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giovedì 20 luglio 2017

Orval (03/2017)

Nel 2014 festeggiavo il ritorno della Orval con un’ottima bottiglia di sette mesi. L’età non è un elemento da trascurare per questa birra trappista, in quanto al momento della messa in bottiglia vengono inoculati quei lieviti selvaggi chiamati  brettanomiceti che col passare del tempo riescono ad apportarne importanti cambiamenti al profilo aromatico e gustativo.  Ne festeggiavo il ritorno perché, come riportavo già nel 2011, la birra prodotta all’interno della Abbazia di Notre-Dame d’Orval  aveva vissuto un periodo un po’ buio e a molti appassionati, belgi e non, la cosa non era affatto sfuggita: bottiglie fiacche, un lontano ricordo della splendida birra che era un tempo.  
Ad Ottobre 2013 lo storico birraio Jean-Marie Rock era andato in pensione dopo ventotto anni di servizio passando il testimone ad Anne-Françoise Pypaert; era la prima donna a produrre birra all’interno di un monastero trappista; non so se sia giusto incolpare il birraio Jean-Marie Rock del declino di questa birra durante gli ultimi anni della sua attività, fatto sta che tutte le “nuove” Orval da me bevute nel 2014 e nel 2015 furono davvero eccellenti. Ricordo ancora una grandissima Orval "neonata", due mesi scarsi di vita, bevuta in Belgio con infinita soddisfazione. 
Le bottiglie del 2016  - devo ammetterlo – sono state un po’ meno entusiasmanti rispetto a quelle miracolose della “rinascita” del 2014 ma il livello è comunque rimasto elevato: su quello che arriva in Italia pesa sempre la spada di Damocle della Grande Distribuzione che non usa di certo i guanti. 
Ma ritorniamo al fattore anagrafico: anche se ci sono moltissime persone che si dimenticano le Orval in cantina e preferiscono berle dopo alcuni o molti anni, chi segue il blog ricorderà forse la mia preferenza per le bottiglie giovani, nelle quali i brettanomiceti sono poco evidenti. Di recente sugli scaffali dei supermercati è arrivato un lotto di Orval piuttosto fresco, risalente allo scorso marzo; occasione ghiotta da cogliere al volo per chi ama la Orval giovane, visto che di solito sugli scaffali trovo bottiglie con almeno sei-sette mesi sulle spalle.

La birra.
Il suo colore è arancio con sfumature che richiamano l’oro e il rame: l’esuberante schiuma ocra è pannosa, compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso fiori e una delicata speziatura, profumi di arancia e zucchero candito, con qualche delicata nota erbacea; i “giovani” brettanomiceti si fanno comunque già sentire, anche se molto in sottofondo, con quel carattere funky che ricorda alla lontana cuoio e il terriccio. Assolutamente perfetta la sensazione palatale: vivaci bollicine, grande scorrevolezza, corpo medio ed alcool (6.2%) nascosto in modo magistrale. Il caratteristico "goût d'Orval", quello donato dai brettanomiceti, è ovviamente ancora in fasce: a quattro mesi l'Orval è una birra fresca che richiama la crosta del pane, la polpa dell'arancia e, in maniera minore, la frutta a pasta gialla. A contrastare il dolce c'è una gradevole acidità che attraversa tutta la beuta, rendendola dissetante e rinfrscante. La chiusura è secca, con un amaro di modesta intensità (considerata la gioventù e il livello di altre Orval bevute in passato) che richiama la terra, l'erba e la scorza del mandarino. Non è un epifania ma è comunque una bottiglia di buon livello: al vostro gusto ovviamente la scelta di berla giovane e fresca o di attendere qualche mese/anno per meglio apprezzare le goût d'Orval.
Formato: formato 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 07/03/2017, scad. 07/03/2022, pagata 2.69 Euro (supermercato, Italia)

venerdì 28 novembre 2014

Orval 2014 vs. Orval 2010

Il post di oggi è principalmente per “smentire” quello di tre anni fa. A quel tempo tra appassionati birrofili  ci si lamentava del fatto che l’Orval avesse (per dirla in modo elegante) perso un po’ di splendore e che si trovassero in giro  quasi solo della bottiglie molto poco soddisfacenti. Tim Webb e Joris Pattyn nel loro “100 Belgian Beers to Try Before You Die” (del 2008)  definivano la trappista come  “un classico che avrebbe bisogno di nuovo vigore”. Dal 2011 non mi era mai più capitato (è una colpa, lo so) di  stappare una bottiglia di Orval, dimenticandole in cantina; è successo quasi per caso poco prima della scorsa estate. Mi trovavo in un supermercato, lontano da casa, alla ricerca di qualcosa con cui accompagnare la cena: l’unica salvezza tra quanto presente sullo scaffale erano alcune bottiglie di Orval che, guarda caso, erano state imbottigliate sei mesi prima.  E’ l’età anagrafica alla quale preferisco bere la Orval: ancora relativamente fresca, ma con la presenza già ben percepibile di quei brettanomiceti che vengono inoculati al momento della messa in bottiglia. Un segno del destino da cogliere al volo, insomma, e che mi ha ricompensato: bevuta fantastica, birra in grande spolvero.  E non è stata l’unica, quest’anno. 
Ad Ottobre 2013 lo storico birraio della Brasserie d'Orval Jean-Marie Rock è andato in pensione dopo ventotto anni di servizio, passando il testimone ad Anne-Françoise Pypaert; si tratta della prima donna che produce birra all’interno di un monastero trappista. Negli ultimi venti anni, l’ingegnere Anne-Françoise era stata la responsabile (oltre che della produzione del formaggio) anche del laboratorio interno di controllo qualità della birra.           
Sarebbe a questo punto facile fare 1+1 = 2 e dare la "colpa" delle ultime deludenti annate della Orval a Monsieur Rock. Il 2014 vede dunque il ritorno de “le goût d'Orval”? 
L'Orval è in verità cambiata dal 1932, anno in cui è ripresa la produzione di birra dentro le mura del monastero, ma non è cambiata in tempi recenti. Stan Hieronymus, nel suo bel libro Brew Like A Monk, sottolinea come nel 1993 il pH dell'acqua fu abbassato da 5.2 a 5.0, ammorbidendo l'intensità dell'amaro. Jean-Marie Rock confermò il cambiamento ma si difese dicendo che si trattava di un piccolo dettaglio, che aveva effetto solamente sul retrogusto, rendendolo solo un po' meno amaro di prima. Ma l'attivista Yvan De Baets (che fondò poi la Brasserie De la Senne, dopo aver lavorato da De Ranke), sapeva bene che quel cambiamento non aveva avuto effetti solo sul retrogusto, ed iniziò una decennale campagna di pacifica protesta per riavere l'Orval di una volta. 
L’occasione è quindi giusta per descrivere una grande Orval 2014 e confrontarla con una sorella del 2010: una mini-verticale per vedere, a quattro anni di distanza come è evoluta nel tempo la birra.   
Partiamo dalla ‘giovane’ Orval, all’aspetto di colore arancio/rame, velato: esuberante la schiuma, biancastra e quasi pannosa, molto persistente nel bicchiere. L’aroma è pulito,  ancora fresco e pungente, con sentori  aspri di scorza d’agrumi (limone, mandarino), erba tagliata e  fiori bianchi. In sottofondo ci sono sfumature che ricordano l’oliva verde, mentre a birra calda s’avverte qualche nota di polpa d’arancia e di zucchero candito.  L’Orval non ha una gradazione alcolica (6.2%) da session beer ma la sua caratteristica principale è quella di avere una bevibilità assassina.  Questa bottiglia non fa eccezione: vivacemente carbonata, corpo medio-leggero, scorre come se fosse acqua ed in pochi minuti vi trovate con il bicchiere vuoto. Per chi (vergogna!) ancora non la conoscesse, si tratta di una trappista abbastanza differente da tutte le altre: è amara, mordicchia subito lingua e palato con note erbacee e di scorza d’agrumi (mandarino), bilanciate da sfumature più dolci di pane e di crackers e, lievissime, di canditi.  Secchissima, la lieve acidità ne dona un grande potere dissetante e rinfrescante e, combinata all’elevata carbonazione, la rende un ottimo abbinamento gastronomico quando è necessario ripulire e sgrassare il palato. Chiude proprio come era cominciata, senza nessuna divagazione e con pochi elementi, ma al posto giusto: scorza d’agrumi, erba, suggestione di oliva verde.  Bottiglia splendida, da applausi o da lacrima, scegliete voi. Come giù detto ho sempre preferito di gran lunga berla fresca (entro l’anno di vita) ma potete divertirvi a tenerla in cantina ed aspettare per vedere come cambia nel tempo, lasciando lavorare per voi i brettanomiceti. 
Ecco ad esempio una bottiglia del 2010:  leggermente più scuro il colore rispetto alla 2014, al limite dell'ambrato. La schiuma è generosa ma "controllabile", biancastra, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. I quattro anni passati in cantina hanno ovviamente tolto freschezza e vigore all'aroma: la scorza d'agrumi è presente solo in sottofondo, più pronunciata la componente rustica che arranca tra le sfumature di mela verde. Il naso è molto più dolce e zuccherino quando la birra si scalda, con evidenti sentori di canditi. Non desta sorpresa neppure il gusto meno amaro della 2010; i malti (la ricetta ne prevede tre chiari e due caramellati) virano più verso il biscottato che il pane. Anche qui la componente "zesty" è quasi impercettibile, e l'amaro offre soprattutto note erbacee, a tratti di erbe officinali, forse di frutta secca. La bevibilità è un po' ridotta: non si beve al ritmo di una session, ma c'è un lieve warming etilico a ricordarci che dopotutto il contenuto alcolico non è dei più bassi; nel finale emerge anche una punta di acetone: l'Orval 2010 manca completamente di quelle sfumature dolci che erano invece presenti nella 2014 e che le donavano una maggiore compiutezza. Gli anni in cantina hanno limato le asperità della gioventù, la birra risulta più morbida in bocca, sebbene ancora vigorosamente carbonata.
Dopo il confronto la mia preferenza non cambia: voto sempre più convinto per una Orval giovane, una splendida birra - piacevolmente rustica - da bere quasi senza sosta. E quando la trovi davvero in forma, come quelle incontrate da inizio anno ad ora, non ce n'è quasi per nessuno.
Le trovate in molti supermercati e ad un prezzo accessibile: fatene incetta e divertitevi anche voi ad aprirne una ogni tanto, se non le finite prima.
Bottiglia 2014: formato 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 29/04/2014, scad. 29/04/2019, pagata 2.89 Euro (supermercato, Italia)
Bottiglia 2010: formato 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 01/07/2010, scad. 01/07/2015.

mercoledì 21 settembre 2011

Orval 07 vs. Orval 15

“Non c’è più l’Orval di una volta” potrebbe essere ormai l’equivalente brassicolo di alcuni detti popolari come “non ci sono più le mezze stagioni”. Le discussioni sui cambiamenti del “goût d'Orval” sono iniziate oltre una decina di anni fa (questo ad esempio è un articolo dal 1998) e le cose sono forse ulteriormente peggiorate con il passare del tempo e con l’aumentare dei volumi di produzione. Tim Webb e Joris Pattyn nel loro “100 Belgian Beers to Try Before You Die” (2008) si tolgono dall’impaccio definendola “un classico che avrebbe bisogno di nuovo vigore”. Di recente, Alberto Laschi sul blog di “In Birrerya” ) ha degustato due Orval, una proveniente dalla Grande Distribuzione italiana ed una direttamente dal Belgio. Le differenze riscontrate potrebbero far pensare all’esistenza ipotetica di “due” Orval diverse, una destinata al consumo locale, ed una forse destinata alla grande distribuzione all’estero. Non ci sono, ovviamente, prove a sostegno di questo, anche se la ricetta è stata sicuramente modificata nel trascorrere degli anni. Oppure, che le modalità di distribuzione e stoccaggio nei supermercati influiscano così tanto su questa birra da renderla quasi una Orval sbiadita. Siccome tra le birre degustate su questo blog mancava ancora l’Orval, abbiamo deciso di stapparne non una ma due, entrambe provenienti dalla grande distribuzione, e di divertirci nell’annotare le differenze. Ovviamente ciò che andrete a leggere non ha l’ambizione di voler dimostrare nulla, troppe sono le variabili in gioco al di fuori del controllo nostro e del monastero stesso, principalmente quelle relative al trasporto ed allo stoccaggio di queste birre. La bottiglia più recente ha una anzianità di 7 mesi dalla data d'imbottigliamento; la sua “sorella” maggiore di mesi ne ha invece 15, poco più del doppio.
Esame visivo: la 15 è di colore rame/ambrato scarico, velato. La schiuma, leggermente ocra, è fin e cremosa. La 07 è leggermente più chiara, tendente all’arancio (anche se dalla foto sembrerebbe quasi il contrario. La schiuma è molto più abbondante e persistente, costringendoci ad un’attesa prolungata per poter riempire il bicchiere. Nel frattempo, la schiuma della 15 iniziava a "collassare".
Esame olfattivo: la schiuma della 07 regala sentori principalmente vegetali; c’è anche qualcosa di floreale, leggeri sentori di pepe e s’inizia già ad avvertire l’azione dei brettanomiceti, con sentori terrosi e di “pelle” animale. La 15 ha un aroma molto meno pronunciato, soprattutto dalla schiuma. In evidenza troviamo esteri fruttati, soprattutto arancio e mandarino; con nostra sorpresa c’è assenza di qualsiasi caratteristica collegabile ai brettanomiceti, che invece avevamo ritrovato nella bottiglia giovane.
Esame gustativo: entrambe molto “watery”, con la 07 che mantiene ovviamente un carbonatazione più vivace rispetto alla 15. La “giovane” 07 ha un imbocco subito amaro, vegetale, abbastanza complesso e “rustico”, seguito da note più fruttate che richiamano gli agrumi. C'è una base maltata (biscotto) ed una nota alcolica che riscalda il palato a fine corsa. Molto secca, chiude con un retrogusto appena amaro, vegetale. La 15 risulta molto più morbida e rotonda in bocca, avendo limato le asprezze di gioventù. L’attacco amaro è meno pungente, meno vegetale e più "terroso"; anche la frutta è meno pronunciata, in favore del malto. L'alcool è meno percettibile, il gusto è complesso e molto più difficile da scandagliare. Perse le caratteristiche di gioventù, sembra aver solo appena iniziato una maturazione verso qualcos'altro che però non è ancora emerso con chiarezza. Il finale è un po' meno secco della 07, seguito da un retrogusto amaro vegetale.
Per concludere: abbiamo trovato l'aroma della 07 senz'altro più interessante. L'Orval è considerata praticamente una session beer "fuori ordinanza" in Belgio, e ci ha un po' sorpreso trovare la "giovane" 07 un po' meno beverina della 15, che ha invece acquisito un'interessante morbidezza in bocca. Entrambe le bottiglie non ci sono sembrate particolarmente in forma, a testimoniare il fatto che, se volete ancora bere un'Orval con soddisfazione forse dovete ormai diffidare da quelle che arrivano sugli scaffali dei supermercati.