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domenica 13 novembre 2016

Stone 20th Anniversary Encore Series: 12th Anniv. Bitter Chocolate Oatmeal Stout

Nel luglio del 2008 alla Stone Brewing Company di Escondido (California) si festeggia il dodicesimo compleanno con la consueta birra celebrativa.  Ma il 2008 viene anche ricordato come l'annata della grande carenza di luppolo, o Hop Shortage: il risultato fu un aumento dei prezzi dei luppoli e la difficoltà ad ottenere alcune varietà, sopratutto per quei birrifici che non avevano sottoscritto dei contratti a lungo termine con i produttori.
"Per il nostro dodicesimo anniversario scegliemmo di fare una birra scura per alcuni motivi, uno dei quali la carenza di luppolo; non ci colpì particolarmente affermano alla Stone - ci toccò sostituire alcune varietà e chiederne ogni tanto qualcuna in prestito ad altri birrifici. Ci sembrava comunque poco carino, vista la situazione, celebrare il nostro compleanno con una bomba luppolata mentre c'erano alcuni birrifici amici che facevano i salti mortali per recuperare il luppolo necessario a produrre le loro birre. Era inoltre da un po' che pensavamo di fare una birra scura; dopo aver assaggiato il lotto pilota di una Oatmeal Stout del nostro birraio Jeremy Moynier e una Imperial Stout al cioccolato prodotta in casa dal nostro responsabile della logistica Jake Ratzke, decidemmo di mettere assieme le due cose e realizzare la nostra 12th Anniversary Bitter Chocolate Oatmeal Stout". La ricetta prevede l'utilizzo delle varietà di luppolo Ahtanum, Summit, Willamette e Galena ma sono ovviamente i malti, in questa birra, a guidare le danze. 
Nel 2016 Stone ha festeggiato il suo ventesimo compleanno e, per l'occasione, sono state riprodotte alcune birre che in passato erano state commercializzate solamente in un'occasione; parliamo quindi di alcune Anniversary Ales e anche di un paio di Vertical Epic Ales. Ricetta e serigrafie delle bottiglie, giurano alla Stone, sono identiche a quelle originali.

La birra.
Assolutamente nera nel bicchiere, la replica del dodicesimo compleanno di Stone forma un cremoso e compatto cappello di schiuma color cappuccino che ha un'ottima persistenza. L'aroma è un ricco e ben riuscito assemblaggio di cioccolato, caffè ed orzo tostato mentre in secondo piano si scorgono note di fruit cake, alcool, liquirizia e cenere. La sensazione palatale è morbida, quasi cremosa ma forse leggermente carente di corpo per una birra dal contenuto alcolico del 9.2%: ne guadagna la scorrevolezza, agevolata dalle bollicine che si mantengono a livelli medio-bassi. Il gusto segue quasi fedelmente l'aroma: non c'è una grossa complessità ma quello che c'è è molto ben disposto. Caffè, cioccolato amaro e tostature guidano la bevuta supportate da un tocco di caramello bruciato; la presenza alcolica è quella giusta, non disturba ma fa comunque sentire la sua presenza ed il suo calore per tutta la bevuta. C'è pulizia ed eleganza nelle tostature, la chiusura è abbastanza secca e prepara il palato al retrogusto caldo ed etilico nel quale s'incontrano per l'ultima volta caffè, cioccolato e tostature; in sottofondo, un'accenno di anice.
Imperial Stout semplice nella sua impostazione, bilanciata nel suo essere amara, ben eseguita e molto soddisfacente, anche se un po' avara di emozioni: è comunque questo il livello di Stone che vorrei sempre trovare nel bicchiere e che per il momento nella filiale di Berlino non sono ancora riusciti a replicare, almeno per quel che riguarda le lattine.
Formato: 65 cl., alc. 9.2%, IBU 55, imbott. 15/01/2016, prezzo indicativo 14.00/16.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 26 agosto 2016

Stone Americano Stout

Americano Stout, una delle novità 2016 in casa Stone ed anche uno degli ultimi lasciti del birraio Mitch Steele, che dopo 10 anni passati alla guida del birrificio di Escondido, California, ha deciso alla fine dello scorso giugno di andarsene e mettersi in proprio. Non si conosce ancora nulla sul nuovo progetto di Steele, mentre si sa che l'Americano Stout nasce come "costola" della Stone Espresso, variante della Stone Imperial Russian Stout realizzata nel 2013 per la serie "Odd Beers for Odd Years”.
Centotredici i chili di caffè forniti dalla Ryan Bros utilizzati per ogni lotto da 140 ettolitri di birra prodotto; Steele sceglie inoltre di utilizzare solamente malti  e luppoli americani: questi ultimi sono Amarillo, Cascade, Chinook e Columbus. L'Americano Stout viene commercializzata per la prima volta lo scorso febbraio e, in concomitanza col lancio europeo delle prime lattine Stone prodotte nei nuovi impianti di Berlino, qualche bottiglia è arrivata anche in Europa.

La birra.
Nera ed impenetrabile alla luce, forma una compatta e cremosa testa di schiuma nocciola che ha una buona persistenza nel bicchiere. Pensate se al bar ordinaste un "americano" e vi trovaste invece nella tazzina una birra: nessuna sorpresa che il caffè domini in lungo e in largo, sia nella forma liquida che in quella dei chicchi. Intenso, elegante e raffinato, accompagnato da orzo tostato, caramello bruciato, un accenno di cenere, di resina, forse di anice. 
La sensazione palatale non è particolarmente morbida o oleosa, con la scorrevolezza di questa robusta (8.7%) Imperial Stout che se ne avvantaggia; il corpo è medio. Caffè, tanto caffè anche al palato, in una perfetta corrispondenza con l'aroma: anche qui ci sono in sottofondo orzo tostato, liquirizia e caramello bruciato, il tutto supportato da un delicato ma percepibile calore etilico. Nessuna astringenza, acidità perfettamente sotto controllo e finale che ripulisce il palato grazie alla generosa luppolatura, il cui amaro resinoso è ben amalgamato con quello delle tostature. 
Birra monotematica ma pulita e ben fatta, molto intensa, che ha il pregio di non stancare mai il palato soddisfacendo le aspettative di chi vuole una birra al caffè: qui non si scherza, sappiatelo.
Formato: 35.5 cl., alc. 8.7%, IBU 65, lotto 01/02/2016, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

sabato 30 luglio 2016

Stone (Berlin) Arrogant Bastard Ale vs Stone Arrogant Bastard Ale - Bourbon Barrel

"Questa è un birra aggressiva. Probabilmente non ti piacerà. E' abbastanza improbabile che tu abbia il gusto o la sofisticatezza per apprezzare una birra di tale qualità e profondità. Non ne sei degno". Con queste parole il 7 novembre del 1997 Stone Brewing lancia l'Arrogant Bastard Ale; una American Strong Ale aggressivamente luppolata che contribuirà a fare la fortuna del birrificio californiano, arrivando ad occupare il 30% della produzione.
Facciamo un passo indietro al 1995, anche se la storia già l'avevo raccontata qui: Steve Wagner, prossimo ad aprire Stone assieme a Greg Koch, ha appena acquistato un nuovo impianto casalingo e sta facendo i lotti pilota di quella che poi diventerà la Stone Pale Ale. Qualcosa va storto nell'adattare la ricetta al nuovo impianto più capiente: nella pentola ci finiscono un po' troppi malti e una quantità esagerata di luppolo. Da qui i ricordi di Wagner e Koch divergono: il primo sostiene di essersene accorto solo al momento di assaggiare la birra pronta. Koch ricorda invece che l'errore fu subito scoperto, ma i due decisero di non buttare la cotta e portare comunque a termine la fermentazione per vedere che cosa ne era venuto fuori. Il risultato è comunque lo stesso: al momento dell'assaggio entrambi la trovano fantastica, anche se sono consapevoli che poche persone saranno in grado di apprezzare una birra così amara.  Il nome Arrogant Bastard Ale nasce spontaneo. 
Ma nel primo anno anno dall'apertura (1996), Stone non naviga nell'oro e fatica a far tornare i conti; i soci di Wagner e Koch li sentono ogni tanto parlare di questa "Arrogant Bastard", trovano che il nome sia di grande effetto e spingono per commercializzarla, pur non avendola mai assaggiata. 
Wagner e Koch sono però dubbiosi: "la maggioranza della gente non era sicuramente degna di bere questa birra. Non volevo che qualcuno la comprasse per poi vuotarla nel lavandino; la nostra idea iniziale era di farne solamente una cotta, un'edizione limitata e quindi destinarla soltanto a quei pochi individui che l'avrebbero apprezzata". Prima ancora di iniziare a vendere la birra, Koch mette in vendita nell'estate del 1996 allo spaccio di Stone alcuni bicchieri con il logo Arrogant Bastard Ale: voleva vedere la reazione della gente al nome, e quelle pinte vanno subito a ruba. Ci vorrà però ancora un anno, e presumibilmente numerosi tentativi per affinare la ricetta, prima delle première del primo fusto di Arrogant Bastard che avviene il primo novembre del 1997 in un affollatissimo Pizza Port di Carlsbad.
Koch è poi bravo a costruire attorno al nome della birra un'aggressiva campagna di marketing che lancia la sfida nei confronti di bevitori "non degni" di berla: "agli eventi - racconta sempre Kock - la gente veniva al nostro stand, vedeva le bottiglie, e la voleva provare solo per il suo nome. Ma io dicevo loro di no. Prima dovete assaggiare la Stone Pale Ale, poi la Smoked Porter, poi la IPA e solo dopo, se siete interessati ad andare avanti, ve la farò assaggiare".  Un tipo di comunicazione che ha fatto scuola e che ha ispirato molti altri birrifici, gli scozzesi di BrewDog in primis.
Il successo dell'Arrogant Bastard ne ha fatto ovviamente nascere molteplici variazioni e, nel 2015, ha determinato la separazione del brand: è sempre Stone a produrla, ma il suo nome scompare a favore dell'Arrogant Brewing. Nella gamma ci sono la la Double Bastard (1998, 11%), la Oak Arrogant Bastard Ale (con chips di rovere, 2004), la Lucky Bastard (2010, un blend delle quattro birre precedenti), la Bourbon Barrel (2014), la Depth Charged Double Bastard (Double Bastard con aggiunta di caffè, 2015) e la sua versione barricata in botti di bourbon e sciroppo d'acero chiamata Bastard's Midnight Brunch, la Bastard in the Rye (Double Bastard invecchiata in botti di Rye Whiskey), e la piccantissime Crime (9.6%) e Punishment (12%), anche esse ora disponibile in versione Barrel Aged.
Il debutto di Stone Berlino non poteva quindi esimersi dal proporre, oltre alla Stone IPA, anche l'altra flahsghip beer del birrificio californiano; mettiamo a confronto una delle prime lattine arrivate da Berlino ed una bottiglia di Arrogant Bastard Ale Bourbon Barrel prodotta invece ad Escondido.

Le birre.
L'Arrogant Bastard Ale di Berlino è di uno splendido color ambrato carico, appena velato, con intense sfumature rosso rubino e sormontata da un perfetto  e generoso cappello di schiuma ocra, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente intenso e la generosa luppolatua (resina) non è affatto in primo piano; ci sono invece toffee, pane nero, profumi terrosi, di zucchero caramellato, qualche accenno fruttato (prugna) e di alcool. Nel complesso pulizia ed eleganza sono abbastanza buoni. Ottima la sensazione palatale, corpo medio, la giusta quantità di bollicine, morbidezza ed una scorrevolezza che quasi contrastano con il marketing aggressivo. Il caramello ed il  pane nero leggermente tostato riprendono l'aroma ma è solo una breve introduzione a quello che è il vero protagonista dell'Arrogant Bastard: l'amaro, resinoso ed intenso, piccante, affiancato da note terrose e da leggerissime tostature, che avvolge il palato in lungo e in largo, senza abbandonarlo più. E si continua senza sosta anche nel lungo retrogusto, dove alcool ed caramello continuano a supportare l'ondata amara che solletica per diversi minuti il palato, senza mai perdere di vista una certa eleganza. La pulizia  nel complesso è buona ma ci sono margini di miglioramento, sopratutto se confrontata con la sorella prodotta in California.
Ad ormai venti anni dalla sua nascita l'Arrogant Bastard continua a rimaner un'intensa bevuta, benché nel frattempo il palato del beergeek si sia ormai abituato a certi livelli di amaro e non ne rimane quindi particolarmente sconvolto; non c'è invero molta complessità, c'è quel gusto di pane nero (schwarzbrot!) che fa molto Germania e che non riscontro nella versione americana, ma nel complesso mi sembra una replica abbastanza vicina a quella che viene fatta ad Escondido, benché più mansueta e meno aggressiva.
Passiamo ora all'Arrogant Bastard Ale Bourbon Barrel, produzione californiana che debutta nell'ottobre del 2014 all'interno dell'Arrogant Bastard Box, un 4 pack che per una ventina di dollari vi offre una bottiglia da 65 cl. di  Arrogant Bastard Ale, Double Bastard Ale, Lukcy Bastard Ale e la nuova Bourbon Barrel-Aged.
Perfettamente limpida nel bicchiere, anche lei è di color ambrato carico con intensi riflessi rossastri; la schiuma ocra è compatta e cremosa ed ha un'ottima persistenza. Il naso, piuttosto pulito e di buona intensità , regala caldi ed eleganti profumi di caramello e vaniglia, bourbon, uvetta e prugna, toffee, legno, zucchero caramellato. Consistenza oleosa, poche bollicine, mouthfeel corretto per una bevuta lenta e morbida che riscalda ed appaga con il dolce del biscotto, del caramello e della vaniglia, dell'uvetta e della prugna. La chiusura è ovviamente meno amara rispetto alla sorella fresca: qui la resina ed il terroso non sono protagonisti ma contribuiscono a bilanciare il dolce di inizio bevuta, assieme all'alcool e ad una buona attenuazione. Il retrogusto è dolce di bourbon, vaniglia e caramello, con dettagli legnosi e un morbido tepore etilico che rincuora e riscalda, anche se siamo in piena estate e non ce ne sarebbe bisogno.
L'invecchiamento in botte le toglie ovviamente buona parte "dell'arroganza amara" che possiede la versione base ma l'arricchisce con bourbon, vaniglia e legno; ne risulta una birra il cui vigore e la cui potenza non scaturiscono dal luppolo ma dalla componente etilica, con il risultato di una bevuta più bilanciata e non priva di una certa eleganza. Molto bene.

Nel dettaglio:
Stone Brewing Berlin Arrogant Bastard Ale, formato 50 cl., alc. 7.2%, lotto 10/06/2016, scad. 07/03/2017, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop, Italia)
Stone Brewing Arrogant Bastard Ale - Bourbon Barrel, formato 35.5. cl., alc. 8.1%, lotto 23/12/2015, prezzo indicativo 5.50 Euro.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 25 luglio 2016

Stone (Berlin) IPA (& Stone Delicious IPA)

Sono passati due anni da quel 19 luglio del 2014 in cui Greg Koch, CEO e co-fondatore di Stone Brewing Company, annunciava un investimento da 25 milioni di dollari per l'apertura di una succursale a Berlino. Un edificio del 1901 precedentemente adibito al trattamento di gas industriale è stato completamente ristrutturato e riconvertito in un moderno birrificio nel periferico quartiere Mariendorf (Marienpark 23, metro U6 - Alt-Mariendorf); i lavori di quella che sarà sostanzialmente una replica della location di Escondido, California, sono ancora in corso ma il birrificio è finalmente operativo e le prime lattine sono arrivate in quasi tutti i paesi europei.
Gli impianti si trovano nell'edificio principale (4000 metri quadri) assieme allo spazio merchandising e a quello che sarà lo Stone Bistro, ovvero un ristorante "farm to table" che utilizzerà soprattutto ingredienti provenienti da piccoli produttori locali.  Un secondo edificio di 2000 metri quadri ospita i fermentatori e le linee di packaging: soprattutto lattine. Un ultimo edificio di 120 metri quadri, immerso nei giardini circostanti, sarà utilizzato come sede di eventi. 
Un primo assaggio delle Stone berlinesi, prodotte sull'impianto pilota, è arrivato il 7 dicembre 2015 con un "tap takeover" nei locali Baladin di Milano, Torino e Roma, oltre che in altri locali europei selezionati; lo scorso aprile "il messia" Greg Koch ha invece tenuto una sorta di tour europeo per presentare ufficialmente i primi fusti dell'impianto da 100 hl ed incontrare i giornalisti. In Italia è toccato di nuovo a Milano (20 aprile da Baladin e Lambrate) ed il giorno successivo ci si è spostati a Roma (Ma Che Siete Venuti A Fà e Open Baladin). Per vedere le prime lattine in Italia si è invece dovuto attendere qualche altro mese, ma verso la fine di giugno hanno finalmente debuttato due birre che hanno reso famosa Stone dall'altra parte dell'oceano: IPA e Arrogant Bastard Ale.

La birra.
La IPA di Stone nasce nell'agosto del 1997, quando Stone spegne la sua prima candelina; a San Marcos a quel tempo si produceva solamente una birra, la Stone Pale Ale.  E' strano immaginare che nella contea di San Diego, ora vera e propria mecca del luppolo, allora vi era praticamente solo Vince Marsaglia (Pizza Port) che osava sfidare il palato dei bevitori con delle birre molto, troppo amare per la maggior parte di loro; sempre in California, molto più a nord, c'era Vinne Cilurzo con la sua Blind Pig IPA.
La principale difficoltà che incontravano Wagner e Koch era che la Stone Pale Ale era considerata "troppo amara" da molti dei locali in cui andavano a proporla: "avremmo potuto ascoltarli e andarci più piano col luppolo - ricorda Wagner - ma noi volevamo fare prima di tutto le birre che ci piacevano bere. Se a molti non piacevano, non importa, avremo trovato qualcuno a cui sarebbero piaciute... almeno lo speravamo".  Wagner, co-fondatore e allora birraio di Stone, era un assiduo frequentatore dei Pizza Port e fu proprio una birra di Marsaglia, la Swami's IPA, ad ispirarlo per la prima Anniversary Ale di Stone:  "non abbiamo mai fatto un lotto-pilota della nostra IPA. Non avevamo spazio, tutta la nostra capacità era occupata; così abbiamo pensato ad una ricetta molto semplice e abbiamo incrociato le dita sperando che andasse bene al primo tentativo".
Quella che in seguito diventò la birra più famosa e venduta di Stone si basava su malti Pale e Crystal, luppoli Chinook, Centennial e Columbus; attualmente quest'ultimo è stato sostituito dal Magnum.
Nel bicchiere è del classico limpido colore West Coast, dorato con riflessi arancio, ed una perfetta schiuma bianca, compatta, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. In lattina è stata messa lo scorso 13 giugno, ma l'ancor giovane età purtroppo non si riflette nell'aroma: intensità piuttosto dimessa e alquanto deludente per quel che riguarda la fragranza. Sentori floreali, un leggera presenza di aghi di pino: tutto qui.  Bene invece la sensazione palatale; il corpo è medio, con poche bollicine a dar forma ad una birra morbida che scorre molto bene. Al gusto c'è un leggero miglioramento, ma siamo ben lontani dagli standard californiani: la base maltata è lieve (miele, un tocco di caramello) così come quel carattere fruttato che dovrebbe invece rappresentare la spina dorsale di una West Coast IPA. Gli agrumi ci sono, ma è quasi più marmellata che frutta fresca, mentre bisogna arrivare proprio a fine bevuta per veder emergere un po' di personalità e di carattere: l'amaro è finalmente intenso e pungente, resinoso, delicatamente accompagnato dal caramello e da un leggero tepore etilico.
Una IPA piuttosto deludente e sottotono, devo dire a malincuore la verità, soprattutto perché ancora fresca; pochissimi profumi, fragranza che già latita, pulizia non impeccabile. A scanso di equivoci chiarisco che non ho nessun pregiudizio contro Stone e contro la "campagna di evangelizzazione" europea che Greg Koch ha messo in atto. Sono invece "affezionato" a questo birrificio, il primo che ho visitato in California quattro anni fa, restando quasi stupefatto dalle dimensioni di quello che negli Stati Uniti è considerato un "piccolo" birrificio; non per "tirarmela" ma proprio perché questa birra l'ho bevuta più di una volta in California, posso assicurare che è tutt'altra cosa rispetto a quella che oggi mi sono trovato nel bicchiere. Possiamo invocare "la lattina sfortunata", possiamo appellarci al fatto che il birrificio è ancora in rodaggio, ma la strada da fare per proporre agli europei una vera West Coast IPA che non abbia sofferto il viaggio oceanico è purtroppo ancora lunga. Rimango però con una domanda: la Stone IPA americana ha scadenza a 90 giorni, perché a quella tedesca viene invece data una shelf life a nove mesi ?

Il debutto delle lattine europee di Stone Berlin è stato accompagnato da un insolito carico di produzioni americane in bottiglia, sino ad ora disponibili quasi solo presso i BrewDog bar nel Regno Unito, paese del quale il birrificio scozzese è importatore ufficiale. Purtroppo ha poco senso che mi metta a descrivere la Delicious IPA, birra a basso contenuto di glutine che è stata commercializzata da Stone (USA) per la prima volta a gennaio 2015, in quanto a me pervenuta piuttosto malandata. Lemondrop ed El Dorado sono i due luppoli utilizzati, ma nella bottiglia da me bevuta, imbottigliata lo scorso aprile, la stanchezza regna sovrana: a partire dall'aroma, piuttosto sottotono, dal quale emergono profumi poco fragranti di marmellata d'agrumi e di aghi di pino, per proseguire poi al palato, completamente scevro di quella componente fruttata che la birra aveva in origine. Rimangono i malti (pane, miele ed un accenno biscottato) ed un amaro che si sviluppa più su stanchi toni vegetali che sulle pungenti note di resina. Senza la parte fruttata a bilanciare, la bevuta diventa subito una tisana verde che satura il palato dopo pochi sorsi: quattro i mesi sulle spalle, ma sembrano almeno il triplo. Un pessimo viaggio o, se preferite, la solita bottiglia sfortunata.

Nei dettagli
Stone Berlin IPA
Formato: 33 cl., alc. 6.9%, IBU 77, lotto 13/06/2016, scad. 10/03/2017, 4.00 Euro (beershop, Italia).

Stone Delicious IPA)
Formato 35.5 cl., alc. 7.7%, IBU 80, lotto 19/04/2016, scad. 14/01/2017, 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 10 settembre 2014

Stone 18th Anniversary Golden Brown IPA

Ogni anno nel mese di Agosto arriva il compleanno della Stone Brewing Company di Escondido (California); e ogni anno Stone lo festeggia con una birra celebrativa che a volte entra poi in produzione stabilmente. Il primo compleanno fu festeggiato con una IPA che è poi diventata la Stone IPA; il quinto compleanno vide la nascita della Ruination IPA, l'undicesimo della Stone Sublimely Self-Righteous Black IPA.  Il birrificio californiano è famoso per le sue numerose birre (molto) luppolate e, tranne alcuni episodi, la birra del compleanno è stata sempre una IPA. L'anno scorso fu prodotta una Double IPA esclusivamente con luppoli tedeschi (Gotterdammerung IPA), forse in previsione dell'annuncio dell'apertura della filiale europea di Stone in quel di Berlino, annunciata lo scorso Luglio.  Le uniche eccezioni sono state il sesto compleanno (Stone Porter), il settimo (Imperial Mild), l'ottavo (Imperial Wheat) ed il dodicesimo (Chocolate Oatmeal Stout).  
Per questo compleanno, il diciottesimo, l'11 Agosto viene messa in commercio la "18th Anniversary IPA - golden-brown hoppiest IPA on Earth";  l'idea del birraio Mitch Steele è di progettare una ricetta che metta particolarmente in evidenza la varietà di luppolo El Dorado, rilasciata nel 2010 dalle LLC Farms della Moxee Valley (Yakima).
Steele si è innamorato di questo luppolo nel 2013, quando Stone produsse una single-hop collaborativa con il birrificio californiano Drake's. L' El Dorado è poi finito in alcune delle più recenti produzioni Stone, come la Go To IPA  e la Stone Delicious IPA, quest'ultima avvistata però solo a San Diego. Nugget, Centennial, Belma, Sterling e Hopsteiner 06300 sono gli altri luppoli che accompagnano l'El Dorado in questa birra, mentre la lista dei malti annovera English Brown Coffee, Cara Munich e  Chocolate Wheat. "L'idea di utilizzare una piccola percentuale di malto English Brown Coffee in una Double IPA mi sembrava interessante e l'ispirazione mi è venuta dal successo della Dayman Coffee IPA (collaborazione tra Stone, Aleman e Two Brothers) e della  More Brown Than Black IPA (collaborazione tra The Alchemist, Ninkasi e Stone)", racconta Steele. Per il dry-hopping è invece stato utilizzato solo l'El Dorado.
All'aspetto si presenta di color ambrato, con qualche riflesso dorato; la schiuma, biancastra, è fine, cremosa e molto persistente. Al naso c'è una bella presenza di agrumi (forse più limone  che pompelmo) e di mango, con sentori più lievi floreali, di biscotto e fetta biscottata, caffè e toffee, Big Babol, frutta secca, mandorla, nocciola. Un bouquet interessante, la cui gradevolezza dipende forse molto dal gusto personale: è comunque pulito e, vista la giovane età della bottiglia, molto fresco. In bocca è davvero molto gradevole: corpo medio, carbonazione bassa, consistenza oleosa, grande morbidezza. Il gusto si rivela piuttosto equilibrato tra una solida presenza dei malti (biscotto, toffee, pane nero), pompelmo e frutta tropicale. Fa capolino anche qualche nota di frutti di bosco, lampone, fragola? L'alcool (8.5%) è molto ben nascosto: è una Double IPA dal contenuto etilico abbastanza modesto, se confrontata con le birre che celebrano solitamente il compleanno di Stone. Finisce secca e pulita, con un amaro terroso e resinoso, pungente, con una leggera presenza di mandorla amara.
Interessante interpretazione di una (Double) IPA, con il risultato che si spinge vicino ad un'American Brown Ale generosamente luppolata; più equilibrata che sfrontata, probabilmente non otterrà il successo di pubblico che hanno ottenuto altre birre celebrative ma è comunque una bella bevuta. 
Non so se la Stone Brewery & Bistro di Berlino sarà già pronta ad Agosto del prossimo anno per poter festeggiare anche qui in Europa il diciannovesimo compleanno del birrificio californiano, ma credo che senz'altro per il 2016 anche in Europa potremmo assaggiare la birra del ventesimo. Per la lunga lista degli abbinamenti gastronomici (e sigari) consigliati, vi rimando qui.
Formato: 65 cl., alc. 8,5%, IBU 75, imbottigliata 29/07/2014, pagata 6,43 Euro ($ 8,49 supermercato USA)

mercoledì 3 settembre 2014

USA - Session IPAs: Lagunitas DayTime, Stone Go To IPA, Firestone Walker Easy Jack

Lo stile che ha maggiormente caratterizzato la cosiddetta "rivoluzione della birra artigianale" è - che vi piacciano o meno - quello delle IPA, le India Pale Ale; cadute nel dimenticatoio dai fasti del diciannovesimo secolo e risorte grazie alla loro reinterpretazione effettuata dai microbirrifici americani a partire dagli anni '80, le IPA si sono poi ritagliate un ruolo da protagoniste nella (ri)nascita della birra artigianale in quasi tutte le nazioni. Italia e Scandinavia, Spagna, Brasile, Francia. Nella loro patria d'origine, l'Inghilterra, sono rinate a suon di luppolature americane ed esotiche; persino in Belgio i birrari sono stati in qualche modo "costretti" ad aggiungere più luppolo a qualche loro produzione e, per finire con il paese più tradizionale di tutti, la Germania, anche qui la "craft bier" ha iniziato a muovere i primi passi con le IPA. E non dimentichiamoci la Repubblica Ceca e la Polonia.
Con il passare degli anni negli USA le IPA sono diventate l'ordinario e con ciò è giunta la necessità di superarle, reinventandole: sono state dapprima raddoppiate o imperializzate (IIPA), poi triplicate (Triple IPA), poi imbastardite con lieviti non "convenzionali" (Belgian IPA, Farmhouse IPA) e poi si è cominciato a giocare con il colore. Ecco il controsenso delle Black IPA e poi le White IPA, queste ultime di recentissima moda; e volendo potreste aggiungere o levare a piacimento gli aggettivi, creando ad esempio una Imperial Belgian Black IPA.  Ah, dimenticavo le Rye IPA (con utilizzai di segale).
Per un po' di anni la tendenza, nata ed esportata dagli Stati Uniti (dove "bigger is better"), è stata quella dell'abbondare e del potenziare, creando birre sempre più alcoliche e sempre più luppolate, o dagli IBU teorici sempre più elevati.  Esplorato ed esaurito anche questo territorio, a partire dal 2010 qualcuno ha invece iniziato ad andare in senso opposto; non sono ancora riuscito ad individuare quale sia stato il primo esempio nella storia ad autodefinirsi così, ma dopo quello delle Black IPA è nato quello che potrebbe essere un nuovo ossimoro, quello delle Session IPA.
Partiamo dal concetto di “Session beer”, che solitamente identifica quelle birre dalla gradazione alcolica inferiore al 4.5% che potete bere in grandi quantità senza necessariamente andare incontro ad una (pesante) ubriacatura. La storia del termine “session”  è abbastanza fumosa; vi segnalo questo articolo di Martyn Cornell  per chi volesse approfondire. E va anche fatta una distinzione tra Regno Unito e Stati Uniti; mentre la soglia di una session beer in UK si colloca al di sotto del 4% (è ciò che solitamente distingue una Bitter/Ordinary Bitter da una Best Bitter), negli Stati Uniti il Great American Beer Festival, che nel proprio concorso ha una categoria chiamata “session beers”, indica il 5% come soglia massima [anche se negli USA una modifica al 18th Amendment/Proibizionismo aveva nel 1933 consentito la produzione in alcuni stati di una birra leggera (la “3.2 Beer”) con un ABV inferiore appunto al 3.2%:  una soglia "session" che poteva essere presa in considerazione].
Perché, quindi parlare di ossimoro?  Perché le linee guida dello stile IPA prevedono un contenuto alcolico decisamente superiore alle soglie elencate sopra: citando di nuovo il GABF, per una English IPA si parla di 5,1-7.1% e per una American IPA di 6.3-7.6%. Realizzare quindi una IPA con un ABV del 4%  vorrebbe dire per qualcuno fare semplicemente una (fucking)  Pale Ale molto luppolata   (cito questo divertente articolo-sfogo). Ma restiamo negli Stati Uniti perché l’idea delle “Session IPA” è principalmente nata qui, dove “bigger is better”; in Inghilterra c’è ampia scelta di birre con un basso ABV, e ci sono già esempi di IPA ben al di sotto della soglia del 5% stabilita dal BJCP  (cito ad esempio la Harveys India Pale Ale , 3.2%) senza nessun bisogno di scomodare il termine “session”.
Ma si può “sessionare” una IPA ?  No, una IPA fedele alle linee guida, non sarà mai sessionabile e non riuscirete a berne molte pinte senza poi accusarne il peso (alcolico).  Per farlo è stato quindi necessario creare una versione “ridotta” di una IPA: "la sfida di luppolare "come" una normale IPA una birra dalla bassa gradazione alcolica consiste nell'evitare un carattere eccessivamente erbaceo e vegetale,  in quanto il basso contenuto alcolico cambia il modo in cui si sviluppa il profumo ed il sapore dato dal luppolo", scrive Mitch Steele nel libro "IPA". Grande attenzione quindi al dry-hopping, capace di regalare complessità ad una birra nata per essere semplice e per essere bevuta con estrema semplicità.  Dicevo, è all’incirca nel 2010 che negli USA appaiono le prime “Session IPA”, ma è solamente nel 2012 che iniziano a fare tendenza, soprattutto dopo la nascita della All Day IPA realizzata dalla Founders in Febbraio. Una sua ricetta sperimentale aveva già vinto la medaglia d'argento al GABF del 2010; disponibile prima in bottiglia e poi in lattina (ora anche nel succosissimo “family” pack da 15 lattine, una vera goduria se acquistata al prezzo americano), la birra ottiene un clamoroso successo, e nel 2013 occupa già il 27% dell’intera produzione del birrificio del Michigan sorpassando nei volumi anche la storica Centennial IPA.
Ma non perde tempo nemmeno il geekissimo sito Ratebeer, che crea una categoria apposita, quelle delle Session IPA: il termine Session IPA identifica una categorie di birre caratterizzate da un profilo dominante luppolato ed un livello di alcool "sessionabile". Sebbene questo sia di solito tra il 3.2 ed il 4.6, alcuni hanno un po' allargato i confini. Si differenzia da una  American Pale Ale per il minor tenore alcolico e per avere un profilo più luppolato. Le migliori Session IPA del mondo secondo i beer-raters ? A guidare le danze sono due birrifici molto sulla cresta dell’onda e dalla distribuzione alquanto limitata, una condizione che spesso fa aumentare i “voti” anche solo per il piacere di essere riusciti a “berle”:  Hill Farmstead in Vermont (Walden, 3.7%) e il nuovissimo Arizona Wilderness (Little Guy Rye, 3.7%) che con soli 29 voti (!!)  è già al secondo posto in classifica.  Nella Top 10 c’è ancora il Vermont (Lawson’s Finest) e poi tanta California: Stone, Lagunitas, Pizza Port, Firestone Walker. Avevo in mente di fare una sorta di “orizzontale” di Session IPA negli Stati Uniti, ma purtroppo non sono riuscito a recuperare tutte quelle che volevo. Il post di oggi si “limita“ quindi a tre: Lagunitas DayTime, Stone Go To IPA  e Firestone Walker Easy Jack. Andiamo in ordine cronologico.
La DayTime di Lagunitas (Petaluma, California) segue di pochi mesi la All Day di Founders, debuttando ad Agosto 2012. Con un ABV di 4.65%, si presenta nel bicchiere di color dorato, un po' pallido ed una bella schiuma bianca, cremosa e dall'ottima persistenza. Difficile determinare l'età di questa bottiglia, visto che la supposta data d'imbottigliamento (stampa a laser sul collo della bottiglia) è malridotta e Lagunitas utilizza (ma perché?) il calendario giuliano. L'aroma è comunque fresco e pungente, con un bel bouquet di agrumi, pompelmo ed aghi di pino, con qualche sfumatura dolce di frutta tropicale e di crackers. In bocca è leggera, scorrevole e morbida, non sfugge mai, mediamente carbonata; il gusto è un fedele specchio dell'aroma con una leggera presenza di malto/crackers e di dolce frutta tropicale che fanno da partner all'abbondante presenza di agrumi (lime, limone, pompelmo). Il risultato è una birra semplice ma molto ben costruita, secca e rinfrescante, dal finale amaro e zesty, ricco di scorza d'agrumi con qualche traccia di resina. Quanta ne potreste bere? Praticamente una vasca da bagno: pensate di trovarla sugli scaffali al prezzo di 1.39 dollari, che al cambio attuale fanno 1,05 Euro.  Che fareste? Altro che le "artigianali del discount"...
Esce invece un po' in ritardo, a Marzo del 2014, a causa della capacità degli impianti produttivi che non ne consentivano la realizzazione nella quantità desiderata, la Go To IPA di Stone Brewing Co. (Escondido, California del Sud).  4.5% l'ABV, ed una ricca lista di luppoli (Mosaic, Citra, Ahtanum, Cascade, Crystal, 06300, El Dorado, Magnum, Sterling) che credo siano utilizzati "a rotazione" a seconda della disponibilità. Ben riportata la scadenza sulla bottiglia (Settembre 2014) stabilita a 90 giorni dall'imbottigliamento; la bevo quindi a circa due mesi dalla "nascita"; anche qui il colore è un dorato pallido, con la schiuma bianca, cremosa e molto persistente. Il naso è fresco e pulito, solletica con pungenti note di mandarino, limone, lime e pompelmo; qualche traccia di ananas, di crosta di pane. Poco carbonata, il corpo è leggero ma al palato risulta un po' sfuggente rispetto alla Lagunitas. Nessun cambiamento in bocca; leggero ingresso di pane e crackers, un accenno di dolce tropicale e poi abbondanza di agrumi amari come pompelmo, cedro e limone che danno come risultato una birra molto rinfrescante e secca, che sparisce dal bicchiere in pochi secondi. L'intensità è ottima come la pulizia, con un lieve calo solo a fine corsa dove la birra dà - di nuovo - la sensazione di correre un po' troppo in fretta.
L'ultima nata è invece la Session di Firestone Walker, a Paso Robles (California); il nuovo membro della famiglia "Jack" (Union Jack è la loro IPA, Double Jack la IIPA e Wookey Jack una Black Rye IPA) arriva per la prima volta sugli scaffali lo scorso Aprile.  Ancora un ABV da 4.5%, malti American Pale Malt, Munich Malt, English Carmel-35, Cara Pils, frumento maltato ed avena. I luppoli sono Bavarian Mandarina, Hallertau Melon, ed un blend di Mosaic americano e neozelandese. Anche questa bottiglia ha un paio di mesi di vita sulle spalle: dorata, praticamente limpida, forma un'impeccabile schiuma bianca e cremosa. L'aroma è quasi una fotocopia della Go to IPA: lime, limone, pompelmo e mandarino, con una lievissima suggestione di crackers e di tropicale. Fresco e pulito, elegante. La sensazione in bocca è forse la migliore tra le tre Session IPA bevute: corpo leggero ma una morbidezza (immagino anche grazie alla percentuale di avena utilizzata) sorprendente e quasi cremosa che non intacca assolutamente la scorrevolezza. Le bollicine sono poche. E' anche la meno amara tra le tre IPA e quella meglio bilanciata: il gusto predilige la polpa degli agrumi piuttosto che la scorza, con sfumature dolci di frutta tropicale, di crosta di pane e di crackers. Il finale è comunque amaro, in equilibrio tra note erbacee e la scorza di lime, limone e pompelmo: pulita e fragrante, elegante e dissetante, la versi, è già finita ed hai già l'apribottiglie in mano per aprirne un'altra.
Conclusioni? Che abbia senso chiamarle o no Session IPA, sono tre birre molto ben fatte e facilissime da bere, che non tralasciano assolutamente l'intensità;  il loro profilo è per necessità ruffiano, con tanti agrumi e tanta frutta e pochi "muscoli". Sono indubbiamente birre quotidiane, da bere in qualsiasi momento della giornata o da portarsi appresso in spiaggia o ad un barbecue all'aperto. Chi vince ?  I miei appunti danno a pari punti Lagunitas e Firestone, con la Stone, un po' sfuggente, che rimane un passo indietro. Il rapporto qualità prezzo di Lagunitas (e non vale solo per questa birra) le dà quel mezzo punto in più nell'ipotetico ballottaggio con Firestone Walker.
E in Italia?  Si  trova la All Day IPA di Founders, anche in lattina, ma non ho ancora osato assaggiarla a causa della mia sfiducia verso le birre molto luppolate che attraversano l’oceano. Certo, il prezzo americano moltiplicato per tre (o per quattro) non la rende esattamente una birra da bevuta seriale. Tra le produzioni nostrane mi vengono in mente anche la Violent Shared di Opperbacco e la Victoria Session IPA del Birrificio del Ducato: c'è dell'altro? Forse…  ma, di nuovo, il problema è sempre il prezzo.
Nei dettagli:
- Lagunitas DayTime, 35.5 cl., 4.65% ABV, 54 IBU lotto illeggibile, pagata 1,05 Euro ($ 1.30).
- Stone Go To IPA, 35.5 cl., 4.5% ABV, 65 IBU, imbott. 21/06/2014, scad. 21/09/2014,  pagata 2.59 Euro ($ 1,96)
- Firestone Walker Easy Jack, 35.5 cl., 4.5% ABV, 45-50 IBU, imbott. 26/06/2014, scadenza 120 giorni, pagata 2.59 Euro ($ 1,96)

lunedì 27 gennaio 2014

Stone Smoked Porter

Stone Brewing Co., Escondido, California: un birrificio che non ha bisogno di presentazioni, ma eventualmente i meno "esperti" possono dare una sbirciatina qui, al post dedicato alla breve ma ancora indimenticata visita allo Stone World Bistro & Gardens. Il 26 luglio del 1996 il birrificio debutta con la Stone Pale Ale, il cui primo fusto viene ritirato (franco fabbrica) da Vince Marsiglia e spinato al Pizza Port di Solana Beach (San Diego); a dicembre arriva la seconda birra Stone, ed è questa Smoked Porter. Inizialmente è una produzione stagionale (per il "tiepido" inverno della SoCal) ma, ricorda Steve Wagner con un po' di ironia, "quelle tre persone a cui piacque ci convinsero a produrla per tutto l'anno". A quel tempo le Porter non erano un stile molto popolare, ma Wagner rimase profondamente impressionato dalla Alaskan Smoked Porter: "ho ancora oggi un ricordi così vivido del primo sorso... rimasi completamente sbalordito. Amavo la sua intensa affumicatura, era qualcosa che non avevo mai provato prima. Ma sebbene l'adorassi - racconta nel libro The Craft of the Stone Brewing Co. -  non ero sicuro che fosse una birra che avrei voluto bere continuamente, per via di quel suo carattere affumicato così predominante. Nell'elaborare la ricetta per la Stone Smoked Porter, usammo un'approccio diverso: l'affumicato doveva essere uno degli elementi della birra, non la sua caratteristica principale". Una delle prime birre prodotte da Stone, quindi, che nel tempo è stata rivisitata (e barricata) uno svariato numero di volte: le versioni più note sono forse quella del 2010, con chipotle (un peperoncino affumicato, argento al Great American Beer Festival dello stessso anno) e quella con bacche di vaniglia. Per chi si vuole divertire a passarle tutte in rassegna, c’è Ratebeer.
Malti North American Two-Row Pale, Crystal, Chocolate e Peat-smoked, luppoli Magnum e Mt. Hood; questa la spina dorsale della Smoked Porter; se volete provare a replicarla a casa, provate con il lievito WLP007 English Ale o con il WLP002 di White Labs.
Nel bicchiere è quasi limpida, di colore marrone con dei riflessi rosso porpora molto belli;  schiuma da manuale, fine e compatta, molto cremosa, molto persistente, di colore beige. L’aroma è però abbastanza debole: orzo tostato, qualche lievissimo sentore di caffè e di cioccolato al latte e, ovviamente, di affumicato visto che si tratta di una Smoked Porter. Molto meglio in bocca, dove è molto morbida, leggermente cremosa ma scorrevole al tempo stesso; la carbonazione è bassa, il corpo è tra il medio ed il leggero.  Il gusto ha intensità inversamente proporzionale dell’aroma: ci sono le tostature, qualche accenno di caffè e di cioccolato al latte, con una gradevole acidità data dai malti scuri. Molto secca, con un finale luppolato (lievemente resinoso) che lava bene il palato lasciandolo assaporare il lungo retrogusto amaro (tostature, caffè), dove finalmente s’avverte una leggera affumicatura. Non mi è sembrata un mosto di pulizia, ma è una  Porter (delicatamente) affumicata che si beve con grande facilità; l’amaro e le tostature sono abbastanza intense, nessuna “bruciatura”, ma aroma quasi inesistente.  Bottiglia in scadenza, ma considerando la breve shelf-life di (soli) quattro mesi stabilita dal birrificio, si tratta comunque di un esemplare ancora giovane. Non la migliore Porter a stelle e strisce che io ricordi, tra quelle bevute: il confronto “bottiglia su bottiglia” non fa molto testo, ma la stessa Alaskan e soprattutto la Founders mi erano piaciute nettamente di più. Se la gioca sullo stesso piano di Sierra Nevada ed Odell Cuttroath.    
Dimenticavo il video ufficiale di presentazione della birra, che ovviamente Stone non ci fa mai mancare.
Formato: 65 cl., alc. 5.9%, IBU 53, lotto 24/11/2013, scad. 24/01/2014.

venerdì 21 giugno 2013

Saison du BUFF

Chiudiamo il piccolo “trittico” delle saison con una birra un po’ speciale: la Saison du BUFF, ovvero una collaborazione tra Sam Calagione (Dogfish Head – Delaware), Greg Koch (Stone Brewing Co. - California) e Bill Covaleski (Victory Brewing Co. - Pennsylvania).  L’idea per questa birra risale addirittura al 2003, quando i tre birrai sopra citati formano la BUFF Alliance (Brewers United for Freedom of Flavor), ovvero un’associazione che intendeva diffondere la passione e il senso d’appartenenza alla scena della birra artigianale americana. E’ però solamente nel 2010 che dalle parole si passa ai fatti, ed i tre birrai si trovano al sole della California per elaborare la ricetta di una birra one-shot, la Saison du BUFF.  La prima birra viene brassata alla Stone, e poi replicata da ciascun birrificio presso i propri impianti; nel 2012 i birrai decidono che è il momento di  tornare a farla: a Marzo 2012 viene commercializzata la Dogfish, ad Aprile quella di Victory e, il 18 Giugno la produzione Stone. Questa volta i birrai riescono a reperire tutte le erbe necessarie (prezzemolo, salvia, rosmarino e timo) presso la Stone Farms, l’azienda agricola di proprietà del birrificio che rifornisce di materie prime biologiche lo Stone Bistro & Garden. Per l'occasione viene anche registrato un breve video promozionale. La ricetta viene pubblicata sul libro The Craft of Stone Brewing Co., che racconta i primi 15 anni di vita dal birrificio fondato da Greg Koch e Steve Wagner. Per chi fosse interessato, la può trovare qui.   E' di un bel color oro, quasi limpido; la schiuma, bianca, ha trama fine, e cremosa ed ha buona persistenza. Al naso il primo impatto è di agrumi, mandarino, lime/limone (c'è un dry-hopping di Citra) che ben presto si mescolano a note insolite di salvia e rosmarino e, più in secondo piano, di prezzemolo. Ad un anno di distanza dall'imbottigliamento l'aroma non può essere molto forte, ma è molto pulito, ben equilibrato tra i vari elementi, lievemente rustico, permettendo di individuare le diverse erbe utilizzate nella ricetta. Ottima la sensazione palatale: corpo medio, con una carbonazione forse un po' troppo bassa per lo stile ma che regala comunque una grande sensazione di rotondità e di morbidezza. Il gusto continua in linea retta il percorso aromatico: dopo un ingresso di pane, troviamo frutta dolce (pesca, mango e polpa d'arancio) con, a bilanciare, un amaro  morbido, rinfrescante,  prevalentemente vegetale/erbaceo che ripropone salvia, timo e rosmarino. L'alcool (7.7%) è nascosto in una maniera impressionante; questa Saison du BUFF ha una bevibilità quasi commuovente, un bel profilo secco, dissetante e rinfrescante; il mix di erbe annunciato in etichetta ci aveva un po' "spaventato" (sembrava un po' di leggere il tubetto di una crema rinfrescante), ma il loro sapiente dosaggio aggiunge complessità ad una birra solida che si divincola tra note di frutta (agrumi/tropicale) ed erbacee, con una grande eleganza che forse ne sacrificà un po' il lato rustico. Il birrificio la consiglia in abbinamento con: tortino di granchio, gamberi grigliati, hummus, pollo arrosto, salmone grigliato, ceasar salad, tikka masala. Formato: 35.5 cl., alc. 7.7%, IBU 52,  lotto 02/05/2012, pagata 2.50 Euro (birrificio, USA).

sabato 23 febbraio 2013

Stone 15th Anniversary Escondidian Imperial Black IPA (Highland Scotch)

Per parlare di questa Stone 15th Anniversary Escondidian Imperial Black IPA (Highland Scotch Barrel Aged), uscita sul mercato  ad agosto 2012, dobbiamo fare un passo indietro, allo stesso mese dell'anno antecedente. La birra che la Stone Brewing Co. ha deciso di realizzare per il suo quindicesimo anniversario è una massiccia Imperial Black IPA da 100 IBU e  da 10.8% ABV. La lista dei malti utilizzati include Pale Malt, Cara-Bohemian, Carafa III Special, e Chocolate; per i luppoli, come al solito utilizzati in (grande) quantità, Greg Cock, Steve Wagner ed il birrario Mitch Steele hanno scelto Columbus per (amaro), Citra  (aroma e gusto), dry hopping di  Pacific Jade e Nelson Sauvin. Non tutta la birra prodotta per il compleanno è stata però messa in vendita; una parte venne invece destinata alla botte. Due versioni: botti di Whisky provenienti dalle Lowland e dalle Highland scozzesi. Un anno dopo, mentre si svolgono le celebrazioni del sedicesimo anniversario, vengono anche messe in vendita le bottiglie del compleanno precedente che hanno maturato in botte per svariati mesi, andando a rimpolpare la (esosa!) serie di birre della Stone chiamata "Quingenti Millilitre". Il nostro esemplare è invecchiato in quelle di Highland Scotch. Dalla bella bottiglia (nera) con etichetta serigrafata esce un densissimo liquido assolutamente nero; la schiuma non è molto ampia ma è molto fine e cremosa, color nocciola, ed ha una buona persistenza. Dopo i mesi di botte al naso non c'è ovviamente grande traccia di luppolo; c'è subito un generoso benvenuto etilico, a ricordare dove questa birra ha passato l'ultima parte della sua "vita", seguito da qualche sentore di caffè, di legno bagnato e una remota nota di resina. Il gusto non offre particolari sorprese: anche qui l'attacco è di whisky, rilegando in secondo piano le note di torrefazione e la resina. L'omnipresenza dell'alcool è comunque molto morbida, per una birra dall'ABV 11.5% che mantiene però una buona bevibilità. E' anche molto morbida in bocca, con una carbonazione bassa ed un corpo massiccio. A fine corsa emerge un po' di caffè e di cioccolato amaro, preludio ad un retrogusto etilico molto caldo (e morbido) che ci dà definitivamente di colpo di grazia. Una birra massiccia, pulita, molto intensa, molto ben fatta ma anche molto marcata dal passaggio in botte; esperienza piacevole, ma da ripetersi con molta parsimonia. Formato: 50 cl., alc. 11.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo 15.00 Euro (birrificio).

mercoledì 3 ottobre 2012

Stone Oaked Arrogant Bastard Ale

La Stone Arrogant Bastard Ale è una delle birre che hanno meglio contribuito a consolidare la fama del birrificio di Escondido, California. Facciamo quindi un passo indietro nel tempo, al 1995 quando Steve Wagner, da poco acquistato un nuovo impianto da homebrewer, sta cercando di affinare la ricetta di quella che tra pochi mesi sarà la prima birra ad essere commercializzata, ovvero la Stone Pale Ale. Il nuovo impianto, più capiente, crea qualche difficoltà e Steve si accorge di aver completamente sbagliato la percentuale degli ingredienti. E non di poco. E' sera, è tardi, e piuttosto che gettare via tutto lui e Greg Koch decidono di finire ugualmente la birra, per vedere che cosa ne esce. Qualche settimana dopo l'assaggiano, ed entrambi ne sono stupefatti; la trovavano fantastica, ma sono anche consapevoli che praticamente nessun bevitore abituale di birra l'avrebbe apprezzata per la sua incredibile intensità. Il nome Arrogant Bastard Ale, viene quasi spontaneo, ma Koch e Wagner sanno anche che non potrà essere quella la prima birra messa in vendita dalla Stone.  Un paio di anni dopo, nel 1997, il birrificio non naviga esattamente nell'oro ed il consiglio direttivo si riunisce per decidere le strategie commerciali per garantire la sopravvivenza dell'azienda; l'Arrogant Bastard Ale non era mai stata riprodotta, dopo quella prima cotta "sbagliata", ma il nome sembrava a tutti qualcosa che avrebbe commercialmente funzionato e che avrebbe incuriosito molta gente. Kock e Wagner sono ancora titubanti, non vogliono che il birrificio diventi famoso solamente per aver fatto una birra estrema ed "esagerata". Il primo segnale incoraggiante è la messa in vendita, al birrificio, di una serie di bicchieri (pinte) con la serigrafia Arrogant Bastard Ale, ancora prima che venga prodotta la birra. Vendute tutte in pochissimo tempo. Kock si "rassegna" a  produrre la birra, ma decide di mettere "in guardia" i potenziali clienti elaborando la lunga descrizione che compare sul retro della bottiglia, guidata dal motto "you're not worthy", ovvero "non sei degno".  Ricorda Kock: "siamo una nazione di mangiatori di fast food e di bevitori di un liquido giallastro e gassato che chiamano birra... la maggioranza della gente non era sicuramente degna di bere questa bitta. Non volevo che qualcuno la comprasse per poi vuotarla nel lavandino; inoltre, la nostra idea iniziale era di farne solamente una cotta, un'edizione limitata e quindi destinarla soltanto a quei pochi individui che l'avrebbero apprezzata". Il motto funzionò però al contrario, risultando a molte persone una specie di "sfida" che li motivava ad acquistare ed a provare la birra.   "Agli eventi - racconta sempre Kock - la gente veniva al nostro stand, vedeva le bottiglie, e la voleva provare solo per il suo nome. Ma io dicevo loro di no. Prima dovete assaggiare la Stone Pale Ale, poi la Smoked Porter, poi la IPA e solo dopo, se siete interessati ad andare avanti, ve la farò assaggiare".  La nuova birra funzionò come un traino per tutte le altre, portando molti novizi della craft beer a scoprire birre per loro inusuali come una porter o una IPA. Nel 2004 nasce l'idea di ammorbidire un po' l'Arrogant Bastard utilizzando dei chip di quercia; le sottili note di vaniglia derivanti dal legno avrebbero un po' smussato gli spigoli della versione regolare. La Oaked Arrogant Bastard Ale viene prodotta come edizione speciale per la prima volta a Novembre e nel 2006, sempre a Novembre, entra a far parte della gamma di birre che vengono prodotte tutto l'anno. E' di uno splendido color ambrato, molto carico, con degli intensi riflessi rosso rubino; perfetta la schiuma che forma: molto fine e compatta, cremosa, molto persistente. La bottiglia che abbiamo bevuto era purtroppo in scadenza (90 giorni dopo la data di produzione) e la poca freschezza è evidente al naso, dove non troviamo gli attesi sentori resinosi di luppolo; l'aroma complesso, con sentori di caramello, terrosi, di legno bagnato, quasi di sottobosco, che tendono a dominare man mano che la temperatura della birra si alza. In sottofondo qualche nota di "dark fruits" (mirtilli, prugne) ed una ormai quasi impercettibile componente vegetale (un tempo resinosa ?) leggermente pepata. In bocca troviamo toffee, scorza d'arancio, una leggera legnosità e qualche remoto sentore di vaniglia; è una birra molto secca, con il gusto che nel corso della bevuta evolve verso un deciso terroso (assimilabile al terriccio umido) con un finale amaro, molto intenso ma poco persistente, dove convivono resina e terra. L'alcool è molto ben nascosto, ma quello che abbiamo nel bicchiere ci sembra più un ricordo un po' svanito e quasi agonizzante di un'american strong ale che cerca di risorgere tra legno e terra. Carbonazione molto bassa, corpo medio, buona morbidezza in bocca; il risultato è molto complesso, un po' spiazzante, che invoglia ad una lenta degustazione sorso a sorso piuttosto che ad una tranquilla ed appagante bevuta. Non abbiamo nessun termine di paragone con esemplari più freschi o meno maltrattati, ma in queste condizioni non è una birra che berremmo tutti i giorni. Formato: 35.5 cl., alc. 7.2%, scad. 13/8/2012, prezzo Euro 2.16 ($ 2.59).

lunedì 1 ottobre 2012

Stone Sublimely Self Righteous Ale

La Black IPA della Stone prende forma nel 2007, durante i festeggiamenti dell'undicesimo anniversario del birrificio. Mitch Steele, il birraio, era rimasto impressionato da una Black IPA chiamata Darkside, prodotta dal brewpub The Shed nel Vermont. La propone come candidata per essere la birra dell'anniversario, ma lo stile non sembra entusiasmare troppo Greg Kock, uno dei due proprietari. E' però sufficiente l'assaggio di un piccolo lotto "di prova" per fargli cambiare idea. Il successo - e la qualità - della birra è tale da far nascere subito l'idea d'inserirla nella produzione regolare; così commenta Steve Wagner nel libro The Craft of Stone Brewing Co.: "Amiamo tutte le nostre birre celebrative, ma sapevamo che quella dell'undicesimo anniversario sarebbe ritornata in produzione. Era semplicemente magnifica. Tutti i dipendenti del birrificio si erano fatti la loro scorta personale di bottiglie, ma ormai stavano finendo. Ne abbiamo discusso in un meeting e la decisione, unanime, è stata di produrla regolarmente". Mitch Steele vuole chiamare la birra San Diego Negro, ma per evitare problemi dovuti ad eventuali cattive interpretazioni del significato, si decide alla fine per il più "semplice" Sublimely Self Righteous Ale. Viene prodotta a Gennaio 2009 con  Chinook, Simcoe ed Amarillo, più un dry hopping di Simcoe ed Amarillo. Una black IPA davvero sublime a partire dall'aspetto, di colore ebano scurissimo, che forma una schiuma beige generosa e molto persistente, compatta, fine e cremosa. Aroma in stato di grazia, raramente ci è capitato di trovare una finezza ed una pulizia tale da apprezzarne tutte le sfaccettature. Il primo impatto, balsamico, è di freschissimi aghi di pino, cui seguono sentori di pompelmo rosa, arancia e, più in secondo piano, legno affumicato. Grandi aspettative che in bocca non vengono assolutamente deluse: c'è una base di malto, leggermente tostato, poi è il pompelmo a guidare le danze. Estrema pulizia, gusto fragrante, preludio al finale lunghissimo, amaro e resinoso, con un po' di pompelmo, una nota pepata ed una leggera tostatura a movimentare il retrogusto. Birra dall'impressionante facilità di bevuta (alc. 8.7%) molto bilanciata e morbida al palato, dal corpo medio e dalla corretta carbonazione. Tiene assolutamente fede al suo stile, è una fantastica IPA di colore nero, senza sconfinare in nessun'altro territorio; non siamo soliti fare delle classifiche, ma senza dubbio questa è assolutamente una delle migliori  (la migliore?) black IPA che abbiamo mai bevuto. E non siamo i soli a pensarla in questo modo: 100/100 su Ratebeer (terza miglior black IPA al mondo) e 94/100 su Beer Advocate (miglior American Black Ale al mondo). Se dobbiamo trovarle un difetto, è quello di finire troppo in fretta; per una volta abbiamo rimpianto il mancato acquisto del formato "bomber" (65 cl.). Formato: 35.5 cl., alc. 8.7%, IBU 90, scad. 07/12/2012, prezzo 2.08 Euro ($ 2.49).

domenica 23 settembre 2012

Stone Ruination 10th Anniversary IPA + 16th Anniversary IPA

Le altre due birre che abbiamo bevuto allo Stone Bistro sono, oltre alla Enjoy By IPA ( link ) altre due "novità" del 2012. Si tratta della Stone Ruination 10th Anniversary IPA  e della 16th Anniversary IPA, rispettivamente quella al centro della foto e quella (per chi guarda) alla estrema destra. Vediamole nel dettaglio.
Ruination 10th Anniversary IPA:  la Ruination IPA ha compiuto dieci anni a giugno 2012. Fu la prima "double IPA" al mondo, leggiamo, ad essere prodotta regolarmente tutto l'anno ed essere distribuita in bottiglia. Per celebrare l'evento, la Stone ha deciso di farne uscire una versione speciale, aumentando la percentuale alcolica da 7.7 a 10.8;  nessun sostanziale cambiamento nella ricetta, con malti Pale e Crystal 15, Columbus e Centennial, ed un nuovo blend di Citra e Centennial per il dry hopping. Il colore è dorato molto carico, quasi ramato, la schiuma bianca e cremosa. L'aroma è molto pronunciato e pulito, a dominare è la frutta tropicale con mango, ananas e passion fruit; più in sottofondo ci sono agrumi (pompelmo e limone), sentori di caramello. In bocca è davvero una birra molto solida, massiccia, dal corpo pieno con una robusta base di biscotto, note di caramello cui seguono note di frutta tropicale, sciroppose, di mango, pompelmo ed arancia. E' solamente un istante di "calma" apparente, perché il resto della bevuta è una "colata" resinosa di luppoli, molto amara, molto intensa ma molto pulita e gradevole. Anche in questa birra l'alcool è percepibile ma molto ben nascosto. Ottima celebrazione di una birra già grandissima (la Ruination) che abbiamo però bevuto troppo tempo da per poter fare un adeguato confronto. Formato: 23 cl., alc. 10.8%. 110 IBU, prezzo 3.33 Euro ($ 4.00)
16th Anniversary IPA : il 26 luglio 2012 la Stone ha celebrato il suo sedicesimo anniversario commercializzando questa birra che è arrivata nei  negozi il 13 Agosto. Si tratta ovviamente di una double IPA, la cui ricetta prevede segale, malti Pale, Vienna, Light Munich e Dark Munich. Il luppolo usato per l'amaro è il Magnum, Delta e Target sono "finiti" nel whirpool, il dry hopping è di Calypso ed Amarillo; in aggiunta il mastro birraio Mitch Steele ha aggiunto olio di limone e verbena (Aloysia citrodora). Il colore è  tra il ramato e l'ambrato, la schiuma è cremosa e bianca. Naso West Coast con mango, pompelmo, mandarino e limone. Anche questa double IPA ha il corpo pieno, massiccio, una carbonazione modesta ed una consistenza oleosa. L'alcool si fa però sentire molto di più rispetto alle due "compagne" di degustazione (Enjoy by IPA e Ruination 10th); si apre con biscotto ed alcool, quindi, seguiti da note di lime, pesca/mango ed erbacee. Anche qui arriva quasi subito un'ondata amara, resinosa, molto intensa ma pulita e gradevole, con un ritorno di scorza di limone. Senz'altro la più potente - ed anche la meno facile da bere - delle tre; abbastanza impegnativa, è quella che ci è piaciuta di meno, anche se stiamo sempre parlando di livelli davvero elevatissimi di qualità. Formato: 23 cl., alc. 10%, 85 IBU, prezzo 3.33 Euro ($ 4.00)

sabato 22 settembre 2012

Stone Enjoy By IPA (9.21.12)

Si trova ad una trentina di chilometri dalla costa lo Stone World, nei sobborghi di Escondido, circa 45 chilometri a nord di San Diego, California. Se capitate da quelle parti, la deviazione verso l'arido entroterra e l'abbastanza anonima città di Escondido vale senza dubbio il prezzo del biglietto. Quasi nascosta da un rigoglioso giardino, l'edificio che ospita il Bistro ed il birrificio della Stone Brewery tiene assolutamente fede al suo nome: vedrete richiami alla pietra ovunque, a partire dal monolite che vi accoglierà all'ingresso sino al rivestimento dei bagni. E sin dall'arrivo è davvero difficile pensare che state per visitare quello che, in effetti, sarebbe un "piccolo" birrificio artigianale. Vi attende persino un parcheggiatore, che per cinque dollari vi parcheggerà la macchina in un luogo vicino all'entrata; per chi vuole invece fare da solo, c'è un ampio ma spesso affollatissimo parcheggio, soprattutto nel weekend. All'ingresso c'è la reception, dove vi presenterete e dove uno dei tanti camerieri vi accompagnerà ad un tavolo della enorme e luminosissima sala: da un lato, gli impianti produttivi a vista, dall'altro gli splendidi "Stone Gardens". Ma lo "Stone World" è anche un enorme negozio di merchandising, dove troverete dalle classiche magliette e bicchieri agli inaspettati teli da bagno, lenzuola e body per neonati, in aggiunta a qualche bottiglia speciale disponibile solamente in loco.
Alla spina abbiamo degustato l'ultima nata in casa Stone, chiamata  "Enjoy By IPA (9.21.12)", alla quale è stato anche dedicato un micro sito. Forse è la prima volta che l'assunto "la birra va bevuta fresca (giovane)" viene portato all'estremo, arrivando a chiamare una birra "IPA da consumarsi entro".  Sono solamente 35 i giorni di vita che la Stone dà a questa birra; imbottigliata il 17 Agosto 2012, scadenza 21 Settembre. Non contenti di questo, sul sito della Stone potete trovare anche un formulario dove fare le rimostranze nel caso abbiate trovato su qualche scaffale una bottiglia scaduta. I ragazzi di Escondido promettono di prendere i dovuti provvedimenti verso chi continua a vendere le loro birre anche oltre la data di scadenza. Un progetto, l'Enjoy by IPA, reso possibile solamente grazie ad un veloce canale di distribuzione capace di far pervenire le birre nei negozi in pochissimo tempo; per questo la Stone ha deciso di effettuare una distribuzione mirata solamente in alcuni stati. Il primo lotto di Enjoy by IPA è stato infatti distribuito solamente in California, New Jersey ed a Chicago, tutti luoghi dove la "craft beer" ha un seguito molto forte e dove le bottiglie sono andate a ruba in poco tempo. Il prossimo lotto di Enjoy by IPA sarà imbottigliato l'8 Ottobre, avrà data di scadenza 9 Novembre 2012 e sarà distribuito solamente in Colorado ed Ohio. Abbiamo bevuto al birrificio la Enjoy By IPA (9.21.12) in data 25 Agosto, quando aveva "solamente" 8 giorni di vita; la sua  incredibile freschezza ha quasi eclissato le altre due compagne di bevuta, la Ruination 10th Anniversary IPA e la 16th Anniversary IPA  delle quali parleremo nel prossimo post.  Impressionante anche la luppolatura che questa birra ha avuto. Calypso nel mosto, Super Galena per l'amaro; per l'aroma sono stati usati Simcoe, Delta, Target ed Amarillo, secondo una tecnica chiamata "hop bursting", ovvero duranti gli ultimi istanti della bollitura e Motueka, Citra e Cascade nel whirpool. Se tutto questo non vi basta, c'è stato anche un dry hopping di Nelson Sauvin e Galaxy. Per chi volesse approfondire, segnaliamo questa pagina in inglese. E' dorata con riflessi arancio, schiuma  bianca, fine e cremosa. L'aroma è davvero eccezionale, freschissimo, difficile davvero staccare il naso da una simile delizia: un piccolo compendio di West Coast, con tantissimo pompelmo, mandarino, aghi di pino e più in secondo piano frutta tropicale con mango in evidenza. Assolutamente meraviglioso. Ma anche in bocca non è da meno: la percentuale alcolica è 9.4%, ma questa Enjoy By IPA scorre troppo pericolosamente veloce per  crederci. In bocca ci sono tutti gli elementi fondamentali di una grande IPA West Coast: leggero caramello, molti agrumi (pompelmo), note di frutta tropicale ed una lieve nota alcolica a ricordarci che abbiamo davanti una "double IPA". Corpo medio e consistenza oleosa, grande secchezza, estrema pulizia, eccezionale fragranza di tutti i sapori e gli odori. Ci lasciamo, a malincuore, con un retrogusto lungo, di resina e pompelmo, intenso e pulito. Diamo merito all'estrema freschezza ed alla splendida location, ma ci è sembrata la miglior "double IPA" mai bevuta fino ad ora. Formato: 23 cl., alc. 9.4%, 88 IBUs, prezzo 3.33 Euro ($ 4.00).

giovedì 13 settembre 2012

Stone Imperial Russian Stout

Difficile riassumere in un post la storia della Stone Brewing Company, fondata nel 1996 da Greg Kock e Steve Wagner. Della loro splendida sede ad Escondido, circa 50 chilometri a nord di San Diego, parleremo più in dettaglio in un prossimo post ad hoc. Visitando oggi il birrificio con bistro e shop annesso si fa onestamente fatica a pensare alla Stone come ad un microbirrificio; le dimensioni, se pensiamo all'Europa, sono davvero imponenti. Parliamo di volumi annuali di produzione che superano i 100.000 barili; all'inizio non è stato ovviamente tutto così facile. E' la musica a far incontrare i due fondatori; Greg aveva uno studio/sala prove a Los Angeles che anche Steve frequentava. Qualche anno dopo, nel 1992, i due si rincontrano casualmente ad un corso di degustazione birra, e decidono d'iniziare a collaborare; la sede dei primi esperimenti è la cucina di Steve, che tra i due era quello con maggior esperienza di homebrewing. Greg inizia invece la raccolta dei fondi e bussa la porta di diversi potenziali investitori. Dopo quattro anni di esperimenti, fallimenti e successi, nel 1996 apre finalmente a San Marcos la Stone Brewing Company. Da quel giorno è stata un crescita senza sosta, e dai 400 barili dei primi mesi si è arrivati a superare la soglia dei centomila, gli impianti sono stati più volte ingranditi ma non è tutto; è arrivato lo Stone World Bistro and Gardens del quale parleremo in un prossimo post, ci sono le Stone Farms, (nove acri di terreno adibiti a fattoria che riforniscono in parte lo Stone Bistro), lo Stone Catering ( che ne direste di affidare a loro il pranzo del vostro matrimonio ?), diversi libri, tre negozi proprietari (Company Store) nella contea di San Diego dove potete acquistare birre, merchandising e riempire il vostro growler. Se tutto questo non basta, c'è in costruzione lo Stone Hotel, 50 camere nei dintorni del birrificio, l'aumento della capacità produttiva a 500.000 barili l'anno, l'apertura di un secondo bistro a San Diego (Liberty Station) ed il progetto più volte annunciato ma non ancora attivato di aprire un sito produttivo in Europa. Ma a monte di ogni cosa ci sono ovviamente delle grandi birre, che nascono dalla collaborazione di Steve Wagner con l'attuale mastro birraio Mitch Steele. La Imperial Russian Stout fu prodotta per la prima volta nel luglio del 2000, e negli anni si è guadagnata la reputazione di terza miglior Imperial Stout al mondo secondo l'americano Beer Advocate, mentre nella classifica del nordico (europeo) Ratebeer la birra si piazza (solamente) al numero 24. Luppolata con il solo Warrior, si presenta di color ebano scurissimo, ai confini del nero; impeccabile la schiuma color nocciola, molto fine e cremosa. Al naso emerge una torrefazione molto elegante e raffinata di malti, sentori di caffè, cacao amaro, e pane nero; il tutto amalgamato da una leggera nota alcolica che aumenta man mano che la temperatura aumenta. In bocca è molto morbida, il corpo è pieno e la carbonazione contenuta; sorprende soprattutto per una consistenza leggera, tra l'oleoso e l'acquoso, che non ti aspetteresti da una birra dal contenuto alcolico molto importante (10,5%). Questa Imperial Stout riesce così ad essere facile da bere ma ugualmente morbida e mai sfuggente; lo stesso discorso si applica alla componente alcolica: c'è, sempre presente, scalda, ma è una presenza discreta che non rallenta mai la bevuta. Non stiamo ovviamente parlando di una session beer, nel bicchiere abbiamo sempre una birra che richiede la giusta dose di cautela e che va comunque sorseggiata piuttosto che trangugiata. Al gusto troviamo tuttavia molta frutta sotto spirito, soprattutto prugne e mirtilli, e sorprendentemente in secondo piano caffè e tostature; a fine corsa emerge anche una leggera nota di anice. Lascia un lungo retrogusto caldo ed etilico, con un amaro tostato e leggermente terroso. Ci è sembrata una birra davvero molto solida e pulita, davvero ben costruita, anche se ci aspettavamo un pochino di più dal lato caffè/cioccolato; birra abbastanza giovane (uscita ad Aprile 2012)  ha probabilmente bisogno di un po' di cantina per smussare alcuni angoli ed evolvere. Visto il prezzo americano, è senza dubbio consigliato l'acquisto di una mezza dozzina di bottiglie da lasciare poi a riposare. Formato: 65 cl., alc. 10.5%, IBU 65, lotto 2012, scad. non riportata, prezzo 5.83 Euro ($ 6.99). 

martedì 20 settembre 2011

Stone Pale Ale

Nell’attesa che l’americana Stone concretizzi finalmente il progetto annunciato di aprire uno stabilimento produttivo in Europa, le sue birre rimangono per il momento a noi molto poco accessibili. E’ abbastanza normale quindi gettarsi all’acquisto di una qualsiasi bottiglia di Stone si intraveda in un beershop, senza far troppa attenzioni ai dettagli come la data di scadenza che oltretutto, ahinoi, sulle craft beers americane è raramente presente. Invece, in questo caso, bastava guardare in controluce il collo della bottiglia per leggere la scritta “enjoy by 14/08//2011”, che in italiano fa più o meno ferragosto. Prodotta per la prima volta nel 1996, la Pale Ale rappresenta l’interpretazione Californiana di una classica pale ale inglese; in questo caso i luppoli usati sono Columbus ed Ahtanum. E’ di un bel colore ambrato, carico e velato; la schiuma è leggermente ocra, fine e cremosa, molto persistente. Al naso non è ovviamente un trionfo di freschezza; i luppoli non pungono più ma regalano ugualmente un elegante bouquet fruttato (pesca, melone) affiancato da sentori caramellati. In bocca si rivela subito una pale ale ben fatta e molto equilibrata, dal gusto estremamente pulito. L’imbocco è dolce, con note di marmellata di frutta (pesca, arancio), caramello, seguito da un bel amaro intenso (molto più di una classica APA) e resinoso, che però non “raschia” mai. Lascia un retrogusto amaro, erbaceo, non lunghissimo. Una American Pale Ale molto ben fatta, nata per essere bevuta fresca ma conservatasi molto dignitosamente anche poco oltre la data di scadenza. Formato: 35.5 cl., alc. 5.4%, 41 IBU, scad. 14/08/2011, prezzo 4.60 €.


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english summary:

Brewery: Stone Brewing Co., Escondido, California, USA.
Appearance: amber color with a creamy off-white head. Aroma: sweet and fruity (peach, melon), caramel. Mouthfeel: medium body, medium carbonation, watery texture. Taste: orange and peach jam, caramel, resinous hops. Nice bitter grassy aftertaste. Overall: pretty well done, clean and solid APA, with a big amount of hoppy bitterness that could make this one easily fit into the IPA category. The bottle we drank showed 14 August 2011 as “best before date” and we obviously could not enjoy all the hops freshness. Bottle: 35.5 cl., 5.4% ABV, 41 IBUs, bb. 14/08/2011, price 4.60 €

lunedì 31 gennaio 2011

Stone Ruination IPA

Stone Brewing Company, ovvero Steve Wagner e Greg Koch, ad Escondido, in California, che nel 1996 danno forma a questo birrificio e in breve tempo si conquistano un posto di assoluto rilievo tra i birrifici artigianali americani portando una vera tempesta di novità. Pensiamo anche solamente alla loro identità visiva (un gargoyle molto aggressivo), ai nomi delle birre (ad es. Arrogant Bastard Ale) e, soprattutto ad una qualità produttiva davvero elevata. Non è da meno questa Ruination IPA, così chiamata per gli effetti “dannosi” che produrrebbe al palato; si tratta di una imperial india pale ale con oltre 100 IBU ed un ABV 7.7%. Il colore è un arancio dorato appena velato; forma una splendida schiuma leggermente ocra, compatta, fine e cremosa. Più che il gusto, ci ha sorpreso il “naso” di questa birra, probabilmente una delle più forti profusioni di luppolo che abbiamo mai provato sino d’ora. Freschi sentori di agrumi (pomplemo, mandarino), resina e di terriccio umido. Al palato l’assalto dei luppoli è trainato da un corpo importante ma non eccessivo, e sostenuto da una generosa base di malto, percepibile solo per pochi istanti, finchè il liquido non raggiunge la parte posteriore della lingua dove si scatenano gli oltre 100 IBU. La "ruination" del palato è una forte sensazione speziata, piccante che avvolge tutto e si mescola a resina e pino. Il finale secco tenta di ripulire a dare tregua alle papille gustative ma non c’è tempo, perché un lungo retrogusto pungente e piccante di pino e resina ha già preso il controllo della situazione. Una birra “rude”, che regala un’intensa esperienza olfattiva e gustativa, da prendere a piccole dosi. Estrema, amarissima ma a suo modo equilibrata, anche se meno bevibile di altri “hop monsters”. Se volete comunque immergervi per un po’ in un vero e proprio mare di luppolo, provatela. Da bere rigorosamente a “fine” serata; anche perché, dopo di lei, difficilmente riuscireste a sentire qualche altro gusto in bocca. 66 cl., 6 €.

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english summary:
Golden orange color with a beautiful creamy off-white head. Overwhelming hoppy aroma on the nose, with grapefruit, tangerine, resin and humid earth. Wow. Medium bodied, taste is some light malt in the background with a huge amount of hops. That’s
Ruination IPA: hops are biting bitter and hard with a peppery note on tongue and palate; pine and resin as well. Finish is very dry. A very bitter and spicy taste of resin and pine will linger for several minutes in your mouth. A truly 360° degrees hoppy experience, this is possibly the beer with the strongest hoppy smell we ever tasted so far. With more than 100 IBUs you need to drink this slowly at the end of a drinking session. After this one, you won’t be able to taste any other taste in your mouth. Less drinkable than other hop-monsters, it sure a beer you need to experience at least once in your life. An excellent brew from the Stone Brewing guys. ABV 7.7%, 6 €.