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martedì 22 dicembre 2020

Vento Forte Pale Ale

Inaugurato agli inizi del 2014 il birrificio laziale Vento Forte si è subito imposto tra i migliori produttori nazionali di birre luppolate. Ve ne avevo parlato proprio a qualche mese dal debutto, avvenuto con la Starter IPA. Lo fonda Andrea Dell’Olmo assieme alla sorella Fabiana: la sua avventura nel mondo della birra era iniziata nel 2007 quando, studente universitario con la passione per il surf, viene a contatto per la prima volta con la Craft Beer Revolution americana. A quel tempo Roma era avamposto nazionale del luppolo USA grazie soprattutto al lavoro di Alex Liberati che alla Brasserie 4:20 ospitava i grandi birrifici della California, organizzando anche incredibili tap takeover: qualcuno ricorderà quelli di Port Brewing, con i fusti fatti arrivare via aerea per preservarne la freschezza. 
E sembra sia stata proprio la Port Brewing Anniversary Ale, a conquistarlo:  del resto, in etichetta vi sono tre tavole da surf e sullo sfondo la spiaggia di San Diego. Dopo due anni di homebrewing nel seminterrato della propria casa, a pochi passi dal mare, il progetto birrificio sarebbe già pronto ma la burocrazia italiana non vuole farsi da parte. Il debutto viene così rimandato di quasi cinque anni; Andrea vorrebbe un birrificio vicino alla spiaggia ma deve accontentarsi del lago di Bracciano. Il nome?  Sembra un’idea della mamma, un po’ preoccupata dall’amore del figlio per le onde del mare e per il vento che deve soffiare forte. 
Tra gli appassionati romani all’inizio del 2014 c’è grande attesa per il debutto di Vento Forte, al punto che la prima cotta di Starter IPA viene letteralmente prosciugata in un weekend alla spine del Ma che siete venuti a fa’ e di altri locali della capitale.  Sarà questa la strategia commerciale perseguita dal birrificio di Bracciano negli anni a venire:  una crescita lenta, destinata soprattutto al mercato locale, perennemente insufficiente a soddisfare tutta la richiesta. Le prime bottiglie del 2014 che vengono distribuite nel resto dell’Italia sembrano essere quasi dei “campioni commerciali”  per far conoscere il nome: la produzione si concentrerà esclusivamente sui fusti, il 90% dei quali venduti all’interno del Grande Raccordo Anulare e solo a quei locali che ne garantiscono ottimale conservazione e servizio. La distribuzione limitata ha inevitabilmente sempre precluso al birrificio di Bracciano il palco di Birraio dell’Anno, manifestazione nazionale che premia ogni anno i migliori birrai; gli appassionati ricorderanno le polemiche nate sui sociali dopo il quarto posto ottenuto da Andrea Dell’Olmo tra i birrai emergenti  del 2015. Nulla di strano, a pensarci bene: impossibile per la maggior parte dei “giudici” votare un birrificio che non riescono a bere. Io stesso dal 2014 a oggi avrò bevuto Vento Forte quattro-cinque volte, non di più.
Per gli appassionati Vento Forte è il “birrificio del luppolo, delle IPA e delle Double IPA” ma già nel 2013 Dell’Olmo aveva iniziato con gli esperimenti in botte, creando blend di Farmhouse Ales in bottiglia con aggiunta di frutta che hanno avuto bisogno di molti anni di prove e di affinamenti prima di essere rivelate al pubblico.
L’emergenza Covid-19 e la chiusura di molti locali ha inevitabilmente costretto il birrificio di Bracciano a rivedere i propri piani e a rimandare l’apertura della taproom, prevista per la fine del 2020; sono quindi arrivate le prime lattine che il birrificio spedisce anche direttamente in tutta Italia.  Oggi la gamma Vento Forte è composta da quattro birre fisse (Follower IPA, #53 Session IPA, Pale Ale e Pro Follower Double IPA)  affiancate da un ampio numero di etichette occasionali e stagionali. 

La birra. 

Attualmente la Pale  Ale di Vento Forte  (5.1%)  è una birra la cui ricetta varia leggermente  ad ogni cotta in base alla disponibilità dei luppoli. La sua ultima versione vede l’utilizzo di Ekuanot, Nugget, Belma, Columbus, Crystal e Mosaic. Leggermente velata, si presenta di color oro con un bel cappello di schiuma cremosa e compatta che ha ottima ritenzione. Cedro, pompelmo, bergamotto, qualche nota tropicale e dank danno forma ad un naso pulito e fresco, nel complesso gradevole. Lo spettro aromatico non è particolarmente ampio o intenso, caratteristiche tutto sommato accettabili in una Pale Ale che non vuole richiedere particolari attenzioni, ma solo essere bevuta. Il corpo è medio, le bollicine sono quelle giuste e la birra ha ottima scorrevolezza senza trascurare una bella presenza tattile al palato. Pane e crackers, un tocco di miele e qualche accenno tropicale iniziano un percorso che sfuma gradualmente in un amaro dalle tonalità erbaceevegetali che non tralascia qualche ricordo dank e resinoso. E’ una Pale Ale pulita e ben fatta che si beve con piacere ma – devo essere sincero – non m’impressiona per definizione, intensità e personalità. Mi sembra viaggiare un po’ col freno a mano tirato o, contestualizzando, sembra uno di quei pomeriggi in cui il maestrale, vento amato dai surfisti, si fa un po’ desiderare.
Formato 50 cl.,  alc. 5.1%, lotto 06/11/2020, scad. 06/02/2021, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop) 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 18 dicembre 2020

Galaxy Beershop / Brasseria della Fonte Vynile Brown Ale

La rivoluzione della birra artigianale ha salvato alcuni stili dall’estinzione, ne ha nobilitato altri e ne ha inventato di nuovi: Black IPA, New England IPA, Milkshake IPA, Italian Grape Ale o Pastry Stout, giusto per citarne alcuni, hanno avuto o stanno avendo il loro momento di gloria ma chissà se ci ricorderemo di loro tra una decina d’anni o tra un secolo. Di certo la Craft Beer Revoultion non è stata molto clemente con le Brown Ale, nobilissimo stile anglosassone la cui storia si potrebbe riassumere con pochissime parole: prima dell’invenzione delle Pale Ales, tutte le birre in commercio erano scure.  Scriveva John Milton nel suo poema L’Allegro del 1645: “giovani e meno giovani si fanno avanti per giocare in un assolato giorno di vacanza, fino a quando non viene a meno la luce del sole ed arriva il momento per una speziata birra color nocciola” (And young and old come forth to play, On a sunshine holiday, Till the live-long daylight fail, Then to the spicy nut-brown ale).  
A quel tempo il malto veniva essiccato a fuoco vivo: il risultato era ovviamente una birra marrone con un forte carattere affumicato.  Nel 1817 Daniel Wheeler inventò il tostacaffè, una rivoluzione epocale che permise di ottenere malti scuri senza quello spiccato odore e sapore di fumo che non era amato da tutti. I birrifici iniziarono subito ad utilizzarli nelle loro Porter e Stout ed iniziò il rapido declino delle Brown Ales che di fatto scomparvero nel diciannovesimo secolo. Fu necessario attendere quasi altri cento anni: nel 1902 il birrificio londinese Mann, Crossman and Paulin produsse la Mann’s Brown Ale che con una gradazione alcolica solo del 2.7%  sembrò anticipare il  “Great Gravity Drop” imposto dal governo nel periodo della prima guerra mondiale. Il birrificio la promuoveva con lo slogan “la birra più dolce di  Londra”. Non fu un successo immediato e ci vollero quasi vent’anni per convincere altri birrifici a seguire la strada:  nel 1920, nacque la Newcastle Brown Ale che ebbe un grande successo soprattutto nella sua versione in bottiglia spingendo altri produttori ad imitarla, come Samuel Smith (Yorkshire) che lanciò la Nut Brown Ale.  A Londra anche Truman, uno dei maggiori produttori di porter, iniziò a produrre la propria Brown Ale ed a nord Steward & Patteson idearono la Norfolk Brown Ale.
La rinascita di uno stile?  Per lo storico Martyn Cornell non esiste nessuno stile Brown Ale: basta osservare il colore della Mann (quasi nera) e della Newcastle (ambrata) per rendersene conto. La “colpa” sarebbe del beerhunter Michael Jackson che nelle sue guide le aveva sempre raggruppate sotto ad un unico ombrello. Negli anni 70 nel Regno Unito venivano ancora prodotte un centinaio di Brown Ales, numero destinato però a ridursi drasticamente.   Il BJCP definisce oggi una Brown Ale come una “birra maltata di color marrone basata sul caramello ma senza il gusto di torrefatto della Porter. Ampia categoria con diverse interpretazioni possibili: da chiara luppolata a molto scura e caramellata, tuttavia nessuna ha gusti fortemente torrefatti”. La Craft Beer Revolution americana fece qualche tentativo per rivitalizzare lo stile, potenziando ovviamente l’ABV:  notabile in particolare quello di Dogfish Head con la sua Indian Brown Ale che a me era piaciuta parecchio, così come la Board Meeting di Port Brewing
E in Italia? Non sono molti i birrifici che hanno in produzione una Brown  Ale, sia nella classica interpretazione inglese che in quella americana, ovviamente più luppolata. Sul blog trovate Santa Giulia del Piccolo Birrificio Clandestino, la O.G. 1048 di Carrobiolo e soprattutto la convincente Sweet Earth di EastSide ma segnalo anche la Jehol di Bi-Du, la Chester Brown di Dada, la Flebo di Casa di Cura, la Vecchia Volpe di Valcavallina.

La birra.

Quando si fa una birra l’obiettivo principale è ovviamente quello di venderla, necessità che va oltre quelle che sono i gusti personali o la soddisfazione del birraio. Il mercato non chiede le Brown Ale e i birrifici raramente le producono. Personalmente le bevo sempre con grande piacere ogni volta che le incontro, soprattutto nelle versioni “imperial”: quella degli  scozzesi Tempest va un po’ al di fuori degli schemi ma è una delle birre più buone nate negli ultimi anni. Per questo plaudo al coraggio del Galaxy Beershop (da anni indiscutibile punto di riferimento per gli appassionati di Reggio Emilia, Modena e dintorni) e di Brasseria della Fonte di puntare su di una Brown Ale per la loro prima collaborazione, pronta giusto in tempo per le festività natalizie. Una scelta che va oltre la solita IPA, sempre benvoluta dai clienti, o dalla classica Strong Ale (spesso Belgian) speziata che viene prodotta in queste occasioni. 
Vynile è il nome dato ad un’American Brown Ale luppolata con Magnum ed Amarillo ed un abbondante utilizzo di avena maltata e fiocchi d'avena per donarle un mouthfeel morbido e adatto ai mesi più freddi dell’anno. Un’accidentale fotografia scattata durante la produzione (whirlpool) che ricordava i vecchi LP  ha fornito l’ispirazione per il nome: Vynile. Al grafico Andrea Poletti il compito di costruirle attorno un giradischi virtuale. Ne sono state realizzate 400 bottiglie e alcuni fusti distribuiti anche a locali amici. 
Nel bicchiere si presenta di color mogano acceso da vivaci riflessi rosso rubino, la schiuma beige è cremosa, compatta ed ha ottima persistenza. Nonostante sia dichiaratamente un’American Brown Ale i suoi profumi sono spiccatamente british, con quel classico “nutty” accompagnato da note terrose, frutta secca e frutti di bosco; in secondo piano si scorgono accenni di tostature, caffè e cioccolato. L’avena mostra di aver svolto alla perfezione il compito per il quale è  stata chiamata in causa:  la sensazione palatale è morbidissima, a tratti quasi impalpabile. Alla spina l’ho invece trovata leggermente più densa. Caramello, qualche accenno biscottato e frutta secca, soprattutto nocciola, danno il via ad una bevuta calda, ulteriormente ammorbidita da qualche accenno d’uvetta e poi risvegliata da un bel crescendo amaro finale, ricco di note terrose, di richiami al caffè e al cioccolato e da una lieve acidità che pulisce benissimo il palato. L’alcool è davvero ben nascosto ed il mio consiglio è di berla il più possibile prossima alla temperatura ambiente (come si farebbe nel Regno Unito) se volete godere di quelle delicate coccole etiliche necessarie nei mesi più freddi dell’anno. 
Molto ben fatta, intensa ma facilissima da bere: pulita e ben definita ma non priva di un certo carattere rustico, autentico, capace di trasportarti virtualmente in uno vecchio pub di un piccolo paese americano inglese. Pensate al calore che vi trasmette un vecchio disco in vinile rispetto ad un cd digitale quando ascoltate determinati generi musicali. E’ difficile da spiegare a parole, meglio bere. 
Formato 50 cl., IBU 60, lotto   ,  prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)

martedì 27 ottobre 2020

Ca' del Brado Nessun Dorma

Della “Cantina brassicola Ca’ del Brado” vi avevo parlato un paio di anni fa, a pochi mesi dall’inaugurazione avvenuta alla fine del 2016 a Pianoro (Bologna). In questi due anni i fondatori Mario Di Bacco, Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi e Matteo d’Ulisse hanno fatto un bel percorso che ha portato visibilità e riconoscimenti da molti appassionati, non solo italiani. Tralasciando per un attimo la birra, le novità 2020 di Ca’ del Brado riguardano l’avvio di un programma di membership chiamato Al Zirqual, ovvero “il circolo”; a memoria  - ma potrei errare- credo sia il primo caso in Italia di una pratica commerciale abbastanza comune tra i birrifici artigianali statunitensi. 
Questo programma d’affiliazione, limitato a 180 membri, poteva essere sottoscritto sino al 30 giugno al costo di 80 euro. La tessera (annuale) vi dava il diritto di accedere ad una serie di benefici come uno sconto del 10% su acquisti online e presso la cantina, una bottiglia magnum di Carteria N.2, prodotta solo per i membri, una t-shirt, possibilità di partecipare con extra costo ad un evento-cena dedicato in cantina, accesso prioritario all’acquisto di bottiglie vintage e speciali sull’e-shop. La prima opportunità per i membri è scattata qualche settimana fa con la possibilità di acquistare Vintage 2017 di Pié Veloce Brux, Pié Veloce Lambicus e Anniversario.

La birra.
Nessun Dorma debutta nella primavera del 2017 ed è la prima Veille Saison di Cà del Brado: una saison “come quelle di una volta” o quasi, come quelle birre che venivano prodotte in Vallonia dai contadini fin verso l’inizio della primavera per essere poi consumate in estate – quando non era più possibile fare birra a causa delle alte temperature -  per dissetarsi nel corso delle lunghe giornate di lavoro. Parliamo del diciannovesimo secolo, quando l’acqua in estate l’acqua (non bollita) non era esattamente la fonte idrica più salubre a disposizione di un contadino.  Erano birre fatte in ambienti rurali con metodi produttivi che le esponevano inevitabilmente a contaminazioni batteriche e di lieviti selvaggi. 

Cà del Brado opta per un mosto realizzato con buona percentuale di frumento non maltato e avena, fermentazione in acciaio con Saccharomyces e successivo affinamento da sei ad otto mesi in in tonneaux e barriques che precedentemente contenevano vino, con contaminazione di brettanomiceti e batteri lattici. Al termine dell’affinamento il contenuto dei vari tini viene mescolato con una piccola percentuale della stessa birra giovane, “da poco entrata in cantina, per aggiungere freschezza, eleganza e corpo al carattere”. Nessun Dorma ha debuttato al Festival bolognese Birrai Eretici del maggio 2017. 
Come sempre sul sito della cantina è possibile sapere ulteriori dettagli produttivi partendo dal numero del lotto di produzione. Nello specifico parliamo del lotto 18013, imbottigliato nell’ottobre del 2018; per l’affinamento sono stati utilizzati cinque diversi tonneaux da 500 litri che avevano in precedenza ospitato vino Nebbiolo e Barbaresco. 
Il suo colore oro pallido è velato, la schiuma è generosa ed esuberante, un po’ scomposta, poco persistente. L’aroma è un mix bel riuscito di note funky e rustiche, richiami vinosi, di cantina  e di legno, limone, lime, ananas, spezie. Con un po’ più di bollicine sarebbe secondo me perfetta, ma non vorrei trovare per forza il pelo nell’uovo ad una birra che scorre con grande facilità e nasconde benissimo il suo tenore alcolico (6.4%). Il dolce della frutta a pasta gialla e dell’ananas è il delicato meccanismo che sostiene una birra  aspra di agrumi e piacevolmente acidula; l’uva bianca anticipa un finale vinoso e molto secco, a tratti legnoso. Rispetto all’aroma viene un po’ a mancare l’aspetto funky/rustico: in evidenza c’è piuttosto un bel frutto a colorare il bicchiere con le tonalità dell’estate, proprio quella che era la stagione delle (Veille) Saison. Birra rinfrescante, corroborante e dissetante ma anche versatile per abbinamenti gastronomici: non aspettate i mesi più caldi dell’anno per berla. Due anni in cantina, invecchiata benissimo, un altro ottimo prodotto marchiato Cà del Brado.
Formato 37,5cl., alc. 6.4%, IBU 10, lotto 18013, scad. 10/2023, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 15 ottobre 2020

BiRen Sylvie Doppelbock

Per gli appassionati di basse fermentazioni e della tradizione tedesca BiRen è un punto di riferimento da anni, per la precisione dal 2008, anno in cui il birraio Andrea Govoni ha inaugurato il birrificio a Dosso, Ferrara. BiRen sta per Birrificio Renazzanese  (la vicina frazione di Renazzo, dove tutto è comunicato) ma in dialetto ferrarese il suo suono è molto simile alla parola che indica una “birretta”.  Govoni, classe 1965 e laura in Scienze Agrarie, ha lavorato per vent’anni nell’agroalimentare coltivando in parallelo una passione per la birra culminata in numerosi viaggi  ad hoc in tutta Europa, soprattutto in Germania. Nel 2006 terminò il suo percorso professionale con una azienda di macedonie di frutta della quale fu socio fondatore per dedicarsi all’homebrewing in previsione di aprire il suo microbirrificio, inaugurato alla fine del 2008. Dal 2015 lo affianca sull’impianto da 10 ettolitri il figlio Matteo. 
Lontano dalle mode e dai riflettori, BiRen ha continuato a fare le birre che il suo birraio ama bere collezionando in dodici anni d’attività altrettante medaglie alla vetrina nazionale di Birra Dell’Anno. La prima, d’argento, è arrivata nell’edizione 2010 con la pils Philippe, lo stile e la birra preferita di Govoni. Al medagliere ha poi contribuito in maniera determinante la Weizen Charlotte  (argento nel 2011, oro nel 2012 e nel 2013, bronzo nel 2016) ma sono arrivati anche riconoscimenti per la Rauchbier Tosco (argento nel 2014), la birra al miele Melanie (argento nel 2014), la Märzen Renazzenfest (oro nel 2016), la Weizenbock Extra-Charlotte (argento 2017) e la IGA (o meglio Strong Dark Ale alla Saba) Sabine che nello stesso anno ottenne il bronzo.  Govoni ama la Germania ma si è cimentato anche con la tradizione anglosassone con la IPA Ton e la Stout Moses e con quella belga, come la blanche Claudie. A Dosso troverete anche lo spaccio, aperto dal lunedì al venerdì, e soprattutto La Taverna Del Biren, nella quale è ovviamente protagonista la cucina bavarese, aperta ogni giorno a partire dalle 18.

La birra.

Lo scorso giugno 2020 Unionbirrai annunciava di aver stretto una partnership commerciale con la catena di supermercati Despar (zone del Triveneto e dell’Emilia-Romagna): “i birrifici che hanno risposto all’iniziativa troveranno certamente nei punti vendita Despar quella visibilità a volte difficile da ottenere per i piccoli artigiani della birra e quindi una importante opportunità di fare conoscere le proprie birre artigianali con tutte le loro specifiche peculiarità a un pubblico sempre più vasto che, ne siamo certi, apprezzeranno l’ampliamento dell’offerta brassicola sugli scaffali anche a livello territoriale”. 
BiRen è uno dei quattro birrifici dell’Emilia Romagna che ha aderito all’iniziativa e sugli scaffali del Despar ho trovato  Sylvie, la Doppelbock della casa. Il suo color ambrato è leggermente velato, la schiuma cremosa e compatta ha buona ritenzione. L’aroma è intenso ed avvolgente e piuttosto complesso: biscotto, caramello, ciliegia, prugna e datteri, uvetta, accenni di pane nero, quasi di pan di spagna.  La bevuta prosegue lo stesso percorso ma lo fa in maniera un po’ meno definita, meno complessa e meno armonica: caramello e frutta sotto spirito danno il via ad un bevuta dolce caratterizzata da un crescendo etilico che appare  molto più evidente di quanto dichiarato (7%). Chiude con una leggera nota amaricante di frutta secca a guscio.  Sylvie è una doppelbock intensa, che riscalda corpo e spirito sacrificando un po’ quella che è la caratteristica della tradizione tedesca, ovvero la facilità di bevuta. Si sorseggia comunque con grande piacere e ad un prezzo niente male.
Formato 33 cl., alc. 7%, lotto D003-19, scad. 10/04//2021, 2.49 € (supermercato.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 9 ottobre 2020

L' artigianale al discount: Blondie American Pale Ale & Indie India Pale Ale (Aldi)


La birra artigianale non è a buon mercato e questo è sempre stato uno dei principali ostacoli alla sua diffusione: alla spina le differenze tra artigianale e industriale sono molto meno evidenti, ma nei negozi e supermercati è difficile spiegare ad un consumatore occasionale perché dovrebbe pagare una bottiglia di artigianale da 33 quattro volte quello che costa un’industriale da 66. Per cercare di entrare nella grande distribuzione ed aumentare i volumi i birrifici artigianali hanno usato diverse strategie: c’è chi ha semplicemente proposto i propri prodotti rinunciando ad una fetta di margine e c’è chi invece ha realizzato delle etichette ad hoc, dal costo contenuto, nel quale il nome del birrificio veniva rilegato tra le note di coda. In questo senso i pionieri furono Birra del Borgo con la linea Trentatre e il Birrificio Del Ducato con le BIA  Birra Artigianale Italiana.  Correva l’anno 2010, sembra passato un secolo: guarda caso si tratta di due birrifici che hanno poi venduto all’industria e che oggi non possono essere più considerati artigianali: il loro percorso nella grande distribuzione continua, con etichette diverse e con il proprio marchio ben in evidenza
I discount non si sono certi lasciati sfuggire l’occasione: l’artigianale al discount è secondo me una bella sfida: si può bere decentemente spendendo poco?   Uno dei primi esempi (2009) fu la gamma Lucilla prodotta da Amarcord per Eurospin; il birrificio di Apecchio è stato per molti anni l’unico punto di riferimento: nel 2014 alla Lidl è arrivata la gamma Arcana, tutt’oggi ancora presente, assieme alla IPA – Italian Pale Ale che non vedo in giro da un po’ di tempo. Pian piano quasi ogni discount, come del resto ogni supermercato, ha avuto le sue birre artigianali:  il birrificio La Granda le ha portate sugli scaffali del Dpiù (2015), Amarcord (2016) ha piazzato nei Penny Market e negli In’s la NYC IPA e la Postina IPAcloni della Italian Pale Ale.  Più di recente (2018) Toccalmatto è riuscito a strappare ad Amarcord gli scaffali dell’Eurospin,  rimpiazzando le Lucilla con il marchio La Brassicola. Tutto questo vale per il nord Italia, è possibile che i discount abbiano trovato accordi con altri birrifici locali nelle altre zone del paese. E quelle che vi ho elencato sono probabilmente solo una parte delle opzioni disponibili: sicuramente me ne sarà sfuggita qualcuna. 
Nel 2018 il discount tedesco Aldi è sbarcato in Italia ed ha rapidamente espanso la sua rete, condizione necessaria per poter attuare quella che da sempre è stata la sua politica: una gamma di prodotti “private label” molto estesa che ha coinvolto anche la birra. A collaborare con Aldi è stata Birra Flea di Gualdo Tadino (PG): a lei l’onere e l’onore di realizzare un’APA ed una IPA che siano buone e che costino poco (1,99 € la bottiglia  da 33, a volte offerta in sconto anche a 1,29 €) alle quali viene data una shelf-life di due anni. Missione impossibile? Vediamo.

Le birre.

Partiamo dall’American Pale Ale chiamata Blondie (5%): l’etichetta inneggia all’estate, il suo color dorato tendente al rame, sporcato da numerose particelle di lievito in sospensione, un po’ meno. La schiuma biancastra è generosa ed ha ottima ritenzione. Immagino che l’aroma non sia l’aspetto sul quale il birrificio si sia concentrato nello studiare una  ricetta “low cost” e il risultato si vede: intensità ai minimi termini, avverto giusto qualche lontano ricordo di pompelmo e marmellata d’arancia. Al palato ci sono un po’ troppe bollicine, visto che stiamo parlando di un’American Pale Ale: la bevuta parte dal dolce del biscotto e del caramello, apre e chiude una parentesi agrumata, si congeda con un finale amaro tra l’erbaceo ed il terroso che non brilla per eleganza. Non ci sono grandi difetti e nel complesso c’è una buona intensità,  sebbene il risultato finale sia un po’ sgraziato e grezzo. Per 2 euro direi che Blondie sia un compromesso accettabile,  si beve e porta a casa una sufficienza rosicata: speravo in un piccolo miracolo, ma se voglio un’APA profumata, pulita e fragrante devo rivolgermi altrove.

Passiamo alla IPA Indie (6.4%) il cui look è un salto indietro nel tempo di qualche anno, alle classiche IPA italiane 1.0: ambrata, molto velata, indossa un bel cappello di schiuma ocra molto persistente. L’aroma è anche in questo caso latitante: caramello, marmellata d’arancia, un lieve nutty che fa un po’ UK, accenni di bubblegum. Pulizia e intensità latitano. Anche Indie è un po’ troppo carbonata e al palato mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, anche se l’intensità è più elevata. E questo non è sempre un pregio. Si parte con l’accoppiata biscotto-caramello per poi virare piuttosto bruscamente sull’amaro sgraziato terroso, resinoso e vegetale di un’abbondante luppolatura. Ed è questo il vero problema di tutte le IPA  del discount: quando si calca la mano col luppolo, e lo si fa con materie prime di seconda (o terza) scelta per tagliare i costi, il risultato è sempre negativo. Ne risulta una IPA (d’ispirazione inglese?) per niente armoniosa e squilibrata che assilla il palato con un amaro invasivo, pesante e rozzo, obbligando a frequenti pause che ne limitano la bevibilità. Anche l’alcool alza la testa in un finale da tutto dimenticare. No, grazie.  
Nel dettaglio:
Blondie APA, formato 33 cl., alc. 5%, scad. 09/07/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  
Indie IPA, formato 33 cl., alc. 6.4%, scad. 22/06/2022, prezzo 1,99 Euro (supermercato)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 21 settembre 2020

Barbaforte Quadro

Folgaria è una località turistica del Trentino Alto-Adige ben nota agli amanti dello sci e del trekking estivo: è qui, a 1168 metri di altitudine ai piedi del monte Cornetto, che il folgaretano Matteo Mincone ha aperto le porte del birrificio Barbaforte. Il suo percorso è quello che hanno fatto tanti homebrewers poi divenuti professionisti: dall’amore per la bevanda all’hobby di farla tra le mura domestiche, in questo caso iniziato nel 2006.  Nel 2013 Barbaforte iniziava la propria avventura come beerfirm appoggiandosi per un brevissimo periodo agli impianti di Valcavallina e successivamente a quelli di Manerba, dove nella formazione di Mincone fu di grande aiuto l’esperienza del birraio Alfredo Riva.  Lo status di beerfirm sarebbe dovuto essere solo temporaneo ma a causa di varie vicissitudini la messa in funzione dell’impianto proprio, un automatico della Socis da 10 ettolitri, slittò sino al 23 giugno 2018,  data in cui si tenne l’inaugurazione in uno scenario che offre una splendida vista sui monti Finonchio e Stivo che dominano la Vallagarina.
Barbaforte deve il suo nome alla piante del rafano, la cui radice è molto usata nella gastronomico del Nord Europa: le birre del debutto sono la Golden Ale San Lorenzo (patrono di Folgaria e intestatario della piazza in centro al paese dove la famiglia di Mincone gestisce un bar), la IPA Obice, la ESB Abete e la Saison Quadro, seguite dalla American Pale Ale Mosaico e la stout Trifoglio, tutte prodotte con l’acqua proveniente dalla vicina sorgente del Chior. A queste si aggiungono altre etichette stagionali come l’Amber Ale Aura, la IGA  Intrigata, la Strong Ale Fiocco per l’inverno e Trirum, versione barricata in botti di rum della stout Trifoglio. 
Barbaforte ha un’identità visiva molto chiara, basata su rigorose forme geometriche e uso esclusivo dei colori bianco e nero, gli stessi che caratterizzano anche la zona d’ingresso del birrificio dove vi è un piccolo spazio per la vendita e gli assaggi.

La birra.


Quadro è la saison della casa: l’etichetta raffigura quattro quadrati uno nell’altro (ah.. bei ricordi di Gestaltpsychologie, nda) che potrebbero rappresentare la quattro stagioni (saison). Il suo colore è un bel doratol leggermente velato, la generosa schiuma è pannosa e molto compatta, secondo i dettami dello stile. L’aroma è pulito e intenso: zucchero a velo, scorza d’arancia, fiori, banana, profumi di erbe aromatiche , coriandolo e pepe bianco. Non è tutto merito del lievito: l’etichetta indica l’utilizzo d’imprecisate spezie. L’aroma è fresco e  il mouthfeel è vivace e generosamente carbonato: tutto bene in una saison la cui bevuta offre malti (pane miele), frutta candita (arancia) spezie e un finale caratterizzato da un amaro nel quale convivono note terrose, di radici ed erbe aromatiche. L’alcool (6.4%) è ben nascosto, la bevuta è ben equilibrata e di buona intensità, pur non riuscendo a replicare l’ampiezza dell’aroma. Una saison secca, dissetante, rinfrescante e versatile per potenziali abbinamenti gastronomici. Tutto bene o quasi: avrebbe solo bisogno di essere un po’ più rustica e ruspante, caratteristica che ogni saison dovrebbe possedere e che per alcuni è una mancanza imperdonabile. In questo caso direi che il contenuto del bicchiere riesce a far chiudere un occhio volentieri. 
Formato 33 cl., alc. 6.4%, lotto 200307, scad. 28/10/2021, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 15 settembre 2020

Alder Beer Co.: Summer Job & Hoppeland

Le presenze sul blog del birrificio Alder di Seregno sono sempre più frequenti ma ammetto che era tanta la curiosità di vedere Marco Valeriani cimentarsi per la prima volta con un birrificio tutto suo, dopo le esperienze di successo maturate lavorando come birraio presso Menaresta ed Hammer. Trovate tutta la storia qui.  A maggio vi avevo parlato di tre birre luppolate di stampo americano, a metà luglio siamo invece andati virtualmente in Germania ed in Inghilterra ad assaggiare tre birre dove i protagonisti erano i malti.  IPA e Double IPA americane continuano a dominare la gamma Alder ma pian piano il portfolio di Valeriani si sta espandendo andando a colmare lacune importanti: ad esempio il Belgio o l’Inghilterra luppolata.
Lo scorso giugno è nata Summer Job, interpretazione moderna di una English Pale Ale "in ricordo delle pinte bevute in un pub di Swanage, contea di Dorset, UK”.  Valeriani non ha nominato esplicitamente né il nome delle due birre né quello del pub e tocca indovinare. Se per il nome del locale diventa abbastanza difficile fare delle ipotesi, visto che la cittadina affacciata sulla costa della Manica ne ospita parecchi,  il nome della birra presenta due indizi utili.  Il primo mi fa pensare alla  Summer Lightninginventata alla fine degli anni ’80 da John Gilbert, birraio alla Hopback Brewery e considerato il “padre” di di tutte le Golden/Summer Ales inglesi: birre chiare, secche, generosamente luppolate e dalla grande bevibilità. La Summer Lightning  è una birra straordinaria che purtroppo non sono quasi mai riuscito a bere in condizioni decenti nel nostro paese.  Il secondo indizio mi fa pensare alla Proper Job, una della birre che hanno decretato il successo di St. Austell e commercializzata nel corso del tempo sotto le vesti di Golden Ale, American Pale Ale o India Pale Ale per adeguarsi alle richieste del mercato.  

La Summer Lightning è prodotta con solo luppolo inglese East Kent Golding, la Proper Job utilizza invece Cascade e Chinook.   E la Summer Job di Alder?  Willamette (il più inglese dei luppoli americani), Cascade e Chinook: avrò indovinato le due pinte pinte bevute in un pub di Swanage?
I
l suo colore è dorato e velato, la schiuma compatta ma un po’ grossolana. L’aroma è pulito ed elegante: emergono profumi di pane, accenni biscottati e di miele, floreali ed erbacei, frutta a pasta gialla, lemongrass. Delicatamente carbonata (la flemma inglese!) scorre molto bene ma dal punto di vista tattile mi sembra un pochino più pesante rispetto a quello che ricordo essere le sue due probabili muse ispiratrici. Il bouquet aromatico viene riproposto con buona precisione anche se al palato il fruttato ha perso freschezza e vira un po’ troppo verso la marmellata. Bevuta secca, dalla buona intensità e dal grande poter rinfrescante e dissetante, chiude il suo percorso con un amaro tipicamente british: note terrose, erbacee e un tocco di lemongrass. Ottima birra estiva che a tre mesi dalla nascita sta solo invecchiando un po’ troppo precocemente, anche se conservata sempre in frigorifero: di quelle che non dovrebbero mancare in ogni pub, soprattutto in estate.

Ad inizio luglio ha invece fatto il suo debutto Hoppeland, Belgian Ale con un nome che parla chiaro: la “terra del luppolo” belga è la cittadina di Poperinge e da qui proviene il luppolo Nugget usato in una ricetta ridotta ai minimi termini che prevede 100% malto pils. Perché dopotutto quando si parla di Belgio il vero protagonista non può che essere il lievito.  Anche qui è doveroso citare due birre che hanno aperto una strada poi imboccata da tanti altri: quella del Belgio “moderno” (luppolato): la XX Bitter di De Ranke e soprattutto la spesso sottovalutata Poperings Hommelbier di Van Eecke,  quest’ultima commissionata in origine proprio in occasione dell’annuale festa del luppolo della cittadina belga. 

Il suo vestito oscilla tra il dorato ed il giallo paglierino, la schiuma è perfettamente belga: generosa, compatta, molto persistente. Al naso emergono note erbacee e zesty, crackers  mentre il lievito regala accenni di spezie, e quel mix di banana e rustico che a volte trovo stappando la Saison Dupont. DNA belga rispettato in pieno al palato: bollicine copiose, corpo medio, ottima scorrevolezza. Pane, crackers, un tocco di frutta a pasta gialla, agrumi canditi sono l’ago della bilancia di una birra dal un finale generosamente luppolato e secco, ricco di note erbacee, zesty e terrose. E’ il Belgio moderno che ammalia e seduce, quello che piace a me, quello da bere ad oltranza in estate e non solo.  Le manca un po’ di spavalderia, il suo abito è ancora un po’ ingessato e potrebbe essere ad esempio un po’ più ruffiana al naso. Ma l’esordio di Alder in territorio belga è degno di nota e la Hoppeland entra subito tra le migliori interpretazioni italiche. 
Nel dettaglio: 
Summer Job, 40 cl., alc. 5,0%, lotto 27/05/2020, scad.  27/09/2020, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)
Hoppeland, 40 cl., alc. 5,5%, lotto 10/07/2020, scad. 10/01/2021, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 7 settembre 2020

Finix Brewing: Lumberjack Lager & Grind NEIPA

Alto Adige e birra: per andare oltre la naturale l’associazione con la tradizione tedesca basta recarsi a Perca, nella splendida Val Pusteria.  E’ qui, in una stradina secondaria che porta ai campi sportivi di tennis e calcio, che l’americano Zacharias “Zeke” Maamouri-Cortez ha aperto nel 2015 il Riverside Gastropub. Zeke è nato nel Maine ed è arrivato in Alto Adige nel 2006, portato dall’amore per le montagne e per lo sci: si dilettava con l’homebrewing dai tempi del college ma in Südtirol mancavano spazi e materie prime per continuare. Si “consola” completando la scuola alberghiera a Bressanone per poi andare a farsi le ossa cucinando nelle cucine di diversi ristoranti tedeschi e italiani come lo stellato Schote di Nelson Müller ad Essen e il tri-stellato Rosa Alpina di Norbert Niederkofler in Val Badia.  Esperienze che si riveleranno fondamentali nel momento di inaugurare con la compagna Petra Töchterle il Riverside Gastropub e portare un pezzo degli Stati Uniti (BBQ ed Hamburger, per semplificare) in Südtirol: “volevo smarcarmi dall’offerta tradizionale di questo territorio.  Nel mio ristorante uno ci deve venire apposta, non ci si passa per caso. Se avessi servito canederli e cucina sudtirolese, la cosa non avrebbe funzionato. Ci sono tanti posti eccellenti in cui fermarsi prima di arrivare qui, e comunque non è quello che volevo fare. Neanche questa struttura, così moderna, si addice alla cucina tradizionale di questo territorio. Ci voleva qualcosa di nuovo per cui i clienti avrebbero scelto di recarsi precisamente qui, alla fine della strada, sulle rive del Rienzo e in questo locale dallo stile molto moderno. Ho proposto quello che io sono, la mia cultura e la cucina della mia tradizione”. 
Ma per completare il puzzle manca ancora un pezzo: la birra, quella autoprodotta.  Dal 2006 ad oggi le cose sono cambiate anche in Alto Adige, dove molti birrifici si sono uniti alla piccola rivoluzione della birra artigianale italiana.  Con il supporto di altri microproduttori, Zeke ha accesso alle materie prime e torna a produrre birra tra le mura domestiche.  Nel 2019 un garage adiacente al Gastropub viene ristrutturato e Zeke adatta ed assembla con le proprie mani i pezzi di un impianto da 3,5 ettolitri proveniente dal Nebraska: nasce Finix Brewing.  L’American Blond Ale Pamela e la berliner ai lamponi Circle Like A Square sono le birre del debutto affiancate da alcune versioni sperimentali di New England IPA destinate poi ad evolvere nella Grind, la NEIPA della casa, alla quale s’affiancano la Wildcatter Milk Stout e la Pilsner Lumberjack.
E negli Stati Uniti viene catapultato anche chi capita per caso sul loro sito ufficiale e non ha il tempo di buttare l’occhio sull’indirizzo: il sito è tutto in inglese, le birre sono offerte in lattina, hanno grafiche moderne, il webshop dispone già di merchandising come magliette e bicchieri. Siamo in Italia? 
La Craft Beer Revolution USA ha decretato il successo delle lattine sulle bottiglie e Finix si è già dotato di “mobile canning”, un sistema di inlattinamento itineranante che può quindi essere usato anche da altri birrifici.  Qualche settimana fa Finix ha infine inaugurato la propria Taproom nella zona pedonale di Brunico: dieci spine e tre frigoriferi che ospitano anche altri birrifici, con un posto di riguardo agli amici di Birra Del Bosco.

Le birre.

Finix vuole portale in Sudtirolo la Craft Beer americana ma paradossalmente gli Stati Uniti hanno (ri)scoperto da un po’ di tempo la tradizione tedesca: numerosi birrifici hanno infatti inserito tra le loro spine lager e pilsner.  Non è quindi una sorpresa che lo scorso maggio Finix abbia fatto debuttare Lumberjack (5%), una pilsner classica (luppoli Tettnanger e Hallertauer Mittelfruh) che promette però di avere un “american touch”. Il suo colore è dorato e leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente candida, cremosa e compatta. I profumi di crosta di pane, miele, floreali, erbacei ed una delicata speziatura danno forma ad un aroma pulito ed abbastanza elegante: un bel biglietto da visita per un percorso che continua al palato senza divagazioni ma con qualche leggero calo d’intensità (acquoso) che poteva essere evitato. Discreta secchezza, buona pulizia ed un finale erbaceo che pulisce bene il palato: ma per avvertire l’american touch mi devo lasciar suggestionare da qualche impercettibile accenno agrumato. Una buona pils, piacevole e molto scorrevole, una birra entry level che potrebbe essere strategica nell’avvicinare molti bevitori locali avvezzi alla scuola tedesca. Si poteva però osare qualcosa in più.

La NEIPA Grind (7.5%) parla invece un linguaggio assolutamente contemporaneo, a partire dal suo color torbido che ricorda visivamente un succo di frutta. Al naso ci sono freschi ed intensi profumi tropicaleggianti, soprattutto di mango e di ananas, note resinose e dank ma anche qualche accenno al vegetale e al cipollotto che rovinano un po’ la festa. L’intensità e degna di nota mentre per quel che riguarda la pulizia ci sono ancora margini di miglioramento. Il mouthfeel è piuttosto gradevole, leggermente chewy come vuole la scuola del New England ma comunque scorrevole. La bevuta è ricca ed intensa, con frutta tropicale e pesca a definire una NEIPA intensa e ben bilanciata: c’è qualche spigolo nel percorso d’uscita, in quell’amaro vegetale e resinoso che gratta un po’ il palato e obbliga a dilungare un po’ il tempo d’attesa tra un sorso e l’altro.  L’alcool si fa sentire solo a fine corsa in questa NEIPA che non ha paura di essere amara mostrando determinazione ed un carattere un po’ scorbutico che avrebbe bisogno di qualche limatina.
Nel dettaglio: 
Lumberjack, 44 cl., alc. 5%, lotto 203515, scad. 05/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio) 
Grind, 44 cl., alc. 7.5%, lotto 204424, scad.  02/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 31 agosto 2020

Liquida: Loki IPA & Don Quisciotte West Coast IPA


Il Birrificio Liquida è uno degli ultimi arrivati nel panorama italiano ma dietro alle quinte vi sono delle vecchie conoscenze: Luca Tassinati, Christian Bertoni e Luca Drudi. Partiamo da Tassinati, homebrewer che esordì tra i professionisti nel 2013 con la beerfirm ferrarese Monkey Beer  e diventò poi alla fine del 2016 birraio del birrificio umbro Altotevere, col quale due anni dopo riuscì a conquistare il titolo di birraio emergente dell’anno 2018. Christian Bertoni e Luca Drudi sono invece due appassionati birrofili ed homebrewers che nell’autunno del 2016 inaugurarono a Forlì, assieme al socio  Lorenzo Gramellini, il locale BiFor, nel quale è ovviamente protagonista la birra artigianale: al locale è collegata l’omonima beerfirm che nel 2019 ottenne alla manifestazione Birra dell’Anno la medaglia d’argento nella propria categoria di riferimento con la Black IPA Icaro. 
Il birrificio Altotevere è stato uno dei protagonisti alle spine del BiFor e sugli impianti in Umbria venne prodotta anche qualche etichetta BiFor. Tra Tassinati, Bertoni e Drudi si creò un bel rapporto professionale e personale: il birraio ferrarese cullava da tempo il sogno di possedere un proprio birrificio e i due amici romagnoli decisero di aiutarlo a realizzarlo.  I tre soci fondano il Birrificio Liquida e Tassinati lascia Altotevere per dedicarsi al nuovo impianto che trova casa ad Ostellato, nella “bassa” ferrarese, posizionato a metà strada tra il capoluogo emiliano e la costa adriatica. Le vicissitudini legate al Covid-19 hanno fatto posticipare il debutto di Liquida, molto atteso dagli addetti ai lavori, allo scorso 17 Giugno 2020 ovviamente alle spine del BiFor.
Liquida, bel nome e belle grafiche realizzate a Forlì,  fa riferimento allo “stato della birra come corpo fluido, in evoluzione, in crescita, che conserva il proprio volume ma che tende a prendere la forma del recipiente in cui è posto”.    Si parte “a tutto luppolo” con le IPA Don Quisciotte, Loki e la sorella maggiore Sierra Tonante; in luglio sono poi arrivate la Ploner Pils, la Session IPA Chopper a la Tripel Caronte, in agosto la witbier In Bloom.

La birra.

Loki è una delle prima birre realizzare da Liquida ma non affezionatevi troppo: si tratta in realtà di una IPA (5.5%) la cui ricetta varia ad ogni lotto (“mutevole come la forma e il carattere dell’omonima divinità norrena) e si differenzia per un diverso mix di luppoli.  Nello specifico ci occupiamo della primissima cotta dello scorso giugno realizzata con Sabro, Amarillo e Mosaic. In commercio troverete già la Loki DDH IPA Citra/Simcoe /Sultana e la Loki Sabro/Amarillo/Mosaic. 
Si tratta di un’interpretazione West Coast ma a voler essere pignoli il suo colore dorato è un po’ troppo pallido: la schiuma è candida, compatta ed ha ottima ritenzione. Pane e crackers, profumi floreali, pompelmo, mandarino, arancia, cedro, qualche accenno alla frutta tropicale: l’aroma è pulito ed elegante, abbastanza intenso. La bevuta è secca, moderna e non modaiola, molto ben bilanciata tra malti (pane, crackers), frutta tropicale e quegli agrumi che diventano rapidamente protagonisti per essere poi affiancati da note resinose in un finale amaro di buona intensità e persistenza. Ottimo anche il mouthfeel, che avvolge il palato senza pregiudicare la scorrevolezza di una birra che nasconde benissimo l’alcool ed evapora dal bicchiere molto velocemente. IPA semplice ma efficace, pulita, elegante: ottima esecuzione.

Restiamo al sole della California perché anche l’IPA Don Quisciotte (6.6%) è d’ispirazione West Coast:  i protagonisti sono Mosaic, Columbus e Citra. In questo caso il suo colore è perfettamente centrato: tra il dorato e l’arancio con una testa di schiuma cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Pompelmo, accenni di frutta tropicale, note dank (per i meno esperti: pensate alla marijuana): l’aroma non è esplosivo ma quello che conta, ovvero pulizia ed eleganza, c’è. Anche la Don Quisciotte risulta molto gradevole al palato: corpo medio, giusta carbonazione, morbida e leggermente cremosa al “tatto”: pane, miele, qualche accenno di frutta tropicale e di pompelmo tracciano un percorso lineare che culmina in un bel finale amaro, dank e resinoso, lungo e intenso. Gran bella interpretazione di West Coast IPA: pulita, con gli attributi al punto giusto e dalla grande bevibilità. 
In un periodo in cui molti birrifici cercano di produrre dei torbidi succhi di frutta con risultati spesso discutibili è davvero un piacere trovare due IPA di ottimo livello ispirate alla cara vecchia West Coast e rinvigorite da un tocco moderno: un debutto assolutamente positivo quello di Liquida. Ma da vecchio brontolone voglio trovare lo stesso un difetto: perché non indicare in etichetta la data di confezionamento? 
Nel dettaglio:
Loki, 33 cl., alc. 5.5%. scadenza 14/06/2021, prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)
Don Quisciotte, 33 cl., alc. 6.6%, scadenza 15/06/2021,  prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 25 agosto 2020

Rebel's Lil Tropical Session IPA & Parrot Invasion IPA


Tutti romani di nascita o d’adozione, nati all’inizio degli anni ’90 e cresciuti ai banconi del Ma che siete venuti a fa’ e della Brasserie 4:20: sono Andrea Martorano, Riccardo Di Profio, Andrea Casini e Raffaele Lucadamo, quattro ragazzi che hanno vissuto in prima persona la rivoluzione della birra artigianale arrivata nella capitale del nostro paese a colpi di IPA e Double IPA. Dal bancone alle pentole il passo è breve: la passione di bere e di scoprire nuovi birrifici si trasforma nella curiosità di provare a fare la birra ogni weekend nella casa estiva di Raffaele a Torvajanica.  L’homebrewing procede in parallelo agli studi universitari, arrivando dopo inevitabili successi ed insuccessi a toccare quota 3600 litri l’anno: ben presto i quattro amici scoprono di preferire la birra agli sbocchi professionali che si prospettano dopo aver studiato Economia, Ingegneria edile e Scienze della Formazione e decidono che è il momento di trasformare il loro hobby in una vera e propria professione, confortati dai pareri positivi sulle birre prodotte che arrivano da conoscenti e addetti ai lavori. 
La ricerca della location giusta si protrae per quasi otto mesi, quando viene individuato un casale degli anni ’70 ristrutturato nella zona di Roma Sud, in via Ardeatina, in prossimità del Grande Raccordo Anulare:  “inizialmente volevamo realizzare un brewpub che unisse la produzione alla ristorazione, quindi ci siamo focalizzati su una location piuttosto centrale. Dopo diversi mesi a vuoto per via di spazi non conformi per l’attività di birrificio o costi esorbitanti, ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di fare quello che effettivamente sapevamo fare: la birra.  Già dai primi sopralluoghi avevamo capito che quello era il posto dove poter realizzare il nostro sogno: produrre e avere anche uno spazio esterno dove poter accogliere curiosi e bevitori, proprio come a Londra o in altre città europee. Inoltre, la sua posizione è esterna rispetto al centro, ma comunque dentro al raccordo, quindi tra la città e la campagna. Insomma, ci è sembrato il miglior posto dove lavorare ogni giorno!” Nel 2016 vengono così accesi i motori dell’impianto da 10 hl guidato da Riccardo Di Profio, mentre Andrea Martorano e Raffaele Lucadamo si occupano della parte commerciale e Andrea Casini di quella amministrativa.  A soli cinque mesi dal debutto Rebel’s viene chiamato a partecipare all’importante manifestazione EurHop con le prime cinque produzioni: la Cream Ale Honey, la Saison Tricky, la Double IPA Tropical Bomb, la Session IPA White Fusion e la Smoked Cream Ale  Mr. Peat.  Il birrificio non è dotato di cucina ma durante la stagione estiva vengono organizzati eventi con musica dal vivo, dj set e food truck nel Summer Beer Garden, di solito aperto dal giovedì al sabato. In loco è possibile acquistare anche le nuove lattine che da qualche mese hanno sostituito le bottiglie: per l’occasione è stato anche fatto il completo restyling delle etichette. Al di fuori della stagione estiva se non erro il birrificio è aperto solamente il sabato per acquisti in loco: in alternativa potete ricorrere al negozio on-line che effettua trasporto refrigerato in tutta Italia. In quattro anni d’attività Rebel’s ha prodotto una cinquantina di etichette diverse.

Le birre.
Partiamo da Lil Tropical (4.5%) sorella minore della Double IPA della casa Tropical Bomb, con la quale condivide la stessa ricetta: i luppoli utilizzati sono Topaz, Ekuanot e Citra. Il suo color oro è leggermente pallido e velato, la candida schiuma è cremosa ed ha buona persistenza. Pompelmo, lime e cedro caratterizzano un aroma ricco di agrumi ed arricchito da note floreali e di frutta tropicale; in sottofondo s’avverte anche una leggera presenza di cereale. E’ una Session IPA agile e scorrevole che tuttavia mantiene una buona presenza al palato: pane, cereali e il dolce dell’ananas sono le fondamenta che sorreggono e bilanciano una bevuta secca e spiccatamente zesty. L’amaro è educato e corto, il palato si trova subito pulito e desideroso di un nuovo sorso: caratteristiche perfette per una session beer facile da bere e dall’ottima intensità che disseta e non stanca mai. A dispetto del nome (tropical) sono gli agrumi a guidare le danze: birra ben fatta e perfetta per affrontare i mesi più caldi dell’anno.
Parrot Invasion è invece una West Coast IPA che promette un “amaro morbido e un naso esplosivo” grazie al dry hopping di Mosaic e Cascade. Siamo in realtà leggermente al di sotto (6%) della classica gradazione alcolica di una IPA californiana ma poco importa: il vestito oro-arancio è perfettamente adeguato mentre la schiuma potrebbe essere più generosa. L’aroma non è esattamente esplosivo ma nella sua essenzialità offre pulizia e eleganza: dank, pompelmo, frutta tropicale. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato in una bevuta semplice ma efficace, pulita e molto bilanciata tra pane, miele, tropicale, pompelmo e un bel finale resinoso/dank di buona intensità e durata. Le manca forse un pochino di secchezza e  il suo spettro di profumi e sapori potrebbe essere un po’ più variegato ma sto andando a cercare il pelo nell’uovo: anche Parrot Invasion, come Lil Tropical, ha tutto quel che serve per far star bene chi si trova con il bicchiere in mano.
Nel dettaglio:
Lil Tropical, 40 cl., alc. 4.5%, lotto 12/20, scad. 04/02/2021, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)
Parrot Invasion, 40 cl., alc. 6%, lotto  14/20, scad.  03/02/2021, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 31 luglio 2020

CRAK Mundaka Sunshine

Tra i birrifici italiani Crak è probabilmente quello che ha meglio adottato un profilo internazionale e moderno, alla stregua di quanto stanno facendo i nomi più gettonati della scena craft europea ed americana. In Italia non si sono ancora raggiunti (e mai accadrà) i livelli di fanatismo degli Stati Uniti, con persone accampate al di fuori del birrificio per riuscire ad accaparrarsi una bottiglia di birra ma, a parte questo, a Crak non manca ormai nulla: lattine, grafiche moderne, sforna novità senza sosta (anche se ciò consiste in monotone variazioni del tema NEIPA), ha una bella taproom moderna e informale, organizza ogni anno il proprio festival e – novità 2020 – distribuisce in autonomia le birre, sia a privati che a locali e beershop.
Anche le poche birre che Crak produce tutto l’anno vengono periodicamente rinfrescate ed immesse sul mercato in edizione “speciale”, perché la gente vuole sempre bere qualcosa di diverso: è accaduto più volte  alla Guerrilla, la IPA della casa, e qualche settimana fa anche la session Mundaka ha partorito due gemelli chiamati Sunshine e Sunset.
Mundaka viene prodotta dal 2012, anno in cui i ragazzi di Padova avevano debuttato con la beerfirm chiamata Birra Olmo poi trasformatasi in Crak Brewery:  Mundaka nacque come Summer Ale, una birra estiva (3.5%) semplice e facile da bere, una sorta di gateway beer da proporre a chi magari ha sempre bevuto le blande birre industriali. Nel corso del tempo Mundaka si è trasformata prima in un’American Pale Ale e poi in una Session IPA, categoria che riscuote certamente più successo tra i clienti delle due precedenti, ed ha aumentato la sua gradazione alcolica 4.6%..  Anche il mix di luppoli è stato ovviamente modificato: quello attuale dovrebbe includere Simcoe e Citra. Lo scorso giugno ne sono arrivate due edizioni speciali chiamate Sunrise e Sunset, entrambe caratterizzate dal (necessario, se si vuole essere moderni) Double Dry Hopping.: per Sunrise Crak afferma di aver “esplorato nuovi confini della luppolatura. Abbiamo usato un nuovo metodo sperimentale che permette un’aggiunta esagerata di luppolo per un’ondata potente e deflagrante di profumi e aromi  senza alcuna increspatura astringente”.  La Sunset è invece “solamente” una versione DDH single-hop della Mundaka, con il luppolo Citra come protagonista.

La birra.
Visivamente ricorda un succo di frutta alla pera, la schiuma è modesta ed ha scarsa ritenzione: l’aroma è intenso, pulito e caratterizzato da una buona finezza per lo stile. Ananas, mango, pesca, pompelmo, profumi floreali e di altri frutti tropicali: c’è tutto quello che serve. Il “problema” (virgolette obbligatorie) di queste birre sottoposte ad un massiccio dry hopping è che sovente le aspettative create dall’aroma vengono poi un po’ deluse quando le si beve. In questo caso Mundaka Sunshine regala invece una bevuta piuttosto intensa, per essere una session beer, nella quale sono in evidenza soprattutto agrumi e carattere zesty, ma si notano anche interferenze dolci di frutta tropicale e di crackers. Ma la sorpresa più bella riguarda soprattutto il mouthfeel: morbido, assolutamente privo di asperità e spigoli. La sua natura NEIPA ne limita ovviamente un po’ la velocità di bevuta, ma è una birra che non stanca mai e che, nota di merito, non gratta in gola. L’amaro è moderato è educato, la chiusura è secca: una session di carattere nella quale la componente juicy non è estremizzata: una birra molto fruttata che sa ancora di birra, per intenderci. Un bel boost alla Mundaka, birra che non bevo da un po’ tempo ma che ricordo un po’ troppo timida: non so in  cosa consista questo nuovo metodo sperimentale di luppolare la birra che Crak dice di aver utilizzato, ma il risultato è assolutamente convincente.
Formato 40 cl., alc. 4.6%, scad. 23/11/2020, prezzo indicativo 5,00-6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 27 luglio 2020

MC77 / Cierzo Ala Pivot

L’anello di congiunzione tra le Marche e l’Aragona?  In questo caso Simone Flamini, cestista nato a Macerata che aveva debuttato nel 1998 con la Victoria Libertas di Pesaro diventando poi il capitano di quella Scavolini che nel 2011-2012 arrivò alla semifinale scudetto; la sua ultima apparizione sui campi di gioco con la maglia della Libertas Siena risale al 2017. Terminata l’attività sui campi di pallacanestro, Flamini si concentra sulla sua seconda passione, quella del bancone: nel 2013 assieme ad alcuni soci aveva infatti inaugurato il locale TipoPub a Pesaro con una selezione di birre artigianali ed industriali, replicando nel 2017 l’esperienza a Barcellona con la nascita del locale Pepita.   Da Barcellona Flamini si sposta poi a Saragozza, in Aragona, dove inizia a collaborare con il birrificio Cierzo , che avevamo incontrato in questa occasione, entrando a far parte dello staff.  Lo scorso febbraio 2020 Cierzo fu ospite di una serata presso il TipoPub di Pesaro e Flamini organizzò anche un incontro con il birrificio marchigiano MC-77 per una birra collaborativa.

La birra.
Ala-Pivot è il nome scelto per una IPA moderna e robusta, ai confini del  double (7.5%), caratterizzata dall’ormai immancabile DDH – Double Dry Hopping: non sono tuttavia state rivelate le varietà di luppolo utilizzate. “Erano i giorni prima del Covid-19 ricorda Flamini  -   e miei compagni d’avventura spagnoli hanno pensato che la birra dovesse avere qualcosa che mi ricordasse, ma anche un nome che si potesse capire immediatamente sia in italiano sia in castigliano. Poi gli amici di MC–77 hanno voluto che si creasse un giocatore “luppolato” che indossa la maglia della Victoria Libertas Pesaro che ha i colori biancorossi, che sono gli stessi di Macerata”. 
Il suo vestito dorato/arancio è molto velato ma non raggiunge le torbidità più estreme dello stile New England IPA. L’aroma è ricco, pulito e piuttosto elegante: mango, papaia, maracuja, pesca percoca, un po’ di agrumi in secondo piano. Al palato non è una NEIPA particolarmente cremosa o morbida: per quel che riguarda la sensazione tattile è una birra piuttosto “solida”, se mi passate l’aggettivo improprio, e la velocità di bevuta inevitabilmente ne paga le conseguenza. Il gusto si muove sullo stesso percorso dell’aroma ma lo fa con passi meno definiti e precisi, risultando un succo tropicale assolutamente gradevole che tuttavia non eclissa la componente maltata (pane e cereale). L’amaro vegetale finale, cortissimo, ha esclusivamente la funzione di portare equilibrio e lascia subito il posto ad una scia tropicale nella quale l’alcool fa finalmente sentire la sua presenza. Ala Pivot è una NEIPA piuttosto assennata e intelligente, priva di spigoli ed estremismi, coerentemente con altre produzioni Mc-7: il birrificio marchigiano si conferma – cosa abbastanza scontata, per quel che mi riguarda  - tra i birrifici italiani che meglio interpretano questo stile.
Formato 33 cl., alc. 7.5%, imbottigliata 11/05/2020, scad. 11/11/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 21 luglio 2020

Muttnik Bolik

Di Muttnik vi avevo parlato a gennaio 2017 a pochi mesi dal suo debutto avvenuto nell’ottobre del 2016. Da allora la beerfirm fondata da Lorenzo Beghelli ha fatto parecchia strada trasformandosi innanzitutto in un birrificio vero e proprio, anche se con modalità insolite. Nella primavera del 2019 Muttnik ha infatti acquistato il Birrificio Opera di Pavia, presso i cui impianti aveva già realizzato alcune delle sue birre; poco tempo prima Beghelli era inoltre stato ingaggiato come birraio da Opera che, ricordo, nel 2017 fa aveva a sua volta rilevato il Birrificio Pavese.  Sugli stessi impianti di Pavia vengono quindi oggi prodotti tutti e tre i marchi: Muttnik, Opera e Pavese.
Facciamo ora un passo indietro all’estate del 2017 quando a Sesto San Giovanni (MI) Muttnik inaugurava il pub chiamato MIR, locale un po’ vintage a tema (ovviamente) sovietico con una dozzina di spine ospitanti non solo le birre della casa ma anche di altri produttori e un’offerta gastronomica basata soprattutto su panini e crostoni.
Oltre alle due saison dell’esordio Belka e Strelka, entrambe sottoposte ad un rigoroso restyling grafico delle etichette, la gamma Muttnik è oggi composta dalla Imperial IPA Zhulka, dalla Berliner Weisse Rhyzhik, dalla (tipo) Kolsch Laika, dalla White IPA Albina, dalla Vienna Lager Damka e dall’American Pale Ale Bolik. E e se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: tutte le birre sono dedicate ai cani del programma spaziale sovietico.  

La birra.
Bolik doveva essere la prima APA di Muttnik ma qualche problema con il fornitore di luppolo ne fece slittare il “vernissage” e al suo posto fu prodotta l’APA Zib, oggi mutata in Best (bitter) Zib. Per quel che riguarda il programma spaziale sovietico Bolik fu un cane che scappò solo pochi giorni prima del suo volo, previsto per il settembre del 1951 e fu sostituito dal cane ZIB (acronimo russo di "Sostituto dello scomparso Bolik"); per quel che invece riguarda la birra, la Bolik ottenne il primo posto nella propria categoria a Birra dell’Anno 2018, edizione ricca di soddisfazioni per il birrificio di Pavia. Oltre a quell’oro arrivarono infatti i bronzi per Strelka e Laika.
Il suo vestito dorato s’accende di riflessi arancio, la candida schiuma è cremosa, compatta e mostra buona ritenzione. L’aroma è fresco, elegante, pulito e abbastanza intenso: mandarino, pompelmo, bergamotto, note floreali, qualche sbuffo dank e di frutta tropicale. Un gran bel biglietto da visita le cui aspettative vengono pienamente corrisposte al palato, a partire da un mouthfeel morbido e scorrevole. Pane, qualche accenno biscottato e di frutta tropicale (ananas) introducono una bevuta caratterizzata da un bell’amaro educato e pulito che oscilla tra note resinose e soprattutto  scorza d’agrumi. L’alcool (5.4%) è nascosto perfettamente in un’American Pale Ale che si beve con la facilità di una session beer e nella quale equilibrio, pulizia e precisione sono in grande evidenza. E’ una di quelle birre che potresti bere ad oltranza per tutta la serata:  secca, profumata, rinfrescante:  le manca praticamente solo la data di imbottigliamento in etichetta (una delizia di design grafico) per essere perfetta.
Formato 33 cl., al. 5.4%, lotto 031-20, scad. 04/2021, prezzo indicativo 4,50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 20 luglio 2020

Alder Beer Co.: Imbiss, Dorf & Deltacolt



Torniamo a parlare di Alder Beer Co., il birrificio inaugurato da Marco Valeriani a Seregno nell’ottobre del 2019: qualche mese fa avevamo passato in rassegna tre birre luppolate di stampo anglosassone mentre oggi assaggiamo altre tre birre nella quale sono invece i malti a guidare le danze. Le prime due si rifanno ala tradizione tedesca, coerentemente con quello che aveva annunciato Valeriani spiegando il nome Alder: “una parola inglese  che sembra un po’ tedesca e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono”. 

La schwarzbier Imbiss (5.3%) ha debutatto lo scorso 9 aprile credo esclusivamente in lattina, visto che l’emergenza Covid-19 aveva chiuso tutti i locali ai quali sarebbero stati destinati eventuali fusti; è prodotta con malti tedeschi pils, Monaco e torrefatti, lievito lager e luppoli Mittelfruh, Tradition e Select.  Di color mogano forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta: al naso emergono profumi di pumpernickel, pane nero, accenni di caffè e torrefatto, suggestioni di cioccolato e qualche estero fruttato. Al palato c’è grande scorrevolezza come vuole la tradizione tedesca anche se personalmente credo che un pochino di corpo in più non le farebbe male.  Accenni di caramello e cola, pane nero e cereali danno il via ad una bevuta che s’intensifica solo nel finale con l’arrivo dell’amaro del torrefatto e del cioccolato. Pulita e fragrante, Imbiss è una schwarzbier facile da bere alla quale tuttavia mi sembri manchi ancora un pochino d’intensità e carattere.

Dorf  (7%) è invece una bock “chiara” che ha anch’essa debuttato in pieno lockdown con una ricetta che prevede malti pils e speciali tedeschi, luppoli Saphir e Select, ceppo di lievito lager. Il suo color oro antico è leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta, anche se la foto potrebbe ingannare. Pane, miele millefiori, accenni di biscotto e frutta secca compongono un aroma semplice, pulito e della buona intensità per lo stile: prefazione ad una bevuta delicatamente carbonata che si muove sullo stesso percorso senza deviazioni.  Dolce ma ben attenuata, riscalda il palato con un delicato alcool warming che ben sposa le note conclusive di panificato/cereale e frutta secca a guscio: bock elegante e morbida ma non priva di un leggero carattere rustico e ruspante a renderla vivace ed interessante. Per me è una birra molto ben riuscita.

Deltacolt (5.9%) è invece una delle quattro birre (Lewis Keller Pils, Rockfield IPA e Gretna APA) con le quali Alder aveva debuttato: una milk stout nella quale lattosio e fiocchi d’avena hanno il compito di garantire cremosità e morbidezza. Si presenta di color ebano scuro e con profumi di caffè, orzo tostato, pane nero, accenni di cioccolato e di latte/panna:  è l’odore della colazione, non molto intenso ma piuttosto pulito. Il mouthfeel è effettivamente cremoso ma ci sono un po' troppo bollicine, anche se fini, a disturbarlo.  Caffè e torrefatto sono i protagonisti di una stout ben bilanciata nella quale è  la dolcezza della panna (effetto lattosio) a contrastare le tostature. Un delicato tepore etilico avvolge poi il cioccolato in una bel finale che lascia felici e soddisfatti: intensità e facilità di bevuta vanno in questo caso a braccetto e nonostante qualche piccola imprecisione da limare questa lattina di Deltacolt è una milk stout di livello già alto.

Nel dettaglio:
Imbiss, 40 cl., alc. 5.3%, imbott. 07/04/2020, scad.  07/10/2020, prezzo indicativo 5.00 €
Dorf, 40 cl., alc. 7.0%, imbott. 20/04/2020, scad. 20/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €
Deltacolt, 40 cl., als. 5.9%,  imbott. 01/04/2020, scad. 01/10/2020, prezzo indicativo 6.00 €

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio