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lunedì 10 febbraio 2020

DALLA CANTINA: Birrificio del Ducato La Prima Luna 2012

E’ un po’ sparito dal mio radar ma non per questo bisogna dimenticare la rilevanza che il Birrificio del Ducato, fondato nel 2007 da Giovanni Campari e Manuel Piccoli, ha avuto nella scena della birra artigianale italiana. Sono trascorsi “solamente” tredici anni ma di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia: dai numerosi riconoscimenti per la keller Via Emilia, la birra-simbolo del birrificio, al lancio della  gamma BIA: era una delle prime volte che la birra artigianale s’affacciava sugli scaffali dei supermercati italiani ad un prezzo contenuto.
In tutto questo tempo le etichette sono cambiate, la forma delle bottiglie si è allungata per poi tornare alla panciuta forma con le quali il birrificio aveva debuttato.  Nel 2010 il Ducato si espandeva acquistando un secondo sito produttivo a Fiorenzuola che affiancava quello storico di Roncole Verdi (PR), oggi esclusivamente dedicato alla realizzazione di birre acide e agli affinamenti in botte. Nel 2015 l’impianto principale veniva trasferito nella nuova sede di Soragna e il sito di Fiorenzuola veniva dismesso: nello stesso anno il Ducato lanciava l’ambizioso The Italian Job, pub londinese dedicato al craft italiano che negli anni a venire avrebbe inaugurato altre succursali. Oggi a Londra ve ne sono quattro: Notting Hill, Hackney, Chiswick  e  Mercato Metropolitano.
Nell’estate del 2017 Campari e soci furono costretti – con molte polemiche - a rendere pubblica un’operazione che era avvenuta alla fine del 2016: la cessione del 35% delle quote societarie ai belgi della Duvel Moortgat. “Si cede una quota di minoranza, al fine di poter ottenere le risorse necessarie da destinare al birrificio Del Ducato” recitava il comunicato stampa: ma come quasi sempre accade in questi casi, gli investimenti di un pesce grosso sono solo il preambolo alla cessione della maggioranza, avvenuta di fatto nella primavera del 2018. Oggi Duvel possiede il 70% del Ducato che non può più definirsi “artigianale”, anche se la gestione operativa continua ad essere seguita da Campari e Piccoli; dall’arrivo dei belgi la produzione annua è salita da 5000 e 9000 ettolitri e qualche bottiglia è tornata sugli scaffali della grande distribuzione con la linea “Parma Vecchia”: Lager, Amber e IPA. 

La birra.
Qualche anno fa avevamo assaggiato L’Ultima Luna, potente Barley Wine invecchiato almento 18 mesi in botti che avevano in precedenza contenuto Amarone della Valpolicella. Per produrla è stato ovviamente necessario un Barley Wine “fresco”, ricetta che nelle intenzioni di Campari doveva servire esclusivamente per quello scopo, ma “durante la maturazione de L’Ultima Luna in serbatoio, prima di andare in botte, ci siamo accorti di come fosse già interessante e quali margini di evoluzioni avrebbe potuto avere la birra anche senza l’invecchiamento nel legno. Fu così che decidemmo di imbottigliare La Prima Luna, utilizzando la stessa base de L’Ultima Luna. Naturalmente un barley wine di questo calibro ha bisogno di molto tempo in bottiglia per armonizzarsi, è per questo che iniziamo a far uscire le bottiglie dopo almeno 10 mesi di affinamento. Il risultato è una birra meno complessa de L’Ultima Luna, in cui non si avverte l’influenza della botte e del vino che essa conteneva, le ossidazioni poi sono appena accennate (mentre nell’altro caso sono esasperate) ma la birra è molto più coerente allo stile e regala grandi soddisfazioni agli amanti del genere”.
Prima e Ultima Luna non sono inserite tra la gamma in attuale produzione, almeno stando a quanto riporta il sito ufficiale del birrificio. Andiamo allora a vedere come ha retto alla prova del tempo una bottiglia del 2012. La sua vesta è splendida, di color rubino intenso: in superficie si forma una piccola coltre di bolle che  svanisce molto rapidamente. Ciliegia, frutti di bosco, mela al forno, uvetta e datteri, melassa, note ossidative che richiamano lo sherry: dalle premesse si direbbe che abbiamo di fronte una vecchietta ancora arzilla e in forma. Anche la sensazione palatale è positiva: c’è qualche cedimento dovuto all’età, nulla di grave, e le bollicine sono ancora presenti. La bevuta ripropone l’aroma con intensità e buona pulizia dando forma ad un Barley Wine caldo ad accogliente, ricco di ciliegia, uvetta e frutti di bosco, spunti vinosi.  Un filo quasi invisibile di cartone bagnato è forse l’unica avvisaglia negativa dell’età, mentre una lieve acidità e un tocco amaricante finale di frutta secca a guscio riescono a bilanciarne la dolcezza. L’alcool si fa sentire senza eccessi in un lungo finale che riporta alla memoria i grandi vini fortificati: è invecchiata davvero bene questa bottiglia di La Prima Luna. Non raggiunge profondità eccelse ma si beve davvero con grande soddisfazione: se ne avete anche voi ancora una bottiglia del 2012 direi che è il momento di aprirla.
Formato 33 cl., alc. 12%, lotto  L011 12, scad. 01/12/2022, pagata 8,00 euro (beershop)

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

giovedì 26 gennaio 2017

DALLA CANTINA: Birrificio del Ducato L'ultima Luna 2009

Nuovo appuntamento con “dalla cantina”, dedicato al vintage. Per l’occasione restiamo nel nostro paese stappando una bottiglia de L’Ultima Luna del Birrificio del Ducato: si tratta di un Barley Wine che viene invecchiato in botti che hanno ospitato Amarone della Valpolicella.  Era il 2009 e il birrificio guidato da Giovanni Campari annunciava la nascita della “Linea Il Tempo”, dedicata ovviamente agli affinamenti in botte; si partiva con una ventina di barriques e l’intenzione di aumentarne il numero nella cantina di Roncole Verdi in concomitanza con la messa in funzione del nuovo impianto di Fiorenzuola. 
Come spiega il birraio Campari, “l’ultima luna è la birra che ho ideato per celebrare la nascita del mio primo figlio, matteo. Ricordo che durante i mesi dell’attesa ho pensato a lungo alla birra che gli avrei dedicato, volevo che fosse profonda, complessa, evocativa e che si potesse destinare ad un lungo invecchiamento. Decisi di utilizzare botti usate di Amarone (uno dei miei primi amori in campo enologico), ma riempite solo per 2/3 del loro volume, in modo tale da favorire l’ossidazione della birra con l’aria (un omaggio al mio passato in Andalusia, ai vini ossidati di una terra in cui ho lasciato un pezzo di cuore). La birra (se così la si può ancora chiamare) avrebbe dovuto originariamente invecchiare 9 mesi, ma con l’esperienza ho capito che l’invecchiamento minimo per questa birra è di 36 mesi. In etichetta ci sono delle citazioni di Dalì e Saint-Exupéry, l’immagine del bambino che solleva surrealisticamente il mare è un chiaro riferimento a Matteo”.

La birra.
Dalla cantina una delle bottiglie del primo lotto de L’Ultima Luna, anno 2009; l’etichetta indica  un invecchiamento di almeno nove mesi in botte. Se non erro per le edizioni successive il periodo di maturazione è stato prolungato a 24 mesi variando a seconda del millesimo.
Il suo colore è un torbido tonaca di frate, con riflessi ambrati; l’assenza di schiuma non è una sorpresa, solo qualche bolla grossolana si forma ai lati del bicchiere. L’aroma è dolce e caldo, avvolgente: zucchero caramellato, toffee, frutti di bosco (more, mirtilli), prugne disidratate, fichi; in sottofondo legno e cuoio, accenni di vaniglia.  Le ossidazioni conducono nel territorio di vini liquorosi, porto e madeira, apportando anche nota sanguigna.  Al palato arriva piatta, con una viscosità oleosa a renderla morbida e – tocca ripetermi – avvolgente. Anche qui gli aspetti “meno nobili” dell’ossidazione (sangue, cartone) non pregiudicano una bevuta complessa e appagante: vinosa e liquorosa, calda e suadente, si sviluppa su di un percorso fatto di uvetta, prugna, frutti di bosco, caramello. Di tanto in tanto si scorgono pelle e cuoio, legno, una nota leggermente salina.  Il dolce è magistralmente asciugato dall’alcool in un finale ricco di tannini, con una leggerissima ma percettibile astringenza. Anche lei assolutamente perdonabile, perché a questo punto la birra è già scomparsa: il retrogusto è un lungo e dolce abbraccio di vino liquoroso, che riscalda cuore ed animo. 
La scadenza indicata in etichetta è 2050: ad otto anni dall’imbottigliamento L’Ultima Luna è ancora una gran bella bevuta nella quale le prime rughe iniziano però ad affiorare; nonostante il tempo sia un buon amico di queste birre, se ne avete una in cantina vi inviterei ad aprirla senza rischiare di andare oltre. Non ho osato “lasciare le bottiglia aperta per berla dopo circa tre mesi per innalzare il livello del godimento”, come piace fare al suo creatore Giovanni Campari. Magari ci proverò alla prossima occasione.
Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 175 09, scad. 12/2050

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia  e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 5 ottobre 2015

Birrificio del Ducato Beersel Morning 2013

L’episodio è quello raccontatovi qualche anno fa accaduto a Berseel, comune belga situato alle porte meridionali di Bruxelles con un passato ricco, come quello di tanti altri comuni della provincia del Brabante Fiammingo,  di produttori di Lambi(e)k e di assemblatori di Geuze (Geuzestekerij). Oud Beersel e Drie Fonteinen  sono gli unici ad aver superato le difficoltà economiche e ad essere ancora in attività;  il primo è rinato dalle proprie ceneri nel 2005, quando l’azienda fondata  (1882) da Henri Vandervelden  è stata  rilevata da  Gert Christiaens. Il secondo è di fondazione più recente: era il 1953 quando Gaston Debelder acquistò il 3 Fonteinen Café da Tisjke e Maree Potter iniziando la sua attività di assemblatore di lambic  per poi passare il testimone al figlio Armand alla fine degli anni ’90. E’ in questo periodo che 3 Fonteinen acquista un impianto diventando così anche un produttore di lambic, e non solo un assemblatore di quelli acquistati altrove. 
Il 16 maggio 2009 a causa di un termostato guasto (secondo la versione “ufficiale”) la temperatura della sala di fermentazione passa da 16 a 60 gradi. Il risultato, quantificabile in oltre 200.000 euro di danni, parla di quasi cinquantamila litri di  lambic da buttare via: in parole povere, ciò significa anche l'impossibilità per i prossimi tre anni di utilizzare il proprio lambic per l'assemblaggio di geuze. La bancarotta viene evitata con la vendita dell'impianto appena installato; una piccola parte di quel lambic viene distillato (Eau de Vie van Oude Geuze) e venduto con l'apposito scopo di racimolare fondi per la ripartenza. Da un amico americano arriva invece il suggerimento di immettere sul mercato delle edizioni limitate assemblate con i lambic degli anni precedenti, da vendere ad un prezzo più elevato; nel 2010 arrivano quattro speciali blend, diciassettemila bottiglie dedicate alle quattro stagioni e vendute in un'elegante confezione: Lente, Zomer, Herfst  e Winter. 
L’aiuto a Gaston Debelder arriva anche da alcuni birrai italiani: Giovanni Campari del Birrificio del Ducato si reca in Belgio per acquistare il contenuto di tre botti di lambic di 18 mesi che viene pompato in una cisterna e trasportato in Italia. Il lambic viene “blendato” (18%) con la saison New Morning e il risultato, imbottigliato manualmente, viene lasciato ad affinare per almeno 12 mesi.  Per le versioni più recenti il lambic di 3 Fonteinen è stato sostituito da quello di Oud Beersel. 
Bottiglia anno 2013 e birra che arriva nel bicchiere con un colore a metà strada tra il dorato e l’arancio, velato; la schiuma biancastra, benché generosa,  non è molto compatta e si dissipa piuttosto rapidamente. L’aroma è molto pulito e inizialmente dominato dai profumi tipici del lambic: lattico, sudore, legno, cuoio e cantina. E’ solo in un secondo tempo che la  componente “saison” mette la testa fuori dal guscio regalando sentori più “rassicuranti” di fiori, agrumi, una delicata speziatura, un accenno di ananas.  La bevuta, per chi non ha familiarità con le fermentazioni spontanee, risulta meno “spiazzante” dell’aroma: l’ingresso (pane e cereali) è forse un po’ timido ma poi è uno splendido susseguirsi di note aspre (uva, mela acerba, agrumi) e lattiche sostenute da un elegante “sottofondo” dolce che richiama il miele, la pesca e l’ananas, fino ad arrivare alla chiusura leggermente amara di nocciolo di pesca e acido lattico.  La bevuta è fresca e vibrante, sostenuta da una carbonazione molto vivace e da una grande secchezza che invoglia a bere ed a ribere: il risultato è una birra rustica, dissetante e molto rinfrescante, se bevuta a bassa temperatura. Lasciatela arrivare a temperatura ambiente se volete far emergere la delicata vinosità del lambic invecchiato, capace di portare in superficie un leggero tepore di quell'alcool che sino ad allora era stato praticamente impercettibile.
Beersel Morning, ovvero un matrimonio assolutamente ben riuscito tra un lambic ed una saison: a due anni di distanza dall'imbottigliamento la parte "selvaggia" è già predominante ma non al punto da risultare indigesta a chi non ha esperienza con le birre acide. Bevetela subito se volete che l'asticella dell'equilibrio si orienti verso il lato "saison", oppure dimenticatevela in cantina per gli anni a venire. Ci sarebbe da farne scorta ed aprirne una bottiglia ogni tanto, ma purtroppo il suo costo rende molto difficile l'operazione.
Formato: 75 cl., alc. 6.2%, lotto BM140 13, scad. 09/2033, pagata 17.00 Euro (beershop, Italia).

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 20 aprile 2015

Birrificio del Ducato La Luna Rossa Cuvée 2010

La Luna Rossa ha parte della linea produttiva che il  Birrificio del Ducato ha chiamato “il Tempo”, dedicata alle “lunghe attese” ed alle “rivelazioni acide”. Una complessa ed elaborata creazione che arriva sul mercato per la prima volta nel 2011 (Cuvée 2009): visto che nessuno meglio del suo creatore può descriverla, ecco le parole del birraio Giovanni Campari: “La Luna Rossa è una birra che si può in un qualche modo avvicinare ad una kriek su base Flemish red (…)   è la birra che impiega più tempo prima di uscire dal birrificio. Si parte da una base acida (la Chrysopolis, ndr.) che ha fatto almeno 2 anni di fermentazioni miste (condotta prevalentemente da batteri lattici, brettanomiceti e batteri acetici) su cui hanno macerato almeno 6 mesi amarene e marasche, tagliata con una piccola parte di L’Ultima Luna (a sua volte passata in botti di Amarone per due anni con aggiunte di marasche Morello, ndr.) e una parte di birra giovane; il blend viene messo in bottiglie numerate indicanti anche l’anno della cuvée, le quali affinano ulteriori 12 mesi prima di essere vendute.” 
La Luna Rossa nasce quindi da un complesso ed attento blend di più birre prodotte in modo diverso ed invecchiate in botti diversi, con una ulteriore maturazione di 12 mesi in bottiglia prima della messa in vendita. Qui trovate una breve video-intervista di Fermento Birra a Giovanni Campari nella quale si parla proprio de La Luna Rossa.  La tecnica produttiva ed il tempo necessario si riflettono purtroppo anche sul prezzo di questa Luna Rossa, che sul sito del birrificio viene venduta a 33 euro al litro al quale dovete anche aggiungere le spese di spedizione.
La bottiglia di oggi è millesimo 2010, messa in vendita a partire dal 2012; bottiglia numerata (4626, nel caso specifico) avvolta in una splendida etichetta che sembra quasi raccontare la storia di questa birra, a partire dal bambino che raccoglie i frutti (le amarene, le marasche) direttamente dall’albero per poi lasciare che sia il tempo (le botti) a fare la maggior parte del lavoro. 
E’ di colore ambrato, opalescente, con sfumature più chiare,  ramate, ed altre più scure che rimandano al rubino; quello che si forma in superficie non è esattamente schiuma, ma piuttosto un assieme di piccole bolle che svaniscono alquanto rapidamente. Al naso c’è un’interessante complessità sviluppata quasi completamente in territorio acido: aceto di mela, asprezza di amarene, marasche e ribes con in sottofondo lievi sentori di legno e quasi “dolci” di frutti di bosco, amarene caramellate e, ancora più nascosta, una lievissima ossidazione che suggerisce vini liquorosi. 
Mi è capitato di bere La Luna Rossa anche alla spina, di giovane età, e devo ammettere di averla trovata troppo spinta sull’acetico per i miei gusti; diverso è il discorso di questa bottiglia che ha passato qualche ulteriore anno in cantina e che si è un po’ ammorbidita: rimane sempre una birra che non consiglierei ad un palato poco abituato all’acido, perché la bevuta risulta comunque impegnativa, benché ampiamente soddisfacente. Il gusto ricalca in buona parte quanto promesso dall’aroma: accanto all’aspro di amarena e marasca, all’aceto di mela e al lieve lattico ci sono in secondo piano note legnose e soprattutto degli splendidi contrappunti dolci (le ossidazioni derivanti dal blend con L’Ultima Luna) di vino liquoroso, di Porto, che quasi per magia entrano ed escono di scena. La bevuta risulta molto più accessibile a temperatura ambiente, quando l’alcool diventa più evidente aiutando a contrastare l’asprezza e portando uno morbidissimo warming etilico; la bottiglia non ha praticamente scadenza (anno 2050) e sarebbe davvero interessante disporre della pazienza di lasciare qualche bottiglia in cantina per scoprire, magari tra un decennio, che cosa è cambiato. 
Per il resto, quanto vorrei aggiungere è stato già perfettamente scritto da Stefano Ricci un paio di anni fa, peraltro su di un esemplare della stessa annata che nel mio caso il tempo ha un po’ ammorbidito. E’ una birra dal costo impegnativo che crea grosse aspettative senza però risultare esente da qualche “vizio”: l’acetico al naso effettivamente sconfina occasionalmente nel silicone, così come in bocca fa ogni tanto capolino a fine corsa una nota sanguigna che rovina un po' la magia.
Formato: 33 cl., alc. 8%, bottiglia 4626 anno 2010, scad. 12/2050.

NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

lunedì 13 ottobre 2014

Birrificio del Ducato Donkere Vader

Forse anche qualcuno di voi si sarà posto la domanda del perché una Black IPA abbia un nome fiammingo (Donkere Vader), quando lo stile di appartenenza non ha niente a che vedere con la cultura belga.   La risposta è semplice, in quanto la birra in questione nasce come una collaborazione con l’olandese Derek Walsh (beer-writer, birraio, consulente e giudice in diversi concorsi tra i quali anche la nostra Birra dell’Anno). Ce lo racconta direttamente Giovanni Campari sul sito del Birrificio del Ducato: “Derek è un giudice di birre di fama internazionale, ha una grande conoscenza ed un approccio molto analitico; ci conosciamo da diversi anni e il nome della birra è in un certo senso un riferimento a lui, il mio “padre oscuro”. Diversi anni fa mi propose di fare una birra insieme, il nostro obiettivo comune era quello di brassare una Black IPA che non fosse dominata dalle tostature dei malti (come purtroppo spesso si sentiva nella maggior parte degli esempi in commercio) per permettere ai luppoli di sprigionare tutta la loro freschezza in libertà.” 
Le prime cotte di Donkere Vader appaiono solo in fusto nella primavera del 2013: il suo debutto avviene all’evento Torbiere in Fermento di Corte Franca (Brescia), con una gradazione alcolica leggermente superiore a quella attuale (7% vs. 6%), ma è solo nel 2014 che entra ufficialmente nell’elenco delle birre prodotte (quasi) regolarmente. L’annuncio è quello di pochi mesi fa riguardante il restyling grafico e la riorganizzazione di tutta la linea produttiva del birrificio di Parma: all’interno della gamma “lo stile” trova posto anche questa Black IPA, disponibile da ottobre a dicembre. I luppoli utilizzati, se non ci sono stati cambiamenti rispetto alla versione che ha debuttato nel 2013, dovrebbero essere Athanum, Centennial, Spalter Select ed El Dorado. L’etichetta è perfettamente coerente con le altre “sorelle” di gamma, ma mette un po’ in disparte il profilo di  Darth Vader rispetto alla clip della spina. 
E' probabilmente la Black IPA più chiara che mi sia mai capitato di vedere: la precisa scelta di utilizzare una piccola quantità di malti torrefatti la rende di color marrone abbastanza scuro con riflessi ambrati; forma un ampio cappello di schiuma compatta e cremosa, beige chiaro, molto persistente. L'aspetto è bello ma, volendo essere pignoli, non è nera, e neppure "quasi" nera: chiamiamola "Brown IPA", allora ? La bottiglia è ancora fresca (un paio di mesi al massimo) e l'aroma non tradisce le aspettative. Immaginate di aprire in due un frutto e di ficcarci dentro il naso: la freschezza è quella. Parliamo di melone, ananas e lychee in primo piano, mentre bisogna attendere che la birra si scaldi un po' per far uscire un po' di mango, frutti di bosco (soprattutto lampone) e una leggerissima presenza di pane nero. In bocca c'è una carbonazione che personalmente reputo eccessiva, il corpo è medio e la consistenza è decisamente watery: da un lato la bevibilità ne beneficia, dall'altro avverto il bisogno di un pochino più di "consistenza". Anche perché la base di malto (pane nero) è solo da supporto ad un gusto che diventa subito molto dolce e fruttato, rispecchiando a grandi linee l'aroma, con il caramello quasi mescolato ad un generico"fruttato tropicale" pulito e molto gradevole. Stiamo tuttavia sempre parlando di una IPA: bene i profumi, d'accordo la frutta tropicale piaciona ma da una IPA mi aspetto un po' di muscoli e di vigore, un finale che deve lasciarmi almeno un po' di amaro. Dopo un bell'inizio intenso, questa Donkere Vader rallenta la sua corsa, andando solo a bilanciare il dolce con un amaro terroso e vegetale che non riesce però a diventare il protagonista conclusivo. La birra è ben fatta, fresca, profumata e pulita, e detto questo possiamo ricondurre il resto alla questione del gusto "personale": se siete per il dolce, gradirete senz'altro questa interpretazione di una Black IPA. Se invece cercate una buona dose di amaro (senza che dobbiate necessariamente asfaltarvi il palato), allora probabilmente resterete un po' insoddisfatti.
Formato: 33 cl, alc. 6%, lotto 188/14, scad. 08/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)

lunedì 15 settembre 2014

Brewfist / De Molen / Toccalmatto / Ducato M.I.L.D.

Il viaggio in Italia  dello scorso marzo di Menno Oliver, patron del birrificio olandese De Molen (accompagnato dal fido John Brus) si è rivelato molto prolifico per quel che riguarda le birre-collaborative che, lo sappiamo, vanno attualmente tanto di moda e fanno tanto marketing. Una settantina sono i chilometri sulla via Emilia che separano il Birrificio del Ducato  (Parma)  da Brewfist e sulla strada si trova anche Fidenza, dove ha sede Toccalmatto. La sosta in quel di Parma vede la nascita della Vliegende Verdi  (il “Verdi volante”, in olandese), versione aromatizzata con peperoncino della Imperial Stout di Giovanni Campari. A Fidenza, l'incontro con Bruno Carilli di Toccalmatto genera la Debra Kadabra, una Pale Ale "dedicata a Frank Zappa ed alla Maledetta Primavera di Loretta Goggi" (sic). Il viaggio verso ovest termina a Codogno, dove nasce invece la Beautiful & Strange,  ispirata alle tradizionali Gose ma aromatizzata con scorze di arancia amara e bergamotto e prodotta assieme a Brewfist. 
Al Terminal 1,  (la “taproom” di Brewfist) in un paio di serate dal tasso alcolico probabilmente abbastanza elevato, i quattro birrai discutono anche gli ultimi dettagli di una birra collaborativa ad otto mani che prende il nome di M.I.L.D. (Mild I'd Like to Drink), ma l'acronimo e l'etichetta fanno invece pensare a tutt'altro: si tratta di una "Imperial" Mild, un nuovo non-sense birrario, visto che la categoria delle Mild inglesi è ben distante da qualsiasi idea di "forza" e di potenza. Ma gli americani ci hanno insegnato che si può "imperializzare" tutto o quasi, e quindi ecco una ricetta che prevede un contenuto alcolico ben al di sopra del 4.3%  che il CAMRA indica come il massimo per lo stile ed una generosa luppolatura di Chinook, Galaxy e Mosaic.
Il risultato è una birra dal colore ebano scuro ed un bel cappello di schiuma beige, fine e cremosa, dalla buona persistenza. Al naso domina la frutta, con un bouquet composto da frutta tropicale  molto matura (mango, papaya), melone retato, lampone; a tratti ci scorgo una presenza abbastanza netta di Big Babol; la parte scura emerge in un secondo tempo, portando in dote leggeri sentori di tostature e di caffè.  Gradevole e scorrevole al palato, con il giusto livello di bollicine ed un corpo medio. Se l'aroma era poco coerente con il colore scuro della birra, la situazione viene capovolta in bocca: il controllo lo prendono subito le tostature ed il caffè, con la frutta tropicale a recitare il ruolo dello sparring partner. L'intensità e la pulizia sono di ottimo livello, pur mantenendo la facilità di bevuta tipica proprio di una "mild". Finisce molto secca, sul bordo dell'astringenza, con l'acidità del caffè e con un retrogusto piuttosto amaro di caffè e tostature. 
Al di là di quello che si dichiari di essere (Imperial Mild ?), è una birra che si presenta un po' ruffiana, con un naso molto piacione di frutta tropicale e che si ritira poi nell'ombra, come una seducente ragazza che ti ammalia per poi gelarti un po' il sangue al momento del "dunque". Ma quello che poteva essere un pericoloso scontro tra due opposti (frutta tropicale e caffè) si è invece rivelato un incontro riuscito, una birra ben fatta e molto pulita, che a me è piaciuta. Poi possiamo discutere finche vogliamo sul fatto che fossero davvero necessarie otto mani per realizzarla, ma questa è un'altra storia.
Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 30, lotto 4144, scad. 30/05/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).

lunedì 23 settembre 2013

Birrificio del Ducato Vieille Ville 2012

Debutta, se non erriamo, al Villaggio della Birra 2012 la prima  (di nuovo, se non erriamo) saison "brettata" italiana : è la Vieille Ville del Birrificio del Ducato. Per i meno esperti, "brettata" significa che contiene lieviti selvaggi, brettanomiceti: è un po' una delle ultime mode tra i produttori di birra artigianale. Dopo il periodo delle India Pale Ale e delle birre ultraluppolate, ecco che pian piano tra il pubblico si sta diffondendo il morbo del brettanomiceto. Nessuna invenzione, sia chiaro (l'Orval viene prodotta così da sempre) ma piuttosto un ritorno alle origini, quando l'infezione dei lieviti selvaggi nelle birre era una cosa abbastanza comune e comunemente tollerata dai palati dei bevitori dell'era pre-refrigerazione artificiale. E' superfluo introdurre questa birra, anche perchè non potremmo fare meglio di quanto scrive il birraio Giovanni Campari sul sito Del Ducato: "Ricordo che fu una giornata molto intensa, calda e faticosa. Lavorammo duramente dalla mattina presto fino alla sera tardi per finire tutta la birra che c’era nel serbatoio, poiché era la prima volta che imbottigliavamo una birra rifermentata nello stabilimento di Fiorenzuola, dovevamo fare in fretta per non rischiare che gli zuccheri aggiunti alla birra innescassero la rifermentazione ancor prima dell’imbottigliamento. (...) lavorammo tutti di buona lena e senza pause nel caldo e nell’umidità di quella lunga giornata che ci fruttò 2400 bottiglie numerate da 75 cl. Questa birra era una scommessa, una scommessa forse un po’ azzardata. Fin dagli anni della prima adolescenza, quando passavo i pomeriggi con gli amici in birerria, una delle birre che mi segnò profondamente fu l’Orval. Una birra unica nel suo genere, che si distingue dalle altre trappiste per freschezza, rusticità e secchezza, ma soprattutto per quel carattere un po’ inafferrabile di complessi sentori di cuoio, cantina, pelle del salame, crosta di formaggio, ruggine; insomma una complessità notevole che si arricchisce man mano che la birra invecchia in bottiglia, trasformandola e rendendola sempre più interessante ed affascinante. Il segreto di questa meraviglia sta nel lavoro del Brettanomyces, un lievito selvaggio che viene aggiunto alla birra prima dell’imbottigliamento. Sapevo di questa pratica di Orval e volli cimentarmi in questa nuova seppur rischiosa sfida: decisi di brassare una saison base, con una ricetta molto semplice (malto pilsner, luppoli di Poperinge e lievito belga) e rifermentarla aggiungendo un singolo ceppo di Brettanomyces prima dell’imbottigliamento".
Bisognerebbe averne un cartone di Vieille Ville in cantina per aprire periodicamente a distanza di mesi una bottiglia e seguire l'evoluzione del gusto in base all'azione di questi lieviti selvaggi. Purtroppo la non facile reperibilità di questa birra ed il suo prezzo non favoriscono questa pratica; vi consigliamo piuttosto di mettere in cantina qualche bottiglia di più economica Orval se volete divertirvi e fare qualche degustazione verticale come questa.  Delle 2400 bottiglie prodotte nel 2012 del primo lotto di Vieille Ville a noi è toccata la numero 1291. L'aspetto è di colore arancio pallido, opaco, mentre la schiuma è abbondante, biancastra, un po' grossolana e poco persistente. Molto interessante il naso, dove convivono alcuni dei sentori rustici tipici dei "bretta" (sudore, cuoio, acido lattico/yogurt) con note di cedro, mela verde, erbacee e - più leggere - di legno bagnato. Molto scorrevole e fresca in bocca, leggera, non molto carbonata, con il giusto livello di acquosità. Regna un equilibrio quasi miracoloso  tra note di crosta di pane, frutta dolce (albicocca, arancia) ed una spiccata acidità lattica. Se a temperatura bassa si rivela essere una birra molto dissetante e rinfrescante, all'innalzarsi del termometro emerge quasi un carattere vinoso. Chiude ben asciutta, con un finale amaro tra note erbacee, scorza di agrumi ed una leggera nota vinosa. Sorprendente birra, davvero ben fatta e molto versatile, si presta sia a dissetanti e spensierate bevute estive che a una piacevole contemplazione della complessità che si cela dietro la piacevolezza rustica dei primi sorsi. Costasse come una Orval, sarebbe una birra da avere perennemente in cantina o in frigorifero. Un altro grande prodotto da uno dei migliori birrifici italiani. Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto 152 11, scad. 12/2018, pagata 11.10 Euro (beershop, Italia).

giovedì 20 giugno 2013

Birrificio del Ducato Saison

Continuiamo nel nostro percorso estivo tra le saison extra-belghe che, dopo l'Inghilterra visitata ieri, ci porta in Italia.  Il Birrificio del Ducato ha al momento in produzione ben tre rappresentanti della categoria stilistica. La più famosa è probabilmente la New Morning, bevuta molto, troppo tempo fa ormai, che di recente è stata affiancata da una "sorella" chiamata semplicemente "Saison". La gamma è poi completata dalla Vieille Ville Saison (con brettanomiceti) che sta riposando in cantina. Il sito del birrificio riporta che questa "Saison" nasce come evoluzione della "Blonde", come spiega Giovanni Campari: "l’ispirazione per questa birra mi è venuta bevendo alcune birre belghe di nuova generazione, dove l’uso dei luppoli di Poperinge completava il carattere particolare dato dai lieviti tipici per questo stile. La fermentazione di questa birra è decisamente lenta e viene condotta a temperature inusuali, cosa che spinge il lievito a produrre una serie di composti aromatici caratterizzati da note citriche e pepate che le donano grande freschezza e croccantezza". Nel bicchiere è di colore oro pallido, opaco, con un cappello di schiuma biancastro, generoso ma non molto persistente. Il naso è un po' timido, chiuso: il primo impatto è poco pulito con dei sentori di chiuso, quasi polverosi, di cereali: per fortuna dopo qualche secondo l'aroma si "apre" ed è possibile percepire arancio, leggeri sentori di banana acerba, una leggera speziatura donata dai lieviti. Il livello sale decisamente in bocca, dove questa Saison si rivela una birra estremamente facile da bere, vivacemente carbonata; su una base di pane e cereali troviamo leggere note di miele, pesca, banana, polpa d'arancio, il tutto perfettamente equilibrato dall'amaro dei luppoli, che porta in dote note di scorza d'agrumi e di lemon grass. Una leggerissima acidità ed una secchezza quasi esemplare la rendono estremamente rinfrescante e dissetante; birra molto ben riuscita, e ben fatta, piacevolmente rustica, da bere ad oltranza. L'immagine che Giovanni Campari descrive sul sito del birrificio è pressoché esemplare:  "ricordo che d’estate, quando torno a casa dopo una lunga giornata di lavoro e il sole non è ancora del tutto tramontato, spesso mi concedo un aperitivo sul balcone mentre osservo le colline e il cielo che si colora di rosa, rosso e arancione nell’ora del crepuscolo. La Saison mi accompagna sempre in quei momenti: ne bevo almeno una bottiglia da 75, anzi, spesso più di una."  La nostra unica colpa è di averla trovata in formato trentatré. Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto 060 13, scad. 10/2014, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia)

venerdì 24 maggio 2013

Birrificio del Ducato Machete Double IPA

L'avevamo bevuta per la prima volta due anni fa, quando era ancora un produzione "occasionale" ed aveva un'etichetta provvisoria, quasi amatoriale. Adesso la  Machete Double IPA del Birrificio del Ducato è cresciuta, ha compiuto due anni, ha trovato un'etichetta "definitiva" ed è entrata stabilmente in produzione nella linea "moderna". Nel frattempo sul sito ufficiale Giovanni Campari rivela che l'ispirazione per questa birra è il film che porta lo stesso nome, Machete,  diretto da Robert Rodriguez (2010); protagonista del film è l'agente federale Machete Cortez, e vi rimandiamo all'immancabile pagina di Wikipedia visto che non riusciamo a raccontarvi un film che non abbiamo (ancora) visto. Avessimo saputo prima della musa ispiratrice di questa Double IPA, avremmo organizzato una serata con bevuta in abbinamento ad una proiezione del DVD. Il riferimento al film si ritrova anche sulle note in etichetta; dove solitamente viene riportata una breve descrizione organolettica della birra, vi sono solamente le parole "Machete don't text", ("Machete non manda SMS") esplicito riferimento ad una scena del film.  Difficile dire se sia cambiata la birra o se sia "cambiato" il nostro palato, forgiato da numerose bevute; probabilmente sono vere entrambe le cose. Leggermente aumentato l'alcool (da 7.5 a 7.8%) ma rimane sempre una double IPA con un buon equilibrio e lontana dalle derive ultraluppolate o spremute di luppolo. Il colore è tipicamente West Coast (oro con riflessi arancio), velato, con una piccola testa di schiuma leggermente ocra, fine e cremosa. L'aroma non è una violenta esplosione di profumi, ma è pulito ed elegante, con quella sensazione di frutta "appena tagliata" che deve esserci in ogni (american) IPA; pompelmo, pesca bianca, mango, melone retato. In bocca i luppoli sono sostenuti da una solide base maltata, lievemente caramellata, con un discreta presenza etilica che rafforza "le basi" senza però disturbare la bevuta. L'amaro (pompelmo e resina) è intenso ma ben controllato e dosato, e lascia un bel retrogusto che accompagna il bevitore per lungo tempo. Moderatamente carbonata, dal corpo medio, è abbastanza morbida e soddisfacente in bocca con una bel finale secco. Ci è sembrata un po' più robusta ed alcolica rispetto a quella bevuta due anni fa, con una maggiore presenza dei malti. Una degnissima rappresentante dello stile alla quale (almeno in questa bottiglia) manca un po' di freschezza e di esplosività, soprattutto in bocca, dei luppoli. Come se il "coro" facesse in modo superlativo la sua parte, ma non c'è nessun "solista" ad emozionare l'esecuzione. Formato: 33 cl., alc. 7.8%, lotto 031 13, scad. 04/2014, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia). 

domenica 24 marzo 2013

Birrificio del Ducato Golden Ale

Fa parte della linea "moderna" del Birrificio del Ducato, questa Golden Ale, dove con "moderno" si sottintende probabilmente la distanza da una classica golden ale inglese; il mix di luppoli utilizzato vede infatti l'utilizzo, oltre a quelli "nobili" tedeschi, anche gli statunitensi Citra ed Athanum. Non è la prima golden ale prodotta dal birrificio di Giovanni Campari; ricordiamo quella - molto gustosa - commercializzata con la linea dedicata alla grande distribuzione BIA - Birra Artigianale Italiana, assaggiata qualche anno fa; da un po' di tempo il sito annuncia che la gamma BIA avrà presto un sito ad hoc dedicato, ma ancora non ne abbiamo trovata traccia.  Non sappiamo in quanto differiscano le due golden ale, ma abbiamo reperito anche questa versione Del Ducato in un grande supermercato. L'etichetta con una grande onda è più che un esplicito omaggio al dipinto del pittore giapponese Katsushika Hokusai. La birra si presente di colore oro pallido, opaco; la schiuma è un po' grossolana/saponosa, bianca, mediamente persistente. Il naso è ricco di agrumi (pompelmo e cedro), sentori di frutti tropicali (soprattutto ananas) e di miele d'acacia; buona intensità ed eleganza, anche se le manca un po' di freschezza, ma è un compromesso che bisogna spesso accettare per le birre provenienti dalla grande distribuzione. L'indole da session beer (ABV 4.5%) è evidente da subito in bocca; corpo snello, carbonazione contenuta, giustamente watery per essere molto scorrevole in bocca. Leggerissimo attacco di pane/cereali, poi la bevuta è caratterizzata da tanta frutta, soprattutto agrumi (pompelmo) con qualche richiamo tropicale dei profumi dell'aroma. A bilanciare un amaro molto zesty, con qualche nota erbacea; la chiusura è secca, con un retrogusto che non porta nessuna variazione (scorza di agrumi, erbaceo). Birra volutamente semplice, pulita e profumata, con una grande beverinità che però non va a scapito dell'intensità del gusto. Formato da 75 cl. assolutamente necessario per non restare con la bocca asciutta troppo presto; bottiglia tutto sommato in buona forma, certo ci piacerebbe assaggiarne una fresca appena uscita dal fermentatore. Formato: 75 cl., lotto 310 12, scad. 12/2013, prezzo 7.98 Euro (supermercato, Italia).

venerdì 15 marzo 2013

Birrificio del Ducato Verdi Imperial Stout

Una birra che Giovanni Campari dedica doverosamente al paese dove il suo Birrificio Del Ducato ha sede: Roncole Verdi, dove Giuseppe (Fortunino Francesco) Verdi nacque il 10 Ottobre 1813; una Imperial Stout la cui ispirazione – racconta il sito del birrificio – nasce durante il primo viaggio a New York di Giovanni nel quale – evidentemente – ha avuto modo di assaggiare numerosi esemplari di Imperial Stout  americane. Nel 2008 fu la prima birra italiana ad ottenere una medaglia d’oro ad un concorso internazionale per stili: l’European Beer Star.  Da qualche tempo ne esiste anche una versione (Black Jack) invecchiata per almeno 6 mesi in botti di whisky. Dall’aspetto splendido, praticamente nera, con una bella testa di schiuma color nocciola, fine, cremosa, molto persistente. Al naso emergono sentori di mirtilli, cioccolato fondente, mallo di noce, caffè, leggera liquirizia. In bocca ci arriva con una carbonazione abbastanza sostenuta per lo stile, corpo medio-pieno, con una morbidezza un po’ “oscurata” dalle bollicine.  Orzo tostato, caffè, cioccolato fondente, liquirizia, mallo di noce, per un percorso gustativo che ricalca l’aroma anche se un po’ meno pulito. Molto interessante il finale: chiusura secca, lungo retrogusto amaro ricco di tostature e cioccolato, con una nota piccante di peperoncino che porta un bel calore, morbido ed appagante, enfatizzando la componente etilica fino ad allora assolutamente impercettibile.  Una imperial stout dal contenuto alcolico tutto sommato contenuto (8.2%), molto facile da bere ed  intensa; l’avevamo già assaggiata  in passato in condizioni migliori (e con meno bollicine), ma rimane comunque un’ottima birra da bere in solitudine o, come il birrificio consiglia, in abbinamento a dessert al cioccolato, pasticceria secca ed alcuni formaggi erborinati. Formato: 33 cl., alc. 8.2%, lotto 327 11, scad. 01/01/2014.

sabato 1 dicembre 2012

Sally Brown Caffe Baracco

La passione per il caffè ha spinto Giovanni Campari, mastro birraio del Birrificio del Ducato, a realizzare una diversa versione della Sally Brown, la  “stout” regolarmente prodotta. La collaboazione con Alberto Macrì, titolare della torrefazione artiginale Caffè Baracco di Parma, ha potato a realizzare un’apposita miscela 100% arabica da utilizzare per creare una coffee stout. E diremmo che l’amore per il caffè si sente proprio tutto (qualcuno potrebbe anche dire eccessivamente) in questa Sally Brown Baracco. A partire dall’aroma, non forte ma molto pulito, dove si ha davvero la sensazione di annusare dei chicchi di caffè, assieme a dell’orzo tostato. Non c’è spazio per altro, però, e lo stesso scenario si ripropone in bocca: caffè, polvere di caffè ed ancora caffè, con qualche nota di orzo tostato. C’è molta secchezza, ed una punta acidula a pulire bene il palato; il retrogusto, manco a dirlo, è davvero lunghissimo ed anch’esso dominato dal caffè, amaro, con una leggera nota d’affumicato. Birra dedicata e devota al caffè, che assomiglia ad un caffè (ebano scuro, schiuma beige, cremosa e generosa) e che si riesce a bere con una buona facilità grazie ad un corpo molto esile che facilita il superamento del “muro” di caffè; questa leggerezza però è al tempo stesso la cosa che ci ha lasciato un po’ insoddisfatti, avremmo gradito una maggiore consistenza ed una maggiore cremosità al palato. Il risultato sarebbe stato una birra forse leggermente meno beverina ma più “godereccia” – magari dopo cena -  simile ad un espresso “cremoso”. E’ volutamente non bilanciata, (probabilmente) non piacerà a chi non ama il caffè, ma per tutti gli altri è senz’altro un’esperienza da provare. Formato: 33 cl., alc. 5.2%, lotto 207 12, scad. 15/06/2013, prezzo: 4.00 Euro.

sabato 19 maggio 2012

Birrificio del Ducato Via Emilia

Festeggiamo anche noi, con qualche settimana di ritardo, l'ennesimo riconoscimento ottenuto dalla Via Emilia (o Viæmilia, per correttezza), prodotto di punta del Birrificio Del Ducato di Roncole Verdi (Parma): questa volta si tratta della medaglia d'argento alla World Beer Cup 2012. Sull'etichetta della bottiglia fanno già bella mostra di sè l'Argento alla World Beer Cup 2010, il primo posto in categoria alla Birra dell'Anno 2011, la medaglia d'argento all'European Beer Star del 2011 e, soprattutto, quella d'oro ottenuto a Norimberga, in casa di una delle nazioni in cui lo stile è più diffuso ed apprezzato, all'edizione del 2010. Vi rimandiamo a questa pagina per avere un elenco completo di tutti i riconscimenti ottenuti da uno dei birrifici italiani che ha mostrato, nel corso degli anni, una grandissima qualitò e soprattutto costanza produttiva. Da anni tra gli appassionati la Via Emilia si contende il titolo di migliore pils italiana assieme alla Tipopils del Birrificio Italiano. E proprio a Lurago Marinone ha iniziato con Agostino Arioli il suo apprendistato Giovanni Campari, mastro birraio del Birrificio del Ducato non è forse un caso che la Via Emilia sia stata la prima birra da lui creata e quella che ancora oggi occupa circa il 30% della capacità produttiva. Tecnicamente è una pils d'ispirazione tedesca non filtrata, quindi una Keller pils (o Zwickl pils) caratterizzata dall'aroma dei fiori di luppolo Tettnanger in dry-hopping; la sua maturazione, a 3°C, dura  circa quattro settimane. Si presenta di color oro pallido, ovviamente velato; perfetta la schiuma, bianchissima, generosa, fine e compatta, "croccante" e molto persistente. L'aroma è elegante, fresco e pulitissimo; cereali, fiori (soprattutto camomilla), leggera speziatura e sentori fruttati che ci ricordano il mandarino. In bocca è "watery" quanto basta e correttamente carbonata, ma sorprende soprattutto per la sua morbidezza; c'è un leggero richiamo fruttato all'aroma, poi fragrante crosta di pane, miele e note sottili di frutta secca. Pils che non lesina certo l'amaro, erbaceo, leggermente speziato, che va a caratterizzare tutto il resto della bevuta. Secchissimo il finale, pulisce il palato in maniera impressionante lasciando solo un retrogusto amaro erbaceo molto pulito. Notoriamente la bottiglia non è certo il formato in cui questo stile brassicolo può essere meglio apprezzato; tuttavia l'abbiamo trovata molto equilibrata e pulita, dotata di una facilità di bevuta disarmante. E' una birra che dà dipendenza: dovrebbe dissetare, ma paradossalmente asseta ancora di più il palato, spingendolo costantemente alla ricerca di un altro sorso. I trentatre centilitri sono davvero finiti in un attimo. E questo è ovviamente uno di più grandi complimenti che si possono fare ad una birra. Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 039 12, scad. 15/10/2012, prezzo (bar) 5.00 euro.

lunedì 4 luglio 2011

BIA Bitter Ale

Oggi degustiamo un’altra birra della gamma BIA prodotta dal Birrificio Del Ducato per la grande distribuzione. Non sappiamo quanto la ricetta differisca dalla precedente Campari Bitter (bellissimo nome!) che non viene più prodotta dal birrificio. All’aspetto è di color ambrato, carico, opalescente; schiuma leggermente ocra, fine e cremosa, buona persistenza. Al naso leggeri sentori fruttati d’agrumi lasciano presto posto a crosta di pane, caramello e tostatura in secondo piano. Correttamente leggera in bocca, ha una carbonatazione media. In bocca predomina l’amaro dei luppoli, supportato da una bella base di malto con note di pane e caramello. Finisce secca, retrogusto amaro, erbaceo con qualche nota “terrosa”. Una buona “session beer”, semplice e beverina. Formato 33 cl., alc. 4.2%, lotto 082 11, scad. 03/2012, prezzo 2.60 €.
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english summary:
Brewery: Birrificio del Ducato, Italy.
Appearance: cloudy deep copper color with a creamy off-white head. Aroma: some citrus in the aroma, but mostly bready malt and light caramel. Mouthfeel: light body, medium carbonation, watery texture. Taste: good bready and caramel malty backbone and lots of grassy hops. Dry finish, grassy and “earthy” aftertaste. A simple and good session bitter! Bottle: 33 cl., 4.2% ABV, batch 082 11, bb. 03/2012, 2.60 €.

mercoledì 22 giugno 2011

BIA Golden Ale

Altra birra della rinnovata linea BIA prodotta dal Birrificio Del Ducato per la grande distribuzione. La precendente “BIA Ale” ha lasciato il posto alla “Golden Ale” che si caratterizza soprattutto per l’utilizzo aromatico di luppoli “modaioli” extra europei. Di colore oro pallido, velato. La schiuma è bianca, fine e cremosa, molto persistente. L’aroma non è molto forte ma comunque elegante con agrumi (arancio, cedro) e frutta tropicale (mango, ananas); birra che pone la facilità di beva al primo posto; corpo leggero, carbonatazione media, palato watery, bassa gradazione alcolica e secchezza. Dopo un rapido imbocco di malto con note di biscotto, il gusto vira rapidamente verso l’amaro erbaceo (molto inglese) dei luppoli che s’intensifica ulteriormente nel lungo retrogusto vegetale. Birra semplice, molto pulita, facilissima da bere e gustosa, che sembra “reggere” bene i metodi di stoccaggio non proprio ideali della grande distribuzione. La Guida alle birre d'Italia 2011 le assegna il massimo dei punteggi, cinque stelle. Inizialmente venduta dai supermercati ad un prezzo intorno ai 3.50 €, è ultimamente reperibile tra a circa 2.50€, a seconda dei punti vendita. Ottimo rapporto qualità prezzo ormai quasi allineato alle concorrenti belghe. Che finalmente si sia aperta una breccia nel muro degli esorbitanti prezzi della birra artigianale italiana ? Speriamo che altri birrifici seguano l’esempio del Ducato, per i consumatori sarebbe finalmente la fine di un incubo. Formato: 33 cl., alc 4.5%, lotto 278 10, scad. 09/2011, prezzo 2.60 €.

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english summary:
Birrificio del Ducato, Roncole Verdi di Busseto, Parma, Italy.
BIA is a range of beers brewed by Birrificio Del Ducato especially for Supermarket chains. “Golden Ale” obviously pours a pale golden color with a creamy white head. Light elegant hoppy aroma with citrus (orange, citron) and tropical fruits (mango, pineapple). Purposely an easy drinkable APA with watery palate, light body and medium carbonation. There’s a subtle biscuit malty backbone in there which is soon overtaken by a grassy bitterness, very UK style. There’s even more bitter hops in the long aftertaste. A quite simple, clean and tasty brew. Very well done, and finally reasonably priced if compared to all the other Italian craft beers. Perhaps this is the start of a price revolution? Bottle: 33 cl., alc. 4.5%, batch 278 10, bb 09/2011, 2.60 €

mercoledì 18 maggio 2011

Birrificio Del Ducato Machete Double IPA

La già ampia gamma del Birrificio Del Ducato si espande con una Double IPA prodotta nello stabilimento di Fiorenzuola, quello solitamente dedicato alla linea BIA. Etichetta essenziale in stile “De Molen”, forse ancora provvisoria? Nel bicchiere è di un bel colore rame, appena velato. La schiuma, persistente, è ocra, fine e cremosa. Naso caratterizzata da un’elegante luppolatura che regala frutta tropicale, pompelmo e leggere note di pino. In bocca si presente molto morbida, un corpo medio-pieno ed una carbonatazione contenuta che la rende molto beverina. Bell’equilibrio in bocca tra dolce (polpa di pompelmo, malto/pane) ed amaro (pino e resina, scorza d’agrumi). E’ una Double IPA molto lontana dai “mostri” della West Coast USA, che sceglie di non mostrare né i “muscoli” dell’alcool né dell’amaro ma piuttosto una sorprendente beverinità. Finisce secca, con un retrogusto amaro ma “morbido” di pino e resina. Profumi, gusto pulito, equilibrio; c’è tutto quello che serve. Ottima birra da bere (quasi) a pericolose secchiate come la “sorella” minore “IPA” della linea BIA. Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 020-11, scad. 12/2011, 8 €.

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english summary:
Birrificio Del Ducato, Roncole Verdi di Busseto, Parma, Italy.

First
Double IPA from italian craft brewery Birrificio Del Ducato. Nice hazy copper color with a creamy off-white head. Elegant aroma with tropical fruits, grapefruit and pine. Medium body, low carbonation. Very smooth to the palate. Taste is very well balanced with sweet grapefruit pulp, bready malt and bitter pine, citrus peel and resin. Quite faraway from US West Coast “hoppy monsters”, “Machete DIPA” is showing an amazing and dangerous drinkability. Dry finish, long bitter but delicate piney and resinous aftertaste. Clean taste, balance, very well done. 75 cl. bottle, 7.5% ABV, batch 020-11, bb. 12/2011, 8 €.

domenica 27 marzo 2011

BIA Oatmeal Stout

Prodotta dal Birrificio del Ducato nello stabilimento da poco in funzione di Fiorenzuola, dove vengono prodotte tutte le birre della gamma BIA (Birra Artigianale Italiana) destinate alla grande distribuzione. Dopo la soddisfacente IPA, abbiamo provato anche la Oatmeal Stout. L'aspetto non è proprio dei migliori: nel bicchiere è marrone scurissimo, torbido, con un piccolo cappello di schiuma nocciola, non molto fine ma persistente. Molto meglio l'aroma, con malto tostato, cacao e caffè appena macinato. Il corpo è da medio a leggero, con una carbonatazione correttamente bassa. In bocca un bel amaro dato dai malti tostati, caffè e lievi sentori di liquerizia. Il retrogusto è breve, un po' acquoso e sfuggente, ma caratterizzato da un amaro derivante da un'elegante tostatura di malti. E' una buona stout, che però risulta un po' esile di corpo e soprattutto troppo acquosa al palato, senza quella caratteristica setosità (o cremosità) che dovrebbe essere data dall'avena (oatmeal) utilizzato. Attendiamo quindi gli "affinamenti" alle nuove ricette della gamma BIA nei nuovi impianti produttivi annunciate da Giovanni Campari. Formato 33 cl., alc. 4,5%, lotto 285/10, scad. 09/2011, 3.49 €.

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english summary:

From Italian microbrewery Birrificio del Ducato. Murky dark brown color with a small tanned head which quickly dissipates. Roasted malt, cocoa and coffee in the nose. Low carbonation, body is from medium to light. Nice bitter taste of roasted malts, coffee and some licorice. Finish is a bit watery but has some elegant bitterness from roasted malts. Overall it is a nice stout, lacking that “creamy” texture we would expect from oatmeal. To be improved. 33 cl. bottle, ABV 4.5%, batch 285/10, bb 09/2011, 3.49 €

sabato 25 dicembre 2010

Birrificio Del Ducato Krampus

Birra "dedicata al Natale" ed ispirata ai Krampus, demoni cattivi alter-eghi di San Niccolò; mentre questi premia la notte del 5 dicembre i bambini buoni con doni e dolcetti, i Krampus scorrazzano per le vie delle città alla ricerca dei bambini cattivi da punire. Bel color ambrato carico, velato; schiuma compatta, cremosa, ocra, che rimane a lungo nel bicchiere. Naso dolce, con sentori di canditi, lieviti belgi, zucchero e frutta gialla. In bocca è oleosa, la carbonatazione è bassa. Spicca subita un marcata acidità, accompagnata da note vinose e fruttate, caramello ed una delicata speziatura. Ha buon corpo, termina con un retrogusto che si mantiene aspro ma ben bilanciato da gradevoli sentori liquorosi, alcolici; il risultato - forse quello cercato da Giovanni Campari - è quello di una birra che a tratti sembra ricordare un liquore invecchiato. La gradazione alcolica (9%) è però molto ben nascosta e non la rende esattamente una birra "da meditazione" come riportano le note in etichetta. Un'interessante e complessa Natalizia, tutta giocata sui contrasti tra "nuovo" (spezie e frutta) e "vecchio". Indubbiamente unica in Italia. Da un po' di tempo anche disponibile nella versione "Reserva Strepponi 2008" che speriamo di avere presto tra le mani. Degustata in bottiglia da 75 cl.
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english summary:
Christmas brew from Birrificio del Ducato. Hazy amber color with a solid, creamy and long lasting off-white head. Complex sweet nose with candies, belgian yeast, sugar and fruits. Texture is oily with low carbonation. Quite sour taste with some "old wine" character, fruits, caramel and light spices. Body is medium. Ends on a sourish and warm alcoholic aftertaste similar to an aged liquor. Krampus is a quite interesting brew, well balanced between "fresh" (fruits, spices) and "aged" characteristics. ABV (9%) is well hidden and that is not exactly making this a "meditative" beer as it was supposed to be. 75 cl. bottle.

mercoledì 1 dicembre 2010

BIA IPA

Restyling di look per la linea Bia de il Birrificio del Ducato destinata, lo ricordiamo, alla grande distribuzione. Un nuova etichetta "giovane", che strizza l'occhio al punk (i riferimenti alla grafiche di Never mind the bollocks dei Sex Pistols ci sembrano evidenti) ed un po', nelle note, alla comunicazione aggressiva tipo BrewDog (birra senza compromessi e per cattivi ragazzi). Ma, citando uno slogan recente di un altro nuovo birrificio, "la birra va solo bevuta" e quindi passiamo al contenuto. Color rame, velato, schiuma bianca, cremosa, compatta e di buona persistenza. Questa Bia IPA ha un bel naso generosamente luppolato con agrumi (pompelmo) e pino, molto fresco, con in sottofondo malto e caramello. Media carbonatazione, in bocca è davvero leggera e beverina; dopo un ingresso di malto un po' sfuggente ed acquoso, è il luppolo che diventa protagonista con agrumi e pino fino al lungo retrogusto amaro. Una India Pale Ale indiscutibilmente a "stelle e striscie", molto profumata, amara ma non eccessiva, al punto che potrebbe anche essere scambiata per una American Pale Ale. A tratti, ci abbiamo sentito la bellissima luppolatura della A.F.O. dello stesso birrificio. Una birra molto ruffiana, sì, ma in senso positivo. Si sa far apprezzare e bere con estrema facilità, e riesce a farsi perdonare anche una leggerezza a tratti troppo marcata. Forse mai come questa volta avremmo desiderato l'odiato formato da 75 cl. Comunque, una buona introduzione al mondo delle IPA per chi ha sempre comprato nei supermercati lager e pils. Resta un punto di domanda sul prezzo: 3.49 € per 33 cl. non sono pochi, soprattutto nell'oceano della grande distribuzione dove le alternative sono tante e la conoscenza di chi compra è spesso scarsa. Ce la farà ? Degustata in bottiglia da 33 cl., ABV 6.5%.

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english summary:
India Pale Ale brewed by italian Birrificio Del Ducato. This range of beers (BIA) has been especially made for supermarkets. Copper color with a creamy and long lasting white head. Strong and fresh hoppy nose with citrus (grapefruit) and pine, some malt and caramel in the background. Medium carbonation; a light body and a watery palate make this beer extremely drinkable. After some light (and watery) malt, hops are taking over with a pleasant bitter flavor of citrus and pine. Nice and long bitter aftertaste. A very nice US-style IPA, dangerously drinkable. 33 cl. bottle, 6.5% ABV, 3.49 €

sabato 27 novembre 2010

Birrificio del Ducato Winterlude

Ottima tripel “invernale” dal Birrificio del Ducato; di colore arancio pallido, schiuma molto ampia, bianca, fine e molto persistente. Naso dolce, molto pronunciato e complesso con frutta sciroppata in evidenza (pesche, albicocche), scorza d’arancio, sentori floreali, di miele, lieviti e canditi. Corpo da medio a pieno, carbonatazione media. In bocca predomina ancora il dolce, con miele, frutta candita (arancia) e secca, malto e spezie. Sorprendente viraggio finale secco e amaricante, che pulisce in un attimo il palato ormai saturo di dolce e lasciando un gradevole retrogusto appena amaro, erbaceo con calde note di alcool. Decisamente una birra per l’inverno, molto profumata che, pur rimanendo per lungo tempo sul baratro della stucchevolezza, convince grazie ad un inatteso finale. ABV (8.8%) ben nascosto. Degustata in bottiglia da 33 cl. 2.50€ allo stand birrificio.

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english summary:
Winter triple from italian Birrificio del Ducato. Pours a pale orange with a huge creamy and long lasting white head. Sweet and complex nose with strong notes of fruit (peaches, apricot), orange peel, flowers, honey, yeast and spices. Body is from medium to full, with medium carbonation. Flavor is sweet, honey, candied and dried fruits, malt and spices. Surprising dry and bitter finish which washes away all the sweetness, ending on a long bitter grassy and warm alcoholic aftertaste. Very well done winter brew. Well hidden 8.8% ABV. 33 cl. bottle, 2.50€