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lunedì 13 aprile 2015

Westvleteren Extra 8 (2012) vs. Rochefort Trappistes 8 (2012)

Qualche tempo fa organizzai una piccola “orizzontale” di tre Belgian Strong Ale (o Quadrupel, se preferite): le due trappiste Westvleteren XII e Rochefort 10 ed una che ha avuto molto in comune con la prima delle due: la St. Bernardus 12.   Dopo la “sfida” tra quei pesi massimi,  eccone una simile tra  pesi “medi”, se così vogliamo chiamarle: Westvleteren e Rochefort 8, entrambe imbottigliate nel 2012;  questa volta rimane fuori l’ottima St. Bernardus Prior 8, parente strettissima della Westvleteren, che purtroppo non avevo in cantina. La potete comunque trovare qui.

Partiamo dalla Westvleteren 8, conosciuta anche come Westvleteren Extra e, un tempo, come  St. Sixtus Prior 8; nata negli anni 30 del diciannovesimo secolo (1834 o 1839, a seconda delle fonti), è stata in seguito prodotta per oltre trent’anni a Watou presso la St. Bernard Brouwerij quando, al termine della licenza concessa, nel 1992 la produzione rientrò dentro le mura del birrificio di St. Sixtus. Più o meno in questo periodo avvenne anche un importante cambiamento nel ceppo di lievito utilizzato, arrivato dall’abbazia di Westmalle: il vecchio lievito “originale o quasi” di St. Sixtus continua invece ad essere utilizzato dalla St. Bernardus per la sua Prior 8. La ricetta dovrebbe completarsi  con malti Pilsener e Pale, saccarosio, zucchero candito e una luppolatura di Northern Brewer, Hallertauer e Styrian Golding (la fonte è il libro: Brew Like A Monk). 
La trappista Rochefort 8 condivide a grandi linee la stessa base delle sorelle 6 e 12: malti Pilsner ed  Monaco, due tipi di zucchero candito, chiaro e scuro, due tipi di luppolo, Styrian Goldings e Hallertauer. La sua età anagrafica è un po’ inferiore, e risale al secondo dopoguerra: allora il birrificio trappista non navigava in buone acque, con un vistoso calo di fatturato: i monaci dell’Abbazia di Notre-Dame de Scourmont (Chimay) inviarono in loro aiuto Jean De Clerck, il quale lavorò per un paio di anni fianco a fianco con i frati di Rochefort per la realizzazione di tre nuove birre: nel 1953 vide la luce la Rochefort 6, seguita da  La Merveille (oggi Rochefort 10) e, nel 1955, dalla Spéciale poi divenuta Rochefort 8. 
Entrambi i birrifici trappisti chiamano la propria birra utilizzando un semplice numero, 8:  di solito si chiama in causa l’utilizzo della scala Baumé (misura la densità di una qualsiasi soluzione acquosa), ma le cose potrebbero non essere così semplici. Ad ogni modo se nella Westvleteren 8 c’è attualmente una perfetta corrispondenza con la sua gradazione alcolica in percentuale, la Rochefort 8 ha oggi un contenuto alcolico maggiore (9.2%) del suo "numero": probabile che un tempo avesse una gradazione alcolica leggermente inferiore. 
Versiamole nel bicchiere: classico “tonaca di frate” per la Westvleteren 8, con splendidi riflessi rosso borgogna; da “manuale” è la schiuma beige chiaro che si forma, fine, cremosissima e compatta, dall’ottima persistenza. Un po’ meno bella la Rochefort 8, che non ha mai fatto dell’aspetto il suo punto di forza: ambrato carico, qualche riflesso ramato, piccole particelle di lievito in sospensione; identica la schiuma nell’aspetto e nel colore a quella della WV, ma le dimensioni e la persistenza sono minori. Molto elegante e raffinato il “naso” della Westvleteren: pera e ciliegia sciroppata, frutti rossi, caramello, frutta secca (nocciole, forse arachidi), albicocca disidratata, amaretto ed una suggestione di vino liquoroso; c’è un bell’equilibrio tra i diversi elementi che entrano ed escono di scena al variare della temperatura nel bicchiere, senza che ci sia un aroma dominante. E’ un po’ diverso il bouquet olfattivo della Rochefort, dove svetta su tutto la pera, lasciando in sottofondo i sentori di banana matura, le spezie (coriandolo), la prugna ed il caramello; il suo aroma è meno complesso e meno intrigante, ugualmente pulito, senz’altro più intenso e potente, con l’alcool che si fa leggermente avvertire. 
Entrambe hanno un corpo medio, ma al palato la Rochefort si fa notare per la sua maggiore viscosità e presenza: è meno carbonata, meno secca e più dolce della Westvleteren, che invece sfodera una facilità di bevuta impressionante  e  prosegue il percorso iniziato dall’aroma; caratterizzata da un equilibrio e da una pulizia impeccabile. E’ meno dolce del previsto:  biscotto, caramello, prugna e uvetta, frutta secca (nocciola) sono sostenuti da una vivace carbonazione e bilanciati da un finale sorprendentemente attenuato e una chiusura amaricante di mandorla con qualche leggera tostatura.   L’alcool è forse fin troppo ben nascosto, facendo timidamente capolino solamente nel retrogusto di frutta sotto spirito.
La maggior gradazione alcolica (9.2% vs. 8%) della Rochefort 8 si fa indubbiamente sentire, con una bevuta più “calda” e potente che non è comunque troppo difficoltosa, ricca di pera, caramello, biscotto, prugna e uvetta sotto spirito, e qualche leggerissima nota di porto che dopo tre anni dall’imbottigliamento inizia ad avvertirsi.  Qui è l’alcool a stemperare il dolce a fine bevuta, “asciugando” il palato: l’amaro (anche qui mandorla) è davvero solo accennato. Decisamente più ricco e lungo il retrogusto rispetto alla Westvleteren, dolce, avvolgente, con un morbido warming etilico di uvetta e prugna sotto spirito.
Due grandi birre, entrambe pulitissime ed equilibrate: più bella da vedere, più piacevole da “annusare” e più elegante e facile da bere (e ribere) la Westvleteren, più potente e impegnativa la Rochefort, con una bottiglia che è sufficiente per concludere la serata. Se dovessi decretare ai punti un vincitore, la spunterebbe però al fotofinish la Rochefort 8, soprattutto per una bevuta da fine serata;  se guardiamo al fattore reperibilità/prezzo non c’è invece partita, visto che la Westvleteren 8  paga il  pegno di  essere “sorella” di quella che viene assurdamente definita la “birra migliore del mondo”, la Westvleteren 12. In teoria la potreste acquistare solo al monastero (previa prenotazione telefonica) o al café adiacente: in pratica la trovate in molti negozi, anche on-line, a prezzi assolutamente ingiustificati e speculativi. 
Nei dettagli:
Westvleteren Extra 8, alc. 8%, imbott.  21/08/2012, scad. 21/08/2017, pagata 7,84 Euro (beershop, Belgio)
Rochefort 8, alc. 9.2%, imbott. 21/03/2012  08:02, scad. 21/03/2017, pagata 2.99 Euro (supermercato, Italia)
 
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 23 novembre 2013

St. Bernardus Abt 12 vs. Westvleteren 12 vs. Rochefort 10


Come promesso, eccoci a tirare le somme della degustazione del trittico di Quadrupel dei giorni scorsi; indiscutibilmente le migliori rappresentanti di categoria, e se proprio vogliamo dare uno sguardo ai siti di beer-rating: sia Beer Advocate che Ratebeer le mettono nella stessa posizione:  Westvleteren 12, Rochefort 10 e  St. Bernardus Abt 12. Un gradino più in alto, diamo un'occhiata (sempre con leggerezza) alle migliori birre del mondo secondo i Raters: Ratebeer indica attualmente ancora la Westvleteren 12 come miglior birra al mondo, mentre bisogna scendere alla posizione 7 per trovare la Rochefort 10; finisce fuori dalla Top 50 la St. Bernardus Abt 12. Molto più centrato sulle produzioni americane è invece Beer Advocate, dove la Westvleteren finisce al settimo posto, Rochefort 10 al diciottesimo e la St. Bernardus Abt 12 al trentaduesimo.  
Ma passiamo alle cose serie; il confronto diventa particolarmente interessante per St. Bernardus e Westvleteren, visto che le queste ultime sono state prodotte dal 1946 al 1992 proprio da coloro che oggi fanno la St. Bernardus. Chiaramente il confronto è limitato a queste tre bottiglie, con tutte le limitazioni e specificità del caso; la Rochefort - ricordo - ha un anno in meno (2010) rispetto alle altre due. St. Bernardus e Rochefort (acquistate nel 2010) hanno passato gli ultimi tre anni al buio in cantina, nelle stesse condizioni, mentre la Westvleteren è arrivata a Luglio 2011. Ovviamente hanno avuto una "vita" diversa negli anni precedenti all'acquisto che può aver influito in modo diverso sulla loro maturazione.
Aspetto: si assomigliano molto, con la Westvleteren leggermente più chiara e caratterizzata da grossi fiocchi di lievito che formano un "fondo" di quasi due centimetri nella bottiglia; più piccoli quelli in sospensione nella bottiglia di St. Bernardus. Più pulita e quasi priva di particelle la Rochefort: vince senza dubbio la valutazione "estetica", con un colore più scuro ma molto più brillante e meno torbido delle altre due, ulteriormente abbellito da splendidi riflessi rosso rubino. Per tutte e tre la schiuma, quella delle foto pubblicitarie, è ormai un lontano ricordo; ce n'è poca e quel poco che si forma svanisce abbastanza rapidamente.
Aroma: le differenze sono abbastanza notevoli ed interessanti. Per intensità vincerebbe senz'altro la Westvleteren, con la Rochefort all'ultimo posto; per quel che riguarda la finezza, l'eleganza, direi che il confronto finisce con un ex-aequo, mentre sulla composizione dell'aroma e sulla sua complessità ci sono parecchie differenze. Molto sfaccettato quello della St. Bernardus (uvetta, prugna, amaretto, frutta secca, sentori di banana matura, zucchero a velo, fruit cake e cioccolato), più semplice e spiccatamente dolce quello della Westvleteren, leggermente vinoso; la Rochefort inizialmente non sorprende (banana e pera, un classico del lievito del monastero) ma poi apre a dei bellissimi sentori di Porto e di legno umido. Se la giocano St. Bernardus e Rochefort, ma è difficile scegliere.
Mouthfeel: sono tutte e tre delle birre quasi "masticabili" (o chewy, per dirla in inglese); gli anni di cantina hanno stemperato le spigolature di gioventù e, soprattutto, abbattuto il numero delle bollicine che personalmente trovo un po' fastidiose nelle bottiglie giovani. Molto simili Westvleteren e Rochefort, ancora rotondissime, potenti, piene ed appaganti; cede un po' la St. Bernardus, con un corpo leggermente più scarico delle altre e, soprattutto, con una bevuta che risulta leggermente meno rotonda e compatta.
Gusto: eccoci alla parte più interessante. Partiamo dall'intensità, dove di nuovo troviamo la St. Bernardus dietro le altre due; intensissima la Westvleteren, così come la Rochefort, con l'alcool che in quest'ultima è molto più presente, anche se è una presenza morbida ed assolutamente non disturbante. Prugna (disidratata, per la Rochefort) ed uvetta sono le caratteristiche che accomunano tutte e tre le Quadrupel, e da qui ognuna prende poi una direzione differente: liquirizia per la St. Bernardus, erbe officinali e china per la Westvleteren, Porto/Madeira e cioccolato per la Rochefort. Un altro tratto in comune è la "vinosità", se mi passate il termine: parliamo di vini come Porto, Madeira, Marsala, Passito. C'è solo un leggero accenno di vino liquoroso nella St. Bernardus, mentre la Westvleteren, molto dolce, richiama forse più un Passito che un Porto; non lascia invece dubbi la Rochefort, con che una presenza etilica molto più ingombrante fa subito pensare a vini dolci più sostenuti come Porto e Madeira. Sono tre birre dal contenuto alcolico importante ma che si bevono con buona facilità, con qualche limite in più per la Rochefort; obbligatorio comunque il lento sorseggiare per godere appieno della loro intensità ed apprezzarne tutte le diverse sfumature. Potentissimo e quasi infinito il retrogusto della Rochefort, etilico ma morbido; sugli stesse frequenze, forse leggermente inferiore come intensità ma sempre straordinariamente appagante anche quello della Westvleteren; leggermente inferiore la St. Bernardus, ma stiamo sempre a livelli altissimi.


Il verdetto: ovviamente personale, ed ovviamente limitato alle tre bottiglie esaminate. Se le tornassi a bere tra una settimana, l'opinione potrebbe essere magari  differente. (Con)vince, senza molti dubbi, la Rochefort 10. Forse avvantaggiata da un anno in meno d'età (tre anziché quattro), si mostra quasi all'apice della sua parabola di "maturazione", in un punto di equilibrio quasi perfetto tra vigore e maturità. Ad alcuni potrebbe forse sembrare eccessivo il "warming" alcolico, personalmente l'ho trovato molto funzionale nello stemperare la dolcezza della birra, asciugando un po' il palato. Dettaglio che ho invece sentito mancare nella Westvleteren, in una bottiglia che ha forse già superato il suo apice ma che sta comunque continuando - quasi in linea retta - uno splendido invecchiamento, molto dolce ma ancora intensissimo. Invecchiamento meno riuscito quello della St. Bernardus, che ha perduto un po' di vigore e sembra aver intrapreso una parabola discendente. 
Coda: la questione prezzo gioca ovviamente enormemente a sfavore della Westvleteren, vittima delle speculazioni procurate dall'idea de "la migliore birra del mondo"; a meno che non riusciate ad acquistarla durante una visita in Belgio, risulta molto, troppo costoso farsi una piccola scorta di Westvleteren 12 in cantina da stappare negli anni a venire. Ma se anche vi trovaste in Belgio (evitando i locali/beershop che speculano anche là), avreste comunque il problema della reperibilità; dovreste comunque sempre faticare per prenotare l'acquisto, recarvi con l'automobile al monastero, e per fortuna che il Belgio è una nazione abbastanza piccola! La difficile reperibilità aveva un tempo creato quell'alone di mistero, di "misticismo" attorno a questa birra che forse ne ha anche poi condizionato le valutazioni. Oggi la reperibilità (per la bevuta occasionale) non è più un problema, ma solo una questione di prezzo; sono molto meno accessibili tante grandi birre americane (e non solo a noi europei, anche a molti americani). Rochefort 10 e St. Bernardus Abt 12 si trovano invece molto facilmente, anche in diversi supermercati, ed offrono uno straordinario rapporto qualità prezzo, costando meno della maggior parte delle birre artigianali italiane. Il consiglio è dunque quello di acquistarle, metterle in cantina ed aprirne una di tanto in tanto per apprezzarne le interessanti evoluzioni che queste birre hanno nel corso degli anni.

giovedì 21 novembre 2013

Westvleteren 12 (2009)

Pur non volendo, anche questa volta ci tocca parlare di birra partendo dai siti di beer-rating; sì, perchè la "colpa" è proprio di Ratebeer se attorno al monastero di St. Sixtus ed alle Westvleteren si è formato una specie di mito, peraltro abbastanza immotivato. A St. Sixtus - il più piccolo dei birrifici trappisti - si produce birra dal 1839, mentre a Westvleteren si sono succeduti almeno tre monasteri dall'806 d.C. al 1831, anno di fondazione di St. Sixtus; è nel 1931 che la birra inizia ad essere commercializzata al pubblico, mentre sino ad allora veniva servita solamente agli ospiti ad ai visitatori del monastero. Nel 1946 la produzione viene affidata al vicino birrificio Deconinck (ora St. Bernardus) per consentire a monaci di concentrarsi maggiormente sulla preghiera. E' solamente nel 1992 che la produzione torna dentro le mura del monastero, condizione sine qua non per potersi definire "birra trappista". Le (birre) Westvleteren sono sempre state di alta qualità, alla pari delle altri sorelle trappiste, ma probabilmente non erano molto conosciute anche perché la loro reperibilità era comunque abbastanza difficoltosa. Potevano essere acquistate solamente al monastero, con un limite di dieci casse (da 24 bottiglie) per persona.
Ratebeer viene fondato nel 2000 da Bill Buchanan, inizialmente come un semplice forum sul quale gli appassionati di birra si potevano confrontare e scambiare opinioni; nel 2005 Ratebeer pubblica la solita annuale classifica di gradimento, nella quale la Westvleteren 12 viene nominata "la miglior birra al mondo", ovviamente secondo i votanti del sito. La notizia in sè non sarebbe nulla di che, ma viene ripresa e ribattuta da alcuni quotidiani europei, soprattutto belgi, iniziando a destare curiosità ed interesse in numerose persone. Lentamente, la tranquilla campagna che circonda il monastero di St. Sixtus, solitamente invasa da ciclisti che si andavano poi a dissetare con le Westvleteren al pub/bar In De Vrede, inizia ad essere sempre più invasa di automobili che si mettono in (chilometriche) code per acquistare la birra. La "razione di casse" che ogni individuo può acquistare viene diminuita da dieci a cinque e poi, nel corso degli anni, a tre ed a due. I monaci rimangono però assolutamente indifferenti a tutto questo "hype";  producono sempre lo stesso quantitativo di birra (4750 hl, ovvero 60.000 casse l'anno) e non hanno nessuna intenzione di aumentarlo solo per soddisfare la domanda dei clienti. Perchè loro sono monaci, non birrai, e la birra per loro ha la unica funzione (oltre che per essere bevuta, una al giorno) di recuperare  fondi per il sostentamento della vita monasteriale. Anzi, a dire il  vero qualcosa i monaci lo fanno: non è più consentito presentarsi ai cancelli dell'abbazia e mettersi semplicemente in coda per ritirare la birra. Bisogna telefonare, prenotarsi, dare il proprio numero di targa della macchina e andare a ritirare la birra in un giorno ed in un orario prestabilito; poi, per sessanta giorni, non potrete più telefonare. E, soprattutto, la birra è per consumo personale, non va assolutamente rivenduta. E mentre i birrofili lamentano di come sia impossibile prendere la linea, ipotizzando strane congiure (sembrerebbe che telefonando da un numero belga si abbia maggior possibilità di avere risposta), pian piano i più furbi iniziano a mettere le Westvleteren (soprattutto la 12) su Ebay o a rivenderle a prezzi sempre più allucinanti (anche 100 dollari). Al monastero una cassa di 24 Westvleteren 12 vi costa attualmente 40 Euro, più 9.60 Euro di cauzione per la cassa e 0.10 Euro di cauzione per il vetro di ogni bottiglia: totale, tutto incluso, 2,16 Euro cadauna.
A ottobre 2011 l'annuncio shock: per finanziare degli urgenti lavori di ristrutturazione al monastero, i monaci decidono finalmente di distribuire la birra oltre le mura del monastero. Si tratta della Westvleteren 12, che viene inizialmente offerta in Belgio tramite la catena di supermercati Colruyt, con un temporaneo sforzo produttivo dei monaci che consente loro di produrre la birra in più necessaria per l'operazione. Si tratta di 93.000 cofanetti contenenti 6 bottiglie (con la scritta "XII" serigrafata) più due bicchieri, venduti a 25 Euro, che consentono ai monaci di racimolare più o meno due milioni di Euro. La vendita inizia alle 8 di mattina del 3 Novembre 2011, ed alle 3 del pomeriggio dello stesso giorno ne sono stati già venduti ben 66.000, secondo quanto dissero alla Colruyt. Il giorno stesso i cofanetti iniziano ad apparire su Ebay a prezzi che vanno dai 100 ai 250 Euro. L'operazione viene replicata qualche mese dopo, ad inizio 2012, ma questa volta i cofanetti prendono la strada degli Stati Uniti, del Canada e di diversi paesi europei; c'è anche l'Italia, con una distribuzione a macchia di leopardo e dove ovviamente il prezzo (intorno ai 70 Euro) è ben lontano dai 25 Euro del Belgio. Nel frattempo le Westvleteren (e non solo quelle del cofanetto..) appaiono ormai in quasi tutti i beershop italiani, anche in quelli aperti da pochi giorni; ed anche molti pub/bar che non vantano certo  una selezione di bottiglie frutto di un attento lavoro di ricerca del publican ma piuttosto una selezione da listino Horeca, offrono ai clienti la rarità Westvleteren a prezzi che superano i 20 Euro la bottiglia. Nel frattempo i birrofili di lunga data, che fino a poco tempo fa erano anche gli unici ad averla bevuta, iniziano a confrontare la Westvleteren 12 con la Westvleteren XII del confanetto, malignando che forse si tratta due birre diverse, che la XII non è qualitativamente all'altezza della 12, e che forse lo "sforzo produttivo" che ha consentito i produrre tutta quella birra in più destinata ai cofanetti della XII è avvenuto altrove e non dentro le mura di St. Sixtus. Fantasia? Realtà?
Se ancora non vi siete addormentati nella lettura, è il momento di bere. Bottiglia anno 2009, con un impressionante fondo di fiocchi di lievito. Il colore è l'atteso "tonaca di frate" (o marrone con riflessi ambrati); molto modesta la schiuma, che svanisce quasi subito lasciando comunque il pizzo nel bicchiere. Aroma ancora forte e molto dolce, anche relativamente semplice: ciliegia e prugna sciroppata, banana matura, caramello. Al palato: corpo pieno, poco carbonata, consistenza "masticabile". Il primo sorso impressiona per l'intensità, per la potenza, e per il dolce: ondata di uvetta e prugna, con una nota amara finale di erbe officinali e di china. Sorprendente, ma anche un po' deludente. E' una birra che necessita di restare nel bicchiere diversi minuti  per aprirsi e rivelarsi finalmente in tutte le sue sfaccettature. Emergono note di banana matura, di biscotto e di caramello, ma sopratutto note ossidate che la portano nel territorio di vini come Porto, Sherry o Madeira, Passito. La bevuta diventa molto interessante, con una straordinaria intensità e, soprattutto, con l'alcool (10.2%) nascosto in modo incredibile. Il dolce è stemperato - come detto -  da una chiusura di china e di erbe officinali, una lieve pausa prima del sontuoso retrogusto, etilico, morbido ed appagante, fruttato e lunghissimo. Meglio in bocca che al naso, birra che mostra i segni dell'età ma che mostra anche di aver intrapreso una strada d'invecchiamento ben precisa. Molto dolce, rimane comunque ancora potente e rotonda (al contrario della St. Bernardus Abt 12 bevuta ieri); se forse ha già superato il suo punto "ideale" di bevuta, sembra avere ancora molto da dire avventurandosi sempre di più nel territorio dell'ossidazione e dell'invecchiamento.
Formato: 33 cl., alc. 10.2%, anno 2009, scad. 23/03/2014.


(Doverosa) Postilla:
Personalmente sono abbastanza contrariato dall'isteria che si è venuta a creare attorno a questa birra. Ammiro la passione, l'amore e l'entusiasmo per la birra, che immagino sia alla base di siti internet come ad esempio questo. Capisco perfettamente che un birrofilo possa decidere, di tanto in tanto, di spendere una cifra esagerata per bere una birra di cui ha tanto sentito parlare e che non è mai riuscito a trovare. Quello che trovo invece assurdo è la ricerca di questa birra al grido de "la migliore birra del mondo", perché è un concetto che non ha senso e che viene utilizzato da numerosi commercianti (spesso neppure appassionati) per venderla al neofita o al curioso di turno a dei prezzi assolutamente folli. Senza dimenticare che la sua vendita (esclusione fatta per il cofanetto, integro) non sarebbe permessa. I monaci la vendono a chi si prenota presso il monastero, ma non vi permettono di rivenderla. Il "messaggio" è rivolto soprattutto a chi si è da poco avvicinato alla birra, a chi sta muovendo da poco tempo i propri passi nell'universo della birra "di qualità". Spendete i vostri soldi come vi pare, ma quando tirate fuori dal portafoglio 15 o 25 Euro per una bottiglia di Westvleteren, sappiate che alla fonte questa birra costa poco più di 2 Euro, e che con la stessa cifra o quasi (4 Euro, diciamo) potete acquistare, in Italia, altre birre (anche trappiste) che sono allo stesso livello, se non oltre, della Westvleteren. Se proprio decidete di farvi rapinare, fatelo almeno dopo aver affrontato un certo percorso, dopo aver assaggiato tutte le altre trappiste e molte altre birre di "categoria" (Quadrupel o Belgian Dark Strong Ale). Fatelo dopo aver "allenato" il vostro palato, per poter almeno goder appieno di questa birra e poterla confrontare con altre. Amen.