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giovedì 20 febbraio 2020

HOMEBREWED! Old Fashion Beers: Goes to Goslar, Point Break Saison & Blood Red Wine


Dopo una lunga assenza torniamo a parlare di birra fatte in casa con la rubrica HOMEBREWED!  Sul blog ritorna Andrea Di Grancio e il suo birrificio casalingo chiamato “Old Fashion Beers”, localizzato ad Empoli:  tre anni fa l’incontro fortuito con la birra artigianale che ha per sempre cambiato la sua percezione di questa bevanda. E’ stato l’inizio di un viaggio alla scoperta di stili e tradizioni brassicole, al quale si è presto affiancata la voglia di provare a fare la birra in casa districandosi tra pentoloni e fermentatori di plastica. 
A maggio 2018 mi aveva fatto assaggiare una Bitter ed un’American IPA che trovate qui; ad un paio d’anni di distanza Andrea è ancora attivissimo e mi ha mandato altre tre bottiglie. Vediamole: come sempre accade per le produzioni casalinghe aggiungo anche un ipotetico punteggio su scala BJCP.

Partiamo dalla Goes to Goslar: come il nome fa intuire si tratta di una Gose (3.8%) prodotta con malti Pilsner e Wheat Pale, fiocchi d’avena, luppoli Target ed East Kent Golding, lievito Voss Kveik#1, coriandolo e sale dell’Himalaya al momento dell’imbottigliamento. Si presenta di color paglierino, leggermente velata, schiuma cremosa e compatta, buona persistenza. L’aroma è fragrante, fresco, pulito e abbastanza intenso: pane, cereali, fiori bianchi, accenni di limone e mandarino, una delicata mineralità abbinata ad un pizzico di coriandolo. Al palato è leggera e scorrevolissima, vivacemente carbonata. La bevuta è ben bilanciata tra la dolcezza e l’asprezza della mela verde e del limone; la chiusura è secca e il finale delicatamente zesty. Una Gose pulita e precisa, molto in stile, caratterizzata da un uso molto razionale di sale e coriandolo; il risultato è assolutamente convincente e la birra evapora in pochi minuti. Segnale assolutamente positivo. C’è forse qualche lieve accenno acquoso di troppo a fine corsa ma è un dettaglio perdonabile in una birra così leggera. Per me è pronta per essere venduta commercialmente: le manca solo l’etichetta.
Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 8/10: totale 40/50

Point Break è invece una Saison (6.3%)  la cui ricetta prevede Pilsner e Wheat Pale, farro, luppoli Magnum e EastWell Golding, quest’utlimo autocoltivato.; il lievito è  WLP590 French Saison. Il suo aspetto è inappuntabile: dorata, schiuma generosa, pannosa, lunga ritenzione.  Fiori, banana, coriandolo, chiodi di garofano formano un bouquet discretamente pulito e non molto raffinato. In bocca le bollicine sono troppe anche per una Saison e tendono a mascherare quei sapori che già di loro non sono particolarmente intensi: pane, deboli accenni di miele e frutta a pasta gialla, un amaro finale terroso e zesty/curaçao di breve durata. C’è ancora molto da lavorare su questa ricetta: troppa banana, fenoli un po’ invadenti, carbonazione aggressiva, lieve astringenza e soprattutto bassa intensità. Per farla uscire un po’ dal guscio bisogna arrivare a temperatura ambiente ma in questo caso si annulla il suo potere rinfrescante. Bisognerebbe far risaltare maggiormente la componente fruttata, limitando la banana e bilanciarne il dolce con una leggera acidità: senza dimenticare quel carattere rustico che in una Saison non dovrebbe mancare mai.  Saison al farro? Per me è questa la massima espressione alla quale qualsiasi altra produzione dovrebbe cercare di avvicinarsi.
Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 10/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10: totale 27/50

Passiamo a Blood Red Wine, Barley Wine (8.4%) con aggiunta di castagne affumicate, malti Maris Otter, Castagne, CaraPils, Crystal 240, Special B e CaraRed, luppolo Magnum, lievito US05. Anche questa è una birra molto bella da vedere, anche se la fotografia non le rende giustizia: ambrata con accesi riflessi rossastri, schiuma cremosa e compatta. L’aroma regala profumi di marmellata d’arancia e d’albicocca, caramello e biscotto: intensità e pulizia ci sono, peccato per l’affumicato che ricorda la plastica bruciata. Il mouthfeel è molto buono; barley wine dal corpo medio, delicatamente carbonato, morbido. La bevuta è coerente con l’aroma delineando una birra abbastanza pulita e intensa, dal profilo ovviamente dolce caratterizzato da biscotto, caramello, uvetta e prugna disidratata, marmellata d’albicocca. L’alcool si fa sentire ma non disturba, in chiusura c’è un breve passaggio amaricante terroso ma anche una leggera astinenza. Dedico un paragrafo a parte alla castagna affumicata: personalmente bandirei per legge l’uso della castagna nella birra, ma in questo caso il mezzo vuole soprattutto veicolare il carattere affumicato. Purtroppo è un fumo che a me continua a ricordare la gomma e la plastica bruciata e quindi lo trovo piuttosto penalizzante per la base di un Barley Wine che sarebbe invece abbastanza ben fatto. Per quel che mi riguarda tenterei altre soluzioni per affumicare la birra.
Aroma 6/12, Aspetto 3/3, Gusto 12/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 6/10: totale 31/50

Concludendo: benissimo la Gose, da rivedere la Saison, via le castagne dal Barley Wine  😉.  Ringrazio di nuovo Andrea per avermi fatto assaggiare le birre e spero che le mie indicazioni possano essergli utili per migliorare le ricette.

giovedì 20 dicembre 2018

HOMEBREWED! Pine Verdi: America Works & Gaylord Porter


Ultimo appuntamento dell’anno con le birre fatte in casa e quindi con la rubrica HOMEBREWFED! Dalle colline fiorentine di Impruneta ecco Tommaso Righi, Nicola Mansuino e il loro birrificio casalingo Pine Verdi. Il perché del nome è presto spiegato: pini e pigne abbondano nella zona e le “pine” (come vengono chiamate in gergo) ricordano visivamente i coni di luppolo. 
Tommaso e Nicola acquistarono per curiosità nel 2008 un kit per fare la birra in casa e da allora non si sono più fermati al ritmo di 8-10 cotte l’anno; dai kit sono pian piano passati all'All Grain ed oggi producono (lascio a Tommaso la parola)  “circa 45/50lt di birra finita con un impianto a 3 pentole con mash automatizzato tramite Arduino e un'applicazione scritta in Java che effettua il monitoraggio delle temperature e l'accensione/spegnimento in automatico del fornello a gas (metano). La miscelazione viene effettuata elettricamente da un motorino da tergicristalli sul coperchio della pentola di mash e il fly sparge è eseguito tramite una piccola pompa da cantina. Riguardo al raffreddamento, abbiamo sostituito la serpentina di rame con uno scambiatore in controflusso in tubo autocostruito e gestiamo la fermentazione in un freezer a pozzetto controllato con da termostato esterno che si occupa di far partire il congelatore per far scendere la temperatura o una resistenza da terrario da 30W per aumentarla. Le temperature vengono registrate tramite un sistema di logging autocreato sempre con Arduino e poi riportate su un foglio Excel che con delle macro crea il grafico di fermentazione. Abbiamo anche autocostruito un agitatore magnetico che ci consente di effettuare degli starter di capacità superiori al litro, diciamo fino a 4/5 litri. Concludiamo imbottigliando con una riempitrice automatica Enolmatic".

Le birre.
Partiamo dall’Amercian Wheat Ale chiamata America Works (4.2%): malti pilsner e wheat, luppoli Centennial per amaro e Citra (Cryo) per aroma utilizzato negli ultimi 15 minuti, lievito  SafAle US-05. Nel bicchiere è di color giallo paglierino, opalescente; la generosa schiuma è cremosa e compatta e mostra ottima ritenzione.  Il naso è fresco e pulito: profumi floreali si mescolano a quelli di mandarino, bergamotto, lime e limone con un risultato gradevole e già di suo rinfrescante. Al palato è leggera ma non troppo: dal punto di vista tattile sembrerebbe una birra con qualche punto alcolico in più di quelli reali. La bevibilità non è comunque in discussione: è una session beer che scorre a grande velocità e che regala soddisfazioni. Crackers, pane e cereali, accenni dolci di pesca e frutta tropicale supportano a dovere un amaro zesty ed erbaceo di buona intensità ed eleganza; chiude molto secca, retrogusto di cereali e palato pulito e subito desideroso di un nuovo sorso. Le si perdona facilmente anche qualche leggero calo di tensione (leggi “acquoso”) perché complessivamente c’è una buona intensità a fronte di una gradazione alcolica modesta. Per me è una birra molto ben riuscita: c’è ancora spazio per migliorare la pulizia e anche l’espressività aromatica potrebbe essere un po’ più variegata (effetto Cryo?) ma siamo davvero ai dettagli. E’ una birra rinfrescante e dissetante che idealmente berrei ogni sera d’estate. Complimenti.  Questa la valutazione su scala BJCP: aroma 8/12, aspetto 3/3, gusto 16/20, mouthfeel 4/5, impressioni generali 8/10, totale 39/50.

Le cose non sono andate altrettanto bene per quel che riguarda la Gaylord Porter (5.8%), la cui ricetta prevede malti Maris Otter, Brown Malt, Pale Chocolate, avena in fiocchi, luppoli Perle ed East Kent Golding,  lievito: SafAle S-04. L’aspetto, mi tocca dirlo, è piuttosto bruttino: marrone chiaro, torbido, con riflessi quasi dorati:  la schiuma è generosa, abbastanza compatta ed ha un’ottima persistenza.  Pane nero, biscotto, accenni di tostature e di caffè compongono un aroma che ha buona intensità e un discreto livello di pulizia e finezza. I problemi arrivano al palato: la bevuta è slegata, poco pulita, fastidiosamente astringente, dall’intensità troppo dimessa e con qualche eccesso acquoso di troppo. Gli elementi giusti ci sarebbero; caramello, pane nero, delicate tostature e caffè, persino qualche suggestione di cioccolato che emerge quando la temperatura si avvicina a quella dell’ambiente. Emergono anche esteri (prugna e uvetta  -- per me benvenuti se ricordassero il “fruit cake”) che però non riescono ad amalgamarsi agli altri elementi. L’alcool è ben nascosto, non c’è quasi amaro, la bevuta chiude astringente e solo nel retrogusto arriva qualche suggestione terrosa e di caffè. Se mi fossi trovato davanti questa birra senza nessuna informazione avrei detto senza esitazioni “è una brown ale”, a partire dal colore. Il risultato è tutto sommato bevibile ma ci sono molte, tante cose da sistemare per poter parlare di una porter di nome e di fatto.  Questa comunque la valutazione su scala BJCP: aroma 7/12, aspetto 2/3, gusto 9/20, mouthfeel 3/5, impressioni generali 6/10, totale 27/50. 
Ringrazio Tommaso e Nicola per avermi fatto assaggiare le loro produzioni e spero che i miei appunti di bevuta possano essere utili per migliorare le ricette.

Nel dettaglio:
America Works, 50 cl., alc. 4.23%, prodotta  03/11/2018, imbottigliata 18/11/2018
Gaylord Porter, 50 cl., 5.84% ABV, prodotta  28/10/2018, imbottigliata 03/11/2018

giovedì 6 dicembre 2018

HOMEBREWED! Tommaso Mainardi - Drink Sleep Weepeat

Con frequenza ormai quasi quadrimestrale rieccoci a parlare di produzioni casalinghe nell’ambito della rubrica HOMEBREWED! Diamo oggi il benvenuto a Tommaso Mainardi, homebrewer operativo a Castelvetro sulle colline modenesi e attivo dal 2014. Il suo percorso inizia come quello di tanti con un kit da estratti per poi passare, dopo qualche anno all’e+g; da inizio 2017 il passaggio definitivo al metodo All Grain.  Nel caso di Tommaso la passione per la birra artigianale si è sviluppata in parallelo (e non prima) al proprio hobby: la sua produzione è di circa 8-10 birre all’anno mediante una pentola inox da 50 litri,  un frigorifero "da campeggio" da 46 litri per l'ammostamento  (single step) e  abbattimento dei  tempi con la tecnica del no-sparge. Per la fermentazione utilizza un frigo  controllato da termostato esterno. Nel suo giardino – come credo in quello di ogni homebrewer – c’è anche qualche piantina di luppolo. Tommaso mi ha inviato per l’assaggio una bottiglia di Wee Heavy / Strong Scotch Ale prodotta con la variante “malto torbato”; è la prima volta che si cimenta con questo stile. La ricetta, oltre al Peated, include malti Pale, Crystal, Biscuit e Roasted, lieveito Safale S-33 e luppolo Polaris in amaro. Nome ed etichetta creati ideati appositamente per l’apparizione sul blog: Drink, Sleep and Weepeat (7.2%).

La birra.
Dalla foto non si direbbe, ma nel bicchiere si presenta  di un bel color ambrato piuttosto carico ed illuminato da intense venature rossastre; la schiuma è fine, compatta ed ha una buona persistenza. L’aroma è abbastanza intenso e dominato dal torbato, la cui finezza lascia però un po’ a desiderare; note fenoliche ricordano la plastica bruciata e c’è più di un accenno di formaggio (affumicato). Le note maltate (biscotto e caramello) sono sovrastate dagli esteri fruttati che appaiono un po’ fuori controllo, con qualche eccesso di mela verde.
Le cose migliorano al palato, a partire da un mouthfeel morbido e poco carbonato che permette a questa Wee Heavy di scorrere con buona facilità nonostante la gradazione alcolica. Il gusto risulta maggiormente equilibrato dell’aroma, anche se personalmente cercherei di far risaltare maggiormente le note caramellate, biscottate e quel carattere “nutty” tipicamente anglosassone rispetto agli esteri (prugna, uvetta e anche un po’ di mela). Il torbato arriva soprattutto nel finale ma anche qui si porta dietro qualche leggera deriva di plastica bruciata; una breve parantesi amaricante, terrosa e leggermente tostata, anticipa il tiepido retrogusto di frutta sotto spirito. Si potrebbe dire “buona intensità ma non altrettanto controllo” in questa Scotch che necessita di diversi aggiustamenti; come primo tentativo con lo stile il risultato è comunque discreto e la birra si lascia bere senza grossi problemi.  Oltre a pulizia e definizione, migliorabili entrambi, c’è secondo me da lavorare soprattutto su lievito/esteri e sulla qualità del torbato; nella speranza che questi miei appunti siano utili a Tommaso per migliorare la propria birra. Nel frattempo un grazie per avermela fatta assaggiare e la solita  “pagellina” su scheda BJCP: 32/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).
Formato 50 cl., alc. 7.2%, IBU 30, imbott. 07/10/2018.

martedì 15 maggio 2018

HOMEBREWED! Old Fashion Beers: Best Bitter & Bitter Soul IPA

Oggi torniamo a parlare di birra fatte in casa con la rubrica HOMEBREWED!  Dalla Toscana ecco Andrea Di Grancio e il suo birrificio casalingo chiamato “Old Fashion Beers”:  tre anni fa l’incontro fortuito con la birra artigianale che ha per sempre cambiato la sua percezione di questa bevanda. E’ stato l’inizio di un viaggio alla scoperta di stili e tradizioni brassicole, al quale si è presto affiancata la voglia di provare a fare la birra in casa districandosi tra pentoloni e fermentatori di plastica. Due sono le bottiglie che Andrea mi ha inviato ad assaggiare: e mai uso migliore poteva essere fatto per riciclare il vetro della Peroni da 66 centilitri!

Partiamo da una Best Bitter (4.3%) , primo tentativo di Andrea con questo stile poco di moda ma a me sempre piuttosto  gradito. La ricetta prevede malto Maris Otter, un tocco di CaraRed, Crystal 100 e Carapils. luppoli Target, Fuggle ed E.K. Golding, lievito WLP013 London Ale. 
Il suo colore quasi limpido è ambrato con intense venature rossastre la schiuma è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Al bell'aspetto fa seguito un naso pulito e dalla discreta intensità: ciliegia e prugna sono protagonisti assieme ad altri esteri che suggeriscono quasi la fragola; in secondo piano biscotto e caramello, qualche accenno di marmellata. La sensazione palatale è buona, con quella scorrevolezza necessaria in una session beer ed una carbonazione contenuta. Il gusto mostra buona corrispondenza con l'aroma: caramello e biscotto, ciliegia, un finale amaro nel è protagonista il terroso. Buon equilibrio e semplicità in una bitter da bere ad oltranza nella quale emerge il carattere inglese: il livello è buono, c'è pulizia e una discreta intensità, non ci sono difetti. Personalmente cercherei tuttavia di controllare meglio gli esteri per valorizzare ulteriormente la componente maltata e tirare fuori quel carattere nutty, quella frutta secca che non dovrebbe mai mancare in queste birre. C'è anche qualche passaggio un po' slegato, nella quale acqua e sapori appaiono su due livelli paralleli e quella sensazione acquosa, anche in una birra così leggera  non ci dovrebbe essere. Come primo tentativo di bitter direi che il risultato è soddisfacente, è una birra gradevole da bere che non stanca e può tenere compagnia per tutta la serata.
Come al solito per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  37/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).

Attraversiamo ora l'oceano atlantico per assaggiare l'American IPA chiamata Bitter Soul (5.9%). Nel pentolone ci finiscono malti Maris Otter, Pilsner, Munich I, Carapils e CaraRed, luppoli Citra e Mosaic sia in bollitura che in aroma: il lievito è l'immancabile US-05. 
Anche lei è quasi limpida (chiarificata con crash cooling e gelatina alimentare) e si presenta di color oro antico: impeccabile la schiuma biancastra, cremosa, compatta, molto persistente. Non c'è molta intensità nell'aroma ma la pulizia e gli elementi giusti non mancano: sarebbe importante valorizzarli tirandoli fuori maggiormente. Mango, ananas, melone, accenni di frutti di bosco tipici del Mosaic, pompelmo. La sensazione palatale è gradevole ma il gusto fa purtroppo un passo indietro: se la scarsa intensità aromatica non era un dramma, al gusto le cose si complicano. E' una IPA con un grosso freno a mano tirato sostenuta da una base maltata di pane e biscotto: da qui in poi il palcoscenico dovrebbe essere in mano ai luppoli ma ciò non accade. Si procede con passo dimesso e poco definito: qualche ricordo di frutta tropicale ma sopratutto un amaro molto poco incisivo e corto, nel quale domina un carattere vegetale a sostituire quella resina o quel pompelmo che vorrei trovare in una Ipa a stelle e strisce.  C'è anche una leggera sensazione di tostato. Una maggior attenuazione le gioverebbe sicuramente, l'alcool è ben gestito: c'è equilibrio ma manca mordente e anche questa birra appare un po' slegata in alcuni passaggi. Parecchi aspetti da rivedere e migliorare in una IPA senza off-flavors evidenti: bevibile ma certamente non memorabile.
Questa la valutazione su scala BJCP:  28/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 9/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 5/10).
Ringrazio Andrea per avermi fatto assaggiare le sue birre e spero che le mie indicazioni possano in qualche modo essere utili per migliorare.
Nel dettaglio:
Best Bitter, formato 66 cl., alc.4.3%, IBU 30.
Bitter Soul IPA, formato 66 cl., alc. 5.9%, IBU 50, imbott. 04/2018

giovedì 1 febbraio 2018

HOMEBREWED! The yeast circle: Maybe a not so dumb blonde & Oscar Milde

Dopo un semestre di silenzio ritorna sul blog l’angolo dedicato alle vostre produzioni casalinghe di HOMEBREWED!  Lo riesumo grazie a Carmine Ianni, homebrewer di Pescara ma trasferitosi a Torino per lavoro (sviluppatore software) da sei anni. Nel suo passaggio da “la birra mi fa schifo” a “voglio farmela in casa” forse molti di voi si ritroveranno; la colpa è soprattutto delle anonime lager industriali del supermercato. Ma sugli stessi scaffali della grande distribuzione Carmine ha trovato anche qualche birra più interessante (HB, Paulaner) che lo hanno stimolato a scoprire un nuovo mondo: belga e anglosassone le sue tradizioni brassicole preferite, con un amore in particolare per il luppolo. 
Nel 2014 Carmine è già stato contagiato dalla “malattia” per la birra di qualità e inizia con l’homebrewing quasi per caso: il colpevole è il manuale di Davide Bertinotti  “La birra fatta in casa”.  Saggia la sua decisione di partire subito con l’All Grain senza percorrere le anticamere dei kit e degli estratti; le sue prime produzioni ricevono i complimenti degli amici ma, causa trasloco, l’attività s'interrompe per quasi un anno e riparte solo a settembre 2016 sul nuovo Grainfather con cotte da 12 litri. Il ritorno è comunque col “botto” la sua grodzinskie si piazza al terzo posto di una tappa del campionato nazionale di organizzato da MoBI e la sua extra stout arriva alla fase finale del concorso piazzandosi al nono posto su 95 birre. 
Nel 2017 Carmine è riuscito a realizzare 18 cotte, con una predilezione per IPA e DIPA ed ha deciso di inviarmene qualcuna: purtroppo la sua Double IPA è andata in frantumi durante il trasporto, quindi mi devo “accontentare” di una Golden e di una Mild Ale. Il nome scelto per il proprio birrificio casalingo è The Yeast Circle - A Wild Brewery, anche se con le fermentazioni selvagge ammette di avere attualmente in corso solo qualche timido esperimento; belle e professionali le etichette, che Carmine impagina e manda poi manda addirittura a stampare in tipografia! 

Partiamo dalla Blonde/Golden Ale chiamata Maybe a not so dumb blonde (4.8%):  l’idea di base è secondo me una delle sfide più difficili che anche i birrai professionisti si trovano ad affrontare, ovvero realizzare una birra semplice e facile da bere che non risulti tuttavia banale o blanda. La lista degli ingredienti elenca malti: pilsner, monaco e aromatic, fiocchi d’avena, luppoli Centennial, Waimea e  Huell Melon, lievito US-05. 
Il suo colore è un bel dorato carico velato sul quale si forma una cremosa e compatta schiuma bianca, dall’ottima persistenza. L’intensità aromatica è davvero molto bassa, a fatica s’avvertono profumi floreali, di pesca e arancia, biscotto, forse miele. Il gusto purtroppo si muove nella stessa direzione con un’intensità troppo bassa anche per quella che dovrebbe essere una (quasi) session beer semplice da bere ad oltranza. Affinchè esca qualche sapore in più bisogna attendere che la birra s’avvicini alla temperatura ambiente, ma così facendo ne viene ridotto il suo potere rinfrescante e dissetante: pane e biscotto, un lieve fruttato che richiama l’arancia, una punta finale amara tra l’erbaceo e il terroso. La sensazione palatale è morbida e gradevole, ma la sfida di creare una birra semplice ma con personalità non è purtroppo stata vinta.  Non ci sono difetti/off flavors ma l’intensità è davvero troppo modesta e la sensazione di bere (quasi) un bicchiere d’acqua è troppo presente. Molto lavoro da fare, quindi.
Questa quella che sarebbe la mia valutazione su scala BJCP: 26/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 9/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 5/10).

Di tutt’altro livello è invece la Dark Mild chiamata Oscar Milde (3.4%): uno stile non molto frequentato, anche dal sottoscritto, del quale a memoria ricordo di aver bevuto soltanto un paio di esempi: qui e qui. Anche qui Carmine cerca di realizzare una birra semplice e facile da bere ma con personalità e intensità: il titolo scelto è secondo me molto azzeccato, e in etichetta potreste ammirare Wilde che “si cimenta in elucubrazioni filosofiche mentre dall’altra parte l’avatar lo invita a smetterla di complicarsi la vita e di farsi una sana pinta di birra".  La ricetta elenca malti Maris Otter, Ciscuit, Crystal e Chocolate, red crystal (segale), luppolo east kent goldings e lievito: english ale WLP002.
Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro e anche in questo caso la cremosa schiuma è impeccabilmente compatta e persistente. Pane nero, biscotto, caramello ed esteri fruttati (prugna, uvetta) compongono un aroma abbastanza intenso ma soprattutto pulito e fragrante. La sensazione palatale è ottima, poche bollicine, corpo medio-leggero ma sopratutto nessuna deriva acquosa in una birra dalla gradazione alcolica così bassa. Il gusto prosegue nella stessa direzione riproponendo caramello e pane nero, qualche nota biscottata, un dolce leggermente sciropposo che richiama di nuovo prugna e uvetta, una chiusura abbastanza secca e un finale leggermente di modesta durata ed intensità, nel quale note terrose incontrano un po' di frutta secca a guscio. La bevuta è molto pulita e molto bilanciata, facilissima e piuttosto gradevole: una Dark Mild ben fatta e un obiettivo (birra semplice ma non banale) raggiunto. Qualcosina in più per quel che riguarda l'intensità si potrebbe auspicare, ma personalmente aggiusterei sopratutto il mix dei malti per donarle un carattere ancora più inglese: al momento vedo l'elemento "pane nero" molto dominante, il che in una bevuta alla cieca mi farebbe pensare ad una schwarzbier tedesca. 
Ecco la pagellina su scala BJCP: 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10).
Ringrazio nuovamente Carmine per avermi fatto assaggiare le sue birre e spero che le mie considerazioni possano essere in qualche modo utili per migliorarle. 

martedì 18 luglio 2017

HOMEBREWED! Andrea Di Taranto: Hey Guys! e Brett Belgian IPA

Ultimo appuntamento con le birre fatte in casa prima della pausa estiva; le temperature attuali sconsigliano la spedizione di bottiglie e mi tocca dunque attingere dal frigorifero gli ultimi due esemplari recapitatemi prima del caldo estivo. Ringrazio quindi Andrea Di Taranto, homebrewer nato a Forlì ma oggi residente a Bologna, che vi avevo presentato un paio di mesi fa con due birre. 
Homebrewer dal 2013 con l’aiuto e gli incitamenti della sorella, sostituisce rapidamente i kit on l'E+G e poi passa all’All Grain a fine 2014: si procede al ritmo di una cotta al mese da venti litri e le bottiglie vengono anche iscritte ai primi concorsi. In una pentola da 40 litri sono effettuati sia mash che bollitura, dopo la filtrazione con un semplice filtro zapzap; travasi, ossigenazione e controllo delle temperature avviene manualmente.  Andrea mi confessa l’amore (condiviso) per il Belgio e per le saison, ed è proprio da qui che oggi partiamo.

La birre.
Ammetto di aver stappato la bottiglia con poco entusiasmo: il nome scelto (Hey Guys!) ma soprattutto la descrizione (smoked farmhouse ale) non erano il miglior biglietto da visita. Le parole  “saison” e “affumicato” per me sono incompatibili, almeno in teoria: la realtà si è invece rivelata sorprendentemente diversa. La ricetta elaborata da Andrea prevede malti Pils e Vienna, malto di farro, fiocchi di frumento e malto di frumento affumicato: quest’ultimo (usato tradizionalmente nelle Grodziskie) è stato scelto per donare alla birra un profilo meno invadente dei classici malti Rauch o Peated; il luppolo utilizzato è Hallertauer Mittlefruh. Ma una saison si fa col lievito e i primi tentativi con il Wyeast French Saison si sono rivelati poco soddisfacenti; Andrea ha preferito virare sul Sigmund's Voss Kveik della Yeast Bay. Dalla Vallonia, terra d’origine delle saison, ci spostiamo quindi in Norvegia dove kveik identifica il ceppo di lievito che ogni fattoria si tramanda(va) di generazione in generazione. Per sottolineare la diversa origine geografica del lievito la birra è stata quindi deifnita “farmhouse ale”  anziché “saison”.
Il suo colore è arancio pallido e forma un'esuberante testa di schiuma pannosa che obbliga ad una lunga attesa per riuscire a comporre il bicchiere. Al naso c'è pulizia ed una buona complessità: i profumi di arancia, di frutta a pasta gialla, limone e mela Golden sono affiancati da una leggera affumicatura e dal carattere rustico del lievito. Il risultato è convincente anche se l'affumicato, forse mischiandosi alla componente fenolica del lievito, tende in alcuni passaggi a richiamare vagamente la plastica bruciata rovinando un po' l'eleganza dell'aroma. Al palato c'è una carbonazione un po' troppo aggressiva anche per una saison, ma basta agitare un po' la birra nel bicchiere per riportarla su livelli accettabili. C'è un bel carattere fruttato, ricco di arancia e pesca, che a tratti ricorda la frutta candita; la birra è comunque ben bilanciata da una gradevole acidità e da una buona secchezza. L'affumicato entra in scena negli ultimi momenti della bevuta, accompagnandosi alle note amaricanti terrose del luppolo. Con un'ottima intensità ed un buon livello di pulizia la Hey Guys" di Andrea è una saison/farmhouse nella quale il lievito lavora piuttosto bene e che si beve con grande facilità. Avrei solo due appunti da fare: il primo riguarda alla componente zuccherina, secondo me un po' eccessiva. Riducendola la birra risulterebbe più snella e il ritmo di bevuta sarebbe ancora maggiore, incrementandone il potere dissetante. Il secondo riguarda la (tanto da me temuta) affumicatura: il suo livello è perfetto, percepibile senza essere invadente, si tratta solo di lavorare sull'accoppiata fumo-fenoli per scongiurare quell'effetto "plastica affumicata" che in alcuni tratti mi sembra di percepire.
Come faccio sempre per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  40/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10).

La seconda birra è una diretta discendente della Belgian IPA chiamata Mr. Peterson che avevo bevuto lo scorso maggio: Andrea ha voluto far rifermentare alcune di quella bottiglie (cinque, per la precisione) con fondi recuperati da una bottiglia di Bang Bretta del Birrificio Italiano. Il resto della ricetta, ricordo, annovera malto Pils, una piccola percentuale di Vienna, fiocchi di frumento, luppoli Challenger e Marynka per l'aroma, Saaz per l'amaro, lievito Wyeast 3522.
Di colore arancio torbido, questa Brett Belgian IPA forma una cremosa e compatta testa di schiuma bianca dall'ottima persistenza. Le note funky e rustiche dei brettanomiceti danno subito il benvenuto al naso: sudore, cuoio e polvere, qualche accenno di formaggio. Ad ingentilire un po' il bouquet olfattivo arriva qualche profumo di fuori bianchi e di polpa d'arancia: in una ipotetica bevuta alla cieca il primo pensiero andrebbe subito ad una bottiglia di Orval con un paio d'anni di vita alle spalle. Mouthfeel perfetto e rispettoso del DNA belga: vivaci bollicine, bevuta snella, corpo medio. Il gusto ripropone senza grandi divagazioni quanto espresso dall'aroma: pane, miele e qualche accenno biscottato fanno da contraltare al lavoro dei lieviti selvaggi. La componente brettata/rustica non si porta fortunatamente dietro le "puzzette" che a volte la contraddistingue  e, con un finale terroso e leggermente erbaceo riporta di nuovo alla mente l'Orval. Più che di Brett Belgian IPA mi piacerebbe quindi incasellarla nel filone delle Belgian Ale generosamente luppolate: secca,  attraversata da una piacevole acidità, è una birra che si beve con grande piacere e interesse. Per il mio gusto cercherei solamente di far emergere una maggior componente fruttata per conferirle un'ulteriore complessità/profondità e, sopratutto, aggiungere qualche ulteriore elemento che possa dialogare con il funky dei brettanomiceti.
Questa la valutazione su scala BJCP:  41/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 5/5, impressione generale 8/10).

Personalmente ritengo il Belgio il vero banco di prova per un birrificio e, quindi, anche per un homebrewer; sono rimasto davvero molto ben impressionato da queste due birre. Entrambe con un buon livello di pulizia e di gestione del lievito: oltre al ringraziamento per avermi inviato le birre ad Andrea vanno quindi anche i miei complimenti! 

Nel dettaglio:
Hey Guys!, 33 cl., alc. 5.8%, imbottigliata 09/01/2017
Brett Belgian IPA, 33 cl., alc. 7%, IBU 50, imbott. 03/2017.

lunedì 12 giugno 2017

HOMEBREWED! Birrificio del Molino: Ride the Bastard (BA Wee Heavy) & Your Doom (Peated Imperial Stout)

Nuovo appuntamento con HOMEBREWED!,  lo spazio dedicato alle vostre produzioni casalinghe. Tocca nuovamente al birrificio casalingo marchigiano del Molino, ovvero gli homebrewers Leonardo Tufoni, Matteo Catalini e Matteo Pulcini, del quale avevo assaggiato una “Chili IPA” poco tempo fa.  Le due birre di oggi non sono esattamente quello a cui normalmente pensate per rinfrescarvi in una calda giornata estiva ma basta attendere una serata di pioggia per creare l'occasione giusta.
Partiamo dalla Ride the Bastard, una potente (13.2% ABV) Wee Heavy  invecchiata per circa cinque settimane in botte di rovere.  L’ispirazione viene ovviamente dalle muscolose interpretazioni dello stile fatte dai birrifici americani; Leonardo cita la Ride the Lion di Clown Shoes  e la Backwoods Bastard di Founders come muse ispiratrici, due birre che da amante delle Wee Heavy desiderava bere ma non riusciva a reperire in giro.  Ma dove non riesce ad arrivare lo shopping ci pensa l’homebrewing: non trovi la birra che vorresti? Fattene una simile in casa! 
Malti Maris otter, Crystal 80L e  Carafa III special, luppolo Columbus e lievito Wyeast scottish ale vengono utilizzati per una birra la  cui preparazione utilizza anche il “boil down”, ovvero la bollitura di una parte del mosto in un recipiente più piccolo sino a quando non diventa uno sciroppo per poi raggiungerlo alla pentola principale. In mancanza delle botti ex-bourbon, non semplici da reperire per un homebrewing italiano, si opta per una botte di rovere.  Questa birra si è piazzata al secondo posto nel concorso 2016 organizzato da Birrando S’Impara  e decima a quello dei Southern homebrewers.
Il suo colore è un tonaca di frate piuttosto carico con qualche venatura rossastra; la schiuma cremosa e compatta mostra un'ottima persistenza per una birra dal contenuto alcolico così elevato. Prugna, uvetta, ciliegia sotto spirito e caramello danno forma ad un naso pulito ma dall'intensità modesta che viene impreziosito da lievi note legnose. La sensazione palatale è davvero ottima: corpo quasi pieno, poche bollicine, birra viscosa e morbida che avvolge il palato. L'unico problema di quella che sarebbe un'ottima Scotch Ale è la componente etilica, molto, tanto troppo in evidenza: la bevuta è potente ma sono necessarie troppo pause tra un sorso e l'altro per riprendersi dalla "botta" etilica. Finiscono così in secondo piano il caramello e gli esteri fruttati di una bevuta piuttosto dolce che viene tuttavia molto ben bilanciata da un'ottima attenuazione e, ovviamente, dall'alcool. Un tocco di legno nel finale, una lievissima e perdonabile astringenza prima di un retrogusto etilico che brucia un po', ovvero un ruvido abbraccio.  
Questa la  valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 5/5, impressione generale 7/10). 

Passiamo ora alla Your Doom, una potente (12% ABV) imperial stout prodotta con una percentuale di malto torbato. L’idea di Leonardo e dei suoi compagni di birra era di unire due stili da loro molto amati: imperial stout e birre affumicate; assaggi recenti di whiskey torbati hanno poi determinato la scelta di utilizzare un malto “peated” anziché “smoked”.  Al contrario di quanto pensassi, il nome scelto non è assolutamente un tributo a una qualche canzone di un gruppo heavy metal: è in realtà il nickname scelto da un giocatore professionista  americano di poker. Contattato da Leonardo, ha accettato di “prestare” il suo nome alla birra a patto che gliene fosse tenuta da parte una bottiglia da bere nel corso della sua prossima visita in Italia.  La ricetta parla di malti Maris otter, Vienna, Caramunich III, Aromatic, Carafa I special, Carafa III special, Peated e Roasted barley, luppolo Magnum e lievito US-05.
Nel bicchiere è nera e genera una bella testa di schiuma color nocciola, cremosa e compatta. L'alcool (12%) fa subito capolino al naso e non è supportato da un adeguata compagnia: ci sono solo delle leggere tostature, un tocco torbato e un po' di salamoia a comporre un aroma poco intenso, poco pulito e  - tocca ammetterlo - poco invitante. Anche in questa birra l'alcool è protagonista e la bevuta diventa da subito lenta e difficoltosa: peccato, perché la sensazione palatale sarebbe quella giusta, quella che manca a quasi tutte le Imperial Stout prodotte in Italia. Corpo quasi pieno, consistenza viscosa e morbida. Caramello e tostature cercano di mettere la testa fuori dall'alcool accompagnate da un tocco torbato in un gusto che non inizia male ma che non brilla di pulito. Purtroppo strada facendo c'è solo tanta monotonia e nessuna sorpresa finale; anziché la ricchezza delle tostature, del caffè o del cioccolato la chiusura vede l'alcool un avido protagonista che si porta via qualsiasi cosa e domina la scena arrivando rapidamente a saturare il palato. Questa la  valutazione su scala BJCP:  25/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 8/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 5/10). 
La componente etilica è il maggior problema da risolvere per migliorare queste due ricette: va bene disegnare una birra potente ma non si deve mai perdere di vista l'equilibrio e, soprattutto la bevibilità.  La birra deve scaldare senza bruciare, la bevuta dev'essere potente ma si deve riuscire a sorseggiare con relativa facilità: eccone un esempio commerciale.  
La birra dietro all'alcool della Ride the Bastard c'è e mi sembra solida. Apprezzabile anche l'apporto dato dal passaggio in botte. Si potrebbe migliorare l'intensità dei profumi e dei sapori (malti ed esteri fruttati) portandoli davanti (e non dietro) alla componente etilica. La Your Doom, al di là del problema etilico, ha invece bisogna di una profonda revisione: manca pulizia e sopratutto manca quella ricchezza di aromi e sapori a supporto di una gradazione alcolica così importante: altrimenti è senz'altro meglio abbassare l'asticella etilica.
Ringrazio ovviamente Leonardo per avermi inviato le due bottiglie da assaggiare.

Nel dettaglio:
Your Doom, 50 cl.,  alc. 12%, imbotigliata 28/01/2017
Ride the bastard, 50 cl., alc. 13.2%, imbottigliata 31/01/2016

domenica 21 maggio 2017

HOMEBREWED! Andrea Di Taranto: Mr. Peterson (Belgian IPA) e Real IPA

Rieccoci ad HOMEBREWED! l'angolo dedicato alle birre fatte  tra le mure domestiche. Oggi tocca ad Andrea Di Taranto, homebrewer nato a Forlì ma oggi residente a Bologna; nella sua città natale è nel 2011 il  locale Barbeer a fargli scoprire la birra, bevanda che lo aveva lasciato piuttosto indifferente sino ad allora. E' la Sierra Nevada Pale Ale, birra che ha "convertito" migliaia di bevitori americani portandoli al craft, a colpire Andrea anche se non in maniera positiva. Troppo amara, una sensazione spiacevole che si  trasforma in una sfida: trovare una birra, in quel rinomato locale che ne aveva così tante, di suo gusto. E' la Blanche De Namur della Brasserie du Bocq la birra-chiave che apre le porte di un mondo fatto di sapori e di stili diversi che Andrea prima approfondisce su alcuni libri e poi, spronato dalla sorella, sui fornelli di casa. 
E' il 2013, e dopo le consuete letture di forum e siti dedicati all'homebrewing si parte con un kit di una Hefeweizen al quale - estro del birraio neofita - Andrea aggiunge un dry-hopping di Cascade: il risultato soddisfa i due giovani homebrewer che decidono di passare subito all'E+G e nel dicembre 2014 all'All Grain. I complimenti ricevuti da altri colleghi-birrai casalinghi li spronano a procedere al ritmo di una cotta al mese da venti litri: negli ultimi mesi fratello e sorella sono stati un po' lontani a causa dei rispettivi impegni e Andrea si è sobbarcato l'onere e l'onore di portare avanti la produzione di birra. Il Belgio è la nazione che lui "ama" bere con la preferenza, da me assolutamente condivisa, per le Saison: birre facili da bere ma dotate di carattere e, negli esempi meglio riusciti, di una complessità non indifferente. Sull'argomento Saison torneremo tuttavia con Andrea in un futuro prossimo.

Le birre.
Partiamo dalla Belgian IPA chiamata Mr. Peterson e ispirata al Belgio moderno, ovvero quello che non ha paura di spingere il pedale sull'acceleratore del luppolo. La ricetta prevede soprattutto malto pils, una piccola percentuale di Vienna e fiocchi di frumento; la luppolatura chiama in causa Challenger e Marynka per l'aroma ed il Saaz per l'amato. Lievito Wyeast 3522.
Al solito la fotografia rende la birre più scura di quanto non sia realmente: il suo colore è ramato, piuttosto opalescente e poco luminoso, sormontato da una generosa e compatta testa di schiuma dall'ottima persistenza. L'aroma, se si eccettua una lieve punta fenolica (plastica) presenta un bouquet abbastanza pulito e dalla buona intensità: arancia sanguinella, qualche accenno di frutta tropicale, una lieve nota pepata. Il gusto lo segue senza grosse deviazioni ma con minor pulizia: i malti (miele, un accenno biscottato) supportano adeguatamente il dolce dell'arancia e la generosa luppolatura alla quale spetta il compito di chiudere la bevuta con un amaro piuttosto intenso nel quale trovano posto note zesty, erbacee e terrose. L'alcool (7%)è ben nascosto, facendosi sentire con un lieve tepore solo nel finale: è una IPA vivamente carbonata e ben attenuata il cui DNA è indiscutibilmente belga. L'idea è ben realizzata e la birra c'è: ritengo che ci sia da lavorare per migliorare ancora pulizia, eleganza e sopratutto il mouthfeel, ovvero la sensazione palatale. La trovo un po' pesante a livello tattile e, sopratutto, sento la birra un po' slegata: come se acqua e sapori viaggiassero su due binari paralleli. Da migliorare anche il colore: se fossimo ad un concorso la giudicherei un po' brutta e spenta, poco invitante.
Come faccio sempre per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  35/50 (Aroma 8/12, Aspetto 2/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 3/5, impressione generale 7/10).

Dal Belgio attraversiamo il Mare del Nord per spostarci in Inghilterra ad assaggiare finalmente una Real IPA inglese, ovvero non contaminata dall'uso di luppoli americani. Una tipologia di birre che arrivano col contagocce in Italia e che, anche in Inghilterra, dovrete andare a cercare con il lanternino, soprattutto se frequentate i locali di recente apertura. La ricetta prevede malti Maris Otter, Munich e Carared, luppoli EK Golding e Challenger usati sia in amaro che in aroma, lievito White Labs 013.
Anche lei è piuttosto opalescente nel bicchiere e non esattamente attraente: ramata con riflessi dorati ed arancio, forma un piccolo ma cremoso e compatto cappello di schiuma color ocra. Il naso è pulito e caratterizzato da una buona fragranza dei malti (biscotto, caramello, frutta secca) accompagnati da profumi di marmellata d'arancia. I parametri dello stile sono rispettati anche al palato: corpo medio, poche bollicine, gusto che mostra piena coerenza con l'aroma: si parte con il dolce del caramello e del biscotto affiancati da quel "nutty" tipicamente inglese. L'amaro parte un po' in sordina ma diviene pian piano protagonista di una IPA (7%) intensa ma facile da bere che chiude con un amaro erbaceo e terroso di buona intensità che andrebbe forse "ingentilito" un po'. L'interpretazione dello stile mi sembra tuttavia convincente con un buon livello di pulizia ed eleganza: da migliorare anche qui la sensazione "tattile" della birra, che trovo un pochino pesante e da limitare (o meglio ancora eliminare) la presenza del sapore di cereale che ritorna anche nel retrolfatto. E' stato comunque davvero un piacere tornare a bere una IPA inglese dopo molto, troppo tempo, ma purtroppo sono birre che la moda non richiede e che quindi non catturano l'interesse degli importatori: l'unico rimedio è allora farsele in casa. Questa la valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 8/12, Aspetto 2/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10).
Due birre di buon livello che si mantengono molto fedeli allo stile dichiarato: due interpretazioni azzeccate e abbastanza convincenti che hanno solamente bisogno d'affinamento per ottenere maggior pulizia, eleganze e precisione. Ringrazio Andrea per avermi spedito e fatto assaggiare la sue birre e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed!

Nel dettaglio: 
Mr. Peterson, 33 cl., alc. 7%. IBU 50, imbott. 18/03/2017.
Real IPA, 33 cl., alc. 7%. IBU 58, imbott. 23/02/2017

venerdì 28 aprile 2017

HOMEBREWED! Birrificio del Molino: Flamethrower - Chili Red IPA

Ritorna dopo una pausa di un semestre HOMEBREWED!,  lo spazio dedicato alle vostre produzioni casalinghe. Assenza dovuta esclusivamente alla mancanza di materia prima, ovvero birra: rinnovo quindi l’invito a chiunque abbia voglia di partecipare e spedire qualche bottiglia prima del caldo estivo. 
Oggi ringrazio il “Birrificio” del Molino per aver riportato in vita la rubrica ed avermi inviato qualche bottiglia da assaggiare. Prima di bere, un po’ di storia. Il birrificio casalingo nasce a novembre 2013  in un piccolo paesino in provincia di Ascoli Piceno. Mi confessa Leonardo Tufoni, promotore dell’homebrewing assieme a quattro alcuni amici, di aver iniziato in casa con i kit quasi nello stesso momento in cui si appassionava di birra “artigianale”, senza aver quindi grossa esperienza a riguardo: ad introdurlo in questo mondo è stato l’amaro trovato in una una bottiglia di  Nøgne Ø #100 bevuta ad un festival locale. I primi tentativi con i kit non vanno molto bene,  le birre sono quasi imbevibili (“la prima sapeva di vino, la seconda di morte”) e la maggior parte dei compagni di homebrewing decidono d'abbandonare la nave;  ma Leonardo e l’amico Matteo Catalini non si perdono d’animo e decidono di perseverare documentandosi su libri, forum e Youtube. Le produzioni in kit iniziano a migliorare e allora si passa all’E+G e poi rapidamente all’All Grain, metodo BIAB:  per mettere assieme il budget necessario all’acquisto delle attrezzature e delle materie prime arriva ad aiutarli l’amico Matteo Pulcini. 
Nei tre anni d’attività il birrificio casalingo realizza oltre 60 cotte cimentandosi su moltissimi stili,  alternando agli inevitabili insuccessi anche le soddisfazioni che arrivano dai riconoscimenti nei  concorsi per homebrewers ai quali iscrivono le birre: 2° posto a Brassare romano 2015, 1° posto a Brassare romano 2016, 2° posto al concorso 2016 organizzato da Birrando S’Impara,  2° posto alla Guerra dei cloni 2016 di Mobi (con il clone della Fleur Sofronia di MC-77), 2° posto alla prima tappa del campionato nazionale Mobi 2017 (con la Red IPA Flamethrower). Ed è proprio questa birra che vado a stappare.

La birra.
Malti  Pilsner, Carared, Carafa III special, luppolo Chinook e lievito Fermentis US-05: quiesti gli ingredienti utilizzati per una Red IPA che vede però come vero protagonista il peperoncino jalapeño. 
La fotografia la rende molto più scura di quanto non sia nella realtà: il suo colore è ambrato carico con riflessi ramati e rossastri, mentre la schiuma ocra, cremosa, fine e compatta, rivela un'ottima persistenza. I tre mesi e mezzo passati dall'imbottigliamento hanno forse un po' ridotto l'intensità dell'aroma che è comunque pulito: al piccante del peperoncino risponde il dolce della frutta tropicale con papaia, passion fruit, pompelmo e, in sottofondo, bubblegum alla fragola/lampone. Al palato è piuttosto gradevole: corpo medio, il giusto livello di bollicine, scorrevolezza  che non sacrifica del tutto la morbidezza. Nel bicchiere c'è una "Chili Red Ipa" di nome e di fatto: il "rosso" oltre al piccante parla del caramello che, assieme al dolce della frutta tropicale, costituisce l'antagonista ad un peperoncino che entra in scena a metà bevuta senza farsi pregare. La birra diventa subito calda e piccante, mentre in sottofondo si fa strada l'amaro resinoso del luppolo e delle delicate tostature (pane). Ammetto di non amare il piccante e di non mangiare quasi mai piccante: nella birra tuttavia non mi dispiace, e questa Flamethrower prende dei rischi ma funziona proprio bene. Il dolce della frutta tropicale è un azzeccato contrasto al piccante del jalapeño, l''amaro rimane in sottofondo senza rubare la scena al peperoncino ed il finale è una lunga scia calda e piccante che riscalda bocca, esofago e stomaco.
Nessun difetto e buon livello di pulizia in una birra davvero ben fatta: per il mio gusto il piccante va un po' oltre il limite, ma ovviamente la mia percezione dell'intensità è influenzata dal fatto di non frequentarlo quasi mai. I miei complimenti a Leonardo ed amici per una birra molto buona ed i miei ringraziamenti per avermela fatta assaggiare.
Questa la  valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10). 
Formato: 33 cl., alc. 7%, imbottigliata 15/01/2017.

sabato 10 settembre 2016

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery - White Moon

Terminate le vacanze ritorna HOMEBREWED!, l'appuntamento dedicato alle birre fatte in casa; la ripartenza è assieme a Giacomo Savatteri, homebrewer da Caltagirone (CT) del quale ho già avuto il piacere d'assaggiare una Saison, un American (Belgo) Pale Ale e una Stout
Ma il primo amore brassicolo di Giacomo è il Belgio ed ecco che per i mesi più caldi dell'anno ho una generosa bottiglia (75 cl.) di Witbier; White Moon, questo il nome scelto per una birra prodotta con malto pilsner, fiocchi di frumento e di avena, coriandolo e buccia fresca di arancia amara; Hallertauer Hersbrucker è il luppolo utilizzato in amaro, mentre il lievito è stato recuperato dal fondo di una Hoegaarden, birra-capostipite delle interpretazioni moderne di uno stile che nel 1957 era praticamente estinto con la chiusura di Tomsin, l'ultimo produttore ancora attivo.
Fu Pierre Celis, un lattaio che aveva per qualche tempo lavorato alla Tomsin, a riportarlo in vita nel 1966. Il nuovo birrificio inaugurato da Celis a Hoegaarden ebbe un buon successo sino al 1985, anno in cui andò distrutto da un incendio; la vicina Stella Artois di Lovanio aiutò Celis nella ricostruzione mettendo il capitale in cambio del 45% delle quote societarie. Ma nel 1988 Stella Artois e Brasserie Piedboeuf formarono il colosso belga Interbrew che iniziò a far pressioni per ridurre i costi di produzione: dopo un breve resistenza, nel 1990 il sessantacinquenne Celis cedette la proprietà a quella che oggi è la AB-Inbev ed emigrò in Texas per aprire un nuovo microbirrificio.
Quello che purtroppo rimane oggi della Hoegaarden, quasi completamente priva di acidità, è davvero un triste ricordo della witbier fatta rinascere da Celis.

La birra.
La Wit di Giacomo rispetta perfettamente i parametri dello stile: giallo paglierino, opalescente e sormontato da un generoso cappello di schiuma bianca, dannosa e abbastanza compatta, dall'ottima persistenza. Altrettanto classici i profumi di scorza d'arancia ed i frumento, la delicata speziatura di coriandolo, gli accenni floreali e di banana; buoni il livello di pulizia e l'intensità. In bocca scorre velocissima  e vivace, anche se volendo essere pignoli c'è forse un leggero eccesso di bollicine. La sua leggerezza non sacrifica comunque l'intensità del gusto, che mantiene una corrispondenza pressoché perfetta con l'aroma: c'è la banana e la scorza d'arancia, l'acidità rinfrescante del frumento e la delicata speziatura del coriandolo che ben interagisce con le bollicine e anticipa la chiusura leggermente amaricante  di scorza d'arancio/curaçao. Personalmente avrei gradito un pelino di secchezza in più, ma il livello complessivo è davvero buono e, sebbene non sia un gran bevitore di Witbier, devo ammettere che quella di Giacomo è davvero ben fatta ed è una delle migliori birre fatte in casa che mi sia capitato d'assaggiare. Certo, si potrebbe lavorare per migliorare ancora un po' la pulizia, ma siamo davvero ai dettagli.
Questa la  valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10). 
Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! Il caldo sta per finire, tra qualche settimana le spedizioni di birra non saranno più impraticabili e quindi vi ricordo che la rubrica è sempre aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!
Formato: 75 cl., OG 1067, alc. 5%, imbottigliata 05/2016.

domenica 17 luglio 2016

HOMEBREWED! Spufi Brewing Saison d'Herfst

Ultimo appuntamento prima della pausa estiva con HOMEBREWED!, ovvero le vostre produzioni casalinghe; ritorna sul blog Spufy Brewing, ovvero il birrificio casalingo di Mirko Pizzi che vi avevo presentato lo scorso ottobre. Riassumo in breve il suo percorso di formazione: galeotta fu Lurago Marinone, ""casa"" del Birrificio Italiano, a pochi chilometri di casa. L'incontro quasi casuale con un bicchiere di Bibock lo spinse ad approfondire la conoscenza con la birra di qualità, il beer-hunting e, pian piano il desiderio di provare a produrla a casa;  dal 2008 inizia assieme ad amici a sperimentare con i vari kit da estratto, ma i risultati non sono molto soddisfacenti. Le cose migliorano solamente a partire dal 2012, quando Mirko decide di passare all’All Grain: nel tempo libero dal suo lavoro da programmatore si forma in modo completamente autodidatta, soprattutto attingendo informazioni da siti specializzati in internet.  
La 1/2 IPA bevuta lo scorso hanno mi aveva favorevolmente impressionato, ma ora il tasso di difficoltà si alza in quanto nella bottiglia di oggi c'è una Saison. Una Saison d'Herfst per la precisione, ovvero "Saison d'autunno": è stata infatti imbottigliata lo scorso ottobre e la sua particolarità è che vede l'utilizzo di luppoli coltivati da Mirko stesso: Chinook, East Kent Golding e Tettnang. Il resto della ricetta indica malto Pils, fiocchi d'orzo, fiocchi d'avena e un dry-hopping di Chinook.

La birra.
Si presenta di colore dorato, piuttosto pallido e velato, con un esuberante cappello di bianca schiuma pannosa che tende a scomporsi in fretta, pur restando a lungo e obbligando ad una breve attesa prima di riuscire a comporre il bicchiere. Al naso è la banana ad essere in evidenza, accompagnata da profumi di erbe officinali, mollica di pane ed una leggera presenza di scorza di limone; i fenoli portano in dote una delicata speziatura (chiodo di garofano) ma anche una nota meno gradevole di plastica, sebbene è la sua intensità sia davvero minima e avvertibile solo con molta attenzione.
Nel complesso l'intensità dell'aroma è buona sebbene ci sia un po' troppa banana, e non solo per i miei gusti. Al palato le bollicine sono tante, com'è giusto che siano in una Saison, ma qui si va un po' oltre: sono piuttosto aggressive ma basta far roteare un po' il bicchiere per riportare la situazione entro limiti accettabili; il corpo è medio, con una buona scorrevolezza anche se non ai migliori  livelli del Belgio. La bevuta inizia dolce di miele e pane, molta banana matura, un po' di polpa d'arancio, canditi, ed una componente zuccherina un po' ingombrante. Una lieve acidità e le vigorose bollicine provano a stemperarla assieme alla chiusura leggermente amaricante nella quale le note terrose incontrano quelle zesty. L'attenuazione non è male, ma potrebbe essere migliore contribuendo ad asciugare ulteriormente il dolce d'inizio bevuta; l'alcool è abbastanza ben nascosto, facendosi sentire solamente  nel finale e nel retrogusto. Il livello di pulizia è buono, così come l'intensità dei sapori e degli aromi: assente è invece quel carattere rustico che vorrei sempre trovare in una Saison. Nel complesso la birra è discreta e si beve con soddisfazione: tre sono secondo me gli aspetti su cui lavorare. La parte dolce/zuccherina è troppo in evidenza e non viene mai completamente "asciugata", lasciando il palato un po' appiccicoso; abbassare drasticamente il "fattore banana", troppo in evidenza sia all'aroma che al gusto, sopratutto quando la temperatura della birra si alza; ottenere una maggior attenuazione. Per il mio gusto personale consiglierei poi un profilo agrumato più in evidenza ed anche un po' più d'amaro finale, per favorire una maggiore pulizia alla fine di ogni sorso.
Questa la  valutazione su scala BJCP:  33/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 12/20, Mouthfeel 3/5, impressione generale 7/10). 
Ringrazio Mirko per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  
Formato: 33 cl., OG 1067, alc. 6.8%, IBU 40, imbott. 05/10/2015.

giovedì 16 giugno 2016

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery - Saison

L’appuntamento di giugno dedicato alle produzioni casalinghe è di nuovo con  Giacomo Savatteri da Caltagirone (CT) ed il suo birrificio casalingo chiamato, in onore del proprio cagnolino, Cavalier King Brewery. Nei mesi scorsi avevo già ospitato la sua stout Sweet Black Lady e più di recente l’American/Belgian Pale Ale chiamata Modesta
Sono particolarmente curioso di assaggiare la birra di oggi per due motivi: è una Saison, stile che adoro, ed è realizzata isolando un ceppo di lievito da una bottiglia di Saison Dupont, probabilmente la birra che mi porterei su di una ipotetica isola deserta.  Il tentativo di Giacomo di clonare la Dupont si avvale anche delle stesse tipologie di malto e luppolo, almeno secondo il libro Farmhouse Ales di Phil Markowski; 100% malto Pilsner,  luppoli EK Goldings e Styrian Goldings. Segnalo anche la bella etichetta realizzata da Marta Sagone, una studentessa del liceo artistico di Caltagirone, che cattura l’essenza dello stile “saison”: birre destinate ai contadini e ai braccianti valloni nel corso delle lunghe, calde e faticose giornate estive di lavoro nei campi, per rifocillarli e dissetarli al posto dell’acqua, a quel tempo spesso insalubre. Due sono le bottiglie che Giacomo mi ha inviato, una da 33 ed una da 50 centilitri, che ho deciso di bere una dopo l'altra, per rifocillarmi da una (dura, ma non come quella di un bracciante agricolo) giornata di lavoro.

La birra.
Il suo colore è dorato, ovviamente velato, con netti riflessi arancio e una bella testa di schiuma bianca, cremosa e compatta ,dall’ottima persistenza. L’aroma presenta una rustica terrosità affiancata dalle spezie (pepe, accenni di coriandolo) e dalla polpa dell'arancio che a tratti sconfina nello zuccherino del candito. I fenoli però si portano dietro anche qualche nota meno gradevole di plastica/gomma, quasi impercettibile nella bottiglia da 50 cl. ma un po' fastidiosa in quella da trentatré. La sensazione palatale è quella giusta: corpo "quasi" medio, bollicine vivaci a solleticare il palato a movimentare la bevuta senza intaccare per nulla la scorrevolezza. Al gusto passano in rassegna cereali e miele, polpa d'arancio, una delicata speziatura che di nuovo richiama un po' il coriandolo e una discreta componente zuccherina e candita. Anche al palato i fenoli sporcano un po' la bevuta, "difetto" quasi inavvertibile nella bottiglia da mezzo litro; la chiusura finale terrosa è amara e piuttosto gentile per quel che riguarda l'intensità.
Personalmente l'ho trovata un po' poco attenuata, con un residuo zuccherino che mi ha ricordato alcune birre di Stillwater piuttosto che la secchezza della Dupont: siamo nell'ambito del gusto personale, ma anche l'amaro è un po' carente (sempre con riferimento alla Dupont) e la sua maggior presenza avrebbe forse contribuito a ripulire un po' il palato dal dolce. La pulizia al naso è migliorabile, sopratutto per quel che riguarda l'espressività del lievito che regala pochi esteri fruttati, con il risultato di un bouquet olfattivo un po' povero.
La birra comunque si beve con ottima facilità, l'alcool (6.5%) è molto ben nascosto e tutto sommato la birra risulta più che discreta svolgendo con dignità il suo compito dissetante e rinfrescante: mi è capitato anche di recente di bere delle Saison "professionali" molto meno riuscite di questa. Non faccio (non ancora)  la birra in casa quindi non so dare precisi consigli a Giacomo: considerando che una Saison la fa il lievito, direi che questo è l'aspetto su cui focalizzarsi, con tutte le attenuanti del caso visto che per questa birra è stato "recuperato" il fondo di una bottiglia di Dupont.
Questa la  valutazione su scala BJCP:  34/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).  Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  
Formato: 33 e 50 cl., alc. 6.5%, imbottigliata 12/2015.

PS - per chi volesse rinfrescarsi la memoria con la Saison Dupont, qui trovate l'originale e alcune versioni dry-hopped.

lunedì 16 maggio 2016

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery - Modesta


L’appuntamento di maggio con HOMEBREWED!, lo spazio dedicato alle vostre produzioni casalinghe, vede il ritorno di Giacomo Savatteri da Caltagirone (CT) ed il suo birrificio casalingo chiamato, in onore del proprio cagnolino, Cavalier King Brewery. In chiusura di 2015 aveva assaggiato la sua stout Sweet Black Lady
In una zona della Sicilia dove purtroppo non ci sono molte opportunità di reperire birre di qualità, una possibile ""salvezza"" dalle birre industriali è stata per Giacomo iniziare a farsela da solo; la sua passione è nata cinque anni fa, dapprima con i soliti kit rapidamente rimpiazzati da produzioni All Grain. Negli ultimi anni anche la Sicilia, con un po' di ritardo rispetto ad altre regioni settentrionali, ha visto nascere molti nuovi microbirrifici e beerfirm che stanno portando una ventata di novità: speriamo che sia davvero l'inizio di una rivoluzione e che sempre più persone abbiano accesso alla birra di qualità. E, perché no, a sempre più persone venga voglia di provare l'avventura dell'homebrewing. 
“Modesta” è il nome dato alla primo tentativo di produrre un’American Pale Ale; Giacomo mi confessa la sua passione per le birre belghe e di non avere troppa dimestichezza con gli stili, e mi sembra che questa sua ammissione si sia poi concretizzata nella birra.  Ad ogni modo, qui non siamo ad un concorso e non si tratta di valutare l’aderenza allo stile; per chi si fa la birra in casa per uso personale conta soprattutto che sia buona da bere, e su questo punto non posso che essere d’accordo. La cosa che mi ha sorpreso, nella mia pressoché completa ignoranza sulle tecniche di produzione, è come Giacomo sia riuscito a tirare fuori una birra dal profilo belga utilizzando un lievito neutro come l’US-05: il resto della ricetta include malti Maris Otter, Vienna e Biscuit, luppoli Hallertau (immagino Hallertauer Mittelfrüh) e Cascade, quest’ultimo utilizzato anche per un modesto dry-hopping. 
All’aspetto è di colore arancio opaco, con qualche riflesso dorato: la schiuma biancastra è piuttosto esuberante, cremosa e abbastanza compatta, dalla lunghissima persistenza e rapidissima nel rigenerarsi agitando il bicchiere. L’aroma si sposta da subito in territorio europeo, evidenziando la speziatura del luppolo “nobile” e una lieve terrosità che accompagnano gli agrumi (polpa d’arancio, scorza di mandarino): non pensate però al classico pompelmo del Cascade, qui il profilo agrumato è continentale con il contributo degli esteri ad affiancare quello del luppolo. In sottofondo c'è anche qualche lieve sentore di erbe officinali. Dovrei definire la carbonazione troppo elevata per un'APA, ma spostandoci in territorio belga le bollicine sono quelle giuste per rendere vivacità e vitalità ad una birra dal corpo medio che scorre bene e solletica il palato ad ogni sorso. Al palato le note di biscotto e miele fungono da supporto a quanto anticipato dall'aroma: delicata spaziatura, polpa d'arancia per il dolce, abbondanza di scorza di limone, lime e pompelmo accompagnano verso l'amaro erbaceo e leggermente terroso del finale. La birra è molto secca, con un buon potere dissetante e rinfrescante e, considerando la gradazione alcolica, una notevole facilità di bevuta. 
Il risultato è una buona birra che a me ha richiamato senza dubbio la tradizione belga, in quel territorio di Farmhouse/Belgian Ale generosamente luppolate: l'intensità e pulizia sono ad un buon livello, mentre sull'eleganza devo fare alcune considerazioni. Nel caso di un'APA dovrei dire "migliorabile", mentre se penso ad una Farmhouse Ale trovo che la mancanza di una "precisione chirurgica" contribuisca a formare quel carattere ruspante e rustico che è uno degli aspetti fondamentali di quelle birre, e quindi in questo caso qualche leggera imperfezione è quasi un valore aggiunto.  
Questa la  valutazione su scala BJCP:  36/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).  Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  
Formato: 50 cl., alc. 6%, imbottigliata 01/2016.

martedì 5 aprile 2016

HOMEBREWED! Postino Brewery: Vino d’Orzo del Ciullo

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la rubrica HOMEBREWED!, dedicata alle vostre produzioni casalinghe. Si tratta di un gradito ritorno, quello dell’homebrewer Giancarlo Maccini alias "Gianpostino”, di Solignano (Parma) che ha avuto l’onore e l’onere d’inaugurare proprio questo spazio dedicato all’homebrewing nell’ottobre 2014, partecipando poi con altre sei birre. 
Giancarlo si dedica all’homebrewing da ormai da sei anni, è socio MoBi e della London Amateurs Brewers per il periodo che si trova a trascorrere in Inghilterra. E proprio dalla collaborazione con un collega homebrewer inglese è nata la birra è “misteriosa” di oggi: non ho a disposizione dati tecnici ed ingredienti utilizzati, so solo che si tratta di un Barley Wine (9.5% ABV) chiamato “Vino d’Orzo del Ciullo”, quest’ultima una forma dialettale che se non erro significa “fanciullo, ragazzo”.  La primavera è iniziata e, prima che il caldo diventi un ostacolo, ho pensato di stappare questa birra che ho conservato in cantina per quasi diciotto mesi; ignoro però la data della sua messa in bottiglia.
Il suo colore è un bell’ambrato molto carico con intensi riflessi rosso rubino; la schiuma color ocra/crema appare piuttosto generosa ed è molto compatta e cremosa, mantenendo un’ottima persistenza nel bicchiere. L’aroma non è particolarmente intenso ma, nella sua semplicità e pulizia, permette d’apprezzare i profumi di toffee, mela al forno, frutta secca, qualche reminescenza di miele di castagno.  Semplicità e rigore sembrano essere le parole d’ordine anche al palato con il gusto che ricalca – sebbene con maggior intensità – i passi dell’aroma.
La dolcezza di caramello e biscotto è accompagnata da accenni di ciliegia sciroppata e albicocca disidratata, con un’ottima attenuazione che  contribuisce a rendere questo “vino d’orzo” dolce ma sostanzialmente bilanciato e mai stucchevole.  La chiusura indugia per un attimo sull’amaro terroso e di frutta secca per poi liberare un retrogusto dolce e caldo, dove l’alcool è lasciato un po’ da solo senza essere affiancato dalla presenza di frutta sotto spirito che avrebbe maggiormente valorizzato il finale, secondo la mia opinione. 
Non ci sono difetti, la birra è abbastanza pulita ma mi è sembrata un po’ scolastica e “fredda”, se mi passate il controsenso, pur nella sua importante gradazione alcolica. Il livello complessivo è buono ma personalmente sento la mancanza di complessità e personalità: i primi sorsi mi hanno riscaldato, un pezzetto di cioccolato fondente mi ha aiutato a proseguire un altro po’ ma poi la bevuta ha perso progressivamente interesse battendo sempre sugli stessi (pochi) tasti. Le basi ci sono, si tratta ora di lavorare per aggiungere un po’ di eleganza e soprattutto di personalità ad una birra che possa diventare un’emozionante compagna da dopocena. Lascio come al solito la valutazione secondo scala BJCP e ringrazio di nuovo Giancarlo per avermi fatto assaggiare la sua birra.
Totale 33/50 (Aroma 6/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10).