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mercoledì 18 marzo 2020

Boyne Brewhouse Imperial Stout Sherry


La famiglia Cooney lavora in Irlanda nel settore bevande da oltre quarant’anni: nel 1974 Patrick J. Cooney rilevò la M&J Gleeson, un piccolo imbottigliatore e distributore di Guinness, per trasformarlo nel Gleeson Group, confezionatore, produttore dei marchi Tipperary Water e Finches (soft drinks), nonché maggior distributore irlandese di vino, birra e alcolici. La crisi economica irlandese del periodo 2008-2012 mise il gruppo in difficoltà e lo portò ad accumulare debiti ps, sidro Bulmers e Magners, per intenderci) che oltre a farsi carico dei debiti staccarono un assegno da 12  milioni. Con il ricavato il  settantenne Cooney decise di dar forma a quello che è sempre stato il suo sogno: una distilleria. 
Siamo nei dintorni di Drogheda, antica città irlandese, affacciata sul fiume Boyne, una quarantina di chilometri a nord di Dublino: nelle vicinanze c’è anche Newgrange, una delle più affascinanti aree archeologiche d'Europa, dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco e meta turistica irrinunciabile. Con un investimento da 20 milioni di di sterline Cooney  e sua moglie Marie Cooney, along with their family; Sally-Anne, Calestine, Peter, Patrick e  James  desiderano “regalare” un futuro ai figli Sally-Anne, Calestine, Peter, Patrick Jr. e  James: nasce la distilleria Boann (whiskey e gin) affiancata dal birrificio Boyne Brewhouse, con annesso ristorante e visitor centre. Entrambi i marchi fanno parte del nuovo gruppo Na Cuana, posseduto dalla famiglia Cooney e proprietario anche del sidro Adams e della crema di whiskey Merry’s,  entrambi ereditati del vecchio gruppo Gleason. 
Se per i Cooney il whskey non è una novità, visto che già operavano come blenders, per la città di Drogheda è la rinascita  di un’industria che si era fermata cinquant’anni fa: per quel che riguarda la birra bisogna invece risalire al 1960, anno in cui si chiusero definitivamente i cancelli della Cairnes Brewery, acquistata dalla Guinness. Nel periodo di massimo splendore in città erano attivi ben nove birrifici. A guidare il birrificio (35 ettolitri) è stato chiamato il birraio Richard Hamilton, prelevato dal birrificio Craftworks di Dublino che operava principalmente per conto terzi, aiutato da Bill, proveniente dalla Redemption di Londra. Boyne ha suddiviso la sua produzione nelle gamme Legend (Amber Ale, Pale Ale, Lager, Saison, Oatmeal Stout e IPA),  lattine (American Pale Ale, Vienna Lager, Session IPA) e Limited Edition (Belgian Dubbel, Imperial Stout, Winter Ale).


La birra.
Strano a dirsi, il birrificio Boyne non ha un’imperial stout “base”: l’unica che produce è invece invecchiata in botti di whiskey irlandese che avevano in precedenza contenuto sherry. Una scelta quasi ovvia visto che birrificio e distilleria vivono sotto lo stesso tetto e la reperibilità di botti usate è immediata. 
Nel bicchiere è perfetta: quasi nera, schiuma a trama fine, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Caramello bruciato, caffè, whiskey, fruit cake, accenni di cioccolato e tostature compongono un aroma molto fine, pulito e preciso, dall’intensità discreta.  Un bell’inizio che trova conferme anche al palato, a partire da un mouthfeel leggermente viscoso che permette a questa imperial stout di scorrere senza intoppi. La bevuta è perfettamente bilanciata, priva di eccessi ma con una bella profondità. Si spazia dal dolce di caramello, fruit cake e liquirizia all’amaro del cioccolato, del caffè e del torrefatto. Ma sono i dettagli a fare la differenza e mi riferisco a quei leggeri richiami di sherry che si fanno sentire in secondo piano: ci vuole un po’ di attenzione (e di suggestione!) per coglierli, ma ci sono. L’alcool (10.8%) è gestito in maniera impeccabile e fa sentire la sua presenza solo nel lungo finale nel quale whiskey, caffè e cioccolato si fanno compagnai a vicenda. 
Devo ammettere che non avevo molte aspettative per questa imperial stout di Boyne che avevo in cantina da un anno e mezzo. Ieri era San Patrizio ed ho colto l’occasione per stappala: era l’unica stout irlandese che avevo a disposizione. Uun piccolo gioiello, una birra educata e pulita con un sapiente passaggio in botte che non la sovrasta ma le aggiunge una bellissima complessità. Non ci sono fuochi d’artificio ma semplicità, finezza e una straordinaria bevibilità. 
Formato 33 cl., alc. 10,8%, lotto B21201HCT6, scad. 21/02/2023, prezzo indicativo 5,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 6 settembre 2019

Guinness Draught

Credo di non sbagliare nell’affermare che non esiste marchio di birra al mondo che abbia un legame più forte con la città e con la nazione dove è nato e viene prodotto: Guinness, Dublino, Irlanda. Era il 1759 quando Arthur Guinness lasciò al fratello il proprio birrificio a Leixlip per trasferirsi a Dublino e rilevare l’allora abbandonata St. James's Gate Brewery stipulando un contratto di locazione della durata di novemila anni al prezzo di 45 sterline all’anno: per espandersi l’azienda acquistò poi definitivamente il terreno ponendo così fine all’inusuale contratto d’affitto. 
Arthur Guinness II prese il comando alla morte del padre, avvenuta nel 1803, creando assieme ai fratelli Benjamin e  William Lunell la società “A. B. & W.L. Guinness & Co, brewers and flour miller”; nel 1886 la Guinness divenne una società per azioni e nel 1914 era il maggior produttore di birra nel Regno Unito: 3 milioni di ettolitri all’anno, più del doppio del suo più agguerrito concorrente, la Bass, con una quote di mercato superiore al 10%.. Nel 1986 Guinness acquistò gli scozzesi della Distillers Company, proprietari di marchi come Johnnie Walker, Buchanan's e Dewar's: un’operazione burrascosa condotta con mezzi fraudolenti che fecero salire artificialmente il valore delle azioni Guinness al fine di assicurarsi il controllo del gruppo Distillers.  Nel 1997 Guinness e Grand Metropolitan (distillerie, tabacco, hotel e catering) si accorparono per formare il grande gruppo multinazionale Diageo: birra (Harp Lager, Smithwick's, Kilkenny, Guinness) e distillati (qui un elenco abbastanza esaustivo)  e alimentari riuniti sotto un unico ombrello che, nel 2006, aveva una capitalizzazione di circa 40 miliardi di euro. 
Oggi si stima che vengano bevuti ogni giorno dieci milioni di bicchieri di Guinness nel mondo prodotti da cinque birrifici di proprietà (Irlanda, Malesia, Nigeria, Ghana e Camerun). Nonostante il 40% della produzione sia (sorprendentemente) bevuta in Africa è a Dublino dove ancora batte il cuore Guinness: la Guinness Storehouse è ancora l’attrazione più popolare di Dublino, con più di 1.700.000 visitatori all’anno. 
Per tutto il mondo la Guinness è la birra dell’Irlanda, che vi piaccia o no. Gli impianti produttivi non sono visitabili ma avrete comunque a che fare con il mondo Guinness in tutte le sue forme: dalle materie prime (virtuali) al processo produttivo (virtuale) sino agli indimenticabili annunci pubblicitari realizzati da John Gilroy tra il 1930 e il 1940: slogan, tucani, struzzi e pesci hanno contribuito in maniera determinante al successo mondiale del marchio. Al Gravity Bar dell’ultimo piano potete infine concedervi una pinta di Guinness ammirando dall’alto il modesto skyline di Dublino.  
Sembra strano, ma Guinness per Dublino non è solo birra: tra le altre cose la famiglia più ricca d’Irlanda finanziò nel 1860 il completo restauro della cattedrale di San Patrizio, che a quel tempo si trovava in condizioni disastrose e si temeva potesse crollare da un giorno all’altro. I giardini pubblici di St. Stephen’s Green, nel cuore di Dublino, erano divenuti proprietà privata nel 1663 ed erano quindi inaccessibili; nel 1877 Arthur Edward Guinness li acquistò per poi restituire in regalo alla città il suo parco. 

La birra.
Fu lanciata “solamente” negli anni ’60, ma la Draught è divenuta rapidamente la più popolare variante di Guinness al mondo.  Malto Pale Ale, 25-30% di orzo in fiocchi, 10% circa di malto tostato, sette varietà di luppolo: la troverete anche nelle versioni Cold o Extra Cold, che vi consiglierei ovviamente di evitare. La sua gradazione alcolica varia dal 4.1% al 4.3% a seconda del luogo in cui viene prodotta. 
Il suo fascino è tutto nel carboazoto e in quella pallina di plastica (widget) che si trova all’interno di ogni lattina: versandola con vigore nella pinta avrete alla vista una riproduzione perfetta di quello che avviene in un pub. Il bicchiere si colora quasi di bianco mentre una cascata “al contrario” di bollicine si solleva verso l’alto per formare una perfetta testa di schiuma, cremosissima e indissolubile, dalla precisione geometrica, quasi insopportabile. Dalla vetta si può solamente scendere e l’aroma della Guinness Draft non è dei più accattivanti: le tostature sono poco eleganti, qualche accenno di caffè e cioccolato non bastano a far dimenticare quelle lievi sensazioni di metallo e gomma bruciata. E al palato lo schema si ripropone: il sontuoso mouthfeel, cremoso e vellutato, riesce a far dimenticare qualche passaggio sfuggente che in una birra dal modesto contenuto alcolico (4.2%) si può anche tollerare. Caramello, tostature, caffè-quasi-caffelatte: finale amaro, nel quale le tostature sono affiancate dal terroso dei luppoli.  
La Guinness è un prodotto industriale e come tale va considerato: non cercate in lei brividi, intensità, emozioni. E’ tuttavia una buona introduzione al mondo delle stout. Io stesso ricordo ancora lo stupore davanti alla mia prima pinta di Guinness: facevo davvero fatica a comprendere quella bevanda quasi calda che sapeva di caffè, per me la birra era solo bionda o al massimo “rossa”. Non bisogna mai dimenticare quello che eravamo. 
In conclusione la Draught mi sembra ricalcare esattamente la Guinness Storehouse di Dublino, una visita virtuale ad un birrificio del quale non vi vengono mostrati gli impianti, neppure da un oblò di vetro. Tanta apparenza alla quale non corrisponde altrettanta sostanza. Volete bere una stout spendendo poco? Per questo la Guinness è  quasi perfetta.  Le lattine da mezzo litro si trovano di tanto in tanto in qualche discount a poco più di un euro: un rapporto qualità prezzo soddisfacente, devo ammetterlo. Volete bere una buona stout? Ci sono centinaia di alternative artigianali, ma preparatevi a spendere quasi cinque volte di più: a voi la scelta.
Formato 50 cl., alc, 4.2%, lotto 90346GH055, scad. 04/12/2019, prezzo indicativo 1,25 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 7 novembre 2018

Kinnegar Big Bunny

Kinnegar Brewing nasce nel 2011 a Rathmullan, contea di Donegal, all’estremità settentrionale dell’Irlanda. A fondarla Rick LeVert assieme alla moglie Libby Carton: Rick, americano nato a Boston, è residente in Irlanda da oltre vent’anni dove ha lavorato nel campo di design, marketing e comunicazione. Non ha nessuna esperienza in campo brassicolo se non qualche esperimento casalingo che rapidamente evolve in qualcosa di più grande; nel 2011 mette in funzione un mini impianto da 50 litri sul quale nascono le prime ricette, la Pale Ale Limeburner e l’Amber Ale Devil's Backbone. Nel frattempo si reca a seguire alcuni corsi di formazione alla UC Davis in California e al VLB - Versuchs und Lehranstalt für Brauerei di Berlino. 
E’ solamente nel 2013 che Kinnegar (il nome deriva da una della spiagge della zona) fa il suo debutto commerciale con un nuovo impianto da dieci ettolitri  utilizzato sino alla fine del 2016 quando il birrificio ha completamente saturato la sua capacità di 4000 ettolitri l’anno. Un piano di espansione da un milione di sterline consente di realizzare il nuovo birrificio da 35 ettolitri di Letterkenny, ad una ventina di chilometri di distanza, che permette quindi di triplicare la capacità.  “Volevamo restare a Rathmullan ma avremmo dovuto aspettare dai 18 ai 24 mesi per avere tutte le autorizzazioni e il nostro business non poteva permetterselo; non volevamo continuare a produrre birra dalle quattro del mattino sino a mezzanotte”.  
Sull’impianto che entra in funzione nella primavera del 2017 vengono realizzate quattro birre disponibili tutto l’anno affiancate da produzioni stagionali e occasionali: le prime sono la Scraggy Bay Golden Ale, La Rustbucket Rye Ale, la Yannaroddy Porter al cocco e l’American IPA Crossroads. Lo scorso giugno sono arrivate anche le lattine, formato utilizzato per le birre stagionali/speciali e per tutte quelle che vengono esportate all’estero: quelle in produzione tutto l’anno, reperibili anche nei supermercati irlandesi, continuano ad essere imbottigliate.  
“Spesso la gente pensa che la birra artigianale abbia un elevato contenuto alcolico dice  Rick   – e anche se non è vero questo potrebbe creare degli ostacoli. Noi vogliamo che le nostre birre siano accessibili, che la gente possa berne due o tre senza accusare il colpo; sono un mix d’influenze americane, europee ed irlandesi. Esportiamo anche in Europa ma un microbirrificio può resistere solo se ha una forte presenza locale”.

La birra.
Big Bunny (6%) è una delle molte produzioni occasionali di Kinnegar, una New England IPA che ha debuttato nella primavera del 2017 ed è poi stata replicata anche quest’anno: per un birraio nato a Boston, era forse inevitabile confrontarsi con lo stile più in voga tra i beergeeks. Il coniglio è simbolo del birrificio e lo slogan “follow the hops”  ovviamente non si riferisce solo ai salti dell’animale ma soprattutto ai luppoli.  Non sono stati rivelati quelli utilizzati per questa NEIPA ma Kinnegar promette una birra “succosa” e una sensazione palatale cremosa. 
Il suo colore dorato/arancio pallido è opalescente senza raggiungere le fangose torbidità di alcune interpretazioni dello stile. Apro questa lattina nata lo scorso luglio con qualche mese di colpevole ritardo e l’intensità dell’aroma inevitabilmente ne risente: non c’è esplosività ma i profumi sono eleganti e gradevoli. Cedro, limone, bergamotto e lime sono protagonisti, in sottofondo si scorgono tracce di frutta tropicale. Il mouthfeel è leggermente cremoso e non provoca nessun intoppo ad una scorrevolezza che è davvero eccellente. Il gusto replica l’aroma con buona fedeltà disegnando un percorso dominato dagli agrumi, supportati dalla discreta presenza di pane e frutta tropicale; il finale è secco e moderatamente amaro, resina e scorza d’agrumi si dividono il compito quasi a metà. L’alcool non è pervenuto.  Kinnegar realizza una “East Coast Style IPA” con criterio e raziocinio: equilibrio e pulizia, nessun estremismo o voglia di strafare: nella bicchiere c’è una birra fruttata e non un succo di frutta.  Il risultato pecca un po’ di personalità  ma è comunque molto piacevole e questo basta e avanza.
Formato 44 cl., alc. 6%, lotto 10/07/2018, scad. 03/2019, pagata 3.75 euro (beershop, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 22 ottobre 2018

Dead Centre Seeking Sunshine & Dot Brew Fridge Art IPA

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la Craft Beer Revolution irlandese e due dei suoi protagonisti: partiamo da Dead Centre Brewing, beerfirm fondata nel 2017 da Liam Tutty ad Athlone, 120 chilometri ad ovest di Dublino. Tutty ha incontrato per la prima volta la birra artigianale nel 2007  quando viveva in Austrialia. Rientrato in Irlanda ha iniziato con l’homebrewing, mantenendo in un certo senso viva la tradizione di famiglia: sua nonna produceva sidro casalingo. Le sue birre fatte in casa ottengono buoni riconoscimenti nei concorsi e nel 2015 viene assunto nel reparto marketing del birrificio Rye River di Kildare ma alla fine del 2016 viene improvvisamente licenziato. Anziché perdersi d’animo, Tutty sfrutta la sua esperienza per mettere in piedi la propria beerfirm Dead Centre Brewing che s’appoggia sugli impianti del birrificio St. Mel’s di Longford e debutta nell’autunno del 2017 con That Magnificent Beast, una ”juicy oatmeal pale ale” seguita a ruota dalla Marooned IPA, a tutt’oggi l’unica birra che Dead Centre produce regolarmente. 
Sono già in corso i lavori di ristrutturazione di un edificio di Athlone con vista sul fiume Shannon dove entrerà in funzione un impianto da 10 ettolitri: cinquecentro metri quadrati che ospiteranno anche un bar, un ristorante ed una caffetteria: “un birrificio ad Athlone non è economicamente sostenibile senza i proventi del ristorante e del bar“ ammette Tutty.  Grazie all’operato della Irish Craft Canning sono anche arrivate le lattine, formato ormai sempre più indispensabile se si vuole competere sull’affollato palcoscenico della birra artigianale.

La birra.
Seeking Sunshine è la IPA che Dead Centre ha dedicato alla stagione che ci siamo da poco lasciati alle spalle. Malto Pale, frumento, avena, luppoli Citra ed Amarillo: questi gli ingredienti per una birra dorata e velata,  con schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. L’aroma è pulito e ancora discretamente fresco: pompelmo, mandarino, passion fruit e papaia, pesca. Semplice ed essenziale, gradevole. Queste premesse positive non sono però completamente mantenute al palato: pane e crackers, un accenno di frutta tropicale, un po’ di pompelmo e un finale zesty  ed erbaceo dall’intensità e dalla lunghezza piuttosto limitate. Capisco le intenzioni di Dead Centre di fare una birra poco impegnativa e facile da bere per la stagione estiva, ma ciò non dovrebbe pregiudicare intensità e personalità, che in questa bevuta latitano.  L’idea mi sembra comunque ben concepita: è una IPA profumata, bilanciata e abbastanza secca: se riuscisse a scrollarsi di dosso un po’ di timidezza, replicando nel gusto quanto di buono espresso nell’aroma, il risultato sarebbe notevole.
Formato 40 cl., alc. 5%, lotto ICC18170, scad. 19/06/2019, prezzo 4.00 euro (beershop, Irlanda)


Da Dublino arriva invece DOT Brew, beerfirm fondata nel 2016  dall’ex-homebrewer Shane Kelly che dopo dieci anni ha coraggiosamente abbandonato la sua carriera in uno studio d’architettura per trasformare il proprio hobby in una professione:  la moglie e i due giovanissimi figli, autori anche di alcuni degli scarabocchi presenti in etichetta, hanno sospirato. Ad affiancarlo, anche come investitori, gli amici Mikey e Pete. Non ho trovato molte informazioni in rete ma da quanto ho capito DOT Brew produce sugli impianti del birrificio Hope di Dublino: Kelly ha preferito investire in un magazzino, in quanto il suo interesse principale sono agli invecchiamenti in legno: whiskey, bourbon, vino.  Accanto a questi prodotti dalla buona marginalità ma di nicchia ci sono inevitabilmente anche delle birre quotidiane: IPA, stout, lager. Sono una trentina le etichette prodotte in due anni d’attività; qualche mese fa sono arrivate anche le lattine.  Alla Session IPA Fridge Art l’onore del debutto.

La birra.
Nel bicchiere è di color oro carico velato: la schiuma è cremosa, abbastanza compatta ed ha una buona persistenza. Il naso non ha particolarmente intenso e non si distingue per particolare livelli di eleganza o pulizia: ci sono comunque dei gradevoli profumi di mango e ananas, pompelmo, papaia. “Session IPA” è una denominazione che aiuta a vendere e quindi non ci si deve sorprendere di vederla applicata ad una birra dall’ABV (5.2%) ben oltre la soglia della “sessionabilità”.  La facilità di bevuta è comunque garantita, la birra scorre veloce tra lievi note mielate e biscottate, frutta tropicale, pompelmo, amaro resinoso e terroso di breve durata. L’intensità dei sapori non è affatto male ma su pulizia e definizione c’è ancora parecchio lavoro da fare; il risultato è una IPA piacevole che tuttavia non lascia un gran ricordo di sé e tende a confondersi assieme a tante sorelle irlandesi che s’assomigliano.
Formato 40 cl., alc. 5,2%, scad. 09/03/2019, prezzo 4,50 euro (beershop, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 10 ottobre 2018

Stone Barrel C No Evil & Third Barrel Shut Up Juice

Proseguiamo il nostro viaggio in Irlanda, nello specifico nella zona industriale a sud-ovest di Dublino: è qui che ha trovato casa il birrificio Stone Barrel, aperto alla fine del  2013 da Niall Fitzgerald e Kevin McKinney. I due erano colleghi di lavoro nel settore finanziario, poi la crisi economica li ha costretti a cercare alternative:   “andai per un periodo all’esteroricorda Niall – e al mio ritorno trovai Kevin alle prese con un nuovo hobby, l’homebrewing. Mi conquistò subito e passammo ogni sabato libero a fare birra e ad assaggiare le nostre produzioni: nel 2012 ci iscrivemmo ad un concorso per homebrewers e la nostra Milk Stout vinse una medaglia. Prendemmo coraggio e dopo un anno eravamo pronti a partire. Il nostro obiettivo era semplicemente di fare quelle birre che ci piacevano bere”. 
Nell’attesa di ricevere e mettere in funzione il proprio impianto Stone Barrel opera per qualche mese come beerfirm producendo in Inghilterra: il debutto avviene con la Session IPA BOOM seguita dalla IPA C No Evil.  L’impianto di seconda mano che ha trovato casa nella periferia di Dublino ha una capacità di 11 ettolitri e proviene dalla Repubblica Ceca. Qualche mese fa è stato effettuato un pesante restyling delle etichette e sono anche arrivate le ormai irrinunciabili lattine.

Le birre.
Nasce nel 2013 come produzione occasionale (quaranta fusti prodotti in tutto) ma è ora disponibile tutto l’anno la IPA chiamata “C No Evil”: il suo nome è l’iniziale di tre famosi luppoli americani: Centennial, Cascade e Citra, questi ultimi due usati solo in late e dry hopping. Aspetto impeccabile, schiuma cremosa e compatta, livrea che oscilla tra il dorato e l’arancio. La lattina recita “drink fresh” ma non c’è nessuna data di confezionamento a dare punti di riferimento precisi: l’aroma è tuttavia fresco e pulito, una bella intensità composta da ananas e mango, pompelmo e arancia, qualche traccia resinosa e vegetale.  Al palato scorre con buona velocità non disdegnando qualche allusione morbida e cremosa: il gusto mostra piena corrispondenza con l’aroma e ne mantiene gli stessi elevati standard qualitativi. Pane, un accenno biscottato, un fruttato tropicale dolce e delicato, un anticipo di pompelmo prima di un bel finale amaro, resinoso e pungente di buona intensità e durata. L’alcool (6%) è piuttosto ben gestito e tuttavia è una IPA che sembra essere “più grande” di quanto dichiara: merito di un’intensità piuttosto elevata. Non regala molte emozioni ma è una IPA precisa e pulita, ben definita, con ogni cosa al posto giusto: moderna ma non modaiola, bilanciata, fatta davvero  bene. Di quelle che ti trovi sempre volentieri nel bicchiere.

Sugli impianti di Stone Barrel vengono attualmente prodotte anche le birre della beerfirm Third Circle lanciata nel 2015 dall’homebrewer Jon Grennan. Non sono riuscito a capire se Grennan ha anche partecipato economicamente all’acquisto dell’impianto ma quello che è certo è che  Thrid Circle e Stone Barrel hanno poi congiuntamente creato nel 2017 la beerfirm Thrid Barrel, una ventina di birre già all’attivo. 
Shut Up Juice viene definita una New World Pale Ale prodotta con Citra, Vic Secret, El Dorado e  Simcoe. Nel bicchiere è di un bel color dorato/arancio piuttosto velato; la schiuma ha una buona persistenza ma risulta un po’ scomposta. Buona intensità ma pulizia solo discreta al naso: c’è una generale sensazione di dolce frutta tropicale, di arancia zuccherata, pompelmo. L’insieme è indubbiamente gradevole ma i singoli elementi non sono ben definiti. Un eccesso di bollicine disturba un po’ quella che è una bevuta dall’ottima intensità se si considera la gradazione alcolica (5%). Domina la frutta tropicale con qualche incursione di pompelmo e arancio, il finale è piacevolmente secco con un veloce passaggio amaro resinoso che lascia il palato ben pulito.  Nonostante le imprecisioni c’è equilibrio e carattere in questa Shut Up Juice: anche qui siamo davanti ad una IPA moderna ma non modaiola, ovvero non a una birra che “sa di birra” e non ad un succo di frutta. Si vede una mano abile (la stessa di Stone Barrel, presumo) e un bel potenziale parzialmente inespresso sul quale si può lavorare con ottimismo. 
Nel dettaglio:
Stone Barrel C No Evil, 44 cl., alc. 6%, lotto #0049, scad. 27/04/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop, Irlanda)  
Third Barrel Shut Up Juice, 44 cl., alc. 5%, lotto 0052, scad. 02/06/2019, prezzo indicativo 4,30 euro (beershop, Irlanda)  

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 8 ottobre 2018

Reel Deel Say Nowt Stout

Continuiamo il nostro viaggio all’interno della Craft Beer Revoultion irlandese recandoci a Crossmolina, contea di Mayo: è qui che nel 2014 Marcus Robinson ha fondato la Reel Deel Brewery. Inglese di nascita, Robinson si trasferisce dallo Yorkshire in Irlanda nel 2007 assieme alla moglie Catherine, nata e cresciuta invece nella contea di Mayo: l’homebrewing è un hobby che praticava sin dai tempi della scuola superiore, alla metà degli anni ’80. L’idea di aprire un birrificio è una conseguenza della crisi dell’industria edilizia, ramo in cui operava, che colpisce l’Irlanda nel 2009: ci vogliono però quasi 5 anni prima di vedere in funzione il nuovo impianto da 16 ettolitri  della Reel Deel, birrificio che prende il nome dal fiume (Deel) che scorre nei dintorni. Il debutto avviene con la Irish Blond, una piccola rivoluzione locale: “fino a sei mesi fa in questa zona non si trovava nessuna birra artigianale. Ora i bar iniziano a tenere qualche bottiglia, proveniente principalmente da birrifici di Cork e Dublino; la mia speranza è che la gente voglia anche comprare qualche birra locale”. 
A Marcus e al birraio Paul Williams non interessa però seguire le mode: a testimoniarlo le sole sette etichette realizzate in quattro anni d’attività. L’unica concessione sono le grafiche delle bottiglie che ultimamente hanno subito un restyling per renderle moderne e in grado di competere sugli scaffali sempre più affolati di beershop e supermercati. Dallo scorso maggio Reel Deel è distribuito nella capitale Dublino e ha raggiunto poche settimane fa un accordo con la catena di supermercati Lidl nell’ambito di un progetto che mira alla valorizzazione e alla crescita di medie e piccole imprese irlandesi. E se non erro sono arrivate anche le prime lattine.

La birra.
“Is binn béal ina thost”  (letteralmente “una bocca silenziosa è dolce”) è un proverbio irlandese che potremmo tradurre come “il silenzio è d’oro”: questo il motto che Reel Deel ha scelto per la propria stout chiamata Say Nowt, prodotta con malti tostati irlandesi, frumento, luppolo Bramling Cross. 
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro con una generosa schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza. L’aroma è un ottimo biglietto da visita, pulito ed elegante:  profumi di cioccolato al latte, caffè, caramello brunito, qualche accenno di frutti di bosco. Qualche bollicina in eccesso disturba un po’ quello che è comunque un mouthfeel scorrevole e leggero, senza velleità cremose o morbide. Il gusto cerca di replicare l’aroma ma purtroppo non lo fa con la stessa pulizia e precisione: una generale sensazione di torrefatto e caffè scorre al palato senza lasciare un grande ricordo, di tanto in tanto fa capolino qualche traccia di cioccolato. C’è una buona secchezza, l’intensità è discreta con un sussulto finale nel quale l’amaro terroso del luppolo affianca quello delle tostature: spunta anche qualche nota di cenere, quasi di affumicato. Say Nowt Stout, discreta interpretazione dello stile che tuttavia mi ha lasciato un po' perplesso: ero rimasto maggiormente impressionato dalla Pale Ale Jack The Lad, una session beer fresca, secca e pulita, godibilissima, con un carattere gentilmente fruttato donatele dall’utilizzo del Citra. 
Formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto BAT10, scad. 20/10/2018, pagata 3,70 euro (supermercato, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

mercoledì 3 ottobre 2018

O Brother Brewing: The Dreamcatcher Session IPA & The Rainmaker IPA


Dicono di non essere mai andati d’accordo fra di loro tranne che su di una cosa: la volontà di aprire un birrificio.  Sono i fratelli Barry, Brian e Padhraig O'Neill, in arte O Brother Brewing: iniziano nel 1997  a dilettarsi con l’homebrewing con un kit da 25 litri nella loro casa di Bray, contea di Wicklow, località costiera che si trova  a circa 20 km a sud di Dublino. Tutti e tre hanno saltuariamente lavorato nell’Off-Licence (rivendita di alcolici) dello zio e sono stati conquistati dalla craft beer revolution: “in Irlanda stava finalmente iniziando a prendere piede e, da appassionati bevitori, eravamo eccitati da tutte quelle birre prodotte localmente e non provenienti dagli Stati Uniti, ad esempio. Avevamo tutti un lavoro fisso ma volevamo dedicarci a qualcosa che ci appassionava davvero, anche se non c’era nessuna garanzia che il nostro birrificio avrebbe funzionato”. 
Nel 2011, mentre stanno partecipando all’Irish Craft Beer Festival, i tre fratelli decidono di voler fare sul serio: affittano un piccolo locale in una zona industriale dove vi posizionano un impianto pilota da 100 litri sul quale testano le loro ricette.  Dopo tre anni di “intenso homebrewing”  e di formazione  è pronto al debutto il birrificio O Brother, nome non proprio originale, che trova casa a Kilcoole, una quindicina di chilometri a su di Bray. Le prime due birre vengono commercializzate a dicembre 2014 nei pub della cittadina d’origine:  l’American Pale Ale The Chancer e la Red Ale The Fixer che ho personalmente avuto modo di provare in loco. In quest’ultima l’uso di luppoli americani non cancella completamente la tradizione irlandese ma porta una piacevole ventata di novità. 
Dei tre è attualmente solo Brian a dedicarsi tempo pieno al birrificio, mentre Barry e Phadraig hanno mantenuto le loro precedenti occupazioni e lo aiutano negli orari serali e nei weekend; la capacità produttiva di O Brother si è mostrata rapidamente insufficiente a soddisfare tutte le richieste e i fratelli O'Neill hanno già dovuto far ricorso a finanziamenti per espandersi. Nell’ambito di questo progetto, all’inizio della scorsa estate, sono anche arrivate le prime lattine.

Le birre.
Non c’è molta tradizione nella gamma O Brother che vuole invece seguire le moda: sono dunque i luppoli americani a caratterizzare la maggior parte della produzione che ovviamente non disdegna di gettare uno sguardo allo stile più inflazionato del momento, quello delle NEIPA. 
Partiamo dalla Dreamcatcher, una “New England style Session IPA” (4.5%) infarcita di Citra, Simcoe e Mandarina Bavaria.  Il suo colore è un dorato velato ma non particolarmente hazy: la schiuma, cremosa e compatta, ha una buona persistenza. Il naso rivela una discreta intensità e una buona pulizia che permette d’apprezzare i profumi di ananas e mango, pompelmo, qualche nota dank. La bevuta è equilibrata e priva di eccessi: è un fruttato tropicale educato e non estremo, ben integrato con i malti (pane e crackers, miele);  una buona secchezza e un leggero amaro zesty/erbaceo chiudono un percorso che ha una buona intensità per una “session” beer, facile da bere e molto scorrevole. Non ci sono difetti ma non ci sono nemmeno particolari spunti: le manca un po’ di definizione e di carattere, soprattutto a fine corsa, dove la bevuta perde un po’ di verve.  

Passiamo alla sorella maggiore (7%) The Rainmaker, IPA prodotta  con Citra, Mosaic e Galaxy. Anche lei opaca ma non torbida, accoglie il bevitore con profumi floreali e resinosi, qualche nota tropicale e di pompelmo, un tocco dank. L’intensità è discreta, pulizia e fragranza lasciano invece un po’ a desiderare: data di messa in lattina non pervenuta. Nonostante il birrificio la definisca una  New England il risultato s’avvicina molto al concetto di West Coast IPA: pane e miele, qualche nota tropicale, pompelmo, un finale amaro resinoso intenso e pungente, di buona durata. Rispetto all’aroma c’è un bel passo in avanti per quel che riguarda pulizia e definizione, mentre la sensazione palatale è morbidissima, quasi setosa, grazie all’utilizzo di avena.  Pochi elementi in gioco ma molto ben dosati: la semplicità paga e questa Rainmaker di O Brother sarebbe davvero ottima se avesse po’ più secchezza e se riuscisse a nascondere meglio l’alcool. 
Due birre dall'approccio interessante da questo giovane birrificio irlandese: c’è ovviamente spazio per migliorare ma si vede che in sala cottura c’è un mano educata e “pensante”, alla ricerca di equilibrio e facilità di bevuta e non di fuochi d’artificio o inutili esagerazioni. Buon livello, niente da invidiare a nomi già noti della scena craft irlandese come Whiplash o Yellowbelly.
Nel dettaglio:
The Dreamcatcher, 44 cl., alc. 4.5%, lotto C2018G119, scad.  26/04/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)
The Rainmaker, 44 cl., alc. 7,0%, lotto C2018G115, scad. 26/04/2019, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 1 ottobre 2018

Whiplash / Wylam Do You Wanna Touch Me

Whiplash e Wylam, due nome “caldi” nella scena craft dei rispettivi paesi di provenienza, Irlanda e Inghilterra.  Whiplash è una beerfirm guidata da  Alex Lawes e Alan Wolfe, entrambi provenienti dalla Rye River Brewing Company, uno dei più grandi birrifici indipendenti irlandesi. Lawes, a quel tempo homebrewer,  vi era arrivato nel 2014 come apprendista e la sua permanenza doveva durare solamente un anno. Ma nel 2015 la Rye River si era trovata improvvisamente senza birraio e, dopo alcuni infruttuosi colloqui, Wolfe aveva implorato a Lawes di accettare il ruolo di head brewer offrendogli carta bianca sulle ricette e dandogli la possibilità di produrre sugli stessi impianti anche la propria neonata (2016) beerfirm Whiplash. Alla fine del 2017 i due hanno lasciato definitivamente la Rye River per lavorare a tempo pieno al progetto Whiplash:  le birre sono attualmente prodotte sugli impianti del birrificio Larkin di Wicklow. 
Il birrificio Wylam è invece operativo dal 2000 nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland  e  ha “cambiato pelle” nel 2010  grazie all’arrivo di  nuovi soci portatori di liquidità e capacità imprenditoriale: Dave Stone e Rob Cameron. I due sono proprietari di altrettanti gastropub a Newcastle e iniziano a collaborare con Wylam che li rifornisce di birra.  Nel 2015 la collaborazione si trasforma in una vera e propria partnership con la ristrutturazione del Palace of Arts dell’Exhibition Park di Newcastle nel quale trovano posto un impianto 35 ettolitri,  taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti. 
Lo ripeto ancora una volta: oggi “birra artigianale” coincide sempre più con il concetto di “novità”. Non bisogna fermarsi mai e offrire sempre qualcosa di nuovo da provare agli appassionati. In quest’ottica le collaborazioni tra birrifici sono uno strumento perfetto: si mettono assieme due nomi alla moda, si produce una IPA/DIPA magari apportando solo qualche modifica ad una ricetta pre-esistente, la si vende.

La birra.
Dall’incontro tra Whiplash e Wylam nasce Do You Wanna Touch Me, una Double IPA prodotta con malti Maris Otter e  Carapils, avena, zucchero candito belga, luppoli Vic Secret e Citra nel whirlpool, doppio dry-hopping di Citra, BRU-1, Vic Secret e Galaxy, lievito London Ale III.  Sul nome scelto non credo ci siano dubbi: Do You Wanna Touch Me? (1973) è stato uno dei successi di  Gary Glitter, glam rocker inglese dalla vita piuttosto turbolenta che sta attualmente scontando 16 di carcere per abusi sessuali nei confronti di tre minorenni avvenuti negli anni ’70. 
Il suo aspetto è quello di un torbido succo alla pera: piuttosto bruttina, ma così vuole il protocollo Hazy/Juicy/NEIPA. La schiuma è invece abbastanza compatta e persistente per lo stile.  L’effetto “succo di frutta” è presente anche al naso, sebbene con poca pulizia e finezza: il risultato è una generale sensazione tropicaleggiante (mango, papaia?) intensa ma un po’ cafona. Il mouthfeel è piuttosto gradevole: morbido e quasi cremoso, senza degenerare in consistenze troppo ingombranti che di fatto penalizzano troppo la bevibilità. La bevuta è tutta via molto meno fruttata di quanto l’aroma potesse far immaginare e, ahimè, abbastanza deludente: il tropicale è poco definito e confuso, l’alcool (8.4%) si sente anche più del necessario e di fatto costringe a rallentare drammaticamente il ritmo dei sorsi. Poteva questa Do You Wanna Touch Me farsi mancare il tipico “bruciore/effetto pellet” delle mediocri interpretazioni dello stile?  Certo che no ed ecco un finale amaro resinoso  e poco gradevole, fortunatamente di modesta intensità e durata. 
Collaborazione poco riuscita tra Whiplash e Wylam:  Double NEIPA confusa, noiosa, bevibile ma pesante da mandare giù.  Non si può nemmeno chiamare in causa l’età anagrafica: un mese al momento della bevuta. Se mi fidassi del beer-rating dovrei piuttosto invocare la teoria della “lattina sfortunata”.
Formato 44 cl., alc. 8,3%, lotto 3071, scad. 13/02/2019, prezzo indicativo 5.50-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 27 settembre 2018

YellowBelly: Citra Pale Ale & Hopped In Space IPA


Il birrificio YellowBelly è abbastanza giovane (2015) ma alle sue spalle c’è una storia molto più lunga. Era il 1965 quando Simon Lambert acquistò un pub nel centro di Wexford, capoluogo dell’omonima contea dell’Irlanda sud-orientale: alla sua morte, avvenuta nel 2006, gli sono succeduti i figli Nicky e Simon, oggi gestori del Simon Lambert & Sons Pub & Restaurant.  La crisi economica del 2008  impose dei cambiamenti per cercare di sopravvivere: “dovevamo differenziarci dagli altri 20 pub di Wexford che servivano tutti le stesse sette birre. Iniziammo a proporre birre d’importazione, in Irlanda non c’erano molti birrifici artigianali e così nel 2009 prendemmo la decisione di provare a fare noi la birra” ricorda Nicky.   Dopo un periodo di formazione, nel pub entra in funzione un impiantino da 200 litri che viene affidato al birraio Declan Nixon, che ricorda: "era una specie di kit da hombrewer su grossa scala e dopo un po’ di tempo mi trovai costretto a  fare due cotte al giorno per cinque giorni alla settimana se volevamo soddisfare tutte le richieste”. Nel seminterrato viene allora installato un nuovo impianto da 1000 litri che serve al lancio commerciale del marchio YellowBelly, avvenuto all’inizio del 2016; ma in cantiere c’è già un trasloco, completato l’anno successivo, nel nuovo sito produttivo da 1000 metri quadri sulle colline (Whiterock Hill) che circondano Wexford, dove trova posto un impianto personalizzato proveniente da BrewDog e una Wild Goose Canning Line. Il potenziale è di circa 1000 ettolitri a settimana. 
A YellowBelly non interessa la tradizione irlandese ricca di Red Ale e Stout: la parola d’ordine è innovare, stare al passo coi tempi con focus sulle birre luppolate ed acide, produzioni stagionali e occasionali.  Il progetto è ambizioso: “vogliamo creare un brand internazionale, i nostri concorrenti sono  produttori craft globali come Sierra Nevada, Stone, Founders (sic). Per farci notare non potevamo raccontare che eravamo solamente un pub che produceva birra: dovevamo avere una storia che potesse interessare la gente. Così ci siamo rivolti all’illustratore Paul Reck (oggi Creative Director per YellowBelly) che ha creato per noi i personaggi che vedete su lattine e grafiche”. 
E’ lui l'ideatore delle belle etichette, i fumetti che potete scaricare e leggere dal sito del birrificio e anche del video gioco on line chiamato Hop Rocket.

Le birre.
Come detto YellowBelly ama sperimentale e seguire le tendenze della craft beer, la cui parola d’ordine sembra essere una sola: novità. Ma c'è anche una serie di birre disponibili tutto l'anno, delle quali ne andiamo ad assaggiare due. 
Partiamo dalla Citra Pale Ale (4.8%) nella quale è ovviamente protagonista l’omonimo luppolo americano assieme a malti di provenienza tedesca e belga.  Dorata, leggermente velata, bella schiuma candida, cremosa e compatta. L’aroma ha buona intensità ed espressività (fiori bianchi, ananas, pompelmo, arancia e limone) ma pulizia ed eleganza potrebbero essere migliori.  La bevuta è snella e leggera, scorre come dovrebbe sempre fare una “quasi” session beer: pane, crackers e frutta a pasta gialla sono gli elementi complementari a quegli agrumi che ovviamente dominano questa Citra Pale Ale. Finisce secca con un amaro di media intensità e lunghezza nel quale convivono note zesty ed erbacee. Bel carattere fruttato, buona intensità, bevuta che risulta piacevole e gradevole, poco impegnativa, rinfrescante: sebbene ci sia spazio per migliorare definizione ed eleganza, il livello mi sembra piuttosto buono.

Mi ha convinto meno la IPA chiamata Hopped In Space (5.9%): malti Red X, Vienna, Monaco, Pilsner e Cara Clair, luppolo Mandarina in whirlpool, Simcoe e Summit in un generoso dry-hopping. 
Il suo colore è tra l’arancio e l’ambrato, le note dank, resinose e di pompelmo dell’aroma annunciano un profilo “classico” e non contemporaneo.  In sottofondo qualche nota più dolce che richiama la frutta tropicale; bene intensità e pulizia, migliorabili eleganza e ampiezza del bouquet olfattivo.  Al palato arrivano leggere note biscottate e caramellate subito incalzate da frutta tropicale. E’ una IPA che parte bene con il giusto livello d’intensità ma che si perde un po’ per strada, spegnendosi quando sarebbe il momento d’accendersi: la trilogia amara finale pompelmo/resinoso/vegetale non morde e non spinge come dovrebbe.  La bevuta fa qualche passo indietro rispetto all’aroma: meno intensa, meno pulita e meno definita. Insomma, questa lattina di Hopped in Space non riesce proprio a decollare nello spazio e s’accontenta di  viaggiare a velocità di crociera.  Peccato.
Nel dettaglio:
Citra Pale Ale, formato 44 cl., alc. 4,8%, lotto CBK62, scad. 01/06/2019
Hopped In Space, format 44 cl., alc. 5.9%, lotto CBK59, scad. 01/05/2019

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 24 settembre 2018

Porterhouse: Hillstown Hazy Border & Celebration Stout

Anche l’Irlanda sta oggi vivendo la sua craft beer revolution e s’intravede qualche spiraglio di luce in un mercato dominato da troppo tempo dai marchi della Diageo (Guinness, Smithwicks, Harp) e della Heineken (Murphy's).  Alla metà degli anni ’80 i cugini Liam La Hart e Oliver Hughes lanciarono la loro piccola sfida aprendo il microbirrificio Dempsey’s Ale che tuttavia non ebbe grande fortuna; nel 1989 rieccoli tentare la sorte con la ristrutturazione di un dilapidato edificio a Bray, County Wicklow, dove aprirono un “pub” (con sedici camere) focalizzato principalmente su birre d’importazione: nasceva il Porterhouse Inn. 
Era la prima tappa di un successo destinato a crescere in fretta: nel 1996 venne inaugurato in centro a Dublino il primo Porterhouse Temple Bar, nel quale vennero proposte per la prima volta anche le birre autoprodotte. Quattro anni dopo arrivarono la filiale di Covent Garden a Londra ed una seconda Location a Dublino (Parliament Street); per alimentare tutte quelle spine era necessario aumentare la capacità e a questo scopo fu inaugurata la sede produttiva di  Ballycoolin, nei dintorni della capitale. La prematura scomparsa (2016) di Oliver Hughes non ha fermato la crescita di quello che è oggi un franchising da oltre venti milioni di euro di fatturato: ad affiancare Liam La Hart c’è Elliot, figlio di Oliver, mentre il birrificio è da sempre nella mani dell’esperto Peter Mosley.  Oltre alla location originale di Bray, Porterhouse oggi gestisce quattro pub a Dublino, uno a Londra, uno a Manhattan (New York), un paio di club notturni, tre tapas bar. 
Come crescere ancora? Inaugurando (aprile 2018) un nuovo birrificio da sei milioni di sterline: “eravamo privi di flessibilità, quando produci 10.000 ettolitri l’anno e 7.000 sono richiesti dai tuoi bar e pub non hai molto spazio di manovra”, ammette Elliot Hughes. Il nuovo impianto da 100 ettolitri, che si trova nella periferia nord-ovest di Dublino a sei chilometri dal Temple Bar, consentirà di triplicare la produzione arrivando a circa 30.000 ettolitri l’anno: “era assolutamente necessario. Siamo forti a Dublino, ma al di fuori della capitale la nostra visibilità cala in modo drammatico: la gente non ci conosce perché sino ad ora non siamo stati in grado di esportare con regolarità”.

Le birre.
Flessibilità è effettivamente un concetto fondamentale se si vuole essere alla moda e sempre sul pezzo: il mercato richiede continuamente novità, birre stagionali, one shot, collaborazioni.  Ancora meglio se in lattina: è questo il formato scelto da Porterhouse per la loro prima birra collaborativa realizzata assieme al birrificio Hillstown di Randlestown (Antrim). 
Hazy Border è, come il nome suggerisce, una New England IPA realizzata con malto Maris Otter, avena, maltodestrine, frumento maltato, luppoli Aurora, Amarillo, Citra e Simcoe, lievito Lallemand New England. Il  suo colore è arancio chiaro e velato ma abbastanza distante dagli estremi hazy di alcune NEIPA: l’aroma è discretamente intenso ma abbastanza carente in pulizia e definizione. Il risultato è un agglomerato non ben definibile che comunque veicola profumi tropicaleggianti e di agrumi. Le cose non migliorano di molto al palato, dove la componente “juicy/tropicale” è relegata in secondo piano dai malti (biscotto, frutta secca); il mouthfeel è gradevole, morbido e la birra scorre con quella velocità che una IPA da 4.4% dovrebbe avere. Da dimenticare invece il finale, sgraziato e astringente, con un amaro terroso che per fortuna ha breve intensità e durata; il risultato è bevibile ma ben lontano da quello che dovrebbe essere una Neipa o qualcosa di simile. Lattina con un mese di vita alle spalle nella quale tuttavia la luppolatura sembra aver già perso tutto il suo smalto, ammesso che ne avesse mai avuto.

Da un tentativo di seguire le mode passiamo ad un classico: Celebration, imperial stout che ci riporta nella Dublino più classica a colpi di malti Pale, Black, Crystal, orzo tostato, orzo in fiocchi, luppoli Galena, Nugget ed E.K. Goldings. Il contenuto alcolico di questa birra è andato man mano riducendosi nel corso degli anni: dal 10% della prima edizione del 2006 si è arrivati ai 6.5% di quella attuale.   

E’ un bel bicchiere colorato di ebano scuro e sormontato da un cremoso cappello di schiuma compatta e dalla buona persistenza. Il naso è pulito e abbastanza elegante: orzo tostato, fondi di caffè, tabacco e cenere, qualche suggestione di cacao amaro.  Non ci sono densità né particolari concessioni cremose al palato: è una birra che punta alla facilità di scorrimento e riesce nel suo intento senza tuttavia sacrificare l’intensità dei sapori.  Una bevuta nera e amara che prosegue il suo percorso in linea retta, ricca di torrefatto, fondi di caffè, tabacco qualche filo di fumo, cioccolato fondente: un velo di caramello brunito e l’acidità dei malti scuri cercano di stemperare un po’ il carattere di una birra “sporca”  nella quale sembrano rivivere idealmente i fasti del diciottesimo secolo, quando le porter/stout erano le birre più popolari nel Regno Unito. Se pensate che una Imperial Stout debba per forza avere un ABV in doppia cifra per essere degna di tale nome, questa e quella di Samuel Smith esistono apposta per farvi cambiare idea. Altro che Guinness: è la Celebration di Porterhouse che dovrebbe essere eletta a simbolo di Dublino.

Nel dettaglio :
Hazy Border, formato 44 cl., alc. 4.4%, scad. 01/12/2018, prezzo indicativo 5.50 Euro (beershop, Irlanda)
Celebration Stout, formato 33 cl., alc. 6.5%, scad. 01/09/2019, prezzo indicativo 2.30 Euro (beershop, Irlanda)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

giovedì 21 giugno 2018

Pinta / O'Hara's Lublin to Dublin 2017

Sono duemila i chilometri che separano Lublino (Polonia)  da Dublino  (Irlanda) ma basta una birra per accorciare le distanze. Lublin to Dublin è il nome scelto dal birrificio irlandese Carlow/O’Hara (qui la loro storia) e dalla beerfirm polacca Pinta (eccoli qui) per una collaborazione datata 2014 e ripetuta poi negli anni a seguire. 
Entrambi possono essere considerati come dei precursori della craft beer revolution nei loro rispettivi paesi: la famiglia O’Hara ha avuto il coraggio di fondare il microbirrificio nel 1996, in un periodo in cui il mercato era un deserto completamente dominato dalle multinazionali. Browar Pinta ha invece realizzato nel 2011 la prima IPA polacca (Atak Chmielu), birra “colpevole” di aver poi ispirato decine di altre beerfirm polacche a gettare quanto più luppolo possibile nei bicchieri.  
Non ho trovato notizie su come sia nato questo incontro ma non credo sia importante quanto il risultato: una Foreign Extra Stout (6.5%) prodotta con malti irlandesi, avena e luppoli polacchi, nello specifico  Marynka e Lubelski. Nel 2015, ovviamente sempre sugli impianti irlandesi di Carlow, viene invece realizzata una Robust Milk Stout (6%) con anice stellato e lattosio che s’aggiungono agli ingredienti già elencati.  La terza collaborazione datata 2016 vede invece un ritorno della Lublin to Dublin  Foreign Extra Stout ma con un ABV leggermente ritoccato al rialzo (7%).  Lo scorso anno è invece stata realizzata la Lublin to Dublin Rye Stout  (6.5%): malti inglesi ed irlandesi, malto di segale (20%), fiocchi di segale e i soliti luppoli polacchi Marynka and Lubelski. Proprio in queste settimane è stata infine commercializzata la nuova Lublin to Dublin 2018, una Turkish Coffee Stout che utilizza caffè appena macinato proveniente dalla Turchia.

La birra.
Irlanda e Polonia hanno entrambe una tradizione brassicola “scura”:  stout irlandesi e baltic porter polacche non hanno certo bisogno di presentazioni.  La Lublin to Dublin 2017 si presenta di un bel color ebano scuro sul quale si forma un’impeccabile testa di schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza.  L’aroma è pulito e abbastanza intenso: caffèlatte, orzo tostato e fondi di caffè sono i protagonisti su di un palcoscenico che ospita anche note terrose e di cenere. Al palato c’è un leggero eccesso di bollicine ma per il resto il mouthfeel è perfetto: è una stout morbida e quasi cremosa che tuttavia scorre senza nessun intoppo. Il gusto conferma quanto di positivo espresso al naso e disegna una bevuta intensa e ricca, molto pulita ed elegante: il caramello è l'unica controparte dolce ad una bevuta che s'incammina subito nel territorio scuro del torrefatto, del caffè e del terroso: accenni di cenere e di cioccolato amaro non modifica la palette dei colori di una stout "nera", precisa e definita. L'acidità dei malti scuri è solo accennata, i luppoli supportano le tostature ripulendo bene il palato e regalando un finale amaro abbastanza secco e delicatamente riscaldato dall'alcool.
Ogni cosa è al posto giusto in questa stout davvero ben fatta che si lascia bere con grande soddisfazione: una collaborazione ben riuscita che vale la pena d'andare a cercare.
Formato 50 cl., alc. 6.5%, lotto 7216, scad. 28/02/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

mercoledì 6 giugno 2018

Grafters IPA

Ritorna sul blog il birrificio irlandese Rye River fondato a Celbridge nel 2013 da Phelan e Alan Wolfe, entrambi fuggiti da due multinazionali per dar vita ad un proprio progetto indipendente. In sala cottura ha iniziato Alex Lawes, birraio che alla fine del 2017 se n’è andato per dar vita alla propria beerfirm Whiplash. Lo ha sostituito l’americano Bill Laukitis: nato nel Michigan e formatosi bevendo New Holland e Bell’s, ha poi iniziato con l’homebrewing nel corso di un soggiorno in Nuova Zelanda; la sua formazione professionale si è svolta con un corso a birrificio St. James's Gate (Guinness) di Dublino. Nel 2014 è entrato alla Rye River come assistente birraio ed è stato ora promosso ad Head Brewer. 
Rye River sta facendo un rapido percorso di crescita e alla fine del 2016 ha portato la produzione a superare i due milioni di litri all’anno  al ritmo di 6-8 cotte alla settimana su di un impianto da 2500 litri. La produzione è organizzata in tre gamme/marchi:  McGargles, cognome che dovrebbe essere quello dei primi produttori di birra (1709) nella città di Celbridge; Solas, una serie di birre destinate alla grande distribuzione Tesco; Grafters, tre birre realizzate per essere vendute nei punti vendita irlandesi Dunnes. All’inizio del 2018 è stato anche inaugurato il marchio Rye River, birre prodotte occasionalmente in piccoli lotti e in lattina: il debutto è avvenuto con una Belgian Imperial Stout. 

La birra.
Evidentemente il marchio Grafters (Pale Ale, Koelsch-syle e IPA) non è rimasto confinato a quei negozi Dunnes per i quali era stato inizialmente concepito; per lo meno non al di fuori dei confini italiani.  Le birre sono anche arrivati sugli scaffali della grande distribuzione italiana.  Vediamo allora questa Grafters IPA la cui ricetta dovrebbe prevedere l’utilizzo di luppoli Cascade e Vic Secret. La sfida è sempre quella: è possibile bere bene e spendendo “il giusto” acquistando sugli scaffali del supermercato?  Il mezzo litro di questa bottiglia è proposto a 2,99 Euro.
L'immagine inganna un po' ma il suo colore è quello di una classica West Coast IPA: dorato con venature arancio, testa di schiuma generosa, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Al naso profumi di aghi di pino, pompelmo e arancia, qualche accenno tropicale: si evoca più la marmellata che la frutta fresca, ma il complesso è ugualmente gradevole con un buon livello du pulizia. La sensazione palatale è morbida, con una buona scorrevolezza e il giusto livello di bollicine. In bocca c'è una corrispondenza pressoché perfetta con l'aroma: una base maltata abbastanza leggera (biscotto e caramello), marmellata d'agrumi, una chiusura amara resinosa di buona intensità e media durata che pungola un po' il palato. L'alcool si sente tanto quanto dichiarato (6.5%)  e la bevuta procede senza intoppi anche se non ad altissima velocità. Le manca senz'altro un po' di "sprint" e di fragranza ma la Grafters IPA è pulita e fa il suo lavoro con buona pulizia ed intensità. Per trovarsi sullo scaffale di un supermercato si difende con dignità ed è una opzione da considerare per bere qualcosa di decente con un buon rapporto qualità prezzo. Stiamo parlando di sei euro al litro: con i tempi che corrono in Italia, non ci si può lamentare.
Formato 50 cl., alc. 6.5%, lotto 18038, scad. 01/02/2019, prezzo 2.99 Euro (supermercato)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 12 gennaio 2018

Whiplash Body Riddle

Da Kildare, venti chilometri ad ovest di Dublino, arriva la giovane beerfirm  Whiplash. A fondarla sono Alex Lawes e Alan Wolfe, entrambi fuoriusciti dalla Rye River Brewing Company, uno dei più grandi birrifici indipendenti irlandesi.  Lawes, un homebrewer,  vi arriva nel 2014 come assistente birrario: la sua permanenza doveva durare solamente un anno, tempo necessario per “imparare” il mestiere e mettersi poi in proprio. L’apprendimento passa anche dall’osservazione dell’attività di Alan Wolfe, attivo nella parte commerciale. 
Nel 2015 la Rye River si trova tuttavia improvvisamente senza birraio e, dopo alcuni infruttuosi colloqui, Wolfe offre a Lawes il ruolo di head brewer. Colui che era diventato ormai un amico e compagno di frequentazioni di festival birrari inizialmente rifiuta, per poi farsi convincere dalle sue promesse: “scegli tu le materie prime, riparti da zero, modifica le ricette esistenti, creane nuove, smetti di fare le birre che non ti piacciono, divertiti”.
A Lewes viene anche concesso di iniziare a produrre sugli stessi impianti le birre della sua nuova beerfirm, inizialmente chiamata White Label, non fosse che il nome era già utilizzato da un'altra azienda operante nel settore beverage; onde evitare problemi legali, decide di modificarlo in Whiplash e chiede a  Wolfe di aiutarlo nella parte commerciale. L’amico accetta, mettendo però in chiaro che lo farà nel tempo libero dai suoi impegni con la Rye River. 
Dopo due anni la Rye River arriva a produrre 2,3 milioni di litri all’anno al ritmo di 6-8 cotte al giorni su di un impianto da 2500 litri: Lawes vuole però concentrarsi sul suo progetto e, alla fine dello scorso dicembre, lui e Wolfe hanno lasciato la Rye per dedicarsi completamente alla Whiplash. La beerfirm aveva debuttato nell’aprile 2016 con due birre: la Scaldy Porter, una delle birre avevano ottenuto il maggior successo tra gli amici di Lewes quando ancora la produceva in casa, e la Double IPA Surrender to the Void. Oggi il portfolio ne annovera quasi una ventina.

La birra.
Body Riddle è secondo le intenzioni di Whiplash un’American Pale Ale moderna prodotta con malti Pale, Carapils e frumento maltato; la luppolatura include  Lemondrop, Galaxy, Simcoe e  Ekuanot, l’etichetta è opera della grafica Sophie De Vere. La sua presentazione avviene a giugno 2017 nel corso di un tap takeover alla Taphouse Ranelagh di Dublino.  
Il suo colore è un dorato piuttosto pallido e alquanto velato, la schiuma biancastra non è particolarmente generosa ed ha una discreta persistenza. L’aroma non è intenso ma c’è una buona pulizia che permette di apprezzare i profumi di arancia e pompelmo con qualche nota tropicale in sottofondo: mango, ananas e passion fruit sono i soliti imputati.  E’ un’American Pale Ale che si trova sulla soglia della sessionabilità (4.5%) e la sensazione palatale le permette di scorrere senza intoppi. Corpo medio, delicate bollicine, dal punto di vista tattile potrebbe essere forse ancora più leggera: al palato non c’è molta personalità ma è comunque una birra che fa il suo dovere, ossia dissetare e rinfrescare piacevolmente, senza richiedere grosse attenzioni. Il dolce della pesca e della polpa d’arancia guidano i passi iniziali di una bevuta che poi vira verso la scorza degli agrumi, chiudendo con un finale secco e delicatamente amaro tra lo zesty e il terroso.  Non posso dire se si tratti dello stesso lotto prodotto a giugno 2017 ma indubbiamente la fragranza del contenuto di questa lattina potrebbe essere migliore e questo va un po’ a penalizzare quella che sarebbe una APA onesta e semplice, dalla buona intensità, che non provoca grossi sussulti ma che si beve con piacere.
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, IBU 26, lotto 17250, scad, 07/09/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 6 ottobre 2016

Glens of Antrim: Rathlin Red & Lizzie's Ale

L’ultimo Salone del Gusto che si è da poco concluso a Torino mi è parso dal punto di vista brassicolo un po’ sottotono rispetto alle edizioni precedenti;  se l’Italia era ben rappresentata da quasi cinquanta birrifici, il resto del mondo ha invece segnato il passo con una presenza sempre più ridotta rispetto alle edizioni in cui, per esempio, dominava il glorioso stand dell’American Brewers Association.  Al di là di alcuni stand presenziati in pompa magna da importatori e distributori italiani, passeggiando lungo i viali del Parco del Valentino dedicati al “resto del mondo”  le occasioni per bere qualcosa si potevano contare sulle dita di un mano. 
Dall’Irlanda del Nord sono arrivate qualche bottiglie del microbirrificio Glens of Antrim inaugurato nel 2014 a Murlough, sobborgo di Ballycastle, contea di Antrim, all’estremità settentrionale dell’isola; lo fondano Pat ed Isabella McCarry, marito e moglie che si occupano di tutto, dalla produzione all’etichettatura. Il nome scelto è ovviamente dedicato alle omonime nove vallate, strette e profonde, che si estendono dalla riva del lago Lough Neagh e arrivano sino al mare. 
Tre le birre offerte dal microbirrificio: una Irish Red Ale chiamata Rathlin, una golden ale chiamata Fairhead e Lizzie's Ale,  l’ultima nata dedicata ai mesi più caldi dell’anno. 
Iniziamo ovviamente dalla Rathlin, classica Irish Red Ale dedicata all’omonima isola che si trova al largo delle coste dell'Antrim; di colore ambrato con riflessi rossastri, forma un bel cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, molto persistente. Al naso, di modesta intensità, emergono note di biscotto e cereali, frutta secca; in sottofondo la leggerissima presenza di esteri (frutti rossi) in uno scenario dove la fragranza dei malti si scontra con una pulizia non proprio impeccabile. Uno scenario abbastanza simile si ripropone anche al palato: ai cereali e al biscotto s’affianca un po’ di caramello, con leggere note amaricanti terrose e di frutta secca a bilanciare la dolcezza. Ci sarebbe la giusta secchezza, coerente con i dettami dello stile, ma con qualche scivolata di troppo nell’astringenza.  Una birra facile da bere che non rinuncia all'intensità, poco carbonata. leggera  e molto scorrevole: fedele alla tradizione, un po’ carente di personalità è soprattutto la pulizia che andrebbe migliorata.
La Blonde Ale estive è invece una dedica a Lizzie, la zia di Pat responsabile dei narcisi piantati attorno al birrificio che ogni anno fioriscono annunciando la fine dell'inverno e l'arrivo della bella (o quasi) stagione. 
Si presenta di un bel color oro antico velato, con una compatta testa di schiuma appena biancastra, dalla buona persistenza. L'aroma è delicato ed elegante, anche se non pulitissimo, e regala un gradevole bouquet composto da profumi floreali, di crosta di pane e di miele, cereali e di agrumi (arancia). Birra estiva che scorre ovviamente velocissima e che si lascia bere senza impegno, grazie anche alle poche bollicine. Cereali, miele, arancia e mandarino continuano in bocca il percorso aromatico, mentre la bevuta si chiude con un amaro zesty un po' timido e corto. Perdonabile la leggerissima presenza di diacetile in una bottiglia che si colloca in quella tradizione delle birre che accompagnano, pinta dopo pinta, una serata al pub senza reclamare nessun ruolo di protagonismo e senza mai stancare il palato di chi le beve. Chiamatele "session beer", se vi piace. La secchezza tuttavia non è impeccabile e lo stesso si può dire del livello di pulizia; anche questa Lizzie's Ale pecca un po' nel carattere ma nel complesso mi è sembrata più convincente rispetto alla Rathlin.
Due birre di discreto livello con ampi margini di miglioramento: pulizia innanzitutto e personalità, perché una birra può essere sessionabile, leggera e facilissima da bere pur mostrando un carattere deciso.
Nel dettaglio: 
Rathlin Red, formato 50 cl., alc. 4.8%, scad. 20/08/2017, 3.00 Euro
Lizzie's Ale, formato 50 cl., alc. 4.6%, scad. 20/08/2017, 3.00 Euro

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 19 aprile 2016

McGargles Cousin Rosie's Pale Ale

Non solo solamente i bevitori  ad essere attratti dalla “craft beer” e a voltare le spalle al mondo della birra industriale: ci sono anche molti addetti ai lavori che effettuano lo stesso percorso lasciando le grandi multinazionali per aprire un proprio birrificio “artigianale”. E’ ad esempio il caso di Niall Phelan e Alan Wolfe, fondatori nel 2013 della Rye River Brewing Company a Celbridge, una ventina di chilometri ad ovest di Dublino:  Phelan arriva dalla Molson Coors dove ha ricoperto il ruolo di “Country Manager” e “Director of Emerging Markets and Craft Beer”, mentre Alan Wolfe ha alle sue spalle dieci anni alla Guinness/Diageo come “Commercial Manager” e alcuni anni alla Molson Coors come “Director of Strategy & Operations”. E’ probabilmente qui che i due si sono conosciuti e, assieme all’amico Tom Cronin (esperienza nell’avviamento e gestione di pub e bar in Irlanda e in USA) hanno deciso di aprire la Rye River. In sala cottura un team di birrai capitanati dell’head brewer Alex Lawes. 
Il sito della Rye River non è molto incoraggiante per chi vi capita per caso: i marchi Bavaria e San Miguel non sono certamente attrattivi per un appassionato di birra di qualità, ma il birrificio non li produce su licenza, agendo solo come centro di distribuzione.  Il marchio “craft” attraverso il quale Rye River produce e opera è invece McGargles, formato dagli immaginari membri dell’omonima famiglia irlandese che corrispondono alle diverse tipologie di birra:  la Pale Ale della cugina Rosie, la Red Ale della nonna Mary, la IPA di Ned, la Stout dello zio Jim e così via. Il birrificio ha già stretto importanti accordi per la distribuzione negli Stati Uniti e in vari paesi Europei tra i quali anche l’Italia, dove le potete trovare in alcuni supermercati.

La birra.
La Pale Ale della cugina Rosie viene prodotta con malti Monaco e Crystal, luppoli Chinook, Amarillo e Summit. Il suo colore è dorato carico, con venature ramate, leggermente velato; la schiuma che si forma è di dimensioni abbastanza modeste, un po' scomposta e si dissolve abbastanza rapidamente. Il naso rivela freschezza ed una bella eleganza fatta di mango e pesca, pompelmo e polpa d'arancia: la frutta è piuttosto dolce ma la sua fragranza scongiura qualsiasi rischio di stucchevolezza. C'è qualche nota caramellata in sottofondo. Piuttosto bene anche la sensazione palatale: poche bollicine, ottima scorrevolezza, corpo medio-leggero. I malti (biscotto, cereale e un tocco di caramello) sono molto ben integrati con le note fruttate e tropicali dei luppoli, per un inizio dolce che poi sfuma abbastanza rapidamente in territorio amaro, con note erbacee e di scorza d'agrume di buona intensità ed eleganza che sono anche le protagoniste del retrogusto. Una session beer che mi ha davvero sorpreso in positivo soprattutto per averla trovata sullo scaffale di un supermercato, luogo solitamente (e anche un po' ingiustamente) accusato di maltrattare le delicate birre "artigianali".  Imbottigliata lo scorso gennaio, gode ancora di un buon livello di freschezza che è fondamentale per un'American Pale Ale: complessivamente è davvero molto pulita, ben profumata e ben attenuata, con la chiusura luppolata che lascia il palato ben pulito ad ogni sorso.
Dimostrazione che è possibile bere bene anche attraverso la grande distribuzione e ad un prezzo tutto sommato contenuto, qui siamo sui 7,50 Euro/litro; basta fare attenzione all'etichetta, cercare di risalire alla data d'imbottigliamento (in questo caso dodici mesi prima della scadenza) e verificare che tra questa e il vostro acquisto non ci sia stata di mezzo l'estate, vero nemico dei cartoni di birra che spesso sostano in luoghi caldi prima di entrare tre le corsie climatizzate del supermercato.
Se la vedete in giro, siete ancora in tempo per comprarla. 
Formato: 33 cl., alc. 4.5%, lotto 16008, scad. 01/01/2017, 2.45 Euro (supermercato, Italia)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.