Visualizzazione post con etichetta Svezia/Sweden. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Svezia/Sweden. Mostra tutti i post

venerdì 13 dicembre 2019

Oppigårds Double Winter Ale

Il birrificio Oppigårds è operativo dal 2008 a Ingvallsbenning, Dalarna: gli edifici sono quelli di un’antica fattoria di proprietà della famiglia Falkeström da oltre duecento anni. Alla guida c’è Björn Falkeström con la moglie Sylvia e una decina di dipendenti: un’idea nata negli anni ottanta ma realizzatasi solamente nel 2003 quando Björn, nei momenti liberi dal suo lavoro in ferramenta, ha terminato la progettazione e la costruzione dell’impianto. Gli ottomila litri prodotti nell’anno del debutto sono diventati oggi oltre quattro milioni, l’80% dei quali viene venduto attraverso il monopolio di stato svedese, il Systembolaget; ma c’è anche spazio per esportare in Italia, Svizzera, Austria, Ungheria, Francia, Spagna e Slovenia, Stati Uniti.  Merito anche dello straordinario risultato ottenuto al Beer and Whiskey Festival di Stoccolma del 2008, nel corso del quale Oppigårds racimolò ben dodici medaglie: nell’edizione 2014 ne arrivarono invece undici: “da allora abbiamo fatto parecchi investimenti e cambiamenti – racconta Björn -  e oggi le nostre birre sono molto più stabili e consistenti: allora producevamo dei lotti di ottima qualità e altri molto meno riusciti. Quando iniziammo c’erano solo una decina di microbirrifici in Svezia, oggi vene sono oltre duecento. A quel tempo non sapevo neppure che cosa fosse una Strong Porter o una IPA, che oggi è la birra che vendiamo di più”.   Nel 2016 è stato portato a termine un importante piano d'espansione che ha permesso di raggiungere la capacità attuale di 45.000 ettolitri: è stato acquistato un terreno vicino alla fattoria dove è ora in funzione il nuovo impianto che, in futuro, permetterà di arrivare sino a 70.000 ettolitri l’anno. 
La birra invernale di Oppigårds si chiama semplicemente Winter Ale (5.3%) ed è disponibile nei mesi di novembre e dicembre: una Dark Strong Ale prodotta con malti Pilsnelt, light caramel, dark caramel, Crystal 100 e Chocolate, luppoli Centennial, Chinook e  Cascade.

La birra.
La SMAD (Single Malt Academy of Dalecarlia) è uno dei più vecchi e attivi club di amanti del whisky in Svezia; nel 2017 ha compiuto vent’anni e per l’occasione il birrificio Oppigårds realizzò una birra celebrativa. In maggio vennero prodotte 3000 bottiglie di Double Winter Ale, versione raddoppiata della Winter Ale (10%); le bottiglie furono poi messe in vendita in novembre, quando la birra debuttò al Beer and Whiskey Fair di Borlänge. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato piuttosto carico e velato, la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso la componente etilica balza subito in primo piano e accompagna i profumi di frutta candita, caramello, uvetta, prugna, marmellata d’arancia. Aroma caldo e intenso ma migliorabile per quel che riguarda la finezza. La Double Winter Ale di Oppigårds è coerente da inizio alla fine e regala una bevuta potente, piuttosto etilica e dolce, ricca degli stessi elementi: caramello, biscotto, frutta sotto spirito e sciroppo di frutta, prevalentemente uvetta e prugne con una delicatissima nota speziata ad annunciare l’arrivo delle festività. Ottimo il mouthfeel, morbido e avvolgente, finale privo d’amaro ma abbastanza ben attenuato: il problema è tutto quel dolce che lo ha preceduto. Una birra pensata per gli amanti del whisky nella quale l’alcool assesta qualche colpo più violento del dovuto: si sorseggia quindi lentamene ma le manca quella complessità capace di rendere interessante quel lento sorseggiare. Dopo qualche sorso, la noia.
Formato 33 cl., alc. 10%, scad. 05/10/2019, prezzo indicativo 4,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 26 marzo 2019

Stigbergets Muddle

Orfano da settembre 2017 del birraio che lo ha reso celebre in tutta Europa, il birrificio svedese Stigbergets ha continuato il suo percorso di crescita aprendo nel 2018 il nuovo birrificio a Ringön, nei dintorni di Göteborg. Il birraio Olle Andersson, ora impegnato con la propria “creatura”   O/O Brewing  è stato sostituito in sala cottura dai birrai Lucas Monryd e  Andreas Görts, titolari della beerfirm All In Brewing che ha iniziato ad utilizzare gli impianti di Stigbergets per produrre anche  le proprie birre. Esattamente la stessa cosa che faceva Andersson con O/O Brewing.
Il nuovo birrificio di Ringön (40 hl) ha permesso di raddoppiare la capacità produttiva chiudendo  il 2018 a quota 800.000 litri: l’obiettivo dichiarato per il 2019 è di arrivare vicino al milione. L’inaugurazione ufficiale, un “open day” al quale hanno partecipato quasi un migliaio di persone, è avvenuto ad ottobre.  Su questo impianto, dotato di una “inlattinatrice”, sono prodotte le birre disponibili tutto l’anno; il vecchio impianto (20 hl) di Göteborg vicino al Museo Marittimo (Gamla Varvsgatan) rimane operativo e viene utilizzato per le birre occasionali e stagionali.   “Il successo ci ha fatto rivedere al rialzo i nostri progetti d’investimento – dice l’amministratore delegato Nils Hultkrantz - Nel nuovo birrificio possiamo fare una cotta ogni novanta minuti; aggiungendo altri fermentatori potremmo superare i due milioni di litri all’anno, ma al momento non è nei nostri piani. Vogliamo crescere ma con moderazione”. 
Qualche tempo fa avevo accennato al fatto che l’ex-vice presidente del birrificio americano Three Floyds, Barnaby Struve, si era trasferito in Svezia alla Stigbergets. Un amico in comune (Victor Brandt del gruppo death metal svedese Entombed A.D.) aveva reso possibile un incontro che è poi diventato a tutti gli effetti una collaborazione commerciale. Struve non lavora come birraio in Svezia ma è una sorta di “consulente” di Stigbergets per gli Stati Uniti. A lui il compito di organizzare eventi e collaborazioni con birrifici americani: sino ad ora sono state fatte birre a quattro mani con Other Half, Mikkeller San Diego, Modern Times, GIgantic e Arizona Wilderness.

La birra.
Amazing Haze, West Coast IPA e Muddle sono le tre birre più popolari del birrificio di Göteborg, almeno stando alle classifiche di beer-rating. Le prime due le avevamo già assaggiate, ora vediamo la terza. Muddle è un’american IPA all’avena prodotta con luppoli Columbus, Simcoe  e Citra; ha debuttato a gennaio 2017. 
Si presenta di un velato ma luminoso colore a metà strada tra l’arancio ed il dorato; la schiuma biancastra è abbastanza compatta ed ha buona ritenzione. Non conosco la data di nascita di questa lattina ma, ipotizzando una shelf life semestrale, dovrebbe risalire al mese di gennaio. L’aroma, benché pulito ed elegante, sembra aver perso un po’ di spunto e di vitalità: la macedonia tropicale (ananas, mango, papaia e arancia) è tuttavia molto gradevole, anche se non fa spuntare il sorriso sulle labbra. L’avena le dona una piacevole morbidezza palatale che riesce a non ingrossare troppo il corpo; la sua scorrevolezza è ottima ed è facilitata dalla maniera esemplare in cui l’alcool (7%) è celato. Pane e crackers sono il supporto maltato alla generosa luppolatura che si traduce in una bevuta tropicaleggiante, fruttata senza arrivare agli estremi del succo di frutta. In chiusura arriva un amaro erbaceo e terroso, con qualche intermezzo zesty, di modesta intensità e breve durata. Il risultato è molto piacevole, educato e assolutamente bilanciato: quasi una Session IPA da 7 gradi. Le manca invero un po’ di esplosività e  di sana arroganza, ma non so se questo sia dovuto alla mano dei nuovi birrai o al fatto che la lattina abbia quasi tre mesi di vita alle spalle. 
Formato 44 cl., alc. 7%, lotto 932, scad. 06/06/2019, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 15 gennaio 2019

O/O 50/50: Enigma/Nelson Sauvin

Del birrificio svedese O/O Brewing vi avevo già parlato qualche tempo fa: eravamo alla metà del 2017 e Olle Andersson, titolare di quella che allora era solamente una beerfirm, era in procinto di dotarsi d’impianti propri. Andersson si è fatto conoscere per il suo ottimo lavoro come birraio presso il birrificio svedese Stigbergets, autore di alcune tra le migliori New England / Juicy IPA realizzate sul continente Europeo;  e, sugli impianti dello stesso birrificio, realizzava le proprie birre a marchio O/O al ritmo di circa 35.000 litri/anno (dati 2016 e 2017).  
Nella seconda parte del 2017 Andersson ha fatto da tutore ai due nuovi birrai di Stigbergets destinati alla sua successione e, a dicembre, O/O Brewing ha finalmente debuttato con le prime birre prodotte sul proprio nuovo impianto da 20 ettolitri. Ad aiutarlo nella sua nuova avventura è arrivato a Goteborg dalla vicina Copenhagen l’amico Olof Andersson: a lui il compito di seguire la parte amministrativa e commerciale dell’azienda. E il 2018 è andato ben oltre le più rosee aspettative: l’obiettivo era di produrre 120.000 litri ma l’annata si è chiusa a quota 250.000 e per il 2019 si potrebbe arrivare a  vicino ai 400.000. “Siamo piccoli e questo al momento è per noi un vantaggio. – racconta Olle  - Possiamo ancora scegliere a chi vendere la birra, vogliamo controllare la freschezza dei nostri prodotti e sapere dove viene distribuita. A breve inizieremo anche con gli invecchiamenti in botte e le birre acide. Non l’ho mai fatto sino ad oggi, sarà interessante.”

La birra.
Nel 2014 O/O aveva debuttato sul mercato con una Baltic Porter seguita dalla 50/50: Amarillo/Simcoe IPA. Era la prima di una serie di birre con protagonisti due soli luppoli, ciascuno di essi utilizzati in eguali quantità; in quell’anno sono state realizzate anche la Citra/Chinook e Centennial/Columbus IPA prima che la serie venisse temporaneamente sospesa. Nel 2017 è ripresa con l’arrivo delle 50/50 Citra/Columbus e Mosaic/Citra IPA e nel 2018 si è espansa a macchia d’olio grazie alle Amarillo/Citra, Azacca/Citra, Azacca/Mosaic, Citra/Ekuanot, Citra/Nelson Sauvin, Comet/Citra, Comet/Mosaic, Enigma/Vic Secret e Mosaic/Simcoe IPA. Nei giorni scorsi è infine arrivata la Citra/Simcoe IPA.  Noi facciamo invece un passo indietro alla fine di ottobre 2018 quando viene lanciata la Enigma/Nelson Sauvin IPA: il primo è un luppolo australiano commercializzato per la prima volta nel 2015 e discendente dello svizzero Tettnang, il secondo proviene dalla Nuova Zelanda e non credo abbia bisogno di presentazioni. 
Il suo colore segue il protocollo “hazy” del New England: arancio torbido, schiuma biancastra un po’ scomposta e discreta ritenzione. L’aroma vede in primo piano i caratteristici profumi di uva bianca del Nelson Sauvin (ma anche dell’Enigma, a quanto leggo) affiancati da cedro e pompelmo rosa, papaia, maracuja; ancora piuttosto fresco, potente. Il mouthfeel è gradevole e morbido senza quelli eccessi che spesso rallentano la scorrevolezza delle NEIPA. La bevuta mostra buona corrispondenza con l’aroma: c’è qualche traccia dolce di mango, qualche nota maltata di pane e biscotto ma la bevuta è sostanzialmente caratterizzata dall’asprezza di uva, papaia e maracuja. L’amaro è quasi assente, ma asprezza e attenuazione lasciano il palato molto pulito alla fine di ogni sorso; l’alcool  (6.5%) è molto ben nascosto e quella  di O/O è una IPA  intensa che si beve con grande facilità, anche se ci sono margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia ed eleganza. A me  è piaciuta, ma la consiglierei soprattutto a chi come me ama il Nelson Sauvin, luppolo in questo caso molto caratterizzante. 
Formato 44 cl., alc. 6.5%,  lotto 24/10/2018, scad. 24/04/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 26 settembre 2018

Brewski / Angry Chair Ben & Brewski / Cycle Eric


Mancava dal blog da oltre un anno e mezzo, ma rieccolo qui: Brewski, birrificio svedese nato nel 2014 ad Helsingborg, nei locali di un ex-macello, per volere di Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund. Dei  quattro il birraio è Marcus, anche lui folgorato dalla craft beer revolution statunitense durante una vacanza nel 2010.   Ritornato in Svezia Marcus inizia a frequentare i festival europei assieme ad alcuni amici; l'incontro con alcuni birrai al Borefts Festival 2013 organizzato da De Molen in Olanda è la molla che fa scattare in lui la voglia di farsi la birra. A casa, su di un impianto da 30 litri, i quattro futuri Brewski iniziano a mettere a punto le proprie ricette; nel ottobre 2013 Marcus liquida la propria attività e porta un impiantino presso la Höganäs Bryggeri dove inizia anche una sorta di praticantato, lavorando in parallelo alle proprie ricette.   
E' in quel periodo che nasce la beerfirm High Nose Brew le cui prime produzioni debuttano prima al compleanno del bar Mikkeller & Friends (marzo 2014) e poi compaiono sia alla Copenhagen Beer Celebration che al Öl & Whiskymässa di Göteborg. I riscontri positivi ottenuti dal pubblico li convincono a fare il grande passo con un investimento da mezzo milione di euro per lanciare il birrificio Brewski, nome credo ispirato dall'omonimo slang canadese che significa "birra".  
Brewski ha costruito il suo successo soprattutto grazie alle birre alla frutta, IPA e APA, nate dal desiderio di Marcus di replicare le birre californiane che tanto amava ma che non riusciva a riprodurre a causa della modesta qualità dei luppoli a sua disposizione. Possiamo considerarlo nel nostro continente uno dei precursori delle “Juicy IPA”: a voi stabilire se sia un merito o una colpa. Dal 2016 anche Brewski organizza il proprio festival chiamato Brewskival che si svolge solitamente l’ultimo weekend di Agosto ad Helsingborg: l’ultima edizione ha visto la partecipazione di oltre 6000 appassionati e quasi 90 birrifici, dei quali solamente uno italiano, CRAK.  
Per introdurre le due birre di oggi dobbiamo però fare un passo indietro all’edizione 2017 alla quale presero parte due gettonatissimi birrifici della Florida, Angry Chair e Cycle Brewing. Entrambi circondati da hype ed entrambi forti su quelle “pastry stout” che spingono la gente a mettersi in coda davanti al birrificio la notte prima della messa in vendita: non necessariamente per berle ma magari rivenderle subito dopo a prezzi inflazionati sul mercato secondario.

Le birre.
Due collaborazioni Svezia-Florida che rappresentano anche due diverse interpretazioni della stessa ricetta: una Imperial Milk Stout prodotta con lattosio e caffè brasiliano fornito dalla torrefazione svedese Koppi. 
Partiamo dalla versione (9.5%) realizzata con il birrificio di Tampa  Angry Chair guidato dal birraio Ben Romano (ex Cigar City); non è la prima volta che i due birrifici lavorano assieme ad una birra. Sugli impianti svedesi era stata prodotta la saison al pepe Head Spin e su quelli americani la Yah Yah (Double IPA con guava). Nel bicchiere è quasi nera mentre la piccola testa di schiuma che si forma è molto rapida a dissolversi. Il caffè non è dominante ma solamente uno degli elementi che  compongono un aroma poco pulito, poco elegante e di modesta intensità: ci sono note terrose, di liquirizia, pelle e cuoio. Le cose migliorano un po’ al palato, a partire da un mouthfeel pieno e denso, quasi masticabile ma un po’ disturbato da qualche bollicina di troppo. La bevuta è tutto sommato equilibrata tra il dolce di toffee e liquirizia, cioccolato al latte e l’amaro del caffè e delle tostature. Il risultato è un amalgamato intenso nel quale tuttavia mancano finezza, definizione, eleganza: gradevole, se vogliamo, ma ben lontano dall’eccellenza. L’alcool riscalda quanto basta senza mai esagerare, nel finale le note resinose e terrose di luppolatura (e un po’ d’anice) vengono ad intensificare l’amaro ripulendo un po’ il palato. 

Spostiamoci ora idealmente a St. Petersburg, cittadina della Florida dove ha sede il Cycle Brewing, uno dei tre marchi lanciati dell’eclettico Doug Dozark e guidato dal birraio Eric Trinosky. Eric è anche il nome della Imperial Milk Stout realizzata sugli impianti di Brewski. 
L’aspetto della birra è pressoché identico, con la schiuma che fatica a formarsi e scompare molto rapidamente.  Il naso evidenzia gli stessi “problemini” della Ben: uno scenario gradevole ma pacchiano nel quale pulizia e definizione sono assenti: caffè, alcool, liquirizia, tostature, un po’ di cioccolato. Nessuna sorpresa al palato, dove anche qui il moutfeel pieno e viscoso è molestato da una carbonazione “sottile” ma troppo in evidenza.  Nel bicchiere c’è molta liquirizia alla quale fanno compagnia caramello e cioccolato al latte, qualche estero fruttato che ricorda la prugna e l’uvetta, una lieve nota salmastra che avrei preferito non trovare.  In questo agglomerato dolce trova spazio l’amaro del caffè che, assieme a qualche tostatura, porta un po’ di equilibrio prima di un retrogusto nel quale ritornano prepotenti caramello, liquirizia, lattosio.  Imperial stout potente ed intensa, riscaldata da un vigoroso alcool warming, ma non basta: è una birra grossolana priva di eleganza e finezza. “Nessun additivo aggiunto” viene dichiarato in grassetto in etichetta, ma l’impressione in alcuni passaggi è di bere qualcosa di artificioso. 
Due birre prive di imprecisioni che si muovono più o meno sulla falsa riga e che sono accumunate dallo stesso aggettivo: deludenti.
Nel dettaglio:
Ben, 33 cl., alc. 9,5%, lotto B1 Romano, scad. 29/11/2019, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop)
Eric, 33 cl., alc. 11%, lotto B1 Trinoskev, scad. 29/05/2023, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 3 settembre 2018

Oppigårds 15 Years of Independence Pale Ale

Ha festeggiato proprio quest’anno il suo quindicesimo compleanno il birrificio svedese Oppigårds, operativo dal 2003 a Ingvallsbenning, Dalarna: gli edifici sono quelli di un’antica fattoria, ora non più operativa, di proprietà della famiglia Falkeström da oltre duecento anni. Alla guida c’è Björn Falkeström con la moglie Sylvia e una decina di dipendenti: un’idea nata negli anni ottanta ma realizzatasi solamente nel 2003 quando Björn, nei momenti liberi dal suo lavoro in una ferramenta, ha terminato la progettazione e la costruzione dell’impianto. Gli ottomila litri prodotti nell’anno del debutto sono diventati oggi oltre quattro milioni, l’80% dei quali viene venduto attraverso il monopolio di stato svedese, il Systembolaget; ma c’è anche spazio per esportare in Italia, Svizzera, Austria, Ungheria, Francia, Spagna e Slovenia, Stati Uniti.  Merito anche dello straordinario risultato ottenuto al Beer and Whiskey Festival di Stoccolma del 2008, nel corso del quale Oppigårds racimolò ben dodici medaglie: nell’edizione 2014 ne arrivarono invece undici: “da allora abbiamo fatto parecchi investimenti e cambiamentiracconta Björn -  e oggi le nostre birre sono molto più stabili e consistenti: allora producevamo dei lotti di ottima qualità e altri molto meno riusciti. Quando iniziammo c’erano solo una decina di microbirrifici in Svezia, oggi vene sono oltre duecento. A quel tempo non sapevo neppure che cosa fosse una Strong Porter o una IPA, che oggi è la birra che vendiamo di più”.  
Nel 2016 è stato portato a termine un importante piano d'espansione che ha permesso di raggiungere la capacità attuale di 45.000 ettolitri: è stato acquistato un terreno vicino alla fattoria dove è ora in funzione il nuovo impianto che, in futuro, permetterà di arrivare sino a 70.000 ettolitri l’anno.

La birra.
I festeggiamenti del quindicesimo anniversario di Oppigårds sono stati affidati ad un parterre di luppoli che comprende Amarillo, Cashmere, Vic Secret e Citra. A loro il compito di dare forma a due birre:  la New England 15th Anniversary IPA  (7%) e la più tranquilla  “15 years of Independence Pale Ale” (5.5%), quest’ultima prodotta con malti Pils, Monaco e Caramello.  E’ la prima lattina commercializzata da Oppigårds ed è arrivata all’inizio di giugno  nei negozi del Systembolaget svedese: assaggiamola. 
Si presenta di colore arancio pallido, opaco, con una testa di schiuma biancastra un po’ scomposta e grossolana ma dalla buona persistenza. La finezza dell’aroma è migliorabile ma i profumi sono abbastanza intensi ed invitanti: mango e ananas, pompelmo e arancia si mescolano a note dank. Il mouthfeel è leggermente “chewy” pur senza arrivare agli eccessi dello stile New England; la sensazione palatale ne trae beneficio, la scorrevolezza viene invece leggermente penalizzata ma personalmente in questo caso lo trovo un vezzo di poco conto. La bevuta è bilanciata tra malti (pane, un tocco biscottato) e luppoli, con un carattere fruttato che segue il sentiero tracciato dall’aroma non riuscendo però a replicarne l’intensità; si chiude con un amaro resinoso e pungente di discreta intensità ma breve durata, mentre una buona secchezza lascia il palato pulito e subito desideroso di un nuovo sorso. Si festeggia con gusto e piacere il quindicesimo compleanno di Oppigårds: una birra estiva, bilanciata e abbastanza pulita, intensa ma migliorabile per quel che riguarda l’eleganza. Più fruttata al naso che al palato, moderna senza eccessi, disseta e rinfresca. Bene così.
Formato 33 cl., alc. 5.5%, lotto 1434, scad. 05/05/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 25 giugno 2018

Buxton / Omnipollo Original Rocky Road Ice Cream

2014: è questo l’anno in cui, a seconda dei punti di vista, inizia l’inferno o il paradiso delle cosiddette “birre dessert” di Omnipollo, beerfirm svedese della quale abbiamo già parlato più volte. E’ in quell’anno che Henok Fentie realizza assieme al birraio Colin Stronge di Buxton Brewery (UK) l’imperial stout Yellow Belly prodotta con arachidi e biscotti che, in versione barricata, diviene Yellow Belly  Sundae.  Dal sundae al gelato il passo è breve e l’idea viene inizialmente realizzata con birre “chiare”: sempre sugli impianti di Buxton nasce la Ice Cream Pale ovvero un’American Pale Ale realizzata con avena, lattosio e vaniglia, seguita ad inizio 2016 dalla Cloudberry Ice Cream IPA, nella quale il “gelato” (vaniglia e lattosio) viene arricchito con il camemoro, una sorta di lampone artico.  
A novembre 2016 Buxton e Omnipollo hanno annunciato l’arrivo di quattro nuove edizioni di quella che è stata chiamata la serie delle “Original Ice Cream”;  la Original Lemon Meringue Ice Cream Pie, versione liquida dell’omonima torta,  la Chocolate Ice Cream Brown Ale e  due imperial stout: Original Texas Pecan Ice Cream e Original Rocky Road Ice Cream. Le etichette sono realizzate da Karl randin, abituale collaboratore di Omnipollo; a voi decidere se quell’oggetto che cammina sia un gelato o un escremento.

La birra.
La Original Rocky Road Ice Cream si ispira all’omonimo gelato inventato nel 1929 da William Dreyer a Oakland, California: si dice che Dreyer usò le forbici da cucire della moglie per tagliare noci e marshmallow e aggiungerle al suo gelato al cioccolato. Lui, che era gelatiere, voleva replicare il dolce appena “inventato “ dal socio Joseph Edy: i due avevano fondato assieme la società Edy's Grand Ice Cream.  Si separarono nel 1947 e l ’azienda venne rinominata Dreyer's Grand Ice Cream: oggi è un marchio di proprietà della multinazionale Nestlé.
La ricetta elaborata da Buxton ed Omnipollo include marshmallow, lattosio, fave di cacao, baccelli di vaniglia e “aromi” (il virgolettato è mio). Nel bicchiere è quasi nera con una sottile patina di schiuma che si dissolve immediatamente. Al naso  arachidi, marshmallow alla vaniglia, cioccolato, Nesquik; c’è poca intensità e l’impressione è di avere il naso nel sacchetto di una merendina industriale. Il corpo è medio ma il mouthfeel non è particolarmente morbido o cremoso, in alcuni passaggi è un po’ slegata/sfuggente; le bollicine fini ma per il mio gusto un po’ troppo sostenute per questo tipi di birra.  Anche al palato è impossibile non pensare ad una merendina: un agglomerato dolce nel quale è inutile cercare pulizia o finezza. Arachidi, marshmallow e vaniglia, cioccolato al latte e nel finale c’è anche spazio per della frutta sotto spirito. E' una birra ovviamente (molto) dolce, ma con una chiusura abbastanza secca e un tocco amaricante luppolato che aiuta a ripulire un po’ il palato. L’alcool (10%) si sente ma non ci sono eccessi ad ostacolarne lo scorrimento che rimane abbastanza buono. 
E’ una  “porcheria” ma non pensate necessariamente in negativo: a tutti noi piace mangiare ogni tanto qualche schifezza/porcheria per poi magari avere subito sensi di colpa.  La Original Rocky Road Ice Cream di Buxton e Omnipollo  è una Pastry Stout di nome e di fatto ma in questo caso il dessert è industriale, anziché Pâtisserie Fine: ammetto di essere abbastanza prevenuto e di non amare particolarmente il genere, ma questa birra non mi pare proprio l’Omnipollo meglio riuscita.  
Formato 33 cl., scad. 25/10/2021, prezzo indicativo 9.00-10.00 Euro (beershop).

 NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 27 ottobre 2017

Brekeriet Beer: Saison & Solo

Il birrificio svedese Brekeriet, specializzato in birre a fermentazione selvaggia, è già transitato più volte sulle pagine del blog: fu fondato nel 2012 dai fratelli Fredrik, Christian ed André Ek. Due le linee produttive in funzione, una di birre acide che fermentano in acciaio con saccaromiceti e brettanomiceti e una dedicata alle birre fermentate in botti di legno con saccaromiceti, brettanomiceti e batteri. L’obiettivo è di superare entro fine anno la soglia dei 2000 ettolitri. Passiamo subito alla sostanza con la Brekeriet Saison, una delle tre birre disponibili tutto l’anno nel Systembolaget, il monopolio svedese: l’accompagnano le due sorelle Funkstarter e Brilliant

Il suo debutto è avvenuto all’inizio del 2016 ed è proprio una bottiglia di quel lotto che andiamo a stappare: si veste di un colore che si colloca tra l’arancio ed il dorato sul quale si forma un esuberante cappello di schiuma pannoso, dalla ottima persistenza. L’aroma è piuttosto pulito e abbastanza complesso: s’alternano profumi “rustici” che richiamano pelle e cuoio, terriccio, assieme ad altri più eleganti di fiori, bubble gum, miele, zucchero candito, pesca e arancia. La bevuta è agile e vivace ma disturbata da un eccesso di bollicine, troppe anche se si tratta di una Saison: il gusto si mostra meno ricco dell’aroma, depurato quasi completamente della componente fruttata e “gentile”, se si esclude qualche lieve accenno di frutta a pasta gialla. I brettanomiceti guidano le danze con il loro canovaccio di cuoio/pelle/terroso, in sottofondo emerge qualche nota biscottata e caramellata.  L’alcool è molto ben nascosto, ricordi di Orval fanno capolino più di una volta in una Saison piuttosto ruspante e spigolosa, secca, molto dissetante. Una birra molto meno docile e fruttata rispetto alla Brillant e che ricorda molto la Funkstarter, anche nel suo essere molto meno intrigante al palato rispetto al naso: si beve comunque con buona soddisfazione, e mi riferisco soprattutto a chi ama la Orval. 

Non ho trovato grosse informazioni sulla Saison chiamata Solo, che Brekeriet definisce la sorella più piccola (7.5%) della saison “brettata“ Doble (8.5%);  una produzione occasionale che ha visto la luce nell’autunno del 2015 e che credo da allora non si più stata ripetuta.  
Si veste anche lei d’arancio e forma una testa di schiuma biancastra abbastanza compatta dalla discreta persistenza: il naso non brilla di pulito ma presenta un bouquet ugualmente gradevole nel quale trovano posto arancia e mandarino, pesca, pepe e fiori, affiancati da note più rustiche che richiamano la paglia ed il terriccio. La sensazione palatale è soddisfacente e questa Solo riesce ad essere al tempo stesso morbida e vivacemente carbonata: la scorrevolezza è ottima e anche l’alcool è molto ben nascosto. La bevuta mette in evidenza un bel carattere fruttato con pesca, arancia e pompelmo, persino qualche accenno di frutta tropicale: il dolce della frutta, supportato da una lieve base maltata (miele, forse biscotto) è bilanciato dall’acidità lattica e dall’asprezza della scorza d’agrume, protagonisti anche di un finale poco aggraziato nel quale s’incontrano l’amaro dello yogurth, quello del limone e del pompelmo. Il risultato è una Saison un po’ rozza e rustica che tuttavia svolge con buon risultato il suo compito, quello di dissetare e rinfrescare con gusto. 
Trovo sempre qualcosa d’incompiuto nelle birre di Brekeriet: un livello generalmente buono che tuttavia non riesce a fare quel salto in avanti verso il “molto buono”. Il carattere rustico/ruspante delle loro Farmhouse Ales risulta sempre un po’ troppo grezzo/rozzo: d’accordo che un Saison non dovrebbe mai essere troppo patinata, ma la mano del birraio dovrebbe essere talmente abile da riuscire a donarle pulizia e finezza senza che ciò significhi sopprimere il suo "animo contadino".

Nel dettaglio:
Saison, 33 cl., alc. 6,5%, imbott. 01/2016, scad. 18/01/2021, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)
Solo, 75 cl., alc. 7.5%, imbott.  08/2015, scad. 24/08/2017, prezzo indicativo 12.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 9 luglio 2017

Brekeriet Brillant

Nuovo appuntamento con il birrificio svedese Brekeriet azienda nata nel 2010 come importatrice di birra per il mercato domestico e divenuta nel 2012 un vero e proprio birrificio guidato dai fratelli Ek (Fredrik, Christian ed André) che hanno scelto di focalizzarsi esclusivamente su birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri.
La produzione è partita a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti (20 HL)  e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg, inaugurata a settembre 2015.  Qui vengono prodotte le birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti,  mentre la vecchia sede a Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con altri fermentatori in acciaio e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri. Il nuovo stabilimento ha portato anche il restyling delle etichette e l’arrivo del formato 33 centilitri, almeno per le tre birre (Brillant, Funkstarter e Saison) che vengono prodotte regolarmente tutto l’anno e distribuite anche in Svezia attraverso il monopolio di Stato, il Systembolaget. Sino ad allora, Brekeriet lavorava solamente con l’export: quasi tutta Europa ma anche USA, grazie al lavoro dell’importatore Shelton Brothers i cui ordini avrebbero potuto assorbire tutta la produzione del vecchio impianto. 240.000 litri è l’obiettivo che il birrificio svedese si è prefissato per il 2017.

La birra.
L'estate chiama birra leggere e facili da bere, ancora meglio se leggermente acidule e secche: identikit che corrisponde a Brillant, saison fermentata con un mix di lieviti che include saccoromiceti e brettanomiceti. 
Di colore arancio pallido leggermente velato, forma una bianca schiuma cremosa, un po' grossolana ma dalla buona persistenza. L'aroma è molto pulito e piuttosto interessante: alle note rustiche e funky, che richiamano il sudore e la cantina, ci sono freschi profumi di fiori bianchi e un elegante macedonia di frutta che comprende pompelmo e lime, arancia, pesca e ananas. Queste ottime premesse vengono però parzialmente disattese al palato dove il gusto non mantiene la stessa ricchezza ed intensità. La componente fruttata scivola molto in secondo piano e la bevuta mette in evidenza le note maltate (pane, crackers) e quelle rustiche: è comunque una saison moderatamente acidula e secca con un elevato potere rinfrescante e dissetante. Chiude con un amaro di moderata intensità nel quale le note terrose vengono accompagnate da quelle della scorza d'agrumi. Vivacemente carbonata, è una saison dal corpo medio-leggero che scorre molto velocemente: gran bel naso, dove eleganza e rusticità viaggiano a braccetto, al quale purtroppo non fa seguito un gusto di uguale intensità e complessità. Risultato positivo e soddisfacente ma un po' incompiuto.
Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto 6, imbott. 01/2016, scad. 14/01/2021, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 26 maggio 2017

O/O Narangi

Stigbergets è uno dei nomi caldi sulle taplist dei locali e sugli scaffali dei beershop di tutta Europa: l’avevamo conosciuto in questa occasione. Il birrificio Svedese è tra quelli che meglio hanno interpretato l’hype per le New England / Juicy IPA guadagnandosi grande popolarità tra i beergeeks ed i beer-raters con Amazing Haze, Gbg Beer Week 2016 e l’ultima nata Muddle. 
La mano è quella del birraio Olle Andersson, recultato nel 2013 a guidare un impianto acquistato dai proprietari del teatro Hagabion di Göteborg e destinato inizialmente a servirne principalmente il ristorante.  Gli affari sono andati poi meglio del previsto e nel 2016 è stato necessario passare ad un nuovo impianto da 20 hl che ha consentito nel 2016 di produrre 400.000 litri; Nils Hultkrantz, uno dei proprietari, ha già annunciato che presto il birrificio si sposterà nel sobborgo di Ringön dove avrà a disposizione spazio per altri fermentatori e una nuova linea d’imbottigliamento per raggiungere l’obiettivo di  800.000 litri entro le fine del 2018. 
Ma la novità più interessante che arriva da Göteborg riguarda proprio il birraio Olle Andersson, titolare anche della beerfirm O/O Brewing assieme all’amico d’infanzia  Olof Andersson:  O/O produce dal 2011 sugli impianti di Stigbergets ma, come annunciato alla fine di aprile, diventerà un birrificio.  L’apertura è prevista per l’autunno ad Hisingen, vicino all’aeroporto, e in quel periodo Andersson si congederà da Stigbergets lasciando il posto ai birrai Lucas Monryd e Andreas Görts, attualmente titolari della beerfirm All In Brewing che si appoggia a vari produttori svedesi.  Nei progetti dei due soci Andersson (Olof risiede e lavora nel marketing nella vicina Copenhagen e farà il pendolare) c’è l’obiettivo di produrre circa 100-150.000 litri entro la fine del 2018 con l’impianto da 20 hl.

La birra.
Narangi, ovvero arancia in hindi:  la minimale etichetta è opera dello studio Lundgren+Lindqvist di Göteborg che da sempre cura l’identità visiva di O/O. L’opera si chiama “Orange Bindi” ma la ricetta non prevede l’utilizzo di nessuna arancia: l’effetto frutta proviene dalla generosa luppolatura di Mosaic supportato da Citra e Columbus. 
Non è dichiaratamente una New England/Juicy IPA ma il suo colore arancio pallido è ugualmente opalescente; la schiuma bianca, generosa, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’aroma predilige pulizia ed eleganza a livelli d’intensità esplosivi che a volte sconfinano nella cafoneria. Coerentemente con il nome scelto, il palcoscenico è tutto per gli agrumi senza concessioni tropicali: arancia, mandarino, cedro e pompelmo con un tocco “dank” in sottofondo. La frutta è prevalentemente “fresca” ma c’è anche una dolce allusione ai canditi. Un velo di tropicale (ananas) si ritrova invece in bocca ad accompagnare l’altrettanto leggera base maltata (pane, crackers): brevi divagazioni di una bevuta che procede poi ad alta velocità in territorio agrumato sfociando in un finale amaro, per nulla invasivo e quasi delicato, dove s’intrecciano note erbacce, resinose e zesty.  Secca, pulitissima, elegante e molto ben bilanciata: Narangi è una IPA che nasconde bene il suo contenuto alcolico scomparendo dal bicchiere molto in fretta. Lontana da qualsiasi estremismo, regala una bevuta semplice e piacevolmente fruttata, moderatamene piaciona, dalla grande intensità. Livello molto alto.
Formato; 33 cl., alc. 6.8%, lotto non indicato, scadenza 19/08/2017, prezzo indicativo 6.50/7.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 30 marzo 2017

Stigbergets Saison

Il birrificio svedese Stigbergets è stata una delle più interessanti  novità arrivate in Italia negli ultimi sei mesi, grazie soprattutto ad una serie di birre luppolate davvero ben fatte che, in alcuni casi, mi dicono rappresentino dignitose interpretazioni europee di quelle New England / Juicy IPA americane che tanto vanno di moda oggi. 
Ma Stigbergets (e la sua stessa beerfirm O/O) non è solo quello: aperto a cavallo tra 2012 e 2013 come costola del ristorante del Hagabion di Göteborg, il birrificio guidato dal birraio e co-fondatore Olle Andersson tocca con la sua gamma produttiva non solo la tradizione anglosassone ma anche quella belga e tedesca. 
La novità più interessante per tutti i beergeeks è forse quella uscita qualche settimana fa: Barnaby Struve, ex-vice presidente del birrificio americano Three Floyds, si è infatti trasferito in Svezia per lavorare come birraio – inizialmente per un periodo di prova – proprio da Stigbergets. I Three Floyds non rilasciano molti comunicati stampa ed anche in questo caso non sono state rese note le ragioni di una separazione che è tuttavia iniziata già una ventina di mesi fa quando Struve, per problemi personali, era di fatto divenuto solamente un consulente esterno del birrificio. “Andare in Svezia è un grosso cambiamentoha dichiaratoe quindi voglio essere sicuro della mia decisione prima di prendere l’impegno. Sono un birrificio molto piccolo, hanno solo otto dipendenti.” 
Torniamo a Stigbergets: hype europeo ai massimi livelli per quel che riguarda le Juicy IPA, ma le altre birre? Se il Belgio è il vero banco di prova per un birrificio, eccomi a testare una Saison prodotta in Svezia; il birrificio ne produce più di una, la Hitchhiker Saison (5.5%), la Stigbergets Saison e, come beeefirm di se stessa la O/O Bohemia (5%) e la  O/O New World Saison (7,3%).

La birra.
Nessuna informazione sugli ingredienti utilizzati se non che hanno origine biologica. La Stigbergets Saison ha vinto il primo premio nella categoria di riferimento al Gothenberg Beer & Whiskey Festival del 2016. Avevo in verità intenzione di fare un confronto tra questa e la Deville  Hoppy Saison di Hammer presentata sul blog ieri; pensavo che anche il birrificio svedese avesse scelto di luppolare piuttosto generosamente la propria Saison, ma si tratta invece di un’interpretazione piuttosto classica e quindi non ha alcun senso fare dei paragoni. 
Detto questo, la Saison di Stigbergets si presenta nel bicchiere dorata ma di una limpidezza piuttosto inquietante; la schiuma è invece cremosa e compatta, “croccante” ed ha una buona persistenza. L’aroma nel complesso è piuttosto pulito ma alquanto carente in quel carattere rustico che una Saison dovrebbe sempre avere: spezie (pepe bianco, coriandolo), scorza d’arancia, crosta di pane, un accenno terroso. La carbonazione non particolarmente elevata non l’aiuta ad acquistare vivacità nemmeno al palato: scorre fin troppo liscia e innocua in uno scenario rassicurante e privo di sussulti fatto di crosta di pane e miele, una delicata speziatura, un finale piuttosto timido caratterizzato da un velocissimo passaggio amaricante di scorza d’arancio e terroso. Il gusto convince ancor meno dell’aroma e all’innalzarsi della temperatura emerge anche una lieve presenza di diacetile.  
All’antitesi del rustico, la Saison di Stigbergets si beve senza sussulti e senza emozioni: discreta, poco secca e quindi meno dissetante del previsto, facile da bere quanto da dimenticare.
Formato 33 cl., alc. 5.5%, lotto 531, scad. 05/10/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 22 febbraio 2017

Brekeriet Funkstarter

Torna sul blog il birrificio svedese Brekeriet, già ospitato con la Saison Sauvage e con la EKG Sour. L’azienda nasce nel 2010 come importatrice di birra per il mercato domestico e diventa nel 2012 un vero e proprio birrificio. Alla guida ci sono i fratelli Ek (Fredrik, Christian ed André) che hanno scelto di focalizzarsi esclusivamente su birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri. 
La produzione è partita nel 2012 a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti (20 HL)  e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg, inaugurata a settembre 2015.  Qui vengono prodotte le birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti,  mentre la vecchia sede a Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con altri fermentatori in acciaio e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri. Il nuovo stabilimento ha portato anche il restyling delle etichette e l’arrivo del formato 33 centilitri, almeno per le tre birre che vengono prodotte regolarmente tutto l’anno e distribuite anche in Svezia attraverso il monopolio di Stato, il Systembolaget. Sino ad allora, Brekeriet lavorava solamente con l’export: quasi tutta Europa ma anche USA, grazie al lavoro dell’importatore Shelton Brothers i cui ordini avrebbero potuto assorbire tutta la produzione del vecchio impianto. 240.000 litri è l’obiettivo che il birrificio svedese si è prefissato per il 2017.

La birra.
Funkstarter, ovvero una “Scandinavian saison” (sic.) secondo la definizione che ne dà il birrificio: la ricetta dovrebbe includere malti Pislner, Carahell e Acidulato, farro, luppolo Magnum. Dopo la fermantazione primaria con (credo) lievito tipo Saison, quella in bottiglia avviene con brettanomiceti.
Dorata e leggermente velata, forma un generoso cappello di schiuma biancastra un po’ scomposta ma dall’ottima persistenza. Ad un anno dalla messa in bottiglia l’aroma mostra un buon equilibrio tra le note funky dei lieviti selvaggi e quelle del Saison: i profumi di fiori, pepe, arancio e di frutta tropicale (lievissimi) accompagno gli odori di sudore, cantina/granaio. 
Il gusto è invece un po’ meno interessante, soprattutto perché la componente fruttata risulta molto meno in evidenza: si parte dai malti (pane, miele) per passare quasi subito agli “off-flavors” dei brettanomiceti; di frutta ce n’è veramente pochissima, giusto nell’amaro finale, dove un po’ di scorza di limone affianca le note terrose.  Facile da bere, leggera, solletica il palato con la sua vivace carbonazione ma non ha quella grande secchezza di altre saison brettate che mi sono capitate nel bicchiere; disseta, ma una leggera patina dolce rimane sempre ad avvolgere il palato. Nel complesso c’è un buon livello di pulizia, la bevuta è gradevole ma a mio parere le manca ancora qualcosa per fare il salto qualitativo da “buona” ad “ottima”. 
Formato:  33 cl., alc. 5%, IBU 50, lotto 4 imbott. 01/2016, scad. 13/01/2021, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 3 febbraio 2017

Omnipollo / Buxton Original Texas Pecan Ice Cream

2014: è questo l’anno in cui, a seconda dei punti di vista, inizia l’inferno o il paradiso delle cosiddette “birre dessert” di Omnipollo, beerfirm svedese della quale abbiamo già parlato più volte. E’ in quell’anno che Henok Fentie realizza assieme al birraio Colin Stronge di Buxton Brewery (UK) l’imperial stout Yellow Belly prodotta con arachidi e biscotti che, in versione barricata, diviene Yellow Belly  Sundae.  Dal sundae al gelato il passo è breve e l’idea viene inizialmente realizzata con birre “chiare”: sempre sugli impianti di Buxton nasce la Ice Cream Pale ovvero un’American Pale Ale realizzata con avena, lattosio e vaniglia, seguita ad inizio 2016 dalla Cloudberry Ice Cream IPA, nella quale il “gelato” (vaniglia e lattosio) viene arricchito con il camemoro, una sorta di lampone artico. 
Lo scorso novembre Buxton e Omnipollo hanno annunciato l’arrivo di quattro nuove edizioni di quella che è stata chiamata la serie delle “Original Ice Cream”;  la Original Lemon Meringue Ice Cream Pie, versione liquida dell’omonima torta,  la Chocolate Ice Cream Brown Ale e  due imperial stout: Original Texas Pecan Ice Cream e   Original Rocky Road Ice Cream, quest’ultima ispirata all’omonimo gelato
Le etichette sono realizzate da Karl Grandin, abituale collaboratore di Omnipollo; a voi decidere se quell’oggetto che cammina sia un gelato o un escremento; le quattro birre debuttano alla metà di novembre 2016 con un’anteprima alla Buxton Tap House.

La birra.
Original Texas Pecan Ice Cream significa in concreto una imperial porter prodotta con avena, vaniglia, lattosio e salsa al caramello. Completamente nera, forma una cremosa testa di schiuma beige abbastanza compatta e dalla buona persistenza. 
L’aroma apre le danze di una birra dessert con dolci profumi di cioccolato al latte, noce pecan, caramello, fudge, vaniglia: più che ad una torta di pasticceria mi viene da pensare ad una barretta snack, ma nel complesso l’aroma non è così artificioso e, in un contesto “giocoso” dove non si cerca una birra, risulta credibile e pulito, con una buona intensità. Di birra ne trovo molta di più al palato: siamo sempre all’estremo, ma si percepisce che la base di fondo è una robusta imperial stout/porter che porta in dote un leggero carattere torrefatto; le caratteristiche principali sono tuttavia caramello, vaniglia, nocciola, cioccolato al latte e frutta secca, il cui dolce viene parzialmente contrastato da un finale nel quale oltre alle tostature emergono note di caffè e  - sorpresa – anche di resina/luppolo.  La sensazione palatale è ovviamente morbida e cremosa: poche bollicine, la birra scorre senza grosse difficoltà e l’alcool (10%) è molto ben dosato, riscaldando quanto basta senza mai esagerare. 
In un contesto di “birra dessert” (o di dessert con dentro una birra) la Original Texas Pecan Ice Cream convince:  ben fatta, pulita e senza eccessi artificiosi, si sorseggia con piacere e riesce a non stancare il palato dopo i primi due sorsi come spesso accade – almeno nel mio caso – con questa tipologia di birre. Dovete ovviamente calarvi nella situazione giusta quando ve la versate nel bicchiere: se desiderate un’imperial stout “leggermente” aromatizzata è meglio che lasciate perdere. Il "gioco" è  piuttosto caro, ma se avete voglia di giocare e di concedervi qualche divertente sfizio il marchio Omnipollo è ormai una certezza.
Formato: 33 cl., alc. 10%, scad. 25/10/2021, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 gennaio 2017

Brewski Conan DIPA

Torniamo a parlare di Brewski, birrificio svedese che avevamo incontrato a fine 2016 con una buona imperial stout e, in febbraio, con una APA ed una IPA alla frutta. Lo fondano nell'ottobre 2014 ad Helsingborg, nei locali di un ex-macello, Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund; dei quattro è Marcus il birraio, anche lui folgorato dalla craft beer revolution statunitense durante una vacanza nel 2010.  
Ritornato in Svezia Marcus inizia a frequentare i festival europei assieme ad alcuni amici; l'incontro con alcuni birrai al Borefts Festival 2013 organizzato da De Molen in Olanda è la molla che fa scattare in lui la voglia di provare a fare la birra. A casa, su di un impianto da 30 litri, i quattro futuri Brewski iniziano a mettere a punto le proprie ricette; nel ottobre 2013 Marcus liquida la propria attività e porta un impiantino presso la Höganäs Bryggeri dove inizia anche una sorta di praticantato, lavorando in parallelo alle proprie ricette.  E' in quel periodo che nasce la beerfirm High Nose Brew le cui prime produzioni debuttano prima al compleanno del bar Mikkeller & Friends (marzo 2014) e poi compaiono sia alla Copenhagen Beer Celebration che al Öl & Whiskymässa di Göteborg. I riscontri positivi ottenuti dal pubblico li convincono a fare il grande passo con un investimento da cinque milioni di corone (530.000 Euro circa) che permette la nascita del birrificio Brewski, nome credo ispirato dall'omonimo slang canadese che significa "birra".  
La specialità di Brewski sono le birre alla frutta, sopratutto IPA e APA, nate dal desiderio di Marcus di replicare le birre californiane che tanto amava ma che non riusciva a riprodurre a causa della modesta qualità dei luppoli a sua disposizione. Ammetto di non essere un gran estimatore di queste Fruit IPA che si stanno invece diffondendo sempre di più; preferisco vedere che cosa riesce a fare il birrificio svedese utilizzando semplicemente acqua, lievito, malti e luppoli.

La birra.
Conan, dedicata all'omonimo personaggio letterario, è la prima Double IPA realizzata da Brewski senza aggiungere frutta come era invece accaduto per la Mango DIPA, la Mangofever DIPA e la Papayafeber IPA. Viene annunciata ad inizio dicembre assieme alla IPA Barbarian e alla Mango Hallon Feber Session IPA: il primo lotto è stranamente destinato ai mercati esteri e, in fusto, ai bar svedesi. Le bottiglie arriveranno al Systembolaget, il monopolio svedese dove si può acquistare la birra per il consumo casalingo, solamente a partire da febbraio.
Lievemente velata e perfettamente dorata, forma un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma riflette la freschezza di una bottiglia che ha poco più di un mese di vita: pompelmo, cedro, limone e mandarino sugli scudi, mentre in sottofondo si scorge qualche note dank e di frutta ananas. Pulizia ed eleganza ci sono, impossibile non aver voglia di portare subito il bicchiere alla bocca: corpo medio, carbonazione contenuta e una sensazione palatale morbida danno il benvenuto. Si tratta di una Double/Imperial Ipa con una base maltata (pane e miele) per nulla invadente che lascia il palcoscenico al luppolo: fotocopia dell'aroma, il gusto ripropone tanti agrumi con frutta tropicale (mango e ananas) nel ruolo di sparring partner. La chiusura è secca, ben attenuata, con un finale amaro di media intensità nel quale convivono pompelmo e vegetali/resinose riscaldate da una morbido tepore etilico. Double IPA ricca di frutta e succosa, bilanciata, molto pulita, facile da bere: a dispetto del nome barbaro, questa è una birra che mantiene sempre una certa eleganza senza estremismi, cafonerie o ruffianerie. Senza dubbio la miglior Brewski assaggiata sino ad ora: livello molto alto, da comprare senza indugi.
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto B2 Excelsior, scad. 23/11/2017, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 9 gennaio 2017

Stigbergets Gbg Beer Week 2016

Il 2017 del blog si apre con uno dei protagonisti dell’anno appena concluso; parliamo di Stigbergets, microbirrificio di Goteborg (Svezia) attualmente molto chiaccherato dai beergeeks di tutta Europa. L’avevamo incontrato proprio lo scorso dicembre con due ottime IPA che sono risultate poi tra le migliori bevute dell’anno
Fondato dai  proprietari del ristorante del teatro Hagabion di Göteborg e dall’ex-homebrewer Olle Andersson, il birrificio inizia con un impianto molto piccolo (50.000 litri il primo anno) producendo quasi esclusivamente per il ristorante del teatro e per alcuni altri bar, arrivando a triplicare la produzione nel 2015 grazie alla distribuzione delle bottiglie attraverso il monopolio svedese Systembolaget. Ad inizio 2016 il necessario ingrandimento per far fronte all’aumento della domanda con un nuovo impianto da 20 hl realizzato dalla danese JTM Brew che porta il potenziale annuo a 400.000 litri. Come detto, il birraio è Olle Andersson, un passato lavorando come sviluppatore di software informatico prima di trasformare l’hobby per l’homebrewing in una professione.  Nonostante lo stile preferito di Olle siano le Porter, è con le IPA che Stigbergets ha iniziato a farsi notare prima in Scandinavia e poi in altri paesi europei. Galeotta fu in particolare la Gbg Beer Week IPA, realizzata per la Gothenburg Beer Week 2016 che si è tenuta dal 15 al 23 aprile ospitando moltissimi eventi in tutta la città culminando nell'Öl & Whiskymässa, un festival di due giorni al quale hanno partecipato 18.000 persone; l’edizione 2017 della Gothenburg Beer Week è prevista dal 17 al 25 marzo. 
La Gbg Beer Week IPA è una una IPA torbida/juicy che a molti beergeeks ha ricordato le ricercatissime IPA americane del New England: in verità Andersson dice di non essersi ispirato alle birre di Trillium o Tree House ma alle sue produzioni casalinghe, caratterizzate dall’assenza di filtrazione e dall’utilizzo di cereali non maltati come frumento e avena.  Da allora la Gbg Week IPA è stata replicata pochissime volte, ovvero quando il birrificio è stato in grado di trovare Nelson Sauvin, Citra e Mosaic di qualità eccellenti:  ciò non le ha comunque vietato di scalare le classifiche del beer-rating diventando oggi, secondo Ratebeer, la nona miglior IPA al mondo dietro Trillium, Tree House, Alchemist e Hill Farmstead.  
La ricetta, secondo quanto riporta un homebrewer svedese che l’ha richiesta direttamente ad Andersson ottenendo risposta, prevede malto Extra Pale Ale (80%), fiocchi d’avena torrefatti (10%) e frumento torrefatto (10%); i luppoli, come detto, sono  Nelson Sauvin, Citra e Mosaic. Per chi volesse provare a replicarla ed ha voglia di tradurre dallo svedese, ecco il link.

La birra.
Nel bicchiere si presenta di un torbido color arancio pallido, quasi paglierino: la bianca schiuma che si forma è un po’ grossolana e poco persistente. Al naso un trionfo di frutta: c’è l’asprezza dell’uva del Nelson Sauvin accompagnata da quella degli agrumi (cedro, arancio, lime, pompelmo); molto in sottofondo si scorgono anche profumi dolci di frutta tropicale come mango e ananas. L’intensità non è esplosiva ma l’aroma, pulito, fresco ed elegante, è di quelli che fanno venire l’acquolina in bocca. La sensazione palatale è morbida e molto gradevole anche se – mi dicono i bene informati – non ha quella cremosità che invece contraddistingue le IPA del New England: corpo medio e poche bollicine caratterizzano una bevuta che ricalca l’aroma, perdendo però per strada un pochino d’eleganza. Si fa giusto in tempo ad avvertire la presenza del malto (crackers) prima di essere trasportati all’interno di quello che è a tutti gli effetti un cocktail di frutta: uva, ananas, mango e agrumi formano una birra estremamente succosa, dissetante e rinfrescante, molto secca. Il finale è delicatamente amaro, dominato dalla scorza degli agrumi che viene affiancata da sfumature terrose ed erbacee: è solo qui un leggerissimo tepore etilico mette la testa fuori dal guscio. Livello davvero molto alto per una IPA “juicy” e ruffiana che la freschezza valorizza:  la trovo forse un mezzo gradino sotto la Amazing Haze, ma sono davvero dettagli che lasciano il tempo che trovano e che dipendono dal gusto personale. Un'altra ottima birra da Stigbergets, da cercare e da comprare ma fate presto e bevetela finché ancora fresca.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 558, scad. 28/05/2017, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 17 dicembre 2016

Brewski Buena Para El Papa! Si, No?

Ritorna sul blog il birrificio svedese Brewski che avevamo incontrato per la prima volta ad inizio anno con due "Fruit IPA". Lo fondano nell'ottobre 2014 ad Helsingborg, nei locali di un ex-macello, Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund; dei quattro è Marcus il birraio, anche lui folgorato dalla craft beer revolution statunitense durante di una vacanza all'inizio degli anni 2000 nel corso della quale era andato a trovare il fratello che viveva sulla costa ad Ovest. 
Ritornato in Svezia, dove possedeva un'impresa di pulizia vetri, Marcus inizia ad appassionarsi di birre ed a frequentare i festival europei assieme agli amici; l'incontro con alcuni birrai al Borefts Festival 2013 organizzato da De Molen in Olanda lo convince che è il momento di tentare l'avventura. A casa, su di un impianto da 30 litri, i quattro futuri Brewski iniziano a mettere a punto le proprie ricette; nel ottobre 2013 Marcus liquida la propria attività e porta un impiantino presso la Höganäs Bryggeri dove inizia anche una sorta di praticantato, lavorando in parallelo alle proprie ricette. 
E' in quel periodo che nasce la beerfirm High Nose Brew le cui prime produzioni debuttano prima al compleanno del bar Mikkeller & Friends (marzo 2014) e poi compaiono sia alla Copenhagen Beer Celebration che al Öl & Whiskymässa di Göteborg. I riscontri positivi ottenuti dal pubblico li convincono a fare il grande passo con un investimento da cinque milioni di corone (530.000 Euro circa) che permette la nascita del birrificio Brewski, nome credo ispirato dall'omonimo slang canadese che significa "birra". 
In due anni d'attività Brewski ha già alla spalle numerose collaborazioni e 112 birre elencate sul database di Ratebeer; la loro specialità sono le birre alla frutta, sopratutto IPA e APA, nate dal desiderio di Marcus di replicare le birre californiane che tanto amava ma che non riusciva a riprodurre a causa della modesta qualità dei luppoli a sua disposizione. Mango, papaia, ananas, pesce, lampone, fragola, cocco e chi più ne ha più un metta.
Oggi vado volutamente controcorrente evitando la frutta, della quale ammetto di non essere un fervido appassionato, dirottandomi su un altro stile molto caro agli scandinavi: imperial stout.

La birra.
Buena Para El Papa! Si, No? è uno dei tanti bizzarri nomi scelti da Brewski per le proprie birre; la sostanza parla di una massiccia (11%) imperial stout prodotta con caffè e vaniglia che, se non erro, ha debuttato alla Copenhagen Beer Celebration dello scorso maggio 2016. Completamente nera, forma un goloso cappello di schiuma color cappuccino, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Il naso è piuttosto intenso, ricco di chicchi di caffè, vaniglia, oro tostato; in secondo piano note di liquirizia e cuoio a comporre un bouquet pulito anche se dall'eleganza migliorabile. Ad impressionare è invece la sensazione palatale: birra viscosa, massiccia, quasi masticabile, dal corpo pieno e poco carbonata. Obbligatorio sorseggiarla in tutta tranquillità per meglio apprezzare le note di caramello e vaniglia, cioccolato al latte: la partenza è dolce e relega in secondo piano caffè e tostature. Bisogna attendere la fine della corsa per vederle emergere, con il loro amaro che viene rinforzato da quello del luppolo; il palato si trova abbastanza pulito ed è pronto per assaporare il lungo  retrogusto nel quale l'alcool abbraccia l'amaro del caffè ed il dolce della vaniglia. 
Imperial Stout potente, una sorta di dessert liquido che potreste anche bere o mangiare con il cucchiaino: il livello è alto ma non esente da imperfezioni, sopratutto nella pulizia e nella finezza. Bene il gusto nella sua totalità ma i singoli elementi/sapori, benché percepibili, non sono completamente definiti e una piccola parte del potenziale di questa bomba da 11 gradi rimane inespresso.
Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto 1-1, scad. 03/07/2019, prezzo indicativo 4.50/5.50 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 3 dicembre 2016

Stigbergets: American Pale Ale Amarillo Citra & West Coast IPA

Torniamo a parlare del birrificio svedese Stigbergets, incontrato soltanto pochi giorni fa con la Amazing Haze IPA: lo stile dovrebbe sempre portarsi dietro la parola "freschezza", e visto che in frigorifero ne ho altre due ho preferito stapparle rapidamente. Il birrificio guidato dal birraio Olle Andersson ha in un certo senso sposato la moda proveniente dal New England statunitense, anche se lui dice di replicare soltanto le birre che era solito fare in casa con le pentole: torbidissime, utilizzo dei luppoli nell'ultimissima fase della bollitura, dry-hopping spinti e utilizzo di cereali non malati. Eccone altri due esempi.

Partiamo dall'American Pale Ale Amarillo Citra: il nome indica chiaramente che cosa aspettarsi nel bicchiere. Il suo colore è un arancio pallido molto torbido, impenetrabile alla luce che viene sormontato da cremoso e compatto cappello di schiuma bianca, molto persistente. L'aroma è leggermente meno esplosivo rispetto agli "standard Stigbergets" ma è ugualmente ricchissimo di frutta tropicale (ananas, mango), melone bianco, pesca bianca e arancia. Pulito, fresco ed elegante, per nulla cafone; difficile resistere alla tentazione di portare subito il bicchiere alla bocca. Contrariamente alle altre Stigbergets assaggiate, qui i malti riescono a dare un timido segno della propria presenza (cereale, crackers): è tuttavia un passaggio brevissimo prima del dolce della frutta tropicale (mango e ananas) che sfuma poi in territorio agrumato, con arancia e pompelmo sugli scudi. L'intensità del fruttato è tuttavia minore rispetto all'aroma, e c'è anche un po' meno pulizia ad essere sinceri; la chiusura amara, zesty e terrosa, è delicata e come al solito non reclama un ruolo da protagonista, mentre nel retrogusto c'è un inaspettato ritorno di cereale. Molto secca, dissetante e rinfrescante, facilissima da bere: convince sicuramente più al naso che al palato ma è indubbiamente un'ottima birra-succo-di-frutta, anche se un gradino sotto le altre produzioni Stigbergets che ho assaggiato.
Formato: 33 cl., alc. 5.2%, lotto 526, scad. 20/03/2017.

Passiamo ora ad una West Coast IPA, in un'interpretazione svedese che prevede il solito aspetto torbido e un colore arancio pallido: ottima la persistenza della schiuma, bianca, cremosa e compatta. Il naso è un trionfo di frutta, a partire dal cedro, con qualche sconfinamento nel candito, per passare al pompelmo, al mango, all'ananas; c'è una netta componente dank (pensate alla marijuana, per semplificare) che emerge man mano che la birra si scalda. Intensità, fragranza, pulizia ed eleganza sono a livelli davvero elevati mentre la sensazione palatale è ottima, morbida: poche bollicine, corpo medio. Il gusto segue passo passo l'aroma: impossibile avvertire i malti in un  tripudio di frutta tropicale e di agrumi che entrano ed escono di scena cambiandosi di posto al variare della temperatura nel bicchiere. Il canovaccio è quello delle altre Stigbergets bevute, ma in questo caso l'amaro è leggermente più pronunciato: scorza d'agrumi, resina e quel dank che ritorna anche a conclusione di un percorso davvero intenso a fronte di una facilità di bevuta eccellente. L'alcool (6.5%) si avverte solamente nel finale, restando sempre ben mascherato da carattere fruttato di questa birra. West Coast IPA in un'interpretazione atipica che si colloca idealmente a metà tra le due coste statunitensi: c'è la resina, c'è il dank della costa occidentale ma c'è un carattere dominante fruttato ed un aspetto che rimanda alla costa ad est. Il risultato, al netto di tante belle parole, è tanto ruffiano quanto positivo: IPA riuscitissima, comprare subito.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto e scadenza non riportati.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 30 novembre 2016

Stigbergets Amazing Haze IPA

Documenti storici riportano l’esistenza a Göteborg (Svezia) di un birrificio chiamato Stigbergets sin dal 1722  e operativo fino al 1824 nella strada Oscarsgatan.
Nel 2012 il nome Stigbergets ritorna nuovamente attivo senza nessun legame con il passato: le notizie in inglese sono praticamente inesistenti, ma con l’aiuto di Google Translator  riesco a capire  che sa tratti di un microbirrificio fondato dai proprietari del ristorante del teatro Hagabion di Göteborg e dall’ex-homebrewer, ora birraio, Olle Andersson. Il birrificio inizia con un impianto molto piccolo (50.000 litri il primo anno) producendo quasi esclusivamente per il ristorante del teatro e per alcuni altri bar, arrivando a triplicare la produzione nel 2015 grazie alla distribuzione delle bottiglie attraverso il monopolio svedese Systembolaget. Ad inizio 2016 il necessario ingrandimento per far fronte all’aumento della domanda con un nuovo impianto da 20 hl realizzato dalla danese JTM Brew che porta il potenziale annuo a 400.000 litri. E' operativo anche il Bar Kino, un café situato sempre all’interno del teatro Hagadion (Linnégatan 21) dove potete trovare disponibili alla spina almeno nove birre Stigbergets. 
Come detto, il birraio è Olle Andersson, un passato lavorando come sviluppatore di software informatico prima di trasformare l’hobby per l’homebrewing in una professione.  Nonostante lo stile preferito di Olle siano le Porter, è con le IPA che Stigbergets ha iniziato a farsi notare prima in Scandinavia e poi in altri paesi europei. Galeotta fu in particolare la Gbg Beer Week IPA, realizzata lo scorso aprile 2016 per la  Gothenburg Beer Week;  una IPA torbida/juicy che a molti beergeeks ha ricordato le ricercatissime IPA americane del New England. In verità Andersson dice di non essersi dichiaratamente ispirato alle birre di Trillium o Tree House ma alle sue produzioni casalinghe, caratterizzate dall’assenza di filtrazione e dall’utilizzo di cereali non maltati come frumento e avena.  
Da allora la Gbg Week IPA è stata replicata solamente una volta, ovvero quando il birrificio è stato in grado di trovare Nelson Sauvin, Citra e Galaxy di qualità eccellenti: ciò non le ha comunque vietato di scalare le classifiche del beer-rating diventando oggi, secondo Ratebeer, la decima miglior IPA al mondo dietro Trillium, Tree House, Alchemist e Hill Farmstead. 
Lo stesso Andersson si dice quasi incredulo del successo e delle richieste che il birrificio sta attualmente ricevendo.  Il birraio ha anche lanciato assieme ad Olof Andersson il marchio O/O, una beerfirm che opera sugli impianti di Stigbergets. 

La birra.
Amazing Haze, nome che allude sia alle caratteristiche della birra (hazy) che alla omonima varietà di marijuana; debutta lo scorso settembre 2016 e, per gli strani meccanismi del beer-rating, è già diventata secondo Ratebeer la trentottesima miglior IPA al mondo. Va bene così.
Molto torbida ma non "fangosa", nel bicchiere è di colore arancio pallido e forma un discreto cappello di schiuma biancastra, abbastanza fine e cremosa, dalla media persistenza. Il doppio dry-hopping di Mosaic regala un naso intensissimo, esplosivo, un trionfo di frutta fresca: cedro, mandarino, pompelmo, arancio, ananas, mango e, al variare della temperatura, potreste riconoscere molte altre varietà di frutta. Molto pulito, sfacciato ma non cafone, l'aroma anticipa le caratteristiche del gusto: impossibile percepire i malti con un tale carico di frutta succosa, c'è giusto un lieve accenno di crackers. Quello che arriva al palato è praticamente un succo di frutta, ed è sorprendente come utilizzando i luppoli in una certa maniera si possa ottenere un risultato che davvero emula quello della frutta spremuta in un bicchiere. Nello specifico ci sono soprattutto agrumi con qualche intromissione tropicale in sottofondo: la bevuta è agile e molto facile, con l'alcool che regala solo un delicato tepore a fine bevuta. Molto pulita, secchissima, caratterizzata da una sensazione palatale molto gradevole, ammorbidita dall'avena e dalle poche bollicine. L'amaro, zesty e leggermente terroso, non ha velleità di protagonismo ma solamente lo scopo di bilanciare la bevuta: non è in questa birra che lo dovete cercare, qui è il trionfo del succo, del juicy. Il ruttino dice mango e il risultato è una IPA che sorprende e conquista, a patto che vi piacciano i succhi di frutta: sarebbe molto difficile spiegare a chi ha sempre e solo bevuto industriale che anche questa è una birra.
Ma se amate stare dietro alle mode birrarie e sotto sotto vi sentite un po' beer-geeks, per quel che riguarda le IPA Stigbergets è senza dubbio uno dei birrifici che dovete assolutamente provare.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 435, scad. 19/04/2017, prezzo indicativo 5.50/6.50 euro  (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.