. 
Alexandra Brendlova è la (sino ad allora?) sconosciuta ragazza ceca che viene selezionata dopo un lungo e rigoroso casting: “una donna che non fosse solo bella ma anche intelligente e affascinante, una musa ispiratrice, un volto fresco". Nessuna esperienza come modella, nessuna presenza sui social media e, ovviamente, nessuna esperienza come escort o attrice pornografica: l’Ordine assicura di averle fatto firmare un contratto con una penale molto alta da pagare nel caso spuntasse qualche scheletro dall’armadio. La campagna di crowfunding era destinata ad un progetto più ampio che prevedeva la realizzazione di molte altre birre, ognuna delle quali avrebbe avuto come protagonista una nuova ragazza. Tra gli esempi figurano una “BSDM Ale”, ovvero una birra acida prodotta con prugne affumicate e lactobacilli vaginali di una modella bruna o rossa (sic!),  e una Blond Ale con malto di frumento, zafferano e oro edibile, con batteri di una modella bionda o di una celebrità.
Come detto, il crowfunding non è andato a buon fine ma l’Ordine di Yoni ha evidentemente racimolato i fondi per prelevare nel novembre 2015 i lactobacilli e annunciare, nella primavera del 2016, la nascita della prima “Bottled Instinct - Vagina Beer”: la notizia ha ovviamente fatto il giro del mondo trovando però attenzione più sulla stampa generalista che sulle riviste o sui siti degli amanti di birra.
Personalmente sono alquanto perplesso da questa iniziativa commerciale. Il marketing punta sulla banale e abusata associazione donna/sesso/birra e si rivolge evidentemente al grande pubblico; la birra è però acida, caratteristica che risulterà alquanto sgradevole al palato di chi beve solitamente birre industriali.   Per i "birrofili navigati" la sola idea alla base della birra dovrebbe (forse) un buon motivo per starne alla larga.  Ad ogni modo, l’Ordine di Yoni mi ha contatto chiedendomi se ero interessato ad assaggiare la birra, e visto che una birra difficilmente si rifiuta ho accettato specificando – come faccio con chiunque mi mandi delle bottiglie in omaggio -  che ne avrei comunque parlato con onestà, nel bene e nel male.

La birra.
La ricetta, realizzata sugli impianti del birrificio Wasosz, prevede malti Pilsner, Monaco, Caramello e Roasted, luppoli Cascade (USA) e Junga (Polonia), chips di rovere “bagnati” nel cognac e ovviamente lactobacilli vaginali; non è filtrata ma è pastorizzata. 
Nel bicchiere è di un torbido color ambrato sormontato da un cremoso e compatto cappello di schiuma dalla buona persistenza. Al naso spiccano dolci, a tratti stucchevoli profumi di caramello, frutta sciroppata (prugna, uvetta), mosto d'uva cotto, pane nero e biscotto; c'è anche qualche accenno aspro di frutti rossi, sopratutto ribes. Pulizia e intensità ci sarebbero, quello che manca è la finezza. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato, in una birra che oscilla tra due estremi che sembrano respingersi piuttosto che incontrarsi: si parte da un imbocco molto dolce ricco di caramello e frutta sciroppata al quale fa seguito l'asprezza dei frutti rossi e del limone, l'acidità lattica. In sottofondo si scorge qualche lieve nota di pane tostato, ma i passaggi dolce-aspro sono abbastanza bruschi e molto poco armoniosi. L'intensità ci sarebbe anche, ma è come se si fosse "esagerato" con il dolce per tenere a bada  parte acida; l'eleganza non è di casa, non c'è molta profondità e non avverto il contributo dei chips di legno. Detto questo, la sua funzione rinfrescante la svolge, ovviamente se vi piacciono le birre acide.  Il risultato è modesto ma bevibile anche se, come detto, mi sfugge il nesso commerciale dell'operazione: chi proviene dalle lager industriali la troverà terribilmente aspra/acida, quindi cattiva, mentre per gli amanti di lambic e sour ales direi che c’è molto altro di meglio da bere.
Formato: 50 cl., alc. 6,1%, scad. 10/05/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 25 gennaio 2017

Pinta Vermont IPA

La Polonia è in fermento e i birrifici/beerfirm locali, sostenuti da una domanda interna che si colloca ai primi posti in Europa, continuano a sfornare birre su birre e ad aprire taproom o pub di proprietà.  Uno dei pionieri e dei protagonisti di questo movimento è Browar Pinta, beerfirm con sede legale a Żywiec, nel sud est della Polonia e fondata da Ziemowit  Fałat,  Grzegorzem Zwierzyną e Marka Semlę, che già avevo ospitato in questa occasione
Aperta nel 2010, ha inaugurato nel giugno 2014 il bar Viva la Pinta in centro a Cracovia; Il fondatore (e birraio) Ziemek è anche socio del sito Browamator che vende materiale per homebrewing e,  da quanto leggo, autore di libri ed articoli su come fare la birra in casa.  
Nel 2015 Pinta ha inaugurato una serie di birre chiamata “Miesiąca”:  ogni mese il birrificio fa uscire una novità esclusivamente in fusto, a produzione limitata (100 fusti, di solito uno in ogni locale). In caso di riscontro positivo da parte del pubblico valuta se produrla in maggiore quantità e se farla entrare in produzione stabile. Le birre sono annunciate solo pochi giorni prima del vernissage nei pub selezionati. Il mese di agosto 2016 ha visto il debutto della Vermont IPA: c’era in effetti da meravigliarsi del fatto che nessun microbirrificio polacco, in una scena dove il luppolo è venerato, avesse ancora pensato ad emulare le ricercatissime Juicy/Cloudy IPA del New England. Pinta dichiara tuttavia che non si tratta di un tentativo di emulare quelle birra ma piuttosto di trovare un punto d’incontro tra il  carattere “succoso” della East Coast  e quello “amaro” della West Coast, al quale evidentemente i beergeeks polacchi  non intendono rinunciare.

La birra.
La ricetta viene realizzata dal birraio Ziemowit Fałat assieme a Paul Maslowski; per la produzione ci si appoggia agli impianti del birrificio Na Jurze di Zawiercie. Vengono utilizzati malti Premium Pilsner e Pale Ale, luppoli Citra Centennial, Mosaic e  Columbus, lievito S-04. 
Non filtrata, nel bicchiere è effettivamente opaca ma non torbida quanto una Juicy/Cloudy IPA del New England: il suo colore si trova tra l’arancio ed il dorato, con una testa di schiuma appena biancastra compatta e cremosa, dall’ottima persistenza.
Aroma fresco ed intenso, ma con pulizia ed eleganza ampiamente migliorabili: ananas, arancia dolce, pompelmo zuccherato, mango sono gli elementi che compongono la macedonia di frutta.  Il mouthfeel non ha la cremosità che una New England IPA richiederebbe ma è ugualmente morbido e gradevole: la scorrevolezza è buona ma non ottima, l’alcool si fa sentire secondo quanto dichiarato (6.1%) in etichetta. Il gusto è effettivamente “succoso” e carico di frutta: un tocco caramellato e biscottato supporta il tropicale (mango, ananas?) ed il pompelmo, anche se il livello di pulizia non è tale da farti cogliere la pienezza di quei frutti.  Il finale amaro e resinoso, benché di modesta intensità, riesce ugualmente a grattare un po’ il palato;  la chiusura non è molto secca, con una lieve patina dolciastra che rimane sempre ad avvolgere il palato.  
Nel complesso è una IPA di buona intensità e molto fruttata, godibile e ancora piuttosto fresca, anche se un po’ grezza: rimangono i problemi che “affliggono”  quasi tutte le IPA polacche che mi è capitato d’assaggiare, ovvero pulizia ed eleganza ampiamente migliorabili. Il rapporto qualità prezzo (siamo tra gli 8/9 euro al litro qui in Italia ) è comunque buono e la si perdona senza grossi rimpianti, a patto di non pretendee una "copia" di una IPA del New England.
Formato: 50 cl., alc. 6.1%, IBU 54, scad. 15/06/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia  e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 22 maggio 2016

Golem Dybuk Porter

La Polonia continua a sfornare nuovi attori, quasi tutte beefirm, che prendono parte ad una vibrante "craft beer revolution": tra gli ultimi arrivati c'è Browar Golem, fondata dai tre giovani homebrewers Michal Kamiński, Artur Karpiński e Sebastian Lęszczak, che ai loro lavori quotidiani hanno affiancato anche una beerfirm con sede operativa a Poznan. Dei tre quello che ha "maggiore" esperienza con le pentole è Sebastian, avendo iniziato nel 2012 con un kit di St Peter's IPA.  Dopo solo tre anni, a luglio 2015, viene fondata la beerfirm che debutta a dicembre 2015; tra le loro ispirazioni, oltre alle birre importate dall'estero ci sono anche le prime beerfirm della rivoluzione polacca, come AleBrowarPinta con quest'ultima che può vantarsi d'aver prodotto la prima American IPA in Polonia, chiamata Atak Chmielu. Era il 2012. 
Il nome scelto (Golem) rimanda ovviamente alla tradizione ebraica, un gigante di argilla ubbidiente al proprio padrone che lo usa come servo e come difensore del popolo ebraico dai suoi persecutori. La più famosa leggenda sui golem ha come protagonista il rabbino di Praga Jehuda Löw ben Bezalel, nato proprio a Poznan, in Polonia. Alla tradizione ebraica si rifà anche la birra del debutto, la porter Dybuk, termine che indica "uno spirito maligno in grado di possedere gli esseri viventi. Si ritiene che sia lo spirito disincarnato di una persona morta, un'anima alla quale è stato vietato l'ingresso al mondo dei morti". La Porter del debutto è poi stata seguita dall'American Wheat chiamata Mazal Adar Dagim e dall'inevitabile American IPA Etz Chaim.

La birra.
Birrificio che debutta sul blog con la sua prima birra: è la porter Dybuk, presentata ufficialmente lo scorso 12 dicembre 2015 al pub Setka di Poznan e realizzata presso gli impianti del birrificio Kamionka Gontyniec di Poznan. La psichedelica etichetta è opera dell'artista polacco Novy; la ricetta prevede invece una buona percentuale di segale (30%), malti Pale Ale, Chocolate e Caramel, luppolo Magnum, sale, fave di cacao e chips di legno di quercia precedentemente immerse in Sherry Oloroso, lievito US-05.
All'aspetto è completamente nera, con un discreto cappello di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente ma un po' lenta nel formarsi. L'aroma non è particolarmente intenso e caratterizzato da un discreto livello di pulizia che evidenzia i profumi di pane nero, cioccolato al latte, mirtillo, caffè e tostature. la lieve presenza di cenere. Le cose si fanno più interessanti in bocca, dove pulizia ed intensità sono migliori: caffè e tostature dominano la bevuta, con queste ultime che ogni tanto sconfinano un po' nel bruciato. La segale dona una leggera nota speziata, il cioccolato fondente fa ogni tanto capolino così come il sale, la cui percezione è sicuramente influenzata dal sapere che è stato utilizzato nelle ricetta: non l'avessi saputo, probabilmente neppure l'avrei notato. Per quanto mi sforzi non trovo invece traccia delle chips di legno imbevute nello sherry: non c'è praticamente dolce, tranne un tocco di caramello bruciato, e l'amaro delle tostature è parzialmente bilanciato solo dall'acidità dei malti scuri. La bevibilità risente un po' di questo eccesso di tostato amaro, risultando un po' limitata: la sensazione palatale è abbastanza morbida, il corpo è medio e la carbonazione piuttosto bassa. E' una porter dalla buona intensità, ma a mio parere troppo sbilanciata sull'amaro da tostature che non brillano per eleganza: nel complesso è un debutto comunque positivo, sicuramente un po' più di dolce e una maggiore cura nella finezza renderebbero questa birra più equilibrata e maggiormente scorrevole.

Formato: 50 cl., alc. 6.5%, IBU 50, scad. 04/2016, 4.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 7 ottobre 2015

Olimp Sophia

Negli ultimi mesi sul blog è transitato qualche birrificio polacco, i protagonisti di “un’avanguardia” che si sta diffondendo piuttosto rapidamente in una nazione dall’elevato consumo procapite; nella maggior parte dei casi da queste nuove beerfirm non hanno fatto altro che portare in Polonia un pezzo dell’inizio della  Craft Beer Revolution Americana, producendo soprattutto IPA o altre birre abbondantemente luppolate. Eppure nella ricca tradizione brassicola polacca non mancano alcuni stili “autoctoni” che risultano (almeno ad un birrofilo “estero”) molto più interessanti di una delle tante IPA; pensiamo ad esempio alle Baltic Porter che i paesi baltici, Polonia inclusa, iniziarono a produrre ispirati da quelle che nel diciottesimo secolo venivano esportate dall’Inghilterra  verso la Russia. La tradizione è stata riproposta anche dai nuovi birrifici polacchi, con interpretazioni che – per quel poco che ho assaggiato – hanno però completamente stravolto lo stile: si veda ad esempio la Imperator Bałtycki di  Browar Pinta bevuta qualche settimana fa. 
Un altro pezzo di storia brassicola polacca è rappresentato dalle Grodziskie o Grätzer: il nome punta dritto alla citta di Grodzisk (o Grätz, come fu rinominata dai tedeschi nel diciannovesimo secolo):  in questo periodo nel distretto di Poznań, che includeva Grätz, esistevano 158 fabbriche di birra delle quali 101 producevano Grätzer con in mano il 37% di fetta di mercato. In città ve n’erano cinque i cui nomi, se non erro, erano  Bahnischa, Grunberg, Bibrowicz, Habocka e Bohnstedta. Si tratta di una birra realizzata con il 100% di malto di frumento affumicato con legno di quercia e generosamente luppolata  sia con luppoli locali (Nowotomyski , Lublin) che con quelli provenienti dalle nazioni vicine come Tettnanger, Hallertauer o Saaz: una birra facile da bere, solitamente filtrata, le cui prime versioni avevano un contenuto alcolico del 5% circa:  il progressivo aumento delle imposte sulla birra e sul frumento spinse i birrifici ad abbassarlo al 3-3.5%. Più controversa è invece la discussione sul carattere “acido” di questo stile: lo storico Ron Pattinson  sostiene con convinzione che non vi sia nessuna evidenza storica a provare che le Grodziskie fossero birre acide; per qualcun altro non è così, e vi rimando a questa discussione sul blog di Pattinson se avete voglia di approfondire. 
Le Grodziskie iniziarono il loro declino nel ventesimo secolo: dopo la seconda guerra mondiale l’intera industria brassicola polacca fu nazionalizzata dal governo comunista che riservò poca attenzione per i prodotti “locali”, preferendo quelli di largo consumo nazionale, le lager, che arrivavano anche dalla vicina Germania Orientale.  L’ultimo birrificio ancora in attività a  Grätz  fu acquistato dalla Poznan Brewery  che ne sospese nel 1993 l’attività in quanto non più redditizia; in quell'anno si concluse di fatto la produzione commerciale di  Grodziskie. Rimasero solamente gli homebrewers che decisero nel 2011  di formare una “Associazione per la rinascita della  Grodziskie”, con lo scopo di riportare in vita un pezzo di storia brassicola della loro nazione. 
Nel 2013 l’homebrewer americano Cesar Marron partecipa all’annuale LongShot American Homebrew Contest organizzato da Samuel Adams con una birra chiamata semplicemente Grätzer, ispirata da alcune ricette storiche pubblicate in internet e vincendo tra oltre 1000 partecipanti.  Il premio prevede la messa in produzione l’anno successivo della Grätzer che viene venduta nel “LongShot Six-pack”  suscitando l’interesse di molti bevitori e produttori americani, che si cimentano anch’essi nell’interpretare lo stile.  In Italia il primo (e unico?) esempio di Grodziskie viene dal Birrificio Amiata, con il nome Polska: il birraio Claudio Cerullo ha anche scritto un interessante articolo a riguardo che non posso non citare.
Del birrificio polacco Olimp vi avevo già parlato in occasione della Polka Pils prodotta da Brouwar Wasosz; Olimp ne è infatti una costola, essendo stata creata da Michal Olszewski e Martin Ostajewski, rispettivamente proprietario e birraio di Wasosz. I nomi delle birre sono tutti ispirati alla mitologia greca e il mio primo incontro con una Grodziskie è dunque con Sophia, nome che fa ovvio riferimento alla dea greca della sapienza, raffigurata con un libro in mano dell'etichetta realizzata da Adam Szary. La birra è in realtà nata da una collaborazione con l'homebrewer dal nome per me improponibile di  Łukaszem "Absztyfikantem” Szynkiewiczem che con questa Grodziskie ha vinto il secondo premio assoluto ed il primo premio nella categoria di stile del concorso Birofilia 2014.
Da quanto capisco la birra è stata realizzata con frumento maltato affumicato, luppolo polacco Iunga e lievito US-05 (!): non avendo bevuto altre Grodziskie non posso fare confronti e dirvi quanto la versione di Olimp sia aderente allo stile.
Ad ogni modo, si presenta nel bicchiere di color giallo paglierino, quasi limpido, con una velatura che appare solo dopo aver versato  tutta la birra nel bicchiere. L'aroma è piuttosto scarso: l'affumicato è davvero leggero, si avvertono i lievi profumi del miele e quelli del frumento. I miglioramenti sono per fortuna evidenti al palato: si tratta ovviamente di una birra leggerissima (2.7%), mediamente carbonata, che scorre come un bicchiere d'acqua senza tuttavia risultare annacquata. C'è piuttosto una buona intensità che si compone si pane, cereali, limone e lime, per un'asprezza piuttosto marcata che viene sostenuta da delle lievi note dolci di miele d'arancio. L'affumicato rimane inizialmente piuttosto nascosto, emergendo alla distanza solamente nel finale e quando la birra si scalda; la bevuta risulta secchissima e assolutamente rinfrescante, con un finale amaro decisamente "zesty" di breve durata che lascia subito spazio ad un leggero strascico affumicato. Una birra piuttosto semplice ma non per questo da snobbare, tutt'altro: si rivela un ottimo elisir dissetante nei mesi più caldi dell'anno, anche grazie alla leggera acidità donata dal frumento. L'affumicato potrebbe sembrare un po' fuori posto in una birra così leggera e fresca, ma la sua presenza rimane nelle retrovie lasciando il palcoscenico alla fragranza del frumento e alle note aspre e agrumate della generosa luppolatura. E, con una gradazione alcolica così contenuta, la potete tranquillamente sostituire all'acqua senza rischiare di riscaldarvi e sudare.
Formato: 50 cl., alc. 2.7%, IBU 21, scad. 24/11/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 25 settembre 2015

Pinta Imperator Bałtycki

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la “new wave” polacca ed uno dei suoi principali protagonisti: Browar Pinta con sede legale a Żywiec, nel sud est della Polonia e fondata da Ziemowit  “Ziemek“ Fałat,  Grzegorzem Zwierzyną e Marka Semlę. Si tratta in realtà di una beerfirm, uno status che riguarda la quasi totalità dei nuovi marchi che caratterizzano la “craft beer” polacca; un modello di business praticamente obbligato per chi proviene dall’homebrewing e non ha modo di reperire le risorse economiche necessarie per acquistare un impianto proprio. La produzione avviene principalmente presso la  Browar na Jurze di Zawiercie e la  Browar Zarzecze che ha sede nell’omonima città.  Pinta possiede anche un ristorante a Poznań  (Pinta Klepka) e ha inaugurato nel giugno 2014 il bar Viva la Pinta in centro a Cracovia. Il fondatore (e “birraio”) Ziemek è anche socio del sito Browamator che vende materiale per homebrewing e,  da quanto leggo, autore di libri ed articoli su come fare la birra in casa. 
Pinta testa il mercato nel 2010 con una Grodziskie, stile tipico della Polonia: 1666 bottiglie che vengono vendute nonostante il prezzo sia molto più alto di una classica birra industriale. E’ la prova che anche il bevitore polacco è disponibile a pagare di più per un prodotto di alta qualità.  A marzo 2011 nasce ufficialmente la beerfirm, che diviene il primo produttore polacco a proporre un’American IPA chiamata Atak Chmielu, lo stile che in poco tempo andrà a monopolizzare o quasi l’avanguardia polacca. Sono anche i primi a realizzare una collaborazione all’estero, nel marzo 2014, con il birrificio irlandese Carlow/O’Hara. 
Il portfolio di Pinta è oggi già piuttosto vasto e (fortunatamente) non include solamente IPA/DIPA/BIPA/WIPA; sfogliandolo con un po’ di pazienza di possono trovare anche sahti e alcuni stili “autoctoni” come la già citate Grodziskie e la Baltic Porter. Uno sguardo al beer-rating mostra che proprio l’interpretazione che Pinta fa di questo stile  è attualmente secondo Ratebeer la miglior birra polacca, seguita dalla “Quatro”, una imperial IPA anch’essa prodotta da Pinta. 
"L'imperatore del Baltico" (Imperator Bałtycki) è il suo nome, per una ricetta che prevede un ampio parterre di malti Weyermann ( Munich  I, Pilsen, Vienna, Caramunich III, Caraaroma, Carafa Special I) e di luppoli (Amarillo, Ahtanum, Centennial, El Dorado, Mosaic, Zeus); il lievito è Saflager W-34/70. 
Nel bicchiere si presenta scurissima e prossima al nero, con solo qualche sfumatura color ebano a portare un po’ di luce; la schiuma beige è cremosa ed abbastanza compatta, con una buona persistenza. L’aspetto è coerente con i parametri stilistici ma basta avvicinare un po’ il naso al bicchiere per restare spiazzati:  è il luppolo a dominare, con resina, pepe, agrumi, marmellata d’arancia. Non c’è nulla che riconduca ad una porter, se non un lieve sentore di toffee in sottofondo, accompagnato da una note etilica, che s’avverte quando la birra si scalda.  Bene il “mouthfeel” (corpo medio, poche bollicine e una morbidezza leggermente cremosa) ma anche al palato il gusto corre subito in territorio luppolato; l’imbocco regala qualche nota di pane nero, ma è solo un passaggio velocissimo che conduce ad un amaro resinoso e pungente che morde subito il palato e non lo lascia più. A cercare di controbattere c’è, oltre al caramello, qualche suggestione di ciliegia, un goccia in un mare di luppolo le cui ondate portano un retrogusto amaro, dove alcool e resina interagiscono a vicenda lasciando quasi una nota piccante a scaldare il corpo e lo spirito; fatela arrivare a temperatura ambiente se volete avvistare un remoto ricordo di cioccolato e caffè.  Pinta sceglie  di stravolgere completamente lo stile, realizzando una birra che alla fine risulta molto simile ad una luppolatissima american strong ale. Se cercate dunque una baltic porter fedele allo stile potete evitare di acquistarla, ne resterete delusi; se invece siete malati di luppolo e, come la maggior parte dei beer geeks polacchi lo mettereste anche nel caffè a colazione, allora godetevi questa birra intensa, pulita e ben fatta, da sorseggiare con calma perché l'alcool non si nasconde più di tanto.
Chiudo con una postilla su Ratebeer, sito che leggo sempre con grande divertimento: passi per il punteggio di 100/100  (de gustibus non est disputando) per quel che riguarda la birra "in sé", ma come si fa ad attribuirle anche 100/100 per quel che riguarda l'aderenza allo stile??
Formato: 33 cl., alc. 9.1%, IBU 109, scad. 29/06/2016, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 10 agosto 2015

Wasosz Polka Pils

Ha una storia breve ma abbastanza movimentata quello che attualmente è noto come birrificio Wąsosz  (Browary Regionalne Wąsosz) di Konopiska, 230 chilometri a sud-ovest di Varsavia, non lontano al confine con la Repubblica Ceca. La fondazione è datata 1993 quando Jan Kowalski decide di trasformare la sua attività principale dal commercio di funghi alla produzione di birra; nasce così il birrifcio GAB (le prime tre lettere del nome della figlia, Gabrysi ovvero Gabriella); è interessante scoprire che il birrificio era specializzato nelle alte fermentazioni (leggo di una GAB Stout e un’amber ale chiamata Kama Sutra).  A partire dal 2008 Kowalski è alla ricerca di qualcuno disposto ad acquistare gli impianti, ma le richieste sono davvero scarse; nel 2010 il birrificio viene preso in affitto per sei mesi dal  birrificio Browar Konstancin, che viene a produrre la propria lager.  Nel 2011 la proprietà viene poi rilevata da un gruppo di imprenditori di Cracovia che vi cambiano il nome in Browar Południe  e continuano per la strada – maggiormente in voga – delle basse fermentazioni. La loro  Krakauer Stout; non era altro che una Schwarzbier. 
Nel 2014  Michal Olszewski e Maciej Grzywacz rilevano il birrificio, dandogli il nome della strada (Wąsosz) in cui si trovano gli stabili: Browary Regionalne Wąsosz. Michał Olszewski è proprietario del  Krajina Piva, un pub a Torùn che svolge anche distribuzione di birre all’ingrosso e forniture per locali nonché del beershop Piwex, nella stessa città; sua anche la beerfirm Browar Olimp.  Il ruolo di head brewer è stato affidato a Marcin Ostajewski .   
La produzione di Wąsosz   si divide attualmente un due linee: una moderna chiamata Piwoswasem  (“birra coi baffi”) che guarda agli stili americani  (American Lager, Wheat, IPA) e una “classica”  fatta di basse fermentazioni. Di emulazioni polacche di birre americane ne avete già viste un po’ sulle pagine del blog in questi ultimi mesi, con risultati più o meno riusciti; mi sembra quindi più interessante prendere in esame una bottiglia di Polka Pils che, come il nome suggerisce, si tratta di una Pils prodotta esclusivamente con luppoli polacchi, Marynka e Sybilla nello specifico; i malti sono Pilsner e Monaco. 
Il primo (Marynka) è assieme al Lublin il luppolo polacco più diffuso, utilizzato peraltro anche in alcune birre italiane come ad esempio la I-Pils di Vento Forte; si tratta di un luppolo coltivato nella zona di Lublin e imparentato in qualche modo con il nobile Saaz.  Più recente è invece la nascita dal Sybilla, elaborato dalla IUNG Polacca (l’istituto della scienza dell’agricoltura) incrociando il Lublin con lo  Styrian Golding. 
All’aspetto è dorata e leggermente velata e forma un bel cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non è molto intenso ma offre quello che si dovrebbe pretendere da una pils: pulizia, eleganza e soprattutto fragranza, in questo caso da parte dei malti (pane, miele e cereali). Un po’ evanescente in luppolo, con una presenza quasi impercettibile di sentori erbacei. Al palato il bevitore incontra l’essenziale, senza fronzoli o difetti, con un buon livello di pulizia: pane, crackers ed un accenno di miele per continuare in perfetta sintonia con l’aroma e chiudere con una nota amaricante erbacea, appena speziata. Una pils delicata e pulita, che fa esattamente quello che deve fare, ovvero rinfrescare e dissetare con gusto; i malti sono fragranti, c'è una bella secchezza finale e una chiusura amara di buona intensità che non perde mai di vista l'eleganza. Complice il caldo di questi giorni, il mezzo litro è sparito dal bicchiere con grande velocità; una buona interpretazione di uno stile tutt'altro che semplice da realizzare, nel quale il minimo errore viene subito smascherato.
Formato: 50 cl., alc. 4.1%, scad. 30/10/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 28 luglio 2015

AleBrowar Smoky Joe Fan Edition

Secondo appuntamento con la beefirm polacca AleBrowar, presentatavi in questa occasione. Attiva da maggio 2012,  sede operativa a Lebork, ottanta chilometri da Danzica e  produzione a Sztum (150 chilometri  di distanza) presso  la il birrificio Gosciszewo. I titolari sono  Bartek Napieraj,  Michał Saks e Arkadiusz ‘Arek’ Wenta. 
Per quel che valgono le classifiche di Ratebeer, la beerfirm parte molto bene: nell’anno del debutto  (2012) viene eletta miglior nuovo "birrificio" polacco e in seguito miglior "birrificio" (le virgolette sono mie, visto che non ha impianti) polacco in assoluto del 2014.  L’ultima classifica dei migliori 100 birrifici al mondo secondo Ratebeer ospita anche tre "birrifici" polacchi, ed uno di questi è AleBrowar. Il loro slogan (Hop Heads) la dice lunga sulle birre che vengono prodotte, ma tra le varie declinazioni di IPA c’è spazio anche per qualcosa di diverso. 
Nel 2013 la beerfirm chiama a raccolta i propri “fan” per un sondaggio on-line: viene chiesto loro quale “variante” di una delle birre prodotte vorrebbero veder realizzata. La vincitrice è la (extra) stout della casa chiamata Smoky Joe:  i “fan” ne vorrebbero una versione “torbata” anziché affumicata. Ad inizio 2014 la precedente Smoky Joe, che nel gioco del beer-rating si beccava un 97/100 su Ratebeer, viene mandata in pensione e viene sostituita dalla AleBrowar Smoky Joe Fan Edition, attualmente posizionata a 98/100. 
La nuova ricetta contempla frumento maltato, avena, orzo tostato, malti Carapils, Chocolate e torbato (45 ppm); il lievito è Safale S-04 mentre i luppoli utilizzati sono Challenger e Fuggles; se Google ha tradotto correttamente dal polacco, in sostanza è avvenuta la sostituzione del malto affumicato (legno di faggio) con quello torbato. 
Il suo colore è un marrone molto scuro, ai confini del nero; nel bicchiere si forma una cremosa e compatta schiuma beige, dalla buona persistenza. L’aroma – di buona intensità - è dominato da profumi che ricordano la pancetta affumicata,  c’è solo una lieve componente salmastra in sottofondo. Il gusto non brilla particolarmente di pulito: s’avverte una generale sensazione di torrefatto, poco elegante, alla quale s’affiancano le note di carne affumicata. La bevuta non presenta particolari difficoltà anche perché la consistenza di questa stout è piuttosto (troppo) acquosa, risultando un po’ slegata e poco morbida. Le bollicine sono poche, la chiusura è leggermente astringente con una suggestione di caffè, tostature ed un timido warming etilico. Definitivamente più interessante in bocca che al naso, questa Smoky Joe ha una buona intensità ma, a mio vedere, pecca profondamente nell'eleganza. I sapori ci sono, ma la bottiglia da me bevuta risulta piuttosto grezza e rozza, con tanto lavoro da fare per pulire, raffinare e smussare le asperità: da sistemare anche il mouthfeel, che in questa occasione si è dimostrato un po' troppo acquoso e slegato.
In conclusione mi diverto a gettare un sassolino nella divertente mare del beer-rating: se questa birra è un 98/100, che cosa dovremmo dare (affumicato o no) a questa, questa oppure a questa
Formato: 50 cl., alc. 6.2%, IBU 45, scad. 06/07/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 luglio 2015

Doctor Brew Cascade IPA & Azacca IPA

Altro appuntamento ravvicinato con la beerfirm polacca Doctor Brew, presentatavi qualche settimana fa. Ancora due IPA, una tipologia particolarmente amata e richiesta dai nuovi beer geek polacchi e quindi prodotta nel maggior numero di varianti possibili dai protagonisti dell’avanguardia polacca: in questo senso non potevano assolutamente mancare le Single Hop IPA. 
Eccone due esempi che in un certo senso si collocano ad opposte estremità temporali:  una IPA che utilizza solo Cascade, un luppolo che si potrebbe considerare il “simbolo” della craft beer revolution americana, da quando nel lontano 1980 fu utilizzato nella Sierra Nevada Pale Ale, e un’altra che utilizza una varietà sperimentale abbastanza recente (2014) chiamata Azacca. 
La Cascade IPA di Doctor Brew, oltre all’omonimo luppolo (suppongo sia stata utilizzata la varietà americana) prevede malti Pale Ale, Monaco, Caramello,  Melanoidin e frumento maltato, per un ABV del 5.6% e 56 IBU: venne presentata ad aprile 2014 a Breslavia nel locale  Browar Mieszczański.  Il suo colore si colloca tra il dorato antico ed il ramato, velato, e forma una generosissima schiuma biancastra e compatta, cremosa, dalla lunga persistenza. Oltre al marchio di fabbrica del Cascade, il pompelmo, l’aroma regala profumi floreali, di mango e di pesca, caramello: in sottofondo ci sono le note erbacee ed alcuni ricordi di tè verde. La freschezza è discreta, di pari passo con l’intensità: bene la pulizia. Al palato c’è una corrispondenza pressoché perfetta con il naso: sulla base maltata di biscotto e caramello si sviluppa un intenso percorso gustativo che include pompelmo, mango e pesca. C’è pulizia, eleganza ed un bell’equilibrio tra dolce ed amaro, con quest’ultimo che diventa protagonista solo nel finale, in un bel mix di sentori vegetali, di terriccio umido e di tè verde. Una IPA ben riuscita, che scompare dal bicchiere molto rapidamente grazie anche ad una sensazione palatale quasi cremosa e dalle poche bollicine. 
Nella seconda Single Hop è protagonista il luppolo Azacca, rilasciato commercialmente negli ultimissimi mesi del 2013 e precedentemente comparso in alcune birre con il nome ancora sperimentale di  ADHA 483. E’ “opera” della American Dwarf Hop Association e deve il suo nome all’omonimo dio Haitiano dell’agricoltura. Da quanto leggo in giro viene descritto come un luppolo dalle grandi caratteristiche aromatiche (agrumi, tropicale) che dovrebbe quindi essere principalmente utilizzato in late e dry-hopping. Tra le birre single-hop americane di birrifici  a me noti che lo hanno  già utilizzano segnalo quelle di Alpine (California), Cigar City (Florida) e Ninkasi (Oregon).
Doctor Brew sceglie una base di malto molto semplice (100% Pale Ale) per una IPA di colore dorato con qualche riflesso arancio: bene la schiuma, bianca, fine, cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma – ed è un vero peccato visto che è qui dove il luppolo in questione dovrebbe dare il meglio – è però poco intenso e non brilla neppure in eleganza: avverto sentori di miele e vegetali, con una leggera presenza di frutta tropicale (melone, ananas e papaya). In bocca la birra risulta un po’ troppo pesante a livello tattile, con corpo medio-leggero e poche bollicine.  La pulizia del gusto è tutt’altro che esemplare: ci sono miele ed una generica sensazione di frutta tropicale che la scarsa finezza non permette di descrivere con maggior precisione; la bevuta è tuttavia facile, complice anche il caldo di questi giorni, e chiude con un discreto amaro tra il vegetale ed il resinoso, pungente.  La sufficienza la raggiunge, peccato per la mancanza di pulizia che non permette di cogliere con maggior accuratezza le caratteristiche di un nuovo luppolo che invece mi incuriosiva.
Molto bene la prima (Cascade), solo benino la seconda (Azacca) IPA. Ringrazio di nuovo il birrificio per avermi inviato le bottiglie da assaggiare.
Nel dettaglio:
Cascade IPA, formato 50 cl., alc. 5.6%, IBU 56, scad. 30/06/2015.
Azacca Single Hop IPA, formato 50 cl., alc. 6.2%, IBU 71, scad. 13/07/2015

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 12 luglio 2015

Doctor Brew Sunny Ale & Molly IPA

Secondo appuntamento con Doctor Brew, la beerfirm polacca che vi ho presentato qualche settimana fa, fondata da Marcin Olszewski  e Lukasz Lis, entrambi ex-homebrewer che nel 2013 hanno trasformato il loro hobby in una professione. Il birrificio mi gentilmente inviato alcune birre da assaggiare "in fretta": sono tutte birre molto luppolate e dalla shelf life piuttosto breve, da bere il più rapidamente possibile. Invito che raccolgo prontamente.
In Polonia la craft beer revolution si sta attualmente sviluppando a suon di luppolo: è quello che la gente chiede ed è quello che la maggior parte dei birrifici sta producendo: APA, IPA e DIPA in grande quantità, mentre prevedo che ci vorrà ancora un po' per vedere il mercato orientarsi verso altri tipi di prodotti che, anche in altre nazioni, hanno progressivamente scalzato le IPA dall'hype generale.
Eccone altri due esempi firmati Doctor Brew.
Il primo è la Molly IPA (7.1%), 95 IBU ad opera di Chinook, Centennial, Mosaic (USA), Ella e Topaz (Australia); malto Pilsner, con aggiunta di fiocchi di riso. Nel bicchiere è dorata, leggermente velata, e forma un bianchissimo cappello di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma è d'intensità abbastanza modesta, ed il bouquet dei profumi è tutt'altro che entusiasmante, con sentori di pompelmo ed erbacei; c'è anche una lievissima presenza sulfurea. 
Per fortuna le cose migliorano un po' in bocca, con un gusto di buona intensità che su una base maltata di pane e miele sviluppa un amaro molto intenso resinoso e vegetale, con qualche ricordo di erbe officinali. Non c'è però molta frutta, e qualche lieve nota di agrumi canditi non basta a fornire quel dolce sufficiente a bilanciare la bevuta. La pulizia è molto buona, ma la birra risulta piuttosto monotona e a lungo andare un po' noiosa, a meno che non amiate le spremute di succo verde. Bene invece la sensazione palatale: birra morbida, corpo medio, ottima scorrevolezza con poche bollicine. Si  beve e la sufficienza la porta a casa, ma personalmente in un IPA oltre all'amaro vorrei che ci fossero tante altre cose a rendere interessante, piacevole e stimolante la bevuta. Peccato, perché in bocca mi è sembrata la Doctor Brew più pulita bevuta sino ad ora.
Scendiamo ora di "livello" per stappare la Sunny Ale, che su Ratebeer viene inserita tra le American Pale Ales, nonostante i 60 IBU dichiarati (Amarillo, Galaxy, Mosaic); i malti sono Vienna, Pils, Pale Ale, Monaco e frumento.
Si presenta di colore oro carico, velato, ed una generosa schiuma bianca, pannosa e compatta, dall'ottima persistenza. Anche qui l'intensità dell'aroma latita, mentre freschezza e pulizia sono un po' carenti: mandarino, arancio, qualche generico sentore dolce di frutta tropicale. Non è molto diverso il gusto, anch'esso colpevole di essere poco pulito: crosta di pane, qualche nota di biscotto, un lieve intermezzo dolce di frutta tropicale prima di un'ondata amara erbacea, resinosa e leggermente zesty che diventa protagonista della maggior parte della bevuta. C'è una buona secchezza, mentre la sensazione tattile al palato è un po' troppo pesante per una birra dichiaratamente  leggera, estiva (o primaverile) da 5.2% ABV: il corpo è medio-leggero. Ci sono pochi profumi e poco equilibrio: non basta coprire tutto con una una carriola di amaro per rendere una birra piacevole e gradevole.
Due birre discrete, ma non prive di difetti e ampiamente migliorabili: sicuramente meglio la Molly, una IPA interessante e pulita che forse ha sofferto il passare del tempo dal suo imbottigliamento perdendo un bel po' del suo vigore. Ringrazio di nuovo Doctor Brew per avermi inviato le birre da assaggiare. 
Nel dettaglio:
Molly IPA, formato 50 cl., alc. 7.1%, IBU 95, scad. 24/06/2015.
Sunny Ale, formato 50 cl., alc. 5.2%, IBU 60, scad. 18/06/2015.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 27 giugno 2015

Doctor Brew American IPA & Double IPA


Secondo appuntamento con la Polonia: dopo AleBrowar di qualche giorno fa è il momento di Doctor Brew, un'altra beerfirm (come la maggior parte dei protagonisti dell'avanguardia polacca) che produce presso gli impianti della Browar Bartek a Gołuchów. Doctor Brew è invece nata 150 chilometri  a sud-ovest, a Wroclaw, dove si sono incontrati Marcin Olszewski  e Lukasz Lis, entrambi ex-homebrewer che nel 2013 hanno trasformato il loro hobby in una professione. Che i due "dottori" siano ispirati dalle birre americane non è certo un mistero, basta guardare la lista delle birre prodotte in soli due anni: IPA, Double IPA, Single Hop IPA con qualche (American) Barley Wine ed Imperial Stout.      a rompere la monodia. L'annuale classifica di Rabeer pubblicata ad inizio anno, per quel che vale, ha proclamato Doctor Brew come "Best New Brewery" polacca del 2014; ai festival birrari la beerfirm si fa senz'altro notare per la presenza di infermiere/dottoresse che vi spillano la birra vestite in camice bianco.
Con mia grande sorpresa Doctor Brew mi ha contattato per inviarmi alcune delle loro birre da assaggiare direttamente dalla Polonia: iniziamo  quindi dalla American IPA, che a voler essere pignoli esattamente "americana" non è, almeno nella forma. La sostanza si rivelerà poi corretta. L'unico luppolo a stelle e strisce che la ricetta prevede è infatti il Cascade, affiancato da Galaxy (Austrialia), Magnum (Germania) e Motueka (Nuova Zelada). I malti sono Pale Ale, Caramel e frumento.  
Nel bicchiere arriva ambrata opaca, con qualche riflesso arancio: ottima la persistenza della schiuma biancastra, cremosa e compatta.  La bottiglia è giovane e l'aroma lo riflette, fresco, pungente e carico soprattutto di pompelmo con ananas, resina, caramello e un po' di "dank" in sottofondo; davvero notevole l'intensità, mentre pulizia ed eleganza sono ad un buon livello ma migliorabili. In bocca è morbida e scorrevole, con corpo medio e una carbonazione abbastanza bassa: biscotto e caramello sono la base necessaria per sostenere l'abbondante luppolatura che, dopo il pompelmo ed un leggero fruttato tropicale, accelera con un finale amaro resinoso e lievemente terroso di ottima intensità. Più vicina alle interpretazioni della costa ad est che di quella ad ovest Americana, porta in dota un'ottima freschezza che le fa perdonare una pulizia ed un eleganza che potrebbero essere migliori. E' una IPA che si beve con gusto e con grande facilità: affinandola e limando un po' gli spigoli può davvero diventare ottima.
Il livello sale con la Double IPA, più alcolica (8%) ma comunque lontana da quegli estremismi a doppia cifra che spesso ci vengono proposti. Centennial, Magnum, Cascade, Summer ed Amarillo sono i luppoli impiegati, mentre i malti sono gli stessi della sorella minore; anche l'aspetto è piuttosto simile. Al naso c'è una bella freschezza che permette di apprezzare pompelmo, aghi di pino, ananas, mango, papaia, lampone, litchi e melone: pulizia e finezza sono senz'altro superiori all'American IPA. Il mouthfeel è molto buono, con corpo medio ed una bella morbidezza che però sacrifica qualche bollicina, che invece avrei personalmente apprezzato. Il gusto è un po' meno pulito rispetto all'aroma, ma offre una bella intensità fatta di biscotto e caramello, frutta tropicale (mango, melone), pesca ed un finale amaro resinoso e vegetale. Double IPA molto  equilibrata, in cui la freschezza gioca un ruolo fondamentale: il dolce della frutta bilancia benissimo l'amaro senza sconfinare in dolcioni o in marmellate, ed il palato ne trae giovamento. Molto ben gestito anche l'alcool, che dà il suo contributo solamente a fine corsa, senza mai disturbare la bevuta.
Due birre di buon livello, con la Double IPA indubbiamente più raffinata ed elegante: nata neppure due anni fa, la beerfirm si dimostra interessante e, sebbene di IPA in giro ce ne siano sin troppe, è sempre un piacere berle quando sono fresche e fatte bene. Apprezzato anche il formato da 50 cl., ormai (ahimè) ormai quasi abbandonato dai produttori italiani. Bottiglie in scadenza ma ancora freschissime, a testimonianza di una shelf life molto corta (credo 2-3 mesi) che Doctor Brew giustamente impone a questo tipo di birre. In Polonia mi dicono che finiscono prima di scadere, vista l'elevata richiesta; in Italia, se v'interessa, potete eccezionalmente trovare qualche bottiglia qui.
Nel dettaglio:
American IPA, formato 50 cl., alc. 6.2%, IBU 90, scad. 30/06/2015.
Double IPA, formato 50 cl, alc. 8%, IBU 99, scad. 01/07/2015.

lunedì 22 giugno 2015

AleBrowar Rowing Jack

Tra le nazioni europee maggiormente attraversate da fermento brassicolo c’è senz’altro la Polonia, nazione dove a partire dal 2011 sono nati numerosi microbirrifci che hanno rapidamente dato vita ad una vivace scena – forte di un consumo nazionale pro capite capace ben superiore da quello italiano -  capace di organizzare festival di dimensioni importanti: date ad esempio uno sguardo alle 76 pagine di catalogo delle birre presenti all’ultima edizione del Warsaw Beer Festival, che si è tenuto all’interno dello stadio del Legia Varsavia.  In Italia è stato il solito Manuele Colonna a dare la possibilità di assaggiare le prime produzioni polacche, invitando a Roma AleBrowar, Pinta, Artezan e Pracownia Piwa per l’edizione 2014 di EurHop. 
C’è da dire che anche in Polonia, come in molti altri paesi europei, la “craft beer revolution” ha significato principalmente andare dietro alle moda del mercato, cercando di imitare le birre d’importazione (americane e non) che arrivavano nei negozi: perché per vendere bisogna soprattutto fare quello che vuole la gente. Molte IPA e molti luppoli americani, anche se lentamente i birrifici stanno ampliando i propri orizzonti: imperial stout, passaggi in botte, birre acide, barley wine e stili belgi.  Più raramente vengono riproposti gli stili classici (Baltic Porter, Grodziskie/Grätzer, Lager) anche rivisitati con l’utilizzo di luppoli autoctoni. 
La maggior parte dei protagonisti dell’avanguardia polacca sono beerfirm:  soluzione necessaria per partire rapidamente in assenza dei finanziamenti per acquistare locali ed impianti di proprietà. I volumi prodotti sono solitamente piccoli, e la richiesta domestica è alta:  davvero modesta è quindi la quantità che viene esportata con lo scopo di farsi conoscere anche al di fuori dei confini nazionali. Ben venga quindi l’arrivo in Italia di qualche cartone dalla Polonia, opportunità da non perdere.
Il 5 maggio 2012 debutta AleBrowar: sede operativa a Lebork, ottanta chilometri da Danzica, produzione a Sztum, 150 chilometri  di distanza. Bartek Napieraj ha un blog che parla di birre “artigianali” polacche e, soprattutto, straniere.   La sua passione per la birra lo porta a viaggiare alla scoperta dei pochi microbirrifici o brewpub polacchi che producono delle Lager in alternativa a quelle industriali; è proprio grazie al beer-hunting che conosce  Michał Saks, ex-homebrewer ed a quel tempo birraio in un brewpub di Gdańsk. I due si conoscono ed in poco tempo, assieme a  Arkadiusz ‘Arek’ Wenta, gettano le basi per la propria beerfirm AleBrowar. 
Per quel che valgono le classifiche di Ratebeer, la beerfirm parte molto bene: nell’anno del debutto  (2012) viene eletto miglior nuovo birrificio polacco e in seguito miglior birrificio polacco in assoluto del 2014.  L’ultima classifica dei migliori 100 birrifici al mondo secondo Ratebeer ospita anche tre birrifici polacchi, ed uno di questi è AleBrowar. Lo slogan da loro scelto (Hop Heads) la dice lunga sulle birre che vengono prodotte: quattro sono quelle prodotte tutto l'anno (IPA, Black IPA, Amber Ale e Sweet Stout) affiancate da una lunga serie di produzioni stagionali (una birra natalizia, una alla zucca) e diverse single hop IPA che variano a seconda dei luppoli disponibili. Sempre secondo Ratebeer (già che siamo in ballo, balliamo),  la Rowing Jack IPA di AleBrowar è la seconda miglior IPA polacca e la quinta miglior birra polacca in assoluto; la ricetta prevede il classico US-05 come lievito, malti Pale Ale, Vienna, Carapils, Acidulated e frumento, luppoli Simcoe, Chinook, Citra, Cascade, Palisade.
Nel bicchiere arriva di un colore che oscilla tra l'arranco ed il dorato, opaco, sormontato da un compatto cappello di schiuma biancastra, cremosa e fine, dall'ottima persistenza. Aroma fresco e pulito, discretamente intenso, che si compone di pompelmo, arancio e mandarino, aghi di pino, frutta tropicale (melone e ananas) e qualche leggera nota "dank". Il naso promette bene, offrendo un bouquet complesso e ben equilibrato che però non trova il suo corrispettivo al palato. C'è la base maltata (pane e miele) a sorreggere l'abbondante luppolatura che prende subito il comando con le sue note resinose e vegetali; è elegante e pulito, intenso senza mai raschiare. Tutto bene, ma la bevuta si esaurisce qui, senza sorprese, tutta giocata sulla resina amara; inutile descrivervi il retrogusto, credo lo abbiate già indovinato. Birra indubbiamente pulita e ben fatta, ma un po' troppo monocorde, almeno per il mio gusto: se invece vi piacciono le spremute di conifera, probabilmente la amerete.
Una specie di IPA "1.0", classica ma forse un po' datata;  negli Stati Uniti (soprattutto sulla West Coast) spopolano le IPA succose e fruttate, e la stessa Stone manda in pensione alcune sue birre storiche per sostituirle con una versione "2.0", più attuale, più  ruffiana e fruttata, alla moda. Detto questo, il livello di questa Rowing Jack è indubbiamente buono, con un'ottima intensità ed una buona pulizia: non sarà certo originale andare a prelevare in Polonia l'ennesima IPA di cui il mercato è già saturo, ma  finché si beve bene  una birra che arriva da noi piuttosto fresca e ad un buon rapporto qualità prezzo, perché lamentarsi ? 
Formato: 50 cl., alc. 8%, IBU 70, scad. 15/06/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.