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venerdì 22 marzo 2019

Alefarm Kaleidoscopic Octopus

Del birrificio Alefarm, uno degli astri nascenti della scena danese, vi avevo già parlato nel 2017: da allora sono già avvenuti grossi cambiamenti, a partire dall’addio del co-fondatore (e birraio) Andreas Skytt Larsen che qualche mese fa ha lasciato il comando all’amico e co-fondatore Kasper Tidemann, ora aiutato dalla moglie Britt van Slyck. E nel 2018 è avvenuto anche il trasferimento da  Køge a Greve, trenta chilometri a sud di Copenhagen, dove a maggio è entrato in funzione il nuovo impianto da 20 ettolitri che ha permesso di produrre circa 1400 ettolitri all’anno, buona parte dei quali destinati all’export. Un bel salto in avanti per un birrificio che aveva chiuso il 2017 a quota 120 distribuendo le proprie birre quasi solo in Danimarca. 
Andreas Skytt Larsen aveva aperto Alefarm per produrre quasi esclusivamente piccoli lotti di saison/farmhouse ale con lieviti selvaggi e batteri; la nuova gestione Tidemann ha invece dato priorità alle lattine e ha spostato momentaneamente il focus su IPA e DIPA che evidentemente consentono di far quadrare meglio i conti. La strategia commerciale è quella ben nota: sfornare una novità dietro l’altra per assecondare quello che chiede la gente. Poco importa se novità significhi solo cambiare il mix di luppoli in una IPA; l’importante è che sulla lattina ci sia un’etichetta diversa. In sei mesi ne sono già arrivate oltre cinquanta,  tutte ideate da Dan Johnstone, Brand Manager. Ogni settimana potete anche acquistare le novità direttamente dal negozio on-line del birrificio. Tidemann promette comunque che a breve Alefarm tornerà ad essere operativa anche nella produzione di birre acide. A questo scopo è arrivato il birraio Joseph Freund che vanta esperienze presso Jolly Pumpkin e Monkish Brewing negli USA e  Beavertown in Inghilterra. Sempre da Beavertown è arrivato in agosto Mark Walewski: a lui il compito di elaborare continue variazioni sul tema APA, IPA, DIPA e dintorni, ovviamente torbide come vuole la moda. Nei progetti futuri di  Tidemann c’è l’apertura di una vera e propria taproom nel birrificio e il sogno di un Alefarm Bar in centro a Copenhagen.

La birra.
“Uno dei nostri obiettivi del 2019 è di esplorare, sperimentare e migliorare le ricette di alcune delle nostre birre più popolari, come ad esempio la Kaleidoscopic Octopus.  E’ una Double IPA per la quale abbiamo utilizzato la più grande quantità di luppoli in doppio dry-hopping: cinque chili di Cascade nel whirpool e cinquanta chili di Mosaic, Simcoe e Citra nel fermentatore”. 
Protocollo NEIPA rispettato: nel bicchiere assomiglia ad un torbido succo di frutta e la schiuma , benché un po’ scomposta, mostra una buona persistenza. Intensità ed irriverenza non le mancano: l’aroma è un esplosivo cocktail di frutta tropicale nel quale individuo ananas, mango, pompelmo, arancia. Come spesso accade in queste birre finezza ed eleganza non sono le caratteristiche principali. La scarsa definizione non impedisce tuttavia di godere di un piacevolissimo aroma tropicaleggiante, anche se un po’ cafone. Al palato è piuttosto ingombrante, chewy o masticabile che dir si voglia: non è una Double IPA da corsa, insomma. Si sorseggia comunque con piacere anche se le manca un po’ di morbidezza: le sottili ma generose (per lo stile) bollicine remano un po’ contro. Per quel che riguarda il gusto valgono le stesse considerazioni dell’aroma: è un gradevole succo di frutta tropicale, anche se meno intenso rispetto all’aroma. La messa in lattina dovrebbe risalire alla prima settimana di febbraio e il tempo l’ha probabilmente ammorbidita smussandone le asperità: non c’è quel tanto temuto “bruciore/grattino” e il breve passaggio amaro finale non fa danni pur lasciando una curiosa sensazione vegetale, “verde”. Se cercate pulizia, finezza e precisione dovete rivolgervi altrove; lo stile non aiuta ma onestamente ho bevuto NEIPA che gestivano questo aspetto in maniera assai migliore. Detto questo il risultato soddisfa pienamente la voglia di succo di frutta e di stare alla moda. Non ci trovo particolari spunti emotivi o tecnici: è una buona birra che probabilmente domani avrò già dimenticato. Ma questo non è importante visto che la prossima settimana Alefarm ne avrà già messa in vendita una nuova, diversa ma al tempo stesso uguale.
Formato 50 cl., alc. 8%, scad. 31/07/2019, prezzo indicativo 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 8 gennaio 2019

Alefarm Solemn Cycle

Del birrificio Alefarm, uno degli astri nascenti della scena danese, vi avevo già parlato nel 2017: da allora sono già avvenuti grossi cambiamenti, a partire dall’addio del co-fondatore (e birraio) Andreas Skytt Larsen che qualche mese fa ha lasciato il comando all’amico e co-fondatore Kasper Tidemann, ora aiutato dalla moglie Britt van Slyck. E nel 2018 è avvenuto anche il trasferimento da  Køge a Greve, trenta chilometri a sud di Copenhagen, dove a maggio è entrato in funzione il nuovo impianto da 20 ettolitri che ha permesso di produrre circa 1400 ettolitri all’anno, buona parte dei quali destinati all’export. Un bel salto in avanti per un birrificio che aveva chiuso il 2017 a quota 120 distribuendo le proprie birre quasi solo in Danimarca. Il nuovo corso inaugurato da Tidemann ha dato priorità alle lattine e ha spostato momentaneamente il focus su IPA e DIPA, realizzate quasi ogni volta con un diverso mix di luppoli: in sei mesi sono già arrivate una cinquantina di diverse etichette (tutte ideate da Dan Johnstone, Brand Manager)  per soddisfare la voglia di novità di beergeeks ed appassionati.  Andreas Skytt Larsen aveva aperto Alefarm per produrre quasi esclusivamente piccoli lotti di saison/farmhouse ale con lieviti selvaggi e batteri: Tidemann promette che a breve il nuovo birrificio sarà operativo anche in questo ambito. A questo scopo è arrivato il birraio Joseph Freund che vanta esperienze presso Jolly Pumpkin e Monkish Brewing negli USA e  Beavertown in Inghilterra. Sempre da Beavertown è arrivato in agosto Mark Walewski: a lui il compito di sfornare continuamente variazioni sul tema APA, IPA, DIPA e dintorni, ovviamente torbide come vuole la moda. Nei progetti futuri di  Tidemann c’è l’apertura di una vera e propria taproom nel birrificio e il sogno di un Alefarm Bar in centro a Copenhagen.

La birra.
Alefarm non è molto prolifico per quel che riguarda le birre scure. In tre anni ne sono state prodotte solamente una manciata ma, assicura Tidemann, le cose stanno per cambiare; alla fine di ottobre 2018 è arrivata la prima stout dai nuovi impianti di Greve, chiamata Solemn Cycle (7.8%). La ricetta prevede aggiunta di lattosio, fiocchi d’avena e caffè brasiliano; nelle intenzioni questa sarà la prima di una serie di varianti con differenti ingredienti e futuri invecchiamenti in botte. 
Si presenta vestita di nero, la schiuma è cremosa e piuttosto persistente ma un po’ scomposta. Il caffè macinato, elegante e pulito, è indiscusso protagonista dell’aroma: in sottofondo c’è qualche nota di tabacco, orzo tostato, accenni di frutta sotto spirito.  Ottime promesse che non vengono tuttavia mantenute al palato, a partire da un mouthfeel un po’ insoddisfacente, addirittura sfuggente in alcuni passaggi nonostante l’utilizzo di avena e lattosio. Il gusto è meno pulito e preciso: il dolce di caramello e lattosio/cioccolatte preparano il terreno per l’arrivo delle tostature e del caffè, quest’ultimo meno evidente e definito rispetto all’aroma. I sapori sono un po’ slegati tra di loro e il finale, nel quale t’aspetteresti un bel carico di caffelatte, è addirittura calante. C’è anche spazio per qualche nota terrosa e di tabacco, mentre l’alcool è ben nascosto facilitando la velocità di bevuta: il risultato è godibile ma lascia parecchi rimpianti per quello che avrebbe potuto essere, partendo dall’aroma. La prima Milk Stout di Alefarm è discreta ma necessita di migliorare per quel che riguarda pulizia, rotondità e precisione.  
Formato 50 cl., alc. 7.8%, scad. 23/10/2019, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 18 maggio 2018

Northern Monk / Alefarm Patrons Project 7.01 DDH Saison

Rieccoci a parlare di Northern Monk, birrificio di Leeds fondato  da Russell Bisset, guidato dal birraio Brian Dickinson e diventato rapidamente una delle realtà più apprezzate del Regno Unito, ovviamente tra coloro che seguono le tendenze birrarie.  Tra queste vi è senz’altro il Patrons Project inaugurato a luglio 2016: un progetto che chiama a collaborare non solo altri birrifici ma anche artisti, grafici, fotografi e che riguarda non solo quello che c’è dentro alle lattine ma anche quello che viene incollato su di esse.  Il contenitore di latta è un vero e proprio supporto fisico per l’esposizione dei lavori artistici e Northern Monk annuncia orgoglioso di essere il primo birrificio ad utilizzare etichette del tipo “peel and reveal” realizzate dalla CS Labels. In pratica sulla lattina vi sono due etichette incollate l’una sull’altra: su quella esterna viene dato il massimo spazio possibile alla grafica e sul suo retro vengono fornite informazioni sull’artista che ha partecipato alla collaborazione. Dopo aver rimosso questa prima etichetta ne viene rivelata un’altra con il logo del birrificio e informazioni “tecniche” sulla birra. 
Tra i birrifici coinvolti ci sono anche i danesi di Alefarm che avevamo incontrato in questa occasione. Alefarm fu invitato da Northern Monk a partecipare al festival Hop City 2017 di Leeds e quella fu l’occasione per discutere i dettagli di una collaborazione che si è poi concretizzata qualche mese dopo. Le Saison/Farmhouse Ales sono tra le produzioni più apprezzate di Alefarm e i due birrifici hanno scelto di proseguire in questa direzione con alcune libere interpretazioni dello stile.  Il Patrons Project 7.01, disponibile da marzo 2017, è una DDH Saison seguita a breve distanza dal 7.02 Peach Vanilla Saison e dal 7.03 Blueberry Wild Ale.

La birra.
Qualche anno fa spopolavano le IPA “normali” e il concetto di IPA iniziò ad essere rielaborato in (quasi) ogni possibile declinazione; se ricordate, ci furono molti esempi di “India Saison”, birre dove si cercava di far convivere una generosa luppolatura (e un generoso amaro) con il carattere rustico e belga di una saison. Ora l’amaro non va molto più di moda e le parole di tendenza sono “haze”, “juicy”, “DDH-Double Dry Hopping” e “New England”: parole che anche questa volta si cercano di applicare ad ogni altro stile. 
Il Patrons Project 7.01 consiste proprio nella realizzazione di una DDH Saison o, come scritto sulla seconda etichetta della lattina, in una New England Saison: in concreto significa utilizzare 6 diverse varietà di malto, abbondanti quantità di frumento, avena e farro, lievito WLP565 e ovviamente una generosa quantità di Galaxy, Citra e Mosaic. La parte grafica è invece stata affidata al fotografo Esben Bøg Jensen: a lui il compito di interpretare visivamente il concetto di New England Saison...  fotografando un gruppo di felci. 
Il suo colore torbido e arancio pallido potrebbe effettivamente rappresentare il punto d’incontro tra il New England e una saison “vecchio stile”, di quelle prodotte nelle fattorie della Vallonia nel diciannovesimo secolo per dissetare i braccianti agricoli: la schiuma generosa e compatta ha un’ottima persistenza. Nonostante la definizione di New England Saison mi faccia venire la pelle d’oca devo dire che l’aroma è interessante e tutto sommato centrato:  si avverte l’effetto del Double Dry Hopping con una macedonia composta da soprattutto da agrumi (lime, limone, arancia) e qualche accenno di frutta tropicale. Al suo fianco profumi di paglia, crackers e pane, fiori bianchi, una delicata speziatura e tutto sommato un discreto carattere rustico. L’inizio è promettente ma la bevuta non mantiene purtroppo le aspettative, a partire da una sensazione palatale leggermente cremosa (NEIPA style) che si scontra un po’ con le vivaci bollicine di una saison: la scorrevolezza è un po’ penalizzata. E’ una saison alla quale manca secchezza e che mostra un residuo zuccherino un po’ troppo ingombrante con il risultato di essere meno dissetante e rinfrescante del dovuto: pane e crackers, un po’ di agrumi e una delicata nota di pepe formano una bevuta leggermente rustica ma completamente priva di quel succo di frutta che il riferimento al New England farebbe supporre. Il percorso termina con un finale terroso, delicatamente amaro ma è un esperimento riuscito solo a metà. Bene l’aroma, dove effettivamente s’avvertono le due componenti dichiarate in etichette, un po’ deludente il gusto, poco incisivo, meno definito: la birra non è affatto male ed è tutto sommato gradevole, ma l’obiettivo dichiarato non mi pare sia stato raggiunto. 
Al di là dell’utilizzo dell’acronimo DDH, tanto di moda oggi, ci sono esempi molto più godibili di saison “moderne”, abbondantemente luppolate e fruttate, nonché molto più secche di questa, che non hanno bisogno di scomodare il New England e che si trovano anche vicino a casa nostra. Su queste vado a memoria: Strelka di Muttnik, Abiura di Bruton e ovviamente le Extraomnes Hond.erd e Wallonië.
Formato 44 cl., alc. 7%, IBU 20, lotto SYD0105 (?), scad. 22/06/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 1 giugno 2017

Alefarm Funk Orchard Saison

In Danimarca continuano a nascere interessanti nuovi birrifici ed Alefarm Brewing è uno di questi. Andreas Skytt Larsen ammette di dover essere riconoscente a Mikkeller, le cui birre gli fecero scoprire un mondo diverso dalle anonime lager industriali: le imparò a conoscere all’Ørsted Ølbar di Copenhagen, nel 2010, e da quel momento tutto cambiò. Da avido consumatore Andreas iniziò a lavorare dietro ad un bancone ed a cimentarsi con l’homebrewing e nel 2014 vinse un concorso al Mikkeller Bar Viktoriagade che si tenne durante la  Copenhagen Beer Celebration. Le sue IPA racimolarono premi in altre competizioni e a febbraio 2015, ormai fiducioso delle proprie possibilità, fondò la beerfirm Alefarm appoggiandosi agli impianti del birrificio Det Våde Får di Helsinge. 
Nonostante le medaglie ai concorsi siano arrivate grazie alla IPA, Andreas confessa che l’Orval è la birra che si porterebbe su di un’isola deserta e la sua più grande influenza brassicola è Shaun Hill del birrificio Hill Farmstead. Alefarm non ha infatti ambizioni di diventare “grande” ma di concentrarsi nella produzione di piccoli lotti di saison/farmhouse ale l'utilizo di lieviti selvaggi e batteri, aggiungendo frutta, invecchiandole in botte, realizzando blend.  Il debutto come beerfirm avviene a giugno 2015 con Favorite Pastime, una American Pale Ale “rustica” prodotta con avena, frumento e un generoso dry-hopping di luppoli americani. A gennaio 2016  Alefarm diventa un birrificio vero e proprio con la messa in funzione di un piccolo impianto a Køge, un comune che si trova quaranta chilometri a sud di Copenhagen: si parte con una capacità iniziale di ducento litri a cotta che, se non erro, è stata poi successivamente incrementata a 1500. 

La birra.
Funk Orchard è un’altra delle prime birre prodotte da Alefarm: fermentata con due diversi ceppi di lievito saison, brettanomiceti e batteri, dry-hopping di Citra.
Si presenta di colore dorato leggermente velato ed una cremosa testa di bianca schiuma che tuttavia scompare abbastanza velocemente; funky e frutta convivono in un aroma molto pulito nel quale alla fine sembra predominare il carattere elegante su quello rustico. Sudore e cuoio, granaio, ananas e mango, qualche ricordo di agrumi. Al palato si sente molto la mancanza di bollicine, davvero troppo poche: la birra scorre bene ma le manca quella vitalità, quel carattere ruspante che una carbonazione più elevata avrebbe senz’altro fatto risaltare maggiormente. C’è molta frutta, al dolce del tropicale s’aggiunge l’asprezza della mela e dell’uva acerba, del limone, confinando però la componente rustica un po’ troppo in sottofondo mentre una moderata acidità rende la bevuta molto rinfrescante e dissetante. Il risultato è assolutamente godibile e l’alcool (7%) è molto ben nascosto anche se non c’è molta profondità in una birra che sbandiera l’utilizzo di diversi ceppi di lievito e batteri: alla fine questa Funk Orchard risulta più piaciona e “patinata” che autenticamente  funky/farmhouse/rustica. Una birra sicuramente interessante ma ancora un po’ incompiuta, comunque promettente. 
Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 52, scad. 01/05/2021, prezzo indiativo 17.00 Euro (beershop).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.