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venerdì 18 dicembre 2020

Galaxy Beershop / Brasseria della Fonte Vynile Brown Ale

La rivoluzione della birra artigianale ha salvato alcuni stili dall’estinzione, ne ha nobilitato altri e ne ha inventato di nuovi: Black IPA, New England IPA, Milkshake IPA, Italian Grape Ale o Pastry Stout, giusto per citarne alcuni, hanno avuto o stanno avendo il loro momento di gloria ma chissà se ci ricorderemo di loro tra una decina d’anni o tra un secolo. Di certo la Craft Beer Revoultion non è stata molto clemente con le Brown Ale, nobilissimo stile anglosassone la cui storia si potrebbe riassumere con pochissime parole: prima dell’invenzione delle Pale Ales, tutte le birre in commercio erano scure.  Scriveva John Milton nel suo poema L’Allegro del 1645: “giovani e meno giovani si fanno avanti per giocare in un assolato giorno di vacanza, fino a quando non viene a meno la luce del sole ed arriva il momento per una speziata birra color nocciola” (And young and old come forth to play, On a sunshine holiday, Till the live-long daylight fail, Then to the spicy nut-brown ale).  
A quel tempo il malto veniva essiccato a fuoco vivo: il risultato era ovviamente una birra marrone con un forte carattere affumicato.  Nel 1817 Daniel Wheeler inventò il tostacaffè, una rivoluzione epocale che permise di ottenere malti scuri senza quello spiccato odore e sapore di fumo che non era amato da tutti. I birrifici iniziarono subito ad utilizzarli nelle loro Porter e Stout ed iniziò il rapido declino delle Brown Ales che di fatto scomparvero nel diciannovesimo secolo. Fu necessario attendere quasi altri cento anni: nel 1902 il birrificio londinese Mann, Crossman and Paulin produsse la Mann’s Brown Ale che con una gradazione alcolica solo del 2.7%  sembrò anticipare il  “Great Gravity Drop” imposto dal governo nel periodo della prima guerra mondiale. Il birrificio la promuoveva con lo slogan “la birra più dolce di  Londra”. Non fu un successo immediato e ci vollero quasi vent’anni per convincere altri birrifici a seguire la strada:  nel 1920, nacque la Newcastle Brown Ale che ebbe un grande successo soprattutto nella sua versione in bottiglia spingendo altri produttori ad imitarla, come Samuel Smith (Yorkshire) che lanciò la Nut Brown Ale.  A Londra anche Truman, uno dei maggiori produttori di porter, iniziò a produrre la propria Brown Ale ed a nord Steward & Patteson idearono la Norfolk Brown Ale.
La rinascita di uno stile?  Per lo storico Martyn Cornell non esiste nessuno stile Brown Ale: basta osservare il colore della Mann (quasi nera) e della Newcastle (ambrata) per rendersene conto. La “colpa” sarebbe del beerhunter Michael Jackson che nelle sue guide le aveva sempre raggruppate sotto ad un unico ombrello. Negli anni 70 nel Regno Unito venivano ancora prodotte un centinaio di Brown Ales, numero destinato però a ridursi drasticamente.   Il BJCP definisce oggi una Brown Ale come una “birra maltata di color marrone basata sul caramello ma senza il gusto di torrefatto della Porter. Ampia categoria con diverse interpretazioni possibili: da chiara luppolata a molto scura e caramellata, tuttavia nessuna ha gusti fortemente torrefatti”. La Craft Beer Revolution americana fece qualche tentativo per rivitalizzare lo stile, potenziando ovviamente l’ABV:  notabile in particolare quello di Dogfish Head con la sua Indian Brown Ale che a me era piaciuta parecchio, così come la Board Meeting di Port Brewing
E in Italia? Non sono molti i birrifici che hanno in produzione una Brown  Ale, sia nella classica interpretazione inglese che in quella americana, ovviamente più luppolata. Sul blog trovate Santa Giulia del Piccolo Birrificio Clandestino, la O.G. 1048 di Carrobiolo e soprattutto la convincente Sweet Earth di EastSide ma segnalo anche la Jehol di Bi-Du, la Chester Brown di Dada, la Flebo di Casa di Cura, la Vecchia Volpe di Valcavallina.

La birra.

Quando si fa una birra l’obiettivo principale è ovviamente quello di venderla, necessità che va oltre quelle che sono i gusti personali o la soddisfazione del birraio. Il mercato non chiede le Brown Ale e i birrifici raramente le producono. Personalmente le bevo sempre con grande piacere ogni volta che le incontro, soprattutto nelle versioni “imperial”: quella degli  scozzesi Tempest va un po’ al di fuori degli schemi ma è una delle birre più buone nate negli ultimi anni. Per questo plaudo al coraggio del Galaxy Beershop (da anni indiscutibile punto di riferimento per gli appassionati di Reggio Emilia, Modena e dintorni) e di Brasseria della Fonte di puntare su di una Brown Ale per la loro prima collaborazione, pronta giusto in tempo per le festività natalizie. Una scelta che va oltre la solita IPA, sempre benvoluta dai clienti, o dalla classica Strong Ale (spesso Belgian) speziata che viene prodotta in queste occasioni. 
Vynile è il nome dato ad un’American Brown Ale luppolata con Magnum ed Amarillo ed un abbondante utilizzo di avena maltata e fiocchi d'avena per donarle un mouthfeel morbido e adatto ai mesi più freddi dell’anno. Un’accidentale fotografia scattata durante la produzione (whirlpool) che ricordava i vecchi LP  ha fornito l’ispirazione per il nome: Vynile. Al grafico Andrea Poletti il compito di costruirle attorno un giradischi virtuale. Ne sono state realizzate 400 bottiglie e alcuni fusti distribuiti anche a locali amici. 
Nel bicchiere si presenta di color mogano acceso da vivaci riflessi rosso rubino, la schiuma beige è cremosa, compatta ed ha ottima persistenza. Nonostante sia dichiaratamente un’American Brown Ale i suoi profumi sono spiccatamente british, con quel classico “nutty” accompagnato da note terrose, frutta secca e frutti di bosco; in secondo piano si scorgono accenni di tostature, caffè e cioccolato. L’avena mostra di aver svolto alla perfezione il compito per il quale è  stata chiamata in causa:  la sensazione palatale è morbidissima, a tratti quasi impalpabile. Alla spina l’ho invece trovata leggermente più densa. Caramello, qualche accenno biscottato e frutta secca, soprattutto nocciola, danno il via ad una bevuta calda, ulteriormente ammorbidita da qualche accenno d’uvetta e poi risvegliata da un bel crescendo amaro finale, ricco di note terrose, di richiami al caffè e al cioccolato e da una lieve acidità che pulisce benissimo il palato. L’alcool è davvero ben nascosto ed il mio consiglio è di berla il più possibile prossima alla temperatura ambiente (come si farebbe nel Regno Unito) se volete godere di quelle delicate coccole etiliche necessarie nei mesi più freddi dell’anno. 
Molto ben fatta, intensa ma facilissima da bere: pulita e ben definita ma non priva di un certo carattere rustico, autentico, capace di trasportarti virtualmente in uno vecchio pub di un piccolo paese americano inglese. Pensate al calore che vi trasmette un vecchio disco in vinile rispetto ad un cd digitale quando ascoltate determinati generi musicali. E’ difficile da spiegare a parole, meglio bere. 
Formato 50 cl., IBU 60, lotto   ,  prezzo indicativo 6,00 euro (beershop)

lunedì 28 gennaio 2019

Brasseria Della Fonte Mezzanotte di Fuoco

In poco più di due anni d’attività (il debutto è avvenuto nel giugno del 2016) la Brasseria della Fonte è divenuto uno dei birrifici italiani più prolifici nel realizzare Imperial Stout, uno stile di nicchia che i birrifici italiani non hanno mai frequentato con particolare assiduità, per motivi d’opportunità commerciale ma anche, credo, di preferenze personali di chi le produce.  E sono proprio queste ultime ad entrare in gioco in questo caso; il birraio Samuele Cesaroni ama prima di tutto bere queste birre, soprattutto le potenti versioni barricate realizzate dai birrifici americani. Quando può si reca in loco ad assaggiarle, fa beer-trading , le beve e le studia.  E la Brasseria della Fonte è forse il birrificio italiano che più sta cercando di avvicinarsi alla scuola americana, soprattutto per quel che riguarda gli invecchiamenti in botti ex-bourbon, in Italia stranamente ancora poco utilizzate. 
La prima imperial stout della Fonte è stata la Raven & Demise (10%) del settembre 2017, seguita qualche mese dopo dalla Mezzanotte (9.5%) e, a marzo 2018, dalla Inverno (11%) invecchiata tre mesi in botti ex-bourbon Heaven Hill.  Dopo il primo passaggio in botte sono anche arrivati gli esperimenti con quegli ingredienti che vanno tanto di moda in questo periodo:  ad aprile 2018 è nata Sentenza (13.2%), imperiai milk stout con vaniglia, caffè, lattosio e, in piena estate, caffè e sciroppo d’acero sono stati protagonisti nella Notte Fonda (10.3%). Il 2018 si è chiuso con Mezzanotte di Fuoco (versione barricata della mezzanotte), Flagship Stout #1 W/ Cocoa  (8.8% - con cacao amaro e fave di cacao) e con Notte di Natale (10.5%), prodotta con aggiunta di caffè e cannella.
 
La birra.
Lasciamo la parola al birraio:  Mezzanotte di Fuoco  “è la sorella della Mezzanotte con piccole variazioni per poter affrontare il passaggio in botte. Brassata a dicembre 2017 con malto Pale, 2 tipi di Crystal inglese, melanoidinico e 3 malti scuri, oltre che fiocchi d'avena e zucchero candito, la base di questa stout ha un  grado plato elevato bilanciato da una luppolatura decisa di Warrior e Columbus. Dopo la fermentazione in tank è stata trasferita in botti di bourbon provenienti dalla distilleria Heaven & Hill dove ha riposato e acquistato profondità per 8 mesi.  Successivamente è stata lavorata con chips di cocco tostate e soprattutto caffè, proveniente dalla Torrefazione Caffè GM; abbiamo optato per una varietà 100% arabica tostata a legna”.
All'aspetto è nera, mentre la schiuma un po’ troppo esuberante e persistente obbliga ad una lunga attesa prima di riuscire a comporre il bicchiere. Caffè, cioccolato fondente, bourbon, legno, accenni di fruit cake, forse pan di spagna, tabacco: all’aroma c’è tutto quello che si può desiderare con un buon livello di pulizia e profondità. Il mouthfeel è inizialmente penalizzato dall’eccesso di bollicine e anche qui ci vuole un po’ di pazienza per godere appieno di una imperial stout intensa che inizia il suo percorso ricca di prugna, uvetta sotto spirito e melassa per poi virare sull’amaro del caffè, del cacao e delle tostature, mentre nel finale il bourbon esce di prepotenza, asciugando il palato e riscaldando il cuore. Non mancano piccole sfumature che parlano di legno, cocco e tabacco. Lascia una lunga scia calda e avvolgente che è un piccolo compendio di se stessa: bourbon, caffè, torrefatto, cacao amaro.   Il mio gusto personale mi porta ad eleggere Mezzanotte di Fuoco come la miglior imperial stout italiana barricata mai assaggiata sino ad ora: sia per quel che riguarda la pulizia che per la scelta delle botti (personalmente non amo molto vino o altri distillati per questo stile). Le manca ancora un po’ di definizione e c’è qualche imprecisione che paradossalmente riesce a renderla meno patinata ma  più sincera  (il che non vuol dire migliore) rispetto ad una KBS. 
L’utilizzo degli “adjuncts” (cocco e caffè) è fatto in maniera intelligente: il risultato è sempre e comunque una birra e non una specie di dessert o merendina. Dalla prima imperial stout Raven & Demise a questa Mezzanotte di Fuoco c’è stato davvero un bel percorso di crescita che vale la pena di seguire molto da vicino.
 Formato 33 cl., alc. 9.7%, lotto 85-2017, scad. 10/08/2020, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 16 marzo 2018

Brasseria della Fonte Caffè Doppio

Ultimi mesi ricchi di “oscure novità”, se mi passate il termine, per la Brasserie della Fonte guidata dal birraio Samuele Cesaroni: ve l’avevo presentata in questa occasione. Lo scorso novembre è arrivata l’imperial stout Raven & Demise (10%), a fine gennaio è stata presentata a Birraio dell’Anno la “sorella” Mezzanotte (9.5%)  e un mese fa è venuta alla luce la “più piccola” Caffè Doppio. 
Parliamo proprio di quest’ultima, “liberamente ispirata ad una birra che il birraio non ha mai bevuto ma che sogna di bere, ovvero la Good Morning! del birrificio Tree House”; per chi (me incluso) non la conosce, si tratta di una Imperial Coffee Stout  “delicata” (8.4%) prodotta con sciroppo d’acero. La ricetta della Caffè Doppio, disponibile sul sito del birrificio come quelle di tutte le altre birre, prevede malti Pale, Brown, Roasted, Special B, Chocolate, Crystal DRC e fiocchi d’avena, zucchero candito, luppolo Warrior e lievito Atecrem American Ale; estratto di caffè freddo viene aggiunto   post-fermentazione e pre-imbottigliamento, mentre per la rifermentazione viene usato lievito F2 e sciroppo d’acero (grado A). “La nostra idea  - racconta Samuele - è quella di creare un gusto che unisca la freschezza di una crema di caffè fredda, con la dolcezza dello sciroppo d’acero, che mescolandosi insieme creano un sapore di cioccolato al latte, melassa e cacao in polvere”. Gli abbinamenti (musicali) consigliati sono  Journey to the End dei Windir e Nattens Madrigal degli Ulver.

La birra.
Il suo aspetto è impeccabile: nera e adornata da un bel cappello di schiuma fine, cremosa e compatta dalla buona persistenza. Ad una birra che si chiama Caffè Doppio non puoi che chiedere caffè in abbondanza e questo ingrediente è assoluto protagonista dell’aroma, sia in forma liquida che macinata: con buona pulizia ed eleganza, viene affiancato da note terrose, di cuoio, di cioccolato fondente e una componente dolce formata da zucchero caramellato e sciroppo d’acero.  Ancora più in sottofondo si scorge anche un filo di fumo. La sensazione palatale è piuttosto gradevole: non ci sono densità ingombranti e l’avena le dona una morbidezza quasi vellutata senza interferire con la scorrevolezza. Un tocco di caramello brunito e di sciroppo d’acero sono a supportare l’amaro del caffè e del torrefatto, veri protagonisti di questa stout, con il primo dei due a fare da mattatore;  nei dettagli si annidano note terrose e di cuoio, cacao amaro. L’amaro s’intensifica ulteriormente nel finale grazie anche all’apporto di una generosa luppolatura, l’acidità di caffè e malti scuri aiutano ulteriormente a ripulire il palato prima di un retrogusto abbastanza lungo ma duro e un po’ ruvido, con fondi di caffè e intense tostature. E’ proprio qui che forse si potrebbe portare ancora più in alto il livello di una stout di per sé già piuttosto buona: una conclusione un po’ più elegante e accondiscendente secondo me non potrebbe che giovarle. 
Pulito e ben eseguito  il Caffè Doppio di Brasserie della Fonte tiene fede al suo nome: astenetevi se non vi piace il caffè perché qui ce n’è davvero tanto e potreste anche farci colazione. Per tutti gli altri sarà invece una bevuta ampiamente soddisfacente. 
Formato 33 cl., alc. 7.7%, IBU 45, lotto 07-18, scad. 05/02/2019, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 25 luglio 2017

Brasseria della Fonte Old-Style Farmhouse

Ritorna sul blog la  Brasseria della Fonte, giovane birrificio che avevo ospitato l’anno scorso a pochissimi mesi dal debutto, avvenuto a giugno 2016. Gli impianti si trovano all’interno dell’agriturismo La Fonte (Podere Fonte Bertusi di Sopra) con con alloggi, piscina e ristorante  a soli tre chilometri da Pienza, nella splendida cornice della Val d'Orcia. 
La zona è terra di pregiati vigneti: Montalcino e Montepulciano sono a pochi chilometri ed era quasi inevitabile che prima o poi anche le birre realizzate da Samuele Cesaroni entrassero in contatto con il vino. E’ quello che è accaduto nel caso della Old Style Farmhouse, una saison che ha passato l’inverno 2016 a maturare in botti ex-vino rosso. 
La birra è nata di collaborazione con la vicina (8 km) Azienda Agricola CasaGori, giovane realtà guidata da Matteo Gori che produce soprattutto miele, olio e vino. Ma CasaGori è anche beerfirm, con due saison (Fortuna 72 e Farmhouse) e che vengono prodotte sugli impianti della Brasseria della Fonte; Samuele e Matteo hanno poi voluto mettere a riposare la Farmhouse di CasaGori per tre mesi in botti ex-vino rosso con aggiunta del lievito Belgian Sour Mix; la ricetta della originale della birra (reperibile sul sito della Brasseria della Fonte) prevedeva malti Pale (70%), Pilsner (20%), segale (10%) e una luppolatura a base di Magnum, Cascade e Hallertauer Mittelfrüh. La fermantazione è avvenuta in botte di vino con lievito M29 (French Saison). 
Il lotto prodotto è stato equamente diviso a metà: sono quindi nate la Old-Style Farmhouse 2016 della Brasseria della Fonte e quella di CasaGori.

La birra.
Il suo colore è un bel dorato carico che ricorda il sole dei tardi pomeriggi d’estate: la schiuma che si forma è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso c’è pulizia, intensità ed un bel equilibrio tra profumi floreali, crosta di pane, una delicata speziatura e le note di vino e legno.  Ad una saison altro non si può chiedere che di scorrere a grande velocità e senza intoppi e questa Old-Style Farmhouse non fa eccezione: personalmente avrei forse gradito qualche bollicina in più. Sarebbe comunque un peccato non sorseggiarla con più calma, perché nel bicchiere c’è una buona complessità tutta da gustare: ritornano le note della crosta del pane, qualche accenno di cereali e di miele e una componente dolce che richiama la frutta a pasta gialla "zuccherata", senza mai sconfinare nel candito. Ma il carattere dominante è quello vinoso, con il passaggio in botte apporta anche qualche accenno legnoso ed una marcata asprezza di frutta acerba, sopratutto uva. L'alcool è molto ben nascosto, la chiusura è delicatamente amara e, oltre alle note terrose del luppolo, chiama in causa anche qualche tannino.
Una birra interessante e un "primo tentativo" piuttosto ben riuscito che regala soddisfazioni al palato: per il mio gusto forse la caratterizzazione vinosa va un po’ oltre le righe rilegando in secondo piano la birra in alcuni passaggi, e c’è una componente zuccherina un po’ troppo ingombrante che andrebbe limata a favore di una maggior acidità e secchezza. La base c'è comunque tutta, le idee sono ben definite e a questo punto si tratta più che altro di lavorare su poi dettagli.
Formato: 75 cl., alc. 6.8%, IBU 35, lotto 44/2016, scad. 15/01/2019, prezzo indicativo 12.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 17 novembre 2016

Brasseria della Fonte - Robust Porter & English Pale Ale

Ritorna sul blog la Brasseria della Fonte, ospitata per la prima volta ad inizio ottobre con ben tre produzioni. Birrificio giovanissimo, attivo dallo scorso giugno all'interno di un agriturismo con piscina e ristorante annessi che si trova a soli tre chilometri da Pienza, nella splendida cornice della Val d'Orcia. La produzione è attualmente divisa tra birre disponibili tutto l’anno (American Pale Ale, Porter, Scotch Ale e Rossa di Pienza) e  produzioni stagionali; per quel che riguarda quest’ultime, alla estiva Summer Ale ed alla settembrina Freshoops! si sono di recente aggiunte una English Pale Ale e una birra natalizia.  
Post interamente dedicato all’Inghilterra oggi, della cui tradizione brassicola Samuele Cesaroni, birraio di Brasseria della Fonte, è un grande appassionato.

Partiamo da una Robust Porter, la cui ricetta prevede malti Pale, Brown, Café, Peated, Carafa III, Whisky Light, Roasted e fiocchi d’avena; il luppolo utilizzato è il Columbus. Praticamente nera,  forma un cappello di schiuma nocciola cremoso e compatto, quasi indissolubile. L’aroma, privo di difetti, è pulito ma d’intensità piuttosto bassa: vi trovano posto tostature e caramello bruciato, accenni di cioccolato e una lieve nota torbata. Al palato ci sono un po’ troppe bollicine per  una “tranquilla” porter inglese:  il corpo è medio con una sesnsazione palatale che trova un buon compromesso tra facilità di scorrimento e una timida morbidezza conferitale dall’avena. Morbidezza che contrasta con l'interpretazione stilistica: ruvida e ricca di tostature, riporta idealmente nella Londra sporca e fumosa di fine ottocento quando le porter erano le birre più popolari. Una porter schietta, con un buon livello di pulizia e senza troppi fronzoli: un tocco di caramello bruciato e di esteri fruttati (mirtillo?) supportano l'intensità del caffè e del torrefatto, del cacao amaro. Nera di colore e nera di fatto, si lascia bere con buona facilità e chiude ovviamente nell'amaro del caffè e delle tostature con una nota luppolata a ripulire il palato: nel retrogusto, una carezza torbata.

Passiamo ora ad una English Pale Ale, stile poco frequentato non solo dai microbirrifici italiani ma anche da tutti i quelli europei, inglesi inclusi, che hanno preferito seguire i luppoli della craft beer revolution americana. La ricetta elenca malti Maris Otter e Pale, e frumento Munich, luppoli E.K. Golding ed Endeavour (entrambi anche in dry-hopping), cassonade. 
Il suo colore velato è si colloca tra il dorato ed il ramato; compatta, cremosa e dotata di un'ottima persistenza è la bianca schiuma. Il naso è pulito, delicato e fragrante (un mese circa l'età di questa bottiglia) ed ospita profumi floreali, di cereali e di biscotto; in secondo piano sentori di agrumi e un tocco di miele. La gradazione alcolica (5%) è quasi da session beer ma l'intensità è di ottimo livello: la base maltata è fragrante e ricca di cereali e di biscotto, accenni di caramello e frutta secca. Un lieve passaggio di marmellata d'agrumi introduce l'amaro finale terroso ed erbaceo, di buona intensità. Il mouthfeel è morbido: in questo contesto la sensazione palatale un po' pesante (caratteristica che avevo riscontrato in alcune delle birre bevute lo scorso ottobre) ben si sposa con la struttura della birra che risulta morbida e accomodante, ricordando con la fantasia l'atmosfera rilassata di un vecchio pub della campagna inglese. L'unico "difetto" che ci trovo è una presenza di cereale un po' troppo invadente che fa capolino più volte nel corso della bevuta, presentandosi persino nel retrogusto: nel rispetto della tradizione inglese, avrei dato maggior enfasi al carattere biscottato. Ma per il resto si tratta di una English Pale Ale molto ben fatta, pulita e bilanciata: una di quelle birre - ormai sempre meno facili da  trovare -  che ti possono accompagnare, pinta dopo pinta, durante le conversazioni di una serata intera senza reclamare nessuna attenzione, se non quella di essere bevute. 

Nel dettaglio:
Robust Porter, formato 75 cl., alc. 6.6%, IBU 52, lotto 21 2016, imbott. 24/07/2016, scad. 24/07/2018.
English Pale Ale, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 33, lotto 35 2016, imbott. 10/10/2016, scad. 10/06/2017.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 3 ottobre 2016

Brasseria della Fonte: American Pale Ale, Summer Ale, Freshoops!

All'incirca sei mesi fa avevo ospitato nella rubrica dedicata alle produzioni casalinghe l'homebrewer Samuele Cesaroni da Pienza: solo un paio di anni di homebrewing ma tanta passione e voglia di fare, con la promessa di aprire entro l'anno il birrificio. Promessa mantenuta con la partenza lo scorso giugno della Brasseria della Fonte, impianto Spadoni da 6 hl con quattro fermentatori per un totale di 22 hl posizionato all'interno di un agriturismo con piscina e ristorante annessi che si trova a soli tre chilometri da Pienza, nella splendida cornice della Val d'Orcia, terra di grandi vini (Montalcino e Montepulciano, giusto per citarne alcuni) ma anche di luoghi interessanti per chi ama la birra (Birrificio L'Olmaia e TNT Pub di Buonconvento, ad esempio).
Al momento la produzione della Brasseria della Fonte si suddivide tra quattro birre fisse, prodotte tutto l’anno (American Pale Ale, Porter, Scotch Ale e Rossa di Pienza) ed un paio di produzioni stagionali (Summer Ale e Freshoops!); le etichette sono disegnate dallo stesso Samuele, pulite e semplici ma comprensive di tutto quanto è necessario sapere, a partire dall'importantissima data d'imbottigliamento. Ma Brasseria della Fonte non è solo birrificio agricolo: nei campi circostanti vi è un luppoleto che oggi ospita oltre quattrocento piante di Cascade, Columbus, Centennial, Chinook e Nugget, i cui fiori vengono utilizzati per la produzione delle birre stagionali; in abbinamento a salumi e formaggi locali le birre si possono assaggiare presso la tap room adiacente agli impianti produttivi.
Dopo avermi fatto assaggiare le sue produzioni casalinghe, Samuele ha voluto farmi provare anche le prime bottiglie uscite dall’impianto: tutte le ricette sono pubblicate sul sito del birrificio, per gli homebrewers interessati ai dettagli.  Dopo averlo nuovamente ringraziato, iniziamo ad assaggiare le prime tre.

Partiamo dall’American Pale Ale, 6% ABV, lievito M44, malti Pale, Carapils e Cara Aroma, luppoli Warrior, Columbus, Centennial e Simcoe, con questi ultimi tre utilizzati anche in dry-hopping. Il suo colore velato si colloca tra il ramato e l’ambrato mentre la schiuma, appena biancastra, è fine e cremosa ed ha un’ottima persistenza nel bicchiere. Il naso si basa soprattutto su resina/aghi di pino, con qualche sentore dank, di pompelmo e caramello in sottofondo: non ci sono concessioni fruttate o tropicali, se non un po’ di ananas che affiora quando la birra si scalda.  Lo spettro aromatico risulta abbastanza ristretto, benché pulito e abbastanza elegante. Il gusto lo segue in fotocopia dando forma ad una birra robusta e poco ruffiana, anche per quel che riguarda la sensazione palatale, morbida e scorrevole ma un pochino pesante dal punto di vista “tattile”. La freschezza della bottiglia valorizza intensità e pulizia di una bevuta amara soprattutto di pino e resina (con qualche concessione di pompelmo) sostenuti dalla base maltata di biscotto e caramello:  in etichetta c’è scritto American Pale Ale, ma se nel bicchiere vi dicessero che c’è un’American IPA non avreste nulla da obiettare. Il finale amaro è lungo e intenso,  piacevolmente pungente e riscaldato da un lieve tepore etilico: birra oggettivamente solida e ben fatta, in un'interpretazione un po' old school che guarda alla East Coast americana tenendosi a distanza dalle lontana dalle mode ruffiane e fruttate.

Imbottigliata un mese fa circa ma nata per dissetare per tutta l'estate è invece la Summer Ale, nata da malti Pale, Vienna e Carapils, lievito M36 e una generosa luppolatura di Mosaic e Cascade, anche in dry-hopping. Il suo colore è oro antico, la cremosa schiuma bianca è un po' scomposta ma ha una buona persistenza. Al naso, fresco e pulito, una bella macedonia  di frutta ricca di agrumi (cedro, pompelmo e limone, anche canditi)  affiancata da note erbacee. 3.5% l'ABV dichiarato per una bevuta leggera (pane e crackers) che si tuffa subito in territorio fruttato nel quale il dolce dell'ananas e del mandarino supporta il carattere "zesty",  dove l'amaro della scorza d'agrumi viene potenziatato da tocchi resinosi. Una bella session beer che non sacrifica affatto l'intensità, anzi impressiona in positivo: anche qui si potrebbe migliorare la sensazione palatale, un po' pesante dal punto di vista "tattile", ma la scorrevolezza non ne risente assolutamente. Secondo me l'amaro è forse un pelino oltre il limite di quella che dovrebbe essere la soglia di una birra da bere a oltranza, ma qui siamo nel territorio delle opinioni personali.

L'ultima arrivata alla Brasseria dalla Fonte è la Freshoops!, che come il nome suggerisce viene realizzata con luppoli autocoltivati e colti in giornata nei campi circostanti il birrificio. Bottiglia freschissima con una paio di settimane di vita alle spalle, che a me è giunta ancora priva di etichetta: potete vederne la realizzazione in questo video chiamato "Dalla pianta alla pinta". La ricetta prevede lievito M44, malti Pale, Vienna e Melanoidinico, destrosio, luppoli freschi Cascade, Columbus, Centennial, Chinook e Nugget. Ammetto di essere sempre un po' prevenuto quando si parla di birre "fresh hop" o "harvest hop" in quanto non ne ho bevute di molte memorabili: non sono birre facili da fare se si utilizza solo luppolo fresco, in quanto il "comportamento" (se mi passate il termine) di questi luppoli freschi non è facile da controllare per chi fa la birra. Più semplice il compito di chi si accontenta di limitare il luppolo fresco solo ad alcuni fasi della produzione, come ad esempio il dry-hopping.
La Freshoops! (7%) della Brasseria della Fonte si presenta all'aspetto piuttosto simile all'American Pale Ale; completamente diverso il profilo aromatico con frutta tropicale in evidenza (mango, papaia, melone) affiancata dall'arancia rossa, aghi di pino e un lieve carattere dank. La freschezza è ovviamente fuori discussione, buono il livello di pulizia ed intensità. In bocca ritroviamo una base (caramello e biscotto) simile a quella dell'APA ma che qui ha però solo la funzione d'introdurre il dolce della frutta tropicale, vero e proprio punto di bilanciamento dell'amaro, resinoso e vegetale, pungente ed intenso, che rimane il vero protagonista di questa IPA. La bevuta è pulita e piacevolmente bilanciata sino alla chiusura amara, c'è una buona secchezza che pulisce il palato per qualche istante prima di lasciare campo libero al lungo retrogusto nel quale i luppoli freschi esprimono tutto il loro potenziale resinoso e "verde" senza mai andare oltre le righe.  Una fresh-hop davvero convincente e compiuta, fatta con criterio e con un controllo davvero notevole della componente "luppolo fresco".
Nel complesso il debutto della Basseria della Fonte mi sembra davvero degno di nota: pochi mesi di vita ma tre birre già di ottimo livello per quel che riguarda pulizia e carattere. Tutte gradevoli e ben attenuate, con la Summer Ale sugli scudi: ovviamente, lo spazio per migliorare c'è, sarebbe strano il contrario, ma è una nuova realità che sembra essere partita col piede giusto.

Nel dettaglio:
American Pale Ale, alc. 6%, IBU  38, imbott. 19/07/2016, lotto 18 2016, scad. 19/03/2017.
Summer Ale, alc. 3.5%, IBU 26, imbott. 13/08/2016, lotto 24 2016, scad. 13/01/2017
Freshoops!, alc 7%, IBU 70, imbott. 10/09/2016.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.