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giovedì 21 febbraio 2019

The Kernel India Double Porter Mosaic Simcoe Vic Secret

Il birrificio londinese The Kernel è stato una musa ispiratrice per la maggior parte dei birrifici protagonisti della craft beer revolution non solo londinese ma di tutto il Regno Unito. Fondato nel 2009 sotto le arcate ferroviarie nel quartiere di Bermondsey, oggi ribattezzatto “The Beer Mile”, nel 2012 si è poi trasferito poco lontano all’interno di “arcate più capienti” che hanno permesso un aumento della capacità produttiva. Da allora non è cambiato molto: Londra continua ad essere il mercato nel quale viene venduto il 70% della produzione, le etichette sono ancora quelle di un tempo, minimaliste e spartane, poche lettere stampate su di uno sfondo che emula la carta da pacchi. Le birre non hanno un nome, ma utilizzano solamente la categoria stilistica e il nome dei luppoli usati. 
Nel futuro nessuna intenzione di crescere. Il fondatore Evin O'Riordain è contento così: “la nostra produzione è limitata dallo spazio in cui siamo. Di più non possiamo fare e siamo felici così.  Non bisogna confondere il successo con l’espansione, la crescita e l’aumento di volumi. Ai miei occhi è molto più importante lavorare in modo etico e sostenibile, principi in contrasto con i paradigmi che guidano la crescita economica. Facciamo birra sul nostro impianto da 20 barili una volta al giorno, cinque giorni la settimana. Tutti quelli che lavorano qui sono felici, negli ultimi cinque anni solamente una persona ha voluto andare via. I birrifici che vogliono crescere iniziano ad introdurre turni di lavoro alla notte, alla mattina presto: noi siamo in quattordici persone, iniziamo e finiamo il lavoro tutti assieme, prestando attenzione a quello che facciamo, alternandoci. Ci conosciamo e ci fidiamo l’uno dell’altro; a turno tutti facciamo la birra, la imbottigliamo, guidiamo il muletto, rispondiamo al telefono. Non si tratta solo di lavoro… io la chiamo umanità. Quasi tutti noi abbiamo lavorato in passato al Borough Market qui vicino: quella è la nostra famiglia allargata. Alla mattina ci viene a trovare il macellaio, il fornaio ci porta il pane fatto con la stout e i croissant; pranziamo con il pane e il formaggio che vendono i nostri vicini.  Allargando di un po’ l’orizzonte c’è una decina di birrifici a Bermondsey..  ed è un’altra comunità nella quale siamo coinvolti: se abbiamo bisogno di lievito o se restiamo senza tappi delle bottiglie chiediamo aiuto a Brew by Numbers or Partizan. Avere molti piccoli produttori è un bene per l’economia. Le grandi imprese tendono a sottrarre denaro agli azionisti, mentre i soldi che tu dai ad una piccola impresa rimangono in quel sistema economico, girano. 
Abbiamo deciso di chiudere la nostra taproom perché non riuscivamo più a gestirla: non potevamo continuare ad usare le nostre risorse ad allungare pinte ai clienti, a gestire code di mezz’ora, a decidere chi poteva entrare e chi doveva ancora aspettare fuori dalla porta. Non riuscivamo più ad offrire alla gente quell’esperienza che le nostre birre meritavano. Eravamo diventati un luogo dove noi stessi non saremmo mai andati a bere!”
Il birrificio è ancora aperto ogni sabato ma solamente per l'acquisto di birra da asporto.

La birra.
India Double Porter è la versione potenziata di quella India Porter che – come passa il tempo – avevo bevuto nel 2012. Quando si tratta di birre scure O’Riordain si ispira sovente a ricette di vecchi birrifici di Londra, rielaborandole in chiave moderna ovvero con luppoli americani. Il blog di Ronald Pattinson è una fonte inesauribile di notizie storiche e vi consiglio quindi di visitarlo se volete sapere di più sulle India Porter, molto amate dalle truppe inglesi in India nel diciannovesimo secolo. 
Esistono alcune versioni della India Double Porter di Kernel che si differenziano per le varietà dei luppoli utilizzati: in questo caso parliamo di Mosaic, Simcoe e  Vic Secret. Si presenta vestita di nero con un generoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. All’aroma c’è una curiosa convivenza tra profumi terrosi, di caffè e torrefatto, resina, frutta tropicale, pompelmo: pulito e intenso, un mix rischioso ma ben riuscito. Cos’è esattamente una India Porter? Una Black IPA? No, in questo caso è una porter generosamente luppolata e il gusto lo conferma. Il palato viene invitato a salire su specie di montagna russa che sale e scende tra frutta tropicale, resina, caffè, torrefatto e – ciliegina sulla torta – un bel finale di cioccolato fondente. Questi ultimi tre elementi non dovrebbero per l’appunto essere presenti in una Black IPA. I descrittori entrano ed escono di scena più volte, nel complesso c’è equilibrio, intensità e pulizia. L’alcool è ben gestito ed è un piacere sorseggiarla.  
Birra ben fatta, di livello alto come quasi tutte le “scure” prodotte da The Kernel: tutto il resto dipende ovviamente dal gusto personale. Per me è un bel “si”.
Formato 33 cl., alc. 7.5%, imbott. 08/11/2018, scad. 08/11/2019, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 13 febbraio 2019

Tux 1280 Mountain Porter

Tux-Lanersbach, comune tirolese e stazione sciistica nel distretto di Schwaz nel quale risiedono circa 2000 abitanti, oltre a numerosi turisti:  tra questi anche gli inglesi Neil Vousden e Tim Jones, che dopo aver soggiornato per quasi vent’anni in inverno a Tux per divertimento hanno deciso di venirci a vivere con le rispettive famiglia lavorando nel settore alberghiero e nel soccorso alpino.  Neil porta con sé anche le pentole e tutto il necessario per continuare anche in Austria il suo hobby dell’homebrewing, monopolizzando la cucina di casa al punto da provocare le ira della moglie; gli esperimenti continuano allora nel seminterrato della casa di Tim. 
Nell’autunno del 2016 debutta il microbirrificio Tuxertal Brauerei che, trovandosi a 1280 metri sul livello del livello, dichiara di essere “il più alto” birrificio dell’Austria. Impiantino da 1000 litri, distribuzione di fusti principalmente nei ristoranti e nei locali dei dintorni, imbottigliamento ed etichettatura manuale: il tutto viene svolto da Vousden e Jones nel dopo-lavoro. Nella primavera del 2017 la capacità è stata raddoppiata. La  gamma Tux 1280 è composta da cinque birre ad alta fermentazione, nessuna rappresentativa della tradizione tedesca: American Pale Ale, Amber Ale, Porter, Fruit beer ai lamponi e Witbier.

La birra.
Tux 1280 Mountain Porter: l’etichetta elenca luppoli Eask Kent Goldings e Fuggles, cioccolato e vaniglia.  Nel bicchiere è quasi nera, la schiuma è cremosa è abbastanza compatta, anche se poco generosa. Al naso emergono profumi di caffè e tostature, accenni di tabacco: c’è un buon livello di pulizia, mentre per quel che riguarda ampiezza dello spettro aromatico e finezza  ci sarebbero ampi margini di miglioramento. Ma non sono quelli i veri problemi di questa Mountain Porter: purtroppo la bevuta è debole, con pericolose derive acquose ed un gusto a tratti quasi inesistente. Si parte benino con un ingresso di caffè e tostature la cui intensità crolla in verticale per scomparire in un finale completamente acquoso che riesce ad essere anche leggermente astringente. Quel poco che c’è non riesce neppure a replicare la discreta pulizia dell’aroma: sinceramente faccio davvero fatica a finire il bicchiere di questa porter che – spiace a dirlo – sembra quasi acqua di colore scuro. Bottiglia o lotto sfortunato, per quello che trovo nel bicchiere c’è davvero tanto, tanto lavoro da fare. 
Formato 33 cl., alc. 5.4%, scad. 05/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 20 dicembre 2018

HOMEBREWED! Pine Verdi: America Works & Gaylord Porter


Ultimo appuntamento dell’anno con le birre fatte in casa e quindi con la rubrica HOMEBREWFED! Dalle colline fiorentine di Impruneta ecco Tommaso Righi, Nicola Mansuino e il loro birrificio casalingo Pine Verdi. Il perché del nome è presto spiegato: pini e pigne abbondano nella zona e le “pine” (come vengono chiamate in gergo) ricordano visivamente i coni di luppolo. 
Tommaso e Nicola acquistarono per curiosità nel 2008 un kit per fare la birra in casa e da allora non si sono più fermati al ritmo di 8-10 cotte l’anno; dai kit sono pian piano passati all'All Grain ed oggi producono (lascio a Tommaso la parola)  “circa 45/50lt di birra finita con un impianto a 3 pentole con mash automatizzato tramite Arduino e un'applicazione scritta in Java che effettua il monitoraggio delle temperature e l'accensione/spegnimento in automatico del fornello a gas (metano). La miscelazione viene effettuata elettricamente da un motorino da tergicristalli sul coperchio della pentola di mash e il fly sparge è eseguito tramite una piccola pompa da cantina. Riguardo al raffreddamento, abbiamo sostituito la serpentina di rame con uno scambiatore in controflusso in tubo autocostruito e gestiamo la fermentazione in un freezer a pozzetto controllato con da termostato esterno che si occupa di far partire il congelatore per far scendere la temperatura o una resistenza da terrario da 30W per aumentarla. Le temperature vengono registrate tramite un sistema di logging autocreato sempre con Arduino e poi riportate su un foglio Excel che con delle macro crea il grafico di fermentazione. Abbiamo anche autocostruito un agitatore magnetico che ci consente di effettuare degli starter di capacità superiori al litro, diciamo fino a 4/5 litri. Concludiamo imbottigliando con una riempitrice automatica Enolmatic".

Le birre.
Partiamo dall’Amercian Wheat Ale chiamata America Works (4.2%): malti pilsner e wheat, luppoli Centennial per amaro e Citra (Cryo) per aroma utilizzato negli ultimi 15 minuti, lievito  SafAle US-05. Nel bicchiere è di color giallo paglierino, opalescente; la generosa schiuma è cremosa e compatta e mostra ottima ritenzione.  Il naso è fresco e pulito: profumi floreali si mescolano a quelli di mandarino, bergamotto, lime e limone con un risultato gradevole e già di suo rinfrescante. Al palato è leggera ma non troppo: dal punto di vista tattile sembrerebbe una birra con qualche punto alcolico in più di quelli reali. La bevibilità non è comunque in discussione: è una session beer che scorre a grande velocità e che regala soddisfazioni. Crackers, pane e cereali, accenni dolci di pesca e frutta tropicale supportano a dovere un amaro zesty ed erbaceo di buona intensità ed eleganza; chiude molto secca, retrogusto di cereali e palato pulito e subito desideroso di un nuovo sorso. Le si perdona facilmente anche qualche leggero calo di tensione (leggi “acquoso”) perché complessivamente c’è una buona intensità a fronte di una gradazione alcolica modesta. Per me è una birra molto ben riuscita: c’è ancora spazio per migliorare la pulizia e anche l’espressività aromatica potrebbe essere un po’ più variegata (effetto Cryo?) ma siamo davvero ai dettagli. E’ una birra rinfrescante e dissetante che idealmente berrei ogni sera d’estate. Complimenti.  Questa la valutazione su scala BJCP: aroma 8/12, aspetto 3/3, gusto 16/20, mouthfeel 4/5, impressioni generali 8/10, totale 39/50.

Le cose non sono andate altrettanto bene per quel che riguarda la Gaylord Porter (5.8%), la cui ricetta prevede malti Maris Otter, Brown Malt, Pale Chocolate, avena in fiocchi, luppoli Perle ed East Kent Golding,  lievito: SafAle S-04. L’aspetto, mi tocca dirlo, è piuttosto bruttino: marrone chiaro, torbido, con riflessi quasi dorati:  la schiuma è generosa, abbastanza compatta ed ha un’ottima persistenza.  Pane nero, biscotto, accenni di tostature e di caffè compongono un aroma che ha buona intensità e un discreto livello di pulizia e finezza. I problemi arrivano al palato: la bevuta è slegata, poco pulita, fastidiosamente astringente, dall’intensità troppo dimessa e con qualche eccesso acquoso di troppo. Gli elementi giusti ci sarebbero; caramello, pane nero, delicate tostature e caffè, persino qualche suggestione di cioccolato che emerge quando la temperatura si avvicina a quella dell’ambiente. Emergono anche esteri (prugna e uvetta  -- per me benvenuti se ricordassero il “fruit cake”) che però non riescono ad amalgamarsi agli altri elementi. L’alcool è ben nascosto, non c’è quasi amaro, la bevuta chiude astringente e solo nel retrogusto arriva qualche suggestione terrosa e di caffè. Se mi fossi trovato davanti questa birra senza nessuna informazione avrei detto senza esitazioni “è una brown ale”, a partire dal colore. Il risultato è tutto sommato bevibile ma ci sono molte, tante cose da sistemare per poter parlare di una porter di nome e di fatto.  Questa comunque la valutazione su scala BJCP: aroma 7/12, aspetto 2/3, gusto 9/20, mouthfeel 3/5, impressioni generali 6/10, totale 27/50. 
Ringrazio Tommaso e Nicola per avermi fatto assaggiare le loro produzioni e spero che i miei appunti di bevuta possano essere utili per migliorare le ricette.

Nel dettaglio:
America Works, 50 cl., alc. 4.23%, prodotta  03/11/2018, imbottigliata 18/11/2018
Gaylord Porter, 50 cl., 5.84% ABV, prodotta  28/10/2018, imbottigliata 03/11/2018

venerdì 30 novembre 2018

Benaco 70 India Pale Ale & Porter


Il Birrificio Benaco 70 nasce nel 2013 ad Affi, provincia di Verona, sulle colline sottostandi il monte Moscal a pochi chilometri dalle sponde meridionali del Lago di Garda. A fondarlo i coniugi Erica Zovi e Riccardo Costa, rispettivamente con lauree in lauree in Viticoltura ed Enologia e Statistica: tutta colpa di un kit da homebrewing che Erica regalò al marito verso la fine degli anni ’90: un lungo percorso che è sfociato nell’acquisto di un impianto da 10 Hl a cotta della ditta vicentina Impiantinox – Easybrau, quattro serbatoi verticali troncoconici e due celle frigorifere per la fermentazione e la maturazione. Il perché del nome scelto è presto detto: Benaco è l’antico nome latino del lago di Garda, 70 era la somma delle età dei componenti della famiglia al momento dell’apertura del birrificio.
Attualmente l’offerta brassicola si compone di sette etichette disponibili tutto l’anno (Brown Ale, Porter, Helles, India Pale Ale, Honey Ale, Blanche e ColoniAle) più qualche produzione occasionale e stagionale:  tutte birre volutamente semplici e facili da bere. “Attualmente lasciamo le acide a chi le sa fare ed il vino ai tanti produttori della Valpolicella che ci circonda” dice Riccardo. “Birre maggiormente alcoliche sarebbero interessanti, ma in controtendenza rispetto a quello che i nostri clienti ci chiedono”.  I due coniugi si occupano di ogni aspetto: Riccardo segue la produzione e l’approvisionamento delle materie prime mentre Erica si occupa della parte amministrativa e commerciale. Particolarmente ricca di soddisfazioni è stata la partecipazione all’ultima edizione del concorso Birra dell’Anno 2018: lo scorso febbraio a Rimini sono state premiate Blanche (secondo posto in categoria 24), Helles (prima in categoria 2) e Coloniale (prima in categoria 5).
Adiacente all’impianto vi è lo spaccio e la cosiddetta “taproom”:  una piccola cucina e sette spine che occasionalmente ospitano anche qualche altro birrificio. E’ aperta dal martedì  al giovedì dalle 16 alle 21 e, venerdì e sabato sino a mezzanotte.

Le birre.
Birra di qualità anche sugli scaffali del supermercato, a buon prezzo:  possibile?  E’ una sfida nella quale mi sono cimentato più volte: Benaco 70 propone da poco nella GDO le proprie bottiglie a 9 euro al litro, prezzo sicuramente interessante se si guarda al costo medio di un litro di birra artigianale nei negozi e nei beershop italiani. 
La India Pale Ale si presenta velata e di color ramato/ambrato scarico: la schiuma è piuttosto generosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Profumi di pompelmo, mandarino, arancia e resina anno a formare un’aroma fresco e di buona intensità; il bouquet è gradevole anche se non particolarmente raffinato o definito. La bevuta è un po’ disturbata da qualche bollicina in eccesso e anche a livello tattile la birra potrebbe essere meno pesante. La bevuta è piacevole e priva di difetti ma anch’essa caratterizzata da poca finezza: caramello, biscotto e un breve passaggio agrumato anticipano un finale amaro resinoso e pungente di buona intensità nel quale l’alcool  (7%) dà il suo contributo senza fare sconti.  Una IPA abbastanza secca ma un po’ ruvida, ancora da sgrezzare e raffinare, comunque una proposta positiva soprattutto per chi sta muovendo i primi passi nel mondo dell’artigianale e non ha aspettative particolarmente elevate. 

La Porter di Benaco 70 è di un bel color ebano scuro illuminato da riflessi rossastri: cremosa, compatta e dalla trame fine, la schiuma mostre buona ritenzione. Orzo tostato, qualche estero fruttato (bosco), accenni di caffè: al naso c’è il minimo indispensabile. Al palato ci sono invece troppi alti e bassi in un percorso che parte con una buona intensità per poi scivolare in pericolosi abissi acquosi. Caramello, tostature e fondi di caffè vengono quasi portati via da un’ondata acquosa che ripulisce il palato ma annulla anche il gusto: la porter si spegne improvvisamente per poi tornare timidamente in vita in un retrogusto di caffè e tostature che non brilla di eleganza. Gusto ed acqua sembrano quasi viaggiare su due binari paralleli, senza coesione. Nessuno si aspetta una bomba da una porter “sessionabile” (4.5%) ma gli esempi di birre “con poco alcool e tanto gusto” (semplificando) non mancano e qui il risultato è davvero molto mediocre: spiace dirlo ma, anche in assenza di difetti o off-flavours, il lavoro da fare su questa bottiglia è davvero tanto.
Nel dettaglio:
India Pale Ale, 33 cl., alc. 7.0%, IBU 60, lotto 18219, scad. 01/12/2019, prezzo indicativo 2.99 Euro (supermercato)
Porter, 33 cl., alc. 4.5%, IBU 32, lotto 18254, scad. 01/02/2020, prezzo indicativo 2.99 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 21 novembre 2018

Electric Bear Above the Clouds IPA & Inspector Remorse Porter

Liquidata nel 2012 la propria società di informatica, Chris Lewis ha deciso d’investire 300.000 sterline per trasformare l’hobby dell’homebrewing in una professione.  Nell’estate del 2015 nella bella Bath,Somerset inglese, nasce il birrificio Electric Bear: 450 metri quadrati in un edificio industriale (curiosamente chiamato The Maltings) nel quale ha trovato posto un impianto da 23 ettolitri. Il nome scelto è un tributo al vecchio birrificio Bear che ha operato nella stessa area sino all’aprile del 1942, quando fu distrutto da un bombardamento tedesco. I maligni vociferano che le produzioni casalinghe di Lewis non fossero granché: che sia vero o no, per avviare il birrificio viene assunto Guillermo Alvarez giovane birrario predestinato. Suo nonno era uno dei proprietari del Gruppo Modelo in Messico (quelli della Corona, per intenderci) e suo zio possiede tre birrifici (BridgePort  in Oregon, Trumer in California e Spoetzl in Texas) nonché un distributore di birra negli Stati Uniti. Tra le precedenti esperienze professionali di Alvarez nel Regno Unito si sono St Austell e Rebel Brewing in Cornovaglia. All’agenzia media Clarity viene affidata la campagna #BuildingaBrewery che documenta su tutti i social media la costruzione e il debutto del birrificio: “mi ha facilitato il lavoro, era come se i clienti mi stessero già aspettando – dice  Justin Roberts, Electric Bear sales manager – ci avevano visto su Twitter ed erano già ansiosi di conoscere le nostre birre”. 
Il birrificio festeggia il primo compleanno aggiungendo due fermentatori da 4000 litri e aumentando il ritmo da due a quattro cotte la settimana per poter soddisfare tutta la domanda; la Milk Stout Mochachocolata Ya Y0, la Heisenberg Doppelbock e la lager alla segale SamuRye portano a casa medaglie ai World Beer Awards del 2016.  Nello stesso anno viene anche inaugurata la taproom dove viene attivato lo Speidel Braumeister da 20 litri un tempo usato da Lewis nel proprio garage di casa: a lui il compito di produrre birre sperimentali e in esclusiva per la taproom, aperta sabato e domenica da mezzogiorno alla sera.  Tutti i giorni è comunque possibile recarsi in birrificio per acquistare direttamente bottiglie, lattine e merchandising. 
A gennaio del 2017 Alvarez viene sostituito dal nuovo head brewer Ian Morris, proveniente da Arbor Ales e Bingham Brewery: assieme al nuovo birrario arrivano anche le prime lattine, formato ormai imprescindibile per competere nella scena UK. In quasi tre anni d’attività sono già state commercializzate un centinaio di diverse etichette.

Le birre.
Debutta nel febbraio del 2017 la Above the Clouds (6.2%) una IPA che il birrificio promette essere poco amara, morbida e più facile da bere di un succo di mango. La ricetta prevede malti Pale e Cara Light, frumento, luppoli Summit, Citra e Chinook. Il suo colore è dorato e piuttosto velato, la schiuma generosa schiuma candida è compatta e mostra buona ritenzione.  Ananas, arancia, lime, litchi e mango formano un aroma pulito e di buona intensità anche se non troppo definito. Le premesse comunque positive non vengono completamente soddisfatte al palato: gli elementi in gioco sono sempre gli stessi ma l’intensità subisce un calo, soprattutto per quel che riguarda la componente fruttata. C’è poca secchezza e non metterei la mano sul fuoco del diacetile, ma l’impressione c’è: l’amaro è abbastanza intenso ma di breve durata, l’alcool non è in evidenza ma potrebbe essere celato maggiormente. Nel complesso è una IPA discreta ma ancora poco definita, la bevuta è piacevole ma risulta un po’ anonima e priva di personalità. Difficile ricordarsela in un mercato sempre più affollato di birre più o meno simili. 

Passiamo ora alla Inspector Remorse (4.7%), prima Porter prodotta dal birrificio di Bath:  il nome “ispettore rimorso” è abbastanza singolare ma non sono riuscito a capire se dietro a questa scelta ci sia un riferimento cinematografico, musicale o cos’altro.  Non ci sono ingredienti aggiunti ma il birrificio asserisce di aver prodotto una specie di biscotto (digestive) al cioccolato in forma liquida; la ricetta elenca malti Pale, Chocolate, Biscuit, Crystal, avena, frumento e luppolo Willamette. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano, la schiuma è cremosa, compatta ed ha buona persistenza. Annusando il bicchiere “alla cieca” punterei sicuro su di una Brown Ale: affiorano profumi di biscotto e pane nero, frutta secca, caramello, qualche remoto accenno di frutti di bosco e di caffè. Nonostante l’utilizzo di avena Electric Bear realizza una Porter che asseconda la sua gradazione alcolica quasi sessionabile, puntando a scorrere veloce senza nessun impedimento. Il gusto è invece molto più “in stile” e offre una buona intensità nella quale caramello e tostature trovano un ottimo equilibrio per supportare l’amaro del caffè  (e mi ritrovo perfettamente con la descrizione dell’etichetta) estratto a freddo. Il percorso va poi via via scemando in un finale meno amaro nel quale si fanno strada biscotto e cioccolato: pulizia ed equilibrio non mancano in una bevuta facile ma non banale, piuttosto gradevole. Una birra ben riuscita, ha quella personalità che manca alla IPA, ma secondo me si potrebbe osare ancora un po’ di più.
Nel dettaglio
Above the Clouds IPA, 44 cl., alc.6,2%, lotto 1193, scad. 10/04/2019, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)
Inspector Remorse, 44 cl., alc. 4,7%, lotto 1191, scad. 03/04/2019,  prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 10 maggio 2018

Oskar Blues Death By Coconut

Colorado, marzo 2014:  in occasione della Colorado Craft Beer Week il birrificio Oskar Blues annuncia l’arrivo di tre novità realizzate assieme ad altrettanti birrifici. Con i vicini di casa dalla Shamrock Brewing Co. viene prodotta la  Death By Coconut, una  Irish porter che matura assieme a cocco essiccato e cioccolato prodotto dalla Robin Chocolates di Longmont. Con La Cumbre Brewing Co (New Mexico)  si realizza la  Fat Slim India Style Session Ale  e  con i californiani della St. Archer Brewing Co. la St. Oskar’s Indica Black Lager.  Le tre "one shot" vengono presentate il 22 marzo alla serata al Collaboration Festival organizzato dalla Colorado Brewers Guild al Curtis Hotel di  Denver.  
Concentriamoci sulla porter Death By Coconut, che ottiene grande successo al festival e, nell’ottobre dello stesso anno,  porta a casa la medaglia d’argento nella categoria “Chocolate Beer” al Great American Beer Festival del 2014 che si tiene a Denver; al primo posto la (a me sconosciuta) Chocolatized della Pisgah Brewing Co. 
La ricetta è frutto della collaborazione tra Jason Buehler (allora birraio alla Oskar Blues ma con un breve passato alla Shamrock) e Keith Hefley della Shamrock. Buehler ricorda: “volevo fare una birra assieme ai miei vecchi amici per il Collaboration Festival, avevo in mente di produrre sui nostri impianti una versione speciale di una loro birra “irlandese” e sui loro impianti una delle nostre luppolate. Keith suggerì di produrre da noi qualcosa con aggiunta di cocco o di cioccolato, o magari entrambi. Non avevo idea di dove poter acquistare il cocco, così ci pensò Keith; in cambio noi gli procurammo delle varietà di luppolo alle quali loro non avevano accesso. Realizzammo un primo lotto da noi, eravamo più grandi di loro e potevamo correre il rischio economico di sperimentare con degli ingredienti così costosi; il secondo lotto fu prodotto da loro”. 
La birra riscuote subito grandi consensi  e nello stesso anno Oskar Blues inizia a produrla come birra stagionale autunnale, con un successo ancora più clamoroso: nei primi anni il lancio commerciale viene accompagnato da un evento al birrificio e le lattine vanno esaurite molto rapidamente. Anche alla Shamrock producono la loro versione ma la gioia, l’amicizia e lo spirito di condivisione della collaborazione finiscono presto: quando ci sono di mezzo i soldi, le cose si complicano sempre. Racconta Buehler, che nel 2015 ha lasciato Oskar Blues per andare alla Denver Beer Company: “era una birra così costosa da produrre che pensammo inizialmente di farla solo per il festival o in altre rare occasioni, ma la gente la adorava. Quando informai la Shamrock della nostra decisione di metterla in produzione stagionale, loro chiesero di poter mantenere anche il loro logo sulle nostre lattine, ma rifiutammo. Chiesero anche di poter continuare a produrre la loro versione usando lo stesso nome ma non era possibile, non aveva senso che due birrifici diversi facessero una birra simile con lo stesso nome". 
Nel settembre 2017 la Shamrock pubblica  un comunicato ambiguo ma non troppo sulla propria  pagina Facebook,  annunciando l’arrivo di una nuova  Chocolate Coconut Porter:  “come sapete la birra collaborativa fatta assieme ad Oskar Blues fu un enorme successo. Oskar ha deciso di registrarne il nome, produrla in grandi quantità e distribuirla. Non è chiaro chi abbia diritto a reclamare quel nome, ma siccome la ricetta è abbastanza  diversa  da quella originale, non vogliamo creare nessuna confusione. Quindi l’abbiamo chiamata Cheating Death (ingannare la morte,  evitare delle spiacevolissime conseguenze, ndt.)”.

La birra.
C’è stato dunque qualche cambiamento rispetto a quella Death By Coconut che conquistò i palati della gente nel 2014: i cambiamenti, per quel che riguarda la versione Oskar Blues, credo riguardino soprattutto l’ingrediente cioccolato, oggi fornito dalla Cholaca di Denver: un liquido prodotto con fave di cacao provenienti da Ecuador e Perù, zucchero di cocco e acqua.
Il suo colore è prossimo al nero e la sua schiuma è cremosa e compatta, con un’ottima persistenza.  Questa lattina è nata nell’ottobre del 2017 e sicuramente è passato qualche mese di troppo per poter apprezzare al meglio l’ingrediente cocco, abbastanza rapido nel diminuire d’intensità. L’aroma è infatti dominato dal cioccolato, in verità non troppo raffinato e reminiscente del Nesquik: abbinateci quel che resta del cocco e l’effetto Bounty è assicurato: non molto artigianale, ma comunque gradevole. In sottofondo resta un po’ di spazio per delle tostature. Al palato è morbida e gradevole, con una leggera cremosità che non rallenta affatto la scorrevolezza: è tuttavia una birra da gustarsi con calma, ben bilanciata tra il dolce di cioccolato, liquirizia, caramello, cocco e l’amaro delle tostature e di qualche ricordo di caffè. C’è una bella intensità, l’alcool (6.5%) è praticamente inavvertibile e la bevuta è davvero facilissima. L’effetto Bounty non è spudorato ed è comunque ben integrato all’interno di quella che rimane una porter, anche se dall’indole ovviamente dolce. Nel suo genere il risultato è convincente, e anche se odiate le cosiddette “birre dessert” potreste fare un tentativo con questa Death By Coconut, capace di fermarsi qualche metro prima dal baratro delle pastry beers.
Formato 35,5 cl., alc. 6.5%, IBU 25, lotto 18/10/2017, prezzo indicativo 5.00-7.00  euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 20 marzo 2018

Uiltje RE:RE:CC Porter

Debutta sul blog il birrificio olandese Het Ultje, attivo dal 2013 come beerfirm e dal 2016 dotatosi di impianti propri.  Het Ultje significa “piccolo gufo” ed è un richiamo al cognome del fondatore Robbert Uyleman: siamo ad Haarlem, venti chilometri ad ovest di Amsterdam. Uyleman, che in precedenza si occupava di produzione audiovisivi, ha iniziato la sua carriera nel mondo della birra come homebrewer assieme ad alcuni amici ed ha poi lavorato occasionalmente come barista e birraio presso il brewpub Jopen. 
Proprio su questi impianti è nata nel 2013 la beerfirm Het Ultje, che Robbert gestisce a 360 gradi: sua la realizzazione del sito internet, sue le grafiche delle etichette, sue le ricette delle birre nelle quali sono spesso protagonisti i luppoli americani. 
Ottenuti i finanziamenti necessari da una banca, a settembre 2016 il birrificio ha inaugurato i propri impianti (40 ettolitri) e una taproom con dodici spine aperta dal giovedì alla domenica; in centro ad Haarlem c’è invece l’Uiltje Bar, aperto a febbraio 2015 assieme al socio Tjebbe Kuijper: 30 spine e un centinaio di bottiglie vi aspettano tutti i giorni della settimana dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata. In sala cottura ci sono attualmente i due birrai  Gido Koop e Roel Wagemans.  Sono già oltre 200 le etichette realizzate in cinque anni scarsi d’attività: quasi una birra nuova ogni settimana, ovviamente per la maggior parte collaborazioni, one shot e produzioni occasionali.

La birra.
L'etichetta della RE:RE:CC Porter raffigura una email scritta dalla mamma di Robbert; nome e grafica sono a mio parere scelte abbastanza infelici, ma la sostanza parla di una porter "robusta" prodotta con "CC", ovvero cocco e caffè. La sua prima versione, chiamata semplicemente CC Porter, risale al 2015 (7.7%); oltre a luppoli Magnum, East Kent Golding e Chinook, era stato utilizzato caffè del Guatemala e (pezzi interi?) di cocco. Nel 2016 è arrivata la sua seconda versione chiamata BCC Porter, leggermente più alcolica (8.2%) e con una diversa varietà di caffè. Entrambe erano state prodotte sugli impianti di Jopen, mentre lo scorso anno è arrivata la versione numero tre (7.7%) chiamata appunto RE:RE.CC Porter ("RE" sono ovviamente le lettere che appaiono nell'oggetto di una email ogni volta che rispondete ad un messaggio). Non ho trovato informazioni sulla ricetta ma è stata prodotta sui nuovi impianti di Uiltje.
All'aspetto è quasi nera e forma un modesto cappello di schiuma cremosa compatta dalla buona persistenza. L'aroma non è pulito e neppure particolarmente elegante ma racconta di orzo tostato, cioccolato al latte, un accenno di cocco (pensate al Bounty) e un tocco di fumo. L'intensità è bassa e nel complesso i profumi non fanno davvero nulla per ingolosire o attirare l'attenzione di chi avvicina le narici al bicchiere. Al palato è invece gradevole e l'avena le dona una discreta morbidezza leggermente cremosa. Il gusto ripropone tuttavia le approssimazioni e la poca pulizia dell'aroma; i sapori sono poco definiti e il risultato è un agglomerato bevibile e comunque gradevole di orzo tostato, caramello, liquirizia, caffè e cacao. L'alcool alza la testa solamente a fine bevuta apportando un piacevole tepore, mentre nel retrogusto ai fondi di caffè s'aggiunge anche l'amaro terroso del luppolo. Non è (fortunatamente) una pacchiana birra-dessert ma ci sono troppe imprecisioni per renderla davvero buona: una porter discreta, bevibile ma con tanta strada da fare per migliorare. 
Formato 33 cl., alc. 7.8%, lotto Y17B077, scad, 09/08/2022, pagata 3.90 euro. 

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 marzo 2018

Vibrant Forest: Summerlands Session IPA & Black Forest Porter

La nonna faceva il vino in casa e lui ha scelto di proseguire le buone usanze di famiglia con la birra: Kevin Robinson inizia con l’homebrewing nel 2007 e dopo quattro anni, quando ancora lavora come ingegnere informatico presso la IBM, installa un microimpianto di seconda mano da 100 litri nel garage di casa un nanobirrificio ed entra nel mondo dei professionisti. Le sue birre ottengono buon successo nei pub della zona e molti riconoscimenti in concorsi locali (Hampshire, Winchester e  Southampton): nel 2014 Robinson lascia il suo lavoro per dedicarsi alla produzione di birra a tempo pieno, acquistando un nuovo impianto da 14 ettolitri. Dal garage della periferia di Southampton si sposta a Lymington, paese da 14.000 abitanti alle porte del New Forest National Park. E’ qui che nasce il microbirrificio Vibrant Forest, oggi distribuito anche in Italia; la produzione ruota attorno a sette birre stabili più alcune stagionali e occasionali, disponibili in bottiglie, lattine, cask e fusti; di venerdì (12-18) e di sabato (11-15)  il bar e il negozio del birrificio aprono le porte per permettervi di fare acquisti e di dissetarvi.

Le birre.
Iniziamo dalla Summerlands, una Session IPA con generoso dry-hopping di Mosaic che è oggi la birra di maggior successo/vendite di Vibrant Forest. Il suo colore è un dorato piuttosto carico e leggermente velato, nel bicchiere si forma una testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. L’aroma non è esattamente un inno alla freschezza ma il bouquet è pulito e ancora molto gradevole: arancia e pompelmo affiancano i profumi più dolci di mango e passion fruit.  Al palato è leggera e scorrevole come una session beer (3.5%) dovrebbe sempre essere e non c’è nessun cedimento acquoso: i malti (pane e crackers) compongono la delicata struttura necessaria a sorreggere una generosa luppolatura che, seguendo l’aroma, apporta dolci note di frutta tropicale subito incalzate da un amaro di discreta intensità nel quale s’intrecciano note di scorza d’agrumi, terrose ed erbacee. Intensità e pulizia non mancano, il finale ha quella secchezza necessaria a dissetare e a far venir subito voglia di un altro sorso: una birra semplice e ben fatta che non richiede attenzioni ma che potrebbe farvi compagnia per una giornata intera. Capisco il marketing e il fatto che il termine “Session IPA” faccia vendere meglio di un generico “Golden Ale”:  al di là dei luppoli americani utilizzati, nel bicchiere c’è una birra che mantiene quell’equilibrio e quella flemma tipiche delle Golden Ale inglesi con un “twist” moderno e ben luppolato, per le quali ammetto di avere un debole. Pensate alla Hophead (3.8%) di Dark Star o anche alla Manchester (4.2%) di Marble, giusto per citare le prime due che mi vengono in mente.  Non pensate invece alla Summerlands come a una di quelle Session IPA nelle quali i malti sono inesistenti e nel bicchiere trovate solamente una vagonata di luppolo priva di qualsiasi sostegno.

“Piquant” in inglese è qualcosa “d’interessante, d’eccitante” e questa  Black Forest (Piquant Porter) tinge il bicchiere con un bellissimo (quasi) nero ed un perfetto cappello di schiuma, cremosissimo e compatto. Il naso è semplice ma pulito, un’essenzialità che parla di caffè e cioccolato fondente, orzo tostato, profumi terrosi e di mirtillo. Al palato c’è una corrispondenza pressoché perfetta e un’intensità notevole a fronte di un ABV piuttosto tranquillo (4.9%). Un velo di caramello dolce supporta le intense tostature, l’amaro del caffè e del cioccolato, la bevuta procede spedita senza nessun intoppo. Tabacco e cenere affiancano terroso e torrefatto in un finale amaro nel quale l’intensità perde qualche colpo, l’acidità dei malti scuri è forse un po' eccessiva, c’è un pelino d’astringenza ma questi spigoli da limare non  mettono comunque in discussione il livello di una bella (e buona!) porter. Anche qui c’è un bel DNA inglese a dare anima e corpo a una birra pulita e semplice, di quelle che non dovremmo mai dimenticarci, ormai troppo spesso impegnati alla ricerca dei fuochi d’artificio.

Nel dettaglio:
Summerlands, formato 44 cl., alc.  3,5%, IBU 35, scad. 04/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)
Black Forest, format 50 cl., alc. 4.9%, scad. 09/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 7 febbraio 2018

Wylam: The Man Behind The Door IPA & Macchiato Porter

Ritorna sul blog il birrificio inglese Wylam che avevamo incontrato per la prima volte poche settimane fa:  nato nel 2000 nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland inglese, ha inaugurato nel 2016 la sua nuova sede all’interno dell’Exhibition Park di Newcastle. Impianto da 35 ettolitri, la costruzione di taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti e serate: c’è di che divertirsi. 
Dopo le due luppolate Remember 430 e 45:33 è il momento di stappare una lattina di The Man Behind The Door, IPA prodotta con luppoli Simcoe, Ekuanot e Loral, utilizzati anche nell’immancabile (per chi segue la moda) DDH - Double Dry Hopping.
Non ho idea a cosa faccia riferimento il nome di questa birra che si presenta di colore arancio pallido e piuttosto velata, perché l’haze va ovviamente oggi di moda, tanto più se fuoriesce da una lattina; la schiuma è biancastra, di modeste dimensioni e di modesta persistenza. Ignoro la data di nascita di questa birra ma l’aroma è ancora abbastanza fresco: pulizia ed eleganza non mancano e permettono d’apprezzare i profumi di arancia, pompelmo e cedro, resina; più in sottofondo ci sono mango ed ananas.  La sensazione palatale è morbida e gradevole, leggermente “chewy” senza arrivare agli estremi di molte NEIPA: la scorrevolezza ne guadagna. L’apparenza non inganni, nel bicchiere non troverete la classica New England IPA succo di frutta e priva di amaro: il risultato è invece un punto d’incontro ben centrato tra il carattere molto fruttato di una NEIPA e l’amaro piuttosto intenso di una West Coast IPA.  I malti (pane e crackers) non vengono eclissati dalla frutta, un tocco dolce di ananas bilancia il pompelmo donando equilibrio ad una bevuta che sfocia poi in un bel finale amaro e resinoso, pungente, potenziato da un discreto calore etilico (7.2%).  Molto pulita anche in bocca, ‘l’uomo dietro alla porta” di Wylam è una gran bella birra: fruttata ma non all’estremo juicy, amara quasi come quelle West Coast IPA che oggi i beergeeks tendono un po’ a snobbare. Una bellissima highway che unisce idealmente le due coste americane: livello piuttosto alto, non fatevela scappare se la trovate.

Devo invece parlare con meno entusiasmo della porter chiamata Macchiato, ma qui entra in gioco il gusto personale. “Hazelnut Praline Coffee Porter” è una descrizione che dovrebbe mettere in allarme chi non ama le “birre dessert” ma non è sempre così (vedi la Smuttynose bevuta qualche sera fa). L’etichetta elenca solo lattosio, malto e avena tra gli allergeni, quindi suppongo non siano state utilizzate nocciole.  
Nel bicchiere è nera ma la sua schiuma cremosa anche se generosa svanisce abbastanza rapidamente. Il naso è molto pulito e mantiene quanto promesso in etichetta: chicchi di caffè e l’accoppiata nocciola-cioccolato al latte che ricorda un po’ quella famosa crema spalmabile; ci sono anche caffelatte e liquirizia.  Il gusto è un po’ meno pulito dell’aroma: il caffè fa un paio di passi indietro lascia molto spazio al dolce di caramello, lattosio, cioccolato/nocciolato al latte. Il mouthfeel è gradevole, con poche bollicine, avena e lattosio a donarle una sensazione palatale morbida ma poco ingombrante. Le tostature e l'amaro sono quasi assenti, l’alcool (6.5%) non è pervenuto e nel complesso è una birra non molto definita che potrei paragonare ad un piccolo dessert appoggiato su di un velo di caffè. Non c'è quel senso di artificiosità che a volte si trovano nelle pastry-beer ma il risultato, benché privo di difetti e gradevole,  non mi convince del tutto, Magari qualcun altro la troverà deliziosa.

Nel dettaglio: 
The Man Behind The Door, 44 cl., alc. 7.2%,scad. 30/05/2018, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)
Macchiato, 33 cl., alc. 6.5%, scad. 30/03/2019, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 24 ottobre 2017

Minnesota: Northgate Maggie's Leap, Bent Brewstillery Nicked, Bent Paddle Black Ale, Barley John’s Old 8 Porter

Ammetto la mia ignoranza brassicola su Minnesota, se si esclude il birrificio Surly del quale vi ho parlato in questa occasione. Eppure lo “stato dei 10.000 laghi" annovera circa 160 birrifici attualmente operativi e sette di loro all’ultima edizione del Great American Beer Festival hanno portato a casa una medaglia. Una sorta di mini beer-hunting alla cieca mi ha portato quattro lattine che vediamo in ordine di gradimento.

Partiamo da Northgate Brewing, microbirrificio   operativo dal 2013 a Minneapolis e trasferitosi  dopo solamente un anno in una location più ampia dove la produzione annuale è arrivata a 5200 ettolitri. I fondatori sono gli ex-homebrewer Adam Sjogren e Todd Slininger ai qual si è aggiunto il birraio Tuck Carruthers: i tre non nascondono di amare soprattutto la tradizione brassicola inglese e le loro quattro birre prodotte tutto l’anno in lattina lo confermano:  una English Brown Ale (Wall’s End), una English IPA (Bitter Fool), una Session IPA e una Nitro Milk Stout (Maggie’s Leap) che andiamo ad assaggiare. 
Da quanto leggo si tratta della prima birra al carboazoto del Minnesota che viene messa in lattina: nel bicchiere si presenta di colore ebano scuro ma non regala il classico “effetto nitro” anche se versata aggressivamente. La testa di schiuma che si forma è piccola, grossolana e si dissolve piuttosto rapidamente. Orzo tostato, caffè e una leggera nota di legno affumicato formano un “naso” un po’ sporcato da qualche sconfinamento nella plastica bruciata. Il mouthfeel è morbido ma non ha la cremosità da “nitro”: l’intensità dei sapori è comunque degna di nota visto che si tratta di una stout dall’ABV abbastanza contenuto (4.9%): caramello, orzo tostato, caffelatte e qualche accenno di cioccolato formano una bevuta molto bilanciata che tuttavia presenta qualche imprecisione soprattutto nella chiusura amara finale, un poco sgraziata. Peccato, perché l’intensità del gusto era quella giusta e Maggie’s Leap poteva essere davvero una buona Milk Stout. 
Formato 47,3 cl., alc. 4.9% , IBU 26, lotto e scadenza non riportati, 2.68 $  

Poco lontana da Northgate si trova la Bent Brewstillery: siamo sempre ad una decina di chilometri dal downtown di Minneapolis. Distilleria e nanobirrificio con taproom furono aperti nel 2012 dall’ex-homebrewer Bartley Blume; nel 2013, in attesa di trovare la location giusta per espandersi, la produzione si appoggiò temporaneamente agli impianti dalla Pour Decisions Brewing Company. Nel 2014 Bent e Pour Decisions si fusero in una unica società che mantenne il nome Bent: Blume rimase presidente mentre Kristen England, fondatore di Pour Decisions, divenne Head Brewer. Anche Bent guarda soprattutto alla tradizione inglese con tre lattine prodotte tutto l’anno:  l’Amber Ale chiamata Nordic Blonde, la English IPA Enuff e la Export Stout Nicked, che versiamo nel bicchiere. 
All’aspetto è “quasi” nera e la sua schiuma è cremosa e compatta. L’aroma mostra pulizia e una buona intensità di orzo tostato, caffè e frutti di bosco; convince meno la sensazione palatale, con una consistenza un po’ troppo debole per una Export Stout che ha un discreto ABV (7.7%). Il gusto continua sullo stesso percorso senza nessuna deviazione ma con meno pulizia. Il dolce di caffelatte e caramello è bilanciato dall’amaro delle tostature che parte bene ma va progressivamente scemando fino a scomparire, per un finale in tono dimesso. L’alcool non dà nessun segno di presenza: ne guadagna ovviamente la bevibilità ma manca quel tepore che vorresti trovare quando ordini una Export Stout. Il risultato è anche qui solamente discreto, c’è qualche passaggio a vuoto nell’intensità e pulizia ed eleganza sono tutt’altro che esemplari.
Formato 47,3 cl., alc. 7.7%, lotto e scadenza non riportati, 2.68 $

Da Minneapolis spostiamoci di 200 chilometri a nord a arriviamo a Duluth, ultimo grande avamposto del Minnesota prima  del confine con il Canada, adagiato sulle rive del lago Superior. E' qui che ha trovato casa la Bent Paddle Brewing Co., fondata nel 2013 due coppie di sposi: Bryon e Karen Tonnis, Colin e Laura Mullen. Bryon e Colin, hanno esperienza decennale come birrai rispettivamente alla Rock Bottom di Minneapolis e alla Barley John’s Brew, della quale parleremo a breve. Da un gruppo di investitori raccolgono il milione di dollari necessario per ristrutturare un vecchio stabile nel Lincoln Park di Duluth e vi installano un impianto da 35 ettolitri con taproom adiacente; la “bent paddle” è ovviamente la pala che viene utilizzata per mescolare il mosto, 
La Bent Paddle Black Ale (6%) è prodotta con una "generosa" quantità di avena, oltre a malti 2-Row, Golden Promise, De-husked black, Crystal-155 e Crystal-20, luppoli Willamette e CTZ. Il suo colore tiene fede al nome mentre al naso si nota un'ottima pulizia ed una bella eleganza: pane nero, delicate tostature di orzo e pane, caffè, more e mirtilli. La bevuta non arriva ad una lussureggiante cremosità ma è comunque morbida e piuttosto gradevole: il gusto ripropone l'aroma con buona intensità ed equilibrio tra pane nero, caffè, caramello e frutti di bosco. Un'accelerata amara finale (tostature e caffè) chiudono un percorso lineare ma intenso, abbastanza pulito e piuttosto soddisfacente. 
Formato 35,5 cl., alc. 6% , IBU 34, lotto e scadenza non riportati, 1.99 $

Chiudiamo in bellezza con un birrificio che geograficamente si trova ubicato su due stati. Barley John's, brewpub fondato nel 2000 da John Moore e dalla moglie Laura Subak a New Brighton, venti chilometri a nord di Minneapolis. John vantava esperienza come birraio alla District Brewing di Minneapolis e alla James Page Brewing. Nel 2016, dopo due anni di lavori, il piccolo brewpub viene affiancato da una seconda e più ampia succursale che consente di produrre circa 12000 ettolitri l’anno: le leggi del Minnesota tuttavia permettono ai brewpub di offrire la propria birra solamente all’interno dei propri locali: non possono né vendere fusti ad altri bar né distribuire lattine e bottiglie nei negozi. Per questo John Moore sceglie di spostarsi di sessanta chilometri ad est in Wisconsin a New Richmond per aprire una secondo e più ampio brewpub in grado di mettere le birre in lattina e distribuirle anche in Minnesota. 
La Old 8 è una porter robusta (8%) la cui ricetta prevede malti 2-Row, Black Malt, Roasted Barley, Chocolate e Dark Crystal, luppoli Warrior e Fuggle. Nel bicchiere è nera con una bella testa di schiuma cremosa e compatta: il naso è ricco di tostature, note terrose e fondi di caffè, accenni di tabacco, affumicato e cioccolato; intensità e pulizia sono a ottimi livelli e anche la sensazione palatale si rivela eccellente, morbida, quasi vellutata. Il gusto spinge deciso sul torrefatto il cui amaro è amplificato dalla generosa luppolatura; le poche concessioni dolci (caramello brunito, esteri fruttati)  hanno solamente la funzione di supporto. L’alcool scalda con mano delicata una porter molto intensa  e semplice ma molto ben eseguita,  ricca di tostature e qualche ricamo di tabacco e cioccolato a conclusione di una gran bella bevuta.
Formato 47,3 cl., alc. 8%, IBU 60, lotto e scadenza non riportati, 3.99 $

giovedì 12 ottobre 2017

Bevog Ond Smoked Porter

Torniamo a parlare di Bevog, birrificio in territorio austriaco (Bad Radkersburg) ma guidato dallo sloveno Vasja Golar che ha bypassato la lenta burocrazia del suo paese spostandosi a produrre a tre chilometri da casa (Gornja Radgona) in Austria.  Dal 2013 Bevog ha visto una crescita costante che lo ha portato nel 2016 a produrre circa 7000 ettolitri con il suo impianto da 15 hl.  Negli ultimi mesi il birrificio è stato molto impegnato a rinfrescare il proprio internet e a suddividere la propria gamma produttiva tra birre prodotte tutto l’anno, birre occasionali, stagionali e “prototipali” racchiuse sotto la Who Cares Editions e  invecchiamenti in botte, questi ultimi raggruppati nella categoria “Paper Bag”, in quanto le bottiglie sono incartate. Le birre prodotte  tutto l’anno è rappresentata da tante strane creature o mostri dai nomi singolari:  Tak, Ond, Kramah, Baja, Deetz e Rudeen. Inutile chiedersi il significato di questi nomi, che secondo quanto dichiara Golar non significano assolutamente nulla ma corrispondono a quelli che avevo dato alle proprie birre nel corso degli esperimenti casalinghi; le strane creature rappresentate in etichetta, a metà strada tra mitologico, fantastico ed fumetto sono realizzate dall’artista croato Filip Burburan, ispirato da alcuni scritti del nonno di  Golar, un poeta/scrittore abbastanza conosciuto a Gornja Radgona. 
Dopo la natalizia Brown Snowball Coconut Porter e la Baja Oatmeal Stout è il momento di stappare un’altra birra scura di Bevog: una robusta porter affumicata che viene prodotta con un mix di luppoli sloveni e americani.

La birra.
L’aspetto è invitante, il bicchiere si tinge di nero sul quale si forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’affumicato entra subito in gioco dominando l’aroma con i suoi profumi piuttosto grassi che ricordano quelli della carne, con qualche sconfinamento meno gradevole nella gomma bruciata: in sottofondo un po’ di caffelatte e frutti di bosco. Anche in bocca c’è qualcosa da sistemare, a partire dalla sensazione palatale non particolarmente morbida e un po’ spigolosa, nonostante la carbonazione non sia particolarmente elevata: il corpo è medio, ma in alcuni passaggi la birra sempre un po' slegata. Al gusto l’affumicato è molto meno dominante e la bevuta viene guidata da tostature vigorose ma ruvide, caramello brunito e caffè; l'alcool è ben nascosto, nel finale l'affumicato si fa più presente e accompagna un amaro piuttosto energico composto da tostature, fondi di caffè e note terrose. L'intensità è davvero notevole ma in quanto a pulizia ed eleganza ci sono ampi margini di miglioramento in questa smoked porter di Bevog, soprattuto per quel che riguarda tostature e affumicato: il risultato è solo discreto e non al livello di altre produzioni del birrificio austriaco.

Formato: 33 cl., alc. 6.3%, IBU 43, scad. 10/11/2017, prezzo indicative 3.50-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 27 settembre 2017

Michigan: Tapistry Reactor IPA, Right Brain CEO Stout & Kettle IPA, Greenbush Distorter Robust Porter

Ancora un po’ di beer hunting in territorio Americano, in particolare nello stato del Michigan: tre birrifici che non mi sembra siano mai stati importati in Europa, a oggi. 
Partiamo da Tapistry Brewing, fondato nel 2013 da Joe Rudnick e Greg Korson a Bridgman, nel Michigan sud-occidentale: le rive del lago sono ad un paio di chilometri di distanza e anche il confine con l’Indiana non è molto lontano. Rudnick e Korson, amici da una decina d’anni, passano molti weekend assieme a visitare birrifici del Michigan e maturano lentamente l’idea di aprirne uno. Rudnick è anche homebrewer e, a 39 anni, rinuncia alla sua ventennale carriera da ingegnere in un’industria farmaceutica per aprire le porte della Tapistry Brewing: impianto da 20 ettolitri in un edificio da  450 metri quadrati collegato ad un secondo edificio da 200 nel quale si trova la taproom. Il giardino  che circonda la proprietà può accomodare un centinaio di persone. Si inizia con otto spine per arrivare alle venti attuali:  l’organico del birrificio si compone di una decina di persone tra le quali il birraio Kyle Heslip. Dal 2015 le lattine hanno sostituito le bottiglie da 65 centilitri che sino ad allora Tapistry aveva sempre utilizzato e che vengono distribuite nell’area meridionale del Michigan e in quella settentrionale dell’Indiana. Il nome Tapistry nome deriva dall’unione delle parole “tap” e “chemisty”: in quattro anni di vita sono circa un centinaio le etichette prodotte, ma sono solo cinque quelle disponibili tutto l’anno. 
Tra queste la Reactor IPA, 7.5% ABV e 78 IBU per un’etichetta che sembra promettere un’esplosione nucleare di verde luppolo: Cascade, Chinook e Centennial sono supportati da un mix di malti che include Pale, Caramello e Monaco. Il suo colore è ramato, con qualche riflesso dorato ma l’aroma non è così potente come la grafica vorrebbe far credere. Nessuna indicazione sull’età di una lattina che presenta un naso poco fragrante e poco intenso, caratterizzato da una percepibile componente etilica:  marmellata d’arancia, biscotto, qualche accenno di aghi di pino. Il gusto prosegue nella stessa direzione con un buon livello di pulizia ma con poca fragranza: la bevuta risulta alquanto noiosa nel suo incedere dolce di biscotto-caramello-marmellata che quasi mette in secondo piano un finale amaro che si snoda tra il vegetale ed il terroso. L’alcool non si nasconde in una IPA solida e vigorosa ma monotona e priva di slanci. 

Da Tapistry facciamo una gita di circa 400 chilometri a nord per raggiungere Traverse City, una graziosa cittadina (per gli standard americani) sulla riva del lago Michigan nonché nota come “la capitale delle ciliegie”. E’ qui che Russell Springsteen ha fondato la Right Brain Brewery; nativo del Michigan, Russell lavorava nei primi anni ’90 come acconciatore e allenatore di wrestling a Boulder, Colorado, dove venne a contatto con la craft beer revolution. Alla fine degli anni ’90 fu costretto a ritornare nel Michigan settentrionale per aiutare l’agenzia immobiliare del padre; non trovando (a suo dire) niente di decente da bere decise di iniziare a farsi la birra in casa.  L’hobby divenne rapidamente un’ossessione ma Russell non disponeva dei fondi necessari per aprire un microbirrificio: ispirato da un viaggio a New York, decise allora di far coniugare le sue due passioni, capelli e birra. Nel 2005 nel Warehouse District di Traverse City nasce il Salon Saloon, metà barbiere e metà pub dedicato alla birra artigianale: due anni dopo, racimolati i 40.000 dollari necessari per acquistare un impianto usato, vende il Saloon a una delle proprie dipendenti e inaugura la Right Brain Brewery.  Nel 2013 il birrificio si è trasferito nei più ampi locali (3000 metri quadri) nel SoFo District di Traverse City con una pub annesso nel quale sono operative una ventina di spine;  all’impianto principale da 17 ettolitri se ne affianca uno da 8 per rifornire il locale che, dicono, riceve 150.000 persone ogni anno, con un picco nei mesi estivi quando la regione è popolata da molti vacanzieri.  La produzione, di circa 6000 ettolitri l’anno,  è attualmente affidata all’esperto birraio Sam Sherwood, ex Founders, Perrin e Traverse Brewing. 
La Ceo Stout (5.5%) viene prodotta in collaborazione con la torrefazione Jack Coffee Co. di Traverse City; CEO acronimo di Chocolate, Espresso e Oatmeal, ovvero quello che dovrebbe aspettarvi nel bicchiere. E’ la birra più venduta di Right Brain:  il caffè è effettivamente protagonista al naso, con buona eleganza ed intensità: chicchi ed espresso sono accompagnati in secondo piano da note di orzo tostato e liquirizia. Nonostante l’utilizzo d’avena la sensazione palatale non è particolarmente cremosa e sembra soprattutto mirare alla scorrevolezza: anche al palato c’è tanto caffè, supportato molto in sottofondo dal dolce del caramello e da delicate tostature. Eleganza e pulizia non sono allo stesso livello dell’aroma  ma la bevuta è ugualmente intensa e abbastanza soddisfacente, peccato per una lieve astringenza che rovina un po’ l’esperienza. Bene il caffè, secondo me manca un po’ di contorno.
Centennial, Cascade e Citra, quest’ultimo anche in dry-hopping, sono i protagonisti della IPA (5.8%) chiamata Dead Kettle. Nel bicchiere è ramata con riflessi oro carico. L’aroma si compone di dolci profumi di arancia e pompelmo, ben zuccherati, con qualche nota floreale e biscottata; l’intensità è discreta, mentre pulizia ed eleganza sono ampiamente migliorabili. Il mouthfeel è morbido e gradevole ma un po’ troppo ingombrante per una birra dal contenuto alcolico modesto che dovrebbe invece scorrere senza intoppi. La bevuta è ben bilanciata, in piena tradizione Midwest, tra caramello, biscotto, agrumi e un finale amaro, di discreta intensità ma un po’ sgraziato, nel quale s’incontrano note vegetali e di scorza d’agrumi. Anche in bocca l’intensità è di ottimo livello ma pulizia e finezza lasciano un po’ a desiderare: una IPA discreta che tuttavia è ancora ben lontana dalle migliori produzioni del Michigan. 

A soli dieci chilometri di distanza da Tapistry si trova la Greenbush Brewing Company, fondata a Sawyer nel giugno 2011 dai quarantenni Scott Sullivan e Justin Heckathorn, rispettivamente un ex mobiliere ed un ex bancario, nei locali che ospitavano una lavanderia. L’apertura di Greenbush era un evento atteso con grande interesse in quanto una porter prodotta da Sullivan ai tempi dell'homebrewing aveva riscosso grandi consensi in concorsi ed eventi della zona. Il nome Greenbush è quello di una vecchia stazione ferroviaria, ora in disuso, di Harbert, paese vicino dove Sullivan e Heckathorn sono nati: “il mio socio Justin propose quel nome e suonava bene, quindi lo adottammo”. Nel 2015 il birrificio si è ingrandito acquistando un magazzino sull’altro lato della strada nel quale ha trovato posto un impianto da 17 ettolitri dedicato alla produzione di fusti e bottiglie; nel locale originale rimane operativa la taproom, alimentata dal vecchio impianto da 8 ettolitri, dove possono sedersi una trentina di persone. La produzione si attesta sui 15000 ettolitri l’anno, l'obiettivo è di raddoppiarla entro i prossimi cinque anni. 
Tra le oltre 150 etichette sfornate in sei anni di attività scelgo proprio quella porter che attirò l’attenzione sull’homebrewer Scott Sullivan e lo convinse ad entrare nel mondo dei professionisti. Distorter è una porter robusta (7.2%) che si presenta quasi nera e regala un naso di buona intensità, semplice ma molto pulito: caffè americano, orzo tostato, liquirizia. Al palato l’alcool è ben gestito e riesce ad irrobustire la bevuta senza comprometterne la facilità: è una porter che nel gusto mantiene gli stessi elevati standard di pulizia ed eleganza dell’aroma. Il gusto è ben bilanciato tra caramello, liquirizia e caffè, impreziosito da accenni di tabacco e di cioccolato e si conclude con intense tostature il cui amaro viene enfatizzate da una generosa luppolatura resinosa. Una porter di ottimo livello, intensa e facile da bere, capace di reggere il confronto con le tante eccellenti  “sorelle scure”  che vengono prodotte da altri famosi birrifici del Michigan come Founders, Bell’s e Dark Horse.

Nel dettaglio:
Tapistry Reactor IPA -  47.3 cl., alc. 7.5%, IBU 78, lotto/scadenza non indicati, 2.39 $
Right Brain CEO Stout – 47.3 cl., alc. 5.5%, lotto/scadenza non indicati, 2.59 $
Right Brain Dead Kettle IPA – 47.3 cl., alc. 8%, IBU 70, lotto/scadenza non indicati, 2.,89 $
Greenbush Distorter -  35.5 cl., alc.  7,2%, , 2.09 $

lunedì 17 luglio 2017

Magic Rock Common Grounds

Debutta a novembre 2015, con colpevole ritardo, la prima birra al caffè del birrificio inglese Magic Rock; un progetto che si trascinava da molto tempo ma che non si era mai realizzato per diversi motivi, soprattutto per la mancanza di un partner adatto  per la materia prima. Alla fine il birrificio di Huddersfield ha optato per i vicini di casa (10 km) della torrefazione Dark Woods. 
Risale alla primavera del 2015 la prima collaborazione tra le due aziende, quando quasi in contemporanea Magic Rock porta una versione al caffè della Cannonball IPA (Coffee Spiked) al Copenhagen Beer Festival e Dark Woods presenta al London Coffee Festival un’analoga versione della pale ale High Wire, entrambe con aggiunta di caffè keniano. Pochi mesi dopo è già ora di lavorare alla ricetta di una porter al caffè che Magic Rock intende far entrare in produzione regolare: l’idea non è tuttavia quella di realizzare la “solita” birra ricca di tostature ma di far emergere, grazie ad un mix di diversi caffè, elementi come cioccolato, toffee, marshmallow, vaniglia e frutta secca. 
Il nome Common Grounds Triple Coffee Porter, non si riferisce quindi al contenuto alcolico ma alle fasi di utilizzo del caffè: nel mash è stato infatti adoperato un blend di chicchi provenienti da Brasile, India ed Etiopia; nel whirpool un blend di caffè Kotowa Natural e Panam Finca Lerida Natural di Panama. Nella fase di maturazione della birra sono infine stati aggiunti chicchi di caffè etiope Yirgacheffe e di Maraba III dal Ruanda. Queste sette diverse tipologie di caffè sono affiancata da altrettante varietà di malto.

La birra.
Nel bicchiere è quasi nera e forma una cremosa e compatta testa di schiuma dalla buona persistenza. Il naso è un'ode al caffè in tutte le sue forme: chicco, macinato e liquido. Molto in secondo piano ci sono lievi tostature, frutti di bosco, qualche accenno di vaniglia. L'aroma è pulitissimo e molto elegante anche se si poteva cercare un maggior equilibrio tra gli elementi in gioco. La sensazione palatale è un po' il punto dolente di questa porter: nonostante le intenzioni del birrificio di realizzare una birra "masticabile ma morbida", questa Common Grounds risulta invece abbastanza leggera al palato e, in alcuni passaggi, un po' sfuggente. Il gusto non mantiene le aspettative create dall'aroma e  nel replicarne  l'ottimo livello di pulizia ha qualche calo d'intensità con una lievi sconfinamenti nell'acquoso. Un leggero fondo dolce di caramello, liquirizia e vaniglia sostengono una bevuta ricca di caffè e bilanciata con una chiusura timidamente amara di tostature. Come al naso, anche al palato il caffè domina ritrovandosi spesso da solo e non adeguatamente accompagnato da altri elementi, tostature in primis. Rimane comunque una buona porter al caffè che cerca di svincolarsi dal classico canovaccio caffè/tostato e che forse, proprio per questo, appare un po' incompiuta. 
Formato 33 cl., alc. 5.4%, lotto 1331, scad. 22/02/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 8 giugno 2017

Fierce Beer: Café Racer & Peanut Riot

Apre le porte a maggio 2016 il primo microbirrificio di Aberdeen, Scozia: lo fondano Dave Grant e David McHardy due ex-homebrewers che si conoscono ad un corso di Brewing Technology a Sunderland. Per venticinque anni Grant ha lavorato nel settore petrolifero girando il mondo, mentre McHardy  vanta un’esperienza decennale in un’azienda di sistemi di navigazione marittimi: con le rispettive liquidazioni e l’aiuto di altri investitori i due soci raccolgono 250.000 sterline per acquistare un impianto che viene sistemato nel Kirkhill Industrial Estate di Aberdeen. 
Nell’anno che precede l’apertura McHardy fa esperienza presso la WooHa Brewing Company mentre Grant continua a produrre la birra sul piccolo impianto di casa distribuendo i primi fusti a ristoranti e pub, tra i quali anche il BrewDog di Aberdeen. Con l’aiuto di Louise Grant nel ruolo di commerciale, la neonata Fierce Beer produce nei primi mesi di vita 500 ettolitri e imbottiglia (a mano) 80.000 bottiglie: a novembre l’ingresso in società di altri soci operanti nel settore delle bevande e della ristorazione consentono di acquistare nuovi fermentatori, un'imbottigliatrice ed  un'etichettatrice. La Lidl ordina per il mercato del Regno Unito 2500 bottiglie della Ginga Ninja, una Pale Ale aromatizzata allo zenzero: oltre che nei pub e nei beershop, le Fierce arrivano anche sugli scaffali dei supermercati Aldi e Tesco. 
In poco un anno di vita sono quasi già cinquanta le etichette prodotte, molte delle quali “one shot” mai più ripetute. Il birrificio le suddivide in quattro categorie: Hoppy (APA, IPA e altre birre luppolate), Fruity (birre con aggiunta di frutta e birre acide), Dark  (stout e porter)  e stagionali. Le singolari etichette, i cui soggetti a bocca aperta mi ricordano alcuni dipinti di Francis Bacon, sono opera dello studio Hampton Associates di Aberdeen.

Le birre.
Dal già ampio portfolio di Fierce ecco due porter che credo rappresentino due varianti della stessa ricetta base. Partiamo dalla Café Racer, una porter prodotta con luppolo Chinook, vaniglia, caffè, malto, frumento, avena e lattosio: nera, genera una bella testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Al naso la vaniglia ruba la scena al caffelatte, mentre in sottofondo s’avvertono note di cioccolato al latte: l’aroma è pulito e intenso ma il “dessert” che si forma ricorda più uno snack industriale che la raffinata pasticceria. C’è un leggero eccesso di bollicine che disturba un po’ quella sensazione palatale molto morbida e cremosa creata dall’utilizzo di avena e lattosio;  il caffè e le tostature rimangono nelle retrovie anche nel gusto, rapido ad incamminarsi sulla strada dolce di caramello, vaniglia e cioccolato al latte:  quel poco di caffelatte che si avverte non basta a portare equilibrio in una birra che fa emergere deboli tostature solamente nel retrogusto e che secondo me ne meriterebbe invece qualcuna di più. L’alcool (6.5%) è molto ben nascosto e complessivamente questa porter è pulita, intensa e si beve con grande facilità e buona soddisfazione, se vi piacciono i dolci: in questo senso è allora un po’ fuorviante il nome Café Racer, visto che sono vaniglia e lattosio a guidare le danze. 

Nella Peanut Riot arachidi tostate e sale rimpiazzano vaniglia, caffè e lattosio: è tra le birre preferite dei proprietari di Fierce. Anche lei è nera mente dimensioni, compattezza e persistenza della schiuma sono leggermente penalizzati dall'olio delle arachidi. Arachidi che danno il benvenuto al naso in maniera piuttosto elegante: sono affiancate da caramello brunito, orzo tostato, un tocco di caffè e da una lieve nota salina. L'intensità è discreta, pulizia e finezza ci sono. Al palato risulta meno cremosa della sorella al caffè ma beneficia di una carbonazione molto contenuta che riesce a renderla ugualmente morbida e scorrevole. Il gusto è un po' meno pulito dell'aroma, le arachidi scompaiono per lasciare le redini in mano a caramello e tostature, accenni di caffè e cioccolato, un tocco di sale nel finale. Anche qui l'alcool è ben nascosto, la bevuta è molto bilanciata e sarebbe senz'altro valorizzata da un maggior pulizia; le tostature finali sono ben dosate e nel complesso mi sembra una buona porter, leggermente inferiore alla Café Racer ma ugualmente godibile e senza nessun impressione d'artificiosità per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti.

Nel dettaglio:
Cafe Racer, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 20, scad. 30/12/2015, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop)
Peanut Riot, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 94, scad. 28/02/2018, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.