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mercoledì 26 marzo 2014

Partizan Stout FES

Eccoci al quarto appuntamento con il birrificio londinese Partizan, presentato in questa occasione e guidato da Andy Smith, che utilizza il vecchio impianto dismesso da The Kernel. Impossibile parlare di Partizan senza elogiare le sempre splendide etichette disegnate da Alec Doherty; sebbene il sito del birrificio sia abbastanza avaro d'informazioni, se si esclude un bel video narrativo, è sempre un piacere passare in rassegna tutte le creazioni di  Doherty che si diverte a combinare lettere antropomorfe per formare il nome dello stile delle birra. Per l'occasione di questa FES, ovvero Foreign Export Stout, braccia e uomini muscolosi si intrecciano per dare forma a  S T O U T.
Brassata (sembra) con una lista semplice di malti (pale, brown e roasted barley) e nessun altro ingrediente aggiuntivo, anche se dopo averla bevuta giureresti su qualche generosa manciata di caffè.
Di aspetto praticamente nera, forma una schiuma non particolarmente grande ma fine e compatta, cremosa, di colore beige chiaro. Discreta la persistenza. Al naso c'è tanto, tantissimo caffè, sia macinato che liquido; seguono sfumature più leggere di cioccolato amaro, brownie, leggero tabacco, liquirizia. 
Lo stesso scenario viene riproposto anche in bocca, con una generosissima dose di caffè liquido accanto a note di tostatura, amare, abbastanza intense; a spezzare la monotonia ci sono solo delle sfumature di prugna sotto spirito e liquirizia. Il corpo è medio, la carbonazione è bassa e la consistenza è più sul versante acquoso che sul cremoso. Come in una buona tazza di caffè, c'è una buona acidità che emerge sul finale della bevuta, appena prima del lungo retrogusto amaro, che chiude il cerchio proprio dove era iniziato, ovvero l'aroma: caffè, brownie, tostature, tabacco.
Questa FES non è esattamente il manifesto dell'eleganza, per quel che riguarda il caffè e le tostature, ma è comunque una bevuta molto, molto intensa e pulita che si consuma senza grande impegno, mascherando bene il rilevante contenuto alcolico. A rallentare un po' la bevuta sono piuttosto l'elevato amaro delle tostature e la forte presenza di caffè. Birra solida e ben fatta, anche se sino ad ora Partizan mi sembra convincere meglio sulle birre "chiare" rispetto a quelle scure, limitatamente alle poche assaggiate.
Formato: 33 cl., alc. 8.6%, lotto 12/03/2013, scad. 12/03/2016, pagata 4.41 Euro (beershop, Inghilterra).

venerdì 7 febbraio 2014

Partizan Porter 7 Grain Farmhouse

Dopo tre "chiare", è il momento di stappare una "scura" del birrificio londinese Partizan, localizzato in zona Bermonsdey, ad un chilometro dai colleghi The Kernel (Partizan utilizza il primo vecchio impianto da loro dismesso) e da un'altro birrificio che vi ho presentato giusto un paio di giorni da, Brew By Numbers.  Dal debutto di Novembre 2012 ad oggi, quindi in poco più di un anno, Partizan ha già rilasciato un numero impressionante di birre, anche se si tratta per lo più di leggere varianti (per mix di luppoli o malti o spezie) della stessa ricetta. Prendiamo il caso delle Porter; ne sono state prodotte almeno cinque, che si differenziano per il numero di malti utilizzati: cinque, sei, sette, nove. C'è poi una ulteriore variante, ossia questa Porter 7 Grain Farmhouse; nessuna informazione reperibile sulla ricetta, ma sembra facile indovinare che si tratti di una Porter prodotta con un ceppo di lievito di tipo Farmhouse, che solitamente viene utilizzato per le Saison e le (American) Farmhouse Ales. Molto bella l'etichetta, come tutte le altre di Partizan, con le lettere della parola "Porter" molto ben stilizzate da Alec Doherty.
Nel bicchiere arriva di color marrone scuro, con riflessi rossastri; la schiuma è insolitamente (per una porter) molto generosa e persistente, di color beige chiara, compatta e molto cremosa. Naso molto pronunciato e pulito, con orzo tostato, caffè in grani, biscotto, qualche sentori di mirtillo; non sono molti gli elementi in gioco, ma l'aroma è molto raffinato. Le premesse non vengono purtroppo mantenute in bocca; quello che disturba sin da subito è l'elevata carbonazione, che inibisce quasi la percezione del sapore; il corpo è leggero, forse troppo, con una marcata acquosità che la rende molto scorrevole ma anche, in questo caso, un po' sfuggente. Si riescono ad avvertire solo un po' di orzo tostato, qualche nota di caffè ed un lieve - ma poco gradevole - nota metallica. Leggermente astringente ed acidula, scivola via in fretta senza lasciare un buon ricordo di sé. Condivide qualche difetto con la Saison Traditionally Spiced assaggiata qualche mese fa: eccesso di bollicine, eccessiva acquosità. La quarta Partizan bevuta riporta il bilancio in parità: due molto convincenti, due un po' deludenti; ancora troppo presto per il confronto con i vicini di casa (e mentori) di The Kernel.
Formato: 33 cl., alc. 5.7%, lotto 13/08/2013, scad. 13/08/2014.

giovedì 8 agosto 2013

Partizan Saison Traditional Spiced

Seconda "Saison" del birrificio londinese Partizan; a giugno assaggiammo la Saison Galaxy, un'interpretazione moderna dello stile che dava come risultato una birra molto ruffiana e modaiola, nella quale l'omonimo luppolo australiano spadroneggiava  e dava origine ad una birra molto piaciona ma poco rustica. Partizan realizza però anche una saison tradizionale o, seguendone il nome, speziata secondo la tradizione. La solita splendida etichetta di Alec Doherty (varrebbe la pena di acquistare tutta la gamma Partizan anche solo per questo) non fa però menzione di nessuna spezia, e quindi il lavoro grava per intero "sulle spalle" del lievito utilizzato. Si veste di colore arancio opaco, con schiuma abbastanza grossolana, biancastra e poco persistente. Il naso è molto meno appariscente di quello della sorella Galaxy; discretamente intenso e pulito, apre con spezie, soprattutto pepe, sentori di arancio e floreali (geranio, azzardiamo). Anche in bocca si mantiene lontana da mode e da lustrini, con un gusto poco fruttato (arancio) ed un imbocco di biscotto, spezie (lievito) ed un finale secco e molto amaro, inatteso,  di erbe officinali (salvia, forse ginepro). La carbonatazione molto elevata disturba un po' la percezione del gusto, riducendo ulteriormente la percezione d'intensità di una birra già di sé non particolarmente intensa. Qualche passaggio a vuoto nel percorso in bocca, non molto carattere e mancanza di una componente "rustica" che vorremmo sempre trovare in una saison. Si beve bene ma risulta poco memorabile; tolti i fuochi d'artificio del dry-hopping massiccio alla quale immaginiamo sia stata sottoposta la sorella Galaxy, questa Saison Traditional Spiced mostra i suoi limiti e non riesce ad essere "tradizionalmente" del tutto convincente.  Formato 33 cl., alc. 6.1%, lotto 24/01/2013, scad. 24/01/2014, pagata 3,54 Euro (beershop, Inghilterra).

lunedì 17 giugno 2013

Partizan Saison Galaxy

Approfittiamo del caldo per abbassare la nostra scorta in frigorifero di saison che, lo ricordiamo per i "neofiti", rappresenta un stile brassicolo originario della regione belga della Vallonia verso la fine dell'ottocento; erano birre  che venivano prodotte alla fine della stagione fredda e, grazie al loro discreto tenore alcolico, erano destinate a durare e ad essere consumate durante la stagione estiva, durante la quale non era possibile birrificare a causa delle alte temperature.  Iniziamo un piccolo “trittico” di saison partendo da questa Saison Galaxy del nuovo ed interessante birrificio londinese Partizan, del quale trovate un breve profilo qui.  Il nome è (ovviamente, per gli addetti ai lavori) un riferimento all’omonimo luppolo australiano, un ibrido sperimentale creato alla metà degli anni novanta dall'incrocio di luppoli autoctoni con altri tedeschi (perle); il primo raccolto venne commercializzato nel 2009. Molto carina l'etichetta di questa birra, disegnata - come tutte le altre - da Alec Doherty, che gioca con immagini che ricordano il duro lavoro estivo nei campi per comporre le lettere della parola s a i s o n.  Leggermente meno bella è la birra nel bicchiere, di un torbidissimo color arancio sul quale si forma una solida "testa" di schiuma bianca, quasi pannosa, molto persistente. Immaginiamo si tratti di una saison "single hop" a tutto Galaxy, e il naso apre effettivamente con i profumi tipici del luppolo australiano; molti agrumi, pompelmo, lime, scorza di mandarino, un leggerissimo accenno di frutto della passione e, a completare un ottimo bouquet, pulito e complesso, troviamo sentori di cereali, fieno, pepe. L'asticella rimane alta anche al palato, con una birra dal corpo medio-leggero, vivacemente carbonata, che scende benissimo grazie ad una giusta dose di "acquosità". Rapida introduzione di biscotto ai cereali, poi a salire in cattedra sono gli agrumi come pompelmo, lime e limone, per un gusto che fa poche concessioni alla polpa (dolce) per privilegiare invece l'amaro della scorza. Il risultato è una saison molto secca, dissetante e rinfrescante, fruttatissima, dal finale quasi tagliente ed "ultra zesty".  E' solamente nell'aroma che troviamo leggere tracce di quella rusticità che vorremmo trovare in ogni saison; il gusto vira invece dal bucolico ottocento verso territori contemporanei, ruffiani, seguendo un po' l'ultima moda del "cocktail di frutta". Il risultato è comunque estremamente soddisfacente per chi beve, rinfrescato da un leggera e piacevole acidità e, prima ancora, intrattenuto da inebrianti profumi.  Bottiglia ampiamente insufficiente, dovrebbe essere venduta solamente in tanichette da almeno due litri. Formato: 33 cl., alc. 5.4%, lotto 05/02/2013, scad. 05/08/2013, pagata 3.60 Euro (beershop, Inghilterra).

martedì 14 maggio 2013

Partizan Pale Ale Amarillo Pacific Jade

All'incirca un anno e mezzo fa, come introduzione alla nostra prima birra The Kernel, accennammo brevemente  alla "rinascita brassicola" in atto a Londra.  A quel tempo il sito della London Brewers Alliance mostrava all'incirca una ventina di loghi; oggi ce ne sono quasi cinquanta, segno che la craft beer new wave londinese non si sta arrestando, ma si sta espandendo sempre più velocemente, con birrifici e pub che, oltre alle real ales, offrono una buona selezione di microbirrifici locali. La Partizan Brewing è uno dei più recenti, con alle spalle nemmeno un anno di vita.  Andy Smith è l'uomo tuttofare che si nasconde dietro al nome Partizan. Trentun'anni, nato a Leeds, Andy ha un passato da chef, oltre che all'hobby dell'homebrewing. A fine 2009 lascia il ristorante nel quartiere di Chelsea dove lavorava (pare che lo stipendio non arrivasse più da diversi mesi) e trova un impiego al White Horse Pub.  Un giorno incontra Andy Moffat, birraio della Redemption Brewery  (a Tottenham, Londra) che era venuto a consegnare alcuni fusti di birra. Nemmeno il tempo di conoscersi e, complice un'appassionata chiacchierata sull'homebrewing, Andy va ad aiutare il suo omonimo. Dopo due anni Andy (Smith) va di nuovo in "crisi"; il lavoro alla Redemption non lo soddisfa più, la sua sensazione è quella di fare un lavoro impiegatizio, sempre uguale, dalle 9 del mattino alla 5 di sera. Mentre sta meditando senza troppo entusiasmo di seguire il consiglio di Andy (Moffat) e fare domanda di lavoro in un birrificio più grande (Thornbridge), gli arriva un "angelo" dal cielo. L'angelo ha le sembianze (non proprio angeliche, in verità) di Evin O'Riordain, ovvero  The Kernel. Evin ha bisogno di ingrandirsi e di aumentare la produzione, e sta traslocando in locali più capienti; in poche parole, non ha più bisogno  della maggior parte di quello che costituiva il suo vecchio impianto da quattro barili. Glielo offre ad un prezzo che è impossibile da rifiutare. Non è un trasloco molto lungo; gli impianti devono essere spostati solamente di un chilometro circa, perchè Partizan trova - come The Kernel - casa sotto le arcate della linea ferroviaria, a cinque minuti dalla stazione della metropolitana di Bermondsey. Come The Kernel, il birrificio è aperto al pubblico il sabato; sapete già cosa fare, quindi, se vi trovate a Londra in quel giorno. La prima birra vede la luce a Novembre del 2012, e la pagina di Ratebeer ne elenca giù una ventina anche se (e di nuovo scomodiamo il paragone con The Kernel) si tratta di leggere variazioni (ovvero dei luppoli utilizzati) della stessa ricetta. I nomi delle birre sono infatti (vedi The Kernel) dati spesso semplicemente dai nomi dei luppoli; completamente diverse sono invece le etichette, distanti anni luce dallo splendido minimalismo kerneliano.  Dopo questo lungo ma doveroso preambolo, ci è venuta sete e passiamo finalmente alla sostanza, ovvero questa Pale Ale Amarillo Pacific Jade. Pochi mesi di vita (imbottigliata a Gennaio) ma già prossima alla scadenza, segno dell'attenzione che il birrificio mette sulla necessità di bere il più rapidamente possibile le birre (ben) luppolate. E' dorata con riflessi arancio, opaca; la schiuma, biancastra, è fine e cremosa. L'aroma è lo stesso che abbiamo trovato in quasi tutte le Kernel bevute; freschissimo, pulitissimo, molto raffinato: una macedonia di frutti appena tagliati. Pompelmo, mandarino, ananas, mapo, leggeri sentori di pesca gialla e floreali; quasi un inno all'estate. Nessun calo di tensione in bocca; se si eccettua una leggera base maltata (pane e cereali) anche qui c'è un trionfo di frutta, ai confini del cocktail, pulitissimo e fragrante. Netta predominanza di agrumi (pompelmo e lime), per una birra secchissima, marcatamente aspra d'agrume, estremamente dissetante. Non c'è sicuramente equilibrio, e il risultato forse può non piacere a tutti, ma noi cediamo volentieri al suo fascino e ci abbandoniamo al lungo retrogusto amaro, assolutamente "zesty", pulitissimo e rinfrescante. Una birra da trangugiare in pochi secondi per alleviare la sete e la calura, tutta giocata sulla fragranza (e sull'abbondanza) dei luppoli. Ad occhi chiusi l'avremmo battezzata The Kernel; ne condivide lo stesso sguardo "da zoccoletta ruffiana", ammaliante ed irresistibile. Ad un passo dal precipizio della "spremuta di frutta", riesce comunque a conquistarti e a farti cadere tra le sue braccia, anche se magari non ne berresti un secchio. Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto 20/01/2013, scad. 20/05/2013, prezzo 3.66 Euro (beershop, Inghilterra).