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venerdì 9 novembre 2018

DALLA CANTINA: Maredsous 8 (2010)

L’abbazia benedettina di Maredsous fu fondata nel 1872  a Deneé,  25 chilometri a sud di Namur: lo spettacolare edificio fu commissionato all’architetto Jean-Baptiste Béthune, massimo esponente del neogotico belga, dalla famiglia Desclée che ne finanziò la costruzione. Al suo interno vivono oggi una trentina di monaci; non vi è più in funzione un birrificio ma i monaci utilizzano ugualmente la birra come fonti di sostentamento per le proprie attività. Nel 1963, dopo essere consultati con l’Università di Lovanio, hanno concesso la licenza di produrre le proprie ricette al birrificio Duvel Moortgat: Blond (6%), Bruin (8%) e, a partire dal 1990, la  Tripel (10%).  
Parliamo oggi della scura Bruin/Brune che avevamo già incontrato sette anni fa; invecchiare una birra comporta quasi sempre più rischi che certezze, soprattutto se si esce dal quel perimetro di sicurezza costituito da quelle relativamente poche etichette che sappiamo essere in grado di affrontare il tempo regalando delle piacevoli soddisfazioni.  La Maredsous Bruin non è tra queste ma ho voluto ugualmente tentare la sorte, trattandosi di una birra che in teoria avrebbe alcune delle caratteristiche giuste per essere dimenticata in cantina, almeno secondo il manuale d’invecchiamento Vintage Beer di Patrick Dawson: colore scuro, gradazione alcolica sostenuta (8%), rifermentata in bottiglia.

La birra.
Dopo otto anni passati in bottiglia la Maredsous 8 si presenta visivamente ancora in splendida forma; la sua classica “tonaca di frate” è luminosa ed accesa da riflessi rossastri, la schiuma è ancora generosa, compatta e mostra una buona ritenzione. L’aroma ha perso in eleganza ma è ancora intenso, anche se gli esteri “sparano” un po’ troppo alle narici: dominano le note dolci della melassa e dello sciroppo di ciliegia, ci sono suggestioni di fragola e di uvetta, datteri, frutta secca a guscio, biscotto. 
Al palato risulta ancora molto carbonata ma il corpo ha inevitabilmente perduto un po’ di smalto e mostra qualche segno di cedimento. Il gusto è però molto meno interessante dell’aroma e, soprattutto, assai meno intenso: ci sono tracce di caramello, prugna e uvetta, un sciroppo dolce che richiama - fortunatamente in tono minore  - l’aroma. La bevuta parte dolce e poi si asciuga improvvisamente terminando con una fastidiosa astringenza; le bollicine sono troppo in evidenza e la birra non risulta particolarmente piacevole. Non c’è profondità e, in questo caso, gli anni passati in cantina non hanno apportato nulla di positivo, anzi. Esperimento fallito, almeno per il momento.
Formato 33 cl., alc. 8%, lotto 411, scad. 06/2013 (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 19 maggio 2017

Vicaris Generaal

Dendermonde, città nel mezzo del triangolo virtuale che collega Gent, Anversa e Bruxelles, è la casa del birrificio Dilewyns le cui fondamenta risalgono al diciassettesimo secolo quando un vecchio mulino a Grembergen fu riconvertito da Anne-Coleta Wauman; la produzione continuò sino al 1943, quando i tedeschi sequestrarono le caldaie in rame decretando la fine dell’azienda.  
Nel 1999 Vincent Dilewyns, discendente di Anne, completa la sua formazione di mastro birraio e inizia con le prime produzioni casalinghe ottenendo riscontri molto positivi da chi le assaggia. L’idea iniziale di produrre birra solo per  se stesso e per gli amici si trasforma in qualcosa di più grande,  anche grazie all'incitamento della figlia Anne-Catherine.  Nel 2005 Vincent s’appoggia all’onnipresente De Proef per realizzare le sue prime ricette su grande scala e commercializzarle: l’anno successivo è già tempo di premi per la Vicar Tripel allo Zythos, con replica l’anno successivo (Tripel e Vicardin). I risultati ottenuti e la limitata disponibilità degli impianti di De Proef convincono Vincent a lasciare la sua occupazione di dentista per dedicarsi a tempo pieno a quella di birraio: nel 2010 partono i lavori di costruzione del birrificio a Dendermonde che viene inaugurato a Maggio del 2011. Oltre a Vincent, supervisore delle ricette, a coordinare la produzione c’è la figlia Anne-Catherine che nel frattempo è diventata anche birraia. La parte commerciale viene invece gestita dall’altra figlia Claire. Gli impianti del birrificio (potenziale da 15.000 Hl) sono stati realizzati dall’italiana Velo. Quinto e Winter sono le due birre che già ospitate sul blog nel passato: oggi tocca alla Generaal, che possiamo considerare la sorella minore di quest’ultima.

La birra.
Generaal è una dubbel che strizza l’occhio alle cosiddetta categoria delle  “birre d’abbazia”, ovvero tutto e nulla. Il nome Vicaris Generaal è comunque pertinente: il Vicario Generale è infatti un’importante carica prevista dal Codice di diritto canonico. Rappresenta il vescovo, cura i rapporti con le parrocchie e i vicariati, l'amministrazione dei beni ecclesiastici e gli aspetti giuridici dei sacramenti e della loro celebrazione. 
Viene prodotta con tre tipi non specificati di malto e nessuna spezia.  Il suo colore è il classico tonaca di frate sormontato da una schiuma finissima, cremosa e compatta dalla buona persistenza nel bicchiere. L’aroma è pulito ed invitante, una dolcezza ricca di caramello e fudge, zucchero candito, marzapane, uvetta e prugna, fruit cake, delicate tostature di pane. Al palato il “generale” è forse un po’ meno ricco dell’aroma, pur rispettandone gli stessi livelli di pulizia ed eleganza: biscotto e caramello, fruit cake ed uvetta, quella delicata e indefinibile speziatura donata dal lievito e accenni di vino liquoroso che probabilmente qualche anno in cantina ha portato alla luce. Abbastanza carbonata, ottima scorrevolezza, nasconde l'alcool come solo i belgi sanno fare: chiude con una lieve nota amaricante (frutta secca, tostato), una secchezza davvero invidiabile e un bel retrogusto tiepido di frutta sotto spirito dal quale affiora una piacevolissima nota di cioccolato. Bevuta molto bilanciata, pulita ed elegante; intensità e facilità di bevuta vanno a braccetto in una Dubbel in ottima forma e molto ben eseguita.
Formato 33 cl., alc. 8.5%, scad. 22/10/2017, pagata 1,65 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 21 ottobre 2016

Val-Dieu Brune

Ritorna sul blog la Brasserie de l'Abbaye du Val-Dieu, della quale vi avevo parlato approfonditamente in questa occasione. Riassumendo, non si hanno notizie precise riguardo la produzione di birra presso l’abbazia cistercense di Val Dieu (fondata esattamente 800 anni fa, nel 1216), se non che l’attività cessò per effetto della secolarizzazione della Rivoluzione Francese e che i vecchi impianti di Val-Dieu furono definitivamente rottamati nel 1940 durante i lavori di restauro del monastero; dal 1975 al 1980 i monaci permisero (ingenuamente) al commerciante di bevande Corman di Battice l’utilizzo del proprio nome per realizzare la Tripel presso gli impianti della Brouwerij Van Honsebrouck, senza chiedere nulla in cambio. 
Nel 1993 il distributore Joseph Piron di Aubel (dove si trova il monastero) firmò con i monaci un contratto per la realizzazione di una serie di birre a nome Val-Dieu impegnandosi a corrispondere una commissione; il problema era che nel frattempo Corman aveva ad insaputa dei monaci registrato il nome “Val-Dieu” e  Piron fu quindi costretto ad acquistarlo da lui. 
Le “nuove” Val-Dieu vennero inizialmente appaltate alla Brouwerii Van Steenberge fino a quando non entrò in funzione il nuovo birrificio di Piron, la  Brasserie d'Aubel , situato a pochi chilometri dall’abbazia. Sembra tuttavia che la Blond e la Brune fossero di qualità molto bassa, con una serie d’infezioni e di problemi che portarono il giovane birrificio al fallimento nel 1995.  L’ultimo (e definitivo) tentativo di portare avanti il nome Val-Dieu è quello fatto nel 1997 dal commerciante di bevande Alain Pinckaers e dal socio Benoit Humblet, birraio proveniente dalla Kronenbourg; ai due venne l’intuizione di realizzare il birrificio in uno degli edifici del complesso cistercense. La produzione – che afferma di basarsi su ricette tramandate dall’ultimo abate di Val-Dieu – parte con Blond e Brune seguite nel 1998 dalla Tripel; se escludiamo i birrifici trappisti, Val-Dieu è di fatto a tutt’oggi l’unica abbazia in Belgio all’interno della quale viene ancora prodotta birra.  Dopo quasi vent’anni, Val-Dieu è ancora nelle mani di Alain Pinckaers e del nipote Michaël Pelsser;  il birraio Benoit Humblet se n'è invece andato ad aprire il microbirrificio  Bertinchamps a Gembloux e al monastero è arrivata la birraia Virginie Harzé assistita da Jonathan Petrenko.

La birra
Malti Pilsen e tostati, luppoli Saaz e Spalter sono utilizzati in questa Brune che riempie il bicchiere del tipico color tonaca di frate con riflessi ambrati; leggermente "sporca" di beige è la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Al naso, pulito, emergono pera, frutta secca, caramello e biscotto, qualche nota di amaretto: discreta l'intensità. Corpo medio, vivaci bollicine e ottima scorrevolezza sono le caratteristiche di una Dubbel che nasconde i suoi gradi alcolici (8%) solo come i belgi sanno fare: il gusto segue l'aroma, riproponendo caramello, biscotto e frutta secca, accompagnati da pera e qualche lieve nota di uvetta. Non c'è praticamente amaro, se si esclude un velocissimo passaggio di mandorla nel finale, ed una grande attenuazione a bilanciare il dolce della bevuta, con qualche lieve sconfinamento nell'astringenza; si torna subito in carreggiata nel retrogusto, con il tiepido ed accomodante conforto del dolce della frutta sotto spirito (uvetta, prugna). Non ci sono molte emozioni nel bicchiere ma c'è pulizia ed eleganza, tradizione: nonostante qualche imprecisione di troppo, c'è comunque una discreta soddisfazione.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto illeggibile, scad. 09/06/2017,  pagata 1.35 Euro (supermercato, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 7 maggio 2016

Bibibir Vedo Doppio

Debutto sul blog del birrificio abruzzese Bibibir con sede a Castellalto (Teramo), comune peraltro noto agli appassionati birrofili per il Festival delle Birre Artigianali che si tiene ormai da undici anni. Bibibir è guidato dal birraio Flaviano Brandi assieme ad altri tre soci ed è il punto d'arrivo di una passione decennale per l'homebrewing.
Con impianto produttivo da 20 HL, il birrificio debutta a giugno 2014 
con tre birre  (l'American Pale Ale Granapa, la Witbier Witaly e la Golden Ale Birrantonio) alle quali s'aggiungono progressivamente la Black IPA Zero Tabù, la Double IPA 23 Zero Sei e, soprattutto, un bel trittico belga Vedo Doppio, Triplo e Quadruplo, con le loro etichette realizzate da Alessandro Cioci. 
All'ultima edizione di Birra dell'Anno dello scorso febbraio 2016 il Bibibir ha anche ottenuto la sua prima medaglia, con la Witaly che si è piazzata al terzo posto nella categoria 15 "birre chiare alta fermentazione, basso grado alcolico, di ispirazione belga".

La birra.
Vedo Doppio è il nome scelto per questa Dubbel di color ambrato carico, velato, che forma un modesto cappello di schiuma ocra abbastanza fine e persistente. Al naso emergono frutta secca, caramello, biscotto, pera: in sottofondo una suggestione di amaretto ma anche un lieve fenolico (plastica) che sporca un po' la pulizia  e la gradevolezza dei profumi.
La sensazione palatale è complessivamente gradevole, con un corpo medio ed una consistenza morbida e scorrevole, mentre la carbonazione un po' bassa e "poco belga" le  toglie un po' di quella vitalità necessaria. Il gusto ricalca abbastanza fedelmente l'aroma con biscotto e caramello, un lieve fruttato dolce che richiama l'uvetta e la pera; il livello di pulizia al palato è senz'altro superiore rispetto al naso, in una bevuta dolce che risulta complessivamente bilanciata da un tocco d'amaro finale (frutta secca) e da una buona attenuazione, anche se mi tocca rilevare una leggera astringenza. L'alcool (7%) è molto ben nascosto alla maniera belga e dà un tiepido segno di presenza solamente nel retrogusto; nel complesso Vedo Doppio mette in evidenza un bel profilo maltato che compensa un espressività del lievito abbastanza avara nel suscitare emozioni. La strada che porta in Belgio è quindi ancora un po' lunga ma, anche restando in Italia, c'è il "problema" della concorrenza di birre come Maredsous 8, St. Bernardus Pater 6 e Rochefort 6, giusto per citare le prime che mi vengono in mente: etichette che si trovano anche al supermercato alla  metà o quasi del prezzo rispetto alle  italiane. 
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 25, lotto 2815, scad. 04/2017, 4.00 Euro.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 28 marzo 2015

Birrificio Settimo Nuce

Nei miei assaggi dello scorso anno del Birrificio Settimo di Carnago (Va) mi è mancata Nuce, una birra che volevo provare ma che non riuscii a recuperare. Rimedio con un anno di ritardo, proprio nel periodo in cui il birrificio ha annunciato un importante avvicendamento in sala cottura. Il birraio Nicola "Nix" Grande ha infatti lasciato Settimo per iniziare la propria avventura al Birrificio Etnia, in provincia di Pavia; i tre anni da lui passati a Carnago sono stati sufficienti per rivoluzionare completamente la gamma produttiva, spostandosi dalla Germania al Belgio e raccogliendo consensi in tutta Italia.
La sua eredità viene raccolta da un altro ex-homebrewer, Cristian Pizzi, tra l'altro netto vincitore (primo e secondo posto) del concorso indetto nel 2014 da Malto Gradimento. A lui il difficile compito di non far rimpiangere Nicola Grande, mantenendo il livello qualitativo delle birre attuali e - suppongo - proporre anche qualche novità.
Passiamo dunque all'assaggio di Nuce, una "abbey dubbel" che debutta nei primi mesi del 2012, quindi non molto tempo dopo l'arrivo di Grande a Settimo; la sua presentazione ufficiale si tiene al brewpub il 22 marzo.
La bottiglia in questione è del 2013 e quindi vede ancora la mano dell'ormai ex-birraio pugliese di Settimo.
Il colore è il classico "tonaca di frate", torbido, con riflessi ambrati; la schiuma è piuttosto modesta, cremosa, di colore beige chiaro e poco persistente. L'aroma è molto pulito, mentre l'intensità è solamente discreta: caramello, uvetta, prugna sciroppata, banana matura, frutta secca, biscotto (speculoos), Al palato arriva molto poco carbonata, con un gusto che riprende in toto l'aroma: biscotto, caramello, uvetta, banana matura, frutta secca ed un delicata speziatura. Il corpo è medio, il finale è leggermente amaro di mandorla, lievemente astringente; il retrogusto è abbastanza corto e dolce, caratterizzato da un morbido tepore etilico, caramello e frutta sotto spirito. Dubbel pulita e dall'ottima intensità che non pregiudica assolutamente la facilità di bevuta; la bottiglia mi è sembrata tuttavia un po'  stanca e fiacca in bocca, leggermente slegata, con le poche bollicine presenti che non le hanno dato una mano a risollevarsi. Spero di poterla tornare ad incontrare in condizioni ottimali.
Formato: 33 cl., alc. 7.2%, lBU 30, lotto 08613, scad. 06/16 (?), pagata 4.40 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 4 ottobre 2014

Il Mastio Abbadia Bruna

Con il "conta-birrifici" (e beerfirm) che ha ormai raggiunto quota ottocento, non possono che susseguirsi "debutti" sulle pagine del blog. E' la volta del Birrificio Il Mastio, che ha sede nell'entroterra marchigiano ad Urbisaglia, quindici chilometri da Macerata; un produttore abbastanza giovane, attivo dal febbraio 2012. Lo fondano i fratelli Sebastiano e Lorenzo Nabissi, che hanno trasformato quindici anni di homebrewing in una professione. Come molti birrifici italiani, anche Il Mastio intende sottolineare il proprio legame con il territorio: il nome scelto rimanda alla torre della rocca di Urbisaglia, due delle sette birre prodotte richiamano la vicina Abbadia di Fiastra, un'altra è invece dedicata alla Strada Statale 77 che attraversa le Marche collegando Foligno a Civitanova. Le birre sono tutte ad alta fermentazione: weizen, golden ale, pale ale, amber ale, due strong ale d'ispirazione belga ed una natalizia.
All'assaggio di oggi una bottiglia di Abbadia Bruna, con l'etichetta che raffigura la facciata ed il rosone della già citata Abbadia di Fiastra. Ma l'etichetta riporta anche la dicitura "Birra d'Abbazia" e, sul retro la scritta "stile d'abbazia"; ora non voglio fare il puntiglioso rompiscatole, ma dire "birra stile abbazia" equivale a dire nulla, potrebbe essere una birra chiara o scura, dolce o amara, poco o molto alcolica… poi capisco che il marketing vuole la sua parte e che il cliente/curioso di turno possa trovare affascinante l'idea di una birra prodotta da frati o monaci. Generalmente, con il termine "d'abbazia" s'identifica una birra solitamente prodotta al di fuori di un'abbazia ma che ha un qualche legame con il monastero che inizialmente la produceva; spesso sono proprio i monasteri a concedere l'utilizzo del proprio nome e delle proprie ricette. In questo caso, non credo che le birre d'abbazia in questione (sono due, una chiara ed una scura) siano basate su una ricetta della vicina Abbadia di Fiastra. Meglio allora chiamarla semplicemente Brune, o Belgian Strong (Dark) Ale,  no ?
Il sito del birrificio indica che questa "Bruna" sarebbe prodotta con miele di coriandolo, ma l'etichetta non lo cita; non so se la ricetta abbia subito delle modifiche nel tempo o se il miele sia stato semplicemente omesso dalla lista degli ingredienti,
Nel bicchiere è di un bel color ambrato carico, con schiuma beige fine e cremosa, dalla buona persistenza. La bottiglia è prossima alla scadenza (ottobre) e l'aroma non è particolarmente intenso: ci sono sentori di frutta secca, biscotto al burro, qualche richiamo di frutta sotto spirito (prugna ed uvetta) e di pera, mentre in sottofondo c'è una leggerissima presenza di solvente. Al palato è abbastanza gradevole, con un corpo medio, carbonazione abbastanza contenuta ed una consistenza oleosa. Il percorso gustativo rispecchia in toto quello olfattivo: caramello, frutta secca, biscotto al burro, pera e uvetta; il finale è leggermente astringente, con una presenza amaricante di mandorla. L'intensità è buona, con un discreto warming etilico finale che però si rivela più pungente che morbido. Non emerge però molto il carattere belga che dovrebbe identificare una cosiddetta "birra d'abbazia", e la bevuta risulta un po' slegata e poco armoniosa. La strada che porta in Belgio è quindi ancora lunga, ma il birrificio è molto giovane ed ha tutto il tempo per percorrerla facendo i dovuti aggiustamenti.
Formato: 75 cl., alc. 7.8%, lotto 871337, scad. 09/10/2014, pagata 8.50 Euro (alimentari, Italia). 

martedì 19 novembre 2013

La Féodale de la Roche Brune

La Roche-en-Ardenne è un grazioso paese del Lussemburgo belga,  nonchè una delle mete turistiche più gettonate della regione vallona. Attraversata dal fiume Ourthe e circondata da una grande area boschiva, è d'interesse anche per i birrofili per la presenza di alcuni discreti locali dove bere ed alcuni negozi dove acquistare birra, formaggi e il tipico prosciutto affumicato. A soli 20 chilometri si trova l'eclettico birrificio Fantôme, e se cercate un posto dove acquistare le birre di Dany Prignon, La Roche-en-Ardenne potrebbe essere la destinazione giusta, anche se non certa. Il negozio più fornito di birre è La Cave du Venitien, situato sulla strada principale che attraversa tutto il paese; nel 2004 i proprietari del negozio decidono di farsi produrre dalla Brasserie Saint-Monon alcune birre chiamate La Feodale de la Roche; s'inizia con una Ambrée, che però viene presto rinominata Blonde - ci dicono - per facilitarne la diffusione visto che la maggior parte dei clienti non nota la differenza di colore tra "ambrato scarico" e "dorato carico". Due anni dopo segue una Brune. Il nome scelto è ovviamente un omaggio al castello - in buono stato di conservazione - che guarda dall'alto di una collina tutto il paese.
Andiamo dunque a stappare questa bottiglia di La Féodale de la Roche Brune, acquistata proprio nel negozio che la fa produrre; è di color marrone chiaro (o tonaca di frate, come si dice di solito) con un cappello di schiuma fine e cremosa, color beige chiaro, poco persistente. Naso dominato da esteri con netti sentori di mela verde; più in secondo piano frutta secca, uvetta, prugne, spezie ed una leggera nota di amaretto. L'aroma è forte anche se non brilla particolarmente per la finezza. In bocca pare subito un po' slegata; nonostante il discreto livello di alcool (7.5%), è una birra spiccatamente watery e con un corpo solo medio-leggero. Il gusto vede il ritorno di prugna ed uvetta, una leggera nota di cioccolato, ma nel complesso c'è poca pulizia e molta confusione, in un insieme gradevole (bevibile) che però risulta difficile da comprendere nei singoli elementi. La bevuta è dolce, con una chiusura molto secca, sul filo dell'astringente, ed una leggerissima nota amaricante terrosa proprio a fine corsa. Retrogusto abbastanza corto e privo di sorprese, in birra un po' troppo leggera e debole di corpo che risulta poco pulita e slegata, non appagante.
Formato: 33 cl., alc. 7.5%, scad. 07/2016, pagata 1.50 Euro (beershop, Belgio).

venerdì 8 novembre 2013

Bon Secours Brune

Storia complessa (e tormentata) da riassumere quella della Brasserie Caulier, ne girano diverse versioni. Secondo alcuni (inclusa la Good Beer Guide Belgium) l’anno zero sarebbe il 1933, quando l’ex minatore Charles Caulier fonda una società che si occupa della distribuzione di birra; nel 1980 la terza generazione di eredi si sposta a Péruwelz, iniziando anche a commercializzare una birra a proprio nome (La vieille Bon-Secours) che viene in un primo periodo prodotta presso altri birrifici. E’ solo nel 1994 che la Brasserie Caulier mette in funzione il proprio impianto, inaugurato con la prima cotta del 04 Maggio 1995. Diverso è invece quello che viene riportato sul sito “ufficiale”  (spiegherò poi il perché delle virgolette), secondo il quale le radici affondano invece nel lontano 1842. Nel 2007 il birrificio guidato da Roger Caulier si trova a fronteggiare un’insormontabile crisi economica che ne provoca la chiusura nel 2008;  il nome/marchio, da quanto se ne sa,  viene invece rilevato da una banca/finanziaria che lo mantiene in vita spostando però la produzione altrove. Il condizionale è d’obbligo, visto che non ho trovato fonti certe e visto che le etichette continuano a riportare che la birra è prodotta da “Brasserie Caulier, Péruwelz". Dicevo, “virgolette” necessarie perché al momento abbiamo due siti internet: www.brasseriecaulier.com, ancora in costruzione, che mostra il marchio della gamma “Bon Secours”; www.caulier.be  (Caulier Development) è invece operativo ma nelle sue pagine si parla chiaramente di  un “brand“, di un “marchio”, piuttosto che di un birrificio, e la linea Bon Secours, della quale parliamo oggi, non è minimamente contemplata. Non sono riuscito ancora a scoprire che cosa differenzi i due siti, ed anche gli autori della già citata Good Beer Guide Belgium, aggiornata al 2009 (quindi a chiusura birrificio già avvenuta), ammettono di non avere le idee molto chiare a proposito, gettando molti dubbi sul futuro delle Bon Secours. 
Oltre le parole c'è invece la sostanza, ovvero Bon Secours Brune, una Abbey Dubbel (secondo Ratebeer) o una Belgian Strong Dark Ale secondo altri. Una birra che oggi esiste ancora e viene prodotta, ma che non è più quella di una volta. Ne trovate un simpatico epitaffio sul blog di BereBirra.  Le birre degli Struise, prima di essere prodotte alla Deca, erano realizzate alla Brasserie Caulier;  leggo che la (famosa ed ottima) Pannepot utilizzava infatti lo stesso ceppo di lievito della Bon Secours Brune, un lievito molto caratterizzante, fruttato e speziato. Purtroppo non ho avuto occasione di provare la Bon Secours Brune di un tempo, e non è molto di conforto la consolazione che proviene da quella che viene prodotta attualmente. L’aspetto è ottimo ed invitante, marrone scurissimo con splendidi riflessi rubino; schiuma beige chiaro, generosa e compatta, molto persistente.  L'aroma è forte, con un bel mix di frutti e spezie gradevole ma abbastanza difficile da sezionare: avverto sentori aspri di frutta rossa, prugna acerba, uva e più dolci che a tratti ricordano quasi la fragola. In sottofondo, liquirizia.  In bocca è vivacemente carbonata (forse un po' troppo), corpo medio, con una buona scorrevolezza: troviamo toffee, frutta (questa volta dolce, come prugna ed uvetta) per un percorso che vira delicatamente verso l'amaro in una leggera tostatura ed in una nota di liquirizia. Chiude leggermente astringente, lasciando tuttavia il palato un po' appiccicoso; retrogusto coerente, con note di tostatura e liquirizia. L'alcool è molto ben nascosto, gli elementi in gioco sono diversi ma la loro somma porta ad un risultato solamente discreto, un po' spigoloso e non esattamente memorabile. Chi avesse ricordi migliori della Bon Secours Brune che fu, li condivida.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto B, scad. 10/2015, pagata 1.39 Euro (supermercato, Belgio).

sabato 19 ottobre 2013

Stradaregina Dubbel

Poco più di un anno di vita, il Birrificio Stradaregina di Vigevano è stato fondato nel 2012 dal birraio Alessio Sabatini (tredici anni di homebrewing alle spalle, leggiamo) e da Andrea Brachini. Entrambi hanno abbandonato le loro precedenti attività (Alessio lavorava come meccanico in un'azienda, mentre Andrea è un ex grafico). Il nome scelto (Stradaregina) è un omaggio alla prima sede in cui si trovava l’impianto (autocostruito) del birrificio, a Vigevano, che ha poi traslocato in Via Manara Negrone, con un nuovo impianto da da 6Hl a vapore, realizzato dall'azienda S.im.at.ec di Vaie (TO). Il debutto ufficiale avviene a Febbraio 2012 presso la Pazzeria di Milano. Al momento la gamma include sei birre, equamente divise tra ispirazione belga ed anglosassone, più una weizen, una natalizia e una barricata “one-shot”. Ampia possibilità di acquistare le birre direttamente dallo spaccio del birrificio, che è aperto dal lunedì al sabato dalle 9 alle 18. Alla prima categoria (belga) appartiene ovviamente questa Dubbel  che andiamo a stappare. Bel colore tonaca di frate/marrone opaco, con una schiuma beige cremosa ma poco persistente. Il naso non è particolarmente intenso, ma c’è una buona pulizia: uvetta, prugne ed una leggera speziatura da lievito è quello che riusciamo ad annotare.  Meglio in bocca,  più che per quel che riguarda l’intensità che l’eleganza, dove troviamo note di biscotto, frutta secca, prugna ed uvetta sultanina, liquirizia e un leggero carattere tostato. 8% il contenuto alcolico dichiarato sul sito del birrificio, solamente 6.7% quello in etichetta: ipotizziamo dunque un qualche cambiamento in itinere, che ha “alleggerito” la birra per favorirne la bevibilità: ed effettivamente è una Dubbel che si beve molto bene, dal copro medio-leggero e con una carbonazione bassa. Chiude con una bella secchezza lasciando un retrogusto nel quale domina la liquirizia con un leggero tepore etilico.   
La nostra memoria è ancora fresca dell’esperienza St. Bernardus Prior 8  (guarda caso 8% ABV) di qualche sera fa, ed onestamente il confronto è abbastanza spietato; non che le nostre aspettative fossero quelle di eguagliare l’esperienza, ma sebbene questa Dubbel di Stradaregina sia gradevole e priva di off-flavors, paradossalmente la facilità di bevuta risulta anche un po’ il suo limite,  non lasciando un grande ricordo di sé nonostante al gusto ci siano diversi elementi in gioco. La loro somma non restituisce una complessità armonica, una birra rotonda, risultando – almeno in questa bottiglia - piuttosto come una somma di singoli elementi isolati, un po’ slegati tra di loro. Birrificio comunque ancora molto giovane, c’è tutto il tempo per (r)affinare le birre e crescere. Curiosità: etichetta che include note gustative, lotto di produzione e IBU, ma che risulta priva dell’indicazione del formato: 33 cl. 
Formato: 33 cl., alc. 6.7%, IBU 29, lotto 11 12 A, scad. 30/12/2015, pagata 4.50 Euro (gastronomia, Italia)

martedì 15 ottobre 2013

St. Bernardus Prior 8

Dopo Wit,  Pater 6, Grottenbier  e Tripel, è arrivato il momento della Prior 8 della St. Bernard Brouwerij. Sorella maggiore della Pater 6, è anch'essa una Dubbel che origina direttamente dai giorni (1946) in cui  al birrificio fondato a Watou da  Evarist Deconinck  viene concessa la licenza di produrre le birre per conto dell’abbazia trappista di St. Sixtus/ Westvleteren.  Dopo un primo rinnovo, il trentennale contratto non viene più prolungato e termina nel 1992. Da quell'anno in poi, la produzione delle Westvleteren ritorna dentro St. Sixtus, mentre a Watou le birre prendono il nome di St. Bernardus. Non solo; mentre a partire dagli anni 90 le Westvleteren subiscono un cambio di ricetta, dovuto all'utilizzo di un ceppo di lievito proveniente dalla Westmalle, la St. Bernard Brouwerij, continua invece ad utilizzare il lievito originale di St. Sixtus. La Prior 8 si può dunque considerare la parente più prossima della Westvleteren 8. Chiaramente il birrificio non può fregiarsi del marchio "birra trappista", riservato a partire dal 1997 solamente alle birre prodotte entro le mura di un monastero trappista. Ma date un'occhiata a questa foto, oppure a questa pagina: le Westvleteren  (St. Sixtus Prior 8) che erano un tempo prodotte a Watou avevano praticamente la stessa etichetta della St. Bernardus Prior 8 attuale, ed il tappo azzurro che oggi identifica la Westvleteren 8.
Beviamo, dunque. Il colore forse non è il suo punto di forza: mogano torbido, con qualche riflesso rossiccio. Perfetta invece la schiuma: beige chiaro, fine e cremosissima, praticamente indissolubile, visto che una leggera patina di schiuma rimane sempre nel bicchiere. Naso complesso ed intrigante: pera al cioccolato, amaretto, speculoos (biscotti alla cannella), zucchero candito, marzapane, mou. Facciamo una pausa e scopriamo in secondo piano leggeri sentori aspri di frutti rossi (ribes?) e dolci di uvetta e di prugna disidratata. Morbida e rotonda in bocca, ha corpo medio ed una discreta presenza di bollicine. C'è una buona corrispondenza con l'aroma: caramello, marzapane, canditi, prugna ed uvetta sotto spirito, biscotto al burro. La prima parte è decisamente dolce e (dolcemente) etilica, calda, ma il tutto è stemperato da una leggera asprezza finale di frutti rossi e, appena avvertibile, una nota amara di frutta secca. Sontuoso il retrogusto, lungo, morbido ed etilico, riscalda il corpo con note di frutta sotto spirito. Dietro ad un'apparente facilità di bevuta si cela un gusto complesso che invita a sorseggiare la birra con calma, assaporandone ogni boccata. Rifuggiamo sempre dall'abusato concetto di "birra di meditazione", ma se state cercando una degna conclusione di una stressante di giornata di lavoro, aprite una Prior 8 e mettetevi comodi in poltrona. Il mondo vi sembrerà molto più lento e silenzioso, e con un po' d'immaginazione vi sentirete trasportati in quei dieci chilometri di tranquilla campagna belga che separa Watou dall'abbazia di St. Sixtus.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 2010, scad. 12/03/2015, pagata 1.75 Euro (negozio alimentari, Francia). 




lunedì 27 maggio 2013

Amarcord AMA Bruna

A novembre 2011 il birrificio Amarcord di Apecchio (PU)  annuncia la nascita di una nuova serie di birre, chiamate AMA, nate dalla collaborazione con Garrett Oliver,  birraio della Brooklyn Brewery (New York) e quasi abituale vacanziero nel nostro paese.  La Brooklyn ottiene anche l’importazione in esclusiva per il territorio americano di tutte e tre le nuove birra (Bionda, Bruna e Mora), che possono vantare un’etichetta realizzata da Milton Glaser; se il nome non vi dice nulla, sappiate che è l’ideatore del famosissimo logo “INY”.   L’ispirazione per questa AMA Bruna, brassata con zucchero candito, sono le birre d’Abbazia: nel 2012 il birrificio ha fatti grossi investimenti promozionali, con un occhio attento ai concorsi, che hanno portato una menzione d’onore al Brussels Beer Challenge di Bruxelles, argento all’International Beer Challenge, bronzo al Mondial de la Biére di Montreal e quindi argento al World Beer Challenge. Si presenta in una bottiglia con il logo del birrificio in rilievo ed un lungo collo; all'aspetto è di un bel color ambrato carico, con riflessi rubini; la schiuma, beige, è fine e cremosa ma non molto persistente. Al naso, molto poco pronunciato, ci sono sentori dolci di ciliegia, quasi sciroppata, caramello, leggera frutta secca, lievito. Si nota una discreta mancanza di pulizia, che ritroviamo parzialmente anche in bocca. Il gusto è spiccatamente dolce, con note di caramello, burro, frutta secca e zucchero candito, con quest'ultimo elemento che tende a predominare sopratutto nella parte finale della bevuta, lasciando sempre il palato abbastanza appiccicoso. Incontriamo una veloce nota amaricante, un po' astringente, che ricorda la mandorla, seguita da un retrogusto di nuovo molto dolce, leggermente caldo ed etilico, di frutta sotto spirito e zucchero candito. Birra molto zuccherina, dal corpo medio e dalla discreta carbonazione, che rischia a tratti la stucchevolezza. Anche se dichiaratamente ispirata alle "birre d'abbazia", è una bottiglia che non brilla né di pulito né  per l'apporto del lievito usato, che tende a "sporcare" la bevuta piuttosto che a donarle complessità (esteri, spezie) al naso ed al palato. Il birrificio la consiglia in abbinamento a  lasagne al forno, pasta al ragù, carni in salsa tipo gulasch e arrosti, carne alla griglia, pizze rustiche con salsiccia e patate, strudel di mele. Formato: 75 cl., alc. 7.5%, IBU 20, scad. 06/2014, pagata 5.90 Euro (supermercato, Italia).

venerdì 1 marzo 2013

Grottenbier Bruin

C'è la mente e la mano di Pierre Celis dietro a questa Grottenbier, nata nel 1999 e considerata un po' la capostipite di tutte le cosiddette birre-champagne (no, non la Miller che in etichetta recita "the champagne of beers" ma piuttosto la Deus o la Malheur). Celis, ispirato da una visita alle grotte di Reims e dintorni, vuole produrre una birra usando il metodo Champenoise , individua un luogo analogo in Belgio, presso Kanne, dove poter mettere la birra a maturare. Trovato il luogo, non gli resta che trovare un birrificio che metta in pratica la sua idea; inizialmente Celis si accorda con la De Smedt, passando poi la licenza produttiva alla St. Bernardus dopo che il primo birrificio viene acquistato dalla Heineken. La birra viene imbottigliata con lievito fresco e zucchero, poi lasciata maturare in grotta  "a testa in giù" su appositi cavalletti (pupitre)  ad una temperatura costante di 11 gradi ed umidità del 95%. L'ultima fase della lavorazione consiste nel gelare il liquido del collo della bottiglia; levato il tappo, la pressione farà fuoriuscire questo "cilindretto congelato" che contiene le fecce dei lieviti esausti. Oggi la birra non matura più in grotta, ma ha comunque mantenuto il suo nome originale che le ha portato fortuna e ne ha permesso la realizzazione commerciale anche di una versione dal colore più chiaro. La Grottenbier Bruin arriva nel bicchiere di colore marrone con venature ambrate. La schiuma, molto persistente, è fine e cremosa, una vera "coltre" soffice nella quale viene quasi voglia di immergersi. Il naso, pulito, ha leggeri sentori vinosi, di uva e di marasca, prugne acerbe; in secondo piano emergono sentori floreali e di frutta secca. Il gusto è un po' meno intenso dell'aroma: birra dal corpo medio e vivacemente carbonata, una "bruin" molto atipica dove non si trova l'atteso dolce/caramello. C'è molto fruttato (uva) ed una leggera asprezza con a contorno note di biscotto, di frutta secca, di cartone e qualche lievissimo accenno di malto tostato; l'asprezza aumenta a fine corsa, regalando un bel taglio secco ed un finale leggermente erbaceo con qualche nota di scorza d'agrumi. Alcool ben nascosto, in una birra molto particolare e molto vivace in bocca; non conoscendo quasi per nulla il mondo dello champagne evitiamo qualsiasi paragone, ma se vi è capitato (come a noi) di bere qualche bicchiere di uno champagne al ristorante che il sommelier vi ha indicato avere "una buona struttura" (lungi da noi ricordare un nome) troverete in questa Grottenbier più di una remota somiglianza. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, scad. 10/03/2014, prezzo 3.20 Euro  (beershop, Italia).

giovedì 24 gennaio 2013

Panil Brune

Secondo assaggio del birrificio Panil/Torrechiara, incontrato per la prima volta in questa occasione; lo ricordiamo brevemente, Panil (guidato fino al 2012 da Renzo Losi) fu tra i primi birrifici in Italia a sperimentare con fermentazioni spontanee ed invecchiamenti in legno; a Maggio dell'anno scorso Losi ha deciso di lasciare l'azienda di famiglia ed in sala cottura è arrivato "l'ex-astemio" ed homebrewer dal 2005 Andrea Lui. Rimandiamo ancora un po' l'apertura delle birre passate in legno e di quelle acide per assaggiare la Brune; la ricetta fu creata da Renzo Losi in collaborazione con l'amico ed homebrewer Marco Bellini. E' liberamente ispirata alle birre trappiste, e pensata come "birra da meditazione" (sic); la bottiglia in nostro possesso è stata riempita a Febbraio del 2012,  ed è stata quindi realizzata ancora da Renzo Losi. Sontuoso l'aspetto: ambrato molto carico, quasi tonaca di frate; schiuma molto persistente, fine e cremosa, color ocra. Il naso è molto chiuso e debole, quasi assente; emergono a fatica sentori aspri di prugna acerba, frutta secca, lievito, polvere. Le cose migliorano lievemente in bocca, dove questa Brune mostra un corpo da medio a leggero, una consistenza quasi watery ed una carbonazione media. Il gusto è abbastanza aspro ed astringente (leggero lattico); c'è frutta acerba (uva e prugna), speziatura da levito, ma soprattutto c'è poca pulizia. Nel finale c'è un taglio netto, acidulo e secco, che ripulisce completamente il palato lasciando qualche istante di "vuoto": segue un lieve retrogusto amaricante, con leggere note di tostatura e frutta secca. Il gusto migliora un po' lasciando la birra riposare nel bicchiere; l'astringenza si attenua e la bevuta diviene un po' più morbida; per curiosità l'abbiamo bevuta metà, richiusa la bottiglia e riassaggiata dopo 24 ore. La birra ha ovviamente perso un po' di "bollicine" ma ha tenuto abbastanza bene, smussando un po' le note fruttate ed aspre. Rimane una bottiglia abbastanza difficile da decifrare a causa di una scarsa pulizia; tuttavia il risultato, nel suo complesso, risulta gradevole. Formato: 75 cl., alc. 7.5%, lotto 2/12, scad. 2/14, prezzo 6.00 Euro.

mercoledì 10 ottobre 2012

Manerba Rebuffone

Manerba è un tranquillo paese sulla sponda occidentale del Lago di Garda, una meta turistica particolarmente apprezzata dai turisti tedeschi che scendono soprattutto dalla Baviera per godere del clima mite e degli ottimi prodotti (olio d’oliva e vino) che il territorio offre. Ma i tedeschi sono (soprattutto) grandi bevitori di birra, e così l’idea di aprire un brewpub in loco, con un ampio “biergarten”, tanto caro ai tedeschi, utilizzabile per oltre sei mesi l’anno, è talmente azzeccata da risultare quasi banale. Ma non è stata (solo) questa la motivazione che ha spinto nel 1999 la famiglia Avanzi, già produttrice di olio e di vino, a gettare le fondamenti della Manerba Brewery, una bella struttura (legno e vetro, con impianti a vista) che s’affaccia non sul lago ma sulla strada statale 572 che da Desenzano porta sino a Salò. Fu soprattutto la passione per la birra a spingere Alessandro Avanzi ad investire in un progetto con impianto da 20 ettolitri in un periodo ben lontano dal sospetto “boom” ( o dalla bolla?) odierno della birra artigianale; oggi è il figlio Francesco a gestire il birrificio. Ci era capitato di assaggiare le loro birre molti anni fa, trovandole non particolarmente convincenti; dopo un naturale periodo di assestamento, nel quale si sono alternati diversi birrai, Manerba Brewery sembra aver intrapreso la strada giusta (leggasi qualità e soprattutto costanza produttiva) con l’arrivo del birraio Alfredo Riva, nel curriculum diverse esperienze maturate in Inghilterra e Germania. Viene decisamente migliorata soprattutto la produzione in bottiglia, introducendo un secondo processo di fermentazione che garantisce al prodotto la giusta stabilità e ne allunga la “shelf life; crescono i volumi, e da Maggio ad affiancare Alfredo è arrivato anche Riccardo Redaelli, ex-birraio al Babb di Brescia. La produzione attuale del birrificio è di circa 250 mila litri all’anno; un quarto destinato al consumo nel brewpub, dove si prediligono soprattutto birre “tedesche” da grande consumo come Helles, Weizen o Bock. Il resto della capacità produttive riguarda le bottiglie ed altri marchi che Manerba produce per conto terzi. Abbiamo assaggiato la Rebuffone, una dubbel belga la cui ricetta prevede malti pils, vienna, Melanoidinico, Caramello 50, Monaco, Caramonaco, Chocolate e, Black; i luppoli sono Saaz, Spalt Spalter e Styrian Goldings. E’ di un invitante color marrone rossastro, con un cappello di schiuma beige, cremosa, dalla buona persistenza. Al naso troviamo soprattutto esteri, frutta sotto spirito, uvetta e prugne, più in sottofondo una delicata speziatura dei lieviti, cacao, leggera vaniglia. In bocca sorprende per un’ottima morbidezza, abbinata ad un corpo leggero e ad una bassa carbonazione; la sensazione al palato è molto piacevole, con una sostanziale corrispondenza con l’aroma. Uvetta, prugne, pane nero, tostature e spezie, con una leggera nota alcolica che garbatamente riscalda la bevuta. Ci convince anche il finale secco, che ripulisce bene il palato e fa emergere un retrogusto abbastanza persistente, abboccato e caldo, di frutta sotto spirito con una piacevole nota di cacao. Una buona dubbel che abbina una discreta complessità ed intensità di gusto ad una grande facilità di bevuta; c’è già un buon livello di pulizia in bocca, e con qualche aggiustamento potrebbe diventare davvero ottima. Formato: 75 cl., alc. 6%, IBU 24, scad. 01/03/2013, prezzo: 6.45 Euro.


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english summary:
Brewery: Manerba Brewery, Italy.
Style: abbey dubbel
A deep brown reddish beer with a creamy beige head. The aroma brings dark fruits, raisins, plums, yeast spices, cocoa, with hints of vanilla. Clean, with a fair level of complexity. Very smooth, almost creamy mouthfeel, with light body and low carbonation. The taste is pretty much alike aroma, with dark fruits, dark bread, roasted malts and spices. A warm alcoholic touch is always present and leads to a fruity fiish, with hints of cocoa bitterness. A nice Belgian dubbel-style beer with a clean taste and easily drinkable. Bottle: 75 cl., 6% ABV, 24 IBUs, BBE 03/2013, price 6.45 Euro

lunedì 12 marzo 2012

Brüll! Bier Dubbel XX

"Brüll!", letteralmente un "ruggito", in tedesco, ma anche la parte iniziale del cognome di Andreas Brüllmann, deus-ex-machina dell'omonimo birrificio (Brüll Bier) con base a Tagelswangen, un piccolo centro abitato appena fuori dall'autostrada che da Zurigo porta a Winterthur. La Switzerland Beer Guide ne segnala l'apertura nel 2009, con un ampliamento e rinnovamento degli impianti, con bar annesso, che avviene ad Aprile 2011. Tra le "news" comunicate dal birrificio, colpiscono quelle di Giugno dello stesso anno, quando Andreas annuncia che a seguito dell'aumentata capacità produttiva degli impianti è felice di poter abbassare i prezzi di vendita delle birre in bottiglia. In Italia ce lo sogniamo, un annuncio del genere. Le birre prodotte sono tutte ad alta fermentazione, ad eccezione di una classica "vollbier" d'ispirazione tedesca. Nello "slang" della Svizzera di madrelingua tedesca la parola "dubbel" dovrebbe significare più o meno "idiota", in attesa di smentita. In questo caso però "dubbel" è utilizzato per indicare proprio quello a cui un appassionato di birra pensa, ovvero il Belgio. Assaggiamo dunque la nostra prima dubbel svizzera che si presenta di colore ambrato carico, opalescente. La schiuma, ocra, svanisce quasi subito lasciando un minuto pizzo nel bicchiere. Al naso convivono sentori dolci di caramello e frutta candita con una asprezza abbastanza marcata che richiama il ribes, la prugna acerba, l'uvaspina. Una carbonazione elevatissima è la cosa che colpisce di più all'assaggio, assieme ad una secchezza molto marcata che scivola sovente in un'astringenza un po' fastidiosa e fuori luogo, per lo stile. L'eccessiva frizzantezza non aiuta la percezione dei sapori caratteristici di una dubbel; troviamo caramello, una leggera tostatura, un accenno di frutta secca, lieviti un po' invadenti. Meglio il finale, abboccato e caldo, etilico, che cerca di risollevare una birra abbastanza confusa, dal corpo medio e dalla consistenza acquosa. Dovrebbe essere una produzione stagionale (inverno) e vogliamo dargli l'attenuante della prossimità della data di scadenza. Ma c'è ancora molto lavoro da fare, in queste condizioni, prima di poter "ruggire"a testa alta la parola "dubbel". Formato: 50 cl., alc. 6%, lotto 871 (?), scad. 22/03/2012, prezzo 2.89 Euro.

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english summary:
Brewery: Brüll Bier, Tagelswangen, Switzerland.
Style: Abbey Dubbel
Appearance: murky deep amber color with a quickly collapsing off-white head. Aroma: there’s a mixture of sweetness (caramel, candied fruits) and fruity sourness (green plums, redcurrants, gooseberries). Mouthfeel: medium body, very high carbonation, watery texture. Very dry, with some unpleasant astringency. Taste: caramel, roasted malt, hints of dried fruits, yeast. Flavors perception is very much disturbed by the excessive carbonation. The finish is better, smooth with some warming alcohol. Overall: supposedly a Belgian-dubbel style brewed in Switzerland, this is actually a confusing beer not properly matching the style. With a sour-ish aroma and an over carbonation, it has still a long way to go before turning into a good Dubbel. Bottle: 50 cl., 6% ABV, batch 871 (?), BB 22/March/2012, price 2.89 Euro.

lunedì 27 febbraio 2012

Moinette Brune

La Moinette "Brune" viene messa in commercio dalla Brasserie Dupont nel 1986, circa trent'anni dopo la Blonde, che avevamo bevuto in questa occasione. E' di colore rame, opaco, con cappello mediamente persistente di schiuma ocra, fine e cremosa. L'aroma rivela sentori di toffee, frutta secca, una delicata tostatura di malto ed un leggero sentore di cantina. Le stesse sensazioni si ritrovano in bocca, con la componente etilica che però è sorprendentemente in evidenza, al contrario di tutte le altre produzioni Dupont assaggiate sino ad ora, inclusa la natalizia Avec les Bons Voeux. Il gusto è dominato da malto e da toffee, con un'amaro terroso - leggermente rustico - a bilanciare; molto secca, a tratti astringente, chiude con una virata amara dove convivono note terrose e tostate. Una "dubbel" molto carbonata, corretta, dal corpo medio, che però ci ha entusiasmato molto poco. Aroma e gusto molto poco in forma, quasi irriconoscibile l'apporto che i lieviti dovrebbero dare in questo stile brassicolo. Bottiglia proveniente dalla grande distribuzione, con i conseguenti rischi di un trattamento non proprio ideale nei vari passaggi di mano. Da riprovare in un'altra occasione più fortunata. Formato: 75 cl., alc. 8.5%, lotto 10025B, scad. 02/2013, prezzo 5.15 Euro.

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english summary:
Brewery: Brasserie Dupont, Tourpes-Leuze, Belgium.
Style: abbey dubbel

Appearance: hazy dark copper color with a creamy off-white head. Aroma: toffee, dried fruits, caramel, roasted malt, slightly funky. Mouthfeel: medium body, high carbonation, oily texture. Taste: malty, toffee, alcohol; earthy funky bitterness. Very dry to the palate, sometimes astringent; earthy and roasted bitterness in the finish. Overall: kind of a disappointing bottles, which perhaps has suffered some unappropriate handling and storage from supermarkets. No yeast profile, very few emotions. It's a drinkable and good beer, but we had a better memory. We should try it again another time. Bottle: 75 cl., 8.5% ABV, batch 10025B, BBE 02/2013, price 5.15 Euro.

sabato 10 dicembre 2011

St. Bernardus Pater 6

All'inizio del diciannovesimo secolo l'anticlericalismo spinse la gente della comunità dell'abbazia francese di Catsberg ad "emigrare" oltre il confine belga nel vicino villaggio di Watou, nelle Fiandre Occidentali. Una vecchia fattoria venne quindi trasformata nel "Refuge Notre Dame de St. Bernard” con la produzione di formaggio che rappresentava la maggior fonte di finanziamento per le attività della comunità. Con il tempo la situazione in Francia migliorò, e nel 1934 la comunità decise di rientrare in patria chiudendo il "rifugio" in terra belga. Evarist Deconinck decide allora di rilevare il caseificio, iniziando anche un'opera di rinnovamento ed ampliamento delle strutture produttive. I formaggi sono il primo prodotto ad essere commercializzato con il nome St. Bernardus. La seconda grande opportunità, per Deconinck, arriva poco dopo la seconda guerra mondiale, quando il vicino monastero Trappista di St. Sixtus prende la decisione di interrompere la produzione di birra per la commercializzazione che aveva iniziato nel 1931. Padre De Groote, da trent'anni abate a Westvleteren, mette un freno all'attività brassicola del monastero, che ne stava snaturando la vocazione alla preghiera. La birra continuerà ad essere prodotta ma solo in piccole quantità, esclusivamente per il consumo interno del monastero o per i suoi ospiti. I monaci di St. Sixtus cedono a Deconinck la licenza di produrre e commercializzare le Westvleteren; lo aiutano a costruire un nuovo birrificio, e ne supervisionano la qualità. Il contratto, di durata trentennale, viene firmato nel 1946, con Deconinck che inizia a produrre formaggio la mattina e birra al pomeriggio. La nuova attività si rivela molto più redditizia, al punto che nel 1959 smette di fare formaggi, cendendo il marchio alla St. Bertin di Poperinge, più tardi assorbito dal gruppo Belgomilk. Bernadette Deconinck, figlia di Evarist, e suo marito Guy Claus ridiscutono il contratto nel 1962, che viene esteso per altri trenta anni. Al suo termine, nel 1992, non verrà più rinnovato anche a seguito della decisione dei monasteri Trappisti di riservare la denominazione di Trappistenbier solamente a quelle birre che sono prodotte dentro le mura di un monastero trappista. A Watou non si possono più produrre le Westvleteren, quindi, ma... la storia in comune è troppa per abbassare semplicemente la saracinesca e salutarsi. Le ricette sono note, i monaci di St. Sixtus le hanno supervisionate da quasi mezzo secolo, i lieviti sono lì; ecco allora che nello stesso anno nasce la nuova gamma di birre St. Bernardus, che lenmtamente iniziano ad assumere una personalità sempre più propria, pur mantenendo una certa somiglianza con le sempre difficili da reperire Westvleteren. Tradizione monastica che continua in questa Pater 6, la dubbel del birrificio; di color marrone, tonaca di frate, con riflessi ramati: la schiuma, ocra, è fine e cremosa, persistente. Aroma complesso ed intrigante, con sentori leggermenti aspri di frutti rossi che convivono accanti ad altri più dolci che richiamano l'uvetta e le prugne secche; malto tostato, polvere di cacao, ed una diffusa speziatura profusa dai lieviti utilizzati. Al palato rivela una consistenza leggera che le dona grande bevibilità, sostenuta da un corpo medio e da una carbonazione abbastanza contenuta. Malto tostato, frutta secca, caramello, liquirizia e spezie ne caratterizzano il gusto, con qualche leggerissimo richiamo ai frutti dolci dell'aroma. Bello il finale secco, seguito da un retrogusto caratterizzato da una nota amaricante un po' terrosa e leggermente speziata. Se abbiamo capito bene dalle informazioni reperite in internet, la birra matura in botti di rovere. Dubbel molto buona e bilanciata, sicuramente meglio al naso che in bocca, che si lascia bere molto bene. Esemplare imbottigliato nel 2010, crediamo. In cantina ci aspettano le "sorelle" maggiori. Formato: 33 cl., alc. 6.7%, scad. 22/02/2013, prezzo 2.02 Euro.

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english summary: soon

domenica 27 novembre 2011

Extraomnes Bruin

Del birrificio Extraomnes abbiamo parlato dettagliatamente in questo post; la Bruin aggiunge un ulteriore tassello alla loro produzione brassicola che ha un profondo radicamento in Belgio. Inappuntabile l'aspetto, un marrone scuro con riflessi rossastri; schiuma compatta e fin troppo generosa, che fuoriesce rapidamente non appena la bottiglia viene stappata. Di color beige, cremosa e quasi indissolubile, al punto che un centimetro di schiuma rimane sempre presente nel bicchiere sino alla fine della bevuta. Naso complesso, ed interessante, dove s'intrecciano note di tostatura, sentori fruttati leggermenti aspri di ribes ed uva, note di cacao ed una gradevole speziatura donata dai lieviti. In bocca arriva abbastanza carbonata, con un corpo medio ed una gradevole morbidezza. Il gusto segue quanto l'aroma aveva anticipato; malto tostato, frutta sotto spirito, leggere note di cioccolato e caramello. Come tutte le altre Extraomes assaggiata, anche la Bruin è molto pulita; termina abboccata, con una nota predominante di frutta sotto spirto che scalda il palato. Il retrogusto è caratterizzaro da una nota amaricante, leggermente terrosa. Curiosamente Schigi di Extraomnes ha spesso dichiarato di non amare troppo le birre "scure", e che la ricetta della Bruin era quella sulla quale probabilmente il birrificio doveva ancora lavorare di più. Non sappiamo quanti aggiustamenti siano stati fatti nel frattempo, ma noi abbiamo trovato questa bottiglia davvero splendida; un'ottima dubbel, calda, morbida e complessa ma beverina al tempo stesso, che riesce a tenere il passo dei migliori esempi belgi. Ottima in solitudine per un dopocena, ma anche ottima accompagnatrice a tavola. Un anno di cantina (lotto 363/10) le ha fatto davvero bene. Formato: 33 cl., alc. 7.1%, scad. 12/2012, prezzo 4 euro.

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english summary: soon

domenica 6 novembre 2011

Maltus Faber Brune

Si ispira ovviamente alle dubbel belghe, e non poteva essere altrimenti, questa Brune prodotta dal birrificio genovese Maltus Faber. Di colore marrone con riflessi rubini, opalescente; schiuma beige, fine e cremosa, buona la sua persistenza. Aroma complesso ed interessante, dolce, nel quale convivono sentori di frutta secca caramellata, prugne, uvetta, zucchero candito, datteri; leggero diacetile (burro). Positive le sensazioni al palato; si rivela una birra calda ed avvolgente, con un corpo medio ed una consistenza oleosa. Il dolce di malto biscotto, leggermente tostato, frutta secca, leggere note di amaretto, è bilanciato da note leggermente aspre e vinose di frutti rossi (ribes ed uva) che conducono al finale abboccato, caldo, dominato da note di uvetta sotto spirito. Un bel tributo alle birre d'abbazia, nonostante qualche lieve imperfezione. Questa Brune nasconde benissimo la sua gradazione alcolica pur "scaldando" la bocca, e riesce ad essere complessa e quasi "beverina" al tempo stesso. Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 90, scadenza 02/2012, prezzo 9 Euro.

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english summary:
Brewery: Birrificio Maltus Faber, Genova, Italy.
Appearance: cloudy ruby brown color with a creamy light brown head. Aroma: the nose is complex and interesting, with dried caramelized dried fruits, plums, raisins, candy sugar, dates. Light diacetyl. Mouthfeel: warm and smooth; medium body, oily texture, low carbonation. Taste: biscuit and roasted malts, dried fruits, amaretto; light winey sourness with red berries and grapes. Warm alcoholic bittersweet aftertaste, with a raisin touch. Overall: a good belgian abbey inspired brew. With alcohol very well hidden, this Brune succeeds in being both warm and easily drinkable. Bottle: 75 cl., 7% ABV, batch 90, BBE 02/2012, price 9 Eur.

martedì 8 marzo 2011

Adelardus Trudoabdijbier Bruin

Prodotta dalla Brouwerij Kerkom, birra "d'abbazia" dedicata ad Adelardus, uno dei più importanti abati dell'abbazia di Trudo, a Sint-Truiden, dove appunto la Kerkom ha sede. All'aspetto è marrone scuro, opalescente, forma circa un dito di schiuma beige chiaro, cremosa e persistente. L'aroma è dolce, fruttato (soprattutto frutti di bosco), caramello, zucchero, spezie (viene utilizzato un mix segreto di dieci spezie regionali chiamato "la dolce tempesta"). Leggera al palato, ha carbonatazione media ed un corpo da medio a legggero. Melassa, caramello, frutta secca (datteri, prugne), spezie e qualche nota metallica caratterizzano il gusto, dolce. Riesce comunque a finire secca, pulendo il palato dove troviamo un retrogusto abboccato, con note di tostatura ma anche metalliche. Birra che spinge sul pedale del dolce, rimanendo comunque tutto sommato equilibrata. La marcata leggerezza in bocca la rende molto più bevivile di quanto indicherebbe il suo contenuto alcolico, ma al tempo stesso ne penalizza la degustazione facendola scorrere via troppo in fretta. Bottiglia da 33 cl., ABV 7%, lotto B, scad. 10/2014, 2.50 €.

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english summary:
From Belgian Brouwerij Kerkom; cloudy dark brown color with a creamy beige head. Aroma is sweet and fruity (berries) with caramel, sugar and yeast spices. Light bodied, medium carbonation. Sweet taste of molasses, caramel, dried fruits (dates, figs) spices and some metallic notes. The finish is dry with a bittersweet aftertaste of roasted malts. A beer on the sweet side still manages to be balanced. A very light texture makes it more drinkable than a 7% AVB would suggest; at the same time, the same lightness makes you wish for some more structure. Overall, neither too good nor too bad. 33 cl. bottle, batch B, b.b. 10/2014, 2.50 €