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martedì 5 maggio 2020

DALLA CANTINA: CREW Republic X 2.1 & X 2.2 Barley Wine


Sono passati già otto anni da quel 2012 in cui la beerfirm CREW Republic cercava di portare una ventata di novità lanciando virtualmente una granata luppolata su Monaco di Baviera, città dominata dalla tradizione e dai sei marchi industriali che si spartiscono ogni anno il ricco parterre dell’Oktoberfest. Ve ne avevo parlato per la prima volta nel 2014 e le birre di Crew non ci hanno poi messo molto ad arrivare anche in Italia e negli altri paesi europei. 
I due homebrewer, ma soprattutto giovani imprenditori Mario Hanel e Timm Schnigula si erano affidati per un po’ al birraio americano Richard Hodges per realizzare le proprie idee sugli impianti del birrificio Hohenthanner Schlossbrauerei ma sono stati rapidi a capire che lo status di beer-firm non sarebbe stato sostenibile per molto: poca birra disponibile ad elevati costi di produzione. Il colosso del luppolo Barth-Haas Group entrò in società con una quota minoritaria portando le risorse economiche necessarie per inaugurare nel 2015 il sito produttivo nel sobborgo di Unterschleissheim, una trentina di chilometri a nord dal centro di Monaco; nel 2017 è stata anche aperta la taproom, un po’ fuori mano per chi si trova in città ma raggiungibile da Marienplatz con una mezz’oretta di S1 seguita da una camminata a piedi di un chilometro e mezzo.  In un paio d’anni la produzione è raddoppiata arrivando a 10.000 ettolitri l’anno anche e soprattutto grazie ad un accordo distributivo con la Global Drinks Partnership (San Miguel, Estrella): le Crew arrivarono in molti bar e anche sugli scaffali della grande distribuzione tedesca (Rewe, Edeka). 
Ma Hanel e Schnigula hanno probabilmente coronato il loro sogno imprenditoriale nell’agosto del 2019 annunciando di aver ceduto una non specificata quota di minoranza (10%? 30%? 49%?) alla ZX Ventures di proprietà della multinazionale AB InBev; per il colosso belga, che già domina il mercato con i marchi Beck’s (nord) e Spaten/Franziskaner/Löwenbräu (Baviera), si trattava della prima acquisizione di un birrificio artigianale tedesco.  La “partnership”, come si dice sempre in questa prima fase, è divenuta operativa ad ottobre e Crew ha già iniziato un programma di espansione volto ad aumentare la capacità produttiva da 12.000 a 25.000 ettolitri. 
Crew Republic è stato indubbiamente un nome importante nella scena craft tedesca ed ha ispirato molti altri homebrewer/birrai/imprenditori: Drunken Sailor e Escalation 7:45 sono state tra le prime IPA e Double IPA tedesche a circolate a Monaco di Baviera. Quello che gli appassionati tedeschi rimproverano ad Hanel e Schnigula è di essersi ad un certo punto fermati pensando più a trovare dei partner commerciali che alla birra: del resto loro non sono mai stati birrai per professione. Nessuna NEIPA (per fortuna, qualcuno potrebbe dire), nessuna voglia di provare ad esempio a mettere in botte l’imperial stout della casa Roundhouse Kick. Pur dotato di un impianto proprio Crew non ha più voluto sperimentare e/o seguire le tendenze del mercato, cercando invece la sostenibilità dei volumi: come dargli torto?

La birra.
In verità esiste una linea sperimentale nella gamma di Crew Republic, ed è quella contrassegnata dalla lettera “X” che identifica birre prodotte stagionalmente o occasionalmente.  Ad inaugurarla nel 2013 fu il Barley Wine X 2.0 seguito dalla X 3.0 Sour Black (8.9%), dalla X 4.0 Witbier (4.4%) e dalla X 1.1 Wet Hop (5.8%): l’ultima arrivata (2020) è la  X 10.4 Dry Hopped Lager. Il Barley Wine è stato prodotto quasi ogni anno per poi entrare in produzione abituale con il nome Rest In Peace (10.1%). In cantina avevo ancora qualche bottiglia della versione X 2.1 e della X 2.2: entrambe sono state prodotte sugli impianti della Hohenthanner Schlossbrauerei. Da quanto ne so la ricetta non è mai cambiata: malti Pilsner e Crystal, luppoli Herkules, Fuggles ed East Kent Golding. Vediamo come hanno retto alla prova del tempo in una mini verticale. 
Il Barley Wine  X 2.1 (novembre 2014) è di un bel color ambrato, velato ma ancora luminoso: la schiuma è invece modesta e grossolana. Caramello, melassa, ciliegia, uvetta e datteri: un aroma piuttosto dolce al quale l’ossidazione aggiunge piacevoli note marsalate ma anche di cartone bagnato. Il mouthfeel non mostra invece segni di cedimento: è un barley wine ancora carbonato e ben presente in bocca. La bevuta ripropone la dolcezza del caramello, dell’uvetta e dei datteri; ci sono note biscottate, di vino marsalato e, anche qui, qualche segno meno gradevole lasciato dal tempo. Dolce ma mai stucchevole, chiude un percorso bilanciato grazie al tenore alcolico e ad un tocco amaricante vegetale-terroso, con qualche timido accenno di tostato.  Non c’è molta complessità o profondità in  quello che credo fosse in origine un barley wine molto luppolato, ma è comunque una bevuta piacevole che ha tuttavia superato il suo picco migliore.

La versione X 2.2 è arrivata pressappoco un anno dopo (dicembre 2015) ma ha curiosamente una data di scadenza (2017) inferiore a quella della sorella maggiore (2019). Evidentemente alla Crew non si fidavano della tenuta nel tempo di una birra che si è invece rivelata essere una bella sorpresa. 
Il suo colore ambrato è un po’ bruttino, piuttosto torbido e sporcato da piccole particelle di lievito in sospensione: la schiuma è invece compatta, cremosa e ha buona ritenzione. L'enorme differenza nel colore tra le due foto non inganni, è l'effetto della luce naturale e quella artificiale. L’aroma è ricco e marcatamente vinoso, con netti richiami ai passiti: albicocca disidratata, mela al forno, marmellata d’arancia, uvetta, ciliegia. Pulito, espressivo, intenso: un inizio col botto. Per accorgersi di qualche “frammento” di cartone bagnato bisogna davvero prestare molta attenzione. In bocca è sorprendentemente piena e morbida, oleosa, ancora potente nonostante i cinque anni passati dalla messa in bottiglia. Il gusto segue l’aroma ma non riesce a trasmettere le stesse emozioni e sensazioni positive, complice una minor ampiezza e profondità: caramello, uvetta, prugna, marmellata, vino passito. Nel finale l’amaro vegetale/terroso morde ancora un po’, l’alcool richiede attenzione ma non impegna più di tanto chi ha il bicchiere in mano. Bella sorpresa: un barley wine ancora potente e armonico, dal gran bel corpo e dal gran bel naso, se mi passate la comparazione anatomica. Una birra che in questo caso la cantina ha sicuramente valorizzato.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
X 2.1 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 9.8%, IBU 60, scad. 29/10/2019, pagata 2,58 €  (beershop)
X 2.2 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 10,5%, IBU 65, scad. 16/12/2017, pagati 3,17 € (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 29 febbraio 2016

CREW Republic: Munich Easy & Detox Session IPA

Di Crew Republic (Monaco di Baviera) ne avevo già parlato un paio di anni fa; fu lanciata come beerfirm nel 2012 dagli ex-homebrewer Mario Hanel e Timm Schingula, contagiati dalla craft beer revolution americana nel corso di una vacanza invernale sull'altro lato dell'oceano Atlantico. Alla birra di debutto Foundation Pale Ale se ne sono aggiunte altre che hanno sempre visto i luppoli americani come protagonisti senza disdegnare uno sguardo ad altri stili richiesti dal mercato come Imperial Stout o Barley Wine. Nell'avventura si sono imbarcati anche Jan Hrdlicka (marketing e design), Manuel Schulz (commerciale, e l'unico nato a Monaco) e soprattutto il birraio statunitense Richard Hodges, che ha rivisitato e poi messo in pratica le idee e le ricette casalinghe di Hanel e Schingula. Per un paio di anni le birre sono state realizzate presso la Hohenthanner Schlossbrauerei di Hohenthann ma, grazie all'ingresso di un nuovo socio che ha portato i mezzi finanziari necessari, a marzo 2015 sono finalmente divenuti operativi gli impianti di propri nella periferia a nord di Monaco, in Andreas-Danzer-Weg 30. Il birrificio non è ancora visitabile ma, da quanto mi dicono, è in programma l'apertura nel 2016 di un brewpub probabilmente in una zona meno periferica della città.  Non sono tuttavia riuscito a capire chi si occupi ora della produzione della birra, che nel 2015 ha toccato i 5000 ettolitri: Richard Hodges ha infatti lasciato a gennaio 2015 Crew Republic per andare ad aprire a Berlino il microbirrificio Berliner Berg. Questo sito cita un tale Erik come attuale responsabile produzione di Crew. 
Oggi appuntamento con due birre "leggere" e particolarmente adatte ai mesi più caldi dell'anno ma anche, secondo me, a chi ha sempre bevuto industriale e non ha grossa familiarità con gli stili "amari"  che la craft beer revolution ha cavalcato; o, se guardiamo alla tradizione bavarese, a chi ha sempre bevuto Helles o Weißbier. 
Partiamo con la Munich Easy (4.7%), nomen omen di una Golden Ale effettivamente facile da bere e di facile accessibilità anche ai profani del luppolo; l'etichetta segnala la presenza di malti Pilsener, Monaco, Caramello e un parterre di luppoli che include Tradition, Citra, Cascade, Comet ed Amarillo. Non c'è tuttavia nessuna ostentazione o voglia di mostrare i muscoli; la bottiglia in questione non è purtroppo fresca e la birra ha senz'altro perso un po' di smalto, ma s'intravede una bella ricetta improntata alla delicatezza e all'equilibrio, per condurre il bevitore industriale in un territorio migliore ma non in forte contrasto con quello a lui familiare. L'aroma, avaro di freschezza e fragranza, regala comunque un pulito e gradevole bouquet di agrumi (cedro, pompelmo, arancia) che va ad affiancare le note maltata di crosta di pane e cereali. Il gusto ricalca fedelmente quanto già annunciato al naso con il dolce familiare (pensate alle Helles di Monaco) della mollica di pane e del miele al quale s'affianca quello, delicatissimo, della polpa d'arancio e del mandarino: scorre veloce e facile come l'acqua senza tuttavia risultare sfuggente, chiudendo con una lieve ed elegante nota amarivante erbacea e leggermente agrumata. Discretamente secca e molto pulita, dorata e leggermente velata, è una birra che probabilmente non coglierà l'attenzione di chi cerca le spremute di luppolo ma è senz'altro una godibilissima alternativa dissetante e rinfrescante, da bere senza pensieri, ad una Helles.  
Lo step successivo è rappresentato dalla Session IPA chiamata Detox: bassa gradazione alcolica (3.4%) e quindi una shankbier da bere ad oltranza o per riprendersi dagli eccessi della serata appena conclusa. I malti sono gli stessi della Munich Easy, i luppoli sono Comet, Galaxy e Chinook. Il suo aspetto oscilla tra il dorato e l'arancio con un discreto cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza. 
Anche questa bottiglia ha purtroppo qualche mese di troppo alle spalle e la freschezza dell'aroma (ipotizzo un'inevitabile dry-hopping) ne risente: la frutta fresca vira in direzione della marmellata d'arancia amara, mandarino, pompelmo. Il naso è gradevole ma è senz'altro meglio berla: la base maltata (crackers e miele) è piuttosto leggera, con il dolce della frutta tropicale ad affiancarla per sostenere la luppolatura. In verità l'amaro si fa un po' attendere, la bevuta è molto facile ed accessibile per 3/4, riproponendo quel concetto di "fruibilità" già espresso nella Munich Easy, E' solo in chiusura, e nel retrogusto, che l'amaro "zesty" ed erbaceo diventa protagonista della scena, senza voler strafare: delicato, gentile, ripulisce bene il palato rinfrescandolo e facendo subito venire voglia di bere un altro sorso.  Il compito di una session beer è quello d'accompagnarti per tutta la serata bicchiere dopo bicchiere, senza stancarti mai: per fare questo è ovviamente necessario che il livello d'amaro sia quello giusto, senza arrivare ad asfaltare o anestetizzare il palato. Caratteristiche che si ritrovano in questa Detox, capace di "disintossicare" anche i malati di luppolo pur alimentandone a piccole dosi la dipendenza: bottiglia un po' penalizzata dalla poca freschezza, mi piacerebbe riprovarla con poche settimane di vita alle spalle per apprezzarla al meglio. 
Due "gateway beers" interessanti - ripeto - soprattutto per chi non cerca estremismi o spremute di luppolo: facilità di bevuta ed equilibrio, nel rispetto del DNA tedesco, sono l'elemento prioritario sia che si preferisca il dolce (Munich Easy) sia che si abbia voglia di qualcosa di più amaro (Detox). In entrambi i casi, se avete un amico al quale volete far provare una cosiddetta "birra artigianale" queste due bottiglie potrebbero essere il chiavistello in grado di aprire la porta ad un mondo di sapori e di emozioni che la birra industriale raramente sa offrire. 
Nel dettaglio:
Munich Easy, formato 33 cl., alc. 4.7%, IBU 22, scad. 25/03/2016.
Detox, formato 33 cl., alc. 3.4%, IBU 32, scad. 26/05/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 2 agosto 2015

CREW Republic Roundhouse Kick Imperial Stout

"Una tranquilla serata davanti al camino: il rumore della legna che brucia, le fiamme che danzano…" sono queste le evocative immagini utilizzate da CREW Republic per descrivere l'atmosfera adatta per stappare una bottiglia di Roundhouse Kick Imperial Stout. Ora siamo in agosto e l'estate 2015 è particolarmente calda: approfitto di una sera di pioggia per bere qualcosa di diverso dalle birre chiare e dissetanti che stanno un po' monopolizzando il blog da qualche settimana. 
La beerfirm CREW Republic l'avevo presentata in questa occasione, lo scorso anno: nel frattempo ho scoperto che le birre sono ufficialmente importate in Italia, buono a sapersi per chiunque le volesse assaggiare. Anche questa viene prodotta presso gli impianti della Hohenthanner Schlossbrauerei, novanta chilometri a nord-est di Monaco di Baviera, la città in cui la beerfirm ha sede.
La sua ricetta prevede malti tostati, Pilsener, Chocolate e Crystal, provenienti da Belgio, Germania ed Inghilterra; i luppoli utilizzati sono invece Columbus e Hallertauer Tradition.
Si presenta praticamente nera, con una bella testa di schiuma color cappuccino, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Al naso emerge da subito una discreta componente etilica che accompagna i sentori di pane nero, di caffè e tostature, di fruit cake; intensità ed eleganza sono di buon livello, mentre quando la birra si scalda emerge una lievissima nota salmastra e di salsa di soia.
L'arrivo in bocca è molto soddisfacente: il corpo è tra il medio ed il pieno, con una consistenza oleosa molto morbida ed avvolgente, caratterizzata da una carbonazione bassa.  Il gusto prosegue il percorso dell'aroma riproponendo con discreta pulizia pane nero tostato, liquirizia, lieve cioccolato amaro con qualche nota dolce di caramello. Più che di caffè c'è la presenza di orzo tostato, mentre l'alcool (9.2%) è molto ben controllato rendendo la bevuta non particolarmente impegnativa. L'intensità scende un po' nel finale e questa Roundhouse Kick anziché dare quel "calcio" raffigurato in etichetta e chiudere col botto, si ritira un po' in se stessa, nell'acidità dei malti tostati ed in una lieve astringenza, sedendosi un po' sugli allori. Lieve alcool warming nel retrogusto con note di liquirizia e tostatura: anche al palato c'è da annotare un punta salmastra e di salsa di soia. 
Un'imperial stout che si sorseggia senza difficoltà, con la scuola tedesca che vuole sempre la scorrevolezza e la facilità di bevuta come caratteristiche imprescindibili; bene l'equilibrio, migliorabile la pulizia. Il risultato è un po' freddo, e non mi sto ovviamente riferendo al potere rinfrescante di questa birra ma alla sua capacità di veicolare emozioni, caratteristica che ho riscontrato anche nelle altre Crew assaggiate. Ciò non toglie che si possa comunque bere con soddisfazione, soprattutto pensando al prezzo al quale viene venduta in Germania. Il birrificio la consiglia in abbinamento a carni affumicate e, ovviamente, a dessert a base di cioccolato. 
Formato: 33 cl., alc. 9.2%, IBU 71, scad. 21/01/2019, pagata 2.27 Euro (foodstore, Germania).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 ottobre 2014

CREW Republic Foundation 11 Pale Ale

Il debutto di Crew Reupblic non è stato dei migliori soprattutto a causa di una Double IPA non molto fresca. Il secondo tentativo di oggi avviene con la loro Foundation 11 Pale Ale, che è in verità la prima ricetta che la beerfirm tedesca ha elaborato (in fase di homebrewing) in un appartamento di Monaco di Baviera.  
La ricetta prevede luppoli Herkules, Nelson Sauvin, Chinook, Citra e Cascade, abbracciando tre continenti, mentre i malti (di provenienza bavarese ed inglese) sono Monaco, Pilsener, Caramello.
Gradevole l'aspetto, con un colore tra l'oro e l'arancio, velato; forma una discreta teste di schiuma biancastra, fine e cremosa, che ha una buona persistenza. L'aroma non è al massimo della freschezza ma offre comunque una bella pulizia ed una discreta eleganza: mandarino e arancia, kiwi, uva, mango, fragola, pompelmo. Un bel bouquet che crea aspettative non completamente soddisfatte dal gusto. Dopo l'ingresso maltato di pane, biscotto e caramello, mi aspetterei una piccolo "cestino di frutta"che richiami in buona parte l'aroma. Il gusto sembra invece soffrire la mancanza di freschezza in maniera maggiore dell'aroma, offrendo principalmente un po' di marmellata d'agrumi, dall'intensità neppure particolarmente elevata. La chiusura è amara, di discreta intensità, con note erbacee, vegetali ed un "ritorno" di cereali; il corpo è medio-leggero e si sente un po' la mancanza di qualche bollicina in più a vivacizzare la bevuta. 
Anche per questa Foundation 11 Pale Ale vale lo stesso discorso fatto per la Escalation Double IPA bevuta qualche tempo fa: bottiglia poco fresca, abbastanza bene l'aroma, un po' meno il gusto. Gli elementi giusti ci sarebbero, andrebbe riassaggiata in condizioni migliori (credo che questa bottiglia sia "nata" lo scorso marzo) per farsi un'opinione migliore di una APA facile da bere e dal prezzo contenuto.
Formato: 33 cl., alc. 5.6%, IBU 40, lotto 15:15, scad. 31/03/2015, pagata 1.57 Euro (food store, Germania).

lunedì 21 luglio 2014

CREW Republic Drunken Sailor

Secondo appuntamento con i bavaresi di Crew Republic, che  vi ho presentato per la prima volta in questa occasione: "beer from Mūnchen" viene riportato in etichetta, ma le birre sono in realtà prodotte ad un centinaio di chilometri di distanza, presso la Hohenthanner Schlossbrauerei di Hohenthan. Beer firm, dunque, ma ci vuole dimestichezza con il tedesco e colpo d'occhio per notare nel retro-etichetta la parola "Vertrieb" seguita da Crew AleWerkstatt. Il verbo "vertrieben" infatti significa "distribuire", e non produrre; ma se anche foste stati così attenti da accorgervi di questo dettaglio, resta il fatto che non viene indicato da chi la bottiglia è stata prodotta. 
Meglio invece la precisione per quel che riguarda gli ingredienti utilizzati: malti Pilsner, Monaco e Caramello, luppoli Herkules, Citra, Cascade e Simcoe. Il nome scelto, il marinaio ubriaco (Drunken Sailor) fa per l'ennesima volta riferimento alla leggenda che le India Pale Ale furono "inventate" per meglio resistere al viaggio ed al caldo che accompagnava il loro trasporto via mare dall'Inghilterra alle colonie indiane. La storia/leggenda l'avrete senz'altro sentita raccontata più di una volta, ma la verità potrebbe essere un po' diversa.
Drunken Sailor si presenta di color ambrato opaco con qualche sfumatura tendente all'arancio; la schiuma, ocra, è molto fine e compatta, cremosa e molto persistente. Il naso sfortunatamente non è certo un trionfo di freschezza, ma neppure un cadavere sul lettino dell'obitorio: c'è ancora qualche nota di pompelmo e di frutta tropicale (mango e papaya), con una presenza dominante però di marmellata d'agrumi, affiancata da sentori di caramello. Il palato del bevitore "medio" tedesco non è tradizionalmente abituato all'amaro intenso, e al palato questa IPA si muove con parecchia cautela restando nel territorio del dolce, grazie anche all'apporto della freschezza perduta. L'amaro (resina e scorza di pompelmo) non morde particolarmente ma sembra quasi servire a bilanciare un gusto dolce che parte dal biscotto e dal caramello per arrivare poi alla frutta (quasi sciroppata) tropicale e alla marmellata (dolce) di agrumi. Fortunatamente la birra ha una buona secchezza che aiuta a ripulire il palato e a meglio assaporare il finale - un po' timido - di resina e pompelmo. Gli elementi per caratterizzano una buona IPA "fruttata" ci sarebbero (pompelmo e tropicale) ma è difficile dare un'opinione su una birra che, sebbene pulita, gradevole al palato e poco carbonata, risulta troppo poco fresca per essere apprezzata.
Formato: 33 cl., alc. 6.4%, IBU 58, scad. 18/03/2015, pagata 2.03 Euro (beershop, Germania).

martedì 3 giugno 2014

CREW Republic 7:45 Escalation

"Handcrafted Beer from Mūnchen" è il motto che risuona sulle etichette di Crew Republic; la beerfirm ha effettivamente sede a Monaco di Baviera, ma le birre sono attualmente prodotte un centinaio di chilometri a nord-est, presso la Hohenthanner Schlossbrauerei ad Hohenthann, anche se in etichetta non è dichiarato. Il marchio, che viene inizialmente chiamato CREW AleWerkstatt, viene fondato nel 2011 da Mario Hanel e Timm Schnigula, in un appartamento in Fraunhoferstrasse. I due trentenni avevano appena lasciato i rispettivi impieghi per decidere di dedicarsi intensivamente al loro hobby (l'homebrewing); Mario, austriaco del tirolo, passione per gli sci, si era spostato a Monaco dopo aver terminato gli studi; avviene l'incontro con Timm, originario di Bonn, un nonno mastro birraio alle spalle. Una vacanza invernale negli Stati Uniti, a sciare, li rende consapevoli che ci sono altre cose da bere, oltre alle tradizionali birre bavaresi; tornati a casa, riempiono il loro appartamento con pentole e kit da homebrewing. Raccontano (verità? mito?) che il loro appartamento in affitto fosse di proprietà di un "grosso" birrificio che non vedeva di buon occhio le loro produzioni casalinghe. Le loro richieste di prestito alle banche per l'apertura di un proprio birrificio si concludono solo con sorrisi, pacche sulle spalle  e strette di mano e così, in attesa di disporre dei fondi necessari, riescono a far produrre le proprie ricette presso la Hohenthanner Schlossbrauerei. E' nell'autunno del 2012 che vede la luce la prima birra, chiamata CREW Pale Ale (e poi rinominata Foundation 11); in società entrano anche Jan Hrdlicka (marketing, comunicazione e design  -- sarà lui l'autore del geniale logo, una granata/bomba a mano a forma di luppolo?), Manuel Schulz (commerciale, e l'unico del gruppo nato a Monaco) ed il birraio statunitense Richard Hodges, che da quanto ho capito è la persona che realizza le ricette sugli impianti della Hohenthanner.  Il nome viene anche leggermente modificato da CREW AleWerkstatt a CREW Republic visto che, secondo quanto raccontano i fondatori, il termine "ale" (riferito agli stili anglosassoni) ha una connotazione piuttosto negativa in Germania. 
Sette sono al momento le birre prodotte, tutte molto "luppolo-centriche" se si eccettua una Imperial Stout ed un Barley Wine. 
Non poteva ovviamente mancare un Double IPA, ed è proprio da questa che iniziamo il percorso d'assaggio di alcune CREW Republic. Presto svelato il perché del curioso nome, "7:45 Escalation", che fa riferimento "all'orario del mattino in cui quasi tutti sono già a letto, eppure c'è ancora qualcuno, indomito, che continua a fare festa anche se il barista lo caccia fuori a calci perché vuole chiudere il locale: questa birra è dedicata a te, l'eroe della notte, colui che rimane ancora in piedi quando tutti sono già crollati a letto".
Malti Pilsner e Caramel, luppoli Columbus, Simcoe, Amarillo e Chinook: colore tra il dorato e l'arancio, opaco; schiuma biancastra, compatta e cremosa, molto persistente. L'aroma è pulito e discretamente fresco ed intenso, con pompelmo ed aghi di pino bilanciati da sentori più dolci di melone, pesca ed ananas. E' una Double IPA solida, dove i malti (biscotto) danno il necessario supporto alla generosa luppolatura, che morde da subito lingua e palato con un amaro resinoso. Si sente un po' la mancanza di quella parte dolce, qui solo appena accennata (frutta tropicale o polpa d'agrumi) che di solito dovrebbe bilanciare o contrastare alcool (8.3%) ed amaro; ed il risultato è una birra "maschia" e dura, che punge la bocca con pepate note di resina ed un bel warming etilico. Il corpo è medio, ed in bocca è morbida e molto gradevole, con il giusto livello (medio) di bollicine. Comunque pulita, finisce molto lunga ed amara, per un'esperienza intensa ma inevitabilmente dalla bevibilità un po' lenta e limitata; rispetto alla "docili" e scorrevoli helles che potete bere in ogni angolo di Monaco, questa Double IPA è indubbiamente uno shock palatale. Avrà successo?  Per il momento le CREW Republic si stanno anche lentamente guadagnando un po' di spazio tra gli scaffali dei grandi magazzini (Kaufhof, Karstadt) del capoluogo bavarese.
Formato: 33 cl., alc. 8.3%, IBU 83, lotto 16:19, scad. 31/03/2015, pagata 2.28 Euro (beershop, Germania).