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giovedì 7 settembre 2017

Ichnusa Non Filtrata

Il 2017 celebra il cinquantesimo compleanno del birrificio di Assemini, Sardegna, inaugurato nel 1967: sino ad allora la birra Ichnusa era stata prodotta nello stabilimento di Cagliari costruito nel 1912 da Amsicora Capra. Ichnusa assunse una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri del 1981; cinque anni dopo fu acquistata da Heineken che qualche anno prima aveva messo le mani anche sulla Dreher di Trieste. La multinazionale si trovò proprietaria di due siti produttivi in Sardegna: ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi portò alla chiusura del secondo. 
Lo stabilimento di Assemini rimane oggi il più antico birrificio in Sardegna e si estende su un’area di circa 160.000 metri quadrati, nel quale lavorano un’ottantina di dipendenti. Seicentomila gli ettolitri prodotti ogni anno (al ritmo di 45.000 bottiglie ogni ora), il 10% dei quali viene esportato. 
Il cinquantesimo compleanno viene celebrato con l’arrivo di una nuova birra, la Ichnusa Non Filtrata, che viene presentata alla stampa lo scorso maggio; se non erro si tratta della prima birra “non filtrata” commercializzata in Italia nel portafoglio dei marchi Heineken, se si esclude la weiss Moretti La Bianca. Google mi informa che dal 2010 in Romania la multinazionale vende la Ciuc Premium Nefiltrat.  
Ichnusa Non Filtrata viene descritta come “a bassa fermentazione, 100% puro malto d’orzo.  La ricetta utilizza malto d’orzo chiaro e malto d’orzo caramello (...). A renderla unica l’assenza del trattamento di filtrazione: a fine processo, invece di essere filtrata, viene lasciata decantare naturalmente nei tini di fermentazione. È una birra che raccoglie la migliore tradizione birraria. Sono i piccoli e sapienti gesti del mastro birraio a scandirne il processo produttivo, che termina con la gettata finale di luppolo, fatta a mano come un tempo e che regala a Ichnusa Non Filtrata quel suo aroma inconfondibile. L’esclusività di Ichnusa Non Filtrata è sottolineata anche dalla sua bottiglia: una forma unica che esprime la storia del marchio, lo spirito selvaggio e puro della sua terra di origine. Diversa nel gusto e nella forma rispetto a tutte le birre presenti sul mercato”.
Per la cronaca, sul retro dell’etichetta c’è una foto di gruppo di tutti i dipendenti dello stabilimento.

La birra.
Un anno fa l’Ichnusa “normale” era risultata la peggiore nel corso di un confronto con altre birre industriali come Wührer, Dreher, Forst Premium, Poretti e Menabrea: a suo (parziale) discapito si trattava di una bottiglia purtroppo pesantemente condizionata dal cosiddetto “effetto luce”.  Ichnusa Non Filtrata è venduta ad un prezzo superiore rispetto alla versione normale: la differenza può ovviamente variare leggermente a seconda del luogo d’acquisto ma per quel che mi riguarda, nello stesso supermercato, la differenza al litro era del 27% (2,58 anziché 2,03 €). 
Il suo colore è dorato e inizialmente solo leggermente velato ma, se arrivate a vuotare tutta la bottiglia nel bicchiere, la birra risulta quasi opalescente: la schiuma è impeccabilmente bianca e cremosa, fine e compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso cereali e mollica di pane, qualche accenno di mela verde e di fiori, qualche lieve puzzetta da “colpo di luce” e anche un velo di diacetile, che ritornerà anche al palato, in quantità davvero minima. L’etichetta dichiara solamente l’utilizzo di malto d’orzo ma assaggiandola “senza saperl”, oltre al cereale e al dolce della mollica di pane e del miele, avrei scommesso anche sulla presenza di mais; l’intensità dei sapori è discreta e tutto sommato accettabile per un prodotto industriale, mentre nel finale c’è una breve nota amaricante abbastanza sgraziata che chiama in causa più la gomma bruciata che l’erbaceo. E' il luppolo gettato a mano? La bevuta non è particolarmente secca e lascia sempre una leggera patina dolciastra ad avvolgere il palato: si tratta di un prodotto pastorizzato, quindi “morto”, dal quale non è ovviamente lecito attendersi fragranza e freschezza. 
Devo tuttavia ammettere che in quanto industriale non l’ho trovata così sgradevole, soprattutto se affrontata quando ancora fredda di frigo: indubbiamente migliore della Ichnusa “normale” ma anche più intensa e meno terribile di altre lager industriali. Insomma, se non avete proprio voglia di bere acqua e neppure una spremuta di mais tipo Peroni, questa Ichnusa Non Filtrata potrebbe essere una opzione.  Ma il consiglio è ovviamente di aumentare di un po’ il budget a disposizione e cercare in qualche beershop una kellerbier tedesca, alternativa più economica alle artigianali italiane. 
Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 7146380V B, scad. 01/02/2018, pagata 1,29 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 31 agosto 2016

Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, Menabrea Original

Tempo fa avevo promesso di dedicare almeno un appuntamento al mese alle birre industriali che incontriamo ogni giorno sugli scaffali della grande distribuzione; mi accorgo di non aver tenuto fede al mio (nobile?) intento e cerco oggi di rimediare mettendo a confronto sei-dico-sei lager che potrete facilmente reperire in molti supermercati. Le temperature d’agosto e la ricerca di refrigerio mi hanno un po’ agevolato il poco piacevole compito di passarle tutte in rassegna contemporaneamente. 
Dopo le varie Heineken e Bavaria, Corona e Peroni, Poretti e Moretti ospitate in passato, oggi tocca alle "italiane" Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara e Menabrea. Per evitare qualsiasi forma di condizionamento dal nome riportato in etichetta le ho assaggiate alla cieca; riporterò le mie considerazioni in ordine crescente di "gradimento", se di gradimento si può parlare. 
Le sei birre si collocano nello stesso segmento di mercato e sono di fatto identiche all’aspetto, nel loro limpido color dorato e nella bianchissima schiuma cremosa; la gradazione alcolica per tutte oscilla tra 4.5 e 4.8%, eccezion fatta per la Poretti 4 Luppoli (5.5%) che all’aspetto appare anche dal colore leggermente più carico. Meglio avrei probabilmente fatto “a scalare una marcia” ed scegliere la 3 Luppoli (4.8%) ma l’avevo già utilizzata in questa occasione

Partiamo dalla Ichnusa, marchio di proprietà del gruppo Heineken. Il 1912 è l’anno in cui la produzione di birra inizia anche in Sardegna: non vi è accordo su chi abbia esattamente fondato la “Birraria Ichnusa”, nome che si riferisce all’antica denominazione greca dell’isola, ma l’imprenditore di riferimento è Amsicora Capra, produttore di vini che in seguito alla crisi della viticoltura sarda (filossera) si mette a produrre birra. Ichnusa assume una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri prodotti nel 1981; nel 1986 viene acquistata da Heineken che giusto qualche anno prima aveva messo nel carrello degli acquisti anche la Dreher di Trieste.  La multinazionale si trova così in mano due siti produttivi sull’Isola; ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi ha portato alla chiusura del secondo.
L’incontro con questa bottiglia di Ichnusa è stato traumatico: terribilmente “skunky” all’olfatto,  puzzolente o “effetto luce” che dir si voglia:  segno di una bottiglia che ha subito traumi da eccessiva esposizione alla luce. Il gusto è leggermente più tollerabile dell’aroma, anche perché l’intensità è davvero ai livelli minimi; oltre allo skunky si percepisce il mais e un leggero amaro erbaceo finale che riesce però a sconfinare nella plastica e nella gomma. Non è neppure particolarmente secca e lascia il palato sempre un po’ appiccicoso, riducendo di molto quell’effetto rinfrescante e dissetante che una lager dovrebbe avere; la carbonazione è piuttosto blanda, dandole il colpo di grazia. Esperienza poco raccomandabile, anche se pesantemente influenzata “dall’effetto luce”, che non auguro a nessuno: la peggiore delle sei. Con 2,03 Euro al litro non si posiziona neppure tra le più economiche.

Passiamo a Wührer, ovvero il primo birrificio italiano (o forse no) che nacque nel 1829 a Brescia nella zona periferica de La Bornata; Franz Xaver Wührer ed i suoi successori ne mantennero la proprietà sino al 1981, quando la Gervais Danone acquistò il 30% delle quote societarie per poi assumerne il controllo totale;  nella sua lunga storia Wührer era divenuta proprietaria anche della Società Toscana Paszkowski (1935), di Birra Ronzani e di Birra Bologna (1959).  
Nel 1983 la Peroni subentra alla Danone nella proprietà di Wührer, mantenendo in vita il marchio ma chiudendo nel 1988 lo storico stabilimento di Brescia; dopo un ventennio d’abbandono, l’ex sito produttivo è stato riconvertito nel “Borgo Wührer” che oggi ospita spazi commerciali e residenziali. 
Anche la Wührer è prodotta utilizzando mais: non siamo tuttavia al di sotto della soglia percettiva della bottiglia di Peroni assaggiata tempo fa. L’aroma è praticamente assente, con qualche ricordo di mela verde in lontananza; il gusto non è da meno, rasentando il nulla. C’è una vaga apparenza di cereali, mais, un tocco di miele; è abbastanza secca e le bollicine appaiono in quantità superiore rispetto alle altre cinque lager. Una filo di amaro, avvertibile quando la birra si scalda, fa capolino a fine corsa. Nella sua assenza di gusto riesce a non provocare danni, ma è una consolazione davvero magra per una birra che s'avvicina all'acqua. 1,14 Euro al litro.

Dreher. Il marchio Heineken che oggi trovate sugli scaffali dei supermercati vanta una storia di tutto rispetto che conduce all’omonima famiglia di mastri birrai, nota in Boemia sin dal XVII secolo. Franz Anton Dreher nel diciottesimo secolo inaugurò la sua fabbrica di birra a Vienna che nel 1841 iniziò a produrre l’omonima birra (Vienna Lager) ambrata a  bassa fermentazione, uno stile che divenne molto popolare alla fine del diciannovesimo secolo. Nel 1870 nacque la fabbrica Dreher di Trieste, poi rilevata nel 1928 dai fratelli Luciani (Birra Pedavena) che, nel 1969, decidono di puntare su di un unico marchio a livello nazionale rinominando “Birra Pedavena” in “Dreher Spa”; nel 1974 Heineken e Whitbread acquistarono in joint venture il gruppo Dreher, e quattro anni dopo Heineken rilevò anche le azioni del partner anglosassone.  
Nello stesso periodo (1976-1980) si concluse una lunga vertenza che portò alla definitiva chiusura dello stabilimento Dreher di Trieste, mantenendo invece operativo quello di Massafra (Taranto) avviato negli anni ’60 dai fratelli Luciani. 
Anche la Dreher nazionale non si fa mancare il mais ed un po’ di “skunk”: tra accenni di cereali e mela verde io ci sento anche una punta di diacetile; l’intensità del gusto, pressoché nulla, ospita tracce dolciastre (mais, miele) e soprattutto quella mela verde che avevo incontrato nella sorella di famiglia Heineken. Non c’è sostanzialmente amaro, la birra termina di fatto spegnendosi nell’acquoso risultando alla fine la più “sfuggente” tra queste anonime lager acquose; riesce tuttavia a lasciare una patina dolciastra sul palato che ne riduce l’effetto rinfrescante. Fondamentale quindi “berla ghiacciata” per eliminare il problema alla base. 1,44 Euro al litro.

Ammetto di essere rimasto sorpreso nello scoprire solo al “terzo” posto dell’indice di gradimento la Forst Premium, sulla quale avrei invece scommesso senza esitare; non solo perché il birrificio altoatesino è l’unico italiano ed il “meno industriale” tra gli altri, ma perché le Forst bevute in fusto nei dintorni del birrificio non sono affatto male. Come non lo è la Sixtus in bottiglia, occasione in cui vi avevo raccontato di Forst; il birrificio nasce nel 1857 nella omonima località poco fuori Merano, fondata da Johann Wallnöfer e Franz Tappeiner, nello stesso sito produttivo che ancora oggi ospita gli impianti. 
Nel 1863 viene acquistata da Josef Fuchs, la cui famiglia e discendenti ne detengono ancora oggi la proprietà; nel 1892, sotto la guida di Hans Fuchs, la produzione era già passata dai 230 ettolitri degli inizi a 22.500 ettolitri. Ad Hans succede nel 1917 la moglie Fanny, che guida l'azienda sino al 1933, quando il testimone passa al figlio Luis. Alla sua scomparsa, nel 1989, la moglie Margarethe Fuchs von Mannstein assume la presidenza: gli ettolitri prodotti ogni anno sono circa 700.000.  Nel 1991 Forst acquista Menabrea. 
Perfettamente limpida e dorata, la Forst Premium (mais anche qui) s’accoda alle altre nel presentare qualche lieve puzzetta dovuta “all’effetto luce”;  al naso non c’è fragranza ma per lo meno s’avvertono pane e miele. L’intensità del gusto è forse appena un po’ superiore alle birre che l’hanno preceduta ma non c’è da rallegrarsi; lieve diacetile, dolcino di mais e miele, poca secchezza, palato che rimane appiccicoso e che non viene ripulito a dovere dalla chiusura amara, poco gradevole e reminiscente di gomma/plastica. Si beve ma onestamente m’aspettavo qualcosa di meglio. 1,59 Euro al litro.

Al secondo posto si piazza Angelo Poretti con la sua 4 Luppoli Originale Chiara; fondato nel 1877 da Angelo Poretti  a Induno Olona, il birrificio fu rilevato nel 1939 dalla famiglia Bassetti, già proprietaria del birrificio Spluga (Splügen) di Chiavenna; nel 1975 un primo accordo con i danesi della United Breweries (ovvero la Carlsberg odierna) per la commercializzazione sul nostro territorio dei marchi Tuborg e Carlsberg. Nel 1982 i danesi acquistano il primo 50% della società, arrivando progressivamente al 100% nel 2002. 
L’aroma è quasi nullo, eppur nel suo dolce leggermente mieloso scorgo una punta di diacetile; la gradazione alcolica (5.5%) più sostenuta rispetto alle altre le dona una maggior “presenza” al palato, dove troviamo miele e un vago accenno biscottato. Non c’è fragranza ed anche lei riduce il suo potere rinfrescante lasciando al palato una patina dolciastra; neppure lei si fa mancare quel lieve amaro erbaceo/gommoso che chiude la bevuta. Sostanzialmente simile alle altre concorrenti, guadagna qualche punto in più grazie alla sua “maggiore” ( virgolettato d’obbligo) intensità. La Poretti è anche la più cara tra le sei, con un costo di 2.61 Euro al litro.

La mia “preferenza” (altro obbligo di virgolette) tra queste sei birre industriali è andata alla Menabrea Original; l’azienda venne fondata nel 1846 dalla famiglia Welf  (Valle d'Aosta) e dei fratelli Caraccio, titolari di una caffetteria a Biella; nel 1864 il passaggio nelle mani di  Antonio Zimmermann e Giuseppe Menabrea, che nel 1872 rimase proprietario assieme ai figli Carlo e Alberto rinominandola  G. Menabrea & Figli. Alla fine del diciannovesimo secolo la gestione passò nelle mani dei cognati Emilio Thedy e Agostino Antoniotti, coniugi delle eredi Menabrea; la famiglia mantiene ancora oggi un importante ruolo aziendale con  Franco Thedy che ricopre la carica di amministratore delegato nonostante la maggioranza societaria sia dal 1991 nella mani della Forst, dove parte della produzione Menabrea è delocalizzata. 
Come Andrea Turco fa notare, Menabrea è il marchio industriale che riesce “a confondere” meglio i bevitori occasionali, che credono di bere birre artigianali o “crafty” che dir si voglia. 
Per far uscire un po' d'aroma bisogna attendere che la birra si scaldi parecchio: nella sua delicatezza le note di pane, cereali, mais e miele sono tutto sommato accettabili, benché prive di fragranza. Non c'è fortunatamente traccia di "skunk".  L'intensità del gusto non è molto differente (ovvero molto bassa) da quella delle sue concorrenti; la sensazione di bere un bicchiere d'acqua è sempre presente, accompagnata da una timida presenza di pane e cereali. La chiusura appena amara (erbacea) non fa fortunatamente danni, e il palato viene risparmiato da dolci patine appiccicose; ne risulta una birra che, benché quasi priva di gusto, fa il suo dovere, rinfrescando e dissetando chi decide di berla. E' sostanzialmente questo il motivo che le fa guadagnare qualche punto in più delle altri risultando la "meno peggio" tra quelle assaggiate. 1,97 Euro al litro.

Nel dettaglio:
Ichnusa, 66 cl., alc. 4.7%, lotto 601138OVY, scad. 01/04/2017, 1.34 Euro
Wührer, 66 cl., alc. 4,7%, lotto L6 036 2 22, scad. 01/02/2017, 0.75 Euro
Dreher, 66 cl., alc. 4,7%, lotto 5334 43890SN, scad. 01/02/2017, 0.95 Euro
Forst Premium, 66 cl., alc. 4.8%, lotto 08:22, scad. 15/02/2017, 1.05 Euro
Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, 33 cl., alc. 5.5%, lotto J15099J, scad, 31/09/2016, 0.86 Euro
Menabrea Original, 66 cl., alc. 4.5%, lotto 17:55, scad. 07/12/2016, 1.30 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 15 aprile 2016

Heineken, Bavaria Holland Premium Beer, Best Bräu Lager Beer, Poretti Tre Luppoli


Le cosiddette birre artigianali o “di qualità” si stanno diffondendo anche nella grande distribuzione, ma gli scaffali dei supermercati sono ancora dominati dalle lager industriali. La principale lamentela sulla “birra artigianale”  è relativa al costo: rispetto ad una industriale il prezzo al litro viene spesso moltiplicato da quattro a sei volte anche nei supermercati. Non intendo mettermi a discutere se valga la pena o no spendere così tanto per mettere nel carrello della spesa una birra buona:  una volta che si è saltata la staccionata che separa industriale da “artigianale” risulta difficile tornare a bere regolarmente birre che hanno tutte più o meno lo stesso scarso sapore.  
Eppure anche i prezzi delle “lager-industriali-tutte-uguali” non sono poi esattamente uguali tra di loro, anche se con frequente rotazione molte di esse si trovano in offerta speciale.  Prendiamo in esame alcune tra le birre più facilmente reperibili sugli scaffali: Heineken, Bavaria Premium Lager, Poretti 3 Luppoli e la Best Bräu del discount. E’ proprio questa la lager più economica, con un prezzo di 0,55 Euro per la lattina da 50 cl. che equivale a 1,10 Euro al litro; per la Bavaria bisogna spendere 1,74 Euro/litro (+58%), per la Poretti 3 Luppoli 2,39 € (+117%) e per la Heineken nella bella lattina cromata 2,78 Euro/litro (+153%). Questa differenza di prezzo è giustificata anche da una maggiore “qualità” (il virgolettato è d’obbligo) o quello che paghiamo in più è solamente il marchio? 
Per scoprirlo ho volutamente assaggiato queste quattro birre “alla cieca” per non farmi influenzare dal loro nome. Per quel che riguarda l’aspetto tutte e quattro sono assolutamente identiche nella loro dorata limpidezza; le uniche lievi differenze riguardano le dimensioni e la persistenza della schiuma, sempre perfettamente bianca e cremosa.  Quella meno generosa è della Poretti, all’estremo opposto si trova la Bavaria che, probabilmente grazie ad una percentuale di frumento dichiarata in etichetta, forma più schiuma che impiega più tempo a dissolversi. Ecco la descrizione delle birre nell’ordine in cui sono capitate negli anonimi bicchieri:

Numero 1:  Heineken.
L’aroma è di bassa intensità ma comunque percepibile: cereali, un accenno di mela verde e un tocco dolce che richiama il miele, o forse il mais. Non c’è molto ma per lo meno quel poco che c’è non presenta profumi sgradevoli. Al palato è ovviamente leggera, con una carbonazione media e la ovvia consistenza palatale acquosa.  Perfetta la corrispondenza tra gusto e aroma con l'identica bassa intensità: cereali e mela verde, mi sembra di sentire anche il dolce del mais anche se la lattina non ne specifica l’utilizzo. L’amaro del finale è appena percepibile solo quando la birra si scalda, mentre a temperatura fredda (ovviamente quella consigliata)  la chiusura è comunque abbastanza secca con il palato che rimane abbastanza rinfrescato e pulito.  Il gusto di questa lager è davvero ridotto ai minimi termini e rasenta il confine con l’acqua, ma personalmente lo vedo come un pregio, anziché un difetto. Svolge la sua funzione dissetante e rinfrescante con dignità, scorrendo senza nessun intralcio; anche l’amaro, che potrebbe risultare poco gradevole a qualche bevitore, viene praticamente azzerato.

Numero 2:  Best Bräu Lager Beer. 
L’intensità dell’aroma è ancora inferiore a quello della birra che l’ha preceduta, rasentando lo zero. Anche quel poco che c’è non è particolarmente gradevole: un ricordi di fiori secchi, un dolcino che richiama il granoturco. Meno bene anche al palato: leggerezza ed acquosità sono ok, mentre mancano un po’ di bollicine a rendere un po’ più vivace lo scorrimento. Molto scarsa anche l’intensità del gusto, ma leggermente superiore alla Heineken: dolcino di mais (o miele?), cereale. La chiusura amaricante, benchè cortissima, è qui maggiormente avvertibile e si porta dietro qualche breve istante poco gradevole e reminescente di plastica/gomma; il gusto è  nel complesso più dolce, la chiusura è meno secca e il palato rimane in compagnia di una lieve patina dolciastra. Ne risulta una birra molto meno dissetante (o più “pesante”,  se preferite) dell’Heineken: in questo la caso la sua intensità più elevata si rivela un boomerang negativo, visto che la gradevolezza non è certo di casa. Non è più prodotta dalla birrificio Castello di Udine ma dalla Hofbräuhaus Vertriebs in Germania.

Numero 3:  Poretti Tre Luppoli
La saga dei numeri Poretti, che ricordo essere è solo il nome della birra e non indica le tipologie di luppolo utilizzate,  è qui ai minimi termini: solo 3. L’aroma è di discreta intensità, se rapportato alle altre: pane e miele, ma il dolce si porta anche dietro un pochino di diacetile che mette fuori la testa quando la birra si scalda. Anche lei è penalizzata da una carbonazione un po’ sottotono che le toglie  vitalità. L’intensità del gusto è sicuramente inferiore a quella dell’aroma ed è paragonabile al livello Heineken; non c’è ovviamente fragranza ma solo una generica sensazione dolce di pane/miele, con un lieve tocco amaricante erbaceo. Il lieve diacetile ne pregiudica tuttavia la secchezza e quindi il potere dissetante: mi sembra "meglio" della Best Brau ma non riesce a rinfrescarmi come la Heineken.

Numero 4: Bavaria Holland Premium Beer
Il naso oltre alla canonica scarsa intensità non è neppure particolarmente gradevole: passabile il cereale, male quella nota di fiori secchi che non trasmette certo freschezza. Il gusto è invece il più intenso tra le quattro lager: fosse buona sarebbe una caratteristica senz'altro apprezzabile, ma in questo caso il risultato non è altro che quello di mettere in risalto gli aspetti negativi di questa birra. Sopportabile la parte dolce (miele, pane, cereali) ma l'amaro finale è un piccolo trionfo di gomma/plastica che, sfortunatamente, appesantisce la bevuta e ne pregiudica la vocazione rinfrescante. E' la più amara delle quattro ma anche la meno dissetante, con il palato che rimane sempre un po' appiccicoso di dolce: ci è voluto un sorso di acqua Heineken per ripulirlo. La sensazione palatale è invece nella norma, con la giusta quantità di bollicine.

Le conclusioni.
Non sono birre di qualità o artigianali, quindi le mie considerazioni si adattano al contesto cercando di analizzarle con obiettività; sarebbe troppo facile liquidarle tutte con un "fanno schifo", ma nessuno è nato bevendo "birra artigianale", tutti siamo partiti bevendo birre industriali e abbiamo continuato a farlo per diversi anni con piacere. Inutile quindi scandalizzarsi se c'è chi continua a berle o se c'è chi trova invece disgustoso una birra "artigianale" che sa di pompelmo o di aghi di pino o di yogurt andato a male. 
Parto dal presupposto che una lager debba sopratutto rinfrescare e dissetare chi la beve: un risultato che si può ottenere anche con l'acqua, certo, ma la birra offre quella leggera ebbrezza ed euforia che l'acqua non può dare. Il primissimo sorso di birra fresca, in una calda giornata estiva,  ha sempre quell'effetto "magico" sul palato, anche se la birra è industriale e dopo alcuni sorsi risulta praticamente insapore.  Con questi presupposti, darei la mia "preferenza" alla Heineken; delle quattro birre è quella più "pulita" e priva di difetti o sgradevolezze. Il merito va sicuramente alla bassissima intensità del gusto, elemento strategico per evitare le brutte sorprese derivanti dalla necessità di produrre a basso costo: ma è anche quella più secca e quindi quella che offre maggior refrigerio. All'estremo opposto metterei la Bavaria, la cui "intensità" (il virgolettato è sempre obbligatorio) è inversamente proporzionale alla sua piacevolezza: meglio la Best Bräu, che ha oltretutto un costo anche minore. Al di là del nome, di luppolo non c'è ovviamente traccia nella Poretti, che come gradevolezza ho trovato leggermente migliore della Best Bräu, ma costa al litro il 117% in più. L'Heineken è anche la più cara tra le quattro lager, arrivando a costare il 153% in più della Best Bräu del discount: stiamo parlando di poco più un Euro per una lattina da 50 cl., cifre ormai sconosciute a chi in Italia è ormai stato contagiato dalla passione per la birra di qualità o artigianale.  

Nel dettaglio:
Heineken, formato 50 cl., alc.  5,0%, lotto 5218380BG, scad. 01/08/2016, 1.39 Euro
Bavaria Holland Premium, 50 cl., alc. 5,0%, lotto BZN940805L, scad. 01/05/2017, 0.87 Euro
Best Bräu Lager Beer, 50 cl., alc. 4,8%, lotto 21K4 22:19, scad. 01/12/2016, 0.55 Euro
Poretti Tre Luppoli, 33 cl., alc. 4,8%, lotto J151619D, scad. 01/09/2016,  0.80 Euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 maggio 2015

Birra Moretti alla Piemontese, alla Siciliana, alla Friulana

2015 anno ricco di novità per Birra Moretti, il marchio italiano di proprietà della multinazionale Heineken e nominata Official Beer Partner di Expo 2015.  Fin qua nulla di strano, o vi aspettavate che qualche microbirrificio italiano mettesse a disposizioni i fondi necessari per la sponsorizzazione dell'evento?  Il binomio Moretti-Expo non è tuttavia iniziato nel migliore dei modi, con la lettera di “protesta” inviata da Unionbirrai nei confronti di un servizio di Studio Aperto nel quale un servizio sulla birra artigianale veniva mandato in onda proprio dall’interno del padigione Expo di Moretti, che artigianale (qualsiasi cosa si voglia intendere con questa parola) sicuramente non è. 
Da qualche mese Birra Moretti ha inoltre rifatto un po’ il look delle proprie etichette ed ha lanciato quattro nuove specialità chiamate “Le Regionali”: queste birre, caratterizzate dall’utilizzo fra gli ingredienti di un prodotto tipico dell’area geografica di riferimento, ricalcano un po’  il percorso fatto dalla cosiddetta “birra artigianale” sino a qualche anno fa, appellandosi al tanto abusato concetto di “territorialità”. Mi sembra che ultimamente si sia un po’ placata la tendenza dei microbirrifici di utilizzare l’elemento “strano”  o  “locale” per dare visibilità alle proprie birre, puntando piuttosto sugli stili classici: ma fino a pochi anni fa vi erano birrifici (alcuni di loro non più attivi) che annoveravano tra le proprie produzioni una birra al tartufo, una al basilico, alla liquirizia e allo zafferano, giusto per citare i primi che ricordo, o addirittura con ingredienti afrodisiaci
L’eco delle nuove specialità regionali di Moretti si è ben presto diffuso in rete grazie al comunicato stampa ufficiale prontamente ribatutto da blog, compiacenti e/o prezzemolati siti gastronomici, foodies e food consultants. La presentazione è avvenuta nell’ultima edizione di Identità Golose, che ovviamente annovera Birra Moretti tra i suoi sponsor. Finche c’è trasparenza, nulla di male.  
Ovviamente la loro presenza è assicurata tra gli “alti cibi” (sic) che si trovano sugli scaffali di Eataly e nei suoi ristorantini tematici, per proseguire il “percorso di diffusione della cultura birraria che Birra Moretti promuove fin dal 2007 e di cui, la partnership con Eataly, è il naturale proseguimento”, visto che “sposa i suoi stessi valori fondanti: qualità, italianità, convivialità”. Sappiate inoltre che le quattro birre “Regionali” sono state  “studiate all`origine dai mastri birrai di Birra Moretti in collaborazione con due `mostri sacri` dell`alta ristorazione: lo chef stellato Claudio Sadler e il sommelier Presidente ASPI Professor Giuseppe Vaccarini”. I miei complimenti, perbacco. 
Passiamo all’assaggio: ho volutamente tralasciato la Moretti alla Toscana, prodotta con l’orzo della Maremma, per concentrarmi sulle altre tre che vedono l’utilizzo di ingredienti meno tradizionali. 
Iniziamo dalla Birra Moretti alla Piemontese: gli ingredienti scelti sono (l’estratto di) mirtillo rosso della Val Sangone assieme al riso DOP Sant’Andrea (25%); l’etichetta elenca anche aromi naturali e la descrive dal “gusto insolito, intrigante e piacevolmente acidulo con sentori di erbe aromatiche, caramello di mirtillo e note di cereali”. Nel bicchiere è di un limpidissimo color oro antico carico, con qualche riflesso ambrato; perfetta la schiuma, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Il naso è poco intenso: sentori di amido di riso e cereali, il dolce dello sciroppo di mirtillo che “lega” abbastanza bene con le note del miele, anche se il risultato non è assolutamente elegante. DNA “industriale” rispettato in bocca: prima di tutto la facilità di bevuta e la scorrevolezza, quindi corpo leggero, poche bollicine, acquosità. Il gusto è d’intensità piuttosto modesta, del tutto paragonabile ad una Moretti “standard”:  una vaga idea di biscotto e di miele, chiusura amaricante erbacea sgraziata che ricorda un po’ la gomma bruciata, e quella nota artificiosa di sciroppo di mirtillo che ogni tanto fa capolino. C’è un po’ di diacetile e il palato a fine corsa rimane sempre un po’ appiccicoso ed impastato: ne risulta una birra poco dissetante, che tuttavia invoglia ad un altro sorso proprio per pulire la bocca impastata. Strategia azzeccata, insomma.  La temperatura di servizio consigliata da Moretti ( 3-6 °C) è quasi corretta:  lasciatela riscaldare ed il mirtillo scomparirà evidenziando ancora di più i difetti (diacetile e gomma bruciata). 
Spostiamoci al sud per Birra Moretti alla Siciliana la cui ricetta, oltre a malto d’orzo e luppolo, prevede (estratto di) fiori di zagara siciliana, (estratto di) arancia e granoturco. Più chiara della Piemontese, si presenta limpida e dorata con un’impeccabile e cremosa testa di schiuma bianca, molto persistente. L’aroma evidenzia la zagara e l’arancia, ma il risultato è piuttosto artificiale  (personalmente mi ha ricordato purtroppo quello di alcune saponette o bagnoschiumi) e c’è anche un po’ di mais. In bocca replica perfettamente la Piemontese, con una facilità di bevuta inversamente proporzionale all’intensità del gusto che propone mais e cereali, arancia artificiale ed un finale amaricante erbaceo davvero sgraziato con parecchia gomma bruciata ed un po’ di plastica.  Di nuovo viene voglia di bere subito un altro sorso per allontanarne la sensazione poco gradevole e trovare un po’ di sollievo nel dolce dell’arancia che ricorda un po’ quelle spremute realizzate con il concentrato. Anche qui – pignoleria – lieve diacetile.  La “Regionale” in teoria più semplice da realizzare (una lager dal gusto agrumato!) è risultata alla fine la peggiore delle tre da me bevute. 
Il viaggio termina con la Birra Moretti alla Friulana che viene realizzata con (estratto di) mela renetta friulana, granoturco ed imprecisati aromi naturali. L’aspetto è quasi identico alla Siciliana, con il dorato che risulta appena più carico. L’aroma è completamente monopolizzato dalla mela verde: quello che nuovamente manca è la finezza, e i profumi di mela risultano piuttosto artificiali. Mouthfeel da capitolato Moretti: scorrevole, acquosa e leggera.  Alla fine è lei a risultare “la meno peggio” delle tre, rivelandosi perlomeno rinfrescante e dissetante, senza “impastare” il palato. Il gusto è piuttosto insapore, con una generale sensazione di granoturco dalla quale emerge ogni tanto la mela verde; il retrogusto amaro è più aggraziato, senza quella sensazione di  gomma bruciata che affligge le due sorelle. Bevuta fredda risulterebbe alla fine una “decente” lager industriale, non fosse per quell’insopportabile aroma artificiale di mela verde che personalmente ho trovato davvero fastidioso. 
Conclusioni? Non avevo nessun’aspettativa a riguardo e quindi non posso parlare di delusione o di sorpresa: sono tre prodotti industriali che devono necessariamente avere dei bassi costi di produzione, con tutto ciò che ne deriva. Più che nella produzione, si preferisce ovviamente spendere soldi in marketing.   Il livello mi sembra tuttavia inferiore ad altri prodotti industriali come ad esempio le ultime Poretti assaggiate, sebbene queste abbiano un costo superiore. Se volete bere bene, dovete guardare altrove e spendere di più.  Per la mela ci sono ottimi sidri “artigianali”, per il mirtillo vi indirizzo sulla Draco del Birrificio Montegioco e per la zagara perché non provare la  Nanai di Birra Malarazza? 
Per quel che resta, preferisco poi non entrare nel merito degli abbinamenti gastronomici che sicuramente saranno proposti in un svariato numero di eventi organizzati “ad hoc” e non commentare la consulenza di guru (stellati e non) che avrebbero presumibilmente collaborato alla realizzazione di queste regionali.
Dettagli:
Birra Moretti alla Friulana, alc. 5.9%, lotto 506438011, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Piemontese, alc. 5.5%, lotto 506413808, scad. 01/06/2016, 1.69 Euro al supermercato.
Birra Moretti alla Siciliana, alc. 5.8%, lotto 5047380SE, scad. 01/05/2016, 1.69 Euro al supermercato.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.