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mercoledì 24 giugno 2020

Avery IPA & Avery The Maharaja Imperial India Pale Ale


Del birrificio Avery di Denver, Colorado, vi avevo già parlato in un paio di occasioni:  la sua storia è simile a quella di tanti altri protagonisti della craft beer revolution americana. Un ex-homebrewer apre un piccolo birrificio proponendo ai clienti birre troppo diverse da quelle che sono abituati a bere, spesso “troppo amare”.  Pian piano queste birre insolite conquistano sempre più palati ed il piccolo birrificio non riesce a soddisfare la domanda dei clienti: inizia allora ad espandersi in maniera caotica, spesso prendendo in affitto piccoli locali adiacenti a quello dove già opera fino a decidersi a fare un investimento milionario, costruirsi una nuova casa su misura e distribuire le proprie birre in buona parte degli Stati Uniti. 
E’ esattamente quello che ha fatto Adam Avery, ex-homebrewer che nel 1993 ha aperto il suo birrificio a  Denver, in una zona commerciale tra meccanici d’auto e altri piccoli negozi e nel 2015 ha completato un ambizioso piano di espansione da ventisette milioni di dollari e un potenziale di 120.000 ettolitri all’anno. Le vendite non sono però mai decollate e Avery ha avuto le stesse difficoltà che hanno incontrato molti protagonisti storici della craft beer revolution americana.  Un mercato che cresce più lentamente e, al suo interno, la concorrenza di tanti nuovi piccoli birrifici locali che rubano vendite ai grandi, grazie anche ad una maggior flessibilità che permette di soddisfare la costante richiesta di qualcosa di nuovo da bere dei clienti. Avery ha dovuto cercare dei partner disponibili ad immettere la liquidità necessaria per andare avanti e ridurre l’esposizione debitoria con le banche. Non si sono fatti sfuggire l’occasione quelli spagnoli della Mahou San Miguel che nel 2014 avevano già rilevato il 30% del birrificio Founders: lo stesso è accaduto con Avery a marzo del 2018. Alla  fine del 2019 Adam Avery ha ceduto alla  Mahou un ulteriore 40% ed oggi possiede quindi solamente il 30% del birrificio che aveva fondato. 
Per chi (come me) segue da almeno un decennio la birra artigianale il nome Avery  (come Founders, del resto) era uno di quelli sulla lista dei desideri. Le birre di Avery sono sempre arrivate in Europa con il contagocce e qualche anno fa si riusciva a trovare qualche bottiglia delle loro massicce edizioni invecchiate in botte. Dal mio punto di vista è quindi abbastanza sconvolgente trovare oggi le lattine di Avery non solo nei beershop italiani ma anche sugli scaffali dei supermercati: merito (o colpa) dell’acquisizione di Mahou. Consoliamoci con la possibilità di assaggiare oggi, con una decina d’anni di ritardo (e quattro mesi di viaggio) un pezzo di storia  della craft beer revolution a stelle e strisce, anche se Avery non è più un birrificio artigianale.  Avvertenza: le lattine di Avery che sono arrivate di recente in Italia nate alla metà dello scorso febbraio: a voi decidere se è il caso di procedere o no all’acquisto.

La birre.
Nel 1993, anno del debutto, erano tre le birre prodotte da Avery: la Redpoint Amber Ale, la Ellie’s Brown Ale e la Out of Bounds Stout. Tre anni dopo Adam provava a testare il palato dei propri clienti introducendo una birra molto diversa, ovvero piuttosto amara, che lui amava bere tra le mura domestiche: in quell’anno il birrificio acquistò anche la sua prima imbottigliatrice automatica e quella di Avery fu la prima IPA del Colorado ad essere confezionata e distribuita. Le reazioni dei clienti furono inizialmente tutt’altro che positive ma Adam non smise di produrla e dopo qualche anno la IPA diventò la birra più venduta di Avery, spodestando dal trono la Ellie’s Brown Ale. 
La sua formula si basava sulla ”regola dei 4C”, ovvero luppoli Columbus, Centennial, Cascade e Chinook. I malti sono Monaco, C-120 e 2-Row; la ricetta è stata poi aggiornata introducendo un dry-hopping di Idaho 7 e Simcoe. Peccato sia cambiata anche l’etichetta, un tempo raffigurante una vecchia cartina geografica che indicava la rotta dall’Inghilterra verso le indie: oggi sulla lattina domina solamente un grosso cono di luppolo.
  Il suo colore è solare, piuttosto luminoso, con leggere sfumature che tendono all’arancio; la schiuma biancastra è cremosa e compatta. L’aroma non offre granché; avverto note floreali, crosta di pance, accenni di resina. Probabile che il dry-hopping di questa lattina nata quattro mesi fa sia già evaporato. Fortunatamente la bevuta fa notevoli passi in avanti: pane, caramello e accenni biscottati formano una base dolce che viene subito incalzata dall’amaro resinoso e vegetale, di buona intensità e persistenza. L’alcool (6.5%) è ben nascosto, il mouthfeel è morbido, piuttosto gradevole e consente un’ottima scorrevolezza. L’ispirazione di Adam Avery erano le IPA della non (troppo) lontana West Coast, ma di dank e pompelmo in questa lattina ne è rimasto un po’ troppo poco. C’è un bell’equilibrio ma non è una birra priva di spunti e non particolarmente vivace sulla quale hanno evidentemente pesato molto i quattro mesi di viaggio intercontinentale. Non l’ho mai bevuta fresca e quindi non posso fare paragoni: questa IPA di Avery si beve comunque con discreto piacere, e se la trovate nei supermercato a poco più di due euro può essere un compromesso qualità-prezzo anche accettabile. 

Ci sono voluti quasi dieci anni ad Avery per cimentarsi con una Double IPA: è infatti arrivata solamente nel 2004, in concomitanza con i festeggiamenti dell’undicesimo compleanno bagnati dalla Eleven Anniversary Ale, una Double IPA basata sul barley wine Hog Heaven che il birrificio del Colorado produceva dal 1997. Ricorda Adam: “dopo averlo prodotto per così tanti anni ci chiedevamo come potevamo alzare l’asticella. Il Barley Wine era delizioso e volevamo vedere se riuscivamo a farne una versione più potente ed estremamente luppolata: nacque Eleven (9%), la birra dell’anniversario e ci piacque così tanto che sentimmo il bisogno di dover produrre una Imperial IPA almeno una volta all’anno”.  
Maharaja (10%) è il nome scelto per una birra disponibile all’inizio solamente in estate, da marzo ad agosto, e parte della Dictator series di Avery: il  Maharaja andava a far compagnia allo Zar (Csar Imperial Stout) e alla Kaiser Imperial Lager. Oggi la Maharaja è invece disponibile tutto l’anno, anche lei in una nuova veste grafica che personalmente mi fa un po’ rimpiangere quella di un tempo.  Columbus, Simcoe, Centennial  e Chinook sono i protagonist di una ricetta poi aggiornata con il dry-hopping di Idaho 7, Vic Secret e Simcoe. I malti sono Two-row barley, Caramel 120L e  Victory. Sembra passato un secolo, ma non molti anni fa la Maharaja di Avery era tra le classiche Imperial IPA americane che ogni appassionato avrebbe dovuto e voluto assaggiare. 
Si veste di un bel color dorato carico d’arancio, la schiuma biancastra è compatta ed ha buona ritenzione. Pompelmo, arancia, resina, suggestioni di frutta tropicale e di alcool compongono un bouquet di media intensità ma piuttosto pulito. Sono piacevolmente sorpreso per una birra che ha quattro mesi di vita e arriva dagli Stati Uniti: sensazioni positive anche per quel che riguarda il mouthfeel, pieno, morbido e avvolgente. Difficile chiedere di meglio ad una classica DIPA. La bevuta è prevalentemente amara, resinosa e pungente, con l’alcool ad enfatizzare quest’ultimo aspetto: a bilanciare troviamo il dolce dei malti che sposa tonalità biscottate e caramellate, con una punta di miele e di arancia/pompelmo zuccherato. La Maharaja è potente e morde ancora con i suoi denti affilati, sfociando in una chiusura abbastanza secca e un finale amaro lungo e intenso. Se amate l’amaro e volete una birra dura e pungente, il Maharaja è pronto a soddisfare le vostre voglie: le lattine arrivate di recente in Italia sono ancora in buona forma, affrettatevi ad assaggiare questo pezzo di storia della US Craft Beer Revolution.
Nel dettaglio:
Avery IPA, formato 35,5 cl., alc. 6,5%, lotto 14/02/2020, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)
The Maharaja, formato 35,5 cl., alc 10%, IBU 102, lotto 17/02/2020, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 9 dicembre 2019

Avery Old Jubilation Ale

Del birrificio Avery di Denver, Colorado, e della sua storia vi avevo parlato qualche mese fa. Fu fondato dall’ex-homebrewer Adam Avery nel 1993 e nel 2015 ha completato un ambizioso piano di espansione costato oltre venti milioni di dollari; le vendite non sono però mai decollate e Avery ha dovuto cercare dei partner disponibili ad immettere la liquidità necessaria per andare avanti e ridurre l’esposizione debitoria con le banche. Non si sono fatti sfuggire l’occasione quelli spagnoli della Mahou San Miguel che nel 2014 avevano già rilevato il 30% del birrificio Founders: lo stesso è accaduto con Avery.  E pochi mesi fa Mahou ha messo in pratica la seconda fase del piano passando da socio di minoranza a quello di maggioranza: 70% per Avery, 90% per Founders. 
Colorado, Montagne Rocciose: il Rocky Mountain National Park è uno dei parchi più popolari degli Stati Uniti visitato da più di tre milioni di turisti ogni anno. Nonostante una cinquantina di vette che superano i quattromila metri d’altezza gli inverni in Colorado non sono particolarmente rigidi, con una temperatura media a valle di sette gradi centigradi. Per chi ha paura del freddo Avery offre una serie di birre invecchiate in botte dalla gradazione alcolica molto elevata, ma non solo.  La birra stagionale invernale di Avery per eccellenza è “soltanto” una Old/Strong Ale d’ispirazione inglese dal contenuto alcolico di poco superiore all’8%.

La birra. 
“Mi ispirai alla Old Peculierricorda Adam Averyalla metà degli anni ’90 era una delle birre che bevevo maggiormente e, siccome possedevo un birrificio, pensai di fare qualcosa che le assomigliasse. Non volevo copiarla ma realizzare una birra che si basasse sulla ricchezza dei malti. La realizzammo per la prima volta nel 1997 in un periodo in cui non ce la stavamo passando molto bene e le nostre birre si vendevano poco. Ma questa ha sempre avuto grande successo a Boulder e quindi continuiamo a produrla ancora oggi. E’ una di quelle birra che mi ha aiutato a spiegare alla gente la differenza tra il nostro birrificio e quello che la maggior parte degli altri birrifici faceva in quel periodo  Oggi abbiamo forse superato il punto in cui parlare di stagionalità non ha più senso: ci sono così tanti birrifici in giro e la gente vuole sempre qualcosa di nuovo da provare. Io mi rivolgo piuttosto a coloro che cercano semplicemente una birra intensa ma facile da bere per accompagnare i dolci e i lauti pasti delle festività: la nostra Old Jubilation è ancora lì” 
La ricetta, disponibile anche per homebrewers volenterosi sul sito di Avery, prevede malti 2-Row, Black, Chocolate, Bonlander Munich e Gambrinus Honey, luppolo Bullion e lievito London Ale: nessuna di quelle spezie che vengono di solito utilizzate per le birre natalizie. Dal 2015 è disponibile anche in lattina, formato che credo abbia ormai sostituito definitivamente la bottiglia. Io vado invece a stappare un esemplare in vetro dall’età imprecisata. 
Bel colore ambrato carico, splendidi riflessi rubini: nel bicchiere fa la sua figura e al naso regala profumi di ciliegia, uvetta e prugna, frutti di bosco, melassa, pane nero, biscotto e frutta secca a guscio. Nonostante la tradizione di riferimento sia quella inglese la carbonazione molto bassa le toglie un po’ di vitalità: il gusto mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, espressione del ricco parterre dei malti utilizzati. Biscotto, caramello, toffee, uvetta e prugna, un amaro appena accennato di frutta secca a guscio. L’alcool quasi non si sente e in questo caso ne avverto un po’ a mancanza, visto che nel bicchiere abbiamo un cosiddetto Winter Warmer. Dolce ma perfettamente bilanciata, chiude con qualche remota suggestione di cioccolato che emerge man mano che la birra si scalda.
Le festività sono il tempo delle tradizioni, delle riunioni di famiglia, dei ricordi: la Old Jubilation Ale di Avery è la scatola degli addobbi natalizi che tirate fuori dal ripostiglio ogni anno in dicembre. Sapete perfettamente cosa c’è dentro e dentro di voi provate un piacevole misto di gioia e noia per quello che vi attenderà a breve.
Formato 35,5 cl., alc. 8.3%, IBU 45, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 23 maggio 2019

Avery Tweak 2017


La storia del birrificio Avery (Boulder, Colorado) inizia come quella di tanti altri:  homebrewing, un hobby che alla fine degli anni ’80 aveva contagiato Adam Avery, arrivato in Colorado col padre per soddisfare un’altra delle sue passioni, l’arrampicarsi sulle rocce.  Ricorda: “lavoravo in un negozio di attrezzature sportive e il proprietario mi fece assaggiare una delle birre che lui faceva in casa. Era fantastica…  anche il mio coinquilino al college faceva la birra ma non era così buona. Il giorno dopo corsi a comprare il mio primo kit per homebrewing! Sperimentavo usando molto luppolo, frutta, facendo birre molto alcoliche: ne producevo molto più di quanto riuscissi a bere e così iniziai a farla assaggiare in giro, ottenendo riscontri positivi”. All’inizio degli ann’90 il padre Larry va in pensione ed offre al figlio una somma d investire in una propria attività. Adam non ci pensa due volte e nel settembre 1993 apre le porte della Avery Brewing Company, un piccolo birrificio che si trova nel reticolo di una zona commerciale tra meccanici d’auto e altri piccoli negozi.  “Non siamo mai esplosi – ricorda Adam -  e per dieci anni non abbiamo quasi guadagnato nulla; abbiamo resistito perché facevamo birre estreme ed eravamo sicuri che prima o poi la gente ci avrebbe seguito. Nel 1996 producemmo la nostra prima IPA e i locali in cui la consegnavamo ci chiamavamo per dirci che era una birra troppo amara e che nessuna voleva berla!”
Negli anni a venire Avery prenderà in affitto altre undici unità commerciali adiacenti  (la zona verrà rinominata Avery Alley) per potersi espandere fino a raggiungere una capacità produttiva di 60.000 ettolitri all’anno facendo funzionare l’impianto ventiquattr’ore al giorno.  Anche una buona porzione del parcheggio clienti viene occupata dai fermentatori e chi si reca alla piccola taproom, aperta nel 2003, incontra grosse difficoltà a posteggiare; gli uffici degli impiegati vengono più volte spostati in diversi edifici.
Il “calvario” dura 22 anni e termina nel febbraio 2015 quando Avery inaugura il nuovo stabilimento nel sobborgo di Gunbarrel: investimento da 27 milioni di dollari, impianto tedesco da 101 ettolitri, seimila metri quadrati di superficie occupata e potenziale annuo da 120.000 ettolitri aumentabile sino a 500.000. Il sogno non dura però a lungo: l’esposizione debitoria è notevole e le vendite non decollano e negli anni a seguire si stabilizzano a quota 80.000 ettolitri.  Gli Avery iniziano a guardarsi attorno per cercare qualche partner disposto ad entrare in società e gli spagnoli della Mahou San Miguel (già acquisitori nel 2014 del 30% del birrificio Founders) non ci pensano due volte. Alla fine del 2017 anche Avery annuncia di aver ceduto il 30% a Mahou  per una cifra non rivelata. Il birrificio, che si trova a poche miglia dalla sede dell’American Brewers Association,  viene quindi depennato dall’elenco dei birrifici artigianali.  Per Adam non è un problema: “a me non importa, io so chi sono e so cosa è il nostro birrificio, non ho bisogno che nessuno venga a dirmelo. Non m’interessa di essere considerato un birrificio artigianale, voglio solo essere un ottimo birrificio. Per noi è un’enorme opportunità di ridurre i nostri debiti e avere a disposizione liquidità,  la maggior parte della quale andrà ai nostri dipendenti.. vogliamo che passino un bellissimo Natale”.
La transazione si chiude a marzo 2018,  anno che si concluderà comunque in maniera negativa: per la prima volta in vent’anni le vendite calano  (-22%) e in estate il birrificio è costretto a ridurre del 4% il proprio personale. Nell'ultimo trimestre  iniziano a vedersi i primi effetti della sinergia con Mahou: sugli impianti di Avery si fanno i primi test per produrre anche in Colorado la All Day IPA di Founders, una birra le cui vendite (quasi 200.000 ettolitri l’anno!) basterebbero da soli a saturarne la capacità produttiva.  Per invertire la rotta quelli di Mahou chiedono maggior potere decisionale e così qualche settimana fa Avery ha dovuto cedere un ulteriore 40% a Mahou/Founders. Agli Avery resta ora solamente una quota del 30%: “oggi nell’industria della birra stanno accadendo delle stronzate assurde e dobbiamo usare tutte le armi che abbiamo a disposizione. E’ una fortuna avere degli investitori che guardano lontano e che hanno fiducia in noi, nonostante le vendite siano in calo”.
La birra.
Avery ha iniziato a sperimentare con gli invecchiamenti in botte nel 2003 ma solamente nel 2009 ha lanciato una vera e propria Barrel Aged Series inaugurata dalla Brabant, una Belgian Dark Ale brettata maturata in botti di Zinfandel. Nel corso del tempo sono state realizzate una cinquantina di diverse etichette che trovate elencate qui. Nel 2011 è poi arrivata la Annual Barrel Series composta da quattro birre barricate che, a rotazione, sono disponibili ogni anno: le imperial stout Tweak (novembre-dicembre) e Uncle Jacob (febbraio-maggio), la Coconut Porter Plank’d (maggio-luglio) e Rumpkin (agosto-ottobre) un’imperial Pumpkin Ale invecchiata in botti di rum.In Colorado gli inverni sono freddi e le birre barricate di Avery costituiscono un ottimo antidoto: gradazioni alcoliche elevate, spesso esagerate.
Prendiamo Tweak, una potente (16%) imperial stout prodotta con aggiunta di caffè e invecchiata quattro mesi in botti ex-borbon. La ricetta annovera malti Special B, Roasted Barley, Black, 2-Row e Aromatic, luppolo Columbus e lievito Westmalle Belgian Ale.
Nera, impenetrabile e persino capace di generare una buona quantità di schiuma dalla discreta persistenza. L’aroma non è molto profondo ma c’è tuttavia una buona intensità: bourbon, legno, melassa, uvetta e prugna, accenni vaniglia e di fumo, tabacco. Questa bottiglia di Tweak è nata nell’ottobre del 2017 e nonostante i diciotto mesi passati in cantina ancora brucia: i gradi alcolici si sentono tutti ed è quindi d’obbligo sorseggiarla quasi fosse un distillato. Anche se la bottiglia è da 35 centilitri il consiglio è di condividerla con qualcuno. Ci sono tanti “dark fruits” accompagnati da cioccolato, melassa, caffè e qualche tostatura, ricordi di vaniglia. Il bourbon la attraversa dall’inizio alla fine ma esce soprattutto nel finale, con una vampata di calore che riesce ad asciugare quasi completamente il dolce di una birra  lunghissima, che sembra non voler finire quasi mai. L’apporto del caffè risulta altrettanto fondamentale nel portare un po’ d’amaro in un’imperial stout dal corpo pieno e dalla consistenza piuttosto oleosa. Se amate le grande birre di The Bruery questa Tweak di Avery vi risulterà familiare:  non è un mostro di complessità e definizione, il carattere barricato non è dei più profondi ma nel complesso non c’è di che lamentarsi, anzi. Con lei passerete una bella ed intensa serata.
Formato 35.5 cl., alc. 16%, imbott. 27/10/2017, prezzo indicativo 14 dollari  / 16 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.