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martedì 28 marzo 2017

St. Bernardus Abt 12 Oak Aged

01 dicembre 2014: la notizia è di quelle molto interessanti visto che proviene da un birrificio che non segue certamente la moda di rilasciare una nuova birra ogni mese o, peggio ancora, ogni settimana; l’unica concessione è una bottiglia Magnum della Abt 12 che ogni anno, dal 2012, viene offerta ai collezionisti con una diversa serigrafia . Parliamo ovviamente della St. Bernardus Brouwerij, da anni rigorosa nell’offrire un portfolio di birre quasi immutabile: Pater 6, Prior 8, Abt 12, Tripel, Wit, Christmas Ale, Extra 4, Watou Tripel e Grottenbier Bruin
A dicembre 2014 sulla propria pagina Facebook il birrificio annuncia che entro poche settimane saranno messe in vendita le prime bottiglie della Abt 12 invecchiata sei mesi in botti di Calvados; in contemporanea Marco Passarella, sales manager di St. Bernardus, mette in mostra le prime bottiglie presso la Horeca Expo di Gent. 
“L’ammiraglia” Abt 12 venne prodotta per la prima volta nel 1992, quando i monaci della vicina abbazia di St. Sixtus/Westvleteren decisero di riportare all’interno del monastero la produzione della birra che, dal 1946, era stata affidata alla St. Bernardus di Watou.  Terminato il contratto, il birrificio fondato da Evarist Deconinck ha continuato a produrre birra cambiando ovviamente i nomi ma - assicurano - lasciando pressoché immutate le ricette. Furono piuttosto i monaci a cambiare le loro birre, iniziando negli anni ’90 ad utilizzare un ceppo di lieviti proveniente dai fratelli trappisti di Westmalle; la data di nascita della Abt 12 di St. Bernardus sarebbe quindi da collocare intorno al 1946.

La birra.
Con una gradazione alcolica leggermente più alta  (11% anziché 10.5%) rispetto alla Abt 12 classica, la versione Oak Aged si presenta nel bicchiere di colore ambrato carico, tonaca di frate, con dei bei riflessi ramati; la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso c’è grande pulizia ed una notevole intensità nella quale è subito evidente il passaggio in botte (calvados): la componente etilica è morbida e accompagna i profumi di uvetta e mela caramellata, pera, biscotto e zucchero candito, con in sottofondo accenni di legno e la delicata speziatura del lievito. Sin dal primo sorso quello che colpisce è l’incredibile attenuazione di questa birra e il modo in cui l’alcool è nascosto: davvero sorprendente, con una scorrevolezza e una facilità di bevuta ottima. Il gusto segue in fotocopia l’aroma, senza deviazioni: le caratteristiche della Abt 12 (spezie, biscotto, zucchero candito, uvetta e prugna) sono ben presenti ma è il passaggio in botte a condurre la bevuta in un territorio nuovo, molto godibile ed interessante. In sottofondo si scorgono la mela caramellata ed il legno. Il dolce è asciugato completamente da un finale secchissimo che ripulisce il palato e lo lascia libero d’assaporare un lungo retrogusto etilico, caldo di brandy e frutta sotto spirito. 
Il suo prezzo è ovviamente molto più alto di quello della Abt 12 classica ma è un biglietto che si paga volentieri: il risultato è una “quadrupel” potenziata nel modo migliore, ovvero senza eccessi, con il passaggio in botte che rafforza la birra base e l’arricchisce di altri elementi. Tutto questo avviene mascherando benissimo la componente etilica e riscaldando ugualmente il bevitore: non ricordo di averla mai vista in Italia ma se vi capita tra le mani vale senz’altro la pena assaggiarla.
Formato: 75 cl., alc. 11%, lotto A0A 12:47, scad. 16/02/2019, prezzo indicativo 12.00-17.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 21 maggio 2015

St Bernardus Extra 4

St Bernardus Extra 4: quella che potrebbe sembrare una novità, è in realtà un ritorno. Facciamo un passo indietro nel tempo al secondo dopoguerra, quando Padre De Groote, da trent'anni abate all’Abbazia di St. Sixtus di Westvleteren decide d’interrompere quasi del tutto la produzione di birra del monastero: le attività stavano impegnando troppo i monaci, distogliendoli da quella che doveva essere la loro vocazione primaria,  pregare.  Continua ad essere prodotta nel monastero solamente una piccola quantità necessaria al consumo interno, mentre la restante viene “appaltata” al  vicino Evarist Deconinck, già produttore di formaggi a Watou per conto dell’abbazia. Il contratto, di durata trentennale, viene firmato nel 1946 e poi rinnovato nel 1962. Nel 1992 la produzione di birra ritorna dentro le mura di Westvleteren, condizione necessaria se si vuole mantenere il marchio “Authentic Trappist Product”: da St. Bernardus, a Watou,  non si possono quindi più produrre le Westvleteren, ma c’è tutto il necessario per andare avanti in proprio. C’è l'esperienza di cinquant'anni, ci sono le ricette e, soprattutto, i preziosi lieviti “originali” di St. Sixtus, che a partire proprio dagli anni ’90 li abbandona per utilizzarne dei nuovi gentilmente forniti dai fratelli di Westmalle. 
St. Bernardus riparte quindi con le proprie gambe e con una serie di birre molto simili a quelle di Westvleteren, anche visivamente: lo stesso sorridente frate che un tempo veniva raffigurato sulle etichette delle St. Sixtus viene riproposto - in abiti civili/medievali – sulle etichette delle nuove St. Bernardus. 
Tra le birre prodotte a partire dal 1946 per conto di St. Sixtus c’erano Abt 12, Prior 8, Pater 6 and Extra 4. Quest’ultima, la più “leggera” era quella che veniva bevuta principalmente (e quotidianamente) dai monaci, una “patersbier” equivalente alla Chimay Doreé, alla Westmalle Extra e alla Petite Orval. 
Negli anni ’70 la domanda della Extra 4 da parte dei clienti subisce un grosso calo e la sua produzione alla St. Bernaerdus viene soppressa continuando solamente, suppongo, all'interno del monastero per il consumo interno. Nella primavera del 2014 alla St. Bernardus decidono di riportarla in vita: sarà prodotta inizialmente una sola volta l'anno e messa in vendita a partire dal 15 di maggio. Quanto abbia in comune con quella che oggi è il prodotto più leggero di Westvleteren (la Blond, 5.8%) non sono in grado di dirlo. Meglio assaggiarla.
Il suo colore è il giallo paglierino, opaco: bianchissima la schiuma, cremosa e compatta, dalla trama fine, molto persistente. Aroma pulitissimo e ancora abbastanza fragrante, nonostante la bottiglia abbia ormai festeggiato il primo compleanno: banana, scorza d'arancio, sentori di fiori bianchi, spezie (coriandolo, pepe), qualche nota erbacea e di zucchero a velo. Perfetta in bocca, leggerissima e vivacemente carbonata, scorre con la stessa velocità dell'acqua senza però perdersi in essa. Pane e crackers, un tocco di miele, la delicata speziatura del coriandolo e del curaçao, agrumi: una semplicità caratterizzata da una pulizia maniacale che permette al lievito di esprimersi al massimo delle sue possibilità. Attenuatissima, chiude con un amaro elegante e delicato, lievemente erbaceo e zesty: il tempo di bevuta  dell'intera bottiglia sarebbe stato di pochi secondi se non avessi dovuto scrivere di lei bevendola. Sarà forse anche stata "colpa" del caldo, ma l'ho trovata una (quasi) session belga molto elegante e delicata, con ogni cosa al posto giusto, da bere senza sosta: anche in Italia si comincia a trovare ad un prezzo decente, ben ai di sotto dei 3 Euro.
Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto A, scad. 30/04/2016, pagata 2.16 Euro (beershop, Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 21 dicembre 2013

St. Bernardus Christmas Ale 2010

La Christmas Ale dovrebbe essere la più giovane tra tutte le birre della St. Bernard Brouwerij di Watou. Ha molto in comune con la "sorella" ABT 12; sembra che infatti fosse inizialmente chiamata ABT +, ed era prodotta in piccolissime quantità riservate, come regalo di Natale, ai dipendenti del birrificio ed ai clienti di lunga data. I commenti più che positivi hanno poi convinto il birrificio a commercializzarla con il nome di Christmas Ale. Una Belgian Strong Ale o Quadrupel (a voi il dilemma del dove incasellarla, se ci tenete), che condivide con la ABT 12 lo stesso lievito e la stessa imponente gradazione alcolica (10%); all'aspetto è velata e di un bel color ambrato carico / marrone, con riflessi rossastri; molto bella anche la schiuma, compatta, cremosa, color ocra e molto persistente. Delude invece il naso, chiuso, quasi assente; bisogna davvero faticare per "tirare" fuori sentori di prugna, zucchero caramellato, marzapane. S'avverte anche qualche leggera nota aspra di amarena, ed una lieve speziatura (noce moscata).  In bocca è meno imponente di quanto la gradazione alcolica lasci intuire: il corpo è medio, la carbonazione abbastanza sostenuta, con una consistenza oleosa-ma-non-troppo che la fa scorrere abbastanza bene. 
L'attacco è dolce, con caramello, biscotto al burro, uvetta sultanina e prugna disidratata, ben bilanciato da una leggera asprezza di frutti rossi (mirtillo rosso, ribes, prugna acerba); la bevuta quindi si alleggerisce progressivamente, con un finale quasi secco e molto pulito. L'amaro è impercettibile, il retrogusto è etilico, caldo e morbido, di nuovo a metà strada tra note dolci di uvetta e più aspre di frutti rossi. E' una birra che si lascia bere con sorprendente facilità, considerandone la gradazione alcolica; il dazio che paga è di non risultare particolarmente calda ed avvolgente, senza dare quella sensazione di "winter warmer". Pochi profumi, pochissimi indizi di Natale, un mezzo riscatto in bocca ma è una bottiglia che ci lascia un po' delusi, anche perché il confronto con la sorella ABT 12 è quasi inevitabile. Finisce di diritto nella lista delle "birre da riprovare".
Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto C A 08:34, scad. 17/09/2015, pagata 8.80 Euro (food store, Italia).

sabato 23 novembre 2013

St. Bernardus Abt 12 vs. Westvleteren 12 vs. Rochefort 10


Come promesso, eccoci a tirare le somme della degustazione del trittico di Quadrupel dei giorni scorsi; indiscutibilmente le migliori rappresentanti di categoria, e se proprio vogliamo dare uno sguardo ai siti di beer-rating: sia Beer Advocate che Ratebeer le mettono nella stessa posizione:  Westvleteren 12, Rochefort 10 e  St. Bernardus Abt 12. Un gradino più in alto, diamo un'occhiata (sempre con leggerezza) alle migliori birre del mondo secondo i Raters: Ratebeer indica attualmente ancora la Westvleteren 12 come miglior birra al mondo, mentre bisogna scendere alla posizione 7 per trovare la Rochefort 10; finisce fuori dalla Top 50 la St. Bernardus Abt 12. Molto più centrato sulle produzioni americane è invece Beer Advocate, dove la Westvleteren finisce al settimo posto, Rochefort 10 al diciottesimo e la St. Bernardus Abt 12 al trentaduesimo.  
Ma passiamo alle cose serie; il confronto diventa particolarmente interessante per St. Bernardus e Westvleteren, visto che le queste ultime sono state prodotte dal 1946 al 1992 proprio da coloro che oggi fanno la St. Bernardus. Chiaramente il confronto è limitato a queste tre bottiglie, con tutte le limitazioni e specificità del caso; la Rochefort - ricordo - ha un anno in meno (2010) rispetto alle altre due. St. Bernardus e Rochefort (acquistate nel 2010) hanno passato gli ultimi tre anni al buio in cantina, nelle stesse condizioni, mentre la Westvleteren è arrivata a Luglio 2011. Ovviamente hanno avuto una "vita" diversa negli anni precedenti all'acquisto che può aver influito in modo diverso sulla loro maturazione.
Aspetto: si assomigliano molto, con la Westvleteren leggermente più chiara e caratterizzata da grossi fiocchi di lievito che formano un "fondo" di quasi due centimetri nella bottiglia; più piccoli quelli in sospensione nella bottiglia di St. Bernardus. Più pulita e quasi priva di particelle la Rochefort: vince senza dubbio la valutazione "estetica", con un colore più scuro ma molto più brillante e meno torbido delle altre due, ulteriormente abbellito da splendidi riflessi rosso rubino. Per tutte e tre la schiuma, quella delle foto pubblicitarie, è ormai un lontano ricordo; ce n'è poca e quel poco che si forma svanisce abbastanza rapidamente.
Aroma: le differenze sono abbastanza notevoli ed interessanti. Per intensità vincerebbe senz'altro la Westvleteren, con la Rochefort all'ultimo posto; per quel che riguarda la finezza, l'eleganza, direi che il confronto finisce con un ex-aequo, mentre sulla composizione dell'aroma e sulla sua complessità ci sono parecchie differenze. Molto sfaccettato quello della St. Bernardus (uvetta, prugna, amaretto, frutta secca, sentori di banana matura, zucchero a velo, fruit cake e cioccolato), più semplice e spiccatamente dolce quello della Westvleteren, leggermente vinoso; la Rochefort inizialmente non sorprende (banana e pera, un classico del lievito del monastero) ma poi apre a dei bellissimi sentori di Porto e di legno umido. Se la giocano St. Bernardus e Rochefort, ma è difficile scegliere.
Mouthfeel: sono tutte e tre delle birre quasi "masticabili" (o chewy, per dirla in inglese); gli anni di cantina hanno stemperato le spigolature di gioventù e, soprattutto, abbattuto il numero delle bollicine che personalmente trovo un po' fastidiose nelle bottiglie giovani. Molto simili Westvleteren e Rochefort, ancora rotondissime, potenti, piene ed appaganti; cede un po' la St. Bernardus, con un corpo leggermente più scarico delle altre e, soprattutto, con una bevuta che risulta leggermente meno rotonda e compatta.
Gusto: eccoci alla parte più interessante. Partiamo dall'intensità, dove di nuovo troviamo la St. Bernardus dietro le altre due; intensissima la Westvleteren, così come la Rochefort, con l'alcool che in quest'ultima è molto più presente, anche se è una presenza morbida ed assolutamente non disturbante. Prugna (disidratata, per la Rochefort) ed uvetta sono le caratteristiche che accomunano tutte e tre le Quadrupel, e da qui ognuna prende poi una direzione differente: liquirizia per la St. Bernardus, erbe officinali e china per la Westvleteren, Porto/Madeira e cioccolato per la Rochefort. Un altro tratto in comune è la "vinosità", se mi passate il termine: parliamo di vini come Porto, Madeira, Marsala, Passito. C'è solo un leggero accenno di vino liquoroso nella St. Bernardus, mentre la Westvleteren, molto dolce, richiama forse più un Passito che un Porto; non lascia invece dubbi la Rochefort, con che una presenza etilica molto più ingombrante fa subito pensare a vini dolci più sostenuti come Porto e Madeira. Sono tre birre dal contenuto alcolico importante ma che si bevono con buona facilità, con qualche limite in più per la Rochefort; obbligatorio comunque il lento sorseggiare per godere appieno della loro intensità ed apprezzarne tutte le diverse sfumature. Potentissimo e quasi infinito il retrogusto della Rochefort, etilico ma morbido; sugli stesse frequenze, forse leggermente inferiore come intensità ma sempre straordinariamente appagante anche quello della Westvleteren; leggermente inferiore la St. Bernardus, ma stiamo sempre a livelli altissimi.


Il verdetto: ovviamente personale, ed ovviamente limitato alle tre bottiglie esaminate. Se le tornassi a bere tra una settimana, l'opinione potrebbe essere magari  differente. (Con)vince, senza molti dubbi, la Rochefort 10. Forse avvantaggiata da un anno in meno d'età (tre anziché quattro), si mostra quasi all'apice della sua parabola di "maturazione", in un punto di equilibrio quasi perfetto tra vigore e maturità. Ad alcuni potrebbe forse sembrare eccessivo il "warming" alcolico, personalmente l'ho trovato molto funzionale nello stemperare la dolcezza della birra, asciugando un po' il palato. Dettaglio che ho invece sentito mancare nella Westvleteren, in una bottiglia che ha forse già superato il suo apice ma che sta comunque continuando - quasi in linea retta - uno splendido invecchiamento, molto dolce ma ancora intensissimo. Invecchiamento meno riuscito quello della St. Bernardus, che ha perduto un po' di vigore e sembra aver intrapreso una parabola discendente. 
Coda: la questione prezzo gioca ovviamente enormemente a sfavore della Westvleteren, vittima delle speculazioni procurate dall'idea de "la migliore birra del mondo"; a meno che non riusciate ad acquistarla durante una visita in Belgio, risulta molto, troppo costoso farsi una piccola scorta di Westvleteren 12 in cantina da stappare negli anni a venire. Ma se anche vi trovaste in Belgio (evitando i locali/beershop che speculano anche là), avreste comunque il problema della reperibilità; dovreste comunque sempre faticare per prenotare l'acquisto, recarvi con l'automobile al monastero, e per fortuna che il Belgio è una nazione abbastanza piccola! La difficile reperibilità aveva un tempo creato quell'alone di mistero, di "misticismo" attorno a questa birra che forse ne ha anche poi condizionato le valutazioni. Oggi la reperibilità (per la bevuta occasionale) non è più un problema, ma solo una questione di prezzo; sono molto meno accessibili tante grandi birre americane (e non solo a noi europei, anche a molti americani). Rochefort 10 e St. Bernardus Abt 12 si trovano invece molto facilmente, anche in diversi supermercati, ed offrono uno straordinario rapporto qualità prezzo, costando meno della maggior parte delle birre artigianali italiane. Il consiglio è dunque quello di acquistarle, metterle in cantina ed aprirne una di tanto in tanto per apprezzarne le interessanti evoluzioni che queste birre hanno nel corso degli anni.

mercoledì 20 novembre 2013

St. Bernardus Abt 12 (2009)

Iniziamo oggi un trittico di bevute (o una “orizzontale” in differita, se volete) di Quadrupel belghe con qualche anno di cantina alle spalle; vediamo come sono invecchiate e quale delle tre ha meglio sopportato lo scorrere del tempo. Westvleteren 12, Rochefort 10 e  St. Bernardus Abt 12, rigorosamente in ordine di classifica secondo quanto dichiarano i siti di beer rating; descriveremo inizialmente le singole birre, per poi dedicare un post riassuntivo dedicato al confronto.
Iniziamo il percorso con la St. Bernardus Abt 12,  una birra che ha uno stretto legame con la Westvleteren 12.  E’ una storia che vi abbiamo già raccontato almeno un paio di volte, ma per riassumere: nel 1946 l’abbazia trappista di St. Sixtus/Westvleteren decise di contrattare all’esterno la produzione di birra, affinchè i monaci si potessero meglio dedicare alla preghiera. Vince “l’appalto” Evarist Deconinck, che possedeva un caseificio ad una decina di chilometri dall’abbazia.  Il monaco-birraio di quel tempo, Mathieu Szafranski, aiutò Deconinck a mettere in piedi il birrificio, ed a fare la birra con ovviamente il ceppo di lievito di St. Sixtus. La produzione nell’abbazia continuò, in tono minore, solo per soddisfare il consumo interno e per rifornire tre “pub” nei dintorni, uno dei quali, In De Vrede, è tutt’oggi l’unico locale pubblico in cui potreste “ufficialmente” bere le Westvleteren, anche se la realtà è ben diversa. Il contratto viene rinnovato una volta ma nel 1992, dopo 46 anni, la produzione di birra torna all’interno dell’abbazia. Deconinck continua comunque a produrre birra, cambiando nome (St. Bernardus) ma, secondo quanto viene riportato sul sito del birrificio, la birra che viene prodotta oggi sarebbe esattamente la stessa (= stessa ricetta) che veniva prodotta un tempo per St. Sixtus.  Sarebbe invece stata St. Sixtus/Westvleteren a cambiare, iniziando ad utilizzare negli anni 90 un nuovo ceppo di lievito proveniente dai fratelli trappisti di Westmalle. Le etichette delle St. Bernardus sono un chiaro esempio di questa continuità:  il sorridente frate che un tempo veniva raffigurato sulle etichette delle St. Sixtus/Westvleteren  è oggi ugualmente rappresentato – sebbene in abiti civili/medievali – sulle etichette delle St. Bernardus. 
Passiamo alla sostanza: bottiglia del 2009, che si presenta con un color marrone/ambrato (o tonaca di frate, se preferite) torbido. Piccole particelle di lievito in sospensione, schiuma ocra, di scarse dimensioni e di scarsa persistenza.  L’aroma è ancora forte, davvero molto interessante e complesso:  uvetta, prugna, amaretto, frutta secca, sentori di banana matura, zucchero a velo, tortino di frutta (fruit cake) e qualche accenno di cioccolato. Ottime premesse, che vengono però un po’ deluse in bocca dove la birra sembra avvertire un po’ i segni del tempo e risulta un po’ slegata. Corpo pieno (o forse “medio-pieno”) carbonazione ancora media ed una bella consistenza, quasi “masticabile”. Morbido e caldo, il gusto è molto gradevole ma meno variegato/interessante ed intenso dell’aroma, con una predominanza quasi assoluta di frutta dolce (uvetta, prugna, datteri) e qualche leggera nota di ossidazione che alla lontana può ricordare qualche vino liquoroso. E’ una bottiglia spiccatamente dolce che avvolge completamente il palato concedendo tregua solo a fine corsa, con una relativa secchezza (che non riesce comunque a ripulire il palato completamente) ed una lievissima nota amaricante di liquirizia. Incredibilmente nascosto l’alcool (10% !), la cui presenza, calda e morbida, è discreta e presente durante tutta la bevuta accentuandosi solamente nel sontuoso retrogusto etilico di frutta sotto spirito. Facile da bere, la St. Bernardus Abt 12 è comunque una birra obbligatoriamente da sorseggiare lentamente per la sua viscosità e per goderne dell’intensità; ancora ottima al naso, un pochino spenta e stanca in bocca dove sembra aver già intrapreso la sua parabola discendente. Siamo comunque sempre a livelli molto, molto alti. Appuntamento a domani per la sua "mamma", ovvero la Westvleteren 12.
Formato: 33 cl., alc. 10%, imbott. 2009, scad. 08/10/2014, pagata 2.00 Euro (negozio, Francia).

martedì 15 ottobre 2013

St. Bernardus Prior 8

Dopo Wit,  Pater 6, Grottenbier  e Tripel, è arrivato il momento della Prior 8 della St. Bernard Brouwerij. Sorella maggiore della Pater 6, è anch'essa una Dubbel che origina direttamente dai giorni (1946) in cui  al birrificio fondato a Watou da  Evarist Deconinck  viene concessa la licenza di produrre le birre per conto dell’abbazia trappista di St. Sixtus/ Westvleteren.  Dopo un primo rinnovo, il trentennale contratto non viene più prolungato e termina nel 1992. Da quell'anno in poi, la produzione delle Westvleteren ritorna dentro St. Sixtus, mentre a Watou le birre prendono il nome di St. Bernardus. Non solo; mentre a partire dagli anni 90 le Westvleteren subiscono un cambio di ricetta, dovuto all'utilizzo di un ceppo di lievito proveniente dalla Westmalle, la St. Bernard Brouwerij, continua invece ad utilizzare il lievito originale di St. Sixtus. La Prior 8 si può dunque considerare la parente più prossima della Westvleteren 8. Chiaramente il birrificio non può fregiarsi del marchio "birra trappista", riservato a partire dal 1997 solamente alle birre prodotte entro le mura di un monastero trappista. Ma date un'occhiata a questa foto, oppure a questa pagina: le Westvleteren  (St. Sixtus Prior 8) che erano un tempo prodotte a Watou avevano praticamente la stessa etichetta della St. Bernardus Prior 8 attuale, ed il tappo azzurro che oggi identifica la Westvleteren 8.
Beviamo, dunque. Il colore forse non è il suo punto di forza: mogano torbido, con qualche riflesso rossiccio. Perfetta invece la schiuma: beige chiaro, fine e cremosissima, praticamente indissolubile, visto che una leggera patina di schiuma rimane sempre nel bicchiere. Naso complesso ed intrigante: pera al cioccolato, amaretto, speculoos (biscotti alla cannella), zucchero candito, marzapane, mou. Facciamo una pausa e scopriamo in secondo piano leggeri sentori aspri di frutti rossi (ribes?) e dolci di uvetta e di prugna disidratata. Morbida e rotonda in bocca, ha corpo medio ed una discreta presenza di bollicine. C'è una buona corrispondenza con l'aroma: caramello, marzapane, canditi, prugna ed uvetta sotto spirito, biscotto al burro. La prima parte è decisamente dolce e (dolcemente) etilica, calda, ma il tutto è stemperato da una leggera asprezza finale di frutti rossi e, appena avvertibile, una nota amara di frutta secca. Sontuoso il retrogusto, lungo, morbido ed etilico, riscalda il corpo con note di frutta sotto spirito. Dietro ad un'apparente facilità di bevuta si cela un gusto complesso che invita a sorseggiare la birra con calma, assaporandone ogni boccata. Rifuggiamo sempre dall'abusato concetto di "birra di meditazione", ma se state cercando una degna conclusione di una stressante di giornata di lavoro, aprite una Prior 8 e mettetevi comodi in poltrona. Il mondo vi sembrerà molto più lento e silenzioso, e con un po' d'immaginazione vi sentirete trasportati in quei dieci chilometri di tranquilla campagna belga che separa Watou dall'abbazia di St. Sixtus.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 2010, scad. 12/03/2015, pagata 1.75 Euro (negozio alimentari, Francia). 




venerdì 13 settembre 2013

St. Bernardus Tripel

Può essere considerata la birra della "rinascita", questa Tripel della Sint Bernardus Brouwerij; commercializzata per la prima volta nel 1994, solamente due anni dopo la conclusione del contratto che affidava al birrificio la produzione di tutte le birre della vicina abbazia di St. Sixtus, ovvero le Westvleteren. La Tripel, uno stile che non rientrava tra quelli prodotti per St. Sixtus, arrivò a dimostrare che il birrificio St. Bernardus poteva reggersi con le proprie gambe, e produrre birre di grande qualità.
Non ci sono più tenta gradi fuori, ma non era neppure necessario attendere l’abbassamento delle temperature per veder evaporare la generosa bottiglia da 75 cl. di questa St. Bernardus Tripel.  Di colore oro carico,  velato, forma un cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dalla discreta persistenza. Naso non molto pronunciato ma con una bella pulizia che permette di coglierne tutte le sfaccettature: crosta di pane, banana, pera, frutta candita (pesca, cedro), qualche sentore floreale ed una bella speziatura del lievito, un po' di coriandolo ed una spiccata nota “pizzichina” che solletica le narici. Ottima la sensazione palatale: corpo medio, con un riuscitissimo equilibrio tra vivacità (bollicine) e morbidezza. Dolce in bocca di biscotto,  pane e  frutta sciroppata (pesca ed albicocca) ma ad equilibrare c’è un profilo abbastanza secco che non la rende mai stucchevole, ed un finale leggermente amaro erbaceo. Come preannunciato in apertura, l’alcool è assolutamente non pervenuto, ed è una birra che invita a bere ed a ribere con impressionante frequenza. Pulita, godibile e molto ben fatta, più complessa al naso che al palato, si trova anche in qualche supermercato ad un ottimo prezzo. Se l’avvistate, mettetela subito nel carrello. Per qualche ulteriore informazioni sul birrificio, vi rimandiamo invece a questo nostro post.
Formato 75 cl., alc. 8%, scad. 03/05/2015, pagata 5,90 Euro (supermercato, Italia).

venerdì 1 marzo 2013

Grottenbier Bruin

C'è la mente e la mano di Pierre Celis dietro a questa Grottenbier, nata nel 1999 e considerata un po' la capostipite di tutte le cosiddette birre-champagne (no, non la Miller che in etichetta recita "the champagne of beers" ma piuttosto la Deus o la Malheur). Celis, ispirato da una visita alle grotte di Reims e dintorni, vuole produrre una birra usando il metodo Champenoise , individua un luogo analogo in Belgio, presso Kanne, dove poter mettere la birra a maturare. Trovato il luogo, non gli resta che trovare un birrificio che metta in pratica la sua idea; inizialmente Celis si accorda con la De Smedt, passando poi la licenza produttiva alla St. Bernardus dopo che il primo birrificio viene acquistato dalla Heineken. La birra viene imbottigliata con lievito fresco e zucchero, poi lasciata maturare in grotta  "a testa in giù" su appositi cavalletti (pupitre)  ad una temperatura costante di 11 gradi ed umidità del 95%. L'ultima fase della lavorazione consiste nel gelare il liquido del collo della bottiglia; levato il tappo, la pressione farà fuoriuscire questo "cilindretto congelato" che contiene le fecce dei lieviti esausti. Oggi la birra non matura più in grotta, ma ha comunque mantenuto il suo nome originale che le ha portato fortuna e ne ha permesso la realizzazione commerciale anche di una versione dal colore più chiaro. La Grottenbier Bruin arriva nel bicchiere di colore marrone con venature ambrate. La schiuma, molto persistente, è fine e cremosa, una vera "coltre" soffice nella quale viene quasi voglia di immergersi. Il naso, pulito, ha leggeri sentori vinosi, di uva e di marasca, prugne acerbe; in secondo piano emergono sentori floreali e di frutta secca. Il gusto è un po' meno intenso dell'aroma: birra dal corpo medio e vivacemente carbonata, una "bruin" molto atipica dove non si trova l'atteso dolce/caramello. C'è molto fruttato (uva) ed una leggera asprezza con a contorno note di biscotto, di frutta secca, di cartone e qualche lievissimo accenno di malto tostato; l'asprezza aumenta a fine corsa, regalando un bel taglio secco ed un finale leggermente erbaceo con qualche nota di scorza d'agrumi. Alcool ben nascosto, in una birra molto particolare e molto vivace in bocca; non conoscendo quasi per nulla il mondo dello champagne evitiamo qualsiasi paragone, ma se vi è capitato (come a noi) di bere qualche bicchiere di uno champagne al ristorante che il sommelier vi ha indicato avere "una buona struttura" (lungi da noi ricordare un nome) troverete in questa Grottenbier più di una remota somiglianza. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, scad. 10/03/2014, prezzo 3.20 Euro  (beershop, Italia).

sabato 10 dicembre 2011

St. Bernardus Pater 6

All'inizio del diciannovesimo secolo l'anticlericalismo spinse la gente della comunità dell'abbazia francese di Catsberg ad "emigrare" oltre il confine belga nel vicino villaggio di Watou, nelle Fiandre Occidentali. Una vecchia fattoria venne quindi trasformata nel "Refuge Notre Dame de St. Bernard” con la produzione di formaggio che rappresentava la maggior fonte di finanziamento per le attività della comunità. Con il tempo la situazione in Francia migliorò, e nel 1934 la comunità decise di rientrare in patria chiudendo il "rifugio" in terra belga. Evarist Deconinck decide allora di rilevare il caseificio, iniziando anche un'opera di rinnovamento ed ampliamento delle strutture produttive. I formaggi sono il primo prodotto ad essere commercializzato con il nome St. Bernardus. La seconda grande opportunità, per Deconinck, arriva poco dopo la seconda guerra mondiale, quando il vicino monastero Trappista di St. Sixtus prende la decisione di interrompere la produzione di birra per la commercializzazione che aveva iniziato nel 1931. Padre De Groote, da trent'anni abate a Westvleteren, mette un freno all'attività brassicola del monastero, che ne stava snaturando la vocazione alla preghiera. La birra continuerà ad essere prodotta ma solo in piccole quantità, esclusivamente per il consumo interno del monastero o per i suoi ospiti. I monaci di St. Sixtus cedono a Deconinck la licenza di produrre e commercializzare le Westvleteren; lo aiutano a costruire un nuovo birrificio, e ne supervisionano la qualità. Il contratto, di durata trentennale, viene firmato nel 1946, con Deconinck che inizia a produrre formaggio la mattina e birra al pomeriggio. La nuova attività si rivela molto più redditizia, al punto che nel 1959 smette di fare formaggi, cendendo il marchio alla St. Bertin di Poperinge, più tardi assorbito dal gruppo Belgomilk. Bernadette Deconinck, figlia di Evarist, e suo marito Guy Claus ridiscutono il contratto nel 1962, che viene esteso per altri trenta anni. Al suo termine, nel 1992, non verrà più rinnovato anche a seguito della decisione dei monasteri Trappisti di riservare la denominazione di Trappistenbier solamente a quelle birre che sono prodotte dentro le mura di un monastero trappista. A Watou non si possono più produrre le Westvleteren, quindi, ma... la storia in comune è troppa per abbassare semplicemente la saracinesca e salutarsi. Le ricette sono note, i monaci di St. Sixtus le hanno supervisionate da quasi mezzo secolo, i lieviti sono lì; ecco allora che nello stesso anno nasce la nuova gamma di birre St. Bernardus, che lenmtamente iniziano ad assumere una personalità sempre più propria, pur mantenendo una certa somiglianza con le sempre difficili da reperire Westvleteren. Tradizione monastica che continua in questa Pater 6, la dubbel del birrificio; di color marrone, tonaca di frate, con riflessi ramati: la schiuma, ocra, è fine e cremosa, persistente. Aroma complesso ed intrigante, con sentori leggermenti aspri di frutti rossi che convivono accanti ad altri più dolci che richiamano l'uvetta e le prugne secche; malto tostato, polvere di cacao, ed una diffusa speziatura profusa dai lieviti utilizzati. Al palato rivela una consistenza leggera che le dona grande bevibilità, sostenuta da un corpo medio e da una carbonazione abbastanza contenuta. Malto tostato, frutta secca, caramello, liquirizia e spezie ne caratterizzano il gusto, con qualche leggerissimo richiamo ai frutti dolci dell'aroma. Bello il finale secco, seguito da un retrogusto caratterizzato da una nota amaricante un po' terrosa e leggermente speziata. Se abbiamo capito bene dalle informazioni reperite in internet, la birra matura in botti di rovere. Dubbel molto buona e bilanciata, sicuramente meglio al naso che in bocca, che si lascia bere molto bene. Esemplare imbottigliato nel 2010, crediamo. In cantina ci aspettano le "sorelle" maggiori. Formato: 33 cl., alc. 6.7%, scad. 22/02/2013, prezzo 2.02 Euro.

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english summary: soon

venerdì 29 aprile 2011

St. Bernardus Wit

Sviluppata in collaborazione con Pierre Celis, il recentemente scomparso “padre” della vecchia Hoegaarden che riportò in vita negli anni ’60 uno stile brassicolo che era ormai praticamente estinto. All’aspetto è arancio pallida opalescente, la schiuma bianca non è molto ampia ma fine e cremosa. Il naso è molto elegante e pronunciato, floreale, spiccate note dolci di polpa d’arancio, frumento e una leggera speziatura (pepe). Il corpo è leggero ma non sfuggente, la presenza in bocca è rotonda e morbida, con una carbonatazione vivace ma non eccessiva. Molto secca e rinfrescante (grazie anche ad una leggera acidità), al gusto ripropone sostanzialmente quanto abbiamo trovato nell’aroma: frumento, leggera speziatura, malto e soprattutto arancio. Lascia il palato secco e pulito, invogliando subito il sorso successivo, finendo con una punta di amaro erbaceo. Splendida interpretazione di questo stile, una birra semplice ma gustosa, e molto pulita dove la speziatura non è mai invadente (vedi alcune blanches "a tutto coriandolo"); leggera, beverina e molto equilibrata. Forse "la" blanche per eccellenza. Formato 33 cl., alc. 5.5%, scad. 24/02/2012, prezzo 2.60 €.

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english summary:

St. Bernard Brouwerij, Poperinge, Belgium
Murky pale orange color with a creamy white head. Elegant aroma with flowers, lots of sweet orange pulp, wheat and some light pepper. Body is light but this beer has a nice rounded mouthfeel. Carbonation is lively but not excessive. Very dry and refreshing, slightly acid taste. Taste is wheat, malt, light spices and mostly orange. There’s some light grassy bitterness in the finish. A wonderful interpretation of the blanche/wit style. A simple yet tasty brew with a very clean taste. An absolute summer treat. 33 cl. bottle, ABV 5.5%, bb. 02/2012, 2.60 €