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lunedì 7 gennaio 2019

Toppling Goliath Pompeii IPA

Accendiamo i motori del decimo anno del blog  con il birrificio americano Toppling Goliath, già ospitato in più di un’occasione. Siamo a Decorah, cittadina dell’Iowa sperduta tra chilometri di colline coltivate a mais e soia nella quale vivono circa ottomila persone: la storia ve l’avevo già raccontata qui. Il 2018 è stato un anno molto importante per il birrificio fondato nel 2009 da Clark Lewey e guidato dall’abile birraio Mike Saboe: il 6 febbraio è stato infatti inaugurato il nuovo birrificio (1600 Prosperity Road) costato quasi 15 milioni di dollari: cinquemila metri quadrati di spazio nei quali oltre all’impianto (Steinecker della tedesca Krones) e al magazzino trova spazio un’ampia taproom su due livelli con ristorante capace di ospitare settecento persone. 
Nei piani di Lewey c’è una crescita lenta ma costante che dovrebbe arrivare, nei prossimi dieci anni, a raggiungere i 100.000 barili l’anno: il nuovo birrificio si trova a circa 8 chilometri dalla taproom originale di Decorah dove Toppling Goliath aveva iniziato con un impiantino da 50 litri, poi sostituito nel 2010 con uno da 11 ettolitri e nel 2014 con uno da 35 ettolitri posizionato a qualche chilometro di distanza, negli edifici di 1762 Old Stage Road che dovrebbero essere a breve dedicati alla produzione di birre acide.  Il brewpub originale di Toppling Goliath (310 College Drive) è stato venduto alla famiglia Dixon che a maggio 2018 ha inaugurato il TGII Craft Brews, un beer bar che nel nome voleva omaggiare i precedenti inquilini. La scelta ha però generato confusione e chi veniva da fuori città pensava di trovarsi in una seconda taproom: il locale (che offre comunque regolarmente le birre di Toppling) è stato da poco rinominato Dixie’s Biergarten. 
I nuovi impianti consentono di riportare Decorah la produzione di tutte le birre: fino ad oggi le lattine erano state realizzata appoggiandosi a birrifici terzi in Wisconsin ed in Florida. Il luogo di produzione non era mai specificato sul contenitore e la poca trasparenza aveva creato un po’ di malumori tra i beergeeks americani. E Clarke Lewey non intende fermarsi qui: oltre alla produzione di birre acide pare che stia pensando di aprire una taproom sulla West Coast. Nel frattempo tutta la cittadina di Decorah si gode il successo: nei weekend in cui il birrificio mette in vendita le sue birre più ricercate (ad esempio Kentucky Brunch  e Morning Delight) si stima un giro d’affari che sfiora il milione di dollari. Oltre duemila le persone che affollano ristoranti, bar, negozi  e hotel.

La birra.
Duecentocinquanta al minuto; eco il potenziale della nuova linea di produzione lattine inaugurata nei primi mesi del 2018. Questo il formato scelto soprattutto per le birre che vengono prodotte tutto l’anno, attualmente cinque: la Dorothy New World Lager, la Pseudo Sue Pale Ale, le IPA Golden Nugget e Pompeii, affiancate da un numero sempre più crescente di IPA e Double IPA stagionali e occasionali. Se si tralasciano le ricercatissime (impossibili da reperire alle nostre latitudini) imperial stout, la produzione di Toppling Goliath è alquanto “luppolocentrica”. 
Nasce nel 2013 nell’ambito della serie Hop Patrol, ovvero IPA “single hop” prodotte occasionalmente. Pompeii s’ispira alla Casa del Fauno, una delle domus più vaste del sito archeologico di Pompei: “alcuni dei mosaici più famosi del mondo sono stati preservati dalle ceneri del Vesuvio e, allo stesso modo, questa IPA vuole preservare il lussuoso sapore del luppolo Mosaic”.  Il suo colore è tra il dorato e l’arancio pallido, piuttosto velato, la schiuma biancastra abbastanza cremosa e compatta, con buona ritenzione. L’aroma è ancora piuttosto intenso e fresco: ananas, pompelmo, arancia zuccherata, fiori, qualche leggero ricordo dank in sottofondo. Al palato è morbida e molto scorrevole, perfettamente rispettosa della scuola del Midwest statunitense, mentre la bevuta ripropone in pieno l’aroma con la tipica eleganza e precisione che caratterizza il birrificio di Decorah:  nessun estremismo, grande pulizia ed equilibrio. Qualche nota di miele e biscotto anticipano un fruttato delicatamente tropicale che si mantiene a debita distanza dal succo di frutta: ananas, pompelmo e arancia vengono affiancati da qualche ricordo di mango, la chiusura è molto secca e caratterizzata da un amaro resinoso di discreta intensità e breve durata. L’alcool (6.2%) è praticamente inesistente e la Pompeii di Toppling Goliath è capace di scorrere ad altissima velocità. E’ tuttavia preferibile gustarsela con calma, visto che reperibilità e prezzo (via aerea) sono un problema nel nostro continente: ad essere pignoli qualche leggero cedimento di freschezza inizia già ad intravedersi ma su questa IPA si viaggia ancora in prima classe. Un solo luppolo (sarà poi vero?) ma risultati sempre impressionanti: vedasi il Citra nella Pseudo Sue, il Mosaic nella Sosus, il Nelson Sauvin nella ZeeLander ed il Nugget nella Golden Nugget IPA.
Formato 47,3 cl., IBU 50, lotto 30/10/2018, scad. 27/02/2019, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop).

mercoledì 6 settembre 2017

Toppling Goliath: ZeeLander, Sosus & King Sue

Il viaggio che dalle rive del fiume Mississippi porta a Decorah, cittadina dell’Iowa nord-orientale che si trova a venti chilometri dal confine con il Minnesota, è un incessante susseguirsi di dolci colline coltivate a mais e soia; le desolate esconfinate “grandi pianure” di Oklahoma e Nebraska sono ancora lontane e i terreni agricoli dell’Iowa appaiono non troppo dissimili da quelli europei: ogni poche centinaia di metri appare una fattoria, spesso dipinta di rosso, circondata da enormi silos per lo stoccaggio delle granaglie.   
Decorah conta circa 8000 abitanti e, sebbene il suo nome sia già comparso più di una volta tra quello delle “piccole città più belle di tutti gli Stati Uniti” non offre onestamente nulla che valga la pena il viaggio per un turista europeo; è sufficiente una passeggiata di mezz’ora downtown per prendere nota di alcuni edifici risalenti alla fine del diciannovesimo secolo, quando un cospicuo gruppo di immigrati dalla Norvegia vi si stabilì per costruire una diga e alcuni mulini lungo il corso dell’Upper River.  Per chi invece ama la birra Decorah è una destinazione di rilievo in quanto è qui che nel 2009 ha aperto le porte Toppling Goliath, uno dei birrifici più amati e ricercati dai beergeeks, del quale vi avevo già parlato in questa occasione
Un birrificio che ha anche dato adito a diverse polemiche, prima di tutto quella sulle lattine che vengono appaltate presso il birrificio Brew Hub in Florida senza che ciò venga chiaramente specificato sulla confezione: una soluzione temporanea per aumentare la produzione in attesa dell’inaugurazione, prevista entro la fine dell’anno, del nuovo stabilimento nel Decorah Business Park costato, pare, quasi dieci milioni di dollari.  Ma le polemiche riguardano anche i prezzi di alcune delle loro bottiglie più ricercate, come le imperial stout Assassin, Morning Delight e KBBS -  Kentucky Brunch Brand Stout che vengono vendute solamente al birrificio nel giorno della presentazione ai fortunati vincitori di una lotteria on-line. Nel 2016 mille persone hanno potuto acquistare, per la modica cifra di 200 dollari, una confezione contenente due bicchieri, due bottiglie di Assassin e una di KBBS; qualche settimana fa, duemila persone hanno speso cento dollari per quattro bottiglie (35,5 cl.) e due bicchieri di Morning Delight. La spesa per le birre - e quella per il viaggio - potrebbe non essere comunque priva di senso visto che le bottiglie raggiungono sul "mercato nero" cifre molto più importanti.

In un lunedì pomeriggio di inizio agosto la taproom di Toppling Goliath, che si trova a circa sette chilometri dal luogo di produzione, è piuttosto tranquilla: i pochi clienti seduti nel piccolo beer garden sono soprattutto persone che, a giudicare dall'abbigliamento, hanno appena terminato la loro attività sportiva, corsa o ciclismo. Sono disponibili alla spina sei Toppling Goliath più qualche birra ospite: in vendita anche magliette, felpe, maglie da ciclista, bicchieri, bottiglie e lattine da asporto.
“Hop Patrol” è la serie che racchiude tutte le Toppling Goliath  “single hop”, ovvero birre prodotte con solamente una varietà di luppolo; non so se sia effettivamente così, ma le tre bottiglie assaggiate, tutte prodotte nello stabilimento di Decorah, mi hanno davvero impressionato per quello che il birraio Mike Saboe è riuscito ad ottenere.

Partiamo dalla ZeeLander, una IPA dall’ABV abbastanza contenuto (5.8%) per gli standard americani che, come il nome può far intuire, utilizza un solo luppolo neozelandese: trattasi del Nelson Sauvin. Il suo colore oscilla tra il dorato e l’arancio e il suo aroma è una fresca e fragrante macedonia di frutta tropicale: ai profumi di mango, papaia, ananas e melone si affianca quello dell’uva bianca, tipico del Nelson. In sottofondo note “dank” e vegetali. La sensazione palatale è perfettamente morbida con una carbonazione molto delicata e il gusto segue passo dopo passo il percorso aromatico con un’intensità davvero impressionante. Il dolce della frutta tropicale è quello delicato ed elegante di molte produzioni di Toppling Goliath, mai sfacciato o cafone; la chiusura è secca e seguita da un amaro di discreta intensità nel quale il “dank” si mescola alle note vegetali caratteristiche del Nelson Sauvin. La base maltata (pane, un tocco di biscotto) è leggera e non intende assolutamente rubare la scena al luppolo, assoluto protagonista di una bevuta pulitissima, facilissima e di livello davvero alto.  Una birra eseguita con grande maestria da bere a oltranza e che regala anche belle emozioni.

King Sue è una Double IPA che rappresenta la versione “potenziata” della splendida Pale Ale chiamata Pseudo Sue. Il nome della birra è solo vagamente ispirato a quello di Sue, ad oggi il più grande e completo scheletro di tirannosauro che sia mai stato ritrovato, alto quattro metri e lungo dodici. Miracolosamente ritrovato nel 1990 da Sue Hendickson durante alcuni scavi in South Dakota, lo scheletro è ospitato nel Field Museum di Chicago che lo acquistò all’asta per nove milioni di dollari.
Nel bicchiere è dorata e leggermente velata e, unica nota un po’ “dolente”, presenta un aroma pulito e molto elegante ma dalla bassa intensità: papaia, mango, passion fruit, litchi formano un bouquet dolce e zuccherino al quale s’affiancano note erbacee. Anche in questo caso la sensazione palatale è ineccepibile e il gusto fortunatamente rimedia alla parsimonia aromatica:  il lieve biscottato dei malti sostiene adeguatamente la ricchezza della frutta tropicale che abbastanza sorprendentemente, in una birra prodotta solamente con luppolo Citra, eclissa quasi completamente gli agrumi. L’alcool (8%) si sente quanto basta per giustificare il titolo di “Double” IPA e la bevuta procede senza intoppi con un finale amaro resinoso molto pulito con intensità e lunghezza adeguate a non stancare mai il palato. Anche qui il livello è altissimo con un fruttato tropicale intenso e molto elegante che non è facile incontrare: se devo però dirla tutta, credo di preferirle ancora la sua sorella “minore” Pseudo Sue.

Sosus è invece una Double IPA, prodotta solamente con luppolo Mosaic e “mosaicata” in etichetta, che prende il suo nome dal mosaicista Sosos di Pergano, autore del celebre mosaico che raffigura alcune colombe che bevono da un vaso metallico, oggi conservato nei Musei Capitolini a Roma. Anche lei è dorata e inebria le narici con intensi profumi tropicali di ananas, mango, melone e passion fruit appena “sporcati”, se vogliamo essere pignoli, da un lieve ricordo di cipolla.  Sosus non si discosta molto da quanto offre la sua compagna King Sue: un velo biscottato sorregge un carico di frutta tropicale davvero notevole, intenso, pulitissimo e molto elegante, che non stanca mai. Il suo dolce zuccherino è ben attenuato ed asciugato dall’alcool (8%) che non risulta mai d’intralcio alla bevuta. Il finale amaro (dank e resina) è invece meno lungo e intenso della King Sue, con un elegante dolcezza tropicale che ritorna anche nel retrogusto a conclusione di una bevuta – tocca ripeterlo – di livello davvero elevato.
Al di là del divertimento delle classifiche di beer-rating (King Sue quinta miglior Double IPA al mondo per Ratebeer, Sosus al numero 37) queste due Toppling Goliath sorprendono per pulizia, eleganza, equilibrio e facilità di bevuta: né succhi di frutta né spremute d’amaro, c'è l'equilibrio e la facilità di bevuta tipica delle IPA del Midwest abbinata ad un carattere fruttato molto più accentuato rispetto alle tipiche IPA di questa regione degli Stati Uniti. Al di là della simpatia che si può nutrire per questo birrificio, quello che arriva nel bicchiere è davvero eccellente.  

Nel dettaglio:
ZeeLander, formato 65 cl., alc. 5.5%, IBU 80, lotto non riportato, prezzo 9.00 $
King Sue, formato 65 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto non riportato, prezzo 10.00 $
Sosus, formato 65 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto non riportato, prezzo 10.00 $

venerdì 1 aprile 2016

Toppling Goliath Golden Nugget IPA

A solo qualche giorno di distanza dalla PseudoSue ripropongo un’altra birra di Toppling Goliath, interessantissimo birrificio di Decorah, Iowa, presentatovi in questa occasione; le birre luppolate vanno bevute fresche, freschissime e quindi non c'è tempo da perdere.  Dopo una delle Pale Ale più apprezzate sul continente a stelle e strisce è la volta di una India Pale Ale chiamata Golden Nugget. 
Il nome fa riferimento a due degli ingredienti utilizzati: il malto Golden Promise, che da quanto ho capito sarebbe la versione scozzese del Maris Otter, ed il luppolo Nugget. Quest’ultimo fu sviluppato dalla USDA (il Dipartimento dell'Agricoltura americano)  negli anni ’70 e commercializzato nel 1982:  venne ottenuto incrociando altre due varietà sperimentali, la USDA 65009 e la USDA 63015M, che nel proprio pedigree annoverano Brewers Gold, Early Green, Canterbury Golding  ed alcune varietà tedesche. Il Nugget, utilizzato principalmente per l’amaro, è una delle varietà più coltivate in Oregon e, negli anni ’90, costitutiva ben il 14% di tutta la produzione americana. 
Nonostante il nome scelto, non si comunque tratta di una IPA “single malt” e “single hop”: il Nugget dovrebbe essere affiancato da Warrior, Simcoe, Amarillo e Cascade, ma il condizionale è d’obbligo visto che non sono riuscito a verificare la veridicità della fonte. La Golden Nugget viene lanciata nel 2011 e, secondo le parole del proprietario Clark Lewey, è la birra che ha fatto scoprire l’amaro alla gente dell’Iowa. Nacque quasi per caso, quando un cliente del birrificio aveva acquistato una casa nel cui giardino crescevano delle piante di luppolo; i fiori vennero portati al birrificio ed utilizzati per realizzare una IPA molto amara che fu poi rielaborata dal birraio  Mike Saboe nella versione attuale.

La birra.
L’etichetta della bottiglia e la lattina quasi “scoppiano” di verde anticipando quanto arriverà poi nel bicchiere; anche questa lattina, come quella di PseudoSuse, non viene prodotta in Iowa ma presso gli impianti della Brew Hub in Florida. 
Il suo colore si colloca tra l’arancio ed il dorato carico, leggermente velato; la schiuma leggermente biancastra non è impeccabile, è un po’ grossolana ma ha comunque una buona persistenza.  Quattro i mesi passati dalla messa in lattina e l’aroma tiene ancora abbastanza bene anche se l’intensità non è esplosiva: pulito ed elegante, mette soprattutto in mostra le note resinose e di aghi di pino, il lieve carattere “dank” accompagnato in sottofondo da scorza d’agrumi e da note più dolci di polpa d’arancio, pompelmo rosa, passion fruit e papaia. Il gusto parte da queste fondamenta, da un sottofondo biscottato che sfuma subito nel leggero dolce della frutta tropicale: la loro è una presenza necessaria quanto basta per supportare l’amaro che è il vero protagonista di questa Golden Nugget. La bevuta si tinge subito delle verdi note dell’etichetta che non l’abbandonano più: resina e  “dank”, sfumature vegetali, un accenno zesty per un amaro intenso e muscoloso che mantiene sempre una bella eleganza senza raschiare o risultare troppo noioso. La chiusura è secca, solo un breve attimo di tregua prima di un lungo retrogusto che continua a diffondere amaro in modo intenso ad appagare qualsiasi “malato di luppolo”.
IPA pulitissima, dalla freschezza ancora accettabile, che sceglie di privilegiare la strada dell’amaro anziché quella più ruffiana della frutta: almeno questo è quanto osservo dalla lattina in questione, impossibile per me sapere come fosse la birra quattro mesi fa. Il livello non è sicuramente quello della PseudoSue, ma il confronto ha poco senso in quanto questa è una birra progettata con altri intenti, più bellicosi: ha un fardello considerevole di luppolo da portare a destinazione e lo fa con classe. Anche qui, siamo molto in alto. 
Formato: 47.3 cl., alc. 6.8%, IBU 56, imbott. 04/12/2015 10:45.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

domenica 27 marzo 2016

Toppling Goliath PseudoSue

Decorah, cittadina con ottomila abitanti circa, stato di Iowa, non lontano dal confine con Mississippi: Minneapolis si trova a 250 km mentre Des Moines, capitale dell'Iowa, è a 330. In questo angolo  poco conosciuto degli Stati Uniti opera da maggio del 2009 uno dei microbirrifici americani più promettenti e più ricercati dai beergeeks: Toppling Goliath. 
Sono Clark Lewey e la moglie Barb a fondarlo per sopperire alla  propria frustrazione di vivere in uno stato nel quale era difficile procurarsi qualcosa di decente da bere: "nel 2009 in questa zona era impossibile trovare un'IPA alla spina; era tutto controllato da Bud, Miller e Coors". L'avvio del piccolo birrificio "che rovescia Golia"(la multinazionale) è facilitato dal fatto che la famiglia Lewey opera da anni nel settore del Beverage con una grossa industria fornitrice di attrezzature, espositori e merchandising. Inizialmente Clark Lewey voleva produrre vino, nonostante il clima dell'Iowa rendesse impossibile coltivare la vite: la sua idea di importare uva dalla California e dall'Italia si rivela però poco praticabile. Scartato il progetto brewpub, che avrebbe significato anche gestire un ristorante, dopo alcuni anni di tentennamenti si opta per un microbirrificio: Clark passa sei mesi ad esercitarsi assieme alla moglie nel proprio garage con l'homebrewing, prima di autofinanziarsi vendendo una casa in Wyoming ed aprire le porte della Toppling Goliath che ha inizialmente a disposizione un impianto da soli 58 litri.
Il passaggio dal garage alla professione non è tuttavia così semplice e dopo otto mesi le chiavi della sala cottura vengono consegnate al birraio Mike Saboe, un promettente homebrewer di Iowa City. Ricorda Clark: "gli misi a disposizione un budget importante per ottenere le migliori varietà di luppolo, gli diedi carta bianca sulle ricette".
La tecnica di Saboe abbinata ad un'accurata scelta di materie prime inizia a portare lo sconosciuto birrificio dell'Iowa sulla bocca di molti beergeeks: il passaparola corre rapido e per due anni il piccolo impianto è costretto a effettuare tre cotte al giorno prima dell'arrivo di un più capiente da 11 ettolitri che tuttavia si rivela anch'esso insufficiente a soddisfare tutta la domanda. L'ultimo upgrade è quello del 2014 con un impianto da 35 ettolitri ormai già superato dall'ambizioso progetto di espansione da 10 milioni di dollari che vedrà, ad inizio 2017, un nuovo birrificio con sala cottura da 115 ettolitri. L'attuale location dovrebbe essere destinata alla produzione di birre acide, cosa che Topplig Goliath non ha ancora voluto fare per evitare ogni possibile rischio di contaminazione derivante dall'utilizzo dei lieviti selvaggi.
Nel 2015 Clark Lewey annuncia di aver raggiunto un accordo con la Brew Hub, Florida, una sorta di De Proef in terra statunitense, per la produzione in lattina di quattro birre: 17.000 gli ettolitri che arriveranno dalla Florida e che andranno a sommarsi ai 5000 prodotti annualmente dallo stabilimento in Iowa. Chissà se sia stato questo accordo con Brew Hub a far rassegnare improvvisamente le dimissioni al birraio Mike Saboe nel febbraio 2015: le due parti non hanno mai chiarito, parlando semplicemente di dissapori che sono stati tuttavia ricomposti a giugno dello stesso anno, quando Saboe è rientrato alla base.
Divertiamoci un po' con il beer-rating che, amatelo o odiatelo, diviene comunque spesso fondamentale nel portare sotto al riflettore molti birrifici che altrimenti resterebbero confinati ad una dimensione molto locale. Ratebeer mette Toppling Goliath tra i cento miglior birrifici al mondo e due delle sue birre (la Double IPA King Sue e la imperial stout Mornin' Delight) tra le cento migliori birre al mondo. Tra le migliori 100 birre al mondo secondo BeerAdvocate ce ne sono invece sei di Topping Goliath due delle quali (KBBS - Kentucky Brunch Brand Stout e  Mornin' Delight) si posizionano sul podio.

La birra.
PseudoSue è un'American Pale Ale single hop, 100% Citra: continuiamo a divertirci ancora con il beer-rating, con BeerAdvocate che la colloca al numero 35 tra le migliori birre al mondo. Secondo Ratebeer questa è la terza miglior American Pale Ale al mondo, dietro alla Zombie Dust di Three Floyds e alla What Is Enlightenment? di Hill Farmstead.
Di recente qualcuna delle lattine che escono dalla partnership con Brew Hub in Florida (i maligni negli Stati Uniti dicono che non siano assolutamente al livello delle bottiglie prodotte in Iowa) sono arrivate anche in Europa. La lattina non riporta il contenuto alcolico in percentuale: la PseudoSue nasce con un ABV del 5.8%, che dovrebbe essere stato elevato a 7% con il passaggio all'impianto da 30 barili. E' stata prodotta lo scorso gennaio, ed ha quindi sulle spalle quei due mesi e mezzo circa che sono il minimo da mettere in conto per le importazioni dagli Stati Uniti.
All'aspetto è dorata, quasi limpida e forma un cremoso cappello di schiuma bianca abbastanza compatto, dalla buona persistenza.  L'aroma è ancora abbastanza fresco e d'intensità davvero notevole, pungente e, soprattutto, pulitissimo: il cocktail di frutta (pompelmo, ananas, arancia e mango) viene completato da una lieve presenza di aghi di pino, di quell'intraducibile "dank" e da un'accenno di miele, con un gran bell'equilibrio complessivo. Difficile chiedere di più, se non qualche mese in meno dalla messa in lattina. La sensazione palatale è pressoché perfetta: corpo medio, carbonazione media, ottima scorrevolezza che non preclude una presenza morbida. Il gusto ricalca quasi in toto le orme dell'aroma con un ingresso dolce di frutta tropicale fresca (soprattutto ananas e mango) ed un tocco di miele che vengono subito incalzati dall'amaro del pompelmo, della resina e da quel "dank" che ricorda vagamente la marijuana. Gli elementi sono quelli noti, quello che invece impressiona è l'esecuzione: birra intensa e pulitissima, la cui buona freschezza permette ancora di coglierne ogni dettaglio nonostante qualche lieve cedimento dovuto al trascorrere del tempo. Nessun "fruttone" dolce all'inizio ma tanta delicata fragranza alla quale risponde un amaro intenso ma elegantissimo;  è lui il protagonista della seconda parte della bevuta, ma non viene mai lasciato solo: in sottofondo c'è sempre una patina dolce di frutta fresca che ogni tanto s'infila tra gli spazi amari per portare ulteriore equilibrio. E' un'American Pale Ale ma se ordinate una IPA e vi trovate questa nel bicchiere non avrete nulla di che lamentarvi: profumatissima, si congeda con un finale amaro intenso ma non troppo lungo che, assieme ad una buon livello di secchezza, lascia il palato pulito e pronto a ricominciare.
Indiscutibilmente una birra di gran classe o, se preferite, di "world class": mi dà un po' fastidio ammetterlo ma non se ne incontrano di questo livello in Europa ed in Italia. Il punto fondamentale è la materia prima, nella qualità delle varietà luppolo che gli americani riescono ad avere a disposizione; ci sono birrifici nostrani che si difendono molto bene anche con le "seconde scelte", ma è impossibile non notare la differenza quando ti capitano nel bicchiere birre come questa. Le APA/IPA sono uno degli stili più locali che ci siano, ma quando viaggiano ed arrivano in codeste condizioni è ancora possibile togliersi delle belle soddisfazioni.
Formato: 47,3 cl., alc. 5.8 - 7% ?, IBU 50, lotto 05/01/2016 12:50.

NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.