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venerdì 27 luglio 2018

Founders Frootwood

Dicembre 2016: il birrificio del Michigan Founders annuncia la nascita della Barrel Aged Series  dedicata agli invecchiamenti in botte. Sei birre che saranno rilasciate nel corso dell’anno con cadenza bimestrale; oltre alle classiche nonché immancabili KBS e Backwood Bastard dalla vastissima cantina di Founders arrivano interessanti inediti i cui prototipi erano occasionalmente stati presentati in anteprima solamente presso la taproom. 
La partnership (30%) con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel ha tolto nel 2014 a Founders lo status di “birrificio artigianale” secondo le linee guida dell’American Brewers Association, ma ha portato i fondi necessari per un ambizioso piano di espansione (700.000 ettolitri l’obiettivo fissato per il 2018) che ha coinvolto anche gli invecchiamenti in botte. Oggi sono oltre 7000 i barili che riposano nel sottosuolo di Grand Rapids, a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi: gli ambienti sono quelli di una vecchia cava di gesso, ora in disuso, che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio.  Inaugurata nel 1890 dalla  Alabastine Mining Company, la miniera è stata utilizzata sino al 1943 quando la società fallì; nel 1957 il dedalo di corridoi e passaggi che si snodano per una decina di chilometri fu acquistato dalla Michigan Natural Storage Company ed è stato riconvertito in un magazzino di stoccaggio “naturalmente refrigerato” che viene utilizzato da numerose aziende, oltre che da Founders.  
La “cantina” di Founders non è visitabile, se non in rare occasioni speciali:  nonostante la temperatura delle cave sia bassa, le botti sono state collocate in una zona nella quale operano condizionatori d’aria che permettono di regolare anche l’umidità. I barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti.   
 
 
La birra.
Frootwood è la birra che inaugura a gennaio 2017  la nuova Barrel Aged Series di Founders; una “cherry ale”  dal contenuto alcolico piuttosto modesto (8%) se confrontato con le altre birre barricate del birrificio del Michigan ma,  ammette il birraio  Jeremy Kosmicki, “vogliamo provare a fare qualcosa di diverso..  non possiamo limitarci alle solite imperial stout.  Basta mettere la birra giusta nella botte giusta e si ottengono sapori davvero interessanti. Una birra “leggera” alla ciliegia sicuramente non è la prima cosa che viene in mente quando si pensa ad una birra passata in botte, ma a noi piace sorprendere la gente”.
Per l’occasione ritornano anche le bottiglie da 75: tutte le birre della Barrel Aged Series saranno infatti disponibili nel formato da 35.5 e da 75 centilitri. Le botti utilizzate sono le stesse della più famosa CBS,  ovvero ex-bourbon che avevano ospitato più di recente sciroppo d’acero.
Il suo colore è un bell’ambrato, luminoso e movimentato da intense venature ramate e rossastre; la schiuma biancastra è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. A quasi diciotto mesi dall’imbottigliamento la Frootwood ha un aroma ancora ricco e potente, ovviamente dolce: ciliegia sciroppata, vaniglia, bourbon, caramello e biscotto. In sottofondo accenni di sciroppo d’acero e di legno. La bevuta non è particolarmente impegnativa grazie ad un corpo medio ed una consistenza tattile poco ingombrante, ma indulge un po’ troppo sul dolce, seguendo con perfetta precisione l’aroma. L’alcool è ben dosato, parte in sordina  e aumenta progressivamente d’intensità asciugando un po’ il dolce per cercare di portare equilibrio, con il bourbon a regalare un retrogusto morbido e accomodante.  C’è un bel carattere “barricato” in questa  Frootwood, molto più definito rispetto ad altre Founders che mi è capitato d’incrociare di recente: pregevoli dettagli di vaniglia, legno e sciroppo d’acero. Quello che non mi convince troppo è la birra base, quella ciliegia sciroppata molto zuccherina, poco elegante e un po’ dozzinale che va “oltre” il mio gusto personale.  Chissà che un altro po’ di cantina non possa ammorbidirla ulteriormente.
Formato 35.5 cl., alc. 8%, imbott. 22/12/2016, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 6 dicembre 2017

MashUp Brewing: Indie Pop IPA, French Suite Saison & Fusion IGA

In ambito musicale con mashup s’intende la composizione di un brano utilizzando due o più spezzoni di altre canzoni, sovrapponendoli. Per quel che riguarda la birra, la parola MashUp ci porta invece a Roma dove da luglio 2015 è attiva l’omonima beerfirm fondata da Andrea Romani ed Emanuele Loffa, appassionati birrofili i cui nomi saranno probabilmente già noti a chi condivide la loro stessa passione. 
Mi riferisco soprattutto ad Andrea Romani, alias “Barone Birra”, homebrewer dal 2011 e fondatore del concorso Brassare Romano che dal 2012 si svolge in alcuni locali romani in quattro tappe ciascuna delle quali dedicata ad uno specifico stile di birra. Dopo l’esperienza come responsabile commerciale per il birrificio Free Lions, oggi Andrea utilizza il suo impianto casalingo da 50 litri per elaborare le ricette che realizza poi in grande scala su impianti altrui con il nome MashUp Brewing. 
Molto azzeccato il merchandising che accompagna le birre: sottobicchieri a forma di vinile, etichette e maniglie per le spine a forma di audiocassette: nostalgia e gioia per chi ascoltava musica prima che inventassero i cd e gli mp3. Per quel che riguarda la sostanza, MashUp debutta a luglio 2015 con la American IPA Indie Pop seguita a breve distanza dalla West Coast (Double) IPA Hip Hop (8.5%): per la produzione si appoggiano agli impianti di due birrifici vicini e amici: Hilltop  di Bassano Romano (Viterbo) e EastSide di Latina. La gamma è stata poi ampliata con una saison e una Italian Grape Ale, entrambe prodotte in Lombardia sugli impianti del Carrobiolo: l’ultima arrivata, lo scorso luglio, è l’American Pale Ale chiamata Loop. La beerfirm è spesso in giro per l’Italia a promuovere le proprie birre, proprio come se si trattasse di serate musicali, per continuare i parallelismi:  è attualmente in corso il “Tour of the Hops”  che coinvolge undici locali dislocati tra Lazio, Umbria, Campania, Lombardia e Sicilia.

La birre. 
Devo innanzitutto ringraziare MashUp per avermi inviato tre birre da assaggiare. Partiamo dalla Indie Pop, una American IPA (5.5%) prodotta sugli impianti di Hilltop che utilizza luppoli Summit, Centennial, Cascade e Citra in aroma; il suo colore è un dorato carico, leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma cremosa ma poco generosa. L’aroma è fresco a abbastanza pulito: mango, papaia e melone, passion fruit, pompelmo e arancia, con qualche nota che vira più sul vegetale che sul resinoso. Al palato è morbida e scorre bene, ma il gusto è meno convincente e soprattutto meno pulito. Su una delicata base maltata (pane, accenni biscottati) c’è un non ben definito frutto tropicale e un finale amaro che indugia sul binomio zesty-terroso, anziché puntare dritto al classico resinoso americano.  Annoto anche una lieve astringenza ed un ritorno di cereale nel retrogusto che – a mio parere – poteva essere evitato. Nel complesso è una IPA gradevole ma che necessita ancora di aggiustamenti se la si vuol far emergere in quel contesto molto competitivo che è la scena romana. 

Dall’ispirazione statunitense passiamo a quella belga, ovvero la saison chiamata French Suite: a guidare le danze è ovviamente il lievito (French Saison) con una generosa luppolatura di Hallertau Blanc; malto d’orzo, fiocchi di avena e di frumento completano il grist. 
Nel bicchiere è molto chiara, tra il paglierino e l’arancio pallido: la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta. Al naso c’è un buon equilibrio che permette sia al lievito che ai luppoli di esprimersi: una delicata speziatura (coriandolo, pepe, chiodo di garofano) accompagna banana e agrumi, c’è qualche lievissima nota fenolica che richiama a tratti la plastica e la necessaria componente rustica che fa pensare al fieno, alla paglia.  Le generose bollicine rendono la bevuta molto vivace:  pane e crackers, frutta a pasta gialla, banana e una delicata speziatura compongono un gusto che è inferiore all’aroma come intensità ma ne ripropone la buona pulizia. E’ una saison abbastanza secca e attraversata da una delicata acidità che ne garantisce l’effetto dissetante e rinfrescante: la chiusura è ruspante e moderatamente amara, con note terrose, erbacee e di scorza d’agrumi. E’ una saison di buon livello, facilissima da bere, alla quale manca forse ancora un po' di carattere ed di cuore; la strada da percorrere mi sembra tuttavia in discesa.  

Chiudiamo con la Italian Grape Ale chiamata Fusion: ad una base saison viene aggiunto il mosto (20%) di Moscato Filari Corti dell'Azienda Agricola Carussin di San Marzano Oliveto. 
Di colore dorato, forma un generoso cappello di schiuma che è però molto rapido a dissolversi. Nell’aroma convivono arancia e scorza di limone, spezie, frutta candita, richiami alla pasticceria e soprattutto un’evidente nota vinosa. Il mouthfeel è leggero e vivace come quello della French Suite, mentre la bevuta ripropone abbastanza fedelmente quanto annunciato al naso: la componente vinosa è però molto evidente e i due mondi (birra e vino) cercano di far funzionare un matrimonio che in alcuni passaggi è piuttosto litigioso. La pulizia è davvero notevole, ma per il mio gusto è una birra troppo sbilanciata verso il vino e non una birra arricchita dall’utilizzo del mosto d’uva. La chiusura è secca, con un amaro di discreta intensità che chiama in causa note terrose, zesty e di mandorla: paradossalmente mi sembra la birra tecnicamente meglio riuscita di MashUp ma è quella che trovo più contraddittoria da bere. Evolverà probabilmente bene nel tempo, raggiungendo forse un maggior equilibrio tra le due componenti.
Nel complesso un debutto sul blog in positivo per MashUp: bene Saison e IGA (anche se sub judice), un po' deludente la IPA che mi sembra ancora in cerca di un'identità precisa. 

Nel dettaglio:
Indie Pop, formato 33 cl., alc. 5.5%, IBU 45, lotto 17041, imbott. 09/2017, scad. 01/08/2018.
French Suite, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 20, lotto 1766, scad. 31/08/2018
Fusion, format 33 cl., alc. 7%, IBU 30, lotto 7616, scad. 31/08/2018

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 17 settembre 2017

New Glarus Brewing Company: Moon Man No Coast Pale Ale & Serendipity

Nel 1845 alcuni immigranti svizzeri provenienti dal Canton Glarona si stabilirono in quella regione oggi appartenente allo stato del Wisconsin e fondarono il villaggio di New Glarus: è qui che Daniel e Deb Carey nel 1993 hanno aperto le porte dell'omonimo birrificio. Dan lavora per l'industria della birra da quando aveva vent'anni: dopo il diploma in Scienze dell'alimentazione con specializzazione in Malting and Brewing Science ha svolto un periodo di apprendistato in Germania per poi ritornare negli Stati Uniti seguendo l'installazione e l'avviamento di molti micro-birrifici. Prima di mettersi in proprio era supervisore della produzione per la Anheuser-Busch a Fort Collins.
E' sua moglie Deborah a convincerlo a vendere la loro casa in Colorado e ad utilizzare tutti i loro risparmi per tornare con i figli in Wisconsin, dove lei era nata, a fondare la New Glarus Brewing Company; è lei a redigere il business plan di un brewpub che parte con un impianto da 23 ettolitri acquistato da un birrificio tedesco in demolizione che viene installato in un magazzino abbandonato. "Investimmo davvero tutto quello che avevamo - dice Deb - se le cose fossero andate male saremmo finiti a dormire in macchina".  New Glarus inizia producendo solamente birre a bassa fermentazione, fedele alla tradizione degli immigrati tedeschi che furono i primi a produrre birra in Wisconsin. Deb  è quindi la prima donna americana ad aver fondato un birrificio, mentre Dan è il birraio che, ogni venerdì, sale sul proprio furgoncino per consegnare la birra ai clienti. 
In dieci anni il birrificio passa ad occupare da 100 a 1800 metri quadrati e arriva a produrre 75.000 ettolitri l'anno, saturando completamente la propria capacità; dal 2002 New Glarus decide di vendere la propria birra solamente in Wisconsin, ritirandosi dai pochi altri stati in cui era distribuita. Nel 2006 Deb Carey annuncia un piano di espansione da 21 milioni di dollari: il nuovo birrificio, una serie di edifici a graticcio che ricordano quelli della Svizzera, nasce su di una piccola collina a sud del villaggio. In questi ultimi dieci anni New Glarus ha continuato a crescere al ritmo del 15-20% annuo: i 150.000 ettolitri prodotti nel 2012 hanno convinto i coniugi Carey ad intraprendere una nuova espansione da 11 milioni di dollari con l'aggiunta di altri fermentatori che dovrebbero portare la capacità a 300.000 ettolitri/anno. Il 65% di questi è rappresentato dalla birra Spotted Cow, che Dan Carey definisce una farmhouse ale: assaggiata alla spina non mi ha fatto una gran impressione, sopratutto per quel che riguarda il suo carattere rustico/farmhouse.

Le birre. 
Siamo nel Midwest e quel "No Coast Pale Ale" che accompagna il nome Moon Man lo mette ben in chiaro: American Pale Ale dedicata al gatto di casa, prodotta con cinque diverse varietà di luppolo non rivelate: "in Wisconsin non devi essere estremo per essere reale", aggiungono i coniugi Carey. L'imprinting "tedesco" si vede anche in questa APA che, effettivamente e paradossalmente, ricorda proprio quelle prodotte dei birrifici in Germania. Pulizia ed equilibrio sono ineccepibili ma tutta questa perfetta tranquillità si traduce alla fine in una birra un po' timida che non mostra un gran carattere. Il naso parte dal floreale per poi virare sui classici profumi dei luppoli americani, ovvero gli agrumi: nello specifico si parla di arancia e mandarino. Crosta di pane e caramello formano un base maltata fragrante e leggera sulla quale emerge una delicata nota agrumata; il finale, molto pulito, porta un amaro leggero a cavallo tra note terrose e zesty. Come detto, New Glarus distribuisce solamente in Wisconsin e questa birra ne riflette il DNA: niente estremi, massima facilità di bevuta, pulizia ed eleganza. L'intensità di aromi e sapori non è tuttavia il suo punto di forza e, in quanto bevitore europeo in trasferta negli Stati Uniti, non è la birra che desidero trovarmi nel bicchiere.

Si cambia marcia con Serendipity, una delle birre più apprezzate di New Glarus: nel 1986 Dan e Deb Carey sono in Belgio e s'innamorano dei lambic alla frutta, in particolare delle kriek. Ci vorranno però sei anni di tentativi e di errori prima di arrivare a realizzare la ricetta di quella che sarà la Wisconsin Belgian Red, una Sour Brown Ale prodotta con amarene Montmorency del Wisconsin che debutta nel 1995.
Ma nel 2012 la primavera nello stato americano è caratterizzata da gelate tardive che compromettono quasi completamente il raccolto di amarene e Carey non riesce a produrre la sua tanto amata birra. Alle poche amarene trovate decide di aggiungere mele Gala dallo stato di Washington e cranberries (mirtilli rossi) locali: il risultato ottenuto quasi per caso (serendipità) è ottimo e da quell'anno viene prodotta Serendipity una "Happy Accident Fruit Ale". Il suo colore oscilla tra il lampone e il rosso rubino ed è sormontato da un cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, che ha un'ottima persistenza.  L'aroma mantiene fede a quanto raffigurato in etichetta: mela, amarene e mirtilli rossi, con una fragranza ed un'intensità impressionanti. La frutta sembra letteralmente saltare fuori dal bicchiere per raggiungere poi, senza nessun cedimento, anche il palato; la bevuta oscilla tra il dolce di mela e ciliegia e l'aspro di amarena e cranberries, spinto da vivaci bollicine che tuttavia non ne pregiudicano la morbidezza. Il contenuto alcolico non è riportato in etichetta ma è comunque inavvertibile, mentre il finale secco è la perfetta conclusione di una birra dall'enorme potere dissetante e rinfrescante, assolutamente perfetta come aperitivo. Raramente mi è capitato d'incontrare una birra con un utilizzo del frutto così pulito, pieno e fragrante: cheapeau. Prezzo abbordabile, se paragonato ad altre birre simili americane, e per trovarla  in Wisconsin non dovete dormire accampati fuori dal birrificio: spesso vi basta andare al supermercato.

Nel dettaglio:
Moon Man No Coast Pale Ale, 35.5 cl., alc. 5%, lotto non riportato,  1.58 $.
Serendipity, 75 cl., alc. 5.1% (?), lotto non riportato, 9.99 $.

domenica 7 febbraio 2016

Brewski: Ananasfeber APA & Passionfeber IPA

S'affaccia sul panorama brassicolo svedese a ottobre 2014 e Ratebeer elenca già 59 (!) birre prodotte in quindici mesi circa; parliamo di Brewski, microbirrificio aperto a Helsingborg, nei locali di un ex-macello, da Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund. Un investimento da cinque milioni di corone (530.000 Euro circa) che sta già dando dei buoni risultati visto che la capacità produttiva è insufficiente a soddisfare tutte le richieste del mercato, le Brewski stanno già spopolando nei bar di Copenhagen e di Stoccolma e sono importate in Spagna, Italia e Stati Uniti; Marcus è il birraio, aiutato dal giovane Fredrik Fölster che ha effettuato alcuni stage presso il birrificio Rådanäs e presso Brekeriet.
Sebbene l'aggiunta di frutta nella birra sia una tradizione abbastanza consolidata (pensate ai Lambic alla frutta o alle Radler), pare che la prima IPA con aggiunta di frutta sia la Grapefruit Sculpin di Ballast Point che risale "solo" al 2013. Non ho avuto né tempo né voglia di passare in rassegna tutte e cinquantanove birre di Brewski, ma una buona parte di esse sono state realizzate proprio aggiungendo frutta, seguendo quella che è un po' l'ultima tendenza nel mondo delle "craft beer". In verità Marcus Hjalmarsson dichiara di aver fatto ricorso alla frutta in quanto non riusciva a trovare disponibili alcune varietà di luppolo necessarie per ottenere determinati profumi e sapori nelle sue birre; la frutta (purea o succo) presenta però un altro problema, quello delle variazioni qualitative legate alla stagionalità dei frutti stessi. 
Personalmente sono sempre stato un po' scettico nei confronti delle birre "alla frutta", soprattutto quando si parla di IPA e derivati, visto che (la maggioranza) di quelle caratteristiche fruttate sono ottenibili utilizzando lievito, malti e luppoli. Ma non bisogna mai lamentarsi prima di aver provato, e quindi ecco due Brewski alla frutta: l'American Pale Ale Ananasfeber e la India Pale Ale Passionfeber.
Partiamo dalla prima, la cui ricetta include anche Amarillo, Centennial, Simcoe e Chinook. Di colore dorato pallido e velata non quanto la foto possa far pensare: la schiuma è bianchissima e compatta, fine, generosa, dall'ottima persistenza. L'aroma offre una buona freschezza e un'ottima pulizia; c'è ovviamente l'ananas in primo piano, circondato da sentori floreali, agrumati (pompelmo, cedro) e di frutta tropicale. Al palato è leggera e vivacemente carbonata, con la bevuta che risulta molto facile e veloce: sulla sottile base maltata (crackers) s'inseriscono l'ananas ed il melone bianco, il dolce della polpa d'agrume e della frutta tropicale per un passaggio "ruffiano" prima dell'amaro finale spiccatamente "zesty" con un tocco di resina. Una birra molto secca e dissetante, con la lieve acidità del frutto a renderla rinfrescante quanto basta per sparire dal bicchiere in pochissimo tempo. L'uso della frutta è convincente, nessuna sensazione di trovarsi nel bicchiere un succo o una spremuta: l'ananas è molto calibrato e ben inserito nel contesto della birra, con un risultato non troppo distante da quello che si otterrebbe con i luppoli "giusti". Birra pulita e bilanciata, intensa, ruffiana: difficile resisterle. 
Un paio di gradini più in alto (7%) si trova la Passionfeber IPA, nella quale viene ovviamene utilizzato il frutto della passione. Abbastanza simile il canovaccio di partenza: colore dorato, velato ma luminoso, schiuma generosa, cremosa e compatta, molto persistente. Il passion fruit è protagonista al naso, affiancato dal mango e dal pompelmo, in un "cocktail" di frutta immagino pensato per bilanciare le note aspre del frutto della passione con quelle dolci del mango: il bouquet è fresco e pulito anche se personalmente il mix non mi fa impazzire. Un po' più robusto il corpo (siamo ai confini tra il medio ed il leggero), meno esuberanti le bollicine per una sensazione palatale morbida, benché molto scorrevole. Il contributo dei malti (crackers, un tocco di miele) è molto lieve al gusto domina il dolce/aspro del frutto della passione; mango e pompelmo restano un po' in disparte ed anche l'amaro (scorza agrumi, resina) fa un po' fatica ad uscire e ritagliarsi un ruolo da protagonista nel finale. Sarà che non amo particolarmente il frutto della passione, e quindi mi rendo conto che la mia opinione può essere poco obiettiva, ma questa Passionfeber mi convince molto meno della sua sorellina all'ananas. Rimane comunque elevato il livello di pulizia ed intensità, la birra è ancora piuttosto fragrante ma pende molto di più della precedente verso il succo di frutta. 
Nel dettaglio:
Ananasfeber APA, formato 33 cl., alc. 5%, lotto 8, scadenza non riportata.
Passionfeber IPA, formato 33 cl., alc. 7%, lotto 12, scad. 03/11/2016.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 19 settembre 2015

Extraomnes Bloed

Arriva a fine 2013 la prima birra "alla frutta" di Extraomnes: Bloed, ovvero "sangue" in fiammingo, questo il nome scelto per una birra realizzata, tra l'altro, con malto di segale,  lievito saison  e l'aggiunta del 22% di ciliegie provenienti dalla Valpolicella. Una one-shot che non è stata più ripetuta, affinata per circa quattro mesi in barriques usate per un totale di circa 700 bottiglie prodotte. 
Il suo colore, molto bello, ricorda effettivamente il sangue o se preferite è rosso rubino, con sgargianti sfumature ambrate ed arancio; la schiuma bianca, leggermente macchiata di rosa, è un po' grossolana e svanisce piuttosto rapidamente. L'aroma, oltre alle ovvie ciliegie, è espressione dei lieviti selvaggi naturalmente presenti sulla buccia del frutto che, ad un anno e mezzo dall'imbottigliamento, si fanno più evidenti: il suo profilo "funky" regala note di cantina, di sudore, qualche sentore di formaggio e di acido lattico, accompagnate dall'asprezza di frutto rossi acerbi (ribes),  uva, legno bagnato e una leggerissima speziatura.  La bevuta inizia piuttosto aspra (frutti rossi, acido lattico) per poi essere rapidamente bilanciata dalle note zuccherine e dolci di ciliegia, fragola e frutti di bosco (more, lamponi), uva matura. Accanto alla frutta convivono le note funky/rustiche, legnose ed una lieve componente acetica, mai fastidiosa, che si avverte quando la birra si scalda; l'alcool (7.7%) è molto ben nascosto con un'ottima secchezza finale ed una lieve nota amaricante lattica che la fanno alla fine risultare dissetante e rinfrescante. 
Il corpo è medio con una carbonazione piuttosto contenuta, mentre la sensazione palatale è morbida con un'ottima scorrevolezza.  
Il risultato, piuttosto interessante, conduce a tratti in territorio vinoso (pensate ad un rosé) e, con le dovute, proporzioni, nel mondo delle fermentazione spontanee  e dei lambic alla frutta (kriek).  La discreta complessità non preclude assolutamente la facilità di bevuta e, sebbene in bocca non ci sia l'eleganza e la pulizia di una (cito a caso) kriek di Cantillon o Drie Fonteinen, anche la Bloed si ritaglia il suo spazio con discrezione.   
Probabile  che qualche bottiglia in giro si trovi ancora; non ho idea se verrà mai nuovamente prodotta, nel caso potrebbe anche valer la pena dimenticarne qualcuna in cantina per poter seguire nel corso del tempo il lavoro dei lieviti selvaggi portati in dote dalle ciliegie. 
Formato: 33 cl., alc. 7.7%, lotto 326 13, scad. 30/11/2016, pagata 7.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 11 giugno 2015

Scarampola Cocca di Mamma

Non riempivano il mio bicchiere ormai dal 2010 le birre del Birrificio Scarampola, “creatura” di  Maurizio “Flibus” Ghidetti, aperto come brewpub nel 2004 a Cairo Montenotte (Sv) nei locali del Palazzo Scarampi (da qui il nome scelto) e trasferitosi poi nel 2008 nella più suggestiva cornice all’interno dei resti del Monastero di Santo Stefano, in Val Bormida, a Millesimo. 
La sua passione per la birra nasce da alcuni anni trascorsi  in Inghilterra, nel corso dei quali accompagna nei weekend un’amica che deve redigere per una rivista specializzata le schede dei pub del Sussex. La sua avversione per il clima anglosassone lo riporta in Italia ma l’amore per la birra è ormai impossibile da estirpare: l’amico Teo Musso aveva nel frattempo aperto Baladin a Piozzo, dove Maurizio inizia a fare il suo apprendistato da birraio. La produzione di Scarampola è da subito partita sottolineando il legame con il territorio circostante:  chinotto di Savona per la blanche “Birra n° 8”, castagne essiccate di Murialdo e Calizzano per la Nivura, miele di castagno delle valli del Bormida per la St. Amè, quest’ultima realizzata per la linea “Abbazia di Santo Stefano” ( assieme a Donna Petronilla, Champale e  Birra del Lupo). Il birrificio utilizza anche il grano saraceno dell’alta Val Tanaro e il luppolo coltivato e raccolto nei terreni adiacenti all’abbazia. 
Nel 2013 a Roma, nel corso della settima edizione di Birre sotto l’Albero, debutta la nuova birra  di Scarampola aromatizzata all'albicocca di Valleggia, presidio Slowfood; un frutto di piccola dimensione, la cui raccolta si concentra in tre settimane tra giugno e luglio. La Valleggia “era presente sulla costa savonese già dalla fine dell’800, raggiungendo il momento di massima espansione negli anni ’50-’60 quando i frutteti si estendevano per centinaia di ettari, da Loano a Varazze. L’albicocca di Valleggia rappresentava il 70% della produzione della provincia”.  La sua produzione ha poi subito un forte calo a partire dagli anni ’70, quando molti terreni furono destinati al florovivaismo e all’edilizia. 
La birra, inzialmente chiamata BirCocca, ha ora mutato il nome in Cocca di Mamma, almeno nell'etichetta anteriore; quella posteriore riporta invece ancora quello originale: lascio a voi esprimere la preferenza. 
Prodotta con  il 30% di albicocche di Valleggia, si presenta nel bicchiere di colore arancio opalescente e forma un buon cappello di schiuma bianca, molto compatta e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma  oltre all'ovvia albicocca presenta sentori floreali, di miele e di pane, arancio e mela: discreta l'intensità, lascia invece piuttosto a desiderare l'eleganza. Al palato è purtroppo afflitta da una carbonatazione molto, troppo bassa, il che non aiuta ad allontanare una birra molto caratterizzata dalla frutta dallo sembrare un "succo". La presenza fruttata dell'albicocca (sia dolce e matura che acerba) è a mio parere troppo invadente, mangiandosi quasi completamente la birra che viene relegata in secondo piano con le sue note di pane e, forse, di agrumi: la carenza di pulizia non aiuta poi nella descrizione. Il gusto procede piuttosto confuso, con una generale sensazione di frutta che, albicocca a parte, non riesco a definire; ma c''è per lo meno una buona acidità finale che rende questa birra-cocktail piuttosto rinfrescante e dissetante. Leggera e scorrevole, Cocca di Mamma svolge quindi la sua funzione primaria (quella di levare la sete) senza però togliere le mie perplessità: ammetto di non averla capita. 
Formato: 75 cl., alc. 5.5%, lotto TO22014, scad. 31/12/2015, pagata 8.50 Euro (enoteca, Italia).

NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrificio.

giovedì 14 maggio 2015

Birra Moretti alla Piemontese, alla Siciliana, alla Friulana

2015 anno ricco di novità per Birra Moretti, il marchio italiano di proprietà della multinazionale Heineken e nominata Official Beer Partner di Expo 2015.  Fin qua nulla di strano, o vi aspettavate che qualche microbirrificio italiano mettesse a disposizioni i fondi necessari per la sponsorizzazione dell'evento?  Il binomio Moretti-Expo non è tuttavia iniziato nel migliore dei modi, con la lettera di “protesta” inviata da Unionbirrai nei confronti di un servizio di Studio Aperto nel quale un servizio sulla birra artigianale veniva mandato in onda proprio dall’interno del padigione Expo di Moretti, che artigianale (qualsiasi cosa si voglia intendere con questa parola) sicuramente non è. 
Da qualche mese Birra Moretti ha inoltre rifatto un po’ il look delle proprie etichette ed ha lanciato quattro nuove specialità chiamate “Le Regionali”: queste birre, caratterizzate dall’utilizzo fra gli ingredienti di un prodotto tipico dell’area geografica di riferimento, ricalcano un po’  il percorso fatto dalla cosiddetta “birra artigianale” sino a qualche anno fa, appellandosi al tanto abusato concetto di “territorialità”. Mi sembra che ultimamente si sia un po’ placata la tendenza dei microbirrifici di utilizzare l’elemento “strano”  o  “locale” per dare visibilità alle proprie birre, puntando piuttosto sugli stili classici: ma fino a pochi anni fa vi erano birrifici (alcuni di loro non più attivi) che annoveravano tra le proprie produzioni una birra al tartufo, una al basilico, alla liquirizia e allo zafferano, giusto per citare i primi che ricordo, o addirittura con ingredienti afrodisiaci
L’eco delle nuove specialità regionali di Moretti si è ben presto diffuso in rete grazie al comunicato stampa ufficiale prontamente ribatutto da blog, compiacenti e/o prezzemolati siti gastronomici, foodies e food consultants. La presentazione è avvenuta nell’ultima edizione di Identità Golose, che ovviamente annovera Birra Moretti tra i suoi sponsor. Finche c’è trasparenza, nulla di male.  
Ovviamente la loro presenza è assicurata tra gli “alti cibi” (sic) che si trovano sugli scaffali di Eataly e nei suoi ristorantini tematici, per proseguire il “percorso di diffusione della cultura birraria che Birra Moretti promuove fin dal 2007 e di cui, la partnership con Eataly, è il naturale proseguimento”, visto che “sposa i suoi stessi valori fondanti: qualità, italianità, convivialità”. Sappiate inoltre che le quattro birre “Regionali” sono state  “studiate all`origine dai mastri birrai di Birra Moretti in collaborazione con due `mostri sacri` dell`alta ristorazione: lo chef stellato Claudio Sadler e il sommelier Presidente ASPI Professor Giuseppe Vaccarini”. I miei complimenti, perbacco. 
Passiamo all’assaggio: ho volutamente tralasciato la Moretti alla Toscana, prodotta con l’orzo della Maremma, per concentrarmi sulle altre tre che vedono l’utilizzo di ingredienti meno tradizionali. 
Iniziamo dalla Birra Moretti alla Piemontese: gli ingredienti scelti sono (l’estratto di) mirtillo rosso della Val Sangone assieme al riso DOP Sant’Andrea (25%); l’etichetta elenca anche aromi naturali e la descrive dal “gusto insolito, intrigante e piacevolmente acidulo con sentori di erbe aromatiche, caramello di mirtillo e note di cereali”. Nel bicchiere è di un limpidissimo color oro antico carico, con qualche riflesso ambrato; perfetta la schiuma, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Il naso è poco intenso: sentori di amido di riso e cereali, il dolce dello sciroppo di mirtillo che “lega” abbastanza bene con le note del miele, anche se il risultato non è assolutamente elegante. DNA “industriale” rispettato in bocca: prima di tutto la facilità di bevuta e la scorrevolezza, quindi corpo leggero, poche bollicine, acquosità. Il gusto è d’intensità piuttosto modesta, del tutto paragonabile ad una Moretti “standard”:  una vaga idea di biscotto e di miele, chiusura amaricante erbacea sgraziata che ricorda un po’ la gomma bruciata, e quella nota artificiosa di sciroppo di mirtillo che ogni tanto fa capolino. C’è un po’ di diacetile e il palato a fine corsa rimane sempre un po’ appiccicoso ed impastato: ne risulta una birra poco dissetante, che tuttavia invoglia ad un altro sorso proprio per pulire la bocca impastata. Strategia azzeccata, insomma.  La temperatura di servizio consigliata da Moretti ( 3-6 °C) è quasi corretta:  lasciatela riscaldare ed il mirtillo scomparirà evidenziando ancora di più i difetti (diacetile e gomma bruciata). 
Spostiamoci al sud per Birra Moretti alla Siciliana la cui ricetta, oltre a malto d’orzo e luppolo, prevede (estratto di) fiori di zagara siciliana, (estratto di) arancia e granoturco. Più chiara della Piemontese, si presenta limpida e dorata con un’impeccabile e cremosa testa di schiuma bianca, molto persistente. L’aroma evidenzia la zagara e l’arancia, ma il risultato è piuttosto artificiale  (personalmente mi ha ricordato purtroppo quello di alcune saponette o bagnoschiumi) e c’è anche un po’ di mais. In bocca replica perfettamente la Piemontese, con una facilità di bevuta inversamente proporzionale all’intensità del gusto che propone mais e cereali, arancia artificiale ed un finale amaricante erbaceo davvero sgraziato con parecchia gomma bruciata ed un po’ di plastica.  Di nuovo viene voglia di bere subito un altro sorso per allontanarne la sensazione poco gradevole e trovare un po’ di sollievo nel dolce dell’arancia che ricorda un po’ quelle spremute realizzate con il concentrato. Anche qui – pignoleria – lieve diacetile.  La “Regionale” in teoria più semplice da realizzare (una lager dal gusto agrumato!) è risultata alla fine la peggiore delle tre da me bevute. 
Il viaggio termina con la Birra Moretti alla Friulana che viene realizzata con (estratto di) mela renetta friulana, granoturco ed imprecisati aromi naturali. L’aspetto è quasi identico alla Siciliana, con il dorato che risulta appena più carico. L’aroma è completamente monopolizzato dalla mela verde: quello che nuovamente manca è la finezza, e i profumi di mela risultano piuttosto artificiali. Mouthfeel da capitolato Moretti: scorrevole, acquosa e leggera.  Alla fine è lei a risultare “la meno peggio” delle tre, rivelandosi perlomeno rinfrescante e dissetante, senza “impastare” il palato. Il gusto è piuttosto insapore, con una generale sensazione di granoturco dalla quale emerge ogni tanto la mela verde; il retrogusto amaro è più aggraziato, senza quella sensazione di  gomma bruciata che affligge le due sorelle. Bevuta fredda risulterebbe alla fine una “decente” lager industriale, non fosse per quell’insopportabile aroma artificiale di mela verde che personalmente ho trovato davvero fastidioso. 
Conclusioni? Non avevo nessun’aspettativa a riguardo e quindi non posso parlare di delusione o di sorpresa: sono tre prodotti industriali che devono necessariamente avere dei bassi costi di produzione, con tutto ciò che ne deriva. Più che nella produzione, si preferisce ovviamente spendere soldi in marketing.   Il livello mi sembra tuttavia inferiore ad altri prodotti industriali come ad esempio le ultime Poretti assaggiate, sebbene queste abbiano un costo superiore. Se volete bere bene, dovete guardare altrove e spendere di più.  Per la mela ci sono ottimi sidri “artigianali”, per il mirtillo vi indirizzo sulla Draco del Birrificio Montegioco e per la zagara perché non provare la  Nanai di Birra Malarazza? 
Per quel che resta, preferisco poi non entrare nel merito degli abbinamenti gastronomici che sicuramente saranno proposti in un svariato numero di eventi organizzati “ad hoc” e non commentare la consulenza di guru (stellati e non) che avrebbero presumibilmente collaborato alla realizzazione di queste regionali.
Dettagli:
Birra Moretti alla Friulana, alc. 5.9%, lotto 506438011, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Piemontese, alc. 5.5%, lotto 506413808, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Siciliana, alc. 5.8%, lotto 5047380SE, scad. 01/05/2016, 1.69 Euro al supermercato.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 18 novembre 2014

Dogfish Head Sixty-One

La storia della nascita della Sixty-One IPA del birrificio statunitense Dogfish Head non è delle più incoraggianti, almeno per me:  si narra che i pranzi e le riunioni tra Sam Calagione ed i suoi amici erano di solito “annaffiati” con generose quantità di 60 Minute IPA, una delle flagship beer del birrificio del Delaware; ma Calagione, appassionato bevitore di Syrah (vitigno a bacca rossa) ha un giorno l’idea di fare una specie di blend, versando un po’ di vino in una pinta di birra; a quanto pare il risultato di questa creazione (o aberrazione, a seconda dei punti di vista) piacque molto, al punto che viene messa a punto una vera e propria ricetta per realizzare una versione alternativa della 60 Minute IPA rinominata 61, dove quell’uno in più indica l’ingrediente aggiunto, ovvero il mosto di uve Syrah californiane. 
La birra entra a far parte del “core range” (prodotte tutto l’anno)  di Dogfish, immutato dal 2007, a partire da marzo 2013. Non è il primo matrimonio che si consuma tra vino e birra: Dogfish annovera già la Noble Rot (una saison prodotta con succo di uva non fermentato), la Raison d’Etre  (uvetta), la Mida’s Touch  (uva moscato) e la Red and White (con succo di Pinot nero).  
L’etichetta ripropone il classico schema Dogfish, ma presenta una particolarità: è disegnata da Calagione utilizzando degli “acquerelli” speciali, dove i pigmenti di colore verde e rosso sono stati mescolati non all’acqua ma alla birra ed al vino. E, siccome la birra ben si abbinerebbe al cioccolato, lo sfondo marrone è stato dipinto con del cioccolato fuso. Et voilà.   
Bottiglia non molto fresca (luglio 2014) che ho colpevolmente dimenticato in frigorifero per qualche settimana di troppo. 
Si presenta di color ambrato, con delle vivaci sfumature che richiamano il rosso ed anche il rosa: la schiuma è un bianco sporcato di rosa, fine, poco persistente. L’aroma è vinoso ed aspro, con qualche sfumatura dolce di pesca, frutta secca e floreale (rosa), non c'è molto altro. Se l’inizio non è molto promettente, il gusto lascia ugualmente perplessi: c’è una base di crackers, qualche leggera nota di caramello e di marmellata d’agrumi, l’asprezza dell’uva contrapposta alla dolcezza della fragola e di qualche altro frutto di bosco. E’ molto pulita e bilanciata, poco carbonata, gradevole al palato, con corpo medio. L’equilibrio che ho appena chiamato in causa è quello tra dolce e amaro,  perché nell’incontro tra vino e birra la lotta è impari: senz’altro la bottiglia poco giovane avrà perso un po’ l’apporto dei luppoli, ma della India Pale Ale sbandierata in etichetta  c’è davvero poco, se si eccettua una timida nota amaricante di scorza d’agrumi che arriva proprio alla fine. L’impressione che ho avuto, più che di una birra “compiuta”, è  di bere un bicchiere di vino allungato con una quantità imprecisata di birra, una sorta di miscelato neppure riuscito particolarmente bene. 
Degli altri “incontri” tra vino e birra realizzati da Dogfish ho avuto l’occasione di assaggiare solo Mida’s Touch e Raison d’Etre, entrambe molto più “sensate” e gradevoli di questa Sixty-One che davvero (e mi assumo io la “colpa”, tanto…) non sono riuscito a capire, neppure se progettata appositamente per gli abbinamenti gastronomici consigliati come cotoletta di maiale alla griglia, sushi, frutti di bosco e panna, torta di mele, formaggio gruviera e gouda non invecchiato. Ma c’è anche un abbinamento “musicale” consolatorio: Bonnie “Prince” Billy  ha scritto una canzone chiamata Sixty-One che potete acquistare allo spaccio del birrificio assieme ad un 4 pack.      
Una bevuta che fa rimpiangere le grandi (!) birre al mosto d'uva prodotte da alcuni birrifici italiani (Montegioco, Barley, Loverbeer e Birra del Borgo, per citare quelle che mi hanno maggiormente  impressionato); e se proprio vogliamo fare un confronto più diretto (con chi scrive IPA in etichetta) allora scommetto senza esitazioni su  quella di Brewfist
Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, lotto 11/07/2014, pagata 2.40 Euro (supermercato, USA).

Nota: la descrizione della birra bevuta è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 3 marzo 2014

Montegioco Garbagnina 2012

La "Bella di Garbagna" non è solo la smutandata fanciulla ritratta sull'etichetta della bottiglia del Birrificio Montegioco. E' prima di tutta una varietà autoctona di ciliegia del piccolo omonimo paese in provincia di Alessandria, noto per la produzione di ciliegia; tra la diverse varietà coltivate c'è appunto quella che viene chiamata "Bella", un durone "di colore rosso brillante, con il picciolo medio lungo, molto croccante, dolce e quindi particolarmente adatto alla conserva sotto spirito, dove mantiene consistenza e sapore senza sfaldarsi". Raccolta ancora a mano, era un tempo ricercata sopratutto come ripieno per i Boeri. Nel 2004 diviene un presidio Slow Food, come varietà locale a rischio di estinzione: la sua raccolta, che può avvenire solamente a maturazione, è infatti poco compatibile con i sistemi di refrigerazione che ne consentono lo stoccaggio e la distribuzione a lungo raggio, penalizzandone dunque la richiesta del mercato.
Non è la prima birra che il birrificio di Riccardo Franzosi "dedica" al territorio che lo circonda; abbiamo già incontrato per strada Quarta Runa (pesca di Volpedo), Tibir (mosto di Timorasso), Open Mind (mosto di Barbera) e la nuova arrivata Magiuster (fragola di Tortona). Sino al 2011, se non erro,  La Garbagnina venne prodotta aggiungendo le ciliegie (20%), in fermentazione, alla Demon Hunter, con il risultato di una Fruit Beer decisamente alcolica (10%). Per rendere maggior giustizia alla ciliegia, Riccardo Franzosi a partire dal 2012 ha deciso di utilizzare quella che ormai è diventata la birra-ossatura di molte altre creazioni: è la Runa, usata anche per realizzare La Mummia, la Quarta Runa già citata e la Mac Runa, ad esempio. La gradazione alcolica è scesa all'8% (2012) e 6.5% (2013).
Edizione 2012: sensuale nel bicchiere, di un rosso che s'avvicina al porpora, velato, ed una vivace schiuma rosa, grossolana e poco persistente. Al naso convivono sentori acidi (lattico) ed aspri di amarena, fianco a fianco con note più dolci di ciliegia e di frutti di bosco. Il suo biglietto da visita è assolutamente sincero, e conferma in bocca tutte le aspettative create: leggera e vivacemente carbonata senza mai andare oltre il limite. Scorre bene ed è facile da bere, ripropone la tensione tra aspro ed amaro dell'aroma: amarena, ribes da un lato, caramello, frutti di bosco (dolci) e ciliegia sciroppata dall'altro per una bevuta che non stanca mai e che si rinnova sorso dopo sorso e all'innalzarsi della temperatura nel bicchiere.  Da fresca è decisamente più aspra e dissetante, ma secondo me è solo riscaldandosi (arrivando intorno ai 16 gradi) che la Garbagnina dà il meglio di sé mettendo in evidenza  un maggior equilibrio agrodolce e soprattutto un bel finale tannico, leggermente amaro, che ricorda una vino rosso poco strutturato (la mia provenienza geografica mi fa pensare al Lambrusco, ma è solo un esempio). Chiude con una leggera nota lattica e legnosa, ed un lieve calore etilico nel morbido retrogusto di ciliegia sciroppata, dove finalmente si ha qualche evidenza concreta del contenuto alcolico dichiarato in etichetta. Una birra molto ben eseguita, che si beve senza nessuno sforzo ma che è capace anche di regalare grosse soddisfazioni (e complessità) a chi ha voglia e pazienza di lasciarla riscaldare per sorseggiarla lentamente. 
Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 26/12, scad. 31/12/2015, pagata 5.00 Euro (gastronomia, Italia).

lunedì 18 febbraio 2013

Montegioco Tibir 2011

Seconda "birra di confine" di Montegioco, dopo la Open Mind che abbiamo assaggiato in questa occasione, prodotta con il 20% di mosto di Barbera; questa volta dal "rosso" passiamo al "bianco", ed ecco la Tibir, prodotta con il 20% di mosto di Timorasso di Stefano Daffonchio (Azienda Terralba). L'incontro tra i due mondi si esplicita nel nome (TImorassoBIRra) e nell'etcihetta, dove un vegetale rampicante (luppolo) si attorciglia ad un ramo di vite formando di nuovo le lettere T e B; a destra, prendono forma alcuni coni di luppolo, a sinistra un grappolo d'uva. Nel bicchiere è di color arancio pallido, con piccole particelle di lievito in sospensione; la schiuma, un po' grossolana, si dissolve abbastanza in fretta. L'inizio è splendido, un naso molto pronunciato, fresco e molto elegante: dalla schiuma emerge una leggera speziatura un po' pepata, seguita da netti sentori di uva bianca, fiori, frutta (pesca bianca, pera) ed una discreta mineralità. Al palato è snella e leggera, con una carbonazione molto vivace: il gusto è dominato dalla frutta, con un imbocco dolce ben bilanciato da una marcata asprezza di uva bianca a seguire. Grande pulizia, ottima secchezza, ma soprattutto una facilità di bevuta (ABV 7.5%) mostruosa. La chiusura trova una lieve nota amaricante erbacea, prima di un finale aspro e vinoso, ricco di uva e frutta a pasta bianca con un lieve tepore etilico. Una splendida creazione di Riccardo Franzosi, birra che rinfresca e disseta per poi ri-assetare; profumata ed intensa, vivace, il birrificio la consiglia in abbinamento con formaggi stagionati (anche erborinati), lardo, salame cotto, fritto misto e costolette di agnello, ma a noi pare perfetto anche come aperitivo o bevuta in splendida solitudine. Formato: 75 cl., alc. 7.5%, lotto 23/11, scad. 31/12/2013, prezzo 9.90 Euro (gastronomia, Italia).

domenica 24 giugno 2012

Montegioco Quarta Runa

Da sempre attento ai prodotti del territorio circostante alla frazione Fabbrica (Montegioco) di Alessandria, dove ha sede il birrificio, Riccardo Franzosi elabora per la prima volta nel 2005 una ricetta che prevede una birra con l'utilizzo di polpa di pesca; l'occasione gli è data dalla pesca di Volpedo, un comune che si trova ad una decina di chilometri di distanza da Montegioco. Sotto il nome "pesca di Volpedo" sono comprese all'incirca una ventina di diverse varietà di pesche, principalmente a polpa gialla. Ma Volpedo è anche la città del pittore Giuseppe Pellizza, autore del famoso dipinto "Il Quarto Stato" del quale l'etichetta ne rappresenta una simpaticissima e ben riuscita parodia. La ricetta prevede il lavaggio e la denocciolatura delle pesche dalle quali poi Riccardo ricava una sorta di "marmellata" ad alta concentrazione di aromi e sapori. Dopo il raffreddamento questa "marmellata" viene aggiunta nel fermentatore nella percentuale del 20%; il lievito utilizzato è il Saccharomyces bajanus, il malto è esclusivamente pils e l'unico luppolo utilizzato è l'Hallertau Hersbrucker (fonte: "1001 beers you should try before you die"). La fermentazione dura circa otto giorni, successivamente la birra viene messa "a riposo" a bassa temperatura per circa due settimane. Dopo l'imbottigliamento è prevista un'ulteriore fase di fermentazione e maturazione di circa due mesi. Una birra molto caratterizzata dall'utilizzo della pesca che ha  raccolto consensi (quasi) unanimi, il che ci ha fatto pensare di aver incontrato un bottiglia poco fortunata o che ha subito eccessivi maltrattamenti. Nel bicchiere ci appare di un nebuloso color rame/arancio; la schiuma, leggermente "sporca", è fine e cremosa ed ha una buona persistenza.  L'aroma è praticamente assente; percepiamo una discreta mineralità, dei leggerissimi sentori di pesca ed esteri. Un po' meglio in bocca, dove la pesca è protagonista sin dall'imbocco, con una dolcezza che è quasi subito bilanciata da una leggera acidità; ci sono note di biscotto ed un'avvertibile presenza etilica che però non disturba mai la bevuta. Molto secca, ha un finale leggermente amaricante con una timida nota luppolata che ricorda la frutta secca (mandorla ?).  Birra che si beve molto facilmente, con un contenuto alcolico del 7% , un corpo leggero ed una carbonazione abbastanza bassa; bottiglia caratterizzata dalla (quasi) assenza di aroma e da un gusto poco pulito. Speriamo di riuscire a riassaggiarla presto in condizioni migliori. Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 19/8, scad. 31/12/2013, prezzo 12.20  Euro.

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english summary:
Birrificio Montegioco was founded by brewer Riccardo Franzosi in year 2006; it is located in the italian  region of Piedmont, in the village with the same name. In six years of history Montegioco has gained a fantastic reputation, with range including about twenty beers most of them brewed adding local grown products such as cherries, grapes, spices and often barrel aged. This beer called "Quarta Runa" is brewed adding in the wort 20% of a local variety of peach ("Volpedo Peach"). A fruit beer which pours a cloudy orange color with a small creamy off-white head. This bottle almost delivered no aroma but very light hints of peach, alcohol and minerals. The taste is mostly peachy, with a sweet fruity taste balanced by a refreshing light acidity. The finish is moderately bitter and hoppy, with a note of dried fruits (almond ?). This beer has an excellent reputation but it seems we got a disappointing bottle with almost no aroma and an unclean taste. We're looking forward trying another one as soon as possible.
In details:
Birrificio Montegioco, Frazione Fabbrica, Montegioco (Alessandria), Piedmont, Italy ( http://www.birrificiomontegioco.com )
Bottle: 75 cl., 7% ABV, batch 19/8, BBE 12/2013, price 12.20 Euro.

domenica 26 febbraio 2012

Bergquell Kirsch Porter

Ce la siamo un po’ cercata questa volta, ma una “porter alla ciliegia” tedesca non potevamo lasciarcela scappare e la curiosità ha preso il sopravvento sulla ragione. E’ prodotta dalla Bergquell Brauerei Löbau nell’omonima cittadina (Löbau, in Sassonia) che si trova ad est di Dresda, non molto lontana dal punto in cui s’intersecano i confini tra Germania, Polonia e Repubblica Ceca. All’aspetto ricorda molto un cola, di colore marrone con riflessi ambrati; la schiuma è molto persistente, ocra, fine e cremosa. L’etichetta recita che il 90% di questa “bevanda” è composta di birra, mentre il restante 10% è un sciroppo – non esattamente naturale - di ciliegia. Deve trattarsi di un “concentrato”, perché nonostante la piccola percentuale di presenza, è il dolce, stucchevole profumo di ciliegia a caratterizzare l’aroma. Le cose non cambiano in bocca, dove domina un gusto dolciastro, dal sapore artificiale, di ciliegia su una base di birra inesistente (porter ??) , acquosa e scarsamente carbonata. Forse c’è un po’ di caramello, e l’impressione è molto simile a quella di bere una cola (sgassata) alla ciliegia, prodotto effettivamente commercializzato in Germania. A fine bevuta emerge un po’ di amaro, molto poco gradevole, che ricorda la gomma bruciata. Birra (?) molto slegata, con la base acquosa che va in una direzione, scivolando via in un batter d’occhio, e la componente sciropposa che satura ben presto il palato. Il risultato è una sorta di “radler”, ma molto poco riuscito. Inspiegabile la dicitura “porter” dell’etichetta, se non per il colore della bevanda. Per i più masochisti, esiste anche una Erdbeer-Porter (alla fragola); per noi, questa basta ed avanza. Finisce in buona parte nel lavandino. Se la vedete, evitatela. Bottiglia: 50 cl., alc. 4.2%, scad. 28/03/2012, prezzo 0.97 Euro.
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english summary:
Brewery: Bergquell Brauerei Löbau, Löbau, Saxony, Germany.
Style: fruit beer
Appearance: brown cola-alike color with a thick lasting tanned head. Aroma: very sweer cherries, kind of artificial cherry syrup. Mouthfeel: light body, low carbonation, watery texture. Taste: very watery; hints of caramel, sweet cherry syrup. There's some bitterness in the finish, but it's not very pleasant; looks like burnt rubber. Overall: ok, we sort of asked for that by buying this bottle but we were curious. Supposedly this is a fruit beer brewed with 90% porter and 10% cherry syrup. Must be some kind of cherry concentrare because in spite of the low amount, the over sweet cherry taste is dominant. There're no hints of porter, by no means. Really awful, too sweet and undrinkable. We poured half of the bottle into the drain. Just avoid it, if you ever come across it. Bottle: 50 cl., 4.2% ABV,
best before 28/March/2012, price: 0,97 Euro.

venerdì 26 marzo 2010

Astra Alsterwasser

Poco da dire su questo “souvenir” da Amburgo, se non che “alsterwasser” è l’appellativo che nella Germania settentrionale viene dato al Radler (ossia una bevanda composta al 50% da birra ed al 50% da limonata). La foto del prodotto è abbastanza esemplificativa; estremamente dissetante in estate, dopo averla assaggiata ci sembra che svolga alla perfezione la sua funzione.