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mercoledì 23 dicembre 2020

DALLA CANTINA: De Dolle Drie Mussen 2015

I polder sono una fascia costiera al di sotto del livello dell'alta marea che è stata sottratta al mare da opere di bonifica; tramite dighe e canali, il terreno viene isolato e poi reso coltivabile. I primi esperimenti furono realizzati nel XII secolo intorno alla città di Bruges e furono poi perfezionati nei secoli successivi dagli olandesi che, all'epoca dei primi polder nel 1600, aspiravano l’acqua anche con l’aiuto di pompe idrovore azionate dai mulini a vento ed eliminavano poi il sale di cui era impregnato il terreno coltivando il cavolo cappuccio, ortaggio che ha grande capacità di assorbimento del sale. I polder furono anche usati per scopi militari; aprire le dighe per allagare rapidamente vasti aree di terreno era una tecnica usata per rallentare l’avanzata dell’esercito nemico. E’ quello che accadde in Belgio nel corso della prima guerra mondiale: lo scopo fu raggiunto, ma l’impossibilità di spostarsi originò una lunga guerra di trincea nella quale moltissimi soldati furono vittima del fango e degli elementi naturali avversi, ancor prima delle mitragliatrici e dei cannoni. 
Il polder Drie Mussen (“i tre passeri”) si trova in Belgio nella valle Handzame tra Diksmuide, Beerst e Vladslo: un’area agricola di 78 ettari per la quale a partire dal  2011 il governo fiammingo ha finanziato opere volte a recuperarne ed a preservarne la biodiversità: scavi di drenaggio, pulizia dei canali e delle d’acqua pozze per facilitare l’abbeveramento degli animali, piantumazione. Un progetto pilota, al quale lavorano agricoltori ed associazioni naturaliste, che ha già dato ottimi risultati: alcune specie di uccelli sono tornate a ripopolare i campi e gli agricoltori hanno notato grandi miglioramenti nella qualità dell’acqua e nel drenaggio dei prati nei periodi più umidi dell’anno.
E’ stato inoltre creato il “sentiero dei tre passeri” (Drie Mussenwandeling),   una bella camminata di quattro chilometri che dal Grote Mark di Diksmuide vi conduce al quartiere di Beerst-Keizerhoek dove si trova il caffè De Drie Musschen, l’accesso all’area del polder e un moderno ponte pedonale dal quale potete ammirare i campanili delle chiese di Diksmuide, Esen, Vladslo e Beerst.
Esen: agli appassionati di birra belga questa parola dovrebbe subito scaldare il cuore. E’ in questo piccolo paese delle fiandre che ha infatti sede il birrificio De Dolle. A gennaio 2015 per promuovere il turismo nell’area, la municipalità di Diksmuide ha voluto creare alcuni prodotti gastronomici a marchio Drie Mussen. Al caseificio biologico Dischhof è stato commissionato un formaggio (Drie Mussenkaas) prodotto con il latte del bestiame che pascola libero nella zona del polder. Al birrificio De Dolle, che si trova ai margini della zona, è invece toccato il compito di realizzare il suo abbinamento perfetto, la Drie Mussenbier. 

La birra.

Ricordo il mio stupore quando nell’estate del 2015 avvistai una bottiglia di Drie Mussen (8%) in un piccolo negozio di alimentari di Diksmuide. Non ne avevo mai sentito parlare e pensavo d’aver messo le mani su una specie di rarità, ma qualche ricerca in Internet mi fece poi tornare rapidamente con i piedi sulla terra. Sembra infatti essere una semplice rietichettatura della Arabier, anche se questo articolo del 2015  parla di una “versione speciale della Arabier”. Impossibile pretendere di conoscere la verità quando c’è di mezzo De Dolle; il “birraio pazzo” Kris Herteleer ha anche voluto trovare un curioso aneddoto da abbinare al nome. Come detto, De Drie Musschen è il nome di una locanda il cui proprietario aveva tre giovani figlie “così piccole e magre che avrebbero potuto volare via da dietro il bancone, proprio come tre passeri”.  
L’Arabier di De Dolle è una Belgian Strong Ale generosamente luppolata e dalla bevibilità assassina; non è ovviamente una birra da far invecchiare ma da bere fresca. Partendo dal presupposto che questa Drie Mussenbier sia solo un’Arabier mascherata, ho deciso volutamente di dimenticarla per cinque anni in cantina per togliermi la curiosità di vederne l’evoluzione.  
Il suo colore arancio velato è ovviamente un po’ più scuro rispetto a quello di una Arabier giovane; l’esuberante schiuma pannosa è quasi indissolubile e regala subito forti esteri fruttati, vagamente sciropposi, non facili da definire. Pensate a frutti di bosco, lamponi, ad una mela rossa matura, alla ciliegia sciroppata: bisogna attendere molti minuti che la schiuma collassi per sentire profumi più convenzionali che richiamano il biscottato, la frutta candita e quel magico profumo del lievito belga che per certi versi può ricordare alcuni champagne. Il timore che sia una birra terribilmente dolce ed ossidata svanisce fortunatamente al primo sorso: la bevuta è molto più armonica, bilanciata tra accenni di caramello e biscottati, pesca e albicocca candita, uvetta gialla e qualche nota vinosa che inizia a ricordare il marsalato. Ma la vera magia di questa Drie Mussen/ Arabier avviene nel finale, con un bel taglio acidulo a ripulire il dolce e un finale secchissimo, con punta amaricante di frutta secca a guscio che nuovamente suggerisce affinità con il mondo dello champagne. (Lo scenario descritto vi suona familiare? Qualche Stille Nacht con un paio d’anni sulle spalle, forse ?) 
La sua generosa luppolatura è scomparsa, l’alcool scalda con raziocinio e le bollicine non hanno l’aggressività tipica di una Arabier fresca: certo, il corpo mostra qualche lieve cedimento ma è una birra che si beve bene e che impressiona per la sua tenuta nel tempo. Non posso dire di preferirla ad una Arabier giovane, ma non ne farei un dramma se scoprissi di essermi dimenticato in cantina qualche bottiglia.
Per vostra informazione la Drie Mussen viene ancora prodotta con un'etichetta un po' meno amatoriale e un bicchiere - il classico Oerbier di De Dolle - serigrafato appropriatamente. 
Formato 33 cl., alc. 8%, scad. 05/2017, pagata 2,02 Euro (Belgio)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 10 dicembre 2020

De Dolle XL Pale Ale

Il 15 novembre 2020 il birrificio De Dolle ha compiuto quarant’anni e per festeggiare Kris Herteleer ha voluto regalarsi un birra celebrativa chiamata appunto XL, espressione in numeri romani della propria età: evento più unico che raro, visto che da anni De Dolle produce le stesse etichette senza assecondare quelle dinamiche di una fetta di mercato perennemente in cerca di novità. In verità la storia del birrificio risale al 1835. Ad Esen, paese nelle Fiandre Occidentali dove oggi vivono circa duemila anime, un tempo vi erano un paio di distillerie e sei birrifici. L’unico rimasto ancora in piedi è quello fondato da Louis Nevejan e poi rilevato dopo cinquant’anni da Louis Charles Hector Costenoble: nel 1979 il birrificio è in vendita.
A Roeselare, ad una ventina di chilometri di distanza, ci sono i fratelli  Kris e Jo Herteleer, che da anni si dilettano a fare la birra in casa e che avevano anche vinto un concorso a Brussels. Kris ricorda: “dopo aver terminato gli studi in medicina mio fratello voleva andare in Sud America. Prima della sua partenza decidemmo di finire tutte le birre che avevamo fatto. Erano bottiglie grandi e quindi chiamammo ad aiutarci alcuni amici. Uno di loro conosceva un investitore che voleva aprire un birrificio. Alla fine degli anni ’70 se volevi acquistare un vecchio birrificio non potevi fare ricerche in internet, ma usavi l’elenco telefonico: alla lettera A non c’era nessun birrificio, alla B c’era Bavik, ma era troppo grande. Alla C vi era il birrificio Costenoble, e così andammo a vederlo. Sapevamo fare la birra ma non avevamo mai visitato un birrificio prima. Il birraio ci disse che il birrificio sarebbe stato venduto quel pomeriggio. Ma il potenziale acquirente non si presentò e così noi offrimmo di comprarlo allo stesso prezzo”
Con l’aiuto di alcuni consulenti e professionisti i fratelli Herteleer sistemano il birrificio cercando di far convivere efficienza e funzionalità con il fascino degli impianti che risalgono agli anni ’20, quando Esen fu completamente ricostruita dalle devastazioni della prima guerra mondiale: dopo due anni rileveranno le quote societarie di Romeo Bostoen, quel  mugnaio appassionato di birra che si  era inizialmente unito a loro.  Il 15 novembre 1980 viene effettuata la prima cotta della Oerbier (“la birra primordiale”)  del birrificio De Dolle Brouwers, ovvero “i birrai pazzi”. Il nome scelto è una naturale variante di “Dolle Dravers” ( “i ciclisti pazzi”) un minuscolo circolo di ciclismo al quale appartenevano Kris e Jo. Dei due è Kris ad assumere progressivamente il comando, facendo birra nei weekend e diventandone, dal 2006, l’unico proprietario. Si dice che il fratello Jo stia facendo ancora birra in Sud Africa, dove svolge la sua professione di medico.
Artista, grafico, architetto e birraio, Kris disegna personalmente quasi tutte le etichette e la simpatica mascotte gialla che crea come simbolo del birrificio: una cellula di lievito umanizzata "
ottimista e gentile - dice Kris - che sorride al risultato ottenuto, la birra. Ma per ottenerla c'è voluto lavoro e conoscenza, simboleggiati dalla pala che tiene nell'altra mano".  E lo racconta indossando improbabili giacche, scarpe e quei papillon che adornano anche il collo delle bottiglie delle sue birre.  “Abbiamo messo la scritta ‘Anno 1980’ sul nostro logo perché sapevo che ci avrebbero copiati. Alcuni sostengono che La Chouffe fu il primo microbirrificio artigianale belga. Noi siamo stati i primi. La Chouffe è nata nel 1982. Quelli dell’Abbaye des Rocs dicono di essere arrivati prima di noi ma ho fatto delle ricerche: sono partiti quattro anni dopo. Dopo l’apertura del primo birrificio Hoegaarden di Pierre Celis (1965, nda) ci fu un vuoto di 16 anni. Non era un bel periodo per i produttori di birre speciali, la maggior parte chiudevano e noi siamo stati i primi della rinascita”.

La birra. 

Non ne ho la conferma ma immagino che l’etichetta sia un dipinto di Kris Herteleer; oggi i birrifici celebrano sovente il proprio compleanno con birre complesse e dalla gradazione alcolica importante. Kris è andato invece controcorrente optando per una Pale Ale che ha il contenuto alcolico (6.5%) più basso di tutte le altre De Dolle, se si esclude la Oeral (6%), una hoppy Pale Ale destinata solo al mercato americano, dove viene messa in lattina dall’importatore B. United.  La “session beer” di  casa De Dolle è infatti la Arabier (8%).  La XL Pale Ale è stata realizzata semplicemente con malto Simpson Maris Otter Pale Ale e luppolo Whitbread Golding raccolto nella vicina Poperinge, utilizzato anche in dry-hopping; in fase di bollitura è stata poi aggiunta scorza d’arancia.
Il suo vestito è color arancio velato, la schiuma è generosa, cremosa e compatta come vuole la tradizione belga. Il naso della XL è fresco e regala profumi floreali, erbacei e terrosi, una delicata speziatura che richiama il pepe bianco, scorza d’arancia candita:  in sottofondo c’è qualche ricordo di pasticceria. Tra gli appassionati In Italia, dove De Dolle ha un ottimo seguito grazie all’opera divulgativa di Lorenzo Kuaska Dabove, si è subito aperto un dibattito: la XL è brettata?  Tra convinti e negazionisti c’è anche chi si è preso la briga di analizzare in laboratorio il contenuto della bottiglia che ha evidenziato l’assenza di brettanomiceti. La verità? Probabilmente non la sapremo mai, come non sappiamo esiste un solo lotto di XL o se ne sono stati fatti vari come avviene per la Stille Nacht, i cui asterischi riportati sul tappo fomentano ogni anno discussioni tra i birrofili. La mia percezione è inevitabilmente influenzata da questi rumors ma effettivamente l’aroma nel suo complesso ricorda quello di una Orval giovane.  Il mouthfeel è ottimo, le vivaci bollicine della scuola belga non disturbano e non creano spigoli: è una Pale Ale che attraversa il palato regalando una sensazione di pienezza. Note biscottate e di miele danno il via ad una bevuta che richiama l’aroma nel dolce della frutta candita, sapientemente bilanciata da una bella acidità, da un finale secco e da un amaro zesty, erbaceo e terroso. L’alcool è davvero impercettibile e la XL di De Dolle risulta essere una Pale Ale rustica e ruspante, generosamente fruttata, rinfrescante e dissetante, intensa e facilissima da bere. Poco importa che sia brettata o no: a me è piaciuta molto e bevendola fresca eliminerete alla radici qualsiasi problema derivante dall’eventuale presenza di lieviti selvaggi. Se entrasse in produzione stabile, sarebbe un’aggiunta necessaria alla piccola gamma De Dolle? Probabilmente no: la subdola e più amara Arabier (8% e non sentirli) svolge per “i birrai pazzi” perfettamente la funzione di birra estiva, magari da gustarsi sulle colorate sedie nel patio antistante il birrificio nelle (forse) assolate domeniche delle Fiandre Occidentali. Se volete tuttavia concedervi ben più di un bicchiere, la Arabier è un pericoloso nemico per la vostra sobrietà e per la vostra patente: la XL potrebbe in questo senso rappresentare un’ottima alternativa “low ABV”.

Formato 33 cl.,  alc. 6,5%, scad. 01/10/2022, prezzo indicativo 4,00-5,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 30 agosto 2019

De Dolle Boskeun

Pasqua è già un lontano ricordo ma questo non può essere una scusa per rinunciare a stappare una bottiglia di Boskeun, Belgian Strong Ale del birrificio belga De Dolle (qui la storia) che arriva ogni anno in occasione della solennità del cristianesimo. Boskeun è il soprannome di Jo, fratello di Kris Herteleer e co-fondatore del birrificio, ma Boskeun è soprattutto quel coniglietto dei boschi (Bos-Keun) che viene raffigurato in etichetta intento a sorseggiare la birra. Una delle prime birre pasquali belghe, afferma orgogliosamente Kris, una tradizione inaugurata che sembra essere stata inaugurata dalla Paasbier di Slaghmuylder. Malti chiari, zucchero di canna e luppoli Goldings sono gli ingredienti utilizzati per una robusta Belgian Strong Ale la cui magia viene tuttavia sprigionata dal lievito di casa De Dolle. Come le sorelle “chiare” Lichtervelds e Dulle Teve anche la Boskeun non è una birra da far invecchiare: Herteleer consiglia di berla subito: lasciate posto libero in cantina per la Stille Nacht.

La birra.
La percentuale alcolica della Boskeun ha subito diverse modifiche nel corso degli anni: nata al 7% è poi salita quasi stabilmente a quota 10.  L’edizione 2019 riporta invece in etichetta 9%.  Il marchio De Dolle è evidente non appena si cerca di versare la birra nel bicchiere che viene subito riempito da un’esuberante coltra di schiuma fine e compatta, pannosa, quasi incontenibile e indissolubile. Ci vuole un po’ di pazienza per vedere splendere il suo color oro antico, leggermente velato. Fiori bianchi, pepe, marzapane, frutta sciroppata e candita (arancia, albicocca e pesca), accenni di cassata siciliana: questo il piccolo miracolo del lievito di casa De Dolle che dà origine ad un naso pulitissimo, intenso, al  tempo stesso fresco e caldo (solare). 
Le vivaci bollicine non impediscono comunque alla Boskeun di essere quasi morbida al palato, priva di spigoli: miele, pane, suggestioni di canditi, crostata alla frutta e, in generale, di pasticceria, pepe. La bevuta è dolce ma ben bilanciata da un lieve acidità quasi rinfrescante e da un finale amaro terroso che per non essendo protagonista svolge un ruolo fondamentale. L’alcool? E’ presente “alla belga”: si nasconde per rivelarsi a fine corsa con un abbraccio che riscalda corpo e spirito e invita – quasi ironicamente -  alla moderazione. Pulitissima, ricca, precisa ma non fredda: per chi ama la scuola belga la Boskeun di De Dolle è ormai un classico che emoziona ogni volta, come quei film che non vi stanchereste mai di rivedere. Verrebbe da dire Buona Pasqua, ma perché limitarsi a goderne solo in quel periodo dell’anno? Ogni giorno è adatto ad una Boskeun.
Formato 33 cl., alc. 9%, scad.03/2021, prezzo indicativo 4.50/5.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia/lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 dicembre 2017

De Dolle Stille Nacht 2011

Il Natale 2017 del blog non poteva concludersi che con la birra natalizia per eccellenza, ovvero la Stille Nacht del birrificio belga De Dolle. Non è la prima volta che l'incontriamo e qui trovate la sua storia che ho tentato di ricostruire; di tanto in tanto ne appare anche una rara versione "Reserva" ovvero invecchiata in botti ex vino Bordeaux. 
Ogni volta mi piace sempre ricordare le parole di Lorenzo Dabove, alias Kuaska: "ogni millesimo di questa birra ha un qualcosa di magico ed un percorso diverso, e nonostante tutti gli sforzi dettati dall'esperienza, difficilmente classificabile. Può capitare un'annata che, giovanissima, appaia francamente deludente, facendoci dubitare sul lavoro di De Dolle e che, dopo pochi mesi o qualche anno, si schiude come una bellissima farfalla dalla sua crisalide. E viceversa, Stille Nacht battezzate dagli esperti come capolavori assoluti, che durante la maturazione perdano verve senza confermare le promesse di lunghissima vita e di gemma assoluta". 
Purtroppo - devo dirlo - ogni anno mi tocca annotare un preoccupante aumento di prezzo di quella che un tempo era una birra abbastanza "economica" da mettere in cantina. Sicuramente gli aumenti ci sono stati anche alla fonte, ma non al livello di quei 50 centesimi a bottiglia del mercato italiano: nel 2017 siamo ormai arrivati ai sette euro, prezzi che un tempo si pagavano per vintage d'annata! Da un lato è un bene che ci siano sempre più appassionati a richiedere questa birra, dall'altro si rischia lentamente di replicare quanto accaduto con Cantillon. 
Evito quindi volutamente l'acquisto dell'edizione 2017 ai prezzi italiani e attingo dalla cantina: del resto la Stille è una birra che, al di là del rito di berla fresca d'annata, va fatta invecchiare. Per quest'anno scelgo il millesimo 2011, quindi una bottiglia con sei anni di vita sulle spalle. A chi interessano i confronti, qui trovate una Stille di quattro anni mentre qui (2014 - 5,50 euro) e qui (2016 - 6,50 euro) due neonate.

La birra.
All'aspetto è di un bell'arancio carico con nuances ambrate, mentre il piccolo cappello di schiuma che si forma è abbastanza rapido nel dissolversi. Il suo aroma è una sorta di porta magica che si spalanca e ti travolge con suggestioni di vino liquoroso, passito, albicocca disidratata, arancia candita, datteri, zucchero a velo, marmellata d'arancia, pasticceria varia, soprattutto crostata. Bisogna davvero impegnarsi per scorgere le note negative dell'ossidazione, quel cartone bagnato che è presente in quantità infinitesimale. Le bollicine sono ovviamente poche e la bevuta è morbida e appagante, calda, emozionante: nel bicchiere c'è un vino passito affiancato da una crostata all'albicocca, c'è la marmellata d'arancia, la frutta disidratata, persino il panettone. L'alcool riscalda con con un soffice vigore (l'ossimoro è voluto) ogni sorso, il dolce viene perfettamente bilanciato dall'acidità e da una grande attenuazione. A sei anni di vita la Stille Nacht 2011 è ancora potente e in splendida forma, non mostra grossi segni di cedimento e sembra anzi suggerire di poter continuare la sua evoluzione. Il finale, lunghissimo, è quello di un grande vino liquoroso ma è una bottiglia che, sebbene offra tanto da raccontare, lascia senza parole. 
Più che una birra, nel bicchiere ci sono emozioni: quelle che, in un periodo in cui abbiamo a disposizione una quantità di etichette spropositata rispetto a una decina di anni fa, sono purtroppo sempre più rare.  Stille Nacht 2011 commuovente, senza dubbio alcuno è la miglior bevuta di questo  2017 che volge al termine.
Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto 2011, scad. non riportata.

mercoledì 28 dicembre 2016

DALLA CANTINA: De Dolle Stille Nacht Special Reserva 2005

Chiudiamo il cerchio delle bevute di Natale 2016 ritornando in un certo senso da dove eravamo partiti: birrificio De Dolle, Stille Nacht. Oggi non parliamo però della Stille "normale" ma della sua versione barricata, chiamata (Special) Reserva. 
Un'edizione purtroppo piuttosto discontinua e limitata, prodotta se non erro solamente tre volte: nel 2000, nel 2005 e nel 2010. Ci sarebbe anche l'edizione 2008, mai commercializzata ufficialmente, imbottigliata a mano utilizzando le normali etichette della Stille Nacht con un timbro sopra che reca la parola Reserva e destinata solo ad amici e famigliari. Qualche bottiglia è tuttavia "scappata" dalla cantina di Kris Herteleer ed ha preso la strada degli Stati Uniti o di qualche fortunato locale europeo. E c'è anche il millesimo 2013, apparso soltanto al Kerstbier Festival di Essen del 2014: anche questa edizione non è mai stata messa in vendita. L'unica possibilità che avete di assaggiare queste edizioni - e qualche altra direttamente dalle botti - è di recarvi in visita al birrificio e sperare nella benevolenza di Kris. 
La Stille Nacht Reserva nacque nel 2000 da un tragico errore. Come vi avevo già raccontato in questa occasione, a novembre del 1999 la Palm, che aveva da poco acquisito la Rodenbach, inviò una lettera a tutti i propri clienti (oltre a De Dolle, c’era anche il monastero di St. Sixtus/Westvleteren) comunicando la decisione d’interrompere dal primo dicembre la vendita del lievito proprietario. I tentativi di utilizzare dei lieviti differenti non soddisfarono molto Kris Herteleer, il quale decise di “riciclare” il ceppo di Rodenbach affidandosi ad un biologo. La "replica" tuttavia non andò come previsto: il "nuovo" ceppo risultò molto pulito ma privo di quelle caratteristiche batteriche (acetiche e lattiche) tipiche proprio del Rodenbach. La rifermentazione inoltre sembrava non finire mai e numerose bottiglie di una cotta, nonostante le temperature di dicembre, iniziarono ad esplodere. Per non perdere l'intera produzione Kris decise di travasare il contenuto delle bottiglie ancora intatte in botti (recuperate grazie all'aiuto di Cantillon) che avevano ospitato vino Bordeaux (Château Léoville-las-Case)  e di tornare ad imbottigliarle dopo dodici mesi (o diciotto, a seconda delle fonti). E' la nascita della Stille Nacht Reserva (2000), una birra che da un inizio disastroso diventerà uno dei capolavori della produzione De Dolle.
La "leggenda" poi dice che la Stille Nacht "normale" sia rinata grazie al ritrovamento di alcuni vecchi fusti in Finlandia non completamente vuoti che permisero al microbiologo di fiducia di Kris di recuperare del lievito Rodenbach originale da coltivare. Ovviamente non bisogna mai fidarsi di quello che dichiara un birraio belga, così come non si devono nutrire grosse speranze sulla futura Stille Nacht Reserva 2015, che potrebbe uscire a Natale 2017 dopo aver riposato per quasi due anni in botti di vino. Il condizionale è d'obbligo, perché Kris non si pone limiti e lascia la birra in botte fin quando non ritiene che sia pronta per essere venduta; e non ha nessuna intenzione di ampliare né la propria produzione "standard" né il suo programma delle "Reserva". 

La birra.
Purtroppo non sono riuscito a recuperare molte informazioni sulla Stille Nacht Reserva 2005; non so se sia stata utilizzata la stessa tipologia di botti dell'edizione 2000 e non so quanto tempo sia durato l'invecchiamento. All'aspetto è di colore arancio carico, con qualche sconfinamento nell'ambrato; la quantità di schiuma biancastra che si forma è ovviamente minima e alquanto rapida a scomparire dal bicchiere. Da una birra di dieci anni ti aspetteresti cedimenti e inevitabili difetti dovuti al trascorrere del tempo. Invece sin dall'aroma questa Stille Reserva mostra tutto il suo vigore; l'ossidazione è quella "buona", quella che porta in dote i profumi del vino liquoroso e del passito. Una punta di cartone bagnato c'è, ma bisogna proprio andarla a cercare; per il resto l'aroma regala uva passa, legno, zucchero caramellato, fichi e frutta disidratata come albicocca ed ananas. Al palato è ricchissima, calda, sensuale: quasi ci si dimentica di avere nel bicchiere una birra e la mente si sposta subito in territorio vinoso. Pensate a vini liquorosi ma anche fortificati, il Madeira non è troppo lontano: la bevuta è coerente con l'aroma e ripropone il dolce dell'uva passa, dei canditi (sempre albicocca ed ananas) e dello zucchero caramellato, il legno. L'alcool è evidente ma morbido: è straordinario come una "signora birra" di dieci anni riesca ad essere ancora così potente e riesca a mantenere un'acidità capace quasi di donarle freschezza, oltre a stemperare il dolce. Anche in bocca le ossidazioni "negative" (cartone bagnato, sangue) sono davvero lievi, con la birra che mostra di poter reggere ad un ulteriore invecchiamento. Chiude lunghissima, con un dolce e caldo abbraccio liquoroso di frutta sotto spirito che sembra non finire mai e che ti accompagna per il resto della serata.
Bottiglia straordinaria, emozioni che si susseguono sorso dopo sorso. Stille Nacht, questa volta la notte è silenziosa perché le parole sono superflue.
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 04/2006. 

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 19 dicembre 2016

De Dolle Stille Nacht 2016

Apriamo le danze della stagione natalizia 2016 con la birra il cui arrivo autorizza ogni birrofilo ad esclamare: “adesso è Natale!". Parliamo della Stille Nacht del birrificio belga De Dolle guidato dal dio (o dal pazzo, a seconda dei punti di vista) Kris Herteleer che, per chi ancora non la conoscesse, cerco di ospitare sul blog quasi tutti gli anni per rispettare la tradizione. L’anno scorso l’ho mancata, ma qui trovate l’edizione 2009 (bevuta nel 2013), quella 2013 e quella 2014; un tentativo di ricostruire la sua storia l’avevo fatto in una di quelle occasioni
Ai novizi devo anche ricordare che questa è una delle (poche) birre che vale la pena mettere in cantina e aprire nel corso degli anni a venire; ma se decidete di percorrere questa affascinante strada, sappiate che ci sono pochissime certezze: è una birra imprevedibile, che rispecchia il suo creatore. Impossibile non citare Kuaska: "ogni millesimo di questa birra ha un qualcosa di magico ed un percorso diverso, e nonostante tutti gli sforzi dettati dall'esperienza, difficilmente classificabile. Può capitare un'annata che, giovanissima, appaia francamente deludente, facendoci dubitare sul lavoro di De Dolle e che, dopo pochi mesi o qualche anno, si schiude come una bellissima farfalla dalla sua crisalide. E viceversa, Stille Nacht battezzate dagli esperti come capolavori assoluti che durante la maturazione perdano verve senza confermare le promesse di lunghissima vita e di gemma assoluta”. 
Il consiglio è sempre quello di acquistarne sempre più di una bottiglia; consumate il rito di berne una fresca, per celebrare l'arrivo del Natale e prendete qualche appunto. Mettete le altre in cantina e di tanto in tanto stappatene una confrontando quello che avete nel bicchiere con i vostri appunti di mesi o anni prima. Sarà un'esperienza molto divertente e ricompensante.

La birra.
Anche quest’anno il millesimo è impresso sul tappo e non in etichetta, cambiamento se non erro introdotto nel 2010. Bottiglia di uno dei vari lotti 2016 che desta qualche preoccupazione all’apertura. Quasi nessun rumore al momento dello stappo, schiuma biancastra che fatica a formarsi: ne appaiono circa due dita, un po’ grossolana  e dalla scarsa persistenza.  Anche l’aroma non è quello che ti fa apparire il sorriso sulle labbra (confrontatelo con una delle annate precedenti citate sopra): intensità piuttosto bassa nella quale si scorgono il dolce dei canditi e dello zucchero, l’aspro della mela e dell’uva acerba, c’è addirittura una lieve punta acetica, leggerissima ma innegabile. Ma la Stille è una birra che ama stupirti, e dopo qualche minuto di presenza nel bicchiere ecco emergere una sorprendente  freschezza di pesca, forse ananas, che ti riporta alla mente una Dulle Teve in formissima. Le poche bollicine le tolgono un po' di vitalità e le asperità della sua giovinezza sono evidenti anche al palato; biscotto appena speziato, miele, canditi e poi ecco l'asprezza della mela acerba o "immatura", se preferite. La piccola meraviglia dell'aroma ritorna anche in bocca: ti trovi di fronte ad una birra molto alcolica (12%) che presenta un'inattesa freschezza data da una lieve acidità e da un frutto fragrante che suggerisce quasi il tropicale, ananas in primis. Un punta terrosa d'amaro in fondo, quasi sul confine del fenolico-medicinale e poi finalmente un'esplosione di calda frutta sotto spirito e canditi nel retrogusto. Asperità e dolcezze, carezze e scaramucce, imprecisioni e piccole epifanie: la giovane Stille Nacht 2016 trova la sue contraddittorie ragioni d'essere anche nelle imperfezioni di una bottiglia attualmente non molto in forma. Al solito, non resta che metterla in cantina e affidarla al tempo: solo lui saprà dirci, nel corso degli anni, se da questa crisalide uscirà lentamente una splendida farfalla
Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto 2016, scadenza non riportata, prezzo indicativo 5.00/6.50 Euro (beershop Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 16 aprile 2016

De Dolle Oerbier Special Reserva 2013

La storia della birra di oggi è inevitabilmente collegata a quella raccontatavi un paio di anni fa: Oerbier, la birra "originale" con la quale i fratelli Herteleer inaugurarono il birrificio De Dolle nel 1980. La storia della Oerbier è anche stata attraversata da drastici cambiamenti, il più rilevante dei quali è avvenuto nel dicembre del 1999, quando la Rodenbach, da poco passata sotto al controllo di Palm, decide di sospendere la fornitura del proprio lievito a tutti gli altri birrifici che lo utilizzavano: Kris Herteleer deve trovare una soluzione. Dopo alcuni tentativi falliti con lieviti alternativi, è chiaro che l'unica strada percorribile è quella  di "replicare" il precedente lievito della Rodenbach utilizzando le poche scorte  rimaste. 
Ma i primi esperimenti danno grossi problemi di rifermentazione, che sembra non finire mai, provocando l'esplosione di molte bottiglie. Non tutto il male viene per nuocere però; la prospettiva di perdere tutto ciò che era stato prodotto fa venire a Kirs l'idea di travasare la birra in alcune botti di legno creando la Stille Nacht Reserva e, svuotate le botti 12 mesi dopo, la prima versione della Oerbier Reserva. 
Ma è  da "un aiuto dal cielo" (almeno così lo chiama Kris) che arriva la soluzione; alcuni fusti non vuoti di Stille Nacht rientrano dalla Finlandia ed è possibile recuperare il lievito originale. Con l'aiuto di un microbiologo se ne inizia la coltivazione: la Oerbier non è esattamente identica a quella prodotta con il lievito fresco di Rodenbach ma il risultato soddisfa ugualmente Kris anche se non tutti gli appassionati.
Da allora oltre alle normale Oerbier ne viene prodotta anche una versione invecchiata per circa 18 mesi in botti francesi che hanno contenuto vino Bordeaux; il contenuto alcolico della Oerbier passa dal 9 al 13% della Oerbier Special Reserva, che viene commercializzata senza regolarità di tanto in tanto.

La birra.
Il millesimo 2013 della Oerbier Special Reserva si presenta nel bicchiere di color ambrato molto carico con intense sfumature rosso rubino; forma giusto un dito di schiuma che, sebbene cremosa, svanisce abbastanza rapidamente. Al naso, ricco e piuttosto complesso, s'intrecciano note lattiche e acetiche, aspre e dolci: aceto di mela, aceto balsamico, ciliegia sotto spirito, uva e uvetta. In sottofondo il dolce del caramello, il legno e gli accenni di vaniglia ma soprattutto un bel carattere vinoso. Intenso, pulito, emozionante. Il gusto non è certo da meno e prosegue nella direzione tracciata dall'aroma: anche qui c'è una riuscitissima convivenza tra note acetiche e lattiche, dolci ed aspre, che si alternano senza sosta. C'è frutta in abbondanza (prugna, uvetta, ciliegia ed uva, visciole e ribes) alla cui freschezza rispondono le note ossidative che ricordano vini liquorosi, sherry: la chiusura è straordinariamente secca, amara di tannini e di lattico, ricca di note vinose e legnose. La bevuta è molto ricca, eppure la sua complessità è di non difficile lettura grazie ad un'ottima pulizia. Non ha l'eleganza di una Consecration (anch'essa invecchiata in botti ex-vino), ma sono proprio gli spigoli e le ruvidezze del carattere della Oerbier Reserva a generare molteplici emozioni. Alcuni sorsi sono quasi rinfrescanti, altri sono avvolti da una vampata etilica mentre altri ancora sono caldi, morbidi ed appaganti, come se stessimo sorseggiando un vino liquoroso. 
Ci mette un po' ad "aprirsi" nel bicchiere, ma quando lo fa la soddisfazione è davvero grande e vi accompagna per tutta la serata: è una delle (poche) birre da cantina, non è prodotta con regolare continuità e non è facile intercettarla anche perché ne arrivano sempre quantità piuttosto modeste. Ma se la trovate il consiglio è di prenderne sempre più di una bottiglia per poterne apprezzare l'evoluzione nel corso del tempo.
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 2013, scad. non riportata.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 15 novembre 2015

De Dolle Dulle Teve

Non ci si deve aggrappare  a  troppe certezze o chiamare in causa la "normalità" quando si ha a che fare con il birrificio belga De Dolle guidato dall'eclettico Kris Herteleer. Si narra così che all'origine dell'originale nome di questa birra ci fosse un'amichevole conversazione tra Kris e il proprietario di un café-ristorante di Bruges, nel corso della quale stavano discutendo la ricetta di una nuova birra. L'incontro si prolungò più del previsto e la moglie del proprietario iniziò a tempestarlo di telefonate affinché tornasse a casa. Quando lui apostrofò  al telefono la moglie chiamandola "Dulle Teve" (espressione dialettale delle fiandre occidentali che corrisponde più o meno a "cagna/puttana pazza/furiosa"), Kris Hertleer esclamò di aver trovato il nome per la birra che stava per nascere.  L'etichetta, una delle poche non disegnate da Hertleer, viene realizzata dall'artista di Bruges Peter Six; al collo della bottiglia gli improbabili papillon che il birraio "pazzo" spesso indossa.
La Dulle Teve debutta nel 1993 e viene oggi prodotta - tra l'altro - con luppolo EK Goldings e zucchero candito. Il nome scelto ("Mad Bitch" ) ha ovviamente creato qualche problemino per l'esportazione negli Stati Uniti, dove è stata semplicemente rinominata "Triple".
Nel bicchiere si presenta di colore arancio opalescente con sfumature dorate e piccole particelle di lievito in sospensione; la bianca schiuma è esuberante e compatta, cremosissima, molto persistente.  Il naso porta in dote fiori bianchi, profumi di mela al forno, miele, canditi, marzapane, frutta a pasta gialla, pera e una suggestione di ananas, zucchero candito.
Guardando l'etichetta saresti portato a pensare d'avere nel bicchiere una "stronza", una "cagna" che abbia per morderti, ma non c'è niente di più errato. L'inizio è quasi carezzevole, con un freschezza di frutta (arancia, pesca e mango, mela) quasi inconcepibile per una birra che dichiara 10 gradi alcolici in percentuale. Il gusto è ricco e dolce di pane, miele, un tocco biscottato, canditi: l'alcool inizia nascondendosi per poi iniziare una splendida progressione, in un morbido crescendo che lo porta prima a stemperare il dolce e poi a diventare un delicato ma intenso protagonista del retrogusto, ricco di frutta sotto spirito. Non vi è praticamente traccia evidente d'amaro, eppure la birra riesce a non essere assolutamente troppo dolce grazie ad una superba attenuazione. La bevibilità (10%!) è quasi criminale, le bollicine sono inizialmente un po' in eccesso ma basta lasciarle evaporare un po' per poter godere di quell'ingresso in bocca quasi cremoso che ti porta inizialmente a credere di avere nel bicchiere quasi una "session beer".
Dalle Teve è una stupenda Tripel, che ti saluta con una carezza per poi mandarti al tappeto alla fine del bicchiere, come solo una "Mad Bitch" saprebbe fare. Lotto (scad APR2017) in stato di grazia, non fatevi scappare la bottiglia se l'adocchiate in giro.
Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 30, scad. 04/2017, 2.20 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 24 settembre 2015

De Dolle Arabier

Esen, paese dove vivono circa duemila anime a pochi chilometri da Diksmuide, Fiandre Occidentali; qui un tempo esisteva un castello assieme ad un paio di distillerie e sei birrifici; oggi rimane solamente uno di questi ultimi chiamato Costenoble, fondato nel 1835 e di fatto scomparso nel luglio 1979, quando il proprietario Louis Charles Hector Costenoble lo vende a due fratelli  che da tempo si davano da fare con l’homebrewing e che avevano di recente vinto un concorso a Brussels:  Kris e  Jo Herteleer. A loro si aggiunge anche un mugnaio appassionato di birra, Romeo Bostoen. Il tempo di sistemare un po’ gli immobili datati 1922 (Esen fu praticamente distrutta nel corso della prima guerra mondiale) e nel novembre 1980 viene effettuata la prima cotta da parte del nuovo birrificio De Dolle Brouwers, ovvero “i birrai pazzi”. Il nome scelto è una naturale variante di “Dolle Dravers” ( “i ciclisti pazzi”) un minuscolo circolo di ciclismo al quale appartenevano Kris e Jo; un gruppo che non contava mai più di quattro membri e che – si racconta – aveva delle regole abbastanza particolari: per farne parte dovevate essere in grado di percorrere in un giorno la gita di 266 chilometri che veniva organizzata ogni anno da Roselaere a Cap-Griz-Nez, in Francia.
La prima birra realizzata è la Oerbier (“birra primordiale”) destinata a diventare una meraviglia grazie all’utilizzo per molti anni di un ceppo di lievito proveniente da Rodenbach. Dopo solo un anno Romeo Bostoen decide di ritirarsi dagli affari ed il neonato birrificio diviene di proprietà esclusiva della famiglia Herteleer; è Kris ad assumerne progressivamente il comando facendo birra nei weekend e diventandone, dal 2006, l’unico proprietario. Si dice che il fratello Jo stia facendo ancora birra in Sud Africa, dove svolge la sua professione di medico. Artista, grafico, architetto e birraio, Kris svolge in parallelo anche delle approfondite ricerche storiche sulla tradizione brassicola delle fiandre occidentali che nel 2000 gli portano il premio “Golden Hammer” da parte dell’associazione ’t Hamerken di Bruges. E' lui a disegnare personalmente quasi tutte le etichette e la simpatica mascotte gialla che crea come simbolo del birrificio: una cellula di lievito umanizzata "ottimista e gentile - dice Kris - che sorride al risultato ottenuto, la birra. Ma per ottenerla c'è voluto lavoro e conoscenza, simboleggiati dalla pala che tiene nell'altra mano".  E' lui ad indossare improbabili giacche, scarpe e papillon che fa indossare anche al "collo" delle bottiglie delle sue birre. 
Arabier: Kuaska la definisce "l'antesignana delle birre (belghe) luppolate". Una Strong Ale che appare alla metà degli anni '80 e rimpiazza pian piano la Oeral, una birra estiva (6%) che era disponibile solamente alla spina; nasce con una gradazione alcolica del 7% che aumenta nel corso del tempo a 7.8% e all'8% odierno. Michael Jackson citava l'abbondante utilizzo del luppolo Kent Golding, mentre attualmente il birrificio dichiara di usare fiori di Nugget proveniente dai vicini campi di Poperinge ed utilizzati anche in dry-hopping per i trenta giorni in cui la birra staziona nel maturatore.  Il nome scelto  si presta ad alcune interpretazioni: la più semplice è "la birra del pappagallo ara" raffigurato in etichetta, ma a confondere le certezze c'è il fatto che "Arabier" significa anche "arabo" e che qualche tempo fa - si vocifera - nella versione in fusto era comunemente chiamata "Arafat" dai bevitori locali. O, se volete, divertitevi a ripetere velocemente in alternanza Oerbier e Arabier come se fosse un scioglilingua.
Il suo colore è dorato e velato, sormontato da un'immancabile ed esuberante schiuma bianca e pannosa, compatta e molto, molto persistente. L'aroma, sopratutto quello emanato dalla schiuma, si potrebbe semplicemente descrivere come una "brezza bianca": freschissimo ed intenso, ricco di fiori bianchi, suggestioni di menta, pera e di pepe bianco; ci vuole qualche minuto di pazienza per apprezzare i profumi del miele e della fetta biscottata, pera, canditi (albicocca e pesca) e qualche reminiscenza di frutta tropicale (ananas, papaia?). Perfetta nella sua vivacissima carbonazione che solletica continuamente il palato, ricalca al gusto buona parte dell'aroma; fetta biscottata, pane e miele seguiti dal dolce zuccherino della frutta candita. Ma non si tratta assolutamente di una birra dolce, tutt'altro: le bollicine ed una lieve acidità stemperano subito qualsiasi velleità stucchevole, con uno splendido intenso finale luppolato e secco che pulisce completamente il palato con le sue note "zesty" ed erbacee, leggermente pepate. La sua bevibilità è impressionante, con l'alcool pericolosamente nascosto in modo subdolo: può essere davvero considerata un birra estiva, che disseta e rinfresca, evocando a tratti lo zenzero. Bottiglia in stato di grazia, fragrante e pulitissima, con l'abbondante luppolatura che riesce a convivere magistralmente con il lievito belga, consentendone la sua piena espressione senza mai prevalicarlo: uno splendido esempio di strong ale belga luppolata, pressoché perfetta nella sua semplicità. La costanza non è certo la caratteristica principale di De Dolle (mi è capitato di berne alcune più o meno brettate) ma quando escono bottiglie come queste a Kris Herteleer si finisce per perdonare qualsiasi cosa. 
Formato: 33 cl., alc. 8%, IBU 55, scad. 01/2017, pagata 2.05 Euro (drink store, Belgio).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 21 dicembre 2014

De Dolle Stille Nacht 2014

Il Natale di ogni birrofilo può dirsi tale solamente quando riesce a mettere le mani sulla Stille Nacht: è solo allora che può esclamare: "adesso è Natale!".
Stille Nacht è la natalizia di De Dolle, birrificio belga che si trova ad Esen ed è guidato dal "pazzo" Kris Herteleer; la storia di questa birra ve l'ho già raccontata l'anno scorso, e la potete trovare qui assieme alla descrizione della Stille Nacht 2013.  Ai "novizi" devo ricordare che questa è una delle (poche) birre che vale davvero la pena di tenere in cantina per molto tempo e di fare invecchiare per andare poi alla scoperta dei cambiamenti nel corso degli anni. Ma se decidete di percorrere questa affascinante strada, sappiate che ci sono pochissime certezze: è una birra imprevedibile, che rispecchia il suo creatore. Impossibile non citare Kuaska: "può capitare un'annata che, giovanissima, appaia francamente deludente, facendoci dubitare sul lavoro di De Dolle e che, dopo pochi mesi o qualche anno, si schiude come una bellissima farfalla dalla sua crisalide. E viceversa, Stille Nacht battezzate dagli esperti come capolavori assoluti, che durante la maturazione perdano verve senza confermare le promesse di lunghissima vita e di gemma assoluta".
Il consiglio è sempre il solito: nonostante il suo prezzo sia un po' lievitato negli ultimi anni, acquistatene sempre più di una bottiglia; consumate il rito di berne una "fresca", per celebrare l'arrivo del Natale e prendete qualche "appunto di degustazione". Mettete le altre in cantina, lasciate passare qualche anno e poi stappatene una, confrontando quello che avete nel bicchiere con quanto avevate scritto a suo tempo. Sarà un'esperienza molto divertente e ricompensante. 
Che dire della "giovine" Stille Nacht 2014? Il millesimo è impresso sul tappo, come avviene ormai da qualche anno: personalmente lo preferivo scritto in basso a destra dell'etichetta.
Il colore è arancio carico, opaco, con qualche lieve sconfinamento nell'ambrato; compatta e cremosissima la schiuma biancastra, dall'ottima persistenza. Il naso, all'apertura, è ricco di mela e pera al forno, frutta candita (cedro, arancio) ma mi sembra d'avvertire anche qualche lievissima nota fenolica (plastica) ed un punta di lattico. Continuo ad annusare per cercare conferme, ma dopo qualche minuto non ci sono più sono invece apparsi il miele e le spezie (pepe), il mosto d'uva. Birra dall'imprevedibile evoluzione nel corso degli anni, dicevo prima, ma capace di regalare impressionanti cambiamenti anche dopo solo una ventina di minuti che l'hai versata nel bicchiere. L'imbocco è un po' ruvido, inizialmente aspro, e di nuovo appare quella leggera nota lattica che dopo qualche minuto scompare, e la Stille 2014 dà il meglio di sé dopo diversi minuti che è nel bicchiere e la temperatura è salita intorno ai quindici gradi: ritornano i canditi dell'aroma, c'è frutta sotto spirito (albicocca), miele e caramello, zucchero candito. La bevuta, inizialmente spigolosa ed un po' irrisolta, s'ammorbidisce in un equilibrio ben riuscito dove acidità ed asprezza (uva spina) vanno a bilanciare il dolce dello zucchero e dei canditi. Il finale è una nuova sorpresa, inaspettatamente secco, con un retrogusto quasi vinoso dove l'alcool, sino ad ora solamente un silenzioso compagno di viaggio, fa sentire la sua presenza rincuorandoti e riscaldandoti dal freddo dell'inverno.
Celebrato il Natale, è il momento di mettere la Stille in cantina e di affidarla al tempo: solo lui saprà dirci, nel corso degli anni, se da questa crisalide uscirà lentamente una splendida farfalla.
Formato: 33 cl., alc. 12%, scad. 12/2019, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 16 aprile 2014

De Dolle Lichtervelds Blond

La Lichtervelds Blond è una birra che il birrificio belga De Dolle di Kris Herteeler dedica a Karel Van De Poele, un ingegnere elettronico nato a Lichetervelde (Fiandre) il 27 Aprile 1846; dopo essersi trasferito con i genitori (il padre era ebanista) prima a Burges e nel 1864 in Francia, a Lille. Appassionato di elettronica, è però "costretto" a studiare di notte perché di giorno cerca di assecondare il desiderio del padre che lo vuole intento a lavorare con il legno. Nel 1869 contro la volontà dei genitori decide di emigrare negli Stati Uniti, e si stabilisce a Detroit; la fervente industria automobilistica ed il supporto di una cospicua comunità fiamminga lo convincono a restare. Trova occupazione con il legno, dove rispolvera le sue capacità di falegname e costruisce diversi arredi per una chiesa, senza però smettere di sperimentare con l'elettricità, la sua vera passione. Nel 1875 riuscì ad installare una sorta di illuminazione natalizia nella chiesa dello Spirito Santo di Detroit; è un prototipo di lampadina ad arco, sviluppata qualche anno prima di quella ad incandescenza poi brevettata da Thomas Edison. Nel 1881 fonda la Van de Poele Electric Light Company, produttrice di alternatori e di generatori elettrici che si mette in competizione proprio con  Edison. Tra gli oltre 200 brevetti depositati da Van De Poele, il più famoso è quello del "trolley pole" ovvero una sorta di asta/palo di legno o metallo (non trovo il nome in italiano) che serve a trasferire l'energia ad una vettura da un cavo elettrico sovrastante. Muore a Lynn (Massachusetts) il 18 Marzo 1892. 
Ma a Lichtervelde si celebra ogni due anni (pari), in settembre, la Folklorefeesten; è proprio per questo evento, che dichiara Els, moglie di Kris Herteeler che De Dolle produce la Lichtervelds Blond; l'80% della produzione verrebbe infatti mandata a Lichtervelde, mentre il restante viene messo in vendita solo al birrificio e, come spesso accade, qualche cartone finisce inevitabilmente in qualche beershop. Le date coincidono, visto che il tappo riporta una data d'imbottigliamento che risale all'agosto del 2012, quindi un mese prima del sopracitato festival. La apro quindi colpevolmente con oltre un anno di ritardo, quando forse sarebbe invece più opportuno aspettare ormai l'edizione 2014.
Perfetta nel bicchiere, di un affascinante color oro antico velato con riflessi ramati; la schiuma è biancastra, "croccante", fine e compatta, cremosa e molto persistente. L'aroma è decisamente dolce e zuccherino, quasi di "pasticceria", con una lieve speziatura e soprattutto sentori di miele, cedro ed arancia canditi, uva bianca, pera; è molto pulito, ed ancora molto forte. Al palato ti aspetteresti uno scenario più o meno simile, ma la conferma dura solo per pochi secondi: l'inizio è effettivamente dolce di canditi, ma c'è subito una lieve acidità ad abbassarne il livello e un finale secco, con una nota amara tra l'erbaceo ed il terroso; affiorano anche accenni di uva e di mela. Il corpo è medio, la birra - come molte altre di De Dolle - tende a nascondere molto subdolamente la gradazione alcolica (9%) e a risultare molto facile da bere. La carbonazione è vivace, i lieviti movimentano piacevolmente la bevuta che finisce quasi secca; non vorrei scomodare un ardito paragone con qualche spumante (di buona struttura), ma è una sensazione che (a me) viene mentre si beve questa Lichtervelds. La bevuta procede con pericolosa velocità, per una birra che si dimostra molto funzionale ad alzare il livello etilico del festival per il quale viene appositamente prodotta. A proposito di "etilico", ce n'è subdolamente davvero poca traccia se si esclude un tiepido warming nel retrogusto. Che le danze abbiano inizio, allora.
Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto 08/2012, scad. 08/2014, pagata 4.47 Euro (beershop, Belgio).

giovedì 19 dicembre 2013

De Dolle Stille Nacht 2009

Dopo la "doverosa" ma giovane ed esuberante Stille Nacht 2013 di ieri è il momento di passare a qualcosa di più maturo, andando indietro di quattro anni a stappare una bottiglia di Stille Nacht 2009, per una mini verticale che si è rivelata molto interessante. Il colore è leggermente più scuro della 2013: arancio, ramato, con qualche riflesso ambrato, schiuma di modeste dimensioni, color ocra, cremosa e dalla discreta persistenza. Non molto vitale l'aroma, se lo confrontiamo con quello quasi esplosivo della Stille giovane appena arrivata: dolce, grande dominio di miele d'arancio, albicocca, poi sentori di marmellata d'arancio, cedro e qualche accenno di toffee. Ma è sufficiente un sorso per rendersi conto della grande evoluzione che la birra ha avuto nel corso degli anni: morbida, ricca di frutta come uvetta e datteri, con un discreto carattere vinoso, marsalato, ed una leggera ossidazione assolutamente non sgradevole; lasciandola respirare nel bicchiere emergono più in secondo piano note di miele d'arancio, marzapane, frutta secca. Anche per lei (come per la 2013) il corpo è medio-pieno, con un netto calo delle bollicine ed una bella morbidezza oleosa; è invece sparito del tutto l'amaro, presente in minima parte nella 2013. Il dolce è anche qui stemperato da una lieve acidità finale, cui fa seguito un lunghissimo retrogusto etilico, morbido e caldo, ricco di frutta sotto spirito, straordinariamente appagante. 
Bottiglia che ha smaltito la vivacità e la leggere asperità della gioventù ammorbidendosi ed amalgamandosi: l'alcool è molto meno percepibile rispetto alla 2013, con una complessità al palato che rivela diverse sfumature ad ogni boccata. Il peso degli anni gravita in maniera negativa soprattutto al naso, con un aroma un po' spento, ma  la 2009 vince con facilità il confronto gustativo con la sorella minore. Nonostante la lieve ossidazione, si lascia sorseggiare con enorme piacere, facendosi apprezzare sorso dopo sorso, per un perfetto dopocena di una fredda notte d'inverno. Il leggero carattere marsalato la rende tuttavia anche un'interessante abbinamento a diversi dolci: il panettone è forse la scelta più ovvia, anche se la perfezione potrebbe essere raggiunta, come suggerisce Stefano Ricci, affiancandola ad uno stollen. Ed il pensiero a fine bevuta è sempre quello: per quante ne abbiate messe cantina, rimpiangerete sempre di non averne comprata, a suo  tempo, qualche bottiglia in più.
Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto 10/2009, scad. 10/2012.

mercoledì 18 dicembre 2013

De Dolle Stille Nacht 2013

Stille Nacht, ovvero la birra che fa esclamare ad ogni appassionato di birra “adesso è Natale”. Disponibile solitamente ai primi di dicembre di ogni anno, la Stille Nacht è una delle birre più interessanti ed affascinanti creazioni del birrificio De Dolle guidato da Kris Herteleer, nonché una birra che vale davvero la pena mettere in cantina ed aprire di tanto in tanto per godere dei suoi cambiamenti nel corso degli anni. Venne prodotta per la prima volta nel 1980 ed in origine era  di colore scuro, simile alla Oerbier, indossando la sua attuale livrea più chiara a partire dal 1982, quando – leggiamo – Kris si stancò di sentirla chiamare dalla gente “la Oerbier buona” e decise di tracciare una linea di separazione più netta tra le due birre. Sia la Oerbier che la Stille Nacht  erano prodotte con un ceppo di lievito fornito dal birrificio Rodenbach;  a Novembre del 1999 la Palm, che aveva da poco acquisito la Rodenbach, inviò una lettera a tutti i propri clienti (oltre a De Dolle, c’era anche il monastero di St. Sixtus, Westvleteren) comunicando la decisione d’interrompere, dal primo dicembre, la vendita del lievito proprietario. I tentativi di utilizzare dei lieviti differenti non soddisfano molto Kris, il quale decide di “riciclare” in proprio il ceppo di Rodenbach. Chi vi scrive non ha nessuna esperienza né di homebrewing né di microbiologia e coltura dei lieviti; cercherò di riassumere al meglio quello che sono riuscito a reperire in internet, traducendo per la maggior parte da fonti in lingua inglese. Nel caso di errori ed imprecisioni nella terminologia utilizzata, qualsiasi correzione sarà benvenuta e quantomai apprezzata. Ecco le fonti:


Per tornare alla storia della Stille Nacht, Kris Herteleer si affidò ad un biologo di una università per inoculare e coltivare il lievito Rodenbach: trattandosi però di un ceppo di lievito molto complesso, la "replica" non avvenne  nel modo previsto. In particolare, il "nuovo" ceppo risultò molto pulito ma privo di quelle caratteristiche batteriche (acetiche e lattiche) tipiche proprio del Rodenbach. Il nuovo lievito produsse  una densità finale nel mosto della Stille Nacht molto più bassa del solito, con aumento della gradazione alcolica dall'8 al 12%; la rifermentazione, inoltre, sembrava non finire mai. Nonostante le temperature di dicembre, molte bottiglie esplosero; per non perdere l'intera produzione, Kris decise di travasare il contenuto delle bottiglie ancora intatte in botti che avevano ospitato vino Bordeaux (Château Léoville-las-Case), e di tornare ad imbottigliarle dopo dodici mesi. E' la nascita della Stille Nacht Reserva (2000), una birra che da un inizio quasi disastroso si rivelerà essere poi eccezionale, uno dei capolavori della produzione De Dolle, riprodotta poi nel 2005, nel 2008 (solo per amici e familiari) e nel 2010.
Ci vorranno oltre tre anni affinché il nuovo lievito inizi a presentare quelle caratteristiche leggermente acide che Kris cercava; ed entrò in gioco anche le dea bendata, ovvero alcuni fusti di una vecchia Stille Nacht non completamente vuoti che vengono restituiti dalla Finlandia e che permettono al microbiologo di fiducia di Kris di recuperare del Rodenbach originale da coltivare. 
Nel frattempo la Stille Nacht aveva assunto un profilo più pulito e più dolce, indubbiamente diverso dal passato, forse più accomodante per un palato non abituato a pH bassi, che aveva spaccato a metà gli aficionados: alcuni ne restarono delusi, altri invece apprezzarono. Da allora, ogni anno, quasi ogni birrofilo attende l'uscita della Stille Nacht per scoprire "com'è", con commenti che spaziano dall'entusiasmo dell'"è tornata quella di una volta" alla delusione. Eppure, come sottolinea Kuaska in un breve ma splendido articolo per la rivista Fermento Birra (Numero 6), "ogni millesimo di questa birra ha un qualcosa di magico ed un percorso diverso, e nonostante tutti gli sforzi dettati dall'esperienza, difficilmente classificabile. Può capitare un'annata che, giovanissima, appaia francamente deludente, facendoci dubitare sul lavoro di De Dolle e che, dopo pochi mesi o qualche anno, si schiude come una bellissima farfalla dalla sua crisalide. E viceversa, Stille Nacht battezzate dagli esperti come capolavori assoluti, che durante la maturazione perdano verve senza confermare le promesse di lunghissima vita e di gemma assoluta".
Lunga ma doverosa introduzione, ed eccoci arrivati al momento di stappare la Stille Nacht 2013, della quale è d'obbligo è l'acquisto multiplo, o a cartone, per chi può. Una bisogna berla inopportunamente fresca, per tradizione, le altre vanno invece in cantina e riscoperte negli anni a venire. La 2013 appare di color oro antico, leggermente velato, con sfumature tendenti all'arancio; da manuale la schiuma: compatta, fine, cremosa-quasi-pannosa, molto persistente. Stille giovane ed esuberante, quasi sfrontata in un bouquet aromatico prorompente e pulitissimo: abbondanza di canditi, arancia e pesca, albicocca disidratata, ananas, miele d'arancio, ed  una frizzante nota pepata da lievito. Gradevolissima in bocca, dal corpo tendente più al medio che al pieno, vivacemente carbonata ma incredibilmente morbida e rotonda. L'ingresso è dolce con note di biscotto e di miele, per poi proseguire richiamando quasi in toto l'aroma di frutta candita: pesca, albicocca ed arancia, con l'alcool (12%) a distribuire un calore ben percepibile, a tratti quasi piccante/pepato, che però non disturba mai la bevuta. La grande dolcezza è magistralmente stemperata da una bella acidità finale, che sgrassa il palato, preparandolo al lunghissimo finale. C'è una punta d'amaro (scorza d'arancio), una suggestione di salinità che a volte sembra far capolino, ma l'epilogo è un retrogusto morbido e caldo, ricco di frutta sotto spirito. Il Natale è adesso arrivato, con una birra giovane e vivace, con un profilo aromatico e gustativo non molto complesso ma estremamente pulito ed equilibrato: l'inizio sembra promettente, ma saranno gli anni a venire a dare il verdetto definitivo sulla Stille 2013. Domani si replica, mettendo a confronto la giovane con una sorella di 4 anni più vecchia.
Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto 2013, scad. 11/2016, pagata 4.70 Euro (beershop, Italia).

venerdì 13 dicembre 2013

De Dolle Extra Export Stout

Nasce come offerta per il mercato americano, dietro specifica richiesta dell'importatore, la Extra Export Stout dei birrai "matti" De Dolle; il successo ha poi convinto Kris Herteeler ad inserirla nella produzione regolare del birrificio (un paio di volte l'anno) e renderla quindi facilmente reperibile anche nel nostro continente. Malti roasted, chocolate, pale e caramel, un solo luppolo utilizzato, il Nugget, zucchero candito e lo stesso ceppo di lievito utilizzato per la Arabier: dovrebbe (condizionale d'obbligo) essere questa la base della ricetta per questa Export Stout, alla quale va comunque aggiunto - nel bene e nel male - la genialità del birraio.
Versiamola nel bicchiere: bellissimo l'aspetto, di colore nero impenetrabile; sontuosa anche la schiuma, compatta, a trama fine e cremosissima, molto persistente, di colore nocciola. Al naso sentori di mirtillo, mela verde, una leggera speziatura, orzo tostato; man mano che la birra si scalda emerga anche una leggera acidità (lattico). Annusandola ad occhi chiusi, difficilmente verrebbe da dire che si tratta di una stout. Anche il gusto è abbastanza particolare, ci vuole più di un sorso per coordinare le idee e buttare sul foglio il nome di qualche descrittore: ci sono le tostature, c'è qualche lieve nota di caffè e cioccolato che ogni tanto fa capolino, ma c'è soprattutto una marcata acidità lattica affiancata da note rustiche e terrose.
Il gusto, poco pulito, è nel complesso gradevole e l'acidità fa sì che questa birra dal 9% di percentuale alcolica si beva con una facilità commuovente. Più che una stout, il risultato è una sorta di Dark Farmhouse Ale, con qualche nota di Brettanomiceti. Il finale è ancora più sorprendente: leggermente salino, una nota di pelle/cuioio, con un retrogusto morbido ed etilico di frutta sotto spirito (prugna, uvetta) e tostature. Si parlava di genialità, ma forse bisogna solo appellarsi alla casualità che probabilmente tende a premiare maggiormente i bravi rispetto ai mediocri; normalmente la stout di De Dolle non è una stout classica, ma da una bottiglia probabilmente "sbagliata" e leggermente infetta, ne esce fuori una specie di Dark Saison gradevole ed interessante, dal profilo rustico e quasi rinfrescante; mi sono capitate diverse (imperial) stout difettate negli ultimi mesi, molte di loro sono finite nel lavandino, ma questa Export Stout dei "birrai matti" è stata alla fine bevuta tutta con una discreta soddisfazione, anche se sicuramente non era la birra che doveva essere.
Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU 50, lotto e scadenza non indicati, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).

sabato 10 novembre 2012

De Dolle Oerbier

Non lo sapevamo prima di stapparla, ma casualmente l'abbiamo bevuta proprio nella settimana del suo compleanno. La storia della De Dolle Oerbier è una storia di cambiamenti, voluti o dovuti, che sono avvenuti dal 1980 - anno in cui è stata brassata per la prima volta - ad oggi. Il più radicale avviene probabilmente nel 2000, quando la Rodenbach, il birrificio che forniva a De Dolle il lievito utilizzato per la Oerbier decide, dopo essere passato sotto il controllo della Palm, di sospendere la distribuzione di lievito ai suoi precedenti clienti (tra i quali, ricordiamo, c'era anche l'abbazia si St. Sxitus/Westvleteren). Kris Herteleer deve allora trovare una soluzione; dopo alcuni tentativi falliti con lieviti alternativi, risulta a lui chiaro che l'unica alternativa è cercare di "replicare" il precedente lievito della Rodenbach, che donava alla birra alcune caratteristiche di una oud bruin, utilizzando quello rimasto. Ma anche questa soluzione appare difficile: i primi esperimenti danno grossi problemi di rifermentazione, che sembra non finire mai, provocando l'esplosione di molte bottiglie. Non tutto il male viene per nuocere però; la prospettiva di perdere tutto ciò che era stato prodotto stimola l'ingegno di Kris a travasare la birra in alcune botti di legno, per creare così la Oerbier Reserva. Con l'aiuto di un microbiologico, quasi per caso viene trovata la soluzione; da un paio di fusti di Stille Nacht (che utilizzava lo stesso lievito) rientrati dalla Finlandia Kris riesce a recuperare un ceppo del vecchio lievito ed a coltivarl, con ottimi risultati. La soluzione soddisfa Kris, anche se il gusto della birra non è più quello di prima; inoltre, la malteria belga Huys, storico fornitore di De Dolle, chiude e bisogna anche pensare a trovare un'alternativa anche ai malti. Se v'interessa l'intera storia, la trovate qui. Si potrebbe poi discutere sul fatto che sia corretto o no mantenere lo stesso nome ad una birra così profondamente cambiata nel corso degli anni; probabilmente il "nome" e la "fama" ormai consolidata del prodotto hanno fatto prendere a Kris la discutibile decisione di tenere in vita il nome per sfruttarne, nonostante tutto, la notorietà. Abbiamo degustato una Oerbier imbottigliata a dicembre 2010, con data di scadenza biennale; una "vita" abbastanza breve per una birra dalla gradazione alcolica importante (9%) che sembrerebbe ben prestarsi all'invecchiamento anche prolungato. Il colore è marrone rossastro, quasi tonaca di frate, opalescente; molto generoso il "cappello" di schiuma, color ocra, fine, cremoso e molto persistente. Naso molto pronunciato e dolcissimo: toffee, zucchero di canna, frutta sotto spirito (uvetta, prugne), datteri, leggeri sentori di pane nero. Molto pulito. Il corpo è medio, con una carbonazione abbastanza sostenuta. Il gusto non si discosta molto dall'aroma: molto dolce, ma meno pulito, ripropone la stessa frutta sotto spirito, toffee, liquirizia. L'apporto dei lieviti (speziatura) è molto blando e l'elevata gasatura fa un po' "a pugni" con l'accenno di carattere vinoso; il risultato non è esattamente quello che banalmente alcuni definiscono "birra da meditazione". La bevuta continua nel (troppo) dolce, ed il palato rimane sempre abbastanza appiccicoso dopo ogni sorso. C'è un finale leggermente amaricante (frutta secca) ed etilico ma non basta a riportare il necessario equilibrio. Questa Oerbier si beve abbastanza bene, l'alcool c'è e riscalda ma non fa sentire troppo la sua presenza; ne risulta una bevuta discreta, ma poco entusiasmante. Formato: 33 cl., alc. 9%, lotto 12/2010, scad. 12/2012, prezzo 4.00 Euro.