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giovedì 10 settembre 2020

Founders KBS Espresso

La KBS  - Kentucky Breakfast Stout  del birrificio Founders è una birra che ogni appassionato dovrebbe conoscere e che ha fatto un pezzo di storia della Craft Beer Revolution americana: ve l’avevo già raccontata qui. Nata nel 2002, è partita un po’ in sordina complice un mercato ancora poco ricettivo per queste birre “estreme” ma è riuscita poi a diventare un oggetto di culto. E’ stata una  delle prime birre per le quali le gente si accampava fuori dal birrificio per riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Founders ne ha aumentato anno dopo anno la produzione a  scapito della qualità, dicono quelli che l’avevano assaggiata quando era accessibile solo a pochi. Il birrificio di Grand Rapids ha poi ceduto nel 2014 il 30%  agli spagnoli della Mahou e nella propria “cantina”,  una ex-cava di gesso profonda 25 metri, si sono accumulati sempre più barili usati di bourbon. 
L’hype non va mai d ‘accordo con la quantità e di conseguenza quello per la KBS è andato pian piano scemando. L’interesse degli appassionati si è spostato verso altre Barrel Aged Imperial Stout e per riuscire a venderle tutte le bottiglie prodotte Founders ha iniziato a guardare anche oltre i confini della propria nazione. Nel 2015 la KBS arrivava per la prima volta in Europa e In Italia: da allora anche per noi è relativamente facile acquistarne ogni anno qualche bottiglia. Non sarà più la birra che era dieci anni fa, ma la KBS rappresenta tutt’ora una delle Barrel Aged Imperial Stout dal miglior rapporto qualità prezzo.
In un mercato costantemente alla ricerca di novità è invece abbastanza curioso che Founders non abbia mai sfruttato il marchio e il successo della KBS realizzandone molteplici varianti.  D’accordo, si tratta di una imperial stout già “ricca e golosa” in quanto prodotta con fave di cacao e caffè, ma ci sarebbe voluto davvero poco andando aggiungendo di volta in volta vaniglia, cocco, peperoncino o qualche altra spezia, prendendo come fanno la maggior parte dei birrifici americani. Di fatto esiste solamente la CBS - Canadian Breakfast Stoutriesumata nel 2018 dopo sette anni di assenza, che però ha un nome leggermente diverso.
Nel 2019 gli spagnoli di Mahou San Miguel hanno deciso di far valere l’opzione che consentiva loro, dopo cinque anni, di rilevare la maggioranza di Founders: la loro percentuale è salita al 90% lasciando a Mike Stevens e Dave Engbers, fondatori di Founders, solamente il 5% a testa.  E nello stesso anno il birrificio del Michigan ha rivoluzionato la propria Barrel Aged Series: la KBS viene resa disponibile tutto l’anno e non solamente a marzo, la CBS non viene più prodotta. 
Nel settembre dello scorso anno Founders annunciava l’arrivo della prima vera variante della KBS, chiamata Espresso e disponibile a partire da febbraio 2020. La sua messa in commercio è stata poi anticipata di qualche mese: vernissage al birrificio il 15 novembre e distribuzione in tutti gli Stati Uniti a partire da dicembre.  Racconta il birraio Jeremy Kosmicki: “ci siamo divertiti nell’invecchiare la KBS in diverse botti con grande successo, come quelle che avevano contenuto sciroppo d’acero; in altri casi, come con la salsa piccante, le cose non sono andate ugualmente bene.  Per la nostra prima variante ufficiale abbiamo deciso di potenziare un elemento che costituisce già il cuore di questa birra, il caffè. E non un caffè qualsiasi, ma quello torrefatto di nostri vicini di casa della Ferris Coffee & Nut di Grand Rapids. La KBS viene già prodotta con del caffè, ma questa variante dopo aver terminato l’invecchiamento nelle botti di bourbon viene fatta maturare con aggiunta di ulteriori chicchi di caffè espresso”.
Evidentemente alla Mahou San Miguel hanno deciso di rilanciare il marchio KBS seguendo, con colpevole ritardo, quello che stanno facendo tutti i birrifici americani.  Lo scorso giugno Founders ha infatti annunciato l’arrivo di una seconda variante di KBS, prevista per novembre e chiamata Maple Mackinac Fudge: sarà prodotta con sciroppo d’acero e fudge al caffè dell’isola di Mackinac, un vero e proprio paradiso nel Michigan per gli amanti del fudge, dei cavalli e delle biciclette.

La birra.

La KBS Espresso è arrivata anche in Europa con un lotto realizzato in un secondo momento ed imbottigliato lo scorso aprile. Vestita di nero, porta un sontuoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Nessuna sorpresa al naso, dove domina effettivamente il caffè espresso, in forma liquida: l’accompagnano profumi di cioccolato fondente e vaniglia, orzo tostato, bourbon, legno e frutta sotto spirito. L’aroma è pulito e ancora molto intenso. Tutto procede per il meglio anche al palato: corpo quasi pieno ammorbidito da una sensazione tattile cremosa, quasi setosa: sorseggiarla non è affatto difficile. Il gusto non ripropone la precisione dell’aroma e non raggiunge profondità abissali, ma è comunque un gran bel bere. Caffè e bourbon sono protagonisti di una bevuta che parte dolce, arricchita da vaniglia, fudge e frutta sotto spirito per poi essere bilanciata dall’acidità proveniente dal caffè, abbastanza pronunciata: ed è forse questa la caratteristica che la differenzia maggiormente dalla KBS standard. C’è il cioccolato mentre  tostature e torrefatto sono meno evidenti del previsto ed il finale procede nella sua lunga scia avvolgente ed etilica di bourbon e caffè.   
Nel bicchiere non ci sono grandi emozioni ma a una imperial stout barricata dall’ottimo rapporto qualità prezzo: su questo niente da eccepire. Espresso è variante della KBS che amplifica ovviamente l’elemento caffè:  piccolo avvertimento per chi non ne ama l’acidità, che in questa birra si fa sentire abbastanza: orientatevi sulla KBS normale. 
Formato 35,5 cl., alc. 12%, IBU 70, lotto 23/04/2020, prezzo indicativo 8--10 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

lunedì 13 gennaio 2020

Founders Underground Mountain Brown

Nel 2014 gli spagnoli di Mahou San Miguel acquistavano il 30% del birrificio americano Founders e nel 2019 hanno deciso di far valere l’opzione che consentiva loro, dopo cinque anni, di rilevarne la maggioranza: la percentuale di Mahou è quindi salita al 90% lasciando a Mike Stevens e Dave Engbers, fondatori di Founders, solamente il 5% a testa. I due resteranno comunque a lavorare per il marchio che hanno creato nel 1997: “vedere tutto questo è estremamente soddisfacente e gratificante  - ha commentato Stevens –  eravamo due homebrewers senza soldi. E’ il sogno americano.  Dobbiamo iniziare a guardare oltre il semplice concetto di birra artigianale, dove c’è un rallentamento. Ma se analizziamo il mercato della birra nel suo insieme vediamo che l’80% dei bevitori ancora non beve birra artigianale ed è quello il mare delle opportunità. Ma per coglierle c’è bisogno di enormi risorse che nessun birrificio artigianale può permettersi. Grazie alla Mahou possiamo penetrare in un segmento di mercato molto più grande”. 
Founders stimava di chiudere il 2019  con un fatturato di 72 milioni di dollari (+12% rispetto al 2018) dei quali 43 milioni ottenuti grazie alla All Day IPA (+11%); nei primi mesi dell’anno che si è appena concluso Founders ha inoltre acquisito il 40% del birrificio Avery del quale Mahou già deteneva il 30%. Questi numeri ci dicono che la Barrel-Aged Series non è certamente la gamma di birre che permette a Founders di prosperare ma ha tuttavia indiscutibilmente contribuito al successo. Nel 2019 ne hanno fatto parte Backwoods Bastard (gennaio), KBS (marzo), Más Agave (maggio), Underground Mountain Brown Ale (agosto) e CBS - Canadian Breakfast Stout (novembre):  per quest’ultima si è trattato un addio, o di un arrivederci a non si sa quando. Founders ne ha infatti sospeso la produzione: in compenso la KBS sarà d’ora in poi disponibile tutto l’anno:  qualcuno dice che di fatto lo è già, visto che sugli scaffali dei negozi ancora si trovano le bottiglie degli anni scorsi.

La birra.
Per parlare della Underground Mountain Brown Ale, Barrel-Aged Series di agosto 2019, dobbiamo far un salto indietro nel tempo al 2012 quando Founders aveva inserito nella propria Backstage Series (esperimenti e prototipi realizzati solo per la taproom ed eventualmente distribuiti in bottiglie da 75 cl.) una Imperial Brown Ale al caffè chiamata Frangelic Mountain Brown Ale. Nel 2016 quella birra fu poi distribuita anche al grande pubblico con il nome di Sumatra Mountain Brown. Una decisione nata per necessità, ammette il birraio Jeremy Kosmicki: “avevamo ordinato un po' troppo caffè al nostro fornitore e, un volta realizzata la Breakfast Stout, ci chiedemmo come potessimo utilizzarlo. Prendemmo uno stile un po' sottovalutato, quello delle Brown Ales, lo "imperializzammo" e utilizzammo il caffè rimasto in infusione”. 
Di quella birra ne fu poi realizzata anche una versione barricata in botti ex-bourbon (Barrel-Aged Sumatra Mountain Brown) disponibile solamente alla taproom di Grand Rapids: “da anni i nostri sostenitori ci chiedevano di imbottigliarla e distribuirla, e siamo felici di poterlo fare adesso”  ha detto Dave Engbers.  Nel 2019 viene quindi mandata in pensione quella Sumatra Mountain Brown che era stata una delle birre stagionali nel triennio 2016-2018: al suo post arriva in agosto la Underground Mountain Brown (11.9%), nuovo nome per la vecchia Barrel-Aged Sumatra Mountain Brown.  
Livrea color ebano, venature rossastre, schiuma cremosa e compatta dalla buona persistenza: il caffè macinato è subito protagonista in un aroma intenso e abbastanza elegante ma forse un po’ troppo semplice. E’ il marchio di fabbrica del caffè “Founders”: Breakfast Stout e KBS, per intenderci. In sottofondo c’è il bourbon e c’è anche qualche suggestione di cocco tostato. La bevuta è invece un po’ più movimentata in quanto il caffè si fa da parte lasciando il posto al caramello, alla frutta sotto spirito e al bourbon, vero protagonista di una birra alcolica ma non difficile da sorseggiare. Il caffè, e il suo amaro delicato, arriva solamente a fine corsa a bilanciare una Imperial Brown Ale dolce che viene ben asciugata dall’alcool e che lascia una lunga scia quasi delicata di bourbon e caffè. Per lei valgono le stesse considerazioni fatte a suo tempo per la Sumatra Mountain Brown: pulita, abbastanza elegante ma non particolarmente profonda o complessa. Le si potrebbe chiedere di più ma se si guarda al rapporto qualità-prezzo non si può che essere soddisfatti, come per tutte le Barrel Aged di Founders: per le emozioni bisogna ormai guardare altrove, un inevitabile tributo da pagare quando le birre iniziano ad essere prodotte su grande scala?
Formato 35.5 cl., alc. 11.9%, IBU 30, imbott. 08/08/2019, prezzo indicativo 6.00  euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 3 dicembre 2019

Founders Barrel Runner

Ecco l’ultimo tassello della Barrel Aged Series 2018 del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre barricate provenienti da un’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi. Al termine dell’invecchiamento i barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti prima del confezionamento. La Barrel Aged Series 2018 è stata inaugurata come al solito dalla imperial stout KBS (marzo) seguita da Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (maggio), Barrel Runner (giugno), Curmudgeon’s Better Half (agosto) e CBS (novembre).  Le trovate tutte sul blog. 
Mancava Barrel Runner, una Imperial Red IPA (11.1%)  luppolata con abbondanti quantità di Mosaic e poi invecchiata in botti che avevano ospitato in precedenza rum: ha debuttato a giugno 2018, dapprima alla spina delle due taproom di Founders e in seguito è stata distribuita in bottiglia. I prezzi americani? Quindici dollari per il 4 pack e 12 dollari per la bottiglia da 75 centilitri, tasse escluse ovviamente. Il birraio Jeremy Kosmicki dichiara di essersi ispirato ai cosiddetti tiki cocktails: “ne bevo più di quanto dovrei e hanno ispirato questa birra. Il carattere tropicale donato dal Mosaic, il rum e il legno: aggiungete un ombrellino nel bicchiere ed avrete la birra perfetta da bere a bordo piscina”.  Barrel Runner è anche la prima esperienza di Founders con botti di rum. 
E i Tiki cocktails? Pare siano stati inventati da Ernest Gantt che negli anni ’30 possedeva in California il bar Don the Beachcomber. Gnatt era arrivato dal Texas e il suo amore per le spiagge era così forte che qualche anno dopo cambiò legalmente il proprio nome in Donn Beach; qui ideò alcuni cocktail esotici a base di rum, miele e sciroppi e il suo locale era adornato di souvenir provenienti dai suoi frequenti viaggi nei tropici. Al ritorno dalla seconda guerra mondiale Gnatt si trasferì alle isole Hawaii per aprire quello che viene considerato l’archetipo del Tiki Bar, chiamato Waikiki Beach: palme, maschere hawaiane, una pioggerella artificiale perenne sul tetto e uno storno addestrato a ripetere la frase “dammi una birra, stupido!”. 
Don era solito servire i propri cocktail in classici bicchieri di vetro; i Tiki Bar utilizzano invece  oggi le tazze Tiki in ceramica che rappresentano i volti di alcune divinità; la leggenda vuole che dento ogni tazza si celi uno spirito. I tiki cocktails originali erano realizzati blendando diverse varietà di rum con liquori all’arancia (Triple sec, Grand Marnier, Cointreau), sciroppi (Falernum, Fassionola, orzata) e bitter: oggi gli stessi locali servono dei cocktails molto più docili e fruttati che cercano invece di nascondere il sapore dei distillati. La quintessenza del tiki cocktails è probabilmente il Mai Tai: rum chiaro e scuro, Curaçao, sciroppo d'orzata e succo di lime. Si dice sia stato inventato nel 1944  da Victor Bergeron al Trader Vic’s bar di Oakland, California, ma i rivali del Don the Beachcomber ne rivendicano la creazione – con una ricetta differente -  facendola risalire al 1933.

La birra.
Arancio, ambrato carico, piuttosto velato: nel bicchiere si forma anche una buona testa di schiuma cremosa e compatta. La componente etilica è subito evidente al naso: il rum è assoluto protagonista e i profumi di frutta tropicale e agrumi della Imperial Red Ale rimangono confinati nelle retrovie. L’intensità è notevole ma lo spettro aromatico risulta abbastanza ridotto e monocorde. La bevuta si muove sugli stessi binari senza deviazioni: la Barrel Runner di Founders picchia duro e forse vuole volutamente replicare i tiki cockatils originali, quelli “per uomini veri”. Il distillato la segna da capo a coda e il sorseggiare è un lento percorso che richiede frequenti pause defaticanti: lentamente il palato s’abitua e le cose vanno un po’ meglio, ma ad oltre un anno dalla messa in bottiglia la componente etilica è ancora prevaricante. L’accompagna una generale sensazione tropicale: per ovvi motivi (Barrel Aged) non è frutta fresca. E’ una il cui dolce viene perfettamente asciugato dall’alcool e da una nota amara resinosa-vegetale conclusiva che, benché funzionale allo scopo, personalmente mi sembra un po’ fuori contesto: quasi per miracolo il palato si trova comunque pulito e pronto a ricominciare. Per il mio gusto non è sicuramente la miglior Barrel Aged di Founders: molto segnata dalla botte, dimostra molto più alcool di quello che dichiara. Buona ma -riprendendo le parole del birraio - non è esattamente la birra che vorrei bere a bordo di una piscina.
Formato 35.5 cl., alc. 11.1%, IBU 55, imbott. 05/2018, scad. 26/05/2019.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 5 marzo 2019

Founders Curmudgeon Old Ale 2014 vs Curmudgeon's Better Half 2018

Aggiungiamo un altro tassello mancante per completare la Barrel Aged Series 2018 del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre barricate provenienti da un’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi. Al termine dell’invecchiamento i barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti prima del confezionamento. 
La Barrel Aged Series 2018 è stata inaugurata come al solito dalla imperial stout KBS (marzo) seguita da Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (maggio), Barrel Runner (giugno), Curmudgeon’s Better Half (agosto) e CBS (novembre).  Oggi tocca alla Curmudgeon’s Better Half, ovvero la versione barricata della Old Ale Curmudgeon: visto che in cantina avevo qualche bottiglia di Curmudgeon ho colto l’occasione fare un confronto, in verità non del tutto equo. Quest’ultima ha già cinque anni sulle spalle mentre la Better Half ha “solo” sette mesi di vita.  
Partiamo innanzitutto dal nome: Curmudgeon è una sorta di “vecchio musone”, un anziano che ha un brutto carattere ed è spesso di pessimo umore. Lo sguardo dell’uomo (un pescatore in un vecchio pub di un porto di mare, a quanto dicono) ritratto in etichetta è abbastanza significativo:  la stessa riporta anche la scritta “Old Ale brewed with molasses and Oak Aged”.  Oak Aged non significa Barrel Aged e come Founders stesso conferma in questo caso vengono usati chips di rovere. 
Nel bicchiere si presenta di color ambrato carico, piuttosto velato e con intense sfumature rossastre: si forma una discreta testa di schiuma ocra, cremosa e compatta. Al naso non ci sono grosse profondità ma l’intensità è ancora notevole:  melassa e caramello, prugna, ciliegia, uvetta, qualche nota di legno e vino fortificato.  Non ci sono drammatici cedimenti dovuti all’età e anche al palato la Curmudgeon – fedele al proprio nome - non sembra essersi ammorbidita più di tanto. Corpo tra medio e pieno, carbonazione ancora presente: tra melassa, biscotto, uvetta e prugna si scorge qualche traccia di porto, l’alcool  (9.8%) non intende nascondersi e caratterizza la bevuta dall’inizio alla fine, contribuendo in maniera decisiva a contrastare il dolce. Nel finale, abbastanza ben attenuato, si fa ancora sentire l’amaro resinoso/terroso dei luppoli. Il suo congedo è lungo e lento, caldo, ricco di alcool e frutta sotto spirito.  Ha quasi cinque anni d’età ma questa bottiglia di Curmudgeon, vigorosa e vivace, sembra poter resistere in cantina ancora a lungo: anche se arrivava sugli scaffali in primavera, per me rappresenta un antidoto perfetto ai freddi inverni del Michigan. Da sorseggiare con calma nel corso di una serata.

Passiamo alla Curmudgeon’s Better Half: per parlare della “migliore metà” del vecchio musone dobbiamo fare un salto indietro nel tempo al 2012. In quell’anno Founders annunciava il debutto in bottiglia di una birra che sino ad allora era stata occasionalmente disponibile in fusto alla taproom di Grand Rapids e in pochi fortunati locali:  la Kaiser’s Curmudgeon, ovvero la Curmudgeon invecchiata per 254 giorni in botti ex-bourbon che avevano di recente ospitato sciroppo d’acero del Michigan. La dolce consorte del “musone” è raffigurata in etichetta pronta a versare un po’ di sciroppo d’acero sui pancakes nella speranza di far spuntare un sorriso al vecchio marinaio: fece il suo debutto in bottiglia nel giorno di San Valentino 2012 modificando il proprio nome in Curmudgeon’s Better Half. Da allora Founders non l’ha più replicata, per lo meno in bottiglia. Ma negli ultimi anni la Barrel Aged Series del birrificio del Michigan ha saputo rallegrare i propri clienti riesumando alcune birre scomparse dal radar: il caso più eclatante fu il ritorno nel 2017 della mitica CBS, anch’essa invecchiata in botti di bourbon/sciroppo d’acero. E così nell’agosto del 2018 arrivò da Grand Rapids l’annuncio del ritorno della Curmudgeon’s Better Half: “era un birra che dovevano riportare in vita”  disse Jason Heystek, responsabile del programma Barrel Aged di Founders.
La fotografia al solito non le rende giustizia perché all’aspetto è davvero bellissima:  color ambrato acceso da luminose ed intense venature rossastre. Nonostante l’imponente gradazione alcolica (12.7%) la schiuma ocra è generosa, fine, compatta e ha ottima ritenzione. Sin dall’aroma è evidente come il passaggio in botte rappresenti un salto di qualità impressionante per la Curmudgeon: bourbon, melassa e sciroppo d’acero in primo piano, vaniglia, legno, biscotto, uvetta, prugna, datteri e ciliegia nelle retrovia. Pulizia e finezza rimediano ad un’intensità un po’ dimessa. La sensazione palatale è quella che vorrei sempre trovare in una birra così “importante”: il corpo è quasi pieno ma dal punto di vista tattile questa birra è una morbida carezza, cremosa e vellutata. Il palato si trova ad affrontare una specie di dessert liquido assemblato con melassa, uvetta, ciliegia, datteri e prugne, il tutto generosamente inzuppato nel bourbon: in superficie è stata versata qualche goccia di sciroppo d’acero e, prima di servire il piatto, una spolverata di vaniglia. Il dolce è miracolosamente bilanciato dalla componente etilica, da qualche nota legnosa e dal buon lavoro del lievito: il risultato non è comunque stucchevole e molto, molto soddisfacente. 
Per me il livello è piuttosto alto e il passaggio in botte rappresenta un vero valore aggiunto alla Curmudgeon “base”, birra piacevole ma un po’ avida di spunti emotivi ed espressivi: elementi che invece ritrovo nella sua “dolce metà”, in questo caso davvero la “migliore metà”.  Non gode della stessa fama delle sorella KBS e CBS ma probabilmente la meriterebbe. Volendo proprio farle un appunto le si potrebbe contestare quel carattere un po' "patinato", un po' borghese che le Founders hanno oggi: inevitabile, quando si diventa grandi, molto grandi.
Nel dettaglio: 
Curmudgeon Old Ale, 35.5 cl., alc. 9.8%, IBU 50 , imbott. 04/2014, scad. 12/05/2015, pagata 5.00 euro (beershop)
Curmudgeon's Better Half, 35.5 cl., alc. 12.7%, IBU 35, imbott. 08/2018, scad. 13/08/2019, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 9 ottobre 2018

Founders DankWood

Rieccoci a parlare – sempre con piacere – della Barrel Aged Series del birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan. Sei birre l’anno provenienti dall’enorme “cantina” (virgolette d’obbligo), ovvero una vecchia cava di gesso ora in disuso che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio. E’ qui dove oggi riposano circa 20.000  barili a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi: inaugurata nel 1890 dalla  Alabastine Mining Company, la cava fu utilizzata sino al 1943 quando la società fallì; nel 1957 il dedalo di corridoi e passaggi che si snoda per una decina di chilometri fu acquistato dalla Michigan Natural Storage Company e riconvertito in un magazzino di stoccaggio “naturalmente refrigerato” che viene utilizzato da numerose aziende, oltre che da Founders.    La “cantina” di Founders non è visitabile, se non in rare occasioni speciali:  nonostante la temperatura delle cave sia bassa, le botti sono state collocate in una zona nella quale operano condizionatori d’aria che permettono di regolare anche l’umidità. I barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti.  La Barrel Aged Series 2018 ci ha portato KBS (marzo), Backwoods Bastard (aprile),  Dankwood (Maggio), Barrel Runner (giugno) e Curmudgeon’s Better Half (agosto): l’ultima birra prevista per novembre sarà annunciata nelle prossime settimane. 
Ricordo che la partnership (30%) con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel ha tolto nel 2014 a Founders lo status di birrificio artigianale secondo le linee guida dell’American Brewers Association: ma è soprattutto grazie a  (o per colpa di) ciò che è oggi possibile assaggiare queste birre anche alle nostre latitudini.

La birra.
Facciamo un salto indietro all’agosto del 2015 quando Founders annunciava l’arrivo della reDANKulous, un’Imperial Red IPA luppolata con Chinook, Mosaic e Simcoe: faceva parte della Backstage Series, ovvero birre sperimentali/occasionali precedentemente disponibili solo alla taproom di Grand Rapids e distribuite per la prima volta in bottiglie da 75 cl.  Inevitabile anche sperimentarne il suo invecchiamento, visto che alla Founders non mancano spazio e botti: nel 2016, dopo 485 giorni passati in botti di bourbon, alla spina della taproom veniva attaccato qualche fusto di Barrel Aged reDANKulous. A luglio del 2017 chi passava da Grand Rapids poteva invece assaggiare per la prima volta un bicchiere di Brandankulous, ovvero reDANKulous invecchiata per 380 giorni in botti di brandy: è attaccata alla spina anche oggi, se siete da quelle parti. I due esperimenti hanno evidentemente convinto il birraio Jeremy Kosmicki sulla validità di una Imperial Red IPA barricata: la produzione è stata incrementata e sono state riempite molte botti di bourbon. Il risultato che possiamo assaggiare oggi in bottiglia, anche dall’altra parte dell’oceano, è stato chiamato Dankwood: “questa birra è un esempio della nostra volontà di spingerci sempre oltre: molti birrifici si limitano ad invecchiare in botte uno o due stili di birra, noi invece non mettiamo limiti alla curiosità e alla sperimentazione”. 
Nel bicchiere c’è un bel tramonto infuocato, ambrato carico con intense venature rossastre: in superficie una nuvola di schiuma cremosa e compatta, color ocra, dalla buona persistenza. La contemplazione estetica è però ben presto interrotta da un aroma potente e indicativo del contenuto alcolico di questa Imperial Red IPA: 12.2%. Il bourbon è protagonista ed è affiancato (ovviamente) da quei profumi tipici di una IPA “poco fresca”: il dank qui è diventato un misto resinoso-vegetale, marmellata d’arancia,  caramello e biscotto. In sottofondo un velo dolce di vaniglia.  La bevuta non è da meno e i primi sorsi sono piuttosto impegnativi: l’alcool si fa sentire sin dall’ingresso, affiancando il dolce di caramello, biscotto e marmellata d’arancia prima dell’arrivo di un’ondata amara resinosa e vegetale, pungente. Un attimo di tregua ed il bourbon è nuovamente protagonista di un retrogusto lunghissimo, intenso, caldo. Alla potenza si contrappone il mouthfeel, docile e a tratti quasi morbido. 
E’ indubbiamente ben fatta ma non rientra esattamente nelle mie preferenze la DankWood di Founders: il binomio amaro resinoso e bourbon è per me piuttosto pesante da smaltire e mi obbliga a centellinare il liquido molto lentamente.  Dopo un po’ il palato s’abitua e le cose migliorano leggermente, ma personalmente preferisco abbinare il bourbon al profilo dolce di una scotch ale (Backwood Bastard) o all’amaro del tostato/caffè (KBS).
Formato 35,5 cl., alc. 12.2%, IBU 65, imbott. 10/04/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

venerdì 27 luglio 2018

Founders Frootwood

Dicembre 2016: il birrificio del Michigan Founders annuncia la nascita della Barrel Aged Series  dedicata agli invecchiamenti in botte. Sei birre che saranno rilasciate nel corso dell’anno con cadenza bimestrale; oltre alle classiche nonché immancabili KBS e Backwood Bastard dalla vastissima cantina di Founders arrivano interessanti inediti i cui prototipi erano occasionalmente stati presentati in anteprima solamente presso la taproom. 
La partnership (30%) con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel ha tolto nel 2014 a Founders lo status di “birrificio artigianale” secondo le linee guida dell’American Brewers Association, ma ha portato i fondi necessari per un ambizioso piano di espansione (700.000 ettolitri l’obiettivo fissato per il 2018) che ha coinvolto anche gli invecchiamenti in botte. Oggi sono oltre 7000 i barili che riposano nel sottosuolo di Grand Rapids, a 25 metri di profondità e ad una temperatura costante di 3-4 gradi centigradi: gli ambienti sono quelli di una vecchia cava di gesso, ora in disuso, che si trova a 5 chilometri di distanza dal birrificio.  Inaugurata nel 1890 dalla  Alabastine Mining Company, la miniera è stata utilizzata sino al 1943 quando la società fallì; nel 1957 il dedalo di corridoi e passaggi che si snodano per una decina di chilometri fu acquistato dalla Michigan Natural Storage Company ed è stato riconvertito in un magazzino di stoccaggio “naturalmente refrigerato” che viene utilizzato da numerose aziende, oltre che da Founders.  
La “cantina” di Founders non è visitabile, se non in rare occasioni speciali:  nonostante la temperatura delle cave sia bassa, le botti sono state collocate in una zona nella quale operano condizionatori d’aria che permettono di regolare anche l’umidità. I barili vengono riportati in superficie con un montacarichi, caricati su di un camion e consegnati al birrificio; dalle botti la birra viene trasferita in serbatoi d’acciaio e centrifugata per rimuovere i sedimenti.   
 
 
La birra.
Frootwood è la birra che inaugura a gennaio 2017  la nuova Barrel Aged Series di Founders; una “cherry ale”  dal contenuto alcolico piuttosto modesto (8%) se confrontato con le altre birre barricate del birrificio del Michigan ma,  ammette il birraio  Jeremy Kosmicki, “vogliamo provare a fare qualcosa di diverso..  non possiamo limitarci alle solite imperial stout.  Basta mettere la birra giusta nella botte giusta e si ottengono sapori davvero interessanti. Una birra “leggera” alla ciliegia sicuramente non è la prima cosa che viene in mente quando si pensa ad una birra passata in botte, ma a noi piace sorprendere la gente”.
Per l’occasione ritornano anche le bottiglie da 75: tutte le birre della Barrel Aged Series saranno infatti disponibili nel formato da 35.5 e da 75 centilitri. Le botti utilizzate sono le stesse della più famosa CBS,  ovvero ex-bourbon che avevano ospitato più di recente sciroppo d’acero.
Il suo colore è un bell’ambrato, luminoso e movimentato da intense venature ramate e rossastre; la schiuma biancastra è cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. A quasi diciotto mesi dall’imbottigliamento la Frootwood ha un aroma ancora ricco e potente, ovviamente dolce: ciliegia sciroppata, vaniglia, bourbon, caramello e biscotto. In sottofondo accenni di sciroppo d’acero e di legno. La bevuta non è particolarmente impegnativa grazie ad un corpo medio ed una consistenza tattile poco ingombrante, ma indulge un po’ troppo sul dolce, seguendo con perfetta precisione l’aroma. L’alcool è ben dosato, parte in sordina  e aumenta progressivamente d’intensità asciugando un po’ il dolce per cercare di portare equilibrio, con il bourbon a regalare un retrogusto morbido e accomodante.  C’è un bel carattere “barricato” in questa  Frootwood, molto più definito rispetto ad altre Founders che mi è capitato d’incrociare di recente: pregevoli dettagli di vaniglia, legno e sciroppo d’acero. Quello che non mi convince troppo è la birra base, quella ciliegia sciroppata molto zuccherina, poco elegante e un po’ dozzinale che va “oltre” il mio gusto personale.  Chissà che un altro po’ di cantina non possa ammorbidirla ulteriormente.
Formato 35.5 cl., alc. 8%, imbott. 22/12/2016, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)
NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 17 maggio 2018

Founders Lizard of Koz

Nell’estate 2011 il birrificio Founders (Grand Rapids, Michigan)  otteneva l’autorizzazione per aggiungere altri 1000 metri quadrati di spazio al proprio quartier generale. Questo a completamento di un piano di espansione da 7 milioni di dollari per aumentare la capacità produttiva da 32.000 a quasi 60.000 ettolitri e, soprattutto, una nuova linea d’imbottigliamento flessibile per permettere di affiancare alle classiche bottiglie da 35.5 centilitri anche le nuove da 75. 
L’occasione è ghiotta per rendere finalmente disponibili al grande pubblico anche quelle birre “sperimentali” o occasionali che si potevano sino ad allora assaggiare solo alla taproom del birrificio: la “backstage series”. La prima ad essere imbottigliata è la Blushing Monk, una belgian ale con aggiunta di lamponi che era stata prodotta l’ultima volta dieci anni prima con il nome di Imperial Belgian Razz. A settembre dello stesso anno è poi arrivata la “mitica” CBS seguita, a febbraio 2012 dalla Curmudgeon’s Better Half.  Da allora ogni anno Founders ha continuato a rilasciare bottiglie di Backstage Series ad intervalli irregolari ma senza largo preavviso, perché “le birre sono pronte quando sono pronte. Abbiamo impegni con i distributori solo per le birre in produzione regolare, che sono poi quelle che ci aiutano a far tornare i conti”  dice il fondatore Engbers. La serie è poi continuata con la Frangelic Mountain Brown (oggi nota come Sumatra),  il barley wine 15th Anniversary Bolt Cutter, la Doom Imperial IPA la  Mango Magnifico con Calor  e tante altre. 
Non ho capito se la Backstage Series in bottiglia sia ancora attiva o se sia stata negli ultimi due anni sostituita dalla Barrel Aged Series: anche questa è formata da 4 birre che vengono commercializzate nel corso dell’anno, quasi a sorpresa.

La birra.
Una imperial stout nata per celebrare il trentesimo compleanno di Liz, la sorella del birrario di Founders  Jeremy Kosmicki. Viene chiamata con il suo stesso soprannome  (Lizard of Koz) e viene prodotta con alcuni dei suoi ingredienti preferiti: mirtilli freschi raccolti nel Michigan, cioccolato e vaniglia. L’imperial stout è stata poi messa ad invecchiare in botti ex-bourbon. Non si tratta tuttavia di una novità assoluta: la birra era già stata prodotta in occasione del Black Party organizzato da Founders nel 2015, ma allora era disponibile solamente alla spina della taproom. Il suo debutto in bottiglia nell’ambito della Backstage Series arriva solamente a novembre 2016.  
La sua veste è di colore nero, la sua schiuma è generosa, cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. L’aroma restituisce quanto viene promesso in etichetta, con discreta intensità è ottima pulizia: il dolce dei mirtilli e della vaniglia, il legno. In sottofondo c’è qualche profumo di cioccolato e di frutta sotto spirito, prugna ed uvetta. La sensazione palatale è quella tipica  di molte altre birre “scure” di Founders: corpo medio, consistenza vellutata, quasi setosa. La bevuta è un caleidoscopio di sapori abbastanza inusuale, o se preferite un tumultuoso ottovolante. La partenza è quella di una imperial stout dolce di cioccolato al latte (non molto artigianale, in verità) e vaniglia alla quale fa seguito una brusca virata ricca dell’asprezza del mirtillo: dopo le curve e la ripida risalita, c’è una nuova discesa a capofitto nel dolce bilanciata da leggerissime tostature. Il bourbon rimane sotto traccia ma riesce comunque a regalare un bel finale un po’ più tranquillo (pensate al fine corsa del giro sulle montagne russe) con un retrogusto tiepido e accomodante di frutta sotto spirito. 
Il percorso non rientra esattamente nelle mie corde e i vari elementi sembrano respingersi anziché incontrarsi: a quasi due anni dalla messa in bottiglia il mirtillo è ancora molto evidente e la sua asprezza stride fortemente con il dolce di cioccolato e vaniglia. Se pensavate ad una birra simile ad un mirtillo disidratato ricoperto di cioccolato fondente siete fuori strada: birra tecnicamente ben eseguita che qualcuno magari amerà. Personalmente rimango un po' perplesso. 
Formato 75 cl., alc. 10,5%, IBU 40, lotto 11/2016, prezzo indicativo 15.00-20.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

martedì 17 aprile 2018

Founders KBS (Kentucky Breakfast Stout) 2018

L’hype non è più quello dei tempi d’oro e forse anche la birra – oggi prodotta in grandi quantità – non è più la stessa:  è la Kentucky Breakfast Stout (KBS) prodotta dal birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan.  Ve ne avevo già parlato nel 2015, quando per la prima volta questa imperial stout invecchiata 12 mesi in botti di bourbon con aggiunta di caffè e fave di  cacao era arrivata in Europa: qui trovate la storia di una birra che, perdonate il gioco di parole, ha fatto storia. 
Per la gioia dei collezionisti Founders ha purtroppo smesso di imprimere il millesimo in etichetta: per risalire all’annata è ora necessario basarsi sulla data di scadenza indicata sul retro, che il birrificio indica a 365 giorni. Per loro va bevuta fresca e non è una birra da cantina: “ad invecchiarla – dicono – ci pensiamo già noi”. E lo fanno nelle loro enormi cantine, una ex-cava di gesso dove, alla profondità di 25 metri, riposano una quantità impressionante di botti alla temperatura  di 3-4 gradi centigradi. 
La KBS poi è ritornata in Europa nel 2016 ed è ancora disponibile in alcuni negozi on-line europei  e qualcuno l’ha anche scontata, in quanto "scaduta"; se non ero invece nessuna bottiglia del 2017 ha invece attraversato l’oceano. 
I festeggiamenti per l'edizione 2018 sono avvenuti come al solito nell’ambito della KBS Week che si è tenuta dal 5 al 10 marzo a Grand Rapids e nella nuova succursale Founders a Detroit. Un evento che ogni anno coinvolge diversi locali, tutti pronti ad aprire i fusti di KBS, e anche alcuni hotel con dei pacchetti convenzionati che offrono un “KBS package” comprendente bicchiere, spillette, tazza, bottiglietta di sciroppo d’acero. Sono finiti i tempi in cui i beergeeks sfidavano il freddo del Michigan accampandosi in tenda fuori dal birrificio nella speranza di riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Oggi la prevendita di KBS, che ne anticipa di qualche settimana la distribuzione nazionale ed internazionale, avviene tramite biglietti che si esauriscono abbastanza in fretta. Pagando  92 dollari (più commissioni) quest’anno vi venivano consegnate una bottiglia da 75 e tre “4 packs” da 35,5 centilitri; un prezzo più conveniente rispetto a quello consigliato alla distribuzione: 20 dollari per la 75, 24 dollari per il 4 pack (tasse sempre escluse, ovviamente).

La birra.
Il millesimo 2018 arriva con un leggero restyling dell’etichetta, sulla quale viene impresso il marchietto di quella “Barrel Aged Series” che oggi racchiude tutte le produzioni barricate di Founders. La gradazione alcolica, che varia leggermente di anno in anno, è dichiarata al 12.3%. 
Il suo aspetto è sempre splendido: nera, impeccabile e generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza.  Il naso non è molto intenso ma c’è tutto quello che ci si aspetta: l’elegante caffè tipico di tutte le produzioni Founders (Sumatra Mountain, Breakfast Stout), il cioccolato fondente, un tocco di legno e di vaniglia, bourbon, i cosiddetti “dark fruits” ( prugna, uvetta..). Il mouthfeel è quello di sempre: non è un’imperial stout eccessivamente viscosa o ingombrante, il corpo è medio e c’è una leggera cremosità a rendere gradevoli i sorsi.  Al palato la KBS 2018 mette in primo piano il bourbon e la frutta sotto spirito, elementi che guidano le danze spingendo un po’ (troppo) nelle retrovie caffè, cioccolato e vaniglia.; l’alcool non ha molte intenzioni di nascondersi e fa sentire la sua presenza per tutto il corso della bevuta, riscaldandola e potenziandola. La scia finale è come al solito lunghissima: un ideale abbraccio nel quale s’incontrano nuovamente bourbon, caffè e cioccolato. E’ pulita ma non è un mostro di complessità o profondità questa KBS 2018; vero che in giro ci sono ormai molte altre concorrenti/alternative, ma “avercene” di birre così. Livello alto, buon rapporto qualità prezzo per una imperial stout barrel aged. L'edizione 2018 mi ricorda molto la 2015: di quelle che ho assaggiato finora la mia preferenza va senza dubbio alla 2016, ribevuta anche qualche settimana fa. Il caffè è ormai in secondo piano ma i due anni passati in cantina hanno ammorbidito il bourbon amalgamandolo al cioccolato in maniera davvero esemplare. Detto questo, bere la KBS di Founders è un atto dovuto per ogni birrofilo sia che si tratti di scoprirla per la prima volta che di ritrovarla anno dopo anno. 
Formato: 35.5 cl., alc. 12.3%, scad. 13/02/2019, prezzo indicativo  8.50-10.00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 12 febbraio 2018

Founders CBS (Canadian Breakfast Stout) 2017

Proseguiamo questa breve rassegna su birra e sciroppo d’acero con una bottiglia che sino a pochi anni fa sarebbe stata una “balena bianca”, termine col quale i beergeeks identificano le birre più difficili da trovare. Parliamo della CBS – Canadian Breakfast Stout del birrificio Founders (Michigan, USA), avvistata per l’ultima volta in bottiglia nel lontano 2011 e poi, in pochissimi fusti, anche nel 2014 e nel 2015.   
La CBS è una variante della KBS – Kentucky Breakfast Stout, a sua volta versione “potenziata” della Breakfast Stout, imperial stout prodotta con caffè e fave di cioccolato: per avere maggiori dettagli su queste due birre vi rimando alle specifiche pagine del blog. La CBS nasce nel 2009 quando Founders entra in possesso di alcuni botti usate di bourbon che più di recente avevano ospitato dello sciroppo d’acero: il birrificio le riempie con la stessa imperial stout base della KBS e il risultato è sorprendente. Per assaggiare i pochi fusti prodotti dovevate recarvi presso la taproom del birrificio, ma ciò non aveva impedito alla CBS di scalare le classifiche del beer-rating posizionandosi nella Top 5 delle migliori birre al mondo secondo Beer-Advocate, facendo compagnia alla sorella KBS. E’ solo nell’ottobre 2011 che la CBS “esce” dalle mura di Grand Rapids e viene imbottigliata nell’ambito della “backstage series”:  quantità molto limitate di bottiglie da 75 cl. nelle quali sono messe in vendita birre stagionali/sperimentali precedentemente disponibili solo alle spine del birrificio. Da allora la CBS è rimasta per molti anni un’irraggiungibile chimera per moltissimi appassionati: potevate berla solo intercettando uno dei pochi fusti messi in vendita negli anni successivi o reperendo qualche bottiglia del 2011 tramite scambio o mercato secondario.  La KBS, regolarmente prodotta una volta all’anno, ha invece continuato ad essere in cima alla lista dei desideri dei beergeeks americani che, ogni anno all’inizio di marzo, sfidavano il freddo del Michigan accampandosi in tenda fuori dal birrificio la notte prima della messa in vendita delle bottiglie.  
Nel 2014 Founders ha annunciato la propria partnership con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel, vendendo il 30% delle proprie quote societarie e cessando di fatto di essere considerato un birrificio artigianale, secondo le linee guida della Brewers Association americana. L’investimento ha consentito a Founders di procedere con il suo piano di espansione da 40 milioni di dollari volto a raggiungere a breve termine il milione di ettolitri l’anno: 550.000 quelli prodotti nel 2017, 733.000 l’obiettivo fissato per il 2018. Anche il programma degli invecchiamenti in botte, oggi chiamato “Barrel-Aged Series” ha subito un enorme potenziamento con l’acquisto di migliaia di botti usate che oggi riposano all'interno di una cava di gesso in disuso non lontana dal birrificio; la produzione della KBS è stata raddoppiata anno dopo anno e nel 2015 la KBS è arrivata anche in Europa; oggi senza grossi sforzi potete trovare nei beershop europei ancora delle bottiglie del 2016 e 2017.  
Il mercato della craft beer è in costante evoluzione, la moda cambia rapidamente e molti altri attori sono entrati in scena sullo stesso palcoscenico, quelle delle Imperial Stout invecchiate in botti di bourbon. La KBS ha inevitabilmente perduto moto di quell’hype che prima era anche dovuto alla sua scarsa reperibilità:  i grandi numeri non sempre vanno a braccetto con la qualità e – dicono – la KBS oggi non è più il capolavoro di una volta, pur restando comunque un’ottima birra che si trova ancora ai primi posti delle frivole classifiche di beer-rating:  tredicesima miglior imperial stout al mondo, diciassettesima miglior birra al mondo
E la CBS, che nel beer-rating batte di poche posizioni la KBS, perderà anche lei parte del suo fascino? Probabilmente sì, anche per il solo fatto che lo scorso novembre Founders ne ha annunciato il ritorno su grande scala rinunciando al fascino della rarità: bottiglie da 75 cl. disponibili dal primo dicembre in tutti i 46 stati americani dove il birrificio distribuisce e, da gennaio, anche in Europa nel più pratico formato da 35.5 cl. Ma dal 2011 ad oggi sono anche cambiati i palati dei bevitori e, soprattutto, sono arrivati molti altri concorrenti a rimpiazzarla per quel che riguarda l’hype: un processo inevitabile quando un birrificio cresce di dimensioni. Sette anni fa non vi erano al mondo molte imperial stout prodotte con caffè, cioccolato e sciroppo d’acero e la CBS faceva scuola. Oggi è “solo” una  delle tante e, per quel che mi riguarda, è molto meglio così: riesco a bere una birra che sarebbe stata per me inaccessibile.

La birra.
Dopo la lunga ma doverosa introduzione, ricapitoliamo: imperial stout prodotta con caffè Sumatra, fave di cacao e invecchiata all’incirca dodici mesi in botti di bourbon che hanno ospitato sciroppo d’acero della BLiS Gourmet, Michigan. Tra le due aziende c’è un intenso scambio di botti, visto che la BLis utilizza i barili esausti della KBS di Founders per produrre alcune salse e sciroppi: secondo alcune voci i barili di Bourbon Maple Syrup usati per produrre la CBS sarebbero proprio quelli vuoti di KBS che la BLis aveva ricevuto un anno prima da Founders, riempendoli di sciroppo d’acero e, dopo averli “svuotati”, restituendoli al mittente. Chi ha tuttavia assaggiato il Bourbon Maple Syrup di 
BLis assicura di non aver sentito la presenza del caffè e della cioccolata della KBS. 
Nel bicchiere si presenta quasi nera e sormontata da un impressionante cappello di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso arrivano subito i tipici profumi di caffè Sumatra usato da Founders, gli stessi che troverete nella Breakfast Stout, KBS  e soprattutto nella Sumatra Mountain, per intenderci; cioccolato fondente e bourbon completano un bouquet caldo e avvolgente, pulito ed elegante, impreziosito da note di legno, cocco tostato e da una lieve presenza zuccherina di sciroppo d’acero. La sensazione palatale è morbida, quasi una carezza delicata se si considera la sua gradazione alcolica (11.7%): l’avena le dona una morbidezza setosa, con una viscosità piuttosto bassa che ne facilita il sorseggiare. Il gusto è molto ben bilanciato tra la ricchezza del caffè e del cioccolato fondente, al cui amaro risponde la dolcezza del bourbon e dello sciroppo d’acero: il consiglio è di lasciarla riscaldare molto e di avere pazienza, se volete che quest’ultimo ingrediente sia maggiormente percepibile. L’alcool riscalda ogni sorso con decisione ma non va mai oltre il dovuto, la bevuta è quasi “mansueta” per ¾  per poi esplodere in un intenso finale di bourbon, caffè/tostature e un amaro al quale contribuiscono anche i luppoli. 
Il risultato? Una imperial stout massiccia e potente ma non difficile da bere, pulita ed elegante: versatela nel bicchiere e sorseggiatela con tutta calma, lasciandola "aprire" e riscaldarsi per bene. Grande birra che regala più di una emozione lasciando completamente soddisfatti: se amate le imperial stout, fate in modo di trovarla e di assaggiarla, è arrivata anche in Europa ed in Italia proprio in queste settimane.
Formato 35.5 cl., alc. 11.7%, imbott. 27/10/2017, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

venerdì 15 dicembre 2017

Founders Sumatra Mountain Brown

Ad aprile 2016 il birrificio Founders di Grand Rapids, Michigan, annuncia l’arrivo di una nuova birra chiamata Sumatra Mountain Brown. Si tratta di una (Imperial) Brown Ale prodotta con caffè proveniente dall’isola di Sumatra, Indonesia, la sesta isola più grande del nostro pianeta.  La birra, anche nell’etichetta, sembra essere la continuazione di un progetto iniziato nel 2012 con il nome di Frangelic Mountain Brown Ale, birra che Founders aveva realizzato per la propria Backstage Series, ovvero esperimenti e prototipi realizzati in origine solo per la taproom del birrificio che vengono poi distribuiti in bottiglie da da 75 cl.; allora era stata usata una varietà di caffè alla nocciola. 
La Sumatra Mountain Brown, resa invece disponibile nel classico formato da 35,5 cl., viene commercializzata come birra stagionale che arriva di solito in primavera. La ricetta prevede malti caramello, chocolate e monaco, fiocchi d’orzo e luppolo Perle, tedesco; la Sumatra arriva così ad ampliare ulteriormente la proposta di “birre scure al caffè”  che già include Breakfast Stout, KBS Kentucky Breakfast Stout e CBS - Canadian Breakfast Stout. "Avevamo ordinato un po' troppo caffè al nostro fornitore - racconta il birraio Jeremy Kosmicki - e, un volta realizzata la Breakfast Stout, ci chiedemmo come potessimo utilizzarlo. Prendemmo uno stile un po' sottovalutato, quello delle Brown Ales, lo "impermalizzammo" e utilizzammo il caffè rimasto in infusione. Ecco nata la Sumatra!"

La birra.
Nel bicchiere è di un bell'ebano scuro, limpido e arricchito da bellissime venatura rosso rubino; la schiuma beige è cremosa e compatta, ed ha un'ottima persistenza. L'aroma mantiene le aspettative ed è ovviamente monopolizzato dal caffè, in maniera elegante e ancora piuttosto intensa, nonostante la bottiglia abbia ormai nove mesi di vita. 
Chi ama e conosce la Breakfast Stout di Founders non potrà non notare un profilo piuttosto simile che richiama sia il caffè in chicchi che quello liquido. A fare da contorno troviamo note di tabacco e frutti di bosco. Il gusto impiega un po' più tempo del necessario per "aprirsi" ed è necessario attendere che la Sumatra Mountain Brown si avvicini alla temperatura ambiente. Il suo profilo è semplice e rigoroso, con il minimo indispensabile a supportare il caffè permettendogli di recitare il ruolo del protagonista: cammello e orzo tostato danno il via a danze che proseguono con un crescendo di caffè espresso e tostature, il cui amaro è rafforzato da una generosa luppolatura. L'alcool si mantiene quasi delicato e in un birra da 9 gradi onestamente ne vorresti sentire un pochino di più. Una lieve acidità alleggerisce per qualche secondo il palato prima di un bel finale lungo nel quale è ovviamente protagonista il caffè con un po' di frutta sotto spirito.
Pulizia, equilibrio e precisione sono i cardini di questa bella Imperial Brown Ale di Founders, nella quale il caffè si esprime con eleganza: si potrebbe chiederle un po' più di complessità, ma è un desiderio che si mette volentieri da parte se quello che c'è nel bicchiere lascia ugualmente soddisfatti.
Formato: 35.5 cl., alc. 9%, IBU 40, imbott. 31/03/2017, prezzo indicativo 5.00-6.00 Euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 14 settembre 2017

Founders All Day IPA

Nel 2001 furono alcune birre ad alta gradazione alcolica e per certi versi estreme, come Dirty Bastard, Breakfast Stout e Centennial IPA a salvare il birrificio Founders da una difficilissima situazione finanziaria: quasi dieci anni dopo il maggior contributo alla crescita è invece arrivato dal lancio di una birra dal basso contenuto alcolico, poi diventata una sorta di “stile di vita”, come dicono a Grand Rapids, Michigan. 
Era il 2007 e, racconta il birraio  Jeremy Kosmicki, “stavamo cercando qualcosa che alla nostra taproom potesse sostituire la lager che avevamo smesso di produrre; volevamo avere alla spina una birra leggera da offrire ai bevitori di Bud Light che ci venivano a trovare assieme ai loro amici appassionati di craft beer. Iniziammo a produrre una birra chiamata Extra Pale, poi Solid Gold ma, ad essere onesti, erano due birre molto blande; così pensammo di cambiare e realizzare una birra che piacesse anche a noi, leggera ma piena di gusto grazie al dry-hopping. Non fu facile, le prime ricette erano troppo poco luppolate ma pian piano, ascoltando il feedback di chi la beveva alla taproom, arrivammo a fare la birra giusta”. Mike Stevens, fondatore di Founders assieme a Dave Engbers, aggiunge: “eravamo considerati dei precursori per quel che riguarda le birre forti, ad alta gradazione alcolica, ma iniziavamo a mettere su famiglia e ad avere bambini. Volevamo soprattutto per noi una birra in stile Founders ma che potevi bere ripetutamente nel corso di una serata”.  “Facemmo così tante prove -  ricorda Engbers -  che avremmo potuto far uscire la birra sul mercato un anno prima, ma volevamo che fosse perfetta. Per quasi un anno alla taproom fu conosciuta come  Endurance—All Day IPA: All Day IPA era solo la descrizione, ma poi ci fu un contenzioso sulla parola Endurance con una beerfirm di Boston e decidemmo di chiamarla semplicemente All Day IPA.  I grafici realizzarono quella bella etichetta che contribuì in maniera decisiva a comunicare il significato: uno stile di vita attivo. La cosa che mi colpì maggiormente quando fu messa in vendita era che molti dei nostri colleghi birrai ne rimasero sconvolti; molti di loro iniziarono a produrre una birra che fosse piena di sapori ma dal basso contenuto alcolico, e quando dei birrai che rispettiamo ci fanno così  tanti complimenti vuol dire che abbiamo davvero fatto la birra giusta”.  
“Quando debuttò a marzo 2012  - continua Stevens - ancora non ci rendevamo conto di cosa avevamo fatto e quello che  stava per accadere; avevamo una disponibilità limitata di luppolo e quindi il primo lotto fu distribuito solo in quattro stati come produzione stagionale estiva. Andò esaurita quasi subito e firmammo dei contratti con i fornitori di luppolo che ci permettessero di essere in grado di distribuirla a tutto il nostro network l’anno successivo. Ma ancora oggi non riusciamo a coprire tutta la richiesta. E’ incredibile la velocità con cui ha superato quella che era la nostra birra più venduta, la Centennial IPA. Per quel che mi riguarda, costituisce il 90% dei liquidi che bevo ogni giorno”. “Ben presto ci accorgemmo che questa birra era destinata a coloro che facevano uno stile di vita attivo – dice Engbers - e la lattina sarebbe stata fondamentale per offrirla a chi va in barca, in bicicletta o fa hiking”. 
Ricapitoliamo: la All Day IPA di Founders arriva nel 2012 ma già nel 2010, con il nome di Endurance IPA Jr., ottiene la medaglia d’argento al Great American Beer Festival nella categoria delle “Session Ales”; alla fine del 2013 arrivano le prime lattine e la All Day IPA rappresenta da sola il 25% delle vendite di Founders. Nella primavera del 2014 Founders è il primo birrificio craft americano a realizzare l’upgrade dal 12 pack di lattine al 15 pack, e ciò avviene senza aumentare il costo;  prezzo di vendita suggerito per 15 lattine è di 18 dollari. Al cambio attuale fa 1,03 Euro a lattina da 35 cl., tasse ovviamente escluse. L’ultima novità che la riguarda è l’arrivo del “lattinone” da 568 ml (19.2 once). 
La All Day IPA è oggi la lattina di "craft beer" più venduta negli Stati Uniti ed è la terza IPA più venduta nello stesso paese: è distribuita in 46 stati e, all’estero, in 26 nazioni; Founders stima di chiudere il 2017 con una produzione di 460.000 barili (540.000 ettolitri) e più della metà di questi è rappresentata dalla All Day IPA.  E basta farsi un giro nel Midwest per rendersene conto: la trovate praticamente ovunque e, dai supermercati ai distributori di benzina e, a volte, con un prezzo "all'oncia" inferiore a quello delle Bud Light! 
Ricordo che per l'American Brewers Association il birrificio Founders non è più considerato "craft" per aver venduto nel 2014 il 30% delle proprie azioni agli spagnoli della Mahou San Miguel.

La birra.
Di fatto la sua gradazione alcolica (4.7%) la porta leggermente al di sopra della soglia del “sessionabile”, ciò non toglie che la All Day IPA di Founders è veramente una birra quotidiana. Founders è da anni presente in Italia e, ultimamente, anche sugli scaffali di diversi supermercati con alcune etichette. Ho avuto occasione di provare la All Day IPA “italiana” dalla grande distribuzione e il risultato è stato ovviamente poco gratificante, vuoi per i mesi passati dalla messa in bottiglia che per le condizioni di conservazione della grande distribuzione. Negli Stati Uniti sono invece riuscito a trovare una bottiglia con un paio di settimane di vita, facendomi così un’impressione più veritiera di una birra che ha avuto uno straordinario successo.
Simcoe e Amarillo sono i luppoli utilizzati in una IPA che si presenta di colore oro carico, leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Al naso profumi floreali si mescolano a quelli di arancio e pompelmo, resina e un lieve tocco dank; la pulizia è ottima, mentre l'intensità è solamente discreta. Nessuna deriva acquosa al palato dove c'è invece - in piena tradizione Midwest - una buona base maltata, con pane e biscotto, a supporto della polpa d'arancia e del pompelmo; la bevuta è abbastanza secca e chiude con un amaro delicato leggermente resinoso e terroso. Non ci sono molte emozioni nel bicchiere di una IPA a cui forse la quantità oggi prodotta ha tolto un po' di cuore: la qualità comunque è ineccepibile: birra pulita, bilanciatissima, delicatamente profumata e delicatamente amara ma piena di guato. Prezzo assolutamente concorrenziale, soprattutto se la comprate nei pack da 6 bottiglie o 15 lattine: è la birra che negli Stati Uniti vi salva ogni volta  che non trovate nulla di decente da bere. E' il tipo di birra che ancora manca (e forse sempre mancherà)  in Italia, come rapporto qualità-prezzo, per accompagnare grigliate, giornate al mare, scampagnate e ritrovi con amici.
Formato: 35.5 cl., alc. 4.7%, IBU 42, imbott. 31/07/2017, pagata 2,11 $ (supermercato).

giovedì 23 marzo 2017

Founders Backwoods Bastard

Ci sono delle birre che fanno la fortuna di un birrificio, e la Dirty Bastard è una di quelle. Il birrificio Founders, aperto nel 1997 a Grand Rapids (Michigan) da Mike Stevens e Dave Engbers, non se la stava passando troppo bene: le birre prodotte non ottenevano grandi consensi e la  situazione finanziaria peggiorava di mese in mese. Non riuscivano più a pagare l'affitto, le rate del prestito e si trovavano con otto mesi di tasse arretrate: a giugno del 2001 la United Bank notificò  ai birrai sei giorni di tempo per rientrare di 550.000 dollari. Prima di dichiarare bancarotta, Stevens ed Engbers fecero un ultimo tentativo andando a parlare con Peter C. Cook, un famoso uomo d'affari e noto filantropo di Grand Rapids; dopo un paio di giorni i birrai ricevettero una telefonata da parte della banca ad annunciare che il signor Cook si era personalmente fatto garante del loro debito. 
Per invertire la rotta, Mike e Dave chiamarono a lavorare con loro il birraio Nate Walser (ex New Holland Brewing Co.) per rivoluzionare completamente l'offerta delle birre, sostituendo le birre semplici ed anonime prodotte sino ad allora con altre molto più robuste, complesse e impegnative.
"Le nostre birre erano buone ma non eccezionali – ricorda Engbers – facevamo birre che potessero piacere a tutti, ma erano esattamente le stesse birre prodotte da tutti gli altri birrifici del Michigan: una Pale Ale, una Amber Ale, una birra di frumento, una scura. Capimmo di dover iniziare a fare qualcosa di diverso. A quel tempo le IPA non erano così di moda, iniziammo a produrre la Centennial IPA e la gente al bancone ce la rimandava indietro dicendo di non riuscire a berla, era troppo amara. In quel periodo andavano forte le Amber Ales e così realizzammo una nuova birra molto maltata e alcolica per poterci risollevare dalla difficile situazione finanziaria. Pensammo al nome Fat Bastard, ma dopo esserci consultati con i legali scoprimmo che quel nome era già stato registrato da un produttore di vini. All’avvocato chiesi di verificare se il nome Dirty Bastard fosse disponibile, lui mi rispose che era una pazzia pensare di usare quel nome e io gli dissi: “non sappiamo neppure se tra qualche mese saremo ancora in attività, chi se ne frega”. Improvvisamente, invece che una Red Ale, una Porter ed una Pale Ale eravamo diventati quelli che producevano la Dirty Bastard, una bomba maltata con 8% di ABV. La gente iniziò a parlare di noi, aprirono siti come BeerAdvocate e RateBeer e noi partecipammo attivamente alle discussioni sui forum rispondendo alle persone: il successo della Dirty Bastrd ci convinse che quella era la direzione giusta da prendere: tutte le nostre birre diventarono più potenti e più complesse. Iniziammo a fare le birre che ci piacevano bere, non quelle che pensavamo sarebbero piaciute alle persone. Arrivarono la Breakfast Stout, la Curmudgeon e la Devil Dancer.” 
Tutte birre che ottennero uno straordinario successo e contribuirono in maniera decisiva a portare Founders tra i più grandi ed apprezzati produttori del Michigan e di tutta la scena craft statunitense: la moda delle IPA vide poi Founders protagonista prima con la Centennial IPA e poi con la All Day IPA, che oggi occupa la maggior parte della capacità produttiva del birrificio.

La birra.
Nel 2003 Founders presenta la versione barricata della Dirty Bastard: il nome scelto è Backwoods Bastard (il bastardo che vive in un luogo remoto, isolato, lontano da tutto) e la birra è accompagnata dalla solita bella etichetta disegnata da Grey Christian. Le botti trovano oggi posto nei sotterranei del birrificio, un’impressionante serie di corridoi e cunicoli lunga sei miglia che un tempo venivano utilizzati per estrarre il gesso e che Founders ha preso in affitto. Dai quattro barili ex-bourbon posseduti dal birrificio nel 2002 si è arrivati ai 4700 del 2014: l’aumento della quantità va purtroppo spesso a discapito della qualità e il discorso si può applicare anche a Founders. Le sue birre barrel-aged (KBS su tutte) non sono - dicono - più quelle di una volta ma sono accessibili a molte più persone.
La Backwoods Bastard è una produzione stagionale che arriva ogni anno nel mese di novembre; la gradazione alcolica sale all'8.5% della Dirty Bastard all'11.1%. Ciò nonostante, leggo su forum di appassionati americani che non è una birra che invecchia particolarmente bene e quindi stappiamo subito l'edizione 2016 che è arrivata anche in Europa.
Il suo colore è uno splendido ambrato carico, limpido ed impreziosito da intensissimi riflessi rosso rubino; la schiuma color crema è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Al naso il bourbon accompagna i profumi di melassa, biscotto, uvetta, prugna e ciliegia; in secondo piano legno e vaniglia, suggestioni terrose e un filo di fumo. Al palato è davvero molto morbida, con un corpo quasi pieno e una carbonazione bassa: il palato viene avvolto da un liquido intenso che riscalda senza mai bruciare, con il bourbon protagonista assieme agli stessi elementi che hanno composto l'aroma. La bevuta è piuttosto dolce ma ben asciugata dall'alcool che viene aiutato dal lieve amaro finale, terroso e resinoso, dei luppoli. Il retrogusto è davvero lunghissimo e ricco di bourbon, legno e tanta frutta sotto spirito. Scotch Ale potente ma non difficile da sorseggiare, molto pulita e in grado di riscaldare perfettamente i gelidi inverni del Michigan: più che il contenitore (legno, vaniglia) è il suo contenuto (bourbon) a dare la caratterizzazione, con un risultato finale non eccellente ma sicuramente molto, molto buono.
Formato: 35.5 cl., alc. 11.1%, IBU 50, scad. 06/04/2017.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 26 ottobre 2015

Founders Imperial Stout

Le “scure” alla Founders Brewing Co. (Grand Rapids, Michigan)  le sanno fare, non c’è che dire:  Porter, Breakfast Stout, KBS (e anche CBS)  sono tutte grandi birre che si sono guadagnate un’eccellente reputazione, e non solo sui siti di beer-rating. E, per quel che mi riguarda, poco importa che lo scorso anno Founders abbia ceduto il 30% delle proprie azioni al birrificio spagnolo Mahou San Miguel, del quale non posso parlare con altrettanto entusiasmo: finché Founders continuerà a mantenere i suoi elevati standard qualitativi, non mi scandalizzo di certo  per   l’accordo con un “nemico” industriale (benché ancora di proprietà della famiglia Mahou)  che ha consentito di racimolare le risorse finanziarie necessarie per completare il previsto piano di espansione da 40 milioni di dollari e rendere così maggiormente reperibili le proprie birre, anche al di fuori degli Stati Uniti. 
Assaggiate le tre “scure” citate in precedenza, all’appello mancava l’ Imperial Stout, birra la cui “fama” è probabilmente un po’ oscurata dall’hype che circonda le altre due “sorelle” (Breakfast e KBS) prodotte aggiunta di caffè. Per questa vengono invece utilizzate “solamente“ dieci varietà diverse di malto, che il birrificio ha però scelto di non rivelare; in etichetta regna sovrana l’aquila bicipite, simbolo araldico usato per la prima volta dall’imperatore romano Costantino I e, in seguito, anche dai Romanov... visto che parliamo di una  “Russian Imperial Stout”. Fu il matrimonio tra il primo imperatore russo  Ivan III e Zoe, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore di Bisanzio, a consentire al primo di appropriarsi dei simboli bizantini. L’aquila bicipite, oltre a rappresentare il potete spirituale e temporale riuniti nelle disponibilità di una unica persona, simboleggiava anche le due parti del continente (Europa ed Asia) sulle quali si sviluppava la Russia; lo scudo sul petto dell’aquila  raffigurante il cavaliere che uccide il grado è l’antico stemma di Mosca di cui Ivan III era Granduca.
La Imperial Stout venne inizialmente prodotta da Founders solo occasionalmente ed in modeste quantità, in quanto la capacità del birrificio era tutta impegnata a soddisfare l’enorme richiesta di Centennal IPA e Dirty Bastard.  E’ soltanto a Novembre del 2007, quando viene inaugurata la nuova e più capiente sede produttiva che questa ed altre birre, come ad esempio la Porter, riescono a trovare maggior spazio, soprattutto per soddisfare le richieste provenienti dal New England e da alcuni stati della costa ad Est.  L’Imperial Stout di Founders diviene così un appuntamento fisso stagionale di ogni anno, solitamente disponibile nel periodo tra gennaio e marzo. 
Nel bicchiere è assolutamente nera ed impenetrabile alla luce, formando un compattissimo cappello di schiuma cremosa e color beige scuro, molto persistente. L’aspetto è “goloso” e il naso non si tira indietro, con un’intensità che si sprigiona non appena la bottiglia viene stappata:  i profumi sono quelli del fruit cake, del cioccolato amaro, del rum e del caffè, con in sottofondo delle lievi sfumature di cenere e di carne. Al palato il suo percorso inizia con una specie di carezza, ovvero la sensazione tattile: birra molto morbida, cremosa poche bollicine, corpo tra il medio e il pieno, buona scorrevolezza. Quella che inizialmente sembra una birra "mansueta" non impiega troppo tempo per tirare fuori muscoli ed artigli; Imperial Stout, molto, davvero molto intensa nelle tostature, nelle note di caffè amaro e di liquirizia, con solamente una leggera presenza di caramello bruciato a sostenerle. E le cose si fanno ancora più serie man mano che si arriva a fine corsa, dove all'intenso (ma elegante) amaro delle tostature si aggiungono le note resinose dei luppoli, a pulire un po' il palato e preparare il terreno al lungo ed intenso retrogusto che si snoda tra note etiliche, tostate, di caffè e cioccolato amaro. Una birra relativamente semplice, pulitissima e straordinariamente "solida", potente: zero fronzoli, zero merletti, gli elementi in gioco sono pochi ma giocano davvero bene. L'alcool si sente ma non disturba affatto quello che risulta essere un tranquillo sorseggiare in un dopocena da poltrona; dicono che invecchi anche piuttosto bene, e allora perché non affidare una bottiglia al tempo della cantina?
Formato: 35.5 cl., alc. 10.5%, IBU 90, scad. 05/10/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.