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mercoledì 9 dicembre 2020

DALLA CANTINA: Schneider Weisse Aventinus 2020 vs 2014

Quando si parla di birre da invecchiamento lo stile Weizenbock non è sicuramente il primo a cui pensare; a mettere in discussione quelle che erano anche le mie convinzioni ci ha pensato Patrick Dawson, autore del libro Vintage Beer, un manuale davvero utile d’informazioni e consigli soprattutto per chi vuole provare a mettere qualche birra in cantina. Tra le numerose birre che Dawson consiglia c’è per l’appunto anche una Weizenbock, quella prodotta dalla Weissbierbrauerei G. Schneider & Sohn:  Aventinus.  
Del resto alla Schneider reclamano la paternità dell’intero stile: sarebbero stati loro nel 1907 a produrre la prima Doppelbock di frumento. In quel periodo il birrificio era guidato da Mathilde Schneider che nel 1905 aveva preso il comando a seguito della morte improvvisa del trentacinquenne marito Georg III: agli inizi del ventesimo secolo non erano molte le donne a capo di un birrificio, in Baviera. Sotto la sua guida Schneider divenne il più grande produttore di birra di frumento della Germania meridionale negli anni che precedettero la prima guerra mondiale.  In quel periodo il birrificio aveva gli uffici a Monaco in Aventinstraße e forse oggi sarebbe ancora lì se i bombardamenti del secondo conflitto mondiale non avessero costretto a trasferire tutto a Kelheim, sulle rive del Danubio, nei pressi di Ratisbona, utilizzando gli edifici di uno dei tanti birrifici che Schneider aveva inglobato nei primi vent’anni del secolo scorso. La strada era dedicata a Johannes Aventinusstorico della corte bavarese vissuto tra il 1477 e il 1534 nonché autore della prima mappa geografica della Baviera (1523).  Ma la tradizione voleva che una birra dal contenuto alcolico importante come quella di Schneider prendesse il proprio nome da un santo, l’associazione bavarese dei birrai rifiutò quel nome e fu necessario l’intervento del parroco della famiglia Schneider per trovare la soluzione: le sue ricerche mostrarono che esisteva infatti un santo con lo stesso nome, ovvero Sant'Aventino di Troyes.
Della Tap 6 Aventinus vi avevo parlato in questa occasione: era il 2010 e il mio post di dieci anni fa non rende oggettivamente giustizia a quella che considero essere la mia Weizenbock preferita, anche se un po’ atipica rispetto alle altre sorelle tedesche. La sua ricetta, basata sulla Schneider Weisse Original, prevede una percentuale di malti tostati che contribuisce a donarle quello splendido color ambrato scuro accesso da intensi riflessi rubini; il luppolo è Hallertauer Herkules.  La leggenda vuole poi che da un inconveniente invernale – birra ghiacciata  durante il trasporto – nacque poi la sua altrettanto splendida versione Eisbock.

La birra.

Nell’aprile del 2019 la Schneider ha sottoposto tutta la propria gamma ad un restyling stilistico; la bianca etichetta della Tap 6 Unser Aventinus si è colorata dello stesso color viola della Aventinus Eisbock. La classificazione “Tap”, che identificava tutte le birre di Schneider è stata rilegata in un angolo a favore del nome della birra: oggi l’etichetta parla solo di Aventinus. 
Partiamo da una bottiglia recente del 2020, stranamente quasi limpida, di colore ambrato carico ravvivato da riflessi ramati e rosso rubino. Il naso è ricco di banana matura, chiodi di garofano, caramello, uvetta e prugna; in sottofondo la componente fenolica esprime anche un flebile filo di fumo. L’aroma è pulito e intenso, il mouthfeel è perfetto: bollicine vivaci ma non troppo, sensazione palatale morbida, lievemente cremosa, che non pregiudica la scorrevolezza. A voi scegliere se gustarvela lentamente o se lasciarvi ingannare dal suo tenore alcolico, molto ben nascosto, che si rivela solo nel retrogusto. La bevuta replica l’aroma con la stessa intensità  e precisione: uvetta e prugna, caramello, banana matura, un finale leggermente amaricante di  frutta secca a guscio. In questa bottiglia non avverto quei lievi accenni di cioccolato delle migliori Aventinus che mi sia capitato di bere, ma è un dettaglio che non mette in discussione una bevuta di alto livello. 
Passiamo ora ad una bottiglia del 2014, il cui colore è ovviamente molto più scuro e meno brillante: la schiuma è ancora sorprendentemente fine, cremosa e molto compatta. Rispetto alla bottiglia 2020 la banana scivola (molto) nelle retrovie lasciando il palcoscenico a uvetta e prugna disidratata; emergono accenni di frutti di bosco, ciliegia. Fenoli (chiodi di garofano) completamente assenti. L’aroma è meno intenso ma risulta più caldo, se mi passate la forzatura semantica. E’ il mouthfeel a pagare il prezzo più alto dell’invecchiamento: la birra risulta un po’ scarica, qualche deriva acquosa di troppo si porta via la morbidezza dell’Aventinus fresca. Inevitabilmente anche il gusto presenta cali di tensione rispetto ad un esemplare giovane ma – prenda nota chi odia le Weizen – la banana è scomparsa. Rilevo caramello, uvetta e prugna, frutti di bosco,  qualche nota ossidativa che richiama i vini marsalati: c’è quasi tutto quello che si desidera dall’invecchiamento di una birra, ma in tono minore. Anche l’alcool è fin troppo nascosto, negando di fatto quel conforto etilico tipico di una bottiglia giovane. 
Il verdetto?  Sebbene apprezzi la drastica riduzione di banana e chiodi di garofano nell’Aventinus 2015, ci sono troppi cali di tensione per farmela preferire alla bottiglia 2020. Il mio voto va quindi per l’Aventinus fresca, potente e intensa, che negli esemplari migliori regala una complessità davvero degna di nota.  

Nel dettaglio:
Aventinus 2014, 50 cl., alc.8,2%, IBU 16, lotto 18/11/2014, scad. 18/11/2015, pagata 1,17 Euro (supermercato Germania)
Aventinus 2020 , 50 cl., alc.8,2%, IBU 16, scad. 19/06/2021, pagata 3,40 Euro (supermercato Italia)

mercoledì 7 ottobre 2020

Blech.Brut: Tile 692 IPA & Coat 54 IPA

Per ogni appassionato di birra un viaggio in Franconia è un viaggio nella tradizione: birre immutabili, un patrimonio da preservare e da scoprire per la prima volta o da ritrovare, a seconda della vostra esperienza. Ma chi in Franconia ci è nato e ci vive potrebbe non avere le stesse opinioni positive sulla tradizione. E’ il caso di Benedikt Steger, giovane irrequieto che voleva studiare sociologia, poi Ingegneria dello sport e ha poi finito per scegliere la birra: dopo un periodo di tirocinio presso il birrificio Zehendner a Mönchsambach si reca a Berlino, città in perenne evoluzione e fermento, in cerca di novità. Ma nella Berlino del 2012 il fermento che interessa a Benedikt  - birrifici e birra – è ancora in fase embrionale e offre poche opportunità. Lui vola allora a Londra dove ottiene un lavoro alla London Fields Breweryuna delle prime ad installarsi nell’area di Hackney. Jules Whiteway l’aveva fondata nel 2011 dopo aver finito di scontare una condanna di dodici anni per traffico di cocaina a celebrities e cantanti. La libertà di Whiteway non durò molto: alla fine del 2014 fu nuovamente arrestato per evasione fiscale e il birrificio, dopo anni di agonia ed incertezza, fu rilevato dalla Carlsberg nel 2017. 
Per Benedikt è meglio cambiare aria e nel 2015 alcune conoscenze lo aiutano a trovare lavoro a Parigi dove lavora all’avvio del brewpub Paname: la capacità dell’impiantino è però insufficiente a soddisfare la richiesta dei clienti e Benedikt si mette alla ricerca di un birrificio dove appaltare le sue ricette. La soluzione è tornare a casa in Germania alla Old Factory, neonata costola del birrificio Cambdedicata proprio alla produzione per conto terzi: là Benedikt conosce il birraio Enzo Frauenschuh che è anche titolare della beerfirm FrauGruber  e che lo “sfida” a far qualcosa di simile. 
Benedikt torna a Bamberga e nel 2018, terminato il congedo di paternità, lancia il suo marchio Blech.Brut, nome suggeritogli da un amico a Berlino che voleva realizzare sculture con le lattine usate: il foglio di metallo (Blech) e l’arte (Art Brut). L’idea – non originalissima – è di affiancare l’arte alla birra affidando di volta in le etichette ad un illustratore differente. Le ricette sono realizzate alla Camba Old Factory, nonostante le possibilità sotto casa non manchino:  potrei produrle qui a Bamberga, ma sarebbe difficile usare le lattine. All’inizio non pensavo di usare questo contenitore ma ripensandoci la parte grafica viene maggiormente valorizzata; dopo tutto il mio è una specie di progetto artistico. Non escludo in futuro di estenderlo alle bottiglie e lanciare il marchio Glas.Brut.  Enzo di Camba è diventato un amico; mi fido di lui e anche se faccio io le birre ho bisogno di lui. Gundelfingen è a due ore e mezza da Bamberga e non posso essere là tutti i giorni”.
Il focus è ovviamente sui luppoli: “li amo e mi piace sperimentare con loro. A Bamberga si producono delle lager eccellenti, ma sono tutte molto simili. Non ne voglio parlar male, ma se vai via per un po’da Bamberga e poi torni… ti accorgi che nulla è cambiato e nulla cambierà per il prossimo secolo. Io voglio dimostrare che con le nuove varietà di luppolo tedesche si può far qualcosa di diverso”. Del resto la “mission” che compare sul sito internet di Blech.Brut parla chiaro: “togliere la polvere della tradizione. Ci vogliono volti nuovi per portare la birra alle nuove generazioni. Abbiamo l’ambizione di voler ampliare gli orizzonti dei bevitori della Franconia ed espandere il loro concetto di birra. Vogliamo offrire ai bevitori di Schlenkerla un’alternativa alla moda”.  Un birrificio proprio? “E’ presto, ci vogliono capitali a disposizione. Ma averne uno è lo scopo che dovrebbe avere ogni persona che s’imbarca in un progetto di questo tipo. Io avrei anche lo spazio a disposizione nella casa dei miei genitori, visto che sono nato in una fattoria. Prima o poi avrò il mio birrificio, anche se di piccole dimensioni”.

Le birre.

In quasi due anni d’attività Blech.Brut ha prodotto circa 25 etichette diverse, una al mese. Una Imperial Stout e 24 sfumature di luppolo: Pale Ale, Session IPA, IPA,  Double e Triple IPA, NEIPA. Vediamone un paio partendo dalla Tile 692, NEIPA (7.1%) nella quale sono protagonisti  Citra, Galaxy, El Dorado e gli sperimentali HBC 692 e BRU-1. Visivamente simile ad un succo di frutta presenta una schiuma cremosa, piuttosto compatta e che mostra buona ritenzione. Il naso fa pensare a frutti tropicali molto maturi (mango e papaia) ma c’è una netta sensazione di menta/mentolo a scombinare un po’ le carte in tavola:  intensità e pulizia ci sono ma il mix non è dei più azzeccati, per quel che mi riguarda. Il gusto prosegue il percorso in linea retta:  è una NEIPA piuttosto dolce, ricca di frutta tropicale e albicocca matura che cala il sipario su di un aroma vegetale di discreta intensità e durata che lascia qualche graffio in gola (hop burn). Nel complesso ha buona intensità ma anche al palato c’è qualche sapore insolito e difficile da definire: birra gradevole, se non avete aspettative elevate.

Coat 54  (6.7%) è un’altra NEIPA dal design minimalista e freddo ed un mix di luppoli che include HBC 630, Mosaic e Palisade. Il suo color arancio è torbido ma luminoso, la schiuma è cremosa ed ha una buona persistenza. Dovrebbe aver debuttato alla fine di luglio e dopo due mesi d vita l’aroma offre davvero poco, per quel che riguarda l’intensità: pesca, ananas e altri vaghi ricordi di frutta tropicale. La bevuta è fortunatamente più intensa pur non brillando per pulizia ed eleganza. Il risultato è un succhino di frutta -  un po’ confuso ma gradevole - nel quale mi sembrano spiccare albicocca e papaia. Rispetto alla Tile 692 presenta molti meno spigoli, probabilmente grazie ad un amaro finale molto corto e quasi impercettibile. Buona secchezza, alcool ben nascosto, bevibilità un po’ limitata dalla sua pesantezza tattile al palato: masticabile (chewy) ma poco morbida, come la sorella. Paga il pegno di un aroma sotto tono ma il suo principale problema è la noia: per il resto, si beve con piacere.
Nel dettaglio:
Brut Tile 692,  44 cl., alc. 7,1%, scad. 16/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop) 
Brut Coat 54, 44 cl., alc. 6.7%, scad. 16/01/2021, prezzo indicativo 7,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 28 settembre 2020

Braumanufaktur Hertl Mutti's Sonnenschein

Pensi alla Franconia e pensi subito alla tradizione: piccoli paesi dove il tempo sembra essersi fermato e dove i cambiamenti sono lenti o rari. Ciò è vero anche per quel che riguarda la birra, ma ci sono sempre le dovute eccezioni e una di queste è rappresentata dalla Braumanufaktur Hertl.
Quando aprì le porte nel 2012 a Schlüsselfeld, trenta chilometri a sud-ovest di Bamberga, Hertl si vantava di essere il più piccolo birrificio di tutta la Franconia e il ventiquattrenne David il più giovane birraio tedesco in attività. Lui ricorda di aver iniziato a produrre birra  quando aveva 15 anni nella cucina dei propri genitori: la birra neppure gli piaceva, del resto in famiglia erano dei viticultori. La sua prima cotta lasciò qualche segno indelebile sui mobili della cucina ma il solco era ormai stato tracciato: dopo cinque anni d’esperimenti con le pentole David decide che è il momento di fare sul serio. Fa pratica presso sette birrifici, tra i quali anche il brewpub Thirsty Bear a San Francisco, e ventidue anni è già diplomato birraio e in parallelo ottiene il titolo di Beer Sommelier: il porcile adiacente alla casa di famiglia (80 metri quadri) viene ristrutturato e riconvertito in uno spazio adatto ad ospitare l’impianto di produzione da…  40 litri! La prima espansione arriva con un impianto da cinque ettolitri sul quale lavorano due apprendisti e il padre Bernd – rubato ai vigneti - mentre la madre Vroni disegna ed incolla a mano le etichette sulle bottiglie. Un aiuto necessario perché David non conosce soste, tiene seminari, promuove il birrificio partecipando e fiere ed eventi, studia per diventare Sommelier (vino) e nel tempo libero gestisce anche la filiale di Bamberga del beershop Bierothek. 
Che Braumanufaktur Hertl non sia il tipico birrificio francone è evidente sin dalle prime produzioni, spesso one-shot che non vengono ripetute: IPA, Black IPA e Double IPA, la Whiskeydoppelbock, invecchiata sei mesi in whiskey scozzese, la imperial porter Motoröl e una Gose al cetriolo che viene prodotta in Repubblica Ceca in quanto l’Editto di Purezza bavarese non consente l’utilizzo dell’ortaggio coltivato e raccolto nei dintorni del birrificio.  Hertl procede al ritmo di quasi 40 birre nuove all’anno, collabora con altri colleghi e sperimenta l’uso di diverse botti, con inevitabili alti e bassi:  la maggior parte non viene neppure censita sui siti di beer-rating.  E gli amanti della tradizione? Devono cancellare il nome Hertl dal loro taccuino? A far cambiare loro idea ci provano tre birre dedicate ai membri della famiglia: la Kellerbier Opa's Liebling  (“la preferita del nonno”, 2017), la Helles Mutti's Sonnenschein (2018) e l’ultima arrivata (2019) Papa's Weissheit, una weissbier per papà Bernd.

La birra.

La “luce del sole” che splende in birrificio: mamma Vroni è l’autrice delle etichette e a lei David dedica una Helles (non filtrata) chiamata Mutti's Sonnenschein. Il suo colore leggermente velato è effettivamente solare, la schiuma è candida, cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Mollica di pane, miele, accenni floreali ed erbacei, una delicata speziatura: un aroma pulito e piuttosto definito che trasporta idealmente in un assolato campo estivo. Al palato è sorprendentemente morbida,  piena e strutturata, per lo stile:  siamo lontani anni luce dalle scialbe Helles bavaresi che vengono servite più a sud, nei pressi di Monaco. La bevuta è meno definita dell’aroma ma si ha ugualmente l’impressione di avere in mano un bicchiere di pane liquido, arricchito di richiami a cereali, miele e con un finale che non t’aspetti,  una chiusura erbacea generosamente luppolata (parliamo di una Helles!).  Una birra che rinfresca e “nutre”, piacevolmente rustica al palato anche se ciò va un po’ a discapito della pulizia e della precisione: un piccolo sacrificio necessario nel determinare la vittoria del sentimento sulla ragione. 
Formato 50 cl., alc. 4.9%, lotto 21:11:5, scad. 19/05/2021, prezzo indicativo 3,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 16 settembre 2020

Berg Jubel Bier

Berg è un tranquillo sobborgo di circa 4.000 abitanti nel land del Baden-Württemberg, a sette chilometri da Ehingen e ad una quarantina dalla più nota Ulm. Ad Ehingen i più antichi documenti scritti sulla produzione di birra risalgono al 1384 e quelli relativi al birrificio Berg (“montagna”, ma in questo caso siamo a soli 500 metri sul livello del mare) al 1466:  in quell’anno l’arciduca Sigismondo d’Austria menzionò infatti in una lettera la “Wirtshaus auf dem Berg”, osteria dove potersi rifocillare con carne di ottima qualità. Nel 1890 operavano ad Ehingen una ventina di birrifici, incluso Berg che dal 1757 è di proprietà della famiglia Zimmermann: Dopo nove generazioni, è Ulirich ad avere ora il timone tra le mani : la produzione annuale si attesta sui 30.000 ettolitri.

Al solito non si trovano molte notizie storiche e non vi è molto da raccontare sui birrifici tedeschi che hanno alle spalle una storia secolare dominata dal rispetto per la tradizione. La Berg Brauerei Ulrich Zimmermann non fa eccezione ed è meglio quindi concentrarsi sul presente: il birrificio vi attende in centro a Berg con la propria BrauereiWirtschaft, ristorante che oltre ai classici della cucina sveva come i ravioli Maultaschen propone anche un interessante Gulash alla birra e una cotoletta Schnitzel impanata alla birra. In Germania i camerieri vi guardano sovente con compassione quando chiedete una birra dalle dimensioni inferiori al mezzo litro: alla Berg non è un problema, visto che propongono anche il formato assaggio da 10 centilitri e la possibilità di ordinare un moderno “beerflight” di quattro birre. 
A fianco del ristorante, aperto tutti i giorni, troverete il BrauereiLädele, negozio di merchandising e nel seminterrato la Bierkeller dove poter acquistare birra da asporto; oltre alle bottiglie sono disponibili fustini di diverse dimensioni in acciaio e in legno.  E nella stagione estiva dal venerdì alla domenica è operativo l’immancabile Biergarten nel quale – come vuole la tradizione – c’è musica dal vivo.   Ma non è tutto: alla Berg si organizzano visite guidate, corsi di panificazione e di birrificazione su di un impiantino pilota da 20 litri, corsi di degustazione tenuti da beersommelier.

La birra.

Come il nome indica, la birra Jubel è stata prodotta nell’occasione della Ulrichsfest che nel luglio del 2016 si è svolta a Berg per celebrare “550 Jahre auf dem Berg”, ovvero quei 150anni  passati trascorsi dalla data di fondazione del birrificio: stand gastronomici, mercatini, un accampamento medievale nel castello, visite alle cantine del birrificio, cicloraduni, musica  dal vivo e diretta su grande schermo degli europei di calcio. 
Il birrificio la definisce una classica Zwickel/Kellerbier non filtrata e quindi naturalmente torbida; per la produzione è stato utilizzato malto d’orzo locale, luppoli Hallertauer Magnum e Tettnanger Perle nel corso della bollitura e Tettnanger a freddo, durante la maturazione. Il suo  aspetto è inappuntabile: dorata, piuttosto velata, schiuma candida, a trama fine, compatta e cremosa. Fiori, cereali, mollica di pane, accenni erbacei e di miele, una delicata speziatura; l’aroma è una piacevole ventata di semplicità e freschezza e la bevuta non è altro che la sua ideale prosecuzione. Jubel è una zwickel/keller facilissima da bere ma caratterizzata da un’ottima pulizia e da una buona intensità: i malti sono fragranti, nel finale c’è un accenno erbaceo/terroso che  dura un battito di ciglia. Un bel bicchiere di pane liquido, non privo di una gradevole componente rustica: così piacevole dal farmi desistere subito in approfondimenti che possano smentire o confermare un accenno di diacetile. Jubel di Brauerei Berg: bottiglia acquistata alla cieca senza saperne nulla, si è rivelate essere  un giubileo di nome e di fatto. 
Formato 50 cl., alc, 5.3%, lotto 15133, scad. 02/01/2021, prezzo indicativo 3,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

martedì 5 maggio 2020

DALLA CANTINA: CREW Republic X 2.1 & X 2.2 Barley Wine


Sono passati già otto anni da quel 2012 in cui la beerfirm CREW Republic cercava di portare una ventata di novità lanciando virtualmente una granata luppolata su Monaco di Baviera, città dominata dalla tradizione e dai sei marchi industriali che si spartiscono ogni anno il ricco parterre dell’Oktoberfest. Ve ne avevo parlato per la prima volta nel 2014 e le birre di Crew non ci hanno poi messo molto ad arrivare anche in Italia e negli altri paesi europei. 
I due homebrewer, ma soprattutto giovani imprenditori Mario Hanel e Timm Schnigula si erano affidati per un po’ al birraio americano Richard Hodges per realizzare le proprie idee sugli impianti del birrificio Hohenthanner Schlossbrauerei ma sono stati rapidi a capire che lo status di beer-firm non sarebbe stato sostenibile per molto: poca birra disponibile ad elevati costi di produzione. Il colosso del luppolo Barth-Haas Group entrò in società con una quota minoritaria portando le risorse economiche necessarie per inaugurare nel 2015 il sito produttivo nel sobborgo di Unterschleissheim, una trentina di chilometri a nord dal centro di Monaco; nel 2017 è stata anche aperta la taproom, un po’ fuori mano per chi si trova in città ma raggiungibile da Marienplatz con una mezz’oretta di S1 seguita da una camminata a piedi di un chilometro e mezzo.  In un paio d’anni la produzione è raddoppiata arrivando a 10.000 ettolitri l’anno anche e soprattutto grazie ad un accordo distributivo con la Global Drinks Partnership (San Miguel, Estrella): le Crew arrivarono in molti bar e anche sugli scaffali della grande distribuzione tedesca (Rewe, Edeka). 
Ma Hanel e Schnigula hanno probabilmente coronato il loro sogno imprenditoriale nell’agosto del 2019 annunciando di aver ceduto una non specificata quota di minoranza (10%? 30%? 49%?) alla ZX Ventures di proprietà della multinazionale AB InBev; per il colosso belga, che già domina il mercato con i marchi Beck’s (nord) e Spaten/Franziskaner/Löwenbräu (Baviera), si trattava della prima acquisizione di un birrificio artigianale tedesco.  La “partnership”, come si dice sempre in questa prima fase, è divenuta operativa ad ottobre e Crew ha già iniziato un programma di espansione volto ad aumentare la capacità produttiva da 12.000 a 25.000 ettolitri. 
Crew Republic è stato indubbiamente un nome importante nella scena craft tedesca ed ha ispirato molti altri homebrewer/birrai/imprenditori: Drunken Sailor e Escalation 7:45 sono state tra le prime IPA e Double IPA tedesche a circolate a Monaco di Baviera. Quello che gli appassionati tedeschi rimproverano ad Hanel e Schnigula è di essersi ad un certo punto fermati pensando più a trovare dei partner commerciali che alla birra: del resto loro non sono mai stati birrai per professione. Nessuna NEIPA (per fortuna, qualcuno potrebbe dire), nessuna voglia di provare ad esempio a mettere in botte l’imperial stout della casa Roundhouse Kick. Pur dotato di un impianto proprio Crew non ha più voluto sperimentare e/o seguire le tendenze del mercato, cercando invece la sostenibilità dei volumi: come dargli torto?

La birra.
In verità esiste una linea sperimentale nella gamma di Crew Republic, ed è quella contrassegnata dalla lettera “X” che identifica birre prodotte stagionalmente o occasionalmente.  Ad inaugurarla nel 2013 fu il Barley Wine X 2.0 seguito dalla X 3.0 Sour Black (8.9%), dalla X 4.0 Witbier (4.4%) e dalla X 1.1 Wet Hop (5.8%): l’ultima arrivata (2020) è la  X 10.4 Dry Hopped Lager. Il Barley Wine è stato prodotto quasi ogni anno per poi entrare in produzione abituale con il nome Rest In Peace (10.1%). In cantina avevo ancora qualche bottiglia della versione X 2.1 e della X 2.2: entrambe sono state prodotte sugli impianti della Hohenthanner Schlossbrauerei. Da quanto ne so la ricetta non è mai cambiata: malti Pilsner e Crystal, luppoli Herkules, Fuggles ed East Kent Golding. Vediamo come hanno retto alla prova del tempo in una mini verticale. 
Il Barley Wine  X 2.1 (novembre 2014) è di un bel color ambrato, velato ma ancora luminoso: la schiuma è invece modesta e grossolana. Caramello, melassa, ciliegia, uvetta e datteri: un aroma piuttosto dolce al quale l’ossidazione aggiunge piacevoli note marsalate ma anche di cartone bagnato. Il mouthfeel non mostra invece segni di cedimento: è un barley wine ancora carbonato e ben presente in bocca. La bevuta ripropone la dolcezza del caramello, dell’uvetta e dei datteri; ci sono note biscottate, di vino marsalato e, anche qui, qualche segno meno gradevole lasciato dal tempo. Dolce ma mai stucchevole, chiude un percorso bilanciato grazie al tenore alcolico e ad un tocco amaricante vegetale-terroso, con qualche timido accenno di tostato.  Non c’è molta complessità o profondità in  quello che credo fosse in origine un barley wine molto luppolato, ma è comunque una bevuta piacevole che ha tuttavia superato il suo picco migliore.

La versione X 2.2 è arrivata pressappoco un anno dopo (dicembre 2015) ma ha curiosamente una data di scadenza (2017) inferiore a quella della sorella maggiore (2019). Evidentemente alla Crew non si fidavano della tenuta nel tempo di una birra che si è invece rivelata essere una bella sorpresa. 
Il suo colore ambrato è un po’ bruttino, piuttosto torbido e sporcato da piccole particelle di lievito in sospensione: la schiuma è invece compatta, cremosa e ha buona ritenzione. L'enorme differenza nel colore tra le due foto non inganni, è l'effetto della luce naturale e quella artificiale. L’aroma è ricco e marcatamente vinoso, con netti richiami ai passiti: albicocca disidratata, mela al forno, marmellata d’arancia, uvetta, ciliegia. Pulito, espressivo, intenso: un inizio col botto. Per accorgersi di qualche “frammento” di cartone bagnato bisogna davvero prestare molta attenzione. In bocca è sorprendentemente piena e morbida, oleosa, ancora potente nonostante i cinque anni passati dalla messa in bottiglia. Il gusto segue l’aroma ma non riesce a trasmettere le stesse emozioni e sensazioni positive, complice una minor ampiezza e profondità: caramello, uvetta, prugna, marmellata, vino passito. Nel finale l’amaro vegetale/terroso morde ancora un po’, l’alcool richiede attenzione ma non impegna più di tanto chi ha il bicchiere in mano. Bella sorpresa: un barley wine ancora potente e armonico, dal gran bel corpo e dal gran bel naso, se mi passate la comparazione anatomica. Una birra che in questo caso la cantina ha sicuramente valorizzato.

Nel dettaglio (i prezzi si riferiscono al momento dell'acquisto):
X 2.1 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 9.8%, IBU 60, scad. 29/10/2019, pagata 2,58 €  (beershop)
X 2.2 Barley Wine, formato 33 cl., alc. 10,5%, IBU 65, scad. 16/12/2017, pagati 3,17 € (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 16 gennaio 2020

Hummel-Bräu Cowboy Schwarzbier & Hummel-Bräu Räucherla Märzen


Merkendorf è un distretto del comune di Memmelsdorf, ad una decina di chilometri da Bamberga, nel quale vivono circa 900 abitanti che hanno a disposizione due birrifici con annesse locande: Brauerei Wagner e Brauerei Hummel. Parliamo di quest’ultima, fondata nel 1556 e di proprietà della famiglia Hummel dal 1846: alla guida ci sono oggi Julius e Georg Hummel. Una cinquantina di dipendenti, 9000 ettolitri prodotti ogni anno suddivisi tra etichette disponibili tutto l’anno (Pils, Kellerbier, Märzen, Räucherla, Cowboy Schwarzbier,  Weißbier Hell, Weißbier Dunkel, Leichtes Weißbier, 1162 Rauchfestbier e Radler) e stagionali: Festbier Hell e Dunkel (Pasqua, Pentecoste e Natale), Zwickelbier (dall’Epifania alla Quaresima), Dunkler Bock, Weizenbock e Leonhardi Bock hell (da novembre all’Epifania), Räucherator  Doppelbock  (Quaresima), Heller Maibock (aprile e maggio).  Oltre che alla spina e nella classiche bottiglie da mezzo litro le birre sono anche disponibili in formato 33 centilitri  (Freggäla).  Se non avete automobile o bicicletta per raggiungerla da Bamberga potrete prendere l’autobus numero 917 che vi lascerà a Memmelsdorf (3 km).  La Gaststätte è aperta tutti i giorni tranne il venerdì dalle 9 alle 21; domenica e festivi 10-12, 17-20. I fornelli della cucina s'accendono a partire dalle 11.30 e dalle 17. Vi aspettano il Biergarten estivo, la Bräustübla (saletta separata con venti posti a sedere) e due appartamenti per chi desidera passare la notte; la Bierkeller con i suoi alberi secolari è invece attualmente chiusa.  E visto che non è spesso facile reperire informazioni sui piccoli birrifici della Franconia, passiamo all’assaggio di due bottiglie. 

Partiamo dalla Cowboy Schwarzbier (5%) che si presenta di color cola con riflessi ramati; la schiuma, cremosa e compatta, ha ottima ritenzione, Pane nero, cereali, una delicata speziatura, qualche nota rustica di fieno, caramello e qualche accenno di cola: l’aroma è intenso anche se non particolarmente elegante. Al palato scorre senza intoppi, come vuole la tradizione tedesca, riproponendo pane nero e cereali, cola, qualche nota di prugna ed uvetta; la bevuta è dolce ma bilanciata da una buona attenuazione e da un finale leggermente amaricante caratterizzato da note terrose e di frutta secca. Birra pulita e abbastanza intensa, facile da bere ma che non riscalda molto il cuore, sicuramente un po’ penalizzata dalla messa in bottiglia.  

Bamberga è la patria delle Rauchbier e Räucherla è la Märzen affumicata di casa Hummel. Nel bicchiere è limpida e di color oro antico, la schiuma biancastra è cremosa e compatta. Al naso emergono profumi floreali, di miele millefiori, biscotto, qualche nota burrosa, metallica e, ovviamente, l’affumicato.  La bevuta ripropone il dolce del miele, del panificato e del biscottato con l’affumicato che, devo ammettere, non è particolarmente elegante e, soprattutto nel finale quando aumenta d’intensità, arriva a  quasi sconfinare nella plastica bruciata. Un tocco di diacetile non disturba una bevuta comunque piacevole che chiude con un leggero amaro tra il terroso e la frutta secca a guscio. Anche per questa birra valgono le stesse considerazioni fatte in precedenza: bevuta gradevole ma un po’ freddina dal punto di vista emotivo, priva di quella componente rustica che dovrebbe idealmente trasportare nei campi della Franconia chi ha il bicchiere in mano. Un compromesso da accettare se si vuol bere queste birre in bottiglia anziché recarsi direttamente alla fonte.
Nel dettaglio:
Hummel-Bräu Cowboy Schwarzbier, 50 cl., alc. 5,0%, scad. 22/02/2020
Hummel-Bräu Räucherla Märzen, 50 cl., alc. 5.4%, scad. 12/03/2020

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 settembre 2019

Hofbräu Münchner Sommerzwickl (naturtrüb)

Hofbräu München, probabilmente il birrificio più amato dagli italiani (e non) che si recano in vacanza a Monaco di Baviera. Ma l'origine del birrificio è tutt'altro che turistica; come la corona che compare nel logo può far intuire, la HB ha uno stretto legame con la famiglia reale. Nel 1589 fu infatti il duca Wilhelm V a fondarla per soddisfare i fabbisogni della corte reale, stanca di spendere soldi far arrivare la birra dai mastri birrai di Hannover. Nel 1610 avviene la prima vendita al di fuori della cerchia reale, iniziando nel corso dei secoli una curiosa trasformazione da "birra dei reali" a "birra del popolo".  Alla metà del diciannovesimo secolo, infatti, quando l'inflazione stava pericolosamente trasformando la bevanda nazionale tedesca in una specie di lusso che sempre meno persone potevano permettersi, un decreto reale stabilì che i prezzi dei prodotti della Hofbräu sarebbero rimasti invariati, rendendo il popolo bavarese molto più contento dei cugini prussiani a nord.  Nel 1939 la HB viene statalizzata e la produzione spostata nei sobborghi della capitale bavarese, a Riem. A Monaco è invece rimasto il luogo simbolico per eccellenza, ovvero l'edificio situato in Am Platzl 9, a cinque minuti di distanza da Marienplatz. 
Risorta alla fine degli anni ’50 dalle macerie della seconda guerra mondiale, la HB di Am Platzl è una birreria che oggi viene visitata ogni anno da oltre un milione di turisti provenienti da tutto il mondo: oltre a qualche Stammtisch (i tavoli riservati ai locali frequentatori abituali), la bierhall ha duemila posti a sedere ai quali vanno aggiunti i quasi settecento del Biergarten estivo. Enorme, impersonale e, soprattutto nei weekend, perennemente affollato e rumorosissimo: a volte quasi non si riesce a sentire l’orchestrina intonare il coro "Oans, Zwoa, G'suffa”.  
La Hofbräuhaus produce oggi quasi quattro milioni di litri di birra all’anno ed ha inaugurato succursali (franchsing) in tutto il mondo: la prima al di fuori della Germania fu quella di Genova, ancora oggi operativa, seguita da Australia (1968), Stati Uniti, Cina, Russia e Brasile (2015). L’ultimo arrivato in ordine di tempo dovrebbe essere la gasthouse aperta all’interno del Marriott Hotel a Dubai. E Hofbräuhaus è ovviamente uno dei sei birrifici di Monaco che hanno diritto di partecipare all’Oktoberfest, in una delle 14 grandi Festhalle: i suoi compagni d’avventura sono l’indipendente Augustiner, Löwenbräu e  Spaten-Franziskaner (entrambe di proprietà AB-InBev ), Hacker-Pschorr e Paulaner (possedute da Brau Holding International, joint venture che unisce Schörghuber e Heineken). Se proprio decidete di andare all’Oktoberfest, scegliete bene a chi dare i vostri soldi.

La birra.
Sommerzwickl, “il gusto dell’estate”: così la Hofbräuhaus descrive la sua birra estiva che troverete a Monaco da maggio a luglio. Malto chiaro, Monaco, luppoli Herkules, Perle, Magnum e Select: è “naturtrüb” e quindi non filtrata (o microfiltrata?) ma non aspettatevi di trovare nel bicchiere una rustica Zwickl o Kellerbier. Potete comunque apprezzare il suo bel color oro e la sua candida schiuma compatta dalla lunghissima persistenza. Aroma e gusto parlano la stessa lingua: pane, cereali, miele, camomilla, qualche leggera nota erbacea. Al palato è leggermente più ingombrante di una classica Helles bavarese ma stiamo sempre parlando di una birra da bere come fosse acqua. Discretamente secca, rinfresca e disseta e chiude con un amaro delicatissimo, appena percepibile, che svolge esclusivamente funzione di equilibrio. Emozioni? In lei non le cercavo ed infatti non le ho trovate: mi sembra tuttavia molto meglio come intensità di molti altri anonimi prodotti HB, Hofbräu Original in primis. Per poco più di due euro al litro direi che non ci si può lamentare.
Formato 50 cl., alc. 5,1%, IBU 24, scad. 15/05/2020, prezzo indicativo 1,29 euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 maggio 2019

FrauGruber Pleasure Seekers IPA

Enzo Frauenschuh e  Matthias Gruber si conoscono da più di venticinque anni, da quando armati di bicicletta e skateboard scorrazzavano per le strade di Gersthofen, un sobborgo di Augusta. Se si esclude l’homebrewing la birra artigianale entra nelle loro vite quando si trovano in Australia: Matthias per lavoro, Enzo per divertimento.  Al ritorno dalla vacanza Frauenschuh va a studiare all’Università di Weihenstephan mentre Gruber fonda una piccola azienda di distribuzione di birra focalizzata sulle importazioni da America e Belgio: Liquid Hops. La sede è inizialmente il garage della casa del padre, poi un locale da cento metri quadri e successivamente un magazzino da cinquecento. Liquid Hops diventa pian piano il maggior distributore di birra artigianale della Baviera e i due ventenni possono abbandonare i loro rispettivi lavori per iniziare a guadagnarsi da vivere con la birra. 
Gersthofen trova impiego come birraio presso il birrificio Riegele di Augusta: vi resterà per cinque anni nei quali, sotto la guida del mastro birraio Frank Müller, contribuisce ad espandere la linea “craft” (Riegele BierManufaktur) del più grande produttore di Augusta.  Nel 2016 per Enzo è tempo di spiccare il volo: Markus Lohner, proprietario della Braukon (impianti) e di Camba Bavaria sta installando un secondo birrificio che vuole destinare alla produzione per conto terzi (Camba Old Factory  - impianto da 20 ettolitri) ed è alla ricerca di un birraio. Per Frauenschuh è un’occasione da non lasciarci sfuggire. Alla Camba può finalmente gestire un impianto in autonomia e, soprattutto, realizzare il sogno che aveva da tempo: produrre le sue birre con un proprio marchio. Sarebbe assurdo non sfruttare la distribuzione Liquid Hops per questo progetto e quindi l’amico Matthias Gruber viene coinvolto: “pensammo a lungo se usare un nome tedesco o inglese. Un giorno un nostro amico al quale stavamo raccontando il nostro progetto ci disse scherzando: “unendo i vostri cognomi  Frauenschuh e Gruber si otterrebbe FrauGruber (la signora Gruber)”. Ridemmo a più non posso ma da quel momento ci fu chiaro che ci saremmo chiamati FrauGruber”.  Come regalo di addio, la Riegele gli consente di utilizzare il proprio ceppo di lievito.  C’è solo un problema: alla Camba Old Factory non si possono fare bottiglie, c’è solo un’inlattinatrice. Contenitore non molto apprezzato dal mercato tedesco in quanto associato a birre di scarsa qualità: “tutti ci dissero che eravamo pazzi, ma non avevamo alternative”
FrauGruber debutta a febbraio 2017  con una gamma che include APA (Green is Lord), IPA (Yeast is King) e rivisitazioni moderne di Helles (24/7) e Kellerbier (Modern Times).  A Frauenschuh e Gruber non mancano i contatti commerciali, conoscono bene le dinamiche del mercato della craft beer e le loro birre arrivano rapidamente nella maggior parte dei paesi europei avidi di lattine e di novità: in due anni di vita sono state commercializzate quasi quaranta diverse birre, la maggior parte delle quali IPA, DIPA, NEIPA o Session IPA.

La birra.
Pleasure Seekers è una IPA prodotta con abbondanti quantità di Nugget, Cascade, Citra BBC and Simcoe;  completano la ricetta malti Pale Ale, Pilsner, avena  e frumento maltati.  Nel bicchiere si presenta di un colore che oscilla tra il dorato e l’arancio, molto velato me ben lontano dall’assomigliare ad un succo di frutta: la schiuma è un po’ scomposta e abbastanza veloce a dissiparsi. L’aroma è ancora fresco, intenso e pulito: la sua buona definizione permette di cogliere profumi di arancia, mandarino, pompelmo, pesca, mango e ananas.   La bevuta è “juicy con giudizio”: s’avverte una leggera presenza maltata (crackers), la frutta tropicale non si spinge più in là del dovuto ed è bilanciata da un finale succo, zesty e resinoso, caratterizzato da un amaro di discreta intensità ma piuttosto lungo.  Il mouthfeel (leggermente “chewy” e morbido) ammicca un po’ al New England ma è forse l’unica cosa di questa birra che si potrebbe alla lontana associare a quello stile.  La Pleasure Seekers di FrauGruber è una IPA pulita, precisa e profumata, quasi una session beer (5%) da bere a più riprese. L’intensità è buona ma potrebbe essere migliore; s’avverte un po’ di timidezza, caratteristica secondo me tipica del 90% delle IPA prodotte sul suolo tedesco, incluse quelle dei colonizzatori americani di Stone Berlin (R.I.P.).  Bevibilità ed equilibrio ne traggono vantaggio, ma per conquistare i beergeeks di tutta Europa, oltre a lattine e belle etichette, ci vorrebbe qualcosina in più; per il resto, birra ben fatta con un buon rapporto qualità prezzo, per i tempi che corrono.
Formato 44 cl., alc. 5%, lotto 119, scad. 14/07/2019, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 1 aprile 2019

Kulmbacher Eisbock

Seconda metà del 1800. La Germania si stava preparando ad entrare nel pieno della rivoluzione industriale e a Kulmbach, cinquanta chilometri a nord-est di Bamberga, il mercato della birra era spartito tra sei grandi (Erste Kulmbacher Aktienbrauerei, Reichelbräu, Petzbräu, Rizzibräu, Sandlerbräu e Mönchshofbräu) e una decina di piccoli produttori. La prima guerra mondiale e la successiva crisi economica modificarono definitivamente lo scenario: i piccoli produttori cessarono attività o vendettero ai grandi, che rimasero solamente in quattro dopo che Reichelbräu acquistò Petzbräu e Rizzibräu. 
Nonostante ciò, alla fine degli anni sessanta  Erste Kulmbacher Aktienbrauerei (EKU) era di gran lunga non solo il primo (“Erste”) ma anche il più grande birrificio di Kulmbach con 400.000 ettolitri prodotti ogni anno, praticamente il doppio di Reichelbräu. La EKU-Pils e la Edelherb di Reichelbräu si giocavano il primato per la birra più bevuta in città: la prima era più dolce ed accondiscendente ma i racconti dicono che dopo il primo sorso dell’amara Edelherb era impossibile tornare indietro. Le cose rimasero pressoché immutate sino al 1980 quando Reichelbräu riuscì ad anticipare EKU nell’acquisto del birrificio Sandler e, quattro anni dopo, si fuse con Mönchshof.  
Nel 1986 il gruppo Schörghuber, colosso immobiliare bavarese che negli anni ’70 era entrato anche nel business della birra facendo shopping a Monaco (Hacker-Pschorr e Paulaner) acquistò il 49% di Reichelbräu. Per la EKU fu l’inizio del tracollo: alla metà degli anni ’90 il “primo birrificio di Kulmbach” aveva accumulato un debito di oltre 60 milioni di marchi e la vendita al rivale Reichel sembrava essere l’unica soluzione possibile. Alla fine del 1995 i due birrifici trovarono un’intesa che fu però respinta dalle banche creditrici: il primo maggio 1996 venne dichiarato il fallimento della Erste Kulmbacher Aktienbrauerei.  La Reichelbräu riuscì solamente ad acquisire marchio e relativi diritti di distribuzione, mutando l’anno successivo il proprio nome in Kulmbacher Brauerei. Sostenuta dalla forza del gruppo Schörghuber  e dai quasi tre milioni di ettolitri che ogni anno producono i birrifici posseduti, Kulmbacher ha continuato a fare acquisti in Germania. Dal 2006 Kulmbacher è la birra ufficiale della squadra di calcio dell’ 1. FC Norimberga: attualmente il 63.8% di Kulmbacher è posseduto da Paulaner (Schörghuber ) e 25.8% dal Kulmbacher Ireks Group che opera nel settore delle materie prime per la panificazione e possiede anche una importante materia. 

La birra.
Leggenda o verità, pare che sia proprio Kulmbach il luogo di nascita delle Eisbock. In un freddo inverno del 1890 ad un tirocinante della Reichelbrau era stato detto di spostare alcune botti di birra dal cortile alla cantina ma, stanco dopo una lunga giornata di lavoro, decise di posticipare il dovere alla mattina successiva. Purtroppo fu una notte particolarmente rigida e la birra congelò, facendo quasi esplodere i barili; la mattina dopo, il mastro birraio arrabbiato ordinò per punizione al ragazzo di rompere il ghiaccio e bere quell’orribile liquido marrone da una pozza che si era formata sul terreno. Ma, con sua grande sorpresa, il volto del tirocinante era tutt’altro che triste: la birra era buona. 
Le Eisbock sarebbero quindi nate per caso e, ancora oggi, vengono prodotte con lo stesso metodo:  si lascia ghiacciare una birra (solitamente una Bock o una Doppelbock) e “poi si recupera la parte rimasta in forma liquida. Questa frazione rimanente è un concentrato della parte alcolica e zuccherina della birra, nella quale sono esaltati sia gli aromi che i difetti. È quindi un modo per ottenere non solo una birra più forte, ma anche una birra più complessa e intensa (e più problematica, nel caso di imperfezioni). Non è raro che dopo la fase di separazione dalla parte ghiacciata, quella rimanente subisca un periodo di lagerizzazione per favorire l’armonizzazione delle varie componenti”.  Un processo che è stato anche utilizzato da diversi birrifici per conquistare l’assurdo record della birra più alcolica al mondo. Per quel che mi riguarda, Eisbock significa soltanto una parola: Aventinus del birrificio Schneider & Sohn.  Ma visto che secondo la leggenda lo stile sarebbe nato a Kulmbach, perché non provare quella che sarebbe “la madre di tutte le Eisbock”? 
Oggi disponibile solamente da ottobre a marzo, la Kulmbacher Eisbock si presenta con un vestito marrone scuro illuminato da fiammate rosso rubino. L’aroma è dolce e sciropposo, pulito, intense ma alquanto stucchevole. Ciliegia, prugna, uvetta, caramello e melassa, qualche accenno di pane nero. La scuola tedesca mette sempre la facilità di bevuta al primo posto e anche questa Eisbock la rispetta, nonostante la gradazione alcolica (9.2%): poche bollicine, morbida al palato, si sorseggia senza nessuna difficoltà. Il gusto ripropone l’aroma in tutto e per tutto andando a comporre un dolce sciroppo di ciliegia e prugna nel quale si scorge qualche nota biscottata e di pane nero: nel finale c’è un brevissimo passaggio amaricante, quasi impercettibile, terroso e di frutta secca a guscio. L’alcool è molto ben nascosto, forse fin troppo, ed anche per questo non è molto efficace a dare il suo apporto nel contrastare quel dolce che caratterizza questa birra dal primo all’ultimo istante di permanenza nel bicchiere.  Stucchevole? Si e no. Se vi piacciono le birre molto dolci  la troverete capace di soddisfare quel vostro (quasi perverso) piacere. Un consiglio a  tutti gli altri: pian piano si arriva alla fine del bicchiere ma con un pezzetto di cioccolato fondente sottomano il percorso risulta più agevole.
Formato 33 cl., alc. 9.2%, scad. 13/03/2019, pagata 1.50 euro

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 27 febbraio 2019

Welde Bourbon Barrel Bock

Nel 1752 Carl Theodor di Baviera concedeva a Heinrich Joos la licenza di produrre birra a Schwetzingen,  oggi parte del Baden-Württemberg. Per l’occasione Joos fece costruire un edificio in Mannheimer Straße nel quale trovava spazio anche un piccolo birrificio. Nel 1846 secolo la “gasthaus” fu acquistata da Heinrich e Anna Seitz che la ristrutturarono rinominandola Grünes Laub; a loro succedette il figlio Georg, morto prematuramente nel 1885. Nel 1888 la vedova Barbara convogliò a nozze col  birraio Johann Welde, il cui cognome è ancora oggi nel nome del birrificio: Weldebräu. Alla sua morte, nel 1917, l’azienda passò nella mani della figlia Elisabeth che sposò il giovane mastro birraio Hans Hirsch; il loro unico figlio maschio morì nel corso della seconda guerra mondiale e fu ancora una volta una donna a ricevere il testimone. Bärbel Welde, sposata con  Wilhelm Spielmann: fu lui a decidere la costruzione del nuovo birrificio a Plankstadt, visto che non era più possibile aumentare la produzione nella vecchia sede di Schwetzingen. 
Nel 1981 il piccolo brewpub di città venne quindi trasformato nella moderna Weldebräu, guidata dal figlio Hans Spielmann: oggi sono circa 100.000 gli ettolitri prodotti ogni anno.  In sala cottura c’è al momento il birraro Stephan Dück, mentre la parte commerciale e strategica è affidata al Max Spielmann, diplomato biersommelier con alla spalle una breve esperienza in Heineken. Alle birre della tradizione anche Weldebräu come molti altri birrifici tedeschi affianca una linea “craft” della quale al momento fanno parte la Welde Craft Pepper Pils (pils con pepe rosa),  Welde Craft Pale Ale, Welde Craft Citra Helles, Welde IPA, Badisch Gose con sale e coriandolo e una Bourbon Barrel Bock che ha catturato la mia attenzione.

La birra.
La Bourbon Barrel Bock di Weldebräu è in realtà un blend proveniente da tre botti (bourbon, rum e tequila) nella quale la birra ha riposato per tre mesi. E’ di un bel color oro antico e forma una generosa testa di schiuma, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso non c’è purtroppo molto e i profumi vanno cercati col lanternino:  biscotto, pane, un ricordo di miele, qualche traccia di legno. Non è esattamente quello che t’aspetteresti da una birra che nata da un blend di tre botti contenente distillati. Fortunatamente le cose vanno un po’ meglio al palato: il passaggio in botte ha giocoforza tolto alla bock quelle che dovrebbero essere le sue caratteristiche principali, ovvero fragranza e freschezza, ma tale assenza dovrebbe essere "compensata" dai benefici del Barrel Aged.  Pane, biscotto e miele sono comunque presenti ma l’apporto delle botti è timido e si fa attendere sino alla fine del percorso, quando emerge una nota etilica piuttosto evidente che evoca soprattutto la tequila: delle altre due botti, e mi riferisco in particolare a quella ex-bourbon che dà il nome alla birra, onestamente non avverto la presenza. La bevuta è comunque gradevole, pulita e bilanciata ma il risultato lascia un po’ di delusione soprattutto per la mancanza di profondità, spessore e complessità. Sarebbe legittimo pretendere un po’ di più di un lieve sapore di tequila in una bock. 
Formato 33 cl., alc. 6.5%, IBU 28, scad. 28/08/2019, prezzo indicativo 3.00  Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 4 febbraio 2019

Munich Brew Mafia Das Kriminelle Helle

Munich Brew Mafia: un nome che potrebbe sembrare minaccioso ma che è in realtà un filosofia produttiva. “Vogliamo fare birra al limite dell’Editto di Purezza, rompere gli standard, fare una rivoluzione dal basso: sino ad oggi “la mafia della birra di Monaco” riguardava sei grandi birrifici che erano accusati di fare cartello sui prezzi, ma ora siamo arrivati noi!” Con queste parole il venticinquenne Dario Stieren annunciava nel 2016 la nascita di una beerfirm che vuole seguire i passi di altri due outsiders della capitale della Baviera: Giesinger e Crew Republic
Dario coltiva il sogno di diventare birraio da quando aveva sedici anni ma per inseguirlo deve attendere la fine della scuola dell’obbligo quando con un lavoro part-time da barista riesce a finanziare i suoi studi all’Università di Weihenstephan. Le pentole di casa iniziano a bollire dal 2010 e nel 2014 va a lavorare alla TapHouse Munich, locale devoto al craft di proprietà del birrificio Camba Bavaria. E il tempo libero? Utile per fare un tirocinio pratico presso il birrificio Geisinger. Alla TapHouse lo raggiunge l’amico d’infanzia Niklas Zerhoch, anch’esso bisognoso di risorse economiche per i propri studi di Storia e Sociologia alla LMU di Monaco:  i due sviluppano interesse per l’analisi sensoriale delle birre e Dario ottiene il diploma alla DLG e alla Doemens. Alla TapHouse i due realizzano anche alcune cotte davanti ai propri colleghi. 
A settembre 2016 è tutto pronto per il debutto di Munich Brew Mafia che avviene con la Don Limone, una Pils con abbondante luppolatura di Citra: la produzione avviene sugli impianti del vecchio birrificio di Camba Bavaria (Old Factory) a Gundelfingen, 130 chilometri di distanza da Monaco.  Dopo qualche mese arriva l’affumicata Habemus Cervesiam seguita da una Red Ale e dalla fresh-hop (Hallertauer  Blanc) Green Business; in poco più di due anni di attività “la Mafia” ha prodotto una trentina di birre tre le quali spiccano i nomi Boppeldock, Il Capo (Porter), Gangsters Paradise Session IPA, Due Fortuna (IPA), La Dolce Vita (Bock) ed El Capitano (Imperial Stout).

La birra.
Monaco + birra = Helles. Anche Munich Brew Mafia si cimenta nello stile più bevuto nella capitale della Baviera con la propria Kriminelle, simpatico gioco di parole. La birra prevede una luppolatura di Callista, Hersbrucker, Hallertauer Tradition e Mistral. 
E' dorata e velata, la candida schiuma è cremosa, compatta e mostra ottima ritenzione. Al naso emergono profumi floreali, di crosta di pane, miele e cereali, quest'ultimi un po' troppo invadenti; c,è tuttavia un buon livello di pulizia e di fragranza. Al palato la sento una po' più pesante dal dovuto, per quel che riguarda la sensazione tattile: la scorrevolezza non è tuttavia in discussione, anche se il corpo è verso il punto medio della scala. La bevuta è semplice come da manuale: pane, cereali e un tocco di miele; pulizia e finezza non sono esemplari anche se, rispetto alle helles industriali che dominano Monaco, l'intensità dei sapori è indiscutibilmente maggiore. La chiusura amara erbacea è abbastanza  pronunciata per i parametri dello stile, a rovinare la festa arriva però una leggera ma fastidiosa astringenza che non vorresti mai trovare in una birra nata per scorrere come l'acqua.  Difficile perdonare questo peccato in una birra semplice, quasi nuda, nella quale ogni minima imprecisione finisce sotto i riflettori. Il risultato è discreto ma, se si vuole insidiare le sei sorelle di Monaco, bisogna fare di più. 
Formato 50 cl., alc. 5.0%, scad. 28/06/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 17 dicembre 2018

Schneider Weisse Tap X Marie's Rendezvous 2016

Tap X è il nome col quale il birrificio bavarese Weissbierbrauerei G. Schneider & Sohn  identifica una birra speciale che viene prodotta una volta all’anno. Il debutto della serie è avvenuto nel 2012 con la Tap X Mein Nelson Savin, una weizenbock caratterizzata dall’omonimo luppolo neozelandese e da un ceppo di lievito belga per la rifermentazione in bottiglia,  seguita l'anno successivo dalla Tap X Meine Sommer Weisse, prodotta con "nuovi" luppoli tedeschi e nel 2013 dalla Tap X Mein Aventinus Barrique. In seguito sono poi arrivate la Tap X Meine Porter Weisse (2014) e la Tap X Mathilda Soleil (2015)  la Tap X Marie’s Rendezvous (2016) . Nel 2017 a grande richiesta del pubblico è ritornata la Tap X Mein Nelson Sauvin e quest’anno ha debuttato l’interessante Tap X Aventinus Barrique invecchiata in botti di bourbon. La sfida lanciata dal birraio di Schneider, Hans-Peter Drexler, è che anche rispettando l’editto di purezza tedesco è possibile sperimentare, innovare e stupire chi si trova la birra nel bicchiere.
Facciamo un passo indietro al 2016 quando proprio il Reinheitsgebot, promosso dal conte di Baviera Guglielmo IV il 23 Aprile 1516, compì 500 anni: “l’editto di purezza nacque per preservare i cereali diversi dall’orzo (frumento, segale, miglio, ecc.) affinché fossero impiegati nell’alimentazione e nella panificazione invece che nella produzione brassicola. La leggenda vuole che decisione fu figlia delle numerose carestie che stava vivendo la Baviera all’epoca, ma molto più verosimilmente derivò dal desiderio di prevenire la competizione sul prezzo dei cereali tra birrai e panificatori”.  Verso la fine del 1500 fu poi stabilito che solamente i duchi di Baviera potevano “violare” l’editto e produrre birre di frumento: Massimiliano I Giuseppe Leopoldo Ferdinando Wittelsbach, già proprietario della Hofbräuhaus (HB), fece costruire nel 1607 un secondo birrificio in centro a Monaco dedicato alla produzione di birra di frumento, la Weisses Bauhaus. Nel diciannovesimo secolo la richiesta per le birre di frumento aveva raggiunto il suo punto più basso e l’attività non era più molto redditizia: la famiglia  Wittelsbach cedette in affitto la Weisses Brauhaus al birraio Georg Schneider I che l’acquistò definitivamente assieme al figlio nel 1872 fondando la Weissbierbrauerei G. Schneider & Sohn.

La birra.
Anna-Maria era la moglie di Georg Schneider I e a lei il birrificio con sede a Kelheim (che ricordo produce esclusivamente birre di frumento) ha voluto dedicare la propria birra dei festeggiamenti per il cinquecentesimo compleanno del  Reinheitsgebot. Non sono state rivelate molte informazioni sulla Tap X Marie's Rendezvous: sappiamo solo che si tratta di una potente Weizenbock (%) che ha debuttato a febbraio in occasione del Braukunst Live!  di Monaco di Baviera. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato chiaro, in superficie più che schiuma abbiamo una serie di bolle grossolane che svaniscono molto rapidamente. L’aroma è pulito ma appare un po’ chiuso: si riescono comunque ad individuare profumi di uvetta, datteri e prugna, banana, accenni di vino marsalato, forse mela al forno. Le incertezze vengono spazzate via da un gusto che parte subito con il piede giusto e trasporta il bevitore in un affascinante vortice di sapori composto da caramello e uvetta, banana, prugna, fico e datteri disidratati, accenni di canditi e vino liquoroso. L’alcool parte in sordina per poi emergere in uno splendido finale caldo, morbido e avvolgente, lunghissimo, nel quale il dolce della frutta sotto spirito viene bilanciato da una sorprendente secchezza. 
Pensate ad una Aventinus più snella, più secca e bilanciata ma altrettanto invitante e potente: Marie's Rendezvous dopo un inizio un po’ incerto non delude e regala soddisfazioni ed emozioni. Poche bollicine, morbida al palato, da gustarsi in tutta tranquillità dopo cena, soprattutto se fuori fa freddo.
Formato: 37.5 cl., alc. 10%, IBU 27, scad. 15/01/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 11 dicembre 2018

Nothhaft Rawetzer Zoigl

Marktredwitz (15.000 abitanti), un tempo nota come Radewitze e Redwitz è una municipalità dell’Alta Franconia che si trova ad un centinaio di chilometri ad est di Bamberga e a soli 15 dal confine con la Repubblica Ceca. Nel suo massimo splendore “brassicolo” ospitava una decina di birrifici ma solamente uno è ancora attivo: la Privatbrauerei Nothhaft. 
Le prime notizie sulla produzione di birra in quest’edificio di Ottostraße risalgono al 1540, quando venne costruita una Kommunbrauhaus, ovvero un birrificio “comunale” dove le famiglie in possesso di licenza potevano andare a produrre le proprie birre.  Nel 1882 il birrificio fu acquistato dal macellaio e birraio Otto Nothhaft la cui famiglia, dopo quattro generazioni di discendenti, ne detiene ancora la proprietà. A lui sono succeduti Wilhelm (1883-1958) ed  August (1913-1998); dal 1994 vi è al comando il pro-pronipote Otto, aiutato dalla figlia Carolin,  dal marito Andreas e dal birraio Frank Seyferth. La produzione annua è di circa 15.000 ettolitri. Dal 1927 Nothhaft produce anche limonate e altre bibite. Nel 1990 le vecchie vasche di fermentazione aperte sono state sostituite da serbatoi in acciaio; la famiglia possiede anche i ristoranti  Forsthaus e Am Strand, la spiaggia (Strand) è ovviamente quella sul fiume Kössein.  Nel 2014 il birrificio ha lanciato il  marchio Zwitscher, una Helles in bottiglia da 33 centilitri con tappo svitabile: secondo Ratebeer si tratta di una semplice rietichettatura della Nothhaft Ur-Hell.

La birra.
Ho accennato poco fa ai Kommunbrauhaus. A chi volesse approfondire consiglio questo bel resoconto di Angelo sul blog Berebirra: "in alcuni villaggi dell'Alto Palatinato  esistono birrifici comunali in cui famiglie in possesso di licenza brassano la propria birra secondo un calendario. E sempre secondo un calendario possono spillarla presso il loro locale di mescita.” Queste birre vengono chiamate Zoigl e, come riporta Andrea Camaschella su Fermento Birra “girando per questi villaggi capita di trovare fuori da qualche casa lo Zoigl, una stella a sei punte  che simboleggia l’alchemia del birraio attraverso quattro elementi: aria, cioè la fermentazione, fuoco, che serviva per la bollitura e ancora acqua e terra a richiamare orzo e luppolo. Questo significa che la birra è disponibile per l’acquisto, da asporto o anche per essere consumata sul posto, in casa, dove è possibile trovare alcune famiglie che hanno allestito dei veri e propri pub per i clienti, o vicini di casa che dir si voglia”.  Le Zoigl non sono quindi uno stile brassicolo ma solamente una modalità produttiva: benché ogni famiglia la produca secondo la propria ricetta, si tratta solitamente di lager le cui caratteristiche le avvicinano alle Kellerbier. 
Rawetzer Zoigl, ovvero la Zoigl di Marktredwitz: il nome scelto dal birrificio Nothhaft mi pare inappropriato e fuorviante in quanto questa Kellerbier non è prodotta attualmente in nessun birrificio comunale. Il fatto che svariati secoli l’edificio che oggi ospita Nothhaft lo fosse non mi pare una motivazione sufficiente. 
Detto questo la birra si presenta di color ambrato piuttosto scarico, leggermente velata e con una testa di schiuma biancastra cremosa e compatta. Al naso emergono profumi di miele d’arancio, mollica di pane, cereali, qualche accenno biscottato e floreale, lieve diacetile. Il percorso continua senza nessuna deviazione anche al palato: è una Kellerbier ovviamente facile da bere che anche al palato mette in evidenza un bel parterre di malti. Al gusto il miele è meno evidente e sono le note di panificazione e biscottate a guidare una bevuta dolce bilanciata da un delicato amaro erbaceo, abbastanza elegante, nel quale ci sono quasi accenni di frutta secca a guscio. Diacetile presente in quantità moderata e quindi perdonabile; bevuta facile e anche piacevolmente quasi rustica, benchè non sia stata prodotta in un vero  Kommunbrauhaus.  E’ un po’ strano a dirsi, ma un po’ di cuore comunque c’è.
Formato 50 cl., alc 5%, scad. 12/04/2019, prezzo indicativo 3.50-4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 29 novembre 2018

Spezial Rauchbier Märzen

E’ stato fondato nel 1536 da Büttner Linhard Großkopf e dal 1898 è nelle mani della famiglia Merz: birrificio Spezial, Obere Königstraße 10, Bamberga. Un’importantissima via commerciale che nel medioevo collegava Erfurt, Bamberga, Norimberga e Augusta per poi proseguire a sud oltre le Alpi, collegandosi all’antica Via Augusta sino a Verona:  nei tipici edifici a graticcio sulla Königstraße che attraversava Bamberga vi erano un tempo oltre 22 birrifici e Spezial è uno dei pochi ancora rimasti in attività. 
Il nome deriva probabilmente dalla parola francone Spezeln  che significa “ritrovo di amici”; Spicial genannt, eyn Bräuer und auch Büttner gewesten ist  era il motto collegato al birrificio durante la gestione (1631-1664) del proprietario Nikolas Delscher. 
Come detto, la famiglia Merz ne detiene la proprietà dal 1898: alla guida è il birraio Christian Merz, discendente di quarta generazione che supervisiona una produzione annuale che si aggira sui 6-7000 ettolitri. 
Al numero civico adiacente (Obere Königstraße 8) dove vi era un tempo il birrificio Schwarzer Bär, vi è oggi la Gasthof di Spezial aperta ogni giorno dalle 9 alle 23, il sabato solo sino alle 14. Lager, Märzen, Weissbier,Ungespundetes e Bockbier formano una gamma classica e rispettosa della tradizione locale. Per chi non lo sapesse Bamberga è la città delle Rauchbier, birre affumicate; la leggenda racconta che a causa di un incendio un birraio si ritrovò con le proprie scorte di malto accidentalmente affumicate e, non potendo acquistarne altro, fu costretto ad utilizzarlo ugualmente. I motivi reali erano invece molto più pratici: l’orzo doveva essere in qualche modo essiccato e spesso non era possibile farlo lasciandolo all’aria aperta, sotto al sole. Per questo si utilizzava il fuoco che, assieme al fumo sprigionato dal legno, rendevano il malto affumicato. E’ solo grazie al processo tecnologico che è stato possibile utilizzare combustibili e tecniche diverse (i forni moderni) per essiccare il malto senza renderlo affumicato. Ma a Bamberga la tradizione  del malto affumicato tramite tizzoni ardenti di legno di faggio è ancora viva e, nel caso della Spezial, avviene ancora all’interno del birrificio stesso.

La birra.
La Märzen affumicata di Spezial si veste di color ebano con accesi riflessi ambrati; la schiuma, cremosa e compatta, ha un'ottima ritenzione. Difficile chiedere di più all'aroma di una Rauchbier:  ci sono profumi di speck (o geraucht Schinken per restare in zona), di camino acceso, caramello, legno, qualche nota terrosa. La scuola tedesca vuole birre facili da bere e questa non fa eccezione: la bassa carbonazione le permette di scorrere senza nessuno spigolo. Caramello, pane nero, qualche lieve nota biscottata sono il supporto sul quale s'appoggia l'intensa affumicatura: c'è più legno che speck in una bevuta intensa al cui equilibrio contribuiscono una discreta attenuazione, una lieve acidità ed un accenno d'amaro terroso. Tutti gli elementi elencati sino ad ora ritornano delicatamente anche nel retrogusto, un piccolo compendio di una una Rauchbier davvero ben fatta, pulita e precisa. Un piccolo gioiello da vedere, odorare e gustare, sopratutto se amate lo stile.
Formato 50 cl., alc. 5.3%, scad. 20/12/2018, prezzo indicativo 3.50-4.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 18 settembre 2018

Stone (Berlin) / Hanscraft & Co Quince-Essential

Sono passati ormai due anni dallo sbarco di Stone Brewing sul continente europeo, avvenuto nell’estate del 2016 a Berlino, location scelta dal birrificio come quartier generale per le proprie operazioni: per noi europei era l’opportunità di bere le aggressive e muscolose birre californiane fresche e senza doverle far attraversare l’oceano. Tutto bene? No, perché l’avventura europea di Stone non è iniziata col piede giusto e, a due anni di distanza, le birre che escono da Berlino sono ancora delle lontane parenti di quelle che vengono prodotte ed Escondido (o almeno che lo erano: è da qualche anno che non bevo le Stone luppolate americane). 
L’ambizioso progetto europeo di Stone ha già subito qualche accorgimento: enorme (americana!) e bellissima la sede di Berlino, ma terribilmente isolata nel quartiere periferico di Mariendorf che si trova a 12 chilometri dal “centro” (virgolette obbligatorie, per la capitale tedesca).  Nel frattempo, grazie anche al traino di Stone stessa, la craft beer è cresciuta e a Berlino sono spuntati molti altri locali dove bere bene in zone molto meno periferiche: alla Stone sono corsi ai ripari inaugurando la Stone Brewing Tap Room nel più comodo quartiere di Prenzlauer Berg, in prossimità del quale si sono posizionati anche Mikkeller, BrewDog e l’italiano Birra. Anche la distribuzione ha subito inevitabili modifiche: dalle rigorose intenzioni del debutto di utilizzare solo locali selezionati che avrebbero garantito la catena del freddo si è arrivati alla grande distribuzione e oggi le lattine di Stone si trovano (al caldo) sugli scaffali di alcuni supermercati europei.  Lattine: la craft beer non era ancora stata contagiata dalla “lattina-mania”  e in questo senso alla Stone ci avevano azzeccato e avevano anticipato un po’ i tempi. Per restare al passo con la moda è bastato solo qualche accorgimento: ampliare il formato del contenitore (50 cl.) e variarne il contenuto con la maggior frequenza possibile per accontentare chi è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da bere. 
E’ questo il concetto dietro alla nuova serie Uniqcan che ha debuttato lo scorso giugno: edizioni limitate (Uniq) in lattina (can), una novità al mese, nessuna replica futura?  Il progetto altro non è che l’evoluzione della Stone Berlin Pilot Series, collaborazioni, edizioni limitate e esperimenti disponibili solamente alle spine di Berlino o in pochi locali selezionati.  Ad inaugurarla è stata la Stone Tangerine Express IPA, versione europea di quella lanciata negli USA nel 2017 e precedentemente nota come Stone Pilot Series 2018 IPA Tangerine, una IPA prodotta con mandarino ed ananas; a luglio è arrivata la Quince-Essential Hazy Ale, seguita in agosto dalla CoCo-POW! Porter, altresì nota come Pilot Series 2018 Coconut Coffee Porter.

La birra.
La Uniqcan di luglio 2017 è una “Hazy Ale” che abbraccia il protocollo New England ma che vede l’inusuale aggiunta di cotogne; la ricetta viene elaborata da Thomas Tyrell, headbrewer di Stone Berlino e Christian Hans Müller del birrificio francone Hanscraft & Co. Nel bicchiere è di colore arancio pallido, opaco ma non torbido: la schiuma è abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma è pulito e piuttosto gradevole e sul trenino di frutta tropicale che sfreccia davanti alle narici identifico ananas, papaia e mango, maracuia o forse la mela cotogna; tra gli agrumi, cedro e lime, c’è una netta sensazione di candito. La sensazione palatale è morbida e gradevole (o “cremosa”, secondo le intenzioni del birrificio) senza raggiungere un livello tale da rallentare troppo la bevuta e rispettare quindi la tradizione tedesca. Il gusto è tuttavia meno pulito, meno definito e meno intenso dell’aroma: pane, miele, frutta candita e tropicale delineano una bevuta piuttosto dolce e poco secca che termina con un amaro resinoso e zesty, corto e di bassa intensità. Un delicato tepore etilico fa capolino in conclusione di una birra che risulta molto meno rinfrescante di quello che potrebbe essere e, soprattutto, poco esplosiva, timida, col freno a mano tirato. Più o meno gli stessi appunti fatti su altre Stone europee bevute tempo fa: niente di nuovo da Berlino, insomma.
Formato 50 cl., alc. 6.3%, IBU 35, lotto 18/07/2018, scad. 15/11/2018, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio