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lunedì 9 dicembre 2019

Avery Old Jubilation Ale

Del birrificio Avery di Denver, Colorado, e della sua storia vi avevo parlato qualche mese fa. Fu fondato dall’ex-homebrewer Adam Avery nel 1993 e nel 2015 ha completato un ambizioso piano di espansione costato oltre venti milioni di dollari; le vendite non sono però mai decollate e Avery ha dovuto cercare dei partner disponibili ad immettere la liquidità necessaria per andare avanti e ridurre l’esposizione debitoria con le banche. Non si sono fatti sfuggire l’occasione quelli spagnoli della Mahou San Miguel che nel 2014 avevano già rilevato il 30% del birrificio Founders: lo stesso è accaduto con Avery.  E pochi mesi fa Mahou ha messo in pratica la seconda fase del piano passando da socio di minoranza a quello di maggioranza: 70% per Avery, 90% per Founders. 
Colorado, Montagne Rocciose: il Rocky Mountain National Park è uno dei parchi più popolari degli Stati Uniti visitato da più di tre milioni di turisti ogni anno. Nonostante una cinquantina di vette che superano i quattromila metri d’altezza gli inverni in Colorado non sono particolarmente rigidi, con una temperatura media a valle di sette gradi centigradi. Per chi ha paura del freddo Avery offre una serie di birre invecchiate in botte dalla gradazione alcolica molto elevata, ma non solo.  La birra stagionale invernale di Avery per eccellenza è “soltanto” una Old/Strong Ale d’ispirazione inglese dal contenuto alcolico di poco superiore all’8%.

La birra. 
“Mi ispirai alla Old Peculierricorda Adam Averyalla metà degli anni ’90 era una delle birre che bevevo maggiormente e, siccome possedevo un birrificio, pensai di fare qualcosa che le assomigliasse. Non volevo copiarla ma realizzare una birra che si basasse sulla ricchezza dei malti. La realizzammo per la prima volta nel 1997 in un periodo in cui non ce la stavamo passando molto bene e le nostre birre si vendevano poco. Ma questa ha sempre avuto grande successo a Boulder e quindi continuiamo a produrla ancora oggi. E’ una di quelle birra che mi ha aiutato a spiegare alla gente la differenza tra il nostro birrificio e quello che la maggior parte degli altri birrifici faceva in quel periodo  Oggi abbiamo forse superato il punto in cui parlare di stagionalità non ha più senso: ci sono così tanti birrifici in giro e la gente vuole sempre qualcosa di nuovo da provare. Io mi rivolgo piuttosto a coloro che cercano semplicemente una birra intensa ma facile da bere per accompagnare i dolci e i lauti pasti delle festività: la nostra Old Jubilation è ancora lì” 
La ricetta, disponibile anche per homebrewers volenterosi sul sito di Avery, prevede malti 2-Row, Black, Chocolate, Bonlander Munich e Gambrinus Honey, luppolo Bullion e lievito London Ale: nessuna di quelle spezie che vengono di solito utilizzate per le birre natalizie. Dal 2015 è disponibile anche in lattina, formato che credo abbia ormai sostituito definitivamente la bottiglia. Io vado invece a stappare un esemplare in vetro dall’età imprecisata. 
Bel colore ambrato carico, splendidi riflessi rubini: nel bicchiere fa la sua figura e al naso regala profumi di ciliegia, uvetta e prugna, frutti di bosco, melassa, pane nero, biscotto e frutta secca a guscio. Nonostante la tradizione di riferimento sia quella inglese la carbonazione molto bassa le toglie un po’ di vitalità: il gusto mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, espressione del ricco parterre dei malti utilizzati. Biscotto, caramello, toffee, uvetta e prugna, un amaro appena accennato di frutta secca a guscio. L’alcool quasi non si sente e in questo caso ne avverto un po’ a mancanza, visto che nel bicchiere abbiamo un cosiddetto Winter Warmer. Dolce ma perfettamente bilanciata, chiude con qualche remota suggestione di cioccolato che emerge man mano che la birra si scalda.
Le festività sono il tempo delle tradizioni, delle riunioni di famiglia, dei ricordi: la Old Jubilation Ale di Avery è la scatola degli addobbi natalizi che tirate fuori dal ripostiglio ogni anno in dicembre. Sapete perfettamente cosa c’è dentro e dentro di voi provate un piacevole misto di gioia e noia per quello che vi attenderà a breve.
Formato 35,5 cl., alc. 8.3%, IBU 45, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 7 maggio 2018

Casa Bianca Birra Nona

Quando si parla di birra artigianale spesso si racconta di persone che hanno cominciato a produrre la birra in casa e sono poi riusciti a trasformare quello che era una semplice hobby, una grande passione,  in una vera e propria professione. 
La storia di oggi non è molto diversa se non fosse per il fattore “età”: Bernardino Tortone realizzava le proprie ricette in cantina “quando era giovane”  e quando la birra artigianale ancora non esisteva per come la conosciamo adesso.  La passione è stata poi fagocitata dalle incombenze della vita di tutti i giorni ed è rimasta chiusa in un cassetto per moltissimi anni, fino a poco fa. Raggiunta la pensione e superata la soglia dei 60 anni, Bernardino è riuscito a far rinascere quell’hobby nell’ambito della Azienda Agricola Casa Bianca a Fossano, in provincia di Cuneo; l’azienda produce il luppolo, l’orzo e i cereali che vengono poi fatti maltare in Germania. La birre vengono realizzate su impianti terzi, anche se l’etichetta si limita ad un  “prodotta e confezionata su ricetta dell’Azienda Agricola Casa Bianca”  da un codice alfanumerico che non aiuta il consumatore a capire da chi e dove. 
La parola birra è di genere femminile e tutte e tre le etichette prodotte sino ad ora sono ispirate alle donne: il debutto avviene a settembre 2016 con una pils chiamata Tota (in piemontese “ragazzina”), seguita dalla "rossa" (bock?) Madamin (signora) e dalla strong ale, credo d’ispirazione inglese, chiamata Nona, ovvero "la nonna". 
Ringrazio il beershop on-line Ubeer che mi ha inviato una bottiglia di Nona d’assaggiare: la birra è arrivata accompagnata da una confezione di “Cookie d’la nona”, classiche paste di meliga (in birra) prodotte per conto di Casa Bianca dal Forno Antico di Carrù (CN).

La birra.
La “Nona” si presenta nel bicchiere di un bel colore ambrato velato, acceso da intense venature rossastre: la schiuma è un po’ scomposta e non molto persistente. L’aroma, intenso e abbastanza pulito,  regala profumi di frutta secca a guscio, prugna e uvetta, ciliegia, pera e biscotto.  La sensazione palatale è piuttosto gradevole: corpo medio, bollicine contenute, consistenza morbida che tuttavia non intralcia lo scorrimento di una strong ale che al gusto mostra buona corrispondenza con l’aroma. La bevuta è dolce di ciliegia e prugna,  uvetta, biscotto e caramello, non mancano accenni di pera e mela al forno: l’amaro finale (terroso, frutta secca) è molto delicato, giusto quanto basta per portare equilibrio e lasciare il palato abbastanza pulito alla fine di ogni sorso. L’alcool (8.2%) è molto ben gestito e riscalda delicatamente senza mai eccedere: la bevuta non presenta difficoltà ma è una birra che andrebbe preferibilmente sorseggiata con tutta calma e buona soddisfazione. Dal mio punto di vista le gioverebbe tuttavia un maggior bilanciamento tra gli esteri fruttati (in alcuni passaggi molto in evidenza) e la componente maltata. 
Casa Bianca la consiglia in abbinamento a formaggi stagionati, pietanze di carne e a dolci: per chi volesse provarla ma non riesce a trovarla, ecco un utile link all’acquisto diretto.
Formato 33 cl., akc. 8.2%, lotto 17441B033, scad. 31/10/2018.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 2 marzo 2018

DALLA CANTINA: Fuller's Brewer's Reserve No 4 Oak Aged Ale Armagnac 2012

Brewer's Reserve,  la riserva del birraio: lui è ovviamente John Keeling, mastro birraio del birrificio Fuller’s con sede a Chiswick, distretto meridionale di Londra. La Brewer's Reserve comprende oggi tutti gli invecchiamenti in botte fatti a partire dal 2006 quando la strong ale della casa, Golden Pride, fu messa ad invecchiare in cask che per trent’anni avevano ospitato whisky single malt. Cinquecento giorni dopo, nell’anno 2008, fu finalmente commercializzata la Brewer's Reserve No.1. Dopo due anni arrivò la Brewer's Reserve No.2: questa volta la Golden Pride venne messa ad invecchiare in barriques di Courvoisier Cognac; nel 2011 toccò di nuovo al whisky (Auchentoshan) dare vita, dopo 800 giorni d’invecchiamento, alla Brewer's Reserve No.3.  La Brewer's Reserve No.4 fu commercializzata nel 2012 (botti di Armagnac) e dopo una lunga attesa nel 2016 fu celebrato il decimo compleanno della Brewer's Reserve con l’edizione numero 5: un ritorno alle origini, ovvero whiskey single malt.
Da quanto ho capito queste Brewer's Reserve non sono mai state replicate e il birrificio mette in vendita le poche bottiglie rimaste sul proprio sito alla folle cifra di 100 sterline (!): un prezzo in linea con quello delle tante birre “barrel aged” americane ricercate dei beergeeks, peccato Fuller’s non sia un nome particolarmente attraente per i beergeeks. Avessi ricevuto un'offerta, l'avrei venduta a quel prezzo senza pensarci neppure un attimo.

La birra.
Come detto, arriva nel 2012 la Brewer's Reserve No.4 di Fullers e viene presentata al Great British Beer Festival; la birra ha passato un anno in botti (400 litri circa) che avevano precedentemente ospitato Armagnac Comte de Lauvia (da Eaux, regione area del  Bas-Armagnac). Per chi come me non ha molta familiarità, ricordo che l’Armagnac è il distillato più antico del quale sia stata trovata documentazione storica (1411); siamo in Guascogna, Francia meridionale, unica zona di produzione autorizzata ad utilizzare questo nome per il proprio distillato di vino. Sulla costa occidentale francese un altro disciplinare regola l’area di produzione geografica del Cognac: oltre alla zona, la differenza principale tra i due distillati di vino riguarda il tipo di alambicco utilizzato che determina un diverso ciclo di produzione.  Ho citato il Cognac (parente dell’Armagnac) non a caso: Michael Jackson aveva infatti definito “the Cognac of beers” la  Fuller’s Golden Pride, ovvero la birra con la quale sono state riempite le botti d’Armagnac. 7.80 sterline il prezzo di vendita consigliato da Fuller’s nel 2012:  100 quelle che invece vi vengono richieste oggi. 
Il suo colore è un bell’ambrato piuttosto carico e acceso da intense venature ramate: la schiuma è generosa, cremosa e abbastanza compatta ma la sua persistenza è soltanto discreta. A fare gli onori di casa c’è davvero un gran bell’aroma: intenso, pulito e caldo, ricco di ciliegia, mela al forno, uvetta, vino marsalato, caramello, legno.  L’ottimo biglietto da visita crea tuttavia delle aspettative elevate che il gusto non mantiene completamente: i primi sorsi denotano una certa debolezza ed un calo notevole d’intensità. Da Fuller’s non t’aspetti certo una birra viscosa ma il suo corpo è davvero troppo leggero per una birra che deve sorreggere una buona gradazione alcolica (8.5%) e un lungo passaggio in botte; la scorrevolezza ci guadagna, ma un po’ più di “sostanza” le avrebbe sicuramente giovato. A suo discapito i sei anni passati in bottiglia che avranno sicuramente influito un po’. Devo ammettere che al palato la Brewer's Reserve No.4 non è affatto una birra immediata, di quelle che "arrivano subito", ma sorso dopo sorso il palato s'abitua e riesce a godere di un panorama che ripropone in toto lo spettro aromatico, sebbene con minor intensità; parliamo quindi di ciliegia, uvetta e prugna, albicocca disidratata, caramello e marsala, il cui dolce viene poi bilanciato da un finale nel quale appare una leggera asprezza di frutta rossa. C’è un amaro terroso quasi impercettibile, l’alcool apporta un delicato tepore che riscalda ogni sorso: il palato si ritrova bello pulito per gustarsi il delicato retrogusto di uvetta, marsala, legno. 
Una bella bevuta questa Brewer's Reserve No.4 di Fuller’s: non ci sono quei fuochi d’artificio che (sbagliando) ormai chiediamo troppo spesso alle birre ma, dopo i primi sorsi titubanti, con la caratteristica flemma inglese dal bicchiere escono sono emozioni e soddisfazioni.
Formato 50 cl., alc. 8.5%, bottiglia nr. 27822, scad. 12/2022, pagata 13.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 28 giugno 2017

Birrificio Birfoot: Albus & Aztec

Dalla Basilicata, una delle regioni a più bassa densità “birraria”, sono finalmente arrivati in questi ultimi due anni alcuni segnali di vita: il database di Microbirrifici.org annota la nascita di cinque birrifici e due beerfirm. La città di Matera annovera oggi due di questi marchi senza impianto (B79 e Brewnerd) e dall’ottobre 2016 anche un birrificio chiamato Birfoot, che ha trovato casa all’interno del centro commerciale Le Botteghe, edificio che un tempo ospitava il mattatoio comunale. 
Alla guida dell’impianto Spadoni da 5 HL affiancato da due fermentatori da 15 HL c’è Giovanni Pozzuoli che, come racconta il blog Berebirra, ha iniziato a produrre birra tra le mura domestiche sin da quando aveva 19 anni. Vicino ai trenta, dopo un corso professionale alla Dieffe di Padova e qualche stage in altri birrifici, ha deciso di lanciarsi nell’avventura Birfoot. Tre le birre attualmente in produzione: l’American Pale Ale Hop Jungle, la Blanche Albus e la English Strong Ale Aztec. Il birrificio dispone di un punto vendita e, cosa interessante, un piccola “taproom” esterna chiamata Area Birfoot. Il progetto è comunque quello di arrivare a trasformare il birrificio in una sorta di brewpub: questo è quanto mi ha raccontato Giovanni, che ringrazio per avermi anche inviato due birre da assaggiare.

Le birre.
Partiamo dalla blanche chiamata Albus, la cui ricetta prevede tra l'altro l’utilizzo di pepe rosa, coriandolo e scorza d’arancio, fiocchi di frumento e d'avena; si presenta nel bicchiere del classico color giallo paglierino, opalescente, sormontato da una generosa testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, molto persistente. Il naso è pulito e presenta un bouquet piuttosto equilibrato nel quale convivono profumi floreali, di coriandolo e pepe, scorza d'arancio, banana e una lieve nota acidula e fresca del frumento. Al palato è leggera e piuttosto scorrevole: le bollicine non sono poche ma personalmente ne vedrei bene qualcuna in più: purtroppo il gusto non presenta la stessa ricchezza dell'aroma e indulge un po' troppo sulla banana, accompagnata dal coriandolo, crackers e una remota presenza di agrumi. La birra è priva di difetti ma risulta un po' monotona e chiude con una lieve nota amaricante terrosa; la sua facilità di bevuta è quella che ti aspetteresti di trovare in una blanche, mentre a mio parere una maggior acidità e una maggior secchezza aumenterebbero il suo potere dissetante e rinfrescante. Bello il naso, espressivo e coinvolgente, un po' sottotono il gusto con il risultato di una blanche che fa il suo dovere ma che a un palato esperto risulta un po' debole di carattere.

Passiamo alla Aztec, una strong ale (7%) d'ispirazione inglese ambrata, piuttosto carica e impreziosita da  intense sfumature rossastre: la schiuma color ocra è abbastanza fine e cremosa, con una buona persistenza. Il naso è pulito e ricco del dolce di caramello, frutta secca, biscotto e toffee, prugna e uvetta, ciliegia. Al palato non ci sono grossi cambiamenti e il gusto ripropone con coerenza ma con minor pulizia caramello, biscotto e uvetta a formare una bevuta morbida e gradevole: corpo medio, poche bollicine, è facile sorseggiarla senza incontrare spigolature. Il dolce è notevole ma è ben bilanciato da una buona attenuazione e da un finale amaricante nel quale la frutta secca, mandorla in primis, è protagonista a discapito della componente terrosa. Bene l'intensità de sapori, bene la gestione della componente etilica che riscalda senza andare mai sopra le righe: la pulizia, sopratutto in bocca,  è secondo me l'aspetto sul quale c'è da lavorare maggiormente.
Nel complesso due birre di livello abbastanza buono per un birrificio che deve ancora spegnere la prima candelina: c'è una buona aderenza agli stili dichiarati e nel bicchiere ci sono due birre facili da bere che possono facilmente avvicinare al mondo della "birra artigianale" chi ancora non lo conosce. Per andare oltre e farsi notare in un mercato nel quale bazzicano quasi un migliaio di attori, tra birrifici, brewpub e beerfirm c'è ancora del lavoro da fare, sopratutto su personalità e carattere. 

Nel dettaglio:  
Albus: formato 33 cl., alc. 4.8%, IBU 15, lotto 0217, scad. 04/18, prezzo indicativo 3.60 Euro.
Aztec: formato 33 cl., alc. 7%, IBU 30, lotto 0317, scad. 05/18, prezzo indicativo 3.80 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 6 giugno 2016

Innis & Gunn: Toasted Oak IPA & Oak Aged Beer Rum Finish

Oggi andiamo in Scozia per parlare di  Innis & Gunn, un marchio che strizza l’occhio al mondo “craft/artigianale” ma che ha in realtà spalle piuttosto grosse;  viene fondato nel 2003 da Dougal Sharp, figlio di quel Russell Sharp che nel 1987 riportò in vita la Caledonian Brewing Company, originariamente fondata nel 1869. Nel 2004 la Caledonian venne poi acquistata dalla Scottish & Newcastle a sua volta comprata nel 2008 per 7.8 bilioni di sterline da Heineken e Carlsberg, che si sono spartiti tra di loro il portfolio dei marchi. 
Secondo quanto riporta il sito di Innis & Gunn, la nascita del marchio avvenne per pura casualità: la distilleria scozzese William Grant & Sons voleva sperimentare l’invecchiamento del whisky in cask  precedentemente utilizzati per la maturazione di birra. Dopo diversi tentativi poco soddisfacenti, Dougal Sharp fu contattato per realizzare (presso la Caledonian, suppongo) una birra appositamente progettata per questo scopo: passare circa trenta giorni in casks di legno che vengono poi svuotati e riempiti di whisky. Il risultato di questo  “Ale Cask Whisky”  fu piuttosto soddisfacente, ma altrettanto lo fu la birra maturata in legno. Il brand Innis & Gunn nacque nell’agosto 2003 proprio per produrre birre maturate in legno da una partnership tra Dougal Sharp e William Grant, che nel 2008 lasciò al primo anche la propria quota societaria. 
Nonostante Innis & Gunn faccia leva sulla propria dimensione “craft”, le birre sono attualmente prodotte presso gli impianti della Wellpark  Brewery, fondata nel 1740 da Hugh and Robert Tennent e di proprietà dal 2009 del C&C Group, uno dei principali produttori e distributori di bevande nel Regno Unito, che lo aveva rilevato (assieme ai marchi Tennent’s e Caledonian) dalla AB-InBev. Tra i marchi più noti posseduti dal C&C Group ci sono anche i sidri Magners, Gaymers e Bulmers. Il fatto che le birre di Inns & Gunn promuovano il concetto di “craft” ma siano appaltate presso impianti industriali (Tennent’s e  Belhaven/Greene King)   ha suscitato diverse perplessità che Dougal Sharp sta cercando di dissipare: il primo passo necessario è quello di trasformare la beerfirm in birrificio, e per accorciare le tempistiche lo scorso aprile ha annunciato l’acquisizione del birrificio Inveralmond di Perthsfire per 3.1 milioni di sterline raccolte mediante un crowfunding chiamato “BeerBonds”: in questo modo sarà possibile produrre circa 100.000 ettolitri/anno.

Le birre.
Dalla gamma Innis & Gunn ecco due referenze disponibili anche in Italia sugli scaffali della grande distribuzione. Partiamo dalla Toasted Oak IPA (5.6%), la cui versione in bottiglia è filtrata e pastorizzata, contrariamente alle occasionali versioni in cask. L’etichetta parla di “un’abbondante luppolatura effettuata per ben tre volte nel corso della produzione”;  la birra matura poi per 41 giorni assieme a chips di rovere tostati. E' limpidamente dorata e forma una bella testa di schiuma bianca, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma svolge il compito senza troppo impegno, con pulizia ma intensità alquanto bassa: note floreali, di agrumi e un tocco di miele. Anche al palato non è certo l'intensità la caratteristica principale di questa birra: la base maltata è leggera (pane, crackers, miele) ed accompagna le delicate note d'agrumi che ricordano tuttavia più la marmellata che il frutto fresco. L'amaro è abbastanza leggero, in bilico tra il terroso e la scorza d'agrumi; le carbonazione piuttosto bassa abbinata al suo corpo medio-leggero la rende molto scorrevole. Il suo potere dissetante è un po' limitato da una secchezza non ottimale, con una patina dolce, leggera ma percepibile che non abbandona mai il palato; non metterei la mano sul fuoco, ma mi sembra anche ci sia una lievissimo diacetile. Del legno invece, per quanto mi sforzi di cercarlo, nessuna traccia. Una stiracchiata sufficienza forse la porta a casa, è bevibile ma alla fondamentale domanda "la ricompreresti?" risponderei di no. 
Passiamo alla Innis & Gunn Rum Finish (6.8%) , tecnicamente una English Strong Ale pastorizzata, filtrata e maturata per 57 giorni assieme a chips di rovere americano precedentemente imbevuti di rum. Niente  da dire sull'aspetto, forse solo inquietantemente limpido: è un ambrato carico acceso di intense sfumature rossastre, mentre la schiuma, cremosa e dalla buona persistenza, vira verso l'ocra. Il naso è molto più intenso rispetto alla IPA, e ovviamente molto più dolce; c'è una leggera speziatura che accompagna la ciliegia sciroppata,  toffee e caramello, pane nero, prugna e una lieve presenza di legno. Benché pulito l'insieme sembra un po' artificioso, sopratutto nella componente fruttata/sciropposa. La sensazione palatale è pressoché identica a quella della sua sorella "chiara" e nel caso di una Strong Ale personalmente sento la mancanza di una maggiore struttura. Il gusto ripercorre passo dopo passo l'aroma, riproponendo ciliegia e prugna, pane nero, toffee,  caramello e riproponendo anche quella sensazione artificiosa. L'alcool è piuttosto ben nascosto, sollevando timidamente la testa solo nel retrogusto dolce di (sciroppo di) frutta sotto spirito; la bevuta parte e finisce dolce, con solamente l'amaro necessario (pane tostato) a bilanciarla. Nel complesso mi sembra comunque leggermente meglio della IPA, anche se di fragranza e di emozioni non vi è ovviamente nessuna traccia.
Nel dettaglio:
Toasted Oak IPA, 33 cl., alc. 5.6%, lotto 6012, scad. 01/2017, 1.79 Euro (supermercato, Italia)
Oak Aged Beer Rum Finish, 33 cl., alc. 6.8%, lotto 5343, scad. 12/2016,  1.79 Euro (supermercato, Italia)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 18 marzo 2016

Fuller’s 170th Anniversary Celebration Ale

Il 1845 è la data ufficiale della fondazione del birrificio Fuller, Smith and Turner, nel sito di Chiswick, Londra, dove si produce birra ininterrottamente dal 1645: dal 1816 vi operava la Griffin Brewery che, in cattive acque finanziarie, ottenne l’aiuto finanziario (1829) da parte di John Fuller che vi entrò come socio. Nel 1841 gli altri soci Griffin gettarono la spugna e Fuller, rimasto solo, continuò le operazioni con l’ingresso di Henry Smith e del birraio John Turner, formando così la  Fuller, Smith and Turner. 
Dal 1845 ad oggi sono trascorsi 171 anni e la storia brassicola di Londra ha attraversato alti e bassi; nel diciannovesimo secolo era la capitale mondiale della produzione di birra, ma alla fine del ventesimo secolo l’unico produttore rimasto in piedi era proprio Griffin/Fuller. Nel 2000 arrivarono Meantime a Greenwich, ma ci fu bisogno di attendere altri dieci anni per assistere alla rinascita brassicola di Londra grazie all’apertura di decine di microbirrifici, brewpub e pub devoti alla “craft beer”;  che questo poi si sia realizzato principalmente con la produzione di birre che cercano di replicare quelle realizzate negli Stati Uniti è un altro discorso. Fuller ha continuato ad andare dritto per la sua strada mostrandosi quasi impermeabile alle contaminazioni americane della “new wave londinese”: dico “quasi” perché ad esempio Fullers è  importatore ufficiale per il Regno Unito di Sierra Nevada. Ma anziché iniziare a sfornare decine di IPA ha preferito continuare a rovistare nel suo straordinario passato aggiungendo ogni tanto un nuovo tassello nella sua gamma delle splendide “Past Masters”. 
Lo scorso anno Fuller ha spento 170 candeline celebrandole con la 170th Anniversary Celebration Ale: sarebbe stato forse sin troppo banale festeggiarlo con una birra “importante” come una Imperial Stout o un Barley Wine magari affinato in botte, e invece alla Fuller hanno mantenuto la loro flemma realizzando una semplice Golden (Strong) Ale con malti Caragold e Pale Ale, frumento, avena ed una luppolatura di Goldings e Liberty: l’unica trasgressione che l’head brewer John Keeling si è concesso è stata la scorza d’arancia.

La birra.
Colorata d'oro e d'arancio, leggermente velata, forma nel bicchiere una bella testa di schiuma biancastra, fine e cremosa che tuttavia si dissolve abbastanza rapidamente. L'aroma offre puliti profumi di miele e canditi, soprattutto arancia, pesca ed albicocca sciroppata, marmellata d'arancia, un sottofondo biscottato; pulizia ed intensità ci sono, nel complesso il naso risulta però molto dolce, rischiando di sconfinare un po' nello stucchevole. Bene, anzi benissimo la sensazione palatale: carbonazione bassa, corpo medio, bevuta scorrevole ma morbida e quasi cremosa, grazie all'avena. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma con estremo rigore: base di biscotto, miele ed arancia candita compongono un quadro dolce ma molto più bilanciato dell'aroma, grazie ad un'ottima attenuazione e ad una leggera acidità che rende la frutta sciroppata quasi rinfrescante. La chiusura indulge per pochi istanti nell'amaro, tra note erbacee, di frutta secca e di scorza d'arancia amara: l'alcool (7%) rimane sempre in secondo piano ritagliandosi un po' più di spazio solo nel retrogusto.
La birra-anniversario di Fuller è molto pulita ed elegante, è ben eseguita ma non regala troppe emozioni: il packaging curato non basta a giustificare il prezzo premium; è una buona bevuta ma mi sarei aspettato un anniversario che restasse più impresso nella memoria di chi sceglie di celebrarlo insieme a questo pezzo di storia della Londra brassicola.
Formato: 50 cl., alc. 7%, scad. 12/2018, 9.99 Euro (foodstore, Germania)

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 21 dicembre 2015

Samuel Smiths Winter Welcome Ale

E’ la birra che dà il benvenuto all’inverno nello Yorkshire: Winter Welcome Ale, rispettosa della tradizione inglese come tutte le produzioni Samuel Smith.  È il più antico birrificio di Tadcaster e di tutta questa regione settentrionale dell'Inghilterra, fondato nel 1758  dalla famiglia Hartley e rilevato poi nel 1847 da John Smith, figlio del ricco macellaio Samuel Smith (senior), che passò poi le redini a Samuel Smith (junior) nel 1886. Non è cambiato molto da allora: la famiglia Smith è ancora proprietaria, l'acqua proviene sempre dal pozzo (26 metri) scavato nel 1758, il lievito proviene dallo stesso ceppo utilizzato senza sosta dal 1900 e le birre fermentano ancora in grandi vasche rettangolari formati da blocchi di ardesia. 
La proposta natalizia di Samuel Smith è in verità “buona” per tutti i mesi più freddi dell’anno: si tratta di una “winter warmer”,  una birra appena un po’ più robusta ed alcolica rispetto “alla norma”, ma non aspettatevi fuochi d'artificio;  non vengono utilizzate spezie (caratteristica comune in molte “birre di Natale”) ed è forse anche questo un segno di rispetto verso la tradizione: un tempo le spezie erano pregiate e costose, difficile pensare ad un loro utilizzo nella birra, per lo meno quella destinata al “popolo”. 
La Winter Welcome Ale di Samuel Smith arriva ogni anno con un etichetta diversa e millesimata: 6% l’ABV, un ricco parterre di malti ed una luppolatura tradizionale di Fuggle ed  East Kent Golding. Versione pastorizzata, come tutte le bottiglie di Sam Smith, di un luminoso color ambrato con venature che vanno dal ramato all’oro antico; si formano “due dita” di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma, dall’intensità alquanto discreta, è pulito e presenta eleganti profumi di biscotto, toffee, miele e un interessante mix di  frutta secca nel quale s’avvertono noci e nocciole, anacardi, forse arachidi.  
Bene la sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine e una gratificante morbidezza per una birra che si colloca, per quel che riguarda l’alcool, nei valori bassi dello spettro (5.5 - 8%) identificato dal BJCP per la categoria delle English Strong Ales. Il gusto ripercorre stessi passi dell’aroma, ma con minore fragranza e finezza: ritornano biscotto, crosta di pane, miele e il carattere “nutty” che richiama di nuovo la frutta secca; la bevuta si mantiene dolce per essere poi bilanciata da un finale nel quale l’amaro erbaceo e terroso è più in evidenza del previsto. Nonostante il birrificio l’immagini come una birra da “contemplare” davanti al caminetto, la facilità di bevuta è molto elevata e l’alcool dispensa solo un leggerissimo tepore nel retrogusto, comunque insufficiente a riscaldare corpo e spirito, a meno che  - e bisogna sempre tenere a mente la tradizione, quando si parla di Samuel Smith – non siate abituati ad accompagnare le vostre serate a ritmo di session beers come Bitter, Special Bitter e Mild.
Formato:  55 cl., alc. 6%, lotto 15196, scad. 08/2016, pagata 5.30 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 11 ottobre 2014

Caber Beer 24 Carati

Secondo appuntamento con il birrificio Caber di Spoleto, presentatovi in questa occasione.  Dopo la Ca'  Ber è la volta della 24 Carati; dovrebbe trattarsi di una (english) strong ale prodotta con sei tipi differenti di malti e quattro luppoli. Queste sono le uniche informazioni che sono riuscito a recuperare, e devo dire che l'assaggio non aiuta molto ad identificare con precisione la categoria d'appartenenza. Il colore è tra l'oro antico ed il ramato, velato, con schiuma biancastra, cremosa ma non molto persistente. L'aroma non è molto intenso: biscotto e frutta secca (mandorla), caramello, a tratti mi sembra di avvertire sentori di amaretto, forse marzapane, zucchero candito. Il percorso continua in linea retta anche in bocca, praticamente senza nessuna deviazione: biscotto al burro, caramello, frutta secca, miele e marzapane, per un gusto prevalentemente dolce che è bilanciato da un finale lievemente amaricante di mandorla e di note erbacee. Il corpo è medio-leggero, la carbonazione modesta, l'alcool è ben nascosto. La birra è abbastanza pulita ed ha una buona intensità, ma mi sembra un po' soffrire della stessa mancanza di personalità che avevo riscontrato nella Ca' Ber: non si capisce bene quale fosse l'idea di partenza, e sebbene il risultato sia gradevole anche se non del tutto armonico, un palato non proprio alle prime armi che si trova a berla rimane confuso su quello che ha nel bicchiere. Belgio? Inghilterra? Cercasi identità disperatamente.
Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 31, scad. 30/11/2015, pagata 3.00 Euro (enoteca, Italia).

lunedì 31 marzo 2014

Brew Wharf Reserve

Il 23 Luglio 1999  Vinopolis apre le porte a Londra, situato sotto le arcate del treno, ad un tiro di schioppo da London Bridge e dal trendy Borough Market; si tratta uno spazio espositivo-commerciale (10.000 mq) realizzato dalla Wineworld London e completamente dedicato al mondo del vino:  esperienze formative-gustative, esibizioni, degustazioni, ristoranti ed ovviamente un negozio dove fare acquisti. Col tempo – ed è questo il motivo per cui si parla di Vinopolis su un blog di birra – le degustazioni e gli eventi vanno oltre il vino, coinvolgendo anche cocktails e distillati. Nelll’ottobre del 2005 si aggiunge anche un brewpub, chiamato Brew Wharf, ideato dai ristoratori e proprietari di ristoranti stellati Claudio Pulze (Aubergine e Cantina) e  Trevor Gulliver  (St John Restaurant a Smithfield),  con l’aiuto iniziale di Alastair Hook (Meantime) che installa e mette in funzione l’impianto da 8 ettolitri. Le birre sono inizialmente rispettose della tradizione anglosassone  e si basano sulle antiche ricetta della defunta Anchor Brewery  ma – leggo in giro – non proprio memorabili; la svolta avviene nel 2010 quando le ricette vengono completamente stravolte (ovvero americanizzate) da tre homebrewers:  Phil Lowry, Angelo Scarnera e Steve Skinner (immagino solo un omonimo del titolare del birrificio in Cornovaglia).  Phil Lowry nel 2011 è tra gli organizzatori della London Brewers Alliance:  il primo meeting inaugurale, nel 2011, si tiene proprio al Brew Wharf.   Angelo Scarnera rimane poi come unico birraio permanente, anche se viene occasionalmente affiancato da Phil e Steve che si dilettano anche a produrre birre con il marchio Saints & Sinners; la produzione viene comunque assorbita quasi per intero dal brewpub e dal consociato locale Beehive, ma occasionalmente vengono anche prodotti e distribuiti qualche bottiglia e qualche fusto.  
Non mancano ovviamente le collaborazioni,  ed ai più attenti birrofili (o beer geeks) italiani il nome Brew Wharf non suonerà nuovo, visto che nel 2011 a Londra nasce la Space Invader, una IPA “chiara” brassata assieme a Bruno Carilli di Toccalmatto; la birra viene poi replicata in italia, questa volta in versione “scura”, diventando la B Space Invader
Nel 2012 viene Brew Wharf commercializza la prima birra in bottiglia, e si tratta proprio di questa “Reserve”; il brewpub non dispone di una linea d’imbottigliamento, che per l’occasione viene fatto a  The Kernel.  La birra arriva appena prima della chiusura del locale durante le Olimpiadi di Londra del 2012, quando tutta la struttura Vinopolis diviene parte della USA Team House, ospitando gli atleti americani ed i loro familiari. 
Mille bottiglie prodotte, generosa luppolatura di Columbus, Centennial, Simcoe e Citra, aggiunta di caffè Coleman (proveniente dal vicino Borough Market) e lattosio. Una imperial porter, secondo Ratebeer; una english strong dark ale secondo l'etichetta: è completamente nera, senza che nessun raggio di luce riesca a penetrarla. La schiuma è beige, molto compatta e fine, solida, cremosa e molto persistente: aspetto sontuoso ed invitante. Al naso c'è un mix di agrumi (arancio, pompelmo), cioccolato amaro e caffè, liquirizia; il risultato è una sorta di chocolate fuit cake, potenziato da una lieve presenza di alcool. L'aroma è forte e pulito, molto invitante, e le conferme arrivano sin dal primo sorso: birra vellutata, morbidissima e cremosa, dal corpo medio-pieno e molto poco carbonata, che avvolge la bocca con una calda coltre ricca di caffè e di tostature. La bevuta prosegue con un intermezzo dolce, di agrumi canditi, per poi ritornare su territori oscuri nel finale di caffè, cioccolato amaro e liquirizia. E' una birra che rischia, mettendo in gioco a forte intensità sia la generosa luppolatura americana che la solida base di malti scuri: il pericolo di collisione/repulsione è alto, ma il mix risulta alla fine convincente e coinvolgente, anche grazie alla grande pulizia ed intensità dei singoli elementi in gioco. Ci sono quei richiami al fruit cake tipici delle migliori (imperial) stout anglosassoni, ma invece dei frutti di bosco troviamo gli agrumi portati in dote dai luppoli americani. Il risultato è un vortice di sensazioni dolci (canditi) ed amare (cioccolato, caffè), di alcool stemperato dall'acidità dei malti scuri, con un'amalgama che tiene alla distanza, appaga e convince nel lento sorseggiare. Il finale è morbido e caldo, appagante ed etilico, ricco di caffè, cioccolato amaro, liquirizia ed un delicato warming etilico. La scommessa è vinta, il bevitore è soddisfatto e questa Reserve è davvero una gran bella birra.
Formato: 33 cl., alc. 9.5%, lotto 2012, scad. non riportata, prezzo 5.06 Euro (beershop, Inghilterra).

lunedì 10 febbraio 2014

Samuel Smiths Yorkshire Stingo 2011

Probabilmente sarebbe tutto così diverso se Samuel Smith fosse un birrificio "alla moda", con una presenza massiccia sui social network, o uno di quei birrifici americani che ogni anno commercializzano una birra per assaggiare la quale la gente si mette in fila per strada dalla notte prima. Invece Samuel Smith rispecchia la flemma e la tradizione dello Yorkshire inglese, a partire dalle etichette - così ancora retro - delle proprie birre, per arrivare al nome scelto. Stingo è infatti un nome che sa di Yorkshire, perché è da quelle parti che venivano un tempo chiamate (e forse qualcuno lo fa ancora) le birre forti, le ST-rong Ales. C'è una sorta di canzoncina che i bambini cantano mentre giocano, che recita più o meno così: "The farmer likes a glass of beer, I think he calls it Stingo ! S, t, i, n, g, o, S, t, i, n, g, o ! I think he calls it Stingo !".
Nonostante le solidi radici nella tradizione brassicola dell'Inghilterra del Nord, la Yorkshire Stingo di Samuel Smith nasce solamente nel 2008; casualmente - o forse no - sono passati esattamente 250 anni dalla fondazione della Old Brewery di Tadcaster, ora Samuel Smith. Eppure al birrificio si affrettano subito a smentire - quasi con timidezza - che no, non si tratta assolutamente di una birra celebrativa. Non credo sia prodotta solamente una volta l'anno, ma le bottiglie sono comunque millesimate; la birra fermenta in enormi vasche aperte di legno, quadrate, e viene poi messa ad invecchiare in cask che hanno precedentemente ospitato altre birre di Samuel Smith (alcuni con oltre cento anni di vita, dicono) per almeno un anno prima di essere messa in vendita. 
La gradazione alcolica importante (9%) la renderebbe una buona candidata per un ulteriore invecchiamento in cantina ma alla Samuel Smith dichiarano che non è così, che la birra è già pronta e perfetta per essere bevuta quando viene commercializzata, e non necessita di passare tempo in cantina. E' di uno splendido color ambrato carico, quasi limpido, con intensi riflessi rossastri; la schiuma, molto persistente, è ocra, fine e compatta, cremosa. Il naso è dolce, zuccherino, ricco di caramello, melassa, canditi, uvetta e datteri; l'aroma è di modesta intensità, ma è molto pulito, ricordando leggermente un vino liquoroso. Il percorso prosegue in linea retta senza nessuna deviazione anche in bocca: ritroviamo in toto gli elementi caratterizzanti dell'aroma, con qualche nota in più di biscotto al burro e prugna disidratata. Al contrario di quanto l'aroma poteva far pensare, il gusto è meno dolce del previsto, con una secchezza finale quasi vinosa/tannica e qualche nota legnosa. L'alcool è morbido ed accompagna tutta la bevuta stemperando la dolcezza dei malti, con una chiusura leggermente amaricante di frutta secca, soprattutto mandorla amara. Birra solida, ricca di frutta, dal corpo medio e poco carbonata, che scalda il palato ma che si beve senza troppo impegno; non ci sono fuochi d'artificio, ma sostanza, pulizia ed intensità. Si presta benissimo ad abbinamenti gastronomici (bevo sempre fuori pasto ma la butto lì: carni rosse, selvaggine, formaggi stagionati) e, sebbene il birrificio non lo dica, anche ad un invecchiamento in cantina che potrebbe spingerla ulteriormente nel territorio dei vini liquorosi e "marsalati".
Formato: 55 cl., alc. 9%, lotto 11158, scad. 06/2014



lunedì 15 ottobre 2012

Birrificio degli Archi BaccanAle

Seconda degustazione del Birrificio degli Archi; dopo la Ossessa è la volta della BaccanAle, prodotta con miele di castagno. Il colore è davvero splendido, ambrato con riflessi ramati, praticamente limpido; non forma molta schiuma, e quel poco svanisce abbastanza in fretta. La caratterizzazione del miele è evidente al naso, dove domina, con sentori netti e molto puliti; in sottofondo caramello, cereali, qualche sentore erbaceo.   Le premesse sembrano davvero buone ma purtroppo in bocca c'è un netto calo d'intensità; si parte con note di biscotto, ancora miele, e poi un passaggio avuto, troppo acquoso, prima di giungere al finale amaro, erbaceo, con qualche nota di agrumi (limone) e - leggera ma poco gradevole - di sapone. Birra dal corpo leggero, watery, è molto secca con alcuni passaggi astringenti; man mano che la birra si scalda emerge anche una leggera nota lattica. Nonostante qualche difetto, sostanzialmente c'è una buona pulizia al gusto, ma quello che manca è l'intensità. Formato: 50 cl., alc. 5.4%, lotto 81, scad. 01/05/2013, prezzo 4.60 Euro.

mercoledì 20 giugno 2012

Black Sheep Riggwelter

Ricorre proprio quest'anno il ventesimo compleanno della Black Sheep Brewery, fondata nel 1992 da Paul Theakston; se il cognome vi suona familiare, stiamo proprio parlando della famiglia che mise in piedi nel 1832 l'omonimo birrificio la cui birra più famosa è probabilmente la Old Peculier. Controllata dal governo inglese sin dal 1916, la Theakston ha navigato in una disastrosa situazione finanziaria sino al 1984, quando fu acquisita dalla Matthew Brown di Blackburne, a sua volta poi acquisita dalla Scottish & Newcastle tre anni dopo; la conseguenza, come spesso accade quando avvengono queste acquisizioni,  fu la chiusura dello storico impianto di Masham ed il trasferimento di tutte le birre a marchio Theakston negli impianti del birrificio acquisitore. Paul Theakston, direttore generale sin dal 1968, lascia l'ex-azienda di famiglia nel 1986 per ritornare indipendente ed aprire, quattro anni dopo, la Black  Sheep Brewery. Il destino vuole che si renda disponibile l'edificio di un vecchio maltificio proprio a Masham (North Yorkshire) dove aveva sede il primo stabilimento della Theakston;  è un periodo molto difficile per l’industria brassicola inglese; numerosi sono i birrifici costretti a chiudere e Paul “approffitta” della situazione per recuperare qua e là quello che gli serve per ricominciare: il bollitore in rame viene dalla defunta Hartley's Brewery, i fermentatori dalla Hardy & Hansson di Nottingham e dalla Darley nei dintorni di Doncaster.  Riguardo al nome da dare al nuovo progetto, Paul è ovviamente impossibilitato ad utilizzare il cognome di famiglia, vorrebbe adottare il nome della località (Masham) ma proprio in quel periodo c'è un altro birrificio che apre e che ha la stessa idea.  Ma sua moglie ha un’ispirazione: considerando che Masham in passato era famosa per il commercio di pecore, ecco nascere "la pecora nera", che è anche un voluto e ironico riferimento alla scelta fatta da Paul di lasciare l'azienda di famiglia per mettersi in proprio. Il primo birraio alla Black Sheep fu Paul Ambler, autore anche della ricetta di questa Riggwelter; Theakston non amava le birre con un profilo tostato molto pronunciato, e Ambler ricorda oggi di aver impiegato più tempo a convincere il proprio capo a mettere in produzione la birra che a scriverne la ricetta. Anche il nome Riggwelter è strettamente legato al territorio; nel “dialetto” dello Yorkshite, il termine si riferisce alla situazione in cui una pecora si trova sdraiata sulla propria schiena e non riesce ad alzarsi senza l’aiuto di qualcuno. Viene messa in commercio per la prima volte nel 1995, ed è attualmente la seconda birra in bottiglia più venduta, dietro alla Black Sheep Ale, ed ottiene un rimarcabile punteggio di 93/100 su Ratebeer ; la ricetta prevede un profilo di malti dato da Maris Otter e Pale Chocolate. L’aspetto è davvero sontuoso; un bell’ambrato carico, rossastro, con un cappello molto ampio di schiuma color ocra, fine e cremosa, molto persistente. Al naso sentori di toffee e di frutta (ciliegia matura, prugna, mirtilli) con leggerissime note di caffè in sottofondo. E’ una strong ale che arriva in bocca molto morbida, con una “texture” cremosa che invoglia la bevuta ed una carbonazione contenuta. Al palato troviamo toffee e frutta secca, banana matura, con un amaro terroso e tostato abbastanza piacevole a bilanciare; non c’è molta pulizia, ed una nota metallica fastidiosa rovina un po’ il finale. E’ comunque un discreto bere, una strong ale dal corpo medio che senz’altro si adatta meglio alle temperature autunnali che a quelle estive. Bottiglia prossima alla scadenza che ci ha dato l’impressione di non essere proprio in una forma ottimale, e che  ci proponiamo di riprovare in condizioni migliori. Formato: 50 cl., alc. 5.7%, lotto 1192, scad. 28/07/2012, prezzo 1.98 Euro.

martedì 3 aprile 2012

Brakspear Triple

La parola "triple" in etichetta non deve trarre in inganno. Non si tratta della traduzione inglese del noto stile brassicolo belga; siamo in Inghilterra, e questa birra viene brassata per la prima volta nel 2005 per festeggiare la rinascita del marchio "Brakspear" a Witney, nell'Oxfordshire, dove sono prodotte le birre della Wychwood Brewery. Il precedente stabilimento Brakspear, a Henley-on-Thames era stato chiuso nel 2002 e la maggior parte delle vecchie attrezzature vennero spostate e re-installate alla Wychwood dove opera il birraio Jeremy Moss. Il nome dato alla birra (Triple) si riferisce alla triplice fermentazione che la birra subisce, derivante da un metodo chiamato "Double Drop" utilizzato (secondo quanto riporta qui Roger Protz) solamente alla Brakspear. La fermentazione primaria avviene mediante due batterie di fermentatori in legno posti ad altezze diverse. Dopo alcuni giorni, il liquido viene letteralmente fatto "sgocciolare" nelle batterie inferiori lasciando indietro le cellule di lievito "morte". La seconda fermentazione che avviene è quindi più "pulita", e viene seguita da una terza fase che prevede l'inoculazione di nuovo lievito al momento dell'imbottigliamento. Tutte le bottiglie sono numerate in etichetta, e sul sito del birrificio è possibile risalire, mediante questo numero seriale, al giorno esatto dalla messa in bottiglia. Un'opzione divertente ed interessante che però non sembra funzionare sempre in modo corretto; non siamo infatti riusciti ad identificare la data della nostra bottiglia, acquistata ad Agosto 2011 ed evidentemente imbottigliata prima di quella data. Il numero seriale della nostra bottiglia non è presente sul sito che, per quel che riguarda una numerazione compatibile con la nostra etichetta, si ferma a Maggio 2011 e poi riparte in Agosto con una numerazione completamente diversa. Sino al 2010 le bottiglie erano da 500 ml., dal 2011 il formato è stato ridotto a 330 e, mentre scriviamo, leggiamo che nel 2012 il birrificio è ritornato al classico formato inglese da 500. Ma passiamo alla sostanza. Davvero splendido l'aspetto, di colore ambrato rossastro con riflessi rubini, leggermente velato; la schiuma, molto persistente, è perfetta: fine, cremosa, compatta. Aroma molto meno entusiasmante, molto dolce, ricco di melassa e di frutta molto matura e frutta candita; il Cascade porta in dote un pompelmo molto dolce che ricorda però più una marmellata che un frutto appena aperto. In bocca mantiene tutta la dolcezza annunciata, che è però bilanciata da una buona secchezza. C'è meno frutta, ed un solido profilo maltato ricco di biscotto (al burro), caramello e toffee; l'alcool le dona un bel calore morbido ed avvolgente che accompagna tutta la bevuta. Nel finale c'è posto per qualche nota vinosa, prima di un retrogusto abboccato, maltato ed etilico, nel quale abbiamo trovato anche una leggerissima - ma inattesa - salinità; rimane qualche leggero sentore di burro ad "impastare" un po' il palato. Una bottiglia proveniente dalla grande distribuzione (Asda) che non ci è sembrata molto in forma; la rifermentazione in bottiglia le ha comunque assicurato un buon livello di carbonazione; è una birra ben fatta ed interessante, che vorremmo comunque riprovare in migliori condizioni. Formato: 50 cl., alc. 7.2%, num. serie 1981970, scad. 31/05/2012, prezzo 2.17 Euro.

lunedì 2 aprile 2012

Montegioco Demon Hunter

Si ispira alla Strong Ales anglosassoni questa Demon Hunter prodotta dal Birrificio Montegioco. Si presenta in una bottiglia elegantemente incartata – come tutta la produzione Montegioco – con un etichetta abbastanza inquietante; nel bicchiere è invece di un più rassicurante color ambrato carico, velato, con un discreto cappello di schiuma abbastanza fine, quasi pannosa, color ocra. Al naso – leggermente liquoroso - troviamo frutta secca, toffee, una elegante speziatura da lieviti. In bocca mostra decisamente i muscoli, con un corpo medio ed un profilo di malto ben strutturato che ripropone in parte le caratteristiche dell’aroma aggiungendo note di biscotto e di leggera tostatura. La componente etilica è ben evidente ma molto ben bilanciata in modo da non ostacolare mai la bevuta. La bottiglia che abbiamo bevuto è risultata essere un po’ troppo carbonata; rimane comunque una birra che finisce avvolgente e morbida, lasciando un lungo retrogusto maltato ed etilico che riscalda al palato. Molto ben strutturata e pulita, mantiene come detto una buona beverinità senza però fare sconti; la generosa bottiglia da 75 cl., bevuta in solitudine, lascia il segno e lascia anche intravedere il “cacciatore del demone”. Nota a calce: la Demon Hunter, invecchiata per 10 mesi in barrique di Barbera, cambia nome e diventa la Dolii Raptor. Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto 14/11, scad. 30/06/2013, prezzo 11.50 Euro.

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english summary:
Brewery: Birrificio Montegioco, Montegioco (Alessandria), Italy
Style: English Strong Ale
Appearance: cloudy deep amber color with a frothy off-white head. Aroma: toffee, dried fruits, yeast spices, alcohol. Mouthfeel: medium body, high carbonation, oily texture. Taste: biscuit, roasted malt, toffee, dried fruits. A solid malty profile with a warm alcoholic note throughout. Smooth and dry finish, long warm alcoholic aftertaste. Overall: a clean, solid and well done English strong ale with a good drinkability. Bottle: 75 cl., 8% ABV, batch 14/11, BB 30/June/2013, price 11.50 Euro.

lunedì 7 marzo 2011

Fullers Golden Pride

Fu prodotta per la prima volta nel 1967 per rimpiazzare la strong ale di quel periodo che stava facendo registrare un notevole calo di vendite. La prima versione fu commercializzata da Fuller’s come un barley wine ed aveva una gradazione alcolica di 9%. Con il tempo poi la Golden Pride perse la denominazione di barley wine e l’ABV scese all’attuale 8.5%. Prodotta con luppoli target (per l’amaricatura), northdown e challenger (aroma). Nel bicchiere è di un splendido color ambrato carico, rubino, con una persistente schiuma ocra, fine e cremosa. Al naso sentori erbacei di luppolo si mescolano a frutta sotto spirito (arancia e ciliegie). Il corpo è sostenuto, medio-pieno, con bassa carbonatazione. In bocca si rivela il “passato” da barley wine, con un dominio dei malti pressappoco totale (biscotto, leggera tostatura), alcool e qualche note di frutta sotto spirito, Il retrogusto è liquoroso, abboccato, alcolico, e riscalda. Michael Jackson la definì “the Cognac of beers'. Ed è senz’altro un bel winter warmer da mezzo litro, che però si lascia bere bene. Scad. 08/2011, prezzo: 3.70 €.
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english summary:
Pours a lovely deep amber color with a creamy off-white head. Grassy hops, fruit (orange, cherries) and alcohol in the nose. Full-medium bodied, with low carbonation. Taste is malty (biscuit, some roasted notes) with fruit and some alcohol. Liquor-like aftertaste, bittersweet, with a warm smooth alcoholic finish. Michael Jackson named it “the cognac of beers”. A good winter warmer. 50 cl.bottle, b.b. 08/2011, 3.70 €

domenica 4 aprile 2010

BrewDog Dogma

In origine si chiamava Speedball, ma visto che il nome indicava anche una nota miscela di droghe, gli scozzesi della BrewDog, hanno ribattezzato questa strong ale con il nome di Dogma. Una produzione speciale, con aggiunta di stimolanti (guaranà, semi di cola - entrambi contengono caffeina), e sedativi naturali (semi di papavero e luppoli americani); e nell'amalgama ci finisce anche il miele dello Pertshire! ABV 7.8%, ha un bel colore rame con riflessi ambra, quasi limpido; schiuma bianca, non fine, persistente. Il naso è molto ricco, combinazione di elementi dolci (caramello, sentori di miele) e speziati (luppolo, agrumi, soprattutto pompelmo, papavero ed altri elementi poco distinguibili). Il corpo è medio come la carbonatazione. Al palato si presenta sostanzialmente una replica dell'aroma, un complesso mix dolce-amaro con malto e toffee in evidenza, sentori di miele, ben equilibrati da agrumi, note erbacee di luppolo, e diverse spezie. Il finale è secco, con un lunghissimo e ottimo retrogusto amaro che accompagna il palato per diversi minuti dopo l'ultimo sorso di birra. La beva è buona. Questa Dogma potrebbe collocarsi a metà strada tra una belga speziata e una IPA, ed è uno splendido esempio di equilibrio; senz'altro un'esperienza da provare. Bottiglia da 33 cl.

Sito: www.brewdog.com

martedì 9 marzo 2010

Hogs Back OTT

Il birrificio Hogs Back si trova nel Surrey inglese ed è attivo dal 1992. Le birre in bottiglia sono tutte filtrate e "bottle conditioned", con lievito fresco aggiunto poco prima del riempimento; le curiose etichette sono disegnate da Tony Stanton-Precious, un tempo mastro birraio della Hogs Back. Abbiamo degustato questa OTT in bottiglia 50 cl., gradazione alcolica 6%. Si tratta di una English Strong Ale inizialmente prodotta solamente nel periodo invernale, ma ora disponibile in bottiglia tutto l'anno. Il nome OTT è un acronimo per Old Tongham Tasty, ma anche per Over The Top, e l'etichetta rappresenta dei maiali in volo sul tetto del birrificio. Si presenta con un bel colore ebano scuro, quasi impenetrabile ed una bella schiuma beige, praticamente indissolubile. L'aroma è di malto tostato, con sentori di caffè. Corpo medio, oleoso, con carbonazione media. Malto tostato, caffè e sentori di vaniglia caratterizzano il gusto, con un buon equilibrio di dolce ed amaro. Finale abbastanza lungo, gradevolmente luppolato ed amarognolo. Impressioni molto positive per una birra invernale che si lascia bere davvero bene.

Sito: www.hogsback.co.uk